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Immigrazione
clandestina: condannato a 9 anni e 3 mesi un agricoltore di Cavour |
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| eco del chisone 24.09.09 | ||
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Prometteva lavoro in
cambio di migliaia di euro Dai due testimoni
marocchini una lezione di coraggio e dignità: «Abbiamo fiducia nella
giustizia» CAVOUR
- Li allettava con la promessa di un contratto di lavoro e un regolare
permesso di soggiorno. In cambio, cinque-sei-settemila euro. Un
meccanismo che giovedì 17 settembre, in tribunale, è stato spiegato nei
minimi particolari da due (coraggiosi) testimoni. Gli unici tra decine di
altri, forse centinaia, finiti nella stessa rete. Il primo Jaouad C.,
marocchino, classe '73, una laurea in Giurisprudenza e un sogno: diventare
notaio. Ad
inizio 2000 Jaouad in Marocco lavora in uno studio notarile. Guadagna sui
200 euro al mese, ma gli servono soldi per il praticantato. Gli dicono che
in Italia di lavoro ce n'è. Nel 2003, tramite un'amica, conosce Mario
Bertinetto. Uno che in Marocco vanta contatti ed aziende agricole. Lo
incontra in un bar di Rabat e qui Bertinetto gli fa la sua offerta:
seimila euro in cambio di un lavoro in una cascina di via Stella, a
Macello. Jaouad ci sta e gli consegna mille euro in contanti. Mesi dopo,
gli versa il resto. Il 19
dicembre 2004 il giovane arriva in Italia e in pullman raggiunge Cavour. E
qui l'amara sorpresa: il lavoro non c'è e non c'è neppure Bertinetto. «Il
suo telefono era sempre spento, impossibile contattarlo». Neppure i
campi c'erano, perché l'azienda agricola che compariva sulla richieste di
autorizzazione rilasciate dalla Direzione provinciale del lavoro di Cuneo
altro non era che un rudere. La Gibet di Barge, questo il nome della
società, era intestata ad un anziano prestanome, ormai deceduto. Così
Jaouad inizia una forsennata girandola di lavori saltuari, ma alla fine
del 2005 il suo permesso di soggiorno scade e lui, aspirante notaio
disposto a raccogliere frutta per pagarsi gli studi, diventa un fantasma:
clandestino a tutti gli effetti. Disperato ma indomito, si rivolge alla
Camera del lavoro della Cgil di Pinerolo che, col segretario Fedele
Mandarano, nel gennaio 2007 porta la sua storia all'ex-ministro Paolo
Ferrero e pochi giorni più tardi in Procura. Jaouad
ottiene un permesso temporaneo di soggiorno "per motivi di
giustizia" perché la sua testimonianza può risultare preziosa nel
procedimento che nel frattempo era stato aperto nei confronti di
Bertinetto. «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina»: con
questa accusa l'agricoltore era infatti già stato arrestato il 18 aprile
2002. Quel giorno nella sua casa di Cavour i militari avevano trovato un
faldone contenente 106 contratti di lavoro intestati a marocchini, cui poi
se aggiunsero altri per complessivi 163 nominativi. Decine
e decine di storie: tutte identiche. Un sistema di cui Bertinetto era lo
sfacciato manovratore: prima e dopo il 2002, come il racconto di Jaouad ha
dimostrato. Storie
che possiamo solo ipotizzare, perché di quei disperati si sono perse le
tracce. Uno solo ha avuto il coraggio di denunciare e presentarsi in aula.
Lui è parecchio più anziano di Jaouad e non sa neppure leggere e
scrivere. Per testimoniare in aula a Pinerolo giovedì ha lasciato ad
Arezzo quattro figlie. La moglie l'ha accompagnato nel viaggio in treno. Davanti
ai giudici Giannone, Pochettino e Salerno ha raccontato (in arabo) la sua
storia, che ricalca quella di Jaouad e dei molti suoi connazionali
sfruttati da gente senza scrupoli. Ha raccontato che Bertinetto, solo
pochi mesi fa, l'ha raggiunto ad Arezzo, l'ha minacciato e poi gli ha
promesso molti soldi se avesse ritirato la denuncia. Lui, A.M. classe '56,
che a Bertinetto aveva consegnato seimila euro in un bar di Casablanca
dove quello era solito presentarsi con un pacchetto di contratti
fotocopia, ha detto «no». Quei soldi li ha rifiutati, perché ha «fiducia
nella giustizia italiana». Anche se di Bertinetto ha paura: «È
un trafficante di contratti, uno che sfrutta le persone». E anche se
di quei soldi avrebbe potuto aver bisogno. Ma ha prevalso la dignità: «Voglio
che la causa vada avanti». Chapeau. Un bell'insegnamento per
tutti noi, codardi per molto meno. Lo
stesso spirito che ha animato Jaouad: «Sono rimasto in Italia sperando
che fosse fatta giustizia». La
Corte non ha tradito le loro attese: Bertinetto (assente come già le
altre udienze) è stato condannato a 9 anni, 3 mesi e 15 giorni di
reclusione, più il pagamento di una multa da due milioni e mezzo di euro.
Quindicimila euro per ognuno dei marocchini che avrebbe fatto entrare in
Italia col suo mega raggiro. Almeno per quelli dimostrati. A nulla gli è
valso chiedere il rinvio del processo per motivi di salute, appellandosi
ad una fantomatica "sindrome vertiginosa Ndd" (cioè non
diversamente diagnosticata). Tra
90 giorni avremo anche le motivazioni di una sentenza davvero esemplare,
ben più pesante dei sei anni chiesti dal pm Francesco La Rosa. Il
difensore, Cristina Botto, grintosa ma in chiara difficoltà, ha già
annunciato l'appello. Lucia
Sorbino |