I
cantieri sociali della Cgil
Otto Camere del lavoro propongono un nuovo modello di
contrattazione territoriale
Nord e Sud uniti:
lo sviluppo non è solo quantità e la contrattazione territoriale, se guarda al
bene comune, smette di essere una parolaccia
MANUELA CARTOSIO- il manifesto 24-04-04
BOLOGNA
A Sasso Marconi otto Camere del lavoro, sei dei
Nord (Brescia, Lecco, Imperia, Torino, Reggio Emilia, Bologna) e due del Sud
(Cosenza e Matera), hanno discusso di contrattazione territoriale. Intendendo
per contrattazione territoriale l'esatto opposto di gabbie salariali, diritti
differenziati, contratti nazionali sempre più «leggeri». Premesso che «il
contratto nazionale non si tocca», la proposta è d'intrecciare in modo
«innovativo» la contrattazione di secondo livello, quella aziendale, con la
contrattazione sociale sul territorio. La prima, là dove si riesce a fare, non
va oltre il recupero salariale. La seconda si è impantanata in una miriade di
tavoli istituzionali, sempre più burocratici e inutili dopo i tagli agli enti
locali. Per superare queste due debolezze le otto Camere del lavoro propongono
di costituire su base comunale o provinciale un «fondo sociale», in cui far
confluire contribuiti delle aziende (l'1% del valore aggiunto), delle
Fondazioni bancarie, dei Comuni (una percentuale sui biglietti d'ingresso a
Fiere, spettacoli, manifestazioni sportive). In questo modo, dice Cesare
Melloni, segretario della Cgil di Bologna, «la comunità nel suo insieme
finanzierebbe il proprio grado di coesione sociale e il proprio sviluppo». Il
fondo sociale non è una novità in assoluto. All'inizio degli anni `70 la Fiom a
Bologna e a Reggio Emilia conquistò il contributo dell'1% delle aziende. Pur se
i tempi sono più difficili, si potrebbe riprovarci. Non per fare in nidi
«aziendali», sia chiaro. L'aziendalizzazione dell'intera società è il male che
il nuovo modello di contrattazione territoriale, imperniato sul «bene comune»,
vorrebbe curare.
Alla base del nuovo
modello di contrattazione territoriale c'è la critica a un'idea solo quantitativa
di sviluppo. E' questo che tiene insieme Camere del lavoro tanto diverse. Non
c'è un modello nordista da esportare al Sud, dice Dino Greco, segretario della
Cgil di Brescia. «E noi non siamo disposti a tutto pur d'avere lavoro e
sviluppo», dice Angelo Cotugno, segretario della Cgil di Matera. La Cgil ha
giustamente e per prima lanciato l'allarme sul «declino» industriale del paese.
Ora deve capire che per risalire la china non basta che torni il segno +
davanti al Pil. Deve riflettere su come è «composto» il Pil.
La critica dello
«sviluppismo» è stato il filo conduttore del convegno. E se Camere del lavoro
del Nord condividono quasi per intero la demolizione del dogma produttivistico
(Carla Ravaioli), apprezzano il nuovo meridionalismo comunitario (Mario Alcaro,
direttore di Ora locale), rubano a Gigi Sullo l'idea e la pratica dei «cantieri sociali»,
considerano l'acqua e i boschi della Sila risorse più importanti di due
capannoni in croce (Massimo Covello, Cgil di Cosenza) significa che la cultura
della Cgil è già cambiata. Questa rottura di paradigma, però, resta un
patrimonio di pochi e, soprattutto, stenta a tradursi in pratica contrattuale.
Perché il sindacato, ricorda Graziano Fracassi (Cgil Brescia), è legato «al qui
e ora». Non lo dice per accampare alibi. Anzi, proprio Fracassi indica i tre
«elementi» chiave per una contrattazione territoriale di qualità: «ruolo
pubblico nell'economia, produzione socialmente compatibile e culturalmente
consapevole». Li riprende nelle conclusioni Paolo Nerozzi (Cgil nazionale) e ci
fa un'aggiunta secca e perentoria: «le tasse non si possono diminuire».
Belle parole,
diranno i «pragmatisti». Questo è davvero parodossale, osserva Aldo Tortorella,
perché «i veri realisti siamo noi» che la crisi del neoliberismo la vediamo
dispiegata fino alla guerra preventiva e permanente. Chi la occulta, chi
continua a pensare che questo è l'unico mondo possibile è il vero irrealista.
Il realismo su cui batte Lucio Magri non è quello dell'analisi («la condivido
in pieno»), ma delle forze in campo. Dubita che la Cgil sia in grado di
sostenere da sola questa «svolta» culturale e nella pratica contrattuale.
Andrebbe accompagnata da un'analoga svolta della politica italiana e europea.
Che non c'è e non ci sarà neppure quando il centrosinistra tornerà al governo.
Sarebbe un passo avanti converge su alcuni punti di programma entro le prossime
politiche. Questa la lista di Magri: rifiuto di ogni intervento militare fuori
dall'Onu, abrogazione della legge 30, della riforma Moratti e della devolution
, una legge sulla rappresentanza sindacale, ridefinizione dei parametri del
patto di stabilità. Quel che si dice un programma «minimo»!