"IL CASO IMPASTATO" *
Questo primo capitolo della relazione non va ritenuto una mera descrizione del "contesto", quasi un rituale atto dovuto come premessa della narrazione delle indagini svolte. Esso è, invece, parte integrante della relazione stessa per almeno tre specifici motivi:
a) il ruolo di Badalamenti nella direzione della organizzazione mafiosa e nel collegamento con "Cosa Nostra americana", il suo essere al centro di relazioni criminali, politiche, di interesse, con segmenti di organi dello Stato (pubblica Amministrazione, Polizia, Carabinieri) tali da identificare un vero e proprio "sistema di potere".
b) La descrizione dell'asservimento del territorio in cui è maturato il delitto Impastato al traffico della droga. Vengono individuati i caratteri di economia politica della criminalità del territorio, i conflitti di mercato (per così dire), la dislocazione dei poteri (mafiosi e politici, nel complesso). Punta Raisi per lunghi anni fu un aeroporto munito di "extraterritorialità", come alcuni porti, protetti e salvaguardati per la loro funzionalità al traffico della droga. La "vecchia mafia", che era nata all'interno del vecchio sistema terriero, degli appalti, dei crimini legati alla proprietà ed al possesso della terra, si era ormai "globalizzata", aveva "messo al lavoro" il territorio come "distretto" della droga.
c) Peppino Impastato (sia detto con certezza) comprese questo. Denunziò. Fece controinformazione (in parte nota, in parte andata perduta). Forse comprese qualcosa di più specifico di quanto la stessa Commissione sia riuscita, dopo tanti anni, a comprendere. Certamente, per questo, fu ucciso. La mafia non poteva correre il rischio che diventasse consigliere comunale, che acquistasse rappresentatività politica, che "usasse" le istituzioni come laboratorio di controinformazione ed amplificazione delle denunzie. Peppino Impastato sarebbe stato eletto (anzi, fu eletto) in un partito come Democrazia Proletaria che aveva, comunque, strutture, giornali, rilevanza nazionale e peso istituzionale, per quanto esiguo. Il coraggioso componente di un coraggioso gruppo di persone capace di inchiesta ed animato da utopia trasformatrice, stava per coprire il ruolo di rappresentante politico locale, di articolazione di una strategia nazionale. In questo senso, il lavoro, della Commissione, come ha affermato il sen. Figurelli, va considerato "un caso molto rilevante, forse il primo, compiuto dalla Commissione Antimafia, di ricerca autonoma, di documentazione, di informazione e controinformazione su un importante delitto politico/mafioso, a torto per troppo tempo dimenticato. Sarebbe auspicabile -conclude sen. Figurelli- che per altri importanti delitti politico/mafiosi si facesse quest'opera di scavo, di ricostruzione".
E' una proposta che la Commissione fa propria e osa rilanciare a tutto il Parlamento, come recupero di una memoria storica, ritessitura di una trama lacerata che non è solo doveroso omaggio al passato ma segno "forte" di un impegno contro le mafie sempre più qualificato ed inserito in un percorso di democrazia progressiva e di Stato di diritto.
In questa relazione, pur su un tema aspro, su un terreno su cui si sono sviluppate forti emotività, la Commissione mai ha anteposto tesi preconfezionate alle verifiche critiche. E' stata tentata un'operazione di grande meticolosità, anche filologica. Di questo va reso grande merito alle testimonianze della mamma, del fratello, dei familiari tutti, delle compagne e dei compagni di Peppino Impastato; così come alla ricerca attenta, documentata, coraggiosa di Umberto Santino e del centro di documentazione da lui costituito e diretto, che riveste tuttora certamente un ruolo storicamente rilevante di osservatorio ed analisi delle mafie.
BREVI OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Non era stato affidato alla Commissione il compito di definire, di giungere a conclusioni su ogni aspetto della complessiva vicenda. La finalità del lavoro era specifica, limitata; importante, peraltro. La Commissione ha lavorato, senza tesi pregiudiziali, su documentazioni, testimonianze, audizioni. Partendo da una domanda incalzante sul piano storico, oltre che giuridico: perché la realtà processuale che è oggi all'esame della Corte d'Assise di Palermo è giunta 22 anni dopo il delitto? L'indagine ha, cioè, dovuto "nominare", ricercare, "qualificare" l'anatomia di una deviazione, un depistaggio che non ha permesso di giungere subito all'individuazione dell'omicidio. Come sempre avviene nelle inchieste condotte con serietà, molte sono state le domande emerse, i punti oscuri da chiarire; non a tutte le domande vi è stata risposta esauriente. Sembra, comunque, sufficiente la messa a tema delle questioni, soddisfacente il filo di lettura offerto. Niente di più, ma niente meno. Mai, forse, è da sottolineare, nella storia del Parlamento italiano, la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafie e delle altre associazioni criminali similari, ha dovuto indagare su una vicenda così specifica e nel corso del relativo processo penale. L'inchiesta della Commissione si è svolta su un piano del tutto autonomo e distinto dall'indagine penale; nessuna influenza reciproca vi è stata, mai nessun condizionamento si è configurato. Era ben diverso l'oggetto delle due attività. La Commissione si è posta, infatti, l'obiettivo di dare doverosamente conto, al Parlamento ed al Paese, delle ragioni, delle cause dei ritardi, delle omissioni -del "DEPISTAGGIO", per usare il termine, forte ma motivato, adoperato dal giudice dott. Caponnetto- verificatisi nel corso delle indagini, fin dalle prime ore successive all'uccisione di Giuseppe Impastato. La Commissione ha, cioè, dovuto destrutturare un vero e proprio teorema (la morte del terrorista incauto e, alternativamente, la morte di un suicida) costruito su una assoluta UNILATERALITA' e PREGIUDIZIALITA' della tesi SCELTA (senza che venisse sottoposta ad alcuna verifica dei fatti, delle prove, degli indizi) dalle persone che hanno diretto le indagini fin dal momento del rinvenimento dei resti dilaniati di Giuseppe Impastato. Obiettivo, quello della Commissione che, ovviamente, non coincide con l'oggetto del procedimento penale, volto esclusivamente ad accertare la fondatezza della pretesa punitiva dello Stato nei confronti di coloro ai quali il Pubblico Ministero imputa la responsabilità dell'omicidio di Giuseppe Impastato. Si osserva come il quadro processuale, oggi compiutamente delineato, con l'accusa di omicidio mafioso rivolta a Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo, era stato sin dal primo momento indicato dai familiari e dai compagni di Giuseppe Impastato. Era stato indicato, reclamato, "gridato", nell'isolamento, anche politico, quasi assoluto: troppe forze politiche sottovalutarono gli avvenimenti, limitandosi inizialmente ad una neutra e quasi notarile richiesta di "piena luce" sulla morte del "giovane Impastato". Tanto più, allora, è oggi importane rilevare l'impegno corale della Commissione, negli ultimi due anni, nella ricerca della verità.
La responsabilità della mafia nell'omicidio è sempre indiscutibilmente emersa nel processo tutte le volte che i magistrati hanno voluto verificare gli elementi indicati o addirittura messi a disposizione della Autorità Giudiziaria dai compagni e dai familiari di Giuseppe Impastato, quasi un'opera di SUPPLENZA rispetto alla DOVEROSA attività della polizia giudiziaria e della magistratura inquirente, rilevatasi del tutto carente o assente.
Quell'opera, come si è visto, comincia subito dopo la scomparsa di Peppino Impastato e prima addirittura della notizia della sua morte: inizia con la frenetica, preoccupata ricerca dell'amico scomparso e prosegue, poi, con la raccolta affettuosa e disperata dei suoi resti, offerti, insieme alle tracce del suo sangue rimaste impresse sul pavimento del casolare, agli inquirenti che, pure, le AVEVANO VISTE ed IGNORATE.
Dall'esposto-denuncia della matrice mafiosa dell'omicidio, presentato a 48 ore dal fatto, l'11 maggio 1978, ai reperti e alle informazioni fornite agli inquirenti; dal promemoria presentato dal Giudice Chinnici -vero e proprio programma di lavoro istruttorio, puntualmente coltivato con significativi risultati dal giudice istruttore- alle articolate richieste di riapertura delle indagini dopo la prima conclusione e la seconda archiviazione, tutti questi momenti segnano e determinano le sorti della vicenda processuale seguita alla morte di Giuseppe Impastato.
Solo con l'intervento del giudice istruttore Chinnici, tuttavia, la verifica della ipotesi mafiosa, oramai formalizzata dal Pubblico ministero Domenico Signorino, si inquadra in una prospettiva organica.
L'assassinio di Rocco Chinnici determinò, purtroppo, una interruzione del lavoro istruttorio che fu ripreso, ma oramai solo per le conclusioni, da Antonino Caponnetto il quale scrisse la sentenza istruttoria allegata a questo atto parlamentare.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le indagini successive della Procura di Palermo completano il quadro degli elementi probatori sui quali sarà chiamata ad esprimersi la magistratura giudicante di Palermo.
L'istruttoria parlamentare di questa Commissione offre della vicenda una visuale storica e processuale per certi aspetti anche diversa e nuova rispetto alle acquisizioni proprie della sede giudiziaria.
L'istruttoria parlamentare compiuta sul "caso " Impastato evidenzia nelle pubbliche istituzioni e anche in molte espressioni del mondo politico e sindacale, oltreché della società civile, un profilo assolutamente inadeguato alla comprensione delle dinamiche di sviluppo del potere mafioso nella zona.
La diversa lettura della vicenda del "giovane Impastato", non già come fallito attentato o suicidio, ma omicidio e omicidio di mafia, è reclamata dai familiari e dai soli ristretti gruppi politici della sinistra c.d. extra parlamentare, senza che questa rivendicazione di verità coinvolga e raccolga il consenso convinto e la immediata mobilitazione di quelle stesse forze politiche e sindacali che avevano fatto della lotta alla mafia la bandiera della propria identità in Sicilia e in Italia.
Se ciò accade, com'è accaduto, significa che la sottovalutazione del fenomeno mafioso non ha riguardato solo ristretti apparati repressivi e giudiziari ma anche, in alcuni casi e contesti, le rappresentanze dei soggetti protagonisti dello sviluppo sociale e civile del Paese, dai partiti ai sindacati, dal sistema della informazione alle istituzioni locali.
Di fronte ad una mafia che si evolve nella scelta degli interessi da perseguire e nelle alleanze da stringere sul territorio, ad una mafia che comprende la insopportabile pericolosità di Peppino Impastato e ne decide la eliminazione, vi è uno Stato che non è capace di comprendere quegli intrecci, che decide di non indagare contro la mafia e di non ricercare, nel territorio della mafia, gli esecutori e i mandanti di quel delitto.
La linea scelta dalle Istituzioni nell'accertamento delle cause e degli autori dell'assassinio di Giuseppe Impastato è il frutto di un atto positivo di volontà, di una precisa e consapevole scelta, non di un atteggiamento negligente o di una colposa inerzia degli apparati dello Stato. Una scelta consapevole che va giudicata con rigorosa severità.
In questo caso si è scelto di non vedere la sfida della mafia, si è voluto lasciare inesplorato quel territorio, benché gravi e concordanti fossero i segnali che si trattasse proprio di omicidio di mafia.
Non avere compiuto alcun atto di indagine e processuale in questa direzione, per un lasso di tempo troppo lungo, non è solo un esempio di sciatteria e di superficialità professionale di un gruppo di funzionari dello Stato che si accontentano di quel che poteva apparire la chiave risolutiva del fatto (il biglietto col proposito suicida), ma costituisce il risultato di una decisione lucidamente assunta dai poteri dello Stato, nel contesto di una percezione istituzionale del fenomeno mafioso e della sua evoluzione assolutamente riduttiva e culturalmente non adeguata al grado di sviluppo della organizzazione mafiosa che operava a Cinisi e dintorni in quegli anni.
La scelta di non attaccare la mafia in questo specifico caso va dunque ascritta non solo alla asserita (quanto errata) prevalenza tecnica della ipotesi del suicidio-attentato (prevalenza addirittura considerata assorbente, benché significativamente contrastata da precise emergenze immediatamente rilevate nelle indagini di polizia e in quelle della magistratura inquirente) ma va ascritta anche a ragioni più di fondo, di un orientamento culturale e istituzionale allora dominante e che aveva avviluppato tutti gli organi dello Stato intervenuti nella vicenda, in una analisi carente e limitata, con conseguenti iniziative parziali e sbagliate, che mai avrebbero portato ai risultati di giustizia vanamente richiesti dai familiari e dagli amici.
D'altra parte la lettura della deposizione del dott. Martorana, offre elementi precisi per capire quale fosse il grado di comprensione del fenomeno mafioso nella visione di un magistrato che ebbe per un anno intero la responsabilità della procura della Repubblica di Palermo.
Deve ritenersi accertata da questa inchiesta parlamentare la ingiustificatezza tecnica e istituzionale delle decisioni che, nelle diverse sedi investigative e giudiziarie, hanno caratterizzato l'evoluzione del "caso Impastato".
In conseguenza, l'inchiesta parlamentare non può, quindi, escludere, sulla scorta di quanto innanzi detto, specifiche collusioni tra apparati dello Stato e la cosca mafiosa di Cinisi così come non può escludersi che la mancata acquisizione al novero delle ipotesi investigative, dell'omicidio a causale mafiosa, abbia trovato ragione nei rapporti tra quella cosca e segmenti delle istituzioni con essa compromessi.
Questa relazione ha già illustrato, nella prima parte, quanto grave fosse il contesto dei rapporti tra mafia e strutture statuali nella prima parte degli anni '70. Lo ha fatto citando una fonte ufficiale, le nette ed inequivocabili affermazioni della relazione firmata dal presidente CATTANEI nel 1971: "per anni magistrature, polizia, organi dello Stato e forze politiche hanno troppo spesso mostrato di ignorare l'esistenza della mafia". Anche in quegli anni vi sono stati certamente comportamenti coraggiosi e risoluti da parte di organi dello Stato ma prevalevano le gravi responsabilità dei pubblici poteri: scarsa coscienza della gravità del fenomeno mafioso, tolleranza che, troppo spesso, diventava connivenza. Da qui alla pregiudiziale unilateralità e al "depistaggio", nel delitto Impastato, il passo è breve, molto breve. Anche perché Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un "sistema di relazioni" tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti; un "sistema di relazioni" che, in quegli anni, può essere rinvenuto anche in alti territori, teso, spesso illusoriamente, alla cattura, per via "confidenziale", di alcuni capimafia, all'apporto che queste "relazioni" potevano dare ad alcuni filoni di indagine o, comunque, ad una pacifica "convivenza" per un tranquillo controllo della zona. La materialità del "depistaggio" prese forma, quasi con naturalezza (una naturalezza devastante per lo stesso Stato di diritto), a Cinisi, in un giorno del 1978, quando fu ucciso un giovane valoroso e coraggioso, Giuseppe Impastato. Quell'omicidio fu, allora, un "impaccio", di cui liberarsi immediatamente, catalogandolo come suicidio o infortunio di un terrorista, al di là di ogni palmare evidenza.
Questa Commissione ha voluto che quell'omicidio uscisse dal cono d'ombra, riscrivendo la grammatica di un'inchiesta, descrivendo l'anatomia di una "deviazione", per l'appunto.
E', forse, una operazione modesta; che non guarda, però, solo alla risistemazione della memoria storica (compito, comunque, niente affatto inutile e superfluo) ma, come esile filo di speranza, alle future generazioni.
Peppino Impastato, infatti, con la sua splendida narrazione umana, dimostrò, nei fatti, il suo spirito di libertà e di ribellione, la ricchezza del suo modo di far politica. Peppino agì in una fase di transizione storica, dopo la fase del movimento contadino e bracciantile, di cui ereditò identità e caratteristiche, riversandole in forme nuove, innovative, di inchiesta sul territorio, di denunzia. Fu un sessantottino meridionale, che seppe comprendere, da avanguardia, l'uso sociale e di controinformazione della radio autogestita, del concerto, del cinema, della musica. Peppino seppe coniugare radicalità ideale, grande rigore morale e politico, con la capacità di satira, anzi di sberleffo, di demitizzazione della sacralità della figura del capo mafia nel territorio. La sua satira su "Tano Seduto" è metafora di radicalità, coraggio, modernità.
Peppino è stato, oggi, finalmente, restituito al suo ruolo storico; non solo vittima della mafia, ma organizzatore sociale e politico del movimento contro la mafia; organizzatore di contadini in lotta, organizzatore di giovani che andavano conquistando un sapere critico, abbattendo il conformismo scolastico. La storia, la vicenda di Peppino non sono un amarcord, una nostalgia del passato; ci parlano, infatti, della mafia di oggi; alludono ai suoi processi di globalizzazione e di finanziarizzazione, al liberismo che abbatte ogni controllo sulla circolazione dei capitali, che sente come impaccio ogni vincolo, ogni trasparenza, ogni controllo di legalità e di legittimità. Quella di Peppino non fu, per questi motivi, un'antimafia chiacchiericcia, di parata; fu un'antimafia difficile, vera, profondamente sociale. Non lo abbiamo dimenticato. Gli abbiamo reso giustizia storica. Il dono per noi più bello è stata la frase soffiata dolcemente, in un abbraccio commosso, da mamma Felicia: "con il vostro lavoro, mi avete resuscitato Peppino".
Relatore Giovanni Russo Spena