Ho Chi Minh

 

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La sinistra e la guerra

UN DISCRIMINE RICORRENTE
Giuseppe Chiarante  

1.Nel corso del Novecento l'idea di sinistra è quasi sempre apparsa collegata, nell'immaginario collettivo, con l'ostilità al militarismo e alla guerra e con l'aspirazione a rapporti di maggior uguaglianza e solidarietà tra i popoli di tutto il mondo. Basta pensare – per ricavare dal mondo dell'arte e della letteratura i primi esempi che vengono alla mente – ai grotteschi generali di Georg Grosz, alla drammaturgia di Bertolt Brecht, ai romanzi di Hemingway, a Guernica e alla colomba di Picasso: sono esempi che rendono immediatamente evidente quanto abbia contato quel collegamento non solo nell'opinione popolare, ma negli orientamenti e nell'emozione di più generazioni di intellettuali e artisti.
Tanto più sorprende, perciò, che il secolo si sia invece concluso in un clima ideale e politico assai diverso. La scelta dell'impegno per la pace non sembra più fare parte, oggi, del sentire comune di gran parte della sinistra. Un tempo le sole guerre che si consideravano giustificabili erano quelle difensive e per la libertà, come la guerra contro il fascismo e il nazismo; oppure le guerre di indipendenza nazionale, come le lotte dei popoli oppressi contro la dominazione coloniale. Nell'ultimo decennio, invece, sono venute esercitando un peso crescente, anche nell'opinione di sinistra, ideologie – un tempo non presenti – che giustificano un assai più ampio ricorso alla guerra: come la tesi della `guerra umanitaria', intrinsecamente contraddittoria e che tuttavia è stata tanto evocata in occasione dell'intervento nel Kosovo; o come la teorizzazione (è il caso odierno) della legittimità del ricorso al più micidiale apparato bellico, contro il popolo più povero del mondo, per perseguire un risultato – la sconfitta del terrorismo – che richiederebbe invece una ben diversa e assai più articolata strategia politica.
Come si spiega questo che può apparire come un vero e proprio rovesciamento di posizioni? Si tratta solo di un cedimento culturale e politico di gran parte dei gruppi dirigenti della sinistra dell'Europa occidentale, analogo a quello nei confronti dell'offensiva liberista? O il cedimento è il segno di un nodo non sciolto nel pensiero e nell'esperienza politica della sinistra europea? Su questo interrogativo vale la pena di approfondire la riflessione.
2. In realtà la questione della pace e della guerra, tanto più nel caso di un conflitto tra paesi del Nord e del Sud del mondo, è stato uno dei nodi più tormentati – al di là delle dichiarate aspirazioni alla pace e alla solidarietà fra i popoli – nella storia della sinistra del Novecento.
Non va dimenticato, innanzitutto, che anche prima dell'agosto 1914, che vide il cedimento dei maggiori partiti socialisti e il famoso voto a favore dei `crediti di guerra', l'impegno per la pace tante volte ribadito nei congressi della Seconda Internazionale riguardava essenzialmente, in realtà, l'ipotesi di un conflitto fra gli Stati dell'Europa capitalistica. In vista di tale eventualità il dibattito nel movimento socialista ruotava intorno a due tesi: la tesi di far ricorso, in caso di guerra, a tutte le forme di lotta sino allo sciopero generale per imporne la cessazione; oppure quella (minoritaria ma destinata ad aver fortuna perché era la tesi di Lenin e dei bolscevichi oltre che di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht) di fare appello alle masse per trasformare la guerra interimperialistica in guerra rivoluzionaria.
Assai meno radicali, ed anzi più sfumate e differenziate, erano le posizioni a proposito delle guerre e della dominazione coloniale. Sul colonialismo il socialismo della Seconda Internazionale aveva, in generale, posizioni molto possibiliste. Era assai diffusa una posizione scientista (e pseudoumanitaria) che considerava positiva la presenza delle potenze europee per favorire il progresso e la civilizzazione dei popoli degli altri continenti. Ma non mancavano altri atteggiamenti, dalla preoccupazione degli italiani che le guerre d'Africa sottraessero risorse indispensabili per lo sviluppo nazionale all'opposto orientamento dei laburisti inglesi, che consideravano le posizioni imperiali come un fattore di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori della madrepatria.
Alla base di questi orientamenti c'era in sostanza la visione evoluzionistica, prevalente nel marxismo della Seconda Internazionale, che portava a considerare indispensabile – sotto il profilo sia delle condizioni economiche sia di quelle civili e culturali – la maturazione dello sviluppo capitalistico (e dunque della società e della civiltà borghese) come premessa per il passaggio alla società socialista. Di qui il ruolo subordinato attribuito ai paesi meno avanzati e tanto più a quelli coloniali. Fu solo in Lenin e nei bolscevichi che cominciò ad affacciarsi, nei dibattiti seguiti alla fallita rivoluzione del 1905, l'idea che – a causa delle più stridenti contraddizioni fra progresso e arretratezza – la rottura rivoluzionaria potesse avere inizio più facilmente proprio in un grande paese che era ancora ai margini, come la Russia, dello sviluppo capitalistico: e ciò spingeva a guardare con un diverso interesse anche alle lotte contro il colonialismo e l'imperialismo particolarmente nei grandi paesi dell'Asia, dalla Cina all'India, dall'Iran al complesso del Medio Oriente.
Del resto, anche la svolta storica dell'agosto del 1914, contrassegnata dall'allineamento dei principali partiti socialisti ai governi borghesi dei rispettivi paesi, aveva in ultima analisi il suo fondamento in una visione evolutiva ed economicistica della storia, che si traduceva in una sostanziale subalternità al modello di sviluppo capitalistico-borghese. Ciò era particolarmente evidente nelle posizioni del partito socialdemocratico tedesco, che per rappresentatività politica e per autorità dottrinale era il vero partito guida dell'epoca. Dal dibattito e dall'elaborazione di quel partito emergeva infatti in modo abbastanza palese la persuasione che la crescita della forza politica ed economica della Germania era una delle condizioni (certamente non l'ultima) che aveva favorito la conquista di migliori condizioni di lavoro e di vita per la classe operaia e lo sviluppo numerico e organizzativo del sindacato e del partito. È sulla base di questa visione culturale e politica che si spiega ciò che altrimenti sarebbe incomprensibile: ossia la frana, di fronte alla guerra, di un impegno per la pace che sembrava incrollabile.
Cedimento al ricatto nazionalistico e chiusura europeistica verso i popoli coloniali avevano dunque, nel socialismo della Seconda Internazionale, una comune origine teorica e politica.
3. La rottura determinata dalla prima guerra mondiale provocò perciò nel movimento operaio non solo una spaccatura organizzativa pressoché irrecuperabile (la divisione tra socialisti e comunisti, destinata a prolungarsi per quasi tutto il secolo), ma modificò profondamente le posizioni così sul tema delle guerre come su quello dei rapporti tra il Nord e il Sud del mondo.
L'Internazionale socialista uscì dal conflitto e dalle lacerazioni da esso provocate duramente colpita. Un'effettiva ripresa di un suo ruolo internazionale si ebbe, fra le due guerre, solo con la politica dei Fronti popolari; e poi, dopo il secondo conflitto mondiale, quando divenne uno dei principali protagonisti, a partire dagli anni sessanta, delle politiche di Welfare in vari paesi dell'Occidente europeo e, nel decennio successivo, fra i promotori dell'iniziativa per nuovi rapporti tra l'Occidente e i paesi dell'Est. A lungo essa rimase, però, una realtà politica sostanzialmente limitata all'Europa occidentale. Il superamento di questa connotazione eurocentrica non fu certo favorita, nei primi decenni dopo la guerra, dal permanere nei partiti socialisti di posizioni subalterne agli interessi conservatori in materia di politica coloniale. Il problema – come è ovvio – riguardava praticamente solo la Francia e l'Inghilterra. Ma acquistò un valore quasi emblematico per l'intero movimento il fatto – per esempio – che proprio nella fase più dura e drammatica della guerra d'Algeria il partito socialista si trovò ad avere, a Parigi, le massime responsabilità di governo. E fu certamente significativo che a prendere la decisione di chiudere la pagine dell'esperienza coloniale furono, in Francia come in Inghilterra, più i partiti o gli uomini di destra – per esempio De Gaulle – che i partiti socialisti.
4. Assai diversa è invece stata – anche se non sono certo mancati aspetti fortemente problematici – l'esperienza compiuta nel corso del secolo dal movimento comunista. Tramontata rapidamente la speranza che il tracollo della Germania nella prima guerra mondiale potesse aprire la strada per un'espansione dell'iniziativa rivoluzionaria verso il cuore dell'Europa, sin dal 1920 così il tema della pace come quello dell'alleanza con i popoli in lotta contro il colonialismo assunsero un rilievo centrale nelle iniziative della Terza Internazionale.
Certo, così sull'uno come sull'altro piano l'iniziativa era fortemente condizionata da un legame molto stretto con l'obiettivo – considerato prioritario – di contribuire a difendere il `primo paese socialista', ossia l'Urss, dalle minacce controrivoluzionarie. È un fatto, però, che l'impegno per la pace del movimento comunista – fatta eccezione per la parentesi del patto tra Molotov e Ribbentrop, diretto soprattutto a ritardare l'attacco tedesco all'URSS – finì con l'essere, negli anni trenta, un potente fattore di coagulo del movimento mondiale di resistenza al fascismo e al nazismo; e, dopo la guerra, la lotta per la pace contribuì a consolidare un equilibrio fra i due blocchi e a rendere possibile una coesistenza che valse a scongiurare il catastrofico ricorso alle armi atomiche.
Anzi, proprio la natura di queste nuove armi portò il movimento comunista a modificare anche teoricamente le sue posizioni sul tema della pace e della guerra. Infatti, nella lettura del marxismo fatta da Lenin e da Stalin era rimasto un punto fermo la tesi che la guerra sarebbe stata alla lunga inevitabile fintanto che non fossero superati i rapporti capitalistici di produzione: la guerra era cioè intrinseca alla conflittualità e all'aggressività del capitalismo e dell'imperialismo. Nel dibattito che seguì alla morte di Stalin, nel 1953, maturò invece una posizione radicalmente nuova. Ossia che una guerra combattuta con le armi nucleari avrebbe potuto condurre non alla vittoria per l'una o per l'altra parte, ma alla distruzione della stessa civiltà umana: e che perciò, poteva e doveva essere evitata. I primi ad enunciare questa tesi furono – come è noto – Malenkov a Mosca, Togliatti fra i leaders comunisti occidentali: ma dopo qualche esitazione (Krusciev, per esempio, inizialmente la ripudiò) essa fu accolta da tutto o quasi il movimento comunista, diede nuova incisività al suo impegno per la pace e favorì, particolarmente nell'Europa occidentale del ventennio tra il sessanta e l'ottanta, la crescita di un vasto movimento contro gli armamenti atomici al quale parteciparono comunisti, socialisti, progressisti e pacifisti di vario orientamento laico o religioso. Fu questo, nel corso del secolo, il periodo in cui il tema della pace ebbe, in modo concreto, maggiore incidenza negli orientamenti della sinistra e non solo della sinistra, in Europa e nel mondo.
5. Quanto alla questione coloniale, sin dagli inizi degli anni venti essa divenne uno dei temi su cui più si concentrarono il dibattito e l'iniziativa dell'Internazionale comunista. Sul piano teorico era l'attenzione per le contraddizioni create, su scala mondiale, dallo sviluppo disuguale del capitalismo a indurre a guardare con particolare interesse alle potenzialità di lotta che si aprivano nei paesi coloniali. Sul piano politico era la dottrina leninista dell'imperialismo che portava a considerare i movimenti per l'indipendenza dal colonialismo – superando le remore eurocentriche della tradizione socialista – come una componente essenziale di uno schieramento rivoluzionario mondiale. Significativamente, perciò, già le tesi sulla questione nazionale e coloniale votate nel luglio 1920 dal secondo Congresso della III Internazionale vedevano nella lotta dei popoli coloniali, e in una certa misura anche nei movimenti di indipendenza nazionale a guida borghese (ma non nel panislamismo) un potenziale alleato del movimento comunista, da considerarsi non meno rilevante della classe operaia occidentale.
Questa scelta era destinata a diventare una costante nella politica dell'Urss e del movimento comunista, sia pure con non poche divergenze sulla sua concreta attuazione. In particolare la discussione che si aprì negli anni venti sulla questione cinese (ossia se l'appoggio dato al Kuomintang non si era ritorto a danno delle possibilità rivoluzionarie del Partito comunista cinese, colpito dopo i moti di Shanghai del 1927 da una feroce repressione) segnò l'avvio di un dibattito destinato a svilupparsi anche dopo la seconda guerra mondiale a proposito del ruolo delle borghesie nazionali e del maggiore o minore peso da dare all'elemento di classe nelle lotte di indipendenza dei popoli coloniali.
In ogni caso - almeno fino agli anni settanta: dopo vi furono vicende come l'avventura nel Corno d'Africa o l'occupazione dell'Afghanistan, che rovesciarono del tutto l'immagine dell'Urss anche nel Terzo mondo – due fatti appaiono indubbi. Il primo è che la piattaforma sulla questione coloniale adottata dalla III Internazionale sin dal 1920 assegnava al tema della liberazione dei popoli coloniali un rilievo che segnava una assoluta novità nella strategia del movimento operaio europeo e che non trovava alcun riscontro nelle posizioni via via assunte dall'Internazionale socialista. È utile ricordare, al riguardo, che questa organizzazione cercò di aggiornare la propria elaborazione su questo tema nel congresso tenuto a Bruxelles nel 1928; ma non andò al di là di una risoluzione che proponeva di distinguere fra paesi che potevano aspirare subito all'indipendenza, paesi che al più potevano rivendicare un'autonomia, paesi che in nessun modo erano in grado di governarsi da soli. Era una distinzione che non rompeva con le pregiudiziali ideologiche e politiche poste a giustificazione della dominazione coloniale.
Il secondo fatto è il ruolo storico determinante che prima il successo della rivoluzione in Russia, poi la vittoria dell'Urss nella guerra contro il nazismo, infine il contrappeso da essa rappresentato rispetto all'imperialismo americano, hanno esercitato concretamente nel corso del secolo – dopo la prima ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale – come stimolo e appoggio per la conquista dell'indipendenza dei popoli dell'Asia e dell'Africa. La vittoria della rivoluzione in Cina nel 1949, che modificava profondamente gli equilibri mondiali, e, pochi anni dopo, la Conferenza di Bandung del 1955 che, su basi fortemente progressiste, chiedeva la fine immediata del sistema coloniale, furono l'espressione più evidente del risultato positivo di questa politica.
Altri furono i limiti o gli aspetti negativi che caratterizzarono la strategia dell'Urss e del movimento comunista verso il Terzo mondo. Vi è da chiedersi innanzitutto perché sia fallito quasi ovunque il tentativo di dar vita a partiti comunisti nei paesi dei continenti extraeuropei. Le eccezioni sono la Cina, dove però Mao e il pur composito gruppo dirigente del Pcc ebbero la capacità di tradurre l'ideologia marxista e comunista in termini adeguati alla realtà e alla cultura cinese; e il Vietnam, dove Ho Chi Minh seppe coniugare strettamente comunismo e causa nazionale. Negli altri casi i partiti comunisti, che pure in diversi paesi dell'Asia erano riusciti in un primo momento a raccogliere un certo consenso, si andarono presto isterilendo, quasi come alberi trapiantati in un terreno non adatto. Appariva chiaro, in sostanza, che si trattava di esperienze legate a una dottrina politica – il marxismo – fortemente radicata nella cultura e nell'esperienza europea; e che era mancata la capacità di fare i conti con altre culture, da quelle del subcontinente indiano a quelle dell'Islam e del Medio Oriente. Ancor più sterili sono poi state le esperienze dei partiti socialisti africani, costruite sul modello del partito unico e sulla base delle borghesie locali e di potentati militari destinati ad essere prima o poi riassorbiti sotto l'egemonia del capitalismo occidentale.
Sostanzialmente connesso, almeno nei principi ispiratori, è l'altro limite che ha pesato negativamente sulla presenza sovietica nel Sud del mondo: ossia l'incapacità di proporre un modello di sviluppo che non fosse quello imperniato su una economia pianificata diretta da un potere statale autoritario. La crisi di quel modello (dimostratosi, del resto, incapace di evolvere positivamente nella stessa Urss) ha aperto la strada a fenomeni sempre più estesi di neocolonialismo, guidati da governi che sono espressione di una nuova borghesia `compradora' asservita agli interessi del grande capitale internazionale.
6. Conviene aprire una finestra, a questo punto, sull'esperienza della sinistra italiana: anzi, sull'indubbia specificità di questa esperienza, per quel che riguarda sia il movimento socialista, sia quello comunista. Si tratta di una specificità che si ritrova, ancor oggi, nell'ampiezza e nell'articolazione che caratterizzano, rispetto agli altri paesi europei, il movimento di lotta per la pace che si è sviluppato in questi giorni in Italia.
Ho già ricordato l'ostilità dei socialisti italiani (almeno nella loro maggioranza) alle imprese coloniali, a differenza dell'atteggiamento favorevole di altri partiti socialisti. Ma ancor più significativa fu la posizione di fronte alla prima guerra mondiale: non vi fu il cedimento al nazionalismo patriottico che si verificò in Germania, in Francia, in Gran Bretagna e la parola d'ordine «né aderire né sabotare» si prolungò nella partecipazione dei socialisti italiani alla Conferenza di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916) nelle quali si riunirono i settori del movimento socialista contrari alla guerra.
Questa tradizione di marcato impegno per la pace fu raccolta dai comunisti italiani: non solo nella fase culminante degli anni trenta, quando questo tema si intrecciò strettamente, di fronte all'inasprirsi della minaccia nazista, con quello della costruzione della più ampia rete di alleanze contro la politica aggressiva del fascismo e del nazismo; ma soprattutto dopo il ritorno alla democrazia in Italia, quando la costruzione di un largo movimento per la pace divenne uno degli obiettivi qualificanti della politica del partiti comunisti, con una peculiarità di accenti in cui si manifestava la crescente e sempre più netta autonomia rispetto al modello sovietico.
Ricordo, per brevità, solo due momenti particolarmente significativi di questa politica. Il primo riguarda il 1954: quando Togliatti non solo fu tra i primi leaders comunisti dell'Occidente a riprendere e rilanciare la svolta di Malenkov che metteva in discussione la tesi tradizionale dell'inevitabilità della guerra; ma soprattutto fece di quella nuova posizione la base di una proposta diretta al mondo cattolico per la ricerca di un'intesa volta a scongiurare una guerra combattuta con le armi nucleari, che avrebbe minacciato la stessa sopravvivenza della civiltà umana. Veniva così ripresa con forza, dopo il periodo più aspro della guerra fredda, quella linea del dialogo col mondo cattolico (o almeno con la sua parte più avanzata) che aveva già caratterizzato la svolta di Salerno del 1944 e che avrebbe avuto ulteriori sviluppi negli anni successivi, divenendo uno dei cardini della strategia del Pci.
Ma – ed è questo il secondo momento – i temi della pace e del disarmo (e assieme ad essi quelli di una rinnovata solidarietà tra i popoli e dell'`austerità' come connotato necessario di un diverso modello di sviluppo capace di rispondere in modo più equo ai bisogni dei popoli di tutto il mondo) divennero il fondamento della proposta di politica internazionale di Enrico Berlinguer: rivolta a cercare di porre in atto, assieme alle forze migliori del socialismo europeo, una sorta di terza via tra un'esperienza socialdemocratica subalterna al modello capitalistico e un'esperienza comunista ancorata al modello sovietico. Su queste basi Berlinguer riuscì, nella seconda metà degli anni settanta, a stabilire un'intesa con Willy Brandt, allora presidente dell'Internazionale socialista e con Olof Palme, vice presidente, attorno a una prospettiva che aveva come momenti essenziali – fra loro congiunti – da un lato la lotta per la coesistenza, per un progressivo disarmo nucleare, per una cooperazione tra Est e Ovest; dall'altro una politica concreta per il progresso economico, sociale civile dei paesi del Terzo mondo e per un'equa soluzione dei principali problemi internazionali aperti in quest'area, a partire dal conflitto israeliano palestinese.
Fu quello un momento alto per la politica della sinistra europea, così sul tema della pace come sui problemi del mondo già coloniale: un momento che ebbe il suo punto culminante nella grande giornata di lotta contro gli euromissili del 22 ottobre 1983, quando cinque milioni di persone – sia socialisti, sia comunisti, sia pacifisti delle più diverse tendenze – scesero in piazza in tutte le capitali dell'Europa occidentale per chiedere l'arresto dell'istallazione di armi nucleari tanto da parte degli Stati Uniti quanto da parte dell'Unione Sovietica.
7. Come si spiega – torniamo così alla domanda iniziale – che a solo vent'anni da quel momento storico, quando sembrava davvero prender corpo l'equazione fra scelta di sinistra e scelta per la pace e la solidarietà, l'orientamento si sia radicalmente rovesciato portando la maggioranza dei partiti dalla sinistra europea a un allineamento senza riserve con la strategia d'intervento militare del governo americano?
È chiaro che nel determinare questo rovesciamento molto hanno pesato e continuano a pesare i grandi mutamenti che sono intervenuti in questo periodo così nell'assetto politico ed economico mondiale come negli orientamenti culturali e nell'ideologia diffusa: dal crollo dell'Urss e del blocco degli altri paesi dell'Est, che ha significato il venir meno di ogni contrappeso alla supremazia degli Stati Uniti, al processo di globalizzazione che ha inasprito le disuguaglianze tanto all'interno dei paesi avanzati quanto fra questi e i paesi del Terzo e del Quarto mondo; dalla crisi delle politiche di Welfare alla grande controffensiva neoliberista che è prevalsa in Occidente negli ultimi vent'anni. Questi fatti hanno favorito la diffusione, a sinistra, di posizioni che confondono il necessario realismo politico con l'accettazione acritica dello stato di cose esistente; e che, secondo moduli che ammantano di storicismo le vecchie radici positivistiche ed evoluzionistiche della sinistra, accettano l'attuale modello di globalizzazione come la strada obbligata per giungere, alla fine, a un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche per l'intera umanità.
Tutto questo non avrebbe però avuto effetti così devastanti se non vi fosse, alle radici, una debolezza di fondo che – come abbiamo cercato di mettere in luce – percorre tutta la storia della sinistra del secolo scorso, così nella variante socialista come in quella comunista: ossia l'incapacità di costruire, tanto sul terreno delle finalità e delle scelte di valore come su quello delle esperienze pratiche, un'idea di sviluppo della società (anzi della civiltà umana) che vada davvero oltre la visione di un progresso essenzialmente produttivistico ed economicistico e che superi i limiti di un'esperienza politica e civile fortemente ancorata alla realtà dell'Occidente (che è – oltretutto – la realtà di una minoranza privilegiata).
Certo, nella situazione così drammatica in cui oggi ci troviamo, è in primo luogo necessaria una scelta politica netta e risoluta contro la guerra. Con la guerra, infatti, non si combatte il terrorismo: se mai, si aggravano le situazioni da cui esso trae alimento. La guerra, in realtà, è solo una scelta a sostegno della supremazia dell'imperialismo e a difesa dell'abisso sempre più profondo che separa i popoli ricchi dai popoli poveri del Sud del mondo: e che perciò dimentica (o finge di dimenticare) non solo le tragedie e le sofferenze che l'intervento armato direttamente o indirettamente provoca, ma la drammatica condizione di miseria, di ingiustizia, di oppressione in cui vivono miliardi di donne e di uomini.
Ma proprio per la gravità del cedimento a questa scelta, da parte della grande maggioranza dei gruppi dirigenti della sinistra europea, è dalle radici di questo cedimento (qui sommariamente richiamate) che, in un lavoro di più lunga lena, occorre ripartire: al fine di ripensare e ricostruire, sul piano ideale e su quello politico, i fondamenti di una posizione di sinistra che vada oltre l'orizzonte di esperienze ormai esaurite