Hiroo Onoda

 

Giappone, morto l’ex soldato
che per 30 anni ignorò la fine
della Seconda Guerra Mondiale

Hiroo Onoda si è spento a 91 anni in un ospedale di Tokyo. Ha trascorso
quasi tre decenni nella giungla delle Filippine in totale isolamento

«Un soldato non deve mai pensare alle cose, deve rispettare gli ordini». Hiroo Onoda era stato fedele a uno dei principi della ferrea disciplina della «Nakano Gakko», la scuola degli ufficiali dell’Esercito imperiale nipponico. Tanto fedele da «non chiedersi», in trent’anni di battaglia nella giungla dell’isola filippina di Lubang, se la Seconda guerra mondiale fosse finita, come ammise candidamente nel 1974, frastornato al ritorno in un Giappone rivoluzionato, senza più l’imperatore-divinità (con Hirohito sempre sul trono), rinato dalle macerie del conflitto e in pieno boom economico. 

 

L’ultimo tenente dell’Esercito imperiale, tra le decine di uomini («zanryu nipponhei») simbolo della perseveranza di chi è chiamato a combattere per l’imperatore, e arresosi solo «dopo l’ordine di fine combattimento» dell’ex comandante, il maggiore Yoshimi Taniguchi, è morto giovedì pomeriggio per infarto all’età di 91 anni in un ospedale di Tokyo dopo un breve ricovero. 

 

Onoda continuò la «sua» guerra nell’isola dove fu distaccato a 22 anni, nel dicembre 1944, richiamato dall’impiego in Cina presso una società di trading, malgrado la resa del Giappone del 15 agosto 1945, quando un intero popolo ascoltò per la prima volta alla radio la voce di Hirohito che ordinava di «sopportare l’insopportabile». Conosceva cinese e inglese, utili alle azioni di intelligence combinate agli ordini «di mantenere le posizioni, non commettere seppuku (il suicidio rituale, ndr) e aspettare rinforzi». 

Dopo l’arresto nella giungla dell’isola, nessuno lo convinse della sconfitta ad opera degli Stati Uniti: si presentò nella divisa tutta rattoppata e consegnò la katana, la spada di ordinanza, con un fiero saluto militare solo dopo i nuovi ordini del suo comandante arrivato appositamente dal Giappone. 

 

Raccontò di essere sopravvissuto con altri tre commilitoni a bombardamenti e attacchi delle truppe alleate: sempre all’oscuro della resa e valutati come «propaganda» i volantini sulla fine della guerra lanciati dagli aerei Usa e non solo, uno dei militari lasciò il gruppo nel 1949 e si arrese volontariamente. La diplomazia giapponese, informata dell’accaduto, decise di muoversi per il recupero dei superstiti. Altri due morirono in scontri a fuoco con polizia e residenti locali, lasciando Onoda unico sopravvissuto: il tenente, perdonato per essersi macchiato dell’uccisione di una trentina di «nemici», fu ricevuto dal presidente filippino Ferdinando Marcos e da sua moglie Imelda. 

 

Stessa accoglienza in una Patria stravolta e lontana anni luce dall’onore militare prebellico: il reinserimento, a 52 anni, fu traumatico. Decise nel 1975 di raggiungere il fratello in Brasile, dove si sposò e gestì una fattoria. Negli anni ’80 tornò in Giappone («vorrei morire lì», disse) facendo «qualcosa per gli altri». Aprì una scuola di sopravvivenza per insegnare ai ragazzi come accendere un fuoco con i bastoncini di legno e costruire ripari. Scrisse diversi libri e una popolare raccolta di memorie («Nessuna resa: la mia guerra di trent’anni»). 

«Ho vissuto in anni segnati dalla guerra - usava ripetere ai `suoi´ ragazzi - ma voi dovete aiutarvi, nessuno può stare da solo». Concetti raccolti in un libro pubblicato pochi mesi fa, «Ikiru» («Vivere»). Un inno alla vita divenuto un best-seller: il commiato dell’ «ultimo giapponese» dell’Esercito imperiale, entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo.