I partiti della nuova sinistra:
origini, sviluppo, epilogo.
di Diego Giachetti
da:
Dal movimento ai “gruppi”
Appena si
valica il Rubicone del ‘68 inteso come evento assoluto, metastorico, senza
spazio, luogo e tempo, si riscoprono, come sempre accade d’altronde nelle
vicende storiche, legami e continuità con quanto è avvenuto dopo,
rappresentato, in questo caso, dalla nascita dei gruppi della nuova sinistra.
Infatti, il passaggio dal movimento ai gruppi organizzati fu un fenomeno
sociale e politico che si poneva come prosecuzione di un percorso e di un
dibattito che aveva attraversato il movimento studentesco. I documenti prodotti
dal movimento studentesco nella varie sedi universitarie, le mozioni approvate
in occasione dei vari incontri nazionali, testimoniano, per chi ha la pazienza
di tornare a rileggerli, come fosse vivo e ben presente la discussione circa la
necessità di organizzarsi, di superare quelli che apparivano i limiti
dell’agire come movimento: l’informalità, la frammentarietà, il localismo dell’azione,
lo spontaneismo.
Tra
l’autunno del 1968 e quello del 1969 si formavano quelle che furono le
principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare in Italia nei primi
anni Settanta. Nell’ottobre del 1968 nasceva l’ Unione dei Comunisti Italiani
(UCI) con il giornale <<Servire il Popolo>>, nel dicembre del 1968
usciva a Milano il primo numero di <<Avanguardia Operaia>>
espressione dell’omonimo gruppo politico che aveva scelto come terreno
d’intervento e di reclutamento le fabbriche dentro le quali lavorava per
costruire i Comitati Unitari di Base (CUB). Il 1° maggio del 1969 usciva il
giornale <<La Classe>> che riuniva parte del cosiddetto filone
operaista italiano proveniente dall’esperienza di <<Classe
Operaia>> e prima ancora dei <<Quaderni Rossi>>. Nel giugno
di quell’anno veniva diffuso il primo numero della rivista <<Il
Manifesto>>, pochi mesi dopo i promotori dell’iniziativa furono tutti
espulsi dal PCI e si avviarono verso la costituzione di un’organizzazione
autonoma. Nell’autunno del 1969 il Movimento Studentesco della Statale si
delineava come gruppo autonomo.
Dopo
la lotta alla Fiat della primavera e gli scontri torinesi di corso Traiano del
3 luglio 1969, il 18 settembre usciva il primo numero di <<Potere
Operaio>> e il 1° novembre di <<Lotta Continua>>. L’uscita
dei due giornali era il seguito della decisione di procedere verso la
costruzione di organizzazioni politiche nazionali che coordinassero le
avanguardie operaie e studentesche.
Tali
organizzazioni si affiancavano ad altre già esistenti alla sinistra del PCI che
in quegli anni entravano in crisi, come la sezione italiana della Quarta
Internazionale, o conoscevano un notevole afflusso di militanti provenienti dal
movimento studentesco come nel caso del Partito Comunista d’ Italia
(marxista-leninista) (PCd’I m-l) fondato a Livorno nel 1966, che passava da
poche centinaia di militanti a qualche migliaio.
Per
molti gruppi una prima forma di aggregazione era rappresentata da un giornale,
una rivista, cioè uno strumento di comunicazione molto informale, non definito
attorno ad un progetto politico prestabilito, ma ancora da farsi, quasi un
raccogliere adesioni per una “linea” che era ancora da definire e da elaborare
collettivamente.
Inizialmente,
quindi, si presentavano come uno strumento di dibattito aperto che ben poco
aveva a che vedere con i consolidati organismi di partito, tipici della
tradizione socialista e comunista, che non si volevano più riprodurre temendo e
conoscendo, sovente per averli sperimentati di persona, i meccanismi
burocratici e autoritari che essi mettevano in moto.
Diverse,
molteplici e concomitanti furono le ragioni che impressero un deciso
orientamento verso l’organizzazione. La dimensione organizzativa poco
accentrata, localistica, fondata sull’assemblea di facoltà, sulle commissioni
di lavoro e sui gruppi di studio, tipica del movimento studentesco, appariva
inadeguata a fornire uno sbocco organizzativo al movimento di protesta e di
ribellione allo sfruttamento messo in atto dall’irrompere delle lotte nelle
grandi fabbriche del Nord, seguite immediatamente dall’estendersi degli
scioperi, delle agitazioni e delle occupazioni nelle scuole medie superiori.
L’incontro
avvenuto non senza difficoltà tra le lotte studentesche e quelle operaie aveva
reso chiaro ai partecipanti di allora che si aprivano prospettive di lunga
durata, che in Italia ciò che si era innescato, probabilmente, non si sarebbe
“bruciato” nel brevissimo periodo com’era accaduto per il maggio francese. Tale
consapevolezza ebbe un peso nel determinare la decisione di costruire
organizzazioni politiche strutturate. La paura che il movimento potesse essere
espropriato dei suoi obiettivi e delle sue forme di lotta, che se ne potesse
snaturare il carattere da parte dei riformisti, dei sindacati, dei gruppi
minoritari già esistenti e dogmatici, o che potesse essere riassorbito,
integrato, dalle istituzioni del potere, costituì un altro presupposto per
indirizzarlo verso soluzioni organizzative.
Anche
se era stato un “risultato non voluto” coscientemente, il movimento studentesco
aveva prodotto dei militanti, un’avanguardia politica numerosa “non più
disposta a rientrare nei ranghi della vita normale degli studenti e delle
carriere professionali”:
il passaggio dallo stadio del
movimento a quello del partito iniziò
così, senza una vera consapevolezza da parte nostra, ma piuttosto come il
risultato di una serie di eventi che avevano finito per incanalare la nostra
voglia di combattere in quell’unica direzione[1]
A
determinare, infine, l’urgenza dell’organizzazione contribuì il clima politico
e repressivo che si manifestò in Italia quasi parallelamente alle lotte
studentesche e operaie. Subito, a partire già dai primi mesi del 1969, si
assisteva, da parte del potere statale,
ad un uso sempre più massiccio e violento delle forze di polizia, che si
combinava con le azioni strumentali e non dei neofascisti e con quelle dei
corpi separati o deviato dei servizi segreti. L’anno 1969 si era aperto con i
fatti della Bussola di Viareggio dove lo studente Soriano Ceccanti era stato
gravemente ferito da un colpo di pistola sparato dai carabinieri.
Contemporaneamente la parte più reazionaria della magistratura ricorreva
ampiamente agli articoli del codice Rocco che ben si prestavano a colpire la
libertà di espressione, di associazione e di manifestazione: nel 1969 in soli
tre mesi, vennero denunciate oltre 13 mila persone: braccianti, operai,
studenti dipendenti comunali.
Il
1969 si concludeva con la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre,
strage che segnò una cesura nella storia dell’Italia repubblicana, in quanto
una parte consistente “dell’apparato statale passò consapevolmente
all’illegalità, si pose come potere criminale, continuando ad occupare
istituzioni vitali”; Piazza Fontana “semina e ingigantisce la paura del golpe”
diventa “snodo rilevantissimo della vicenda italiana”, rappresenta il passaggio
della repressione statale dei movimenti e delle lotte dalle “tecniche frontali,
ma firmate” a quelle “indirette e
occulte dei poteri di repressione, sicurezza e provocazione”[2].
La strage segnava una indubbia svolta politica, un cambiamento di clima
profondo per un’intera generazione, la quale
fu impressionata da due esperienze
vitali, forti e opposte: il ‘68 (e il 69 operaio) da una parte, e Piazza Fontana,
Pinelli, Valpreda dall’altra. L’allegria e la morte, la luminosità e il
torbido, la confidenza e la paura, la cordialità e il senso di persecuzione[3].
La
necessità dell’organizzazione nasceva dunque anche dal bisogno di proteggersi
dall’aggressione subdola da parte delle forze della repressione, dalle violenze
fasciste al pericolo di infiltrazioni poliziesche. La scelta do costruire delle
organizzazioni politiche fu vissuta non come un ripiegamento, ma come un
ulteriore avanzamento, un passo avanti, utile e necessario per conservare le
posizioni acquisite e per affrontare meglio il percorso rivoluzionario che,
allora, sembrava immediatamente davanti agli occhi dei protagonisti.
Dai “gruppi” ai partiti.
Perlomeno
nella loro fase iniziale, più che partiti le organizzazioni della nuova
sinistra erano dei veri e propri gruppi, intesi come associazioni informali,
senza regole, statuti di partito, suddivisione gerarchica dei compiti e delle
funzioni. Una sorta di nomadismo politico di massa caratterizzava questa fase
della militanza politica, molti quadri e giovani militanti del movimento
studentesco passarono con naturalezza da un gruppo all’altro, da un’esperienza
politica ad un’altra, da una “lettura” ad un’altra, in un susseguirsi caotico
di ricerca e di “abbuffamento” disorganico di politica, di teoria, di ideologia
(nel senso positivo del termine), prima di fermarsi in una specifica
organizzazione, oppure decidere che quel tipo di partecipazione non faceva per
loro. Un fenomeno che potremmo definire di “vagabondaggio” culturale, di
rapporti politici multipli e simultanei, che interessò una generazione liberata
dalle pastoie del cattolicesimo provinciale e parrocchiale e dalla cappa
pesante, ipocrita nella pratica, quanto sterile nell’elaborazione politica e
culturale, dello stalinismo. Si trattò naturalmente di un processo caotico, di
un procedere a tentoni, simile a una ricerca frenetica quanto disorganica e
disorganizzata.
Migliaia di giovani, soprattutto
studenti, costituirono la base sociale e militante dei gruppi della nuova
sinistra. Si prendiamo come riferimento, pur con le dovute cautele, le stime
circa il numero di militanti aderenti alle principali organizzazioni della
nuova sinistra nel loro periodo di maggior sviluppo, abbiamo immediatamente una
dimensione quantitativa di quello che fu un fenomeno sociale molto rilevante,
senza precedenti nella storia della militanza politica nel nostro paese nel
dopoguerra. Intendendo per
militanza la partecipazione continua alla vita politica dell’organizzazione si
può tentare di quantificare il fenomeno con i seguenti dati: il Partito
Comunista d’Italia (m-l) aveva dai 5 ai 10 mila aderenti, l’Unione dei
Comunisti Italiani anche, Potere Operaio 1000-1500, Lotta Continua 20 mila
circa, il Manifesto dai 5 ai 6000, Avanguardia Operaia dai 15 ai 18 mila, il
Partito di Unità Proletaria, sorto nel 1972, dopo lo scioglimento del PSIUP,
dichiarava, nel 1974, di avere 17500 militanti. Sommando questi dati otteniamo
una cifra compresa tra i 68 e gli 83 mila militanti. Ad essi vanno aggiunti
almeno alcune altre migliaia di aderenti ad altri gruppi, come ad esempio gli
anarchici, fino a formazioni politiche più piccole che andavano dalle poche
decine, a qualche centinaia di militanti, come nel caso dei trotskisti della
Quarta Internazionale o della Lega dei Comunisti. Quindi ipotizzare una cifra
superiore alle 100 mila persone coinvolte nell’attività politica dei gruppi
della nuova sinistra ci sembra ragionevole e sostenibile.
Molti dei gruppi nazionali che si svilupparono
nel 1969, come Lotta Continua, Potere Operaio, Il Manifesto, Avanguardia
Operaia, inizialmente avevano caratteristiche molto informali, molto
movimentiste. Nascevano senza un congresso costitutivo, non avevano statuti e
regole che definissero i criteri della militanza e gli obblighi degli iscritti.
Erano militanti tutti quelli che partecipavano in qualche modo all’attività
politica del gruppo, vigeva un sistema di gestione interna fondato su una
specie di partecipazione attiva e diretta, un’assemblea generale permanente che
si riuniva più o meno regolarmente, ma non eleggeva né dirigenti né segretari.
Diversa e
più articolata era l’origine e la costituzione dei gruppi dirigenti della nuova
sinistra, intesi come strutture di personalità formatesi attorno a precise
matrici culturali e diverse esperienze di lotta politica. Tre generazioni
politiche confluivano nelle formazioni della nuova sinistra[4].
La prima aveva iniziato l’attività
politica nella seconda metà degli anni cinquanta nelle federazioni giovanili
comunista e socialista, nelle associazioni universitarie e nel sindacato. Era
la generazione che più a lungo aveva partecipato intensamente e con continuità
alla vita politica dentro i partiti di sinistra o altre strutture di massa
organizzate. Nelle formazioni della nuova sinistra questo tipo di militante era
soprattutto presente in quelle organizzazioni che derivavano direttamente dal
PCI o dal PSI, come nel caso del Manifesto o del Partito di Unità Proletaria.
La seconda aveva iniziato il suo praticantato
politico negli anni Sessanta prendendo contatto con i gruppi minoritari (i
trotskisti di <<Bandiera Rossa>>, i <<Quaderni Rossi>>,
<<Classe Operaia>>, i marxisti-leninisti) o partecipando ad altre
esperienze culturali di avanguardia: riviste, cineforum, circoli culturali. A
differenza della generazione precedente, in questa risultava rilevante la
presenza di militanti cattolici provenienti da esperienze politiche maturate
nell’ INTESA universitaria, nella CISL e nelle ACLI. Essa si era formata in contrasto
e in polemica con le posizioni della sinistra tradizionale italiana,
avvicinandosi e nutrendosi di correnti di pensiero politico e sociologico
estranee alla tradizione del riformismo e confrontandosi con la nuova realtà
operaia del neocapitalismo del nostro paese. Questa
generazione era quella che aveva raggiunto la maggior presenza all’interno dei
gruppi dirigenti delle formazioni della nuova sinistra, denotando una spiccata
attitudine al dibattito teorico-politico e per la ricerca sul campo mediante
l’uso dell’inchiesta, riscoperta, prima ancora che dalla lettura dei testi di
Mao, dal gruppo dei <<Quaderni Rossi>> e da quanti erano stati in
qualche modo contaminati, già nella seconda metà degli anni Cinquanta, dalla
sociologia americana.
La terza generazione era quella del ‘68
i cui militanti si erano formati direttamente nelle lotte universitarie del
biennio precedente e in quelle operaie del ‘68-69. Meno omogenea delle
generazioni precedenti, la sua formazione politica e culturale presentava tuttavia
degli elementi comuni: la lotta nella scuola era considerata “un pezzo”
importante della lotta di classe in quanto incideva sul rapporto scuola-mercato
capitalistico; la lotta di classe in fabbrica e nella società in genere doveva
essere anche una lotta contro il principio gerarchico e autoritario del
comando; occorreva riconsiderare e rivedere la questione del rapporto tra
avanguardie e masse; non bisognava distinguere e separare la lotta economica da
quella politica, l’antifascismo dall’anticapitalismo e dall’internazionalismo.
I
partiti veri e propri della nuova sinistra presero forma nella prima metà degli
anni Settanta.
I
marxisti-leninisti. Il modello marxista-leninista, unito al
fascino esercitato dalla rivoluzione culturale cinese e dal maoismo, apparve
come una possibile soluzione, un modo per conciliare la spontaneità eversiva
con l’organizzazione. L’immagine che queste organizzazioni (il PCd’I m-l e
l’UCI) riuscirono per un breve periodo a dare, in una stagione politica di
ricerca dell’impegno militante, fu per un momento attraente. Di fronte a quello
che appariva il moto disordinato del movimento studentesco, essi proponevano
organizzazioni disciplinate; ad una ricerca politica, teorica e culturale ricca
dei più diversi apporti, ma anche caotica, essi proponevano sistemi teorici che
apparivano completi e definitivi.
Il
PCd’I (m-l) era stato fondato a Livorno nell’ottobre del 1966 e affondava
le sue radici teoriche e politiche nella diaspora marxista-leninista che aveva
cominciato a manifestarsi dentro e fuori il PCI a partire dal conflitto
Cina-Urss e dalla mai digerita denuncia dei crimini di Stalin condotta da
Krusciov al XX Congresso e ripresa con maggiore decisione nel successivo XXII
Congresso del 1961.
Il partito fra il 1966 e il 1968
conosceva una ininterrotta espansione, vi aderivano diverse migliaia di
militanti, le sedi in Italia erano un centinaio, dove il partito era più forte
era nel Veneto, nelle Puglie, in Toscana, Calabria, Campagna e Sardegna. Lo
spontaneismo, la critica alle strutture burocratizzate e al formalismo
dell’organizzazione politica coesistevano con l’esaltazione feticistica del
partito, guida indispensabile della rivoluzione, della militanza politica
intesa come assoggettamento gerarchico delle istanze inferiori a quelle
superiori. D’altronde era lo stesso maoismo che presentava elementi di
ambiguità e di duplicità presentandosi sia come momento di rottura con la tradizione
marxista-leninista, sia come continuità con essa, da cogliersi immediatamente
nell’uso di una determinata fraseologia e rappresentazione ritrattistica
sequenziale: Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao. L’afflusso di giovani
introduceva nel partito, gli elementi
che diedero vita al terremoto del 1968, quando l’organizzazione si spaccava in
due, la “linea rossa” e quella “nera” perdendo quell’influenza sul movimento
che aveva acquisito nei mesi precedenti.
In pieno fermento studentesco,
galvanizzati dal maggio parigino e dai primi evidenti segni di una ripresa
della lotta operaia con caratteristiche nuove e dirompenti, il 4 ottobre del
1968, a Roma, veniva proclamata la nascita dell’UCI. In procinto di trasformarsi in vero e proprio partito (il
Partito Comunista Italiano marxista-leninista), nel 1971 l’ UCI dichiarava di
avere 122 sezioni, 440 cellule, una presenza militante in 67 province, 100
funzionari, 250 agitatori e propagandisti; alle elezioni politiche del 1972 il
PCI m-l prendeva 85 mila voti.
Per molti dei partecipanti alle
lotte universitarie, il movimento aveva afferrato le loro vite, aveva sconvolto
e rivoluzionato il loro modo di vivere e di porsi nei confronti della società
capitalistica, borghese, consumistica. Il movimento aveva capovolto le consuete
relazioni interpersonali, era stato qualcosa di più profondo di una richiesta
politica di cambiamento, aveva sconvolto e rivoluzionato le esistenze. Di qui
un rifiuto dei partiti politici tradizionali e delle stesse formazioni
minoritarie della sinistra rivoluzionaria, che era il rifiuto di concepire la
politica come cosa separata dalla propria esistenza di individui protesi invece alla ricerca di nuovi
rapporti umani e sociali, collettivi, di gruppo, tra i compagni.
Il bisogno di trasformare la vita
quotidiana stava alla base di molte delle adesioni degli studenti all’
UCI. La crisi del movimento studentesco
nel 1968, i primi evidenti sintomi della nascita di un ceto di avanguardie
studentesche molto politicizzate che si separavano in parte da quella che era
state la base di massa del movimento degli studenti, il sentirsi marginalizzati
dal trionfo del leaderismo nelle assemblee universitarie, avevano creato una
situazione di disagio, di malcontento psicologico ed esistenziale, prima ancora
che politico, in strati studenteschi che si sentivano ormai orfani delle
occupazioni e del momento culminante dell’ascesa del movimento, e scarsamente
inseriti nelle dinamiche movimento-gruppi che stavano manifestandosi
palesemente sul finire di quell’anno.
Le lotte operaie del 1969 trovavano
l’ UCI incapace di svolgervi un ruolo attivo. Tra gli operai dei grossi centri
industriali avevano scarso consenso. La propaganda del maoismo e della
rivoluzione culturale cinese non era sufficiente per interessarli. Anche la
critica al sindacato risultava alla fine troppo generica, vuota e
propagandistica per attirare l’attenzione degli operai dei comitati spontanei
di base che animavano la lotta in quei mesi. La formazione di Potere Operaio e
Lotta Continua e il dinamismo che dimostravano davanti ai cancelli delle
fabbriche, il dibattito che si apriva attorno alla vicenda del Manifesto,
rimettevano in movimento l’area della sinistra extraparlamentare, determinando
nuovi e incrociati flussi migratori di militanti da un gruppo all’altro che
riducevano in parte le adesioni all’UCI.
Potere
Operaio. Lo sviluppo del movimento degli studenti
rappresentò un fertile terreno di ristrutturazione e di ridefinizione
organizzativa dell’area operaista italiana. Rilevante per lo sviluppo nazionale
di Potere Operaio fu la confluenza tra il Potere Operaio veneto emiliano e
l’area romana di Franco Piperno, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace.
Quest’area, assieme ad altri gruppi
presenti a Milano e a Torino, dava vita, nella primavera del 1969 al “giornale
delle lotte operaie e studentesche” <<La Classe>>, mentre l’altro
filone, raccoltosi soprattutto in Toscana aveva dato vita al giornale
<<Il Potere Operaio>>. Tutti questi gruppi ebbero una discreta
influenza nelle lotte operaie delle fabbriche del Veneto, del litorale toscano
e tirrenico, di Roma e in parte del Piemonte e della Lombardia.
Soprattutto
dopo la lotta alla Fiat nella primavera del 1969 emergeva sempre più la
necessità di dotarsi di una struttura organizzativa nazionale capace di
coordinare e dirigere le lotte che si preparavano in vista del prossimo
autunno, quello caldo, come verrà battezzato. Fallita l’assemblea delle
avanguardie e dei comitati operai autonomi, che si era tenuta a Torino il 26 e
27 luglio 1969, il 18 settembre 1969 veniva pubblicato il primo numero del
settimanale <<Potere Operaio>>.
Il passaggio da una fase che
potremmo dire movimentista, informale, disarticolata e molto legata alle
singole esperienze di lotta che si erano condotte nelle varie fabbriche
italiane, ad un’altra era, secondo Potere Operaio, una necessità imposta dallo
sviluppo della lotta operaia stessa. Occorreva una struttura organizzata, un
qualcosa di più di un giornale di agitazione. Nel documento conclusivo del
primo convegno di coordinamento delle avanguardie operaie, che si tenne a
Firenze il 12 ottobre 1969, si proponeva di costituire un coordinamento
nazionale della avanguardie per evitare gli errori di dispersione e di
localismo tipici del movimento studentesco. L’estensione delle lotte imponevano
non solo l’autonomia operaia, ma anche il bisogno di organizzazione, di
disciplina; occorreva quindi centralizzarsi, senza però acquisire la forma di
partito tradizionale. Si trattava di verificare se era possibile garantire una
unità di direzione senza ripercorrere le strade vecchie del burocratismo
sindacale e partitico.
Potere Operaio arrivava alla
dissoluzione del 1973 senza uno statuto, esso fu il primo dei gruppi nazionali
della nuova sinistra a sciogliersi. La fine dell’organizzazione fu vissuta da
buona parte dei suoi aderenti non come una sconfitta, ma come un processo di
crescita. La conflittualità di classe e l’antagonismo sociale che si
manifestava allora in ogni piega della società richiedevano, secondo molti
degli aderenti, una strumentazione e un’ articolazione organizzativa e
territoriale diversa da quello che era stato Potere Operaio. Da questa disintegrazione e
dall’incontro con la miriade di assemblee, collettivi e comitati autonomi che
l’esplosione delle lotte studentesche e operaie del ‘68-69 si erano lasciati
alle spalle, nasceva la cosiddetta area dell’autonomia operaia.
Lotta Continua.
Un “pezzo” della storia di Lotta Continua affonda le sue radici politiche e
culturali in una organizzazione operaista preesistente al movimento studentesco
che pubblicava a partire dal 1967 un giornale dal titolo <<Il Potere
Operaio>> e diffondeva 20 mila copie in tutto il litorale toscano. Dopo il maggio francese si
sviluppava il dibattito sull’organizzazione a partire da due relazioni, una di
Luciano della Mea e l’altra di Adriano Sofri.
Luciano Della Mea proponeva di
superare la frammentarietà dei gruppi e il localismo del movimento studentesco
mediante una sorta di federazione per giungere poi alla costituzione di un
nuovo partito. Diverso era il ragionamento di Adriano Sofri, il quale sosteneva
che la teoria leninista del partito, nella nuova situazione venutasi a creare
con lo sviluppo del capitalismo e delle società occidentali, non era più
riproponibile. La situazione era profondamente cambiata, come dimostravano le
lotte alla Fiat e il maggio francese; soprattutto, Sofri si soffermava a
cogliere le caratteristiche di quello che considerava l’elemento più inedito e
dirompente comparso sulla scena politica: il movimento studentesco. Esso era
stato “il primo movimento di massa con prospettiva rivoluzionaria non
controllato dalle organizzazioni tradizionali”; dal movimento era nata
un’avanguardia “interna” che aveva posto e in parte risolto due problemi: non
separarsi dalle masse costituendosi in partito di avanguardia, collegarsi con
gli operai “come direzione non esterna”, ma come incontro tra due settori
sociali, due movimenti autonomi in lotta contro il sistema.
La discussione si concluse con una
separazione consensuale e la fine dell’esperienza legata al giornale <<Il
Potere Operaio>>. Una parte,
quella più vicina alle posizioni espresse da Luciano Della Mea dava vita alla Lega dei Comunisti, l’altra
intersecandosi con l’esperienza trentina di Marco Boato e con quella torinese
di Luigi Bobbio e Guido Viale e con quella di componenti uscite dall’
Università Cattolica di Milano e di Pavia, dava vita a Lotta Continua dal nome
del giornale comparso il 1° novembre 1969.
Anche per Lotta Continua la data di
nascita assomigliava a tutto meno che a quella di un partito, non c’erano
strutture predefinite, non ci furono congressi costitutivi, ne tesi da leggere,
da discutere, da emendare e votare, ne statuti; non c’erano dirigenti
codificati, anche se nei fatti, praticamente, un gruppo dirigente si andava
formando. Le strutture organizzative erano essenzialmente di carattere
assembleare. Nelle sedi locali l’assemblea operai studenti; a livello nazionale
la riunione settimanale di collegamento tra le sedi, che aveva l’andamento di
un’assemblea a volte con la partecipazione di diverse centinaia di persone.
E’ stato calcolato che “oltre la metà
dei quadri espressi dal movimento studentesco passarono in quei mesi a Lotta
Continua”[5].
La crescita della nuova organizzazione fu abbastanza veloce ed omogenea su
tutto il territorio nazionale. Al convegno di Rimini dell’ aprile 1972 Lotta
Continua poteva già contare su 152 sedi in tutta Italia e trasformare in
quotidiano la testata. La crescita dell’organizzazione poneva sempre più il
problema di come strutturarsi all’interno di quello che ormai era considerato
da tutti un partito rivoluzionario. Il I Congresso nazionale si diede in merito
uno statuto che ricalcava quello del Partito Comunista Cinese, votò le tesi,
elesse gli organismi dirigenti e un segretario nazionale nella persona di
Adriano Sofri. Le strutture organizzative definite e messe in campo dal
Congresso e la forte identità di appartenenza non furono però sufficienti a
mantenere in vita l’organizzazione dopo il II Congresso nazionale, quello di
Rimini dell’ ottobre 1976. L’esperienza partitica fu velocemente liquidata con
motivazioni diverse dalle varie componenti interne, operai, studenti, servizio
d’ordine, femministe.
Il
Manifesto Nel
panorama dei gruppi della nuova sinistra il Manifesto rappresentava, rispetto
agli altri, un’anomalia. Pur avendo ricevuto dalle lotte operaie e studentesche
una spinta propulsiva, esso affondava le sue radici non in quel movimento, ma
in quella sinistra comunista che da alcuni anni non condivideva più la linea
del partito.
Nel giugno del 1969 veniva
pubblicato il mensile <<Il manifesto>> con articoli e contenuti
apertamente polemici nei confronti della linea del PCI. Pochi mesi dopo la
pubblicazione del mensile, il Comitato centrale del PCI, nel novembre del 1969,
decideva di radiare i promotori dell’ iniziativa. Qualificati e di un certo
livello furono i quadri e i dirigenti cacciati dal partito, da Rossana Rossanda
a Lucio Magri a Luciana Castellina, assieme ad un piccolo gruppo di
parlamentari, Massimo Caprara, Aldo Natoli, Eliseo Milani, Liberato Bronzuto e
Luigi Pintor.
Dopo la radiazione si aprivano i
centri di iniziativa del Manifesto i quali, nelle intenzioni dei promotori,
dovevano diventare luoghi di sperimentazione collettiva e occasione per
verificare le condizioni per una linea
politica comune con le altre giovani organizzazioni della nuova sinistra. I circoli del Manifesto diventarono
il punto di riferimento per tutti quelli che non avevano ancora definito una
propria collocazione nell’ambito dei gruppi della nuova sinistra, per quelli
che ancora si sentivano in una posizione di frontiera tra il PCI e la nuova
sinistra e volevano dibattere e discutere prima di compiere scelte definitive. In quest’ ottica venivano diffuse le
Tesi per il comunismo sul numero del
settembre 1970 della rivista. I militanti
del Manifesto in quel periodo erano suddivisi in un centinaio di centri di
iniziativa. Costituivano un aggregato abbastanza informale, senza molti
obblighi di disciplina, senza una precisa definizione della loro adesione e
senza meccanismi stabili per la formazione di una linea politica comune.
Solo dopo la scarsa rispondenza
trovata al progetto di unificazione proposto con le Tesi, il gruppo cercava, in
un convegno tenuto a Rimini nel novembre del 1971, di dotarsi di un minimo di
struttura organizzativa costituendosi come organizzazione autonoma. Nel
frattempo il 28 aprile del 1971 era uscito il primo numero dell’omonimo
quotidiano che ebbe subito un notevole successo di vendite. Non senza contrasti
interni, nel 1972, Il Manifesto decideva di presentare proprie liste alle
elezioni politiche anticipate e otteneva 224000 voti, pari allo 0,7% e nessun
eletto.
Avanguardia
Operaia. Anche per Avanguardia Operaia non esiste una data di nascita
precisa. L’origine del primo nucleo organizzato avvenne parallelamente
all’uscita dell’omonimo periodico, nel dicembre del 1968. Le radici del gruppo
vanno ricercate negli ambiti della sinistra interna la PCI milanese, nel lavoro
entrista condotto dentro il partito e la FGCI, secondo la strategia del Gruppi
Comunisti Rivoluzionari, la sezione italiana della Quarta Internazionale alla
quale molti dei fondatori di Avanguardia Operaia precedentemente avevano
aderito.
La cultura politica di riferimento
aveva una sua originalità, si distingueva infatti sia da quella marxista
leninista -pur valorizzando alcuni aspetti del maoismo e della rivoluzione
culturale- sia da quella operaista e di certa sinistra socialista, per il
recupero esplicito di un leninismo critico e rivoluzionario in aperta polemica
con le codificazioni staliniane e il parlamentarismo togliattiano. Decisivo per
la formazione del gruppo fu l’afflusso di forze militanti provenienti dal
movimento studentesco e il radicamento realizzato in alcune fabbriche milanesi
tramite i Comitati Unitari di base (CUB). Una discreta presenza operaia tra i
militanti era una delle caratteristiche che contraddistingueva, sul piano della
composizione sociale, Avanguardia Operaia dalle altre formazioni della nuova
sinistra.
Orientati a costruire un partito
rivoluzionario, quelli di Avanguardia Operaia non avevano fretta nel proclamarsi
tale, non intendevano né bruciare i tempi né saltare alcune tappe giudicate
indispensabili. Esse erano: la costruzione e l’allargamento dell’esperienza dei
CUB, la costruzione del movimento degli studenti, la formazione di quadri
rivoluzionari, stabilire rapporti di collaborazioni con altri gruppi politici
affini e aprire nuove “sezioni” dell’ organizzazione.
La strategia di procedere al
confronto politico e all’unificazione con gruppi affini, la cosiddetta area
leninista, dava i suoi risultati e alla fine del 1973 Avanguardia Operai
appariva ormai un’ organizzazione consolidata, con un impianto nazionale e con
un cospicuo numero di militanti. La struttura organizzativa, dopo una prima
fase semi assembleare, si era decisamente riorientata, già a partire dalla fine
del 1970, nel seguente modo: comitato direttivo, assemblea dei delegati di
cellula, cellule. Indicativo della crescita dell’organizzazione fu il passaggio
a settimanale di <<Avanguardia
Operaia>>, affiancata dalla rivista teorica <<Politica
Comunista>> e, infine, a partire dal novembre 1974, la pubblicazione del
giornale quotidiano <<Il Quotidiano del Lavoratori>>.
Il
Movimento Studentesco della Statale Nel 1969 era ormai
chiaro che il movimento studentesco, così come si era manifestato nei due anni
precedenti, era finito. Chi giudicò fallimentare la scelta di costruire
organizzazioni rivoluzionarie più o meno spontaneiste, operaiste o marxiste
leniniste, si orientò verso la conservazione del movimento studentesco, inteso
come espressione politica autonoma di un ceto sociale specifico, quello degli
studenti. Fu quanto decisero di fare la maggior parte degli aderenti al
movimento dell’ Università Statale di Milano. Nel 1976 esso si trasformò in
Movimento Lavoratori per il Socialismo. Nel 1979, per alcuni mesi, riuscì a
pubblicare quotidianamente la sua testata <<La Sinistra>>.
Il Partito
di Unità Proletaria. Nonostante i quasi 800 mila voti raccolti
alle elezioni del 1972 il PSIUP non raggiungeva il quorum in nessun collegio elettorale e quindi non aveva eletti in
parlamento. Il dato elettorale, vissuto come una sconfitta, accelerò il
processo di crisi interna portando allo scioglimento quasi immediato del
partito nel luglio del 1972. La maggioranza confluiva nel PCI, altri nel PSI, mentre circa il 20% rifiutava entrambe
le soluzioni. Questi ultimi, incontrandosi con quanti, dopo lo scioglimento del
Movimento Politico dei Lavoratori (MPL)
(gruppo cattolico sorto all’interno delle ACLI), non avevano aderito, come fece
la stragrande maggioranza, al PSI, decisero di dare vita al Partito di Unità
Proletaria, costituito nel novembre 1972. Forte inizialmente di circa 3-4 mila
militanti, cominciò a pubblicare un quindicinale dal titolo <<Unità
Proletaria>>, che poté contare subito su 5000 abbonati e 20000 copie
vendute. Discretamente radicato tra i lavoratori sindacalizzati, al nuovo
partito avevano aderito ufficialmente la corrente sindacale della CGIL di
Giovannini e Lettieri, assieme a dirigenti di prestigio nell’ambito della
storia della sinistra socialista italiana, come Foa e Miniati. D’altro canto
l’unificazione con gli ex del MPL vi apportò il contributo della sinistra
cattolica radicata nelle ACLI e nella CISL.
Dopo il 20 giugno 1976: la crisi della “triplice”
Nella
prima metà degli anni Settanta nella galassia delle organizzazioni della nuova
sinistra ne emergevano tre con un impianto nazionale e un certo radicamento
sociale tra gli studenti e gli operai delle grandi fabbriche. Si trattava di
Lotta Continua, Avanguardia Operaia e il Partito di Unità Proletaria per il
comunismo, sorto nel 1974 dall’unificazione tra il gruppo del Manifesto e la
componente ex PSIUP che non aveva accettato lo scioglimento del partito. In
questo periodo l’asse portante del lavoro politico delle tre organizzazioni era
dato dall’esigenza di formare il partito rivoluzionario. In concorrenza fra
loro, esse sapevano però anche sviluppare momenti di unità d’azione, di qui il
termine “triplice” che indicava la presenza di convergenze tattiche e la
capacità di indire manifestazioni comuni.
Nonostante
le discussioni interne, che a volte sfociavano in vere e proprie polemiche che
causavano un turn over non
indifferente non solo nella base, ma anche nei quadri intermedi e in qualche
quadro di direzione, queste tre formazioni politiche non solo sopravvivevano,
ma per tutto un periodo crescevano e si estendevano grazie all’ininterrotto
succedersi di nuovi movimenti di lotta che irrompevano sulla scena politica
italiana. Questo modello di accumulazione di militanti e di presenza politica
nel vivo dei movimenti si incrinava quando la situazione cessava di produrre
l’ascesa continua di strati oppressi, sfruttati ed emarginati sulla scena
politica e sociale, quando il movimento degli studenti, che rappresentava il
settore di base e di arruolamento principale, entrava in crisi e smetteva di
produrre militanza politica, quando, infine, irrompeva un nuovo movimento che
in nessun modo intendeva giocare il ruolo di rianimatore passivo delle
organizzazioni politiche, né intendeva essere strumentalizzato, cioè il
movimento delle donne.
A
questi elementi di crisi la “triplice” rispondeva tentando una precaria e
contorta ricomposizione su un terreno difficilissimi come quello
elettorale. Approssimandosi la data
delle elezioni politiche anticipate del 20 giugno 1976, spinti da una ricerca
spasmodica dell’unità elettorale da parte di settori cospicui di base delle tre
organizzazioni, fiorivano le illusioni sul milione e mezzo di voti a Democrazia
Proletaria, sul 51% dei voti alla
sinistra e sul crollo elettorale della DC con relativo superamento da parte del
PCI.
Dopo
una faticosa e lunga trattativa, finalmente Lotta Continua, che l’anno
precedente aveva criticato la presentazione alle elezioni del PdUP e di
Avanguardia Operaia nel cartello di Democrazia Proletaria, veniva inclusa nelle
liste di DP grazie alla mediazione di Avanguardia Operaia e di un pezzo del
PdUP (Foa e Miniati), contro il parere della componente ex Manifesto (Magri,
Rossanda, Castellina). Fra le principali componenti di DP ( al cartello avevano
aderito anche la Quarta Internazionale, il Movimento Lavoratori per il
Socialismo, la Lega dei Comunisti e altre formazioni minori) l’unità era
comunque meno che apparente: mentre il PdUP puntava su un risultato elettorale
che permettesse all’estrema sinistra di condizionare il PCI, Lotta Continua si
proponeva la gestione proletaria del 51% dei voti alla sinistra e Avanguardia
Operaia, più che al risultato elettorale, sembrava guardare al ruolo di
cerniera che poteva giocare tra gli altri due, guadagnando credibilità al suo
progetto di ricomposizione dell’area della sinistra rivoluzionaria.
Grande fu la delusione quando DP ottenne solo
550 mila voti, pari all’ 1,5%. Una delusione accresciuta da altri due elementi:
le sinistre non ottenevano il 51% dei consensi, la DC recuperava consensi,
guadagnando tre punti in percentuale e attestandosi al 38,7% dei voti. Quello
in cui si era sperato non era accaduto. Paradossalmente, per i militanti di
organizzazioni che si volevano rivoluzionarie e che avevano spesso e volentieri
criticato la relativa importanza del momento elettorale nel contesto della
lotta fra le classi sociali, era proprio la delusione riportata alle elezioni
che contribuiva a scatenare un processo interiore di crisi e di rimessa in
discussione del proprio operato ed agire politico.
Lo
scossone del 20 giugno non sempre favoriva una riflessione razionale sul perché
di quel risultato e su come attrezzarsi nella nuova situazione che si era
creata; prevalevano spesso spinte emotive, voglia di liquidare completamente
esperienze e storie di militanza faticosamente costruite negli anni precedenti.
Soprattutto in Lotta Continua il dibattito assumeva ben presto i toni tipici di
un processo di catarsi finale. Nonostante alcuni interessanti e ragionevoli
tentativi di discutere bene e a fondo, prevaleva al suo interno l’intenzione e
la voglia di cogliere la presunta svolta epocale, di “sparare” contro tutto e
tutti, evitando accuratamente di fare i conti con la propria storia, esperienza
e realtà circostante. Concepita e costruita spesso come “contenitore” di
movimenti, bisogni, aspirazioni ed ideologie diverse tra loro, uniti solo
dall’idea che nel breve periodo profonde trasformazioni rivoluzionarie si
sarebbero innescate nel nostro paese e che, in tale prospettiva, Lotta Continua
fosse lo strumento più idoneo per navigare in quelle acqua turbolenti, ora che
la prospettiva pareva sfaldarsi, rimandarsi nel tempo, si manifestava una crisi
di identificazione con l’organizzazione. Quest’ultima era concepita dai più
come uno strumento difficilmente utilizzabile nel nuovo contesto che vedevano
di fronte, se mai occorreva ritornare al movimento, purificarsi in esso. Molti
ex militanti di questa organizzazione, che si sciolse di fatto, senza dirlo
esplicitamente, al Congresso di Rimini dell’ ottobre 1976, vissero la comparsa
del movimento del ‘77 come una liberazione dalle vecchie strutture
organizzative e burocratiche dentro le quali si sentivano imprigionati.
Diverso
fu invece il percorso intrapreso dalle altre due organizzazioni che avevano
dato vita a DP. Meno legate all’immanenza del movimento del ‘68 e a quello
delle lotte operaie del ‘69, vissute da altri come l’apertura di un processo
rivoluzionario e breve termine, più radicate dentro la storia del movimento
operaio e quindi più portate a percepire il proprio percorso in una prospettiva
storica di non breve durata, pur recependo la delusione per i dati elettorali
del 20 giugno, approntavano anche elementi di analisi interessanti e ragionevoli. Il risultato di DP era mediocre, ma
non era da disprezzare in toto. Il dato metteva soprattutto in luce
l’inadeguatezza della forma organizzativa e della cultura politica della nuova
sinistra, la sua incapacità progettuale, occorreva quindi proseguire sulla via
del confronto tra le organizzazioni per superare vecchie divisioni,
consolidando il progetto unitario di Democrazia Proletaria intesa come il nuovo
strumento organizzativo col quale la nuova sinistra degli anni Settanta
intendeva servirsi per fare politica nella nuova situazione che si apriva dopo
le elezioni.
Ma
il ventilato progetto di unificazione fra PdUP e Avanguardia Operaia falliva
producendo scissioni in entrambe le
organizzazioni. La maggioranza del PdUP (Magri, Castellina, Rossanda) non
accettava la fusione, mentre la minoranza (Foa e Miniati) si univa al progetto
di costituzione di Democrazia Proletaria (DP) nel 1978 assieme alla Lega dei
Comunisti e ad Avanguardia Operaia, quest’ultima però pagava tale scelta con la
separazione della minoranza (Aurelio Campi) che si unificava col PdUP.
Pagato
il prezzo della crisi della militanza politica dopo il movimento del ‘77, alle
elezioni politiche del 1979 la nuova sinistra si presentava divisa: il PdUP,
assieme al Movimento Lavoratori per il Socialismo, raggiungeva il quorum ed eleggeva sei deputati, DP
confluiva invece nel cartello elettorale denominato Nuova Sinistra Unita il
quale non prendeva voti sufficienti ad eleggere deputati.
Lo sviluppo dell’area dell’autonomia
Negli
anni tra il 1975 e il 1976 l’area dell’autonomia conosceva uno sviluppo
sorprendente alimentandosi della crisi dei gruppi della nuova sinistra e dei
“nuovi soggetti sociali emergenti”, termine col quale si designava quello
strato giovanile fatto di studenti, precari, lavoratori in nero, giovani dei
quartieri periferici delle città. Di
fronte alla crisi di prospettiva e di progettualità politica delle principali
organizzazioni della nuova sinistra, l’area dell’autonomia presentava invece
una vivacità di elaborazione e di analisi teorica che la rendevano più forte e
ideologicamente più attrezzata ad interpretare e a collocarsi nella nuova fase
politica che si stava aprendo.
Non
è facile ricostruire la storia di quest’area politica, fatta di rotture,
ricomposizioni, nascita di collettivi e riviste; si consideri che tra il 1976 e
il 1977 nascevano 69 nuove testate con una tiratura complessiva di 300 mila
copie, di cui 288 mila vendute, stampate in nove regioni diverse d’Italia,
nelle città, ma anche in zone periferiche e di provincia[6].
La storia dell’autonomia appare infatti priva di un centro, si presenta
piuttosto come un insieme variegato di esperienze di lotta che spaziavano dalle
assemblee autonome che erano sorte nelle principali fabbriche italiane ai
circoli del proletariato giovanile, il tutto caratterizzato da una rete
organizzativa molto fluida che si intrecciava e si disfaceva in continuazione
intersecandosi in percorsi che portavano all’incontro tra i vari collettivi
senza mai produrre sedimentazioni stabili di aggregati politici nazionali.
Nei
primi anni Settanta una serie di scomposizioni e ricomposizioni ridisegnavano
la mappa politica e culturale dei gruppi e delle esperienze di lotta che non si
riconoscevano in nessuna delle organizzazioni maggioritarie della “triplice”.
Nel maggio del 1973 un cartello di organismi autonomi di base, sparsi un po’ in
tutta Italia, dall’ Alfa Romeo, alla Pirelli, alla Sit-Siemens, alla Fiat a
Porto Marghera, all’ENEL, al Policlinico di Roma, dava vita ad un coordinamento
delle assemblee e dei comitati autonomi pubblicando un apposito
<<Bollettino degli organismi autonomi operai>>. Contemporaneamente la crisi e la divisione di Potere Operaio,
dopo il congresso di Rosolina nel 1973, la decisione del Gruppo Gramsci di
Milano di sciogliersi e l’uscita di alcuni compagni milanesi da Lotta Continua
nel 1975, ridisegnavano la trama di quella che sarebbe stata negli anni
successivi l’area dell’autonomia.
Gli
ex lottacontinuisti di Sesto San Giovanni, assieme a quella parte di Potere Operaio
che non aveva accettato l’ipotesi di scioglimento e di confluenza nell’area
dell’autonomia, davano vita ai Comitati Comunisti per il potere operaio, meglio
conosciuti dal nome del loro giornale <<Senza Tregua>>, affiancato
dalla rivista teorica <<Linea
di condotta>> di cui uscì un
solo numero. A Milano attorno ad Oreste Scalzone nascevano i Comitati Comunisti
Rivoluzionari, mentre Antonio Negri, assieme a quelli dell’ ex Gruppo Gramsci
davano vita ad una nuova aggregazione che si riconosceva nel progetto politico
del giornale <<Rosso>>. Il collettivo romano di Via dei Volsci,
dopo essersi avvicinato a quest’aggregazione, si distaccava costruendosi un
proprio originale percorso dentro l’area dell’autonomia. Nello stesso tempo gli
ex militanti bolognesi di Potere Operaio (Franco Berardi, “Bifo” e Maurizio
Torrealta) davano vita ad una nuova aggregazione attorno a Radio Alice e alla rivista <<A/Traverso>>.
La
frantumazione dei percorsi era anche la risultante di sedimentazioni di culture
politiche degli anni precedenti. Nell’Italia Settentrionale era forte
l’influsso delle teorizzazioni operaiste e di Potere Operaio. L’elaborazione
teorica andava ricostituendosi attorno alla categoria di operaio sociale
cercando di coniugare la struttura organizzativa con lo spontaneismo dei
movimenti. I bolognesi si distinguevano invece per la loro vivacità culturale e
per l’adesione pressoché totale alle tematiche movimentiste intersecandosi con
l’ala creativa del movimento del ‘77. I romani di Via dei Volsci si orientavano
invece verso una struttura più rigida e militante con una cultura politica che
riprendeva alcuni aspetti del filone leninista-maoista.
Derive e approdi: l’epilogo dei partiti della nuova sinistra
La sconfitta del movimento del ‘77,
la crisi d’identità e di certezze che avevano intaccato la strutturazione
ideologica del militante della nuova sinistra, l’emergere della critica
femminista al “far politica”, il rapimento Moro, la recrudescenza del
terrorismo di sinistra, la repressione messa in atto dalle forze statali,
segnavano il quadro cupo entro il quale si dissolveva e si trasformava
un’esperienza politica e sociale che aveva coinvolto un’intera generazione per
un decennio. Scompaginata dagli arresti e dalla repressione l’area
dell’autonomia si “ritirava dalla vita” politica rinchiudendosi nelle prime
esperienze dei centro sociali, nei collettivi di quartiere, nelle redazioni di
alcune riviste. Democrazia
Proletaria, sopravvissuta alla sconfitta elettorale del 1979, si ricostruiva
come partito e come tale agiva nei difficili anni Ottanta, quelli del
decisionismo craxiano, della Milano da bere, dell’omologazione, del
consociativismo, della sconfitta alla Fiat nel 1980 e di quella riportata nel
referendum sulla scala mobile nel 1985. Scontenta e insoddisfatta, proprio
perché riteneva che il partito non fosse un fine ma uno strumento, dei suoi
circa 10 mila iscritti e dei suoi 7 parlamentari, nel 1991 si scioglieva per
confluire nel Movimento e poi nel Partito della Rifondazione Comunista. Il PdUP,
dopo aver consumato la rottura col giornale <<Il Manifesto>> e con
Rossanda e Pintor, nel 1984 si scioglieva e molti militanti rientravano nel
PCI.
Parallelamente un intero settore di
compagni e compagne della nuova sinistra cominciava a ridisegnare i suoi
percorsi politici e culturali, grazie al confronto con le tematiche sollevate
dall’emergente Partito Radicale (nel 1979 alle elezioni politiche aveva
ottenuto più del 3% dei consensi), dal manifestarsi dei movimenti ecologisti,
pacifisti e non violenti, oppure, ma con una certa caduta di tono e di stile,
civettando (e non solo) con i socialisti craxiani alla De Michelis e Martelli,
scambiandoli, magari, per socialisti libertari.
[1]L. Bobbio, “Prima di L.C.. Da Palazzo Campana il salto nella società senza centro”, supplemento al Manifesto del 26 0ttobre 1988
[2]Le citazione sono rispettivamente di M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p. 22-23 e E. Santarelli, Storia critica della repubblica, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 188.
[3]A. Sofri, Memoria, Sellerio, Palermo, 1990, p. 181.
[4]Siamo debitori di quanto scriveremo di seguito ad A. Mangano che ha sviluppato tale ipotesi interpretativa in un capitolo specifico (“La cultura dei gruppi dirigenti della nuova sinistra”) del suo libro, Autocritica e politica di classe, Ottaviano, Milano, 1978.
[5]Il Sessantotto. La stagione dei movimenti, a cura della redazione di “Materiali per una nuova sinistra”, Ed. Associate, Roma, 1988, p. 213.
[6]Per questi dati cfr., N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Sugar Edizioni, Milano, 1988, p. 345.