Ibrahim M'Bodj

05.12.2009- manifesto
  •    di Giorgio Salvetti - MILANO
    LAVORO E RAZZISMO - L'operaio senegalese reclamava tre mesi arretrati
    Chiedeva il salario, ucciso dal padrone
    Ucciso con nove coltellate per 500 euro. Ibrahim M'Bodj era il fratello del presidente del comitato centrale della Fiom. Il carpentiere per cui lavorava in nero e che lo ospitava in casa sua non lo voleva pagare, sostenendo a sua volta che non era stato pagato dai committenti. In una lite l'uomo ha assassinato il giovane senegalese e ha abbandonato il cadavere
    Ucciso a coltellate e gettato nei campi dal datore di lavoro per 500 euro non pagati. È finita così la vita di Ibrahim M'Body, 30 anni, senegalese, fratello di Adama M'Bodi, dirigente della Fiom di Biella. Ad ucciderlo è stato Michele D'Onofrio, 37 anni, carpentiere e piccolo artigiano edile. L'uomo ha confessato ed è agli arresti nel carcere di Vercelli con l'accusa di omicidio.
    Il corpo di Ibrahim M'Body è stato ritrovato mercoledì in tarda mattinata da due agricoltori in un canale di scolo nelle risaie intorno a Ghislarengo, nel vercellese. Il cadavere era stato ripulito dal sangue e solo la perizia del medico legale è riuscita ad individuare le 9 ferite di coltello sul petto della vittima e, sempre il medico legale, ha stabilito che il decesso di M'Bodi risaliva a 48 ore prima dal ritrovamento del cadavere. Il nucleo investigativo dei carabinieri di Vercelli che si è occupato del caso, solo dopo qualche tempo, è riuscito a identificare la salma dalle impronte digitali e a quel punto ha puntato le indagini nel biellese dove M'Bodi viveva e lavorava. Così gli inquirenti, coordinati dal procuratore di Vercelli, Giorgio Vitari, sono riusciti a risalire a Michele D'Onofrio. Lo hanno fermato e dopo poche ore di interrogatorio l'uomo ha rilasciato una piena confessione, prima davanti ai carabinieri e poi davanti al pm assistito da un avvocato d'ufficio.
    Ibrahim M'Bodi fino a qualche mese fa viveva a casa del fratello sindacalista Adama, poi se ne sarebbe andato e avrebbe trovato ospitalità proprio dall'amico D'Onofrio. L'uomo, oltre a vitto e alloggio nella sua casa di Zumaglia, un paese vicino Biella, gli avrebbe offerto anche di lavorare insieme per un compenso di pochi quattrini. M'Body, secondo gli inquirenti, da ottobre non era più in regola con il permesso di soggiorno. I carabinieri riferiscono che non gli sarebbe stato rinnovato per via di alcuni piccoli guai con la giustizia legati agli stupefacenti. Sempre il nucleo investigativo di Vercelli riferisce così la versione rilasciata da Michele D'Onofrio. L'assassinio sarebbe dovuto ad un raptus avvenuto nel corso dell'ennesima lite fra i due. Una lite scoppiata per questione di soldi. Ibrahim M'Body, infatti, chiedeva continuamente a D'Onofrio che gli pagasse 500 euro, frutto di 50 giorni lavorativi in nero in cantieri edili, perché avrebbe voluto utilizzarli per abbandonare l'abitazione offertagli dal suo occasionale datore di lavoro e raggiungere dei parenti in Francia. D'Onofrio sosteneva di non poterlo mettere in regola in mancanza del permesso di soggiorno e di non poterlo pagare perché a sua volta non veniva pagato dai committenti. Riteneva che il lavoro svolto da M'Boni fosse già stato ripagato dall'ospitalità che gli aveva offerto. A questo punto, secondo il piccolo imprenditore, M'Body si sarebbe tanto arrabbiato da impugnare un coltello. D'Onofrio avrebbe perso la testa e avrebbe reagito. Essendo esperto di arti marziali, D'Onofrio sostiene di essere riuscito a disarmare M'Body e in un impeto di rabbia di averlo accoltellato. Poi lo avrebbe caricato in macchina e lo avrebbe scaricato nei campi. Quando è stato catturato ha dichiarato semplicemente: «Sapevo che mi avreste preso». Dopo aver firmato la sua deposizione ha indicato agli investigatori dove avrebbero potuto recuperare l'arma del delitto che era nella casa di Zumaglia.
    Il fratello di Ibrahim, Adama M'Body, ha dichiarato di essere a conoscenza dei problemi che c'erano tra i due. Si era offerto di invitarli nel suo ufficio per risolvere amichevolmente il contenzioso. Aveva anche tentato di raggiungere per telefono il padroncino di suo fratello, il quale però avrebbe tagliato corto rispondendogli che aveva altro da fare. Appena saputa la notizia dell'uccisione di Ibrahim, Adama ha subito pensato che fosse coinvolto nella vicenda il datore di lavoro di suo fratello. E non si sbagliava. Nei prossimi giorni verrà effettuata l'autopsia, anche se le indagini sul caso, almeno nella fase preliminare, sono ormai chiuse.
    I sindacati edili di Cgil, Cisl e Uil di Biella hanno rilasciato un comunicato congiunto. «Fatti di inaudita gravità come questo - scrivono - rientrano in un clima generale di imbarbarimento, con la possibile aggravante dell'odio razziale. I diritti dei lavoratori sembrano non avere più cittadinanza e se il lavoratore è extracomunitario, possono sollecitare le reazioni più estreme». Per questo hanno convocato una manifestazione mercoledì prossimo alle 10 davanti alla prefettura di Biella. Ieri in serata è arrivato anche il comunicato della Segreteria nazionale della Fiom che «si stringe a fianco di Adama
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  • INTERVISTA   |   di Sara Farolfi
    IL FRATELLO SINDACALISTA
    «Una barbarie, prodotta dalla crisi che attraversiamo»
    Adama M'Bodj è sotto shock. Ha appreso della morte del fratello Ibrahim dai carabinieri, poi dal segretario della camera del lavoro di Biella. Fino a luglio con Ibrahim, arrivato in Italia nel 2001, ha condiviso lo stesso appartamento. Adama è in Italia dal lontano 1979, trent'anni, «e in trent'anni - dice - non ho mai visto nulla di simile». A Biella fa il sindacalista, è il segretario generale della locale Fiom e anche presidente del comitato centrale dei metalmeccanici Cgil.
    Al telefono, quasi balbetta, non riesce a darsi pace. E parlando il dolore si impasta e si mescola alla rabbia: «Se ti dicono che tuo fratello è morto, che è caduto da chissà quale impalcatura, è uno shock, ma così no, non è possibile, non per un salario di un milione al mese, non nel 2009... è incredibile, dire che è una cosa da barbari è dire poco».

    Ibrahim è stato ucciso perchè chiedeva al suo padrone lo stipendio che non riceveva da mesi?
    Quando me l'hanno detto, ho pensato ad altro. Non riuscivo a crederci e nemmeno ora riesco a farmene una ragione. È stato il suo stesso padrone a confessare che erano i soldi la ragione, e con la sua ammissione i carabinieri hanno chiuso le indagini. Ibrahim chiedeva il salario e lui glie lo negava, lo ricattava. Poi l'ha ammazzato abbandonando il suo corpo in mezzo alla campagna. Mio fratello era arrivato in Italia nel 2001, ha vissuto con me fino a luglio, facendo tantissimi lavori, come falegname, in un ristorante, nell'edilizia, nel tessile artigiano, anche come giardiniere ha lavorato.

    Che rapporti c'erano tra tuo fratello e il suo datore di lavoro?
    So che uscivano insieme, il padrone gli aveva affittato un piccolo appartamento vicino a casa sua, ma io non l'ho mai conosciuto. Era una piccolissima impresa artigiana, erano solo loro due, poi magari se c'era più lavoro diventavano quattro o cinque, ma non di più.

    Tu sei un dirigente sindacale: credi che quello che è successo faccia parte del clima di tensione che, con la crisi, va esacerbandosi nel paese?
    Sono in Italia da trent'anni e non ho mai sentito nulla del genere. Questo è sicuramente un prodotto della crisi profonda che stiamo attraversando. Ma è anche il prodotto della mentalità dei piccoli imprenditori, o perlomeno di coloro che pensano di potere decidere della vita e della morte delle persone. Non riesco a spiegarlo diversamente. Ma i giornali non gli hanno dato molto spazio, si parla molto di minareto sì, minareto no, e di una tragedia come questa. E questo riguarda tutta la classe politica, senza distinzioni di appartenenza. Bisognerebbe invece cercare di dare altre risposte, anche il sindacato deve farlo.

    A cosa ti riferisci?
    Non so avanzare con precisione una proposta in questo momento, così però non può continuare. Poteva toccare ad altri, è toccato a me. Ma non è solo una tragedia personale, è qualcosa d'altro, qualcosa che chiede risposte

 

di Gianni Rinaldini *
Ibrahim non fa notizia
Il segretario Fiom Rinaldini scrive ai direttori dei giornali «L'immigrato ucciso dal padrone, risorsa umana dismessa»
Egregio Direttore,
qualche giorno fa, in provincia di Biella, un ragazzo è andato dal suo datore di lavoro per chiedere che gli venissero pagati tre mesi di stipendio arretrato: qualche migliaia di euro che si era guadagnato onestamente, lavorando tutti i giorni e facendo quindi ciò per cui era stato assunto. Forse ne è nata una discussione, forse il ragazzo e il datore di lavoro - un artigiano - hanno litigato, forse si sono insultati, non sappiamo. Ciò che importa è che il datore di lavoro lo ha ucciso con nove coltellate, ha forse chiesto aiuto a qualcuno di fidato, ha caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio di una macchina e lo ha scaricato sulla riva di un torrente, nella vicina provincia di Vercelli. Il datore di lavoro si è così disfatto di «qualcosa» che in quel momento risultava essere inefficiente e antieconomico per la sua impresa edile: un peso morto.
Il corpo del ragazzo è stato poi trovato senza vita dalla polizia ed è stato quindi identificato dai suoi familiari. Il ragazzo si chiamava Ibrahim M'Bodj, aveva 35 anni, era originario del Senegal e lavorava in edilizia. Il datore di lavoro ha ammesso di averlo ucciso. Sì, il ragazzo era un immigrato, uno di quei tanti uomini e donne che decidono di lasciare il proprio paese alla ricerca di condizioni di lavoro e di vita migliori. Uno di quei tanti che sperano di trovare un lavoro che gli permetta di avere una prospettiva di vita dignitosa, che possa garantire un futuro migliore a se stesso e ai suoi familiari; un lavoro che possa garantire una prospettiva di vita, appunto. Ibrahim ha trovato condizioni di lavoro che gli hanno dato la morte. Ibrahim non ha trovato un datore di lavoro, ma un padrone con potere di vita e di morte su di lui.
Ibrahim era un ragazzo normale come tanti altri. Ibrahim non era un eroe, e quando è andato a chiedere che gli venissero pagati i tre mesi di stipendio arretrati pensava di andare a chiedere solo ciò che gli spettava legittimamente. Di certo non pensava che quelle sarebbero state le ultime ore della sua vita. Di certo non pensava di fare niente di eccezionale. Per tre mesi si era arrangiato e aveva aspettato, ma a quel punto - dopo novanta giorni senza stipendio - doveva continuare a vivere, doveva fare qualcosa, e ha deciso di chiedere all'artigiano per cui lavorava ciò che gli spettava, niente di più.
La ferocia della reazione del datore di lavoro è purtroppo significativa del clima sociale e culturale del nostro tempo. Ma ciò che quasi ancor più ci colpisce di questo episodio è il fatto che i giornali, le televisioni, e in generale i mass media, se ne siano completamente disinteressati. Nei giorni successivi al ritrovamento del corpo di Ibrahim, quasi nessuno ha scritto o detto qualcosa su ciò che era successo, con pochissime eccezioni come nel caso del manifesto che ha scelto di dare rilievo a questa storia orribile. E allora viene in mente l'idea che, a parti rovesciate, si sarebbe forse mobilitato l'intero circo mediatico e che per settimane questo episodio sarebbe stato, giustamente, al centro delle riflessioni e delle analisi di politici, giornalisti, intellettuali e opinionisti vari, animando una fitta serie di dibattiti e discussioni.
Ibrahim, evidentemente, aveva una doppia sfortuna: era un lavoratore ed era un immigrato. Ibrahim era doppiamente invisibile, nonostante avesse un contratto di lavoro regolare e soggiornasse regolarmente in Italia da molti anni. Ibrahim non era uno qualsiasi: non era nessuno.
Per il suo datore di lavoro, probabilmente, Ibrahim non era un uomo in carne e ossa, dotato di una vita propria. Sì, certo, era umano, ma era una risorsa, una risorsa umana, alla pari o forse poco più importante delle risorse tecnologiche, di quelle energetiche o naturali, di quelle organizzative. E se una risorsa, anche se umana, non serve più, la si dismette, se ne fa a meno, la si scarica. Certo, per dismettere le risorse, ci sono modi civili e modi incivili, ma il concetto è sempre lo stesso.
A pensarci bene, questa è anche, e sempre di più, la logica costitutiva di quello che, non a caso, viene definito come il «sistema di management dell'immigrazione» degli Stati liberali (non solo dell'Italia). Primo: prendere le risorse umane che ci servono (qualche tempo fa si diceva di prendere gli immigrati che sono disponibili a fare quello che gli italiani non vogliono più fare, ma l'attuale crisi economica ha complicato un po' le cose). Secondo: essere ancor più ricettivi nei confronti delle risorse umane che possono contribuire a fare acquisire al paese un vantaggio competitivo nei settori produttivi strategici (gli immigrati con alte competenze professionali). Terzo: evitare l'arrivo delle risorse che non risultano utili o, nel caso in cui queste siano già presenti, reindirizzarle verso i paesi da cui provengono. Anche in questo caso, esistono modi civili e modi incivili di disfarsi di queste particolari risorse umane: le si può rimpatriare, se mai attraverso incentivi economici, ma si può anche buttarli a mare come le scorie radioattive.
Per quel datore di lavoro, Ibrahim era una risorsa da dismettere. Se si fosse trovato senza lavoro e senza la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno, Ibrahim sarebbe potuto diventare una risorsa da dismettere anche per l'intero paese Italia. Ma, evidentemente, è proprio così che è stato considerato da molti di coloro che fanno parte dei salotti televisivi, delle redazioni dei giornali e dei telegiornali. Un uomo che muore può fare notizia, una risorsa dismessa no. Se poi questa risorsa è straniera, anzi extra-comunitaria, è come se non fosse mai esistita.
Ci sono dei singoli avvenimenti che hanno la capacità di raccontare un dato assetto della realtà sociale quanto un'analisi statistica o un'inchiesta sociologica, se non addirittura di più. Rappresentano quello che sta accadendo in determinati tempi e luoghi, di sintetizzare il senso dei processi sociali e culturali che attraversano questi luoghi e tempi, e di svelare le logiche che sottostanno ai sistemi mediatici.
Sono passati più di vent'anni dall'assassinio di Jerry Maslow, un omicidio che tanto clamore e tanta indignazione suscitò nella società civile. Ciò avvenne anche grazie all'attenzione che i mass media del nostro Paese dedicarono allora a quell'episodio. L'impressione è che oggi, a venti anni di distanza, si sia tornati indietro di secoli.

* Segretario generale Fiom-Cgil