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- di Galapagos
CRISI-ITALIA
La generazione dei mai-lavoro
«La situazione è seria, ma le cose vanno meglio»; «stiamo meglio
di altri paesi»: solo un paio delle dichiarazioni correnti degli
esponenti di governo. La più infame però è quella che sostiene: «La
sinistra è felice della crisi per dimostrare che la destra non fa
nulla». Affermazione vera, ma solo a metà: l'azione del governo
soprattutto in tema di lavoro è disastrosa, ma nessuno è felice per
la crisi che colpisce i ceti meno abbienti e che si ripercuoterà
sulla vita delle persone ancora per molti anni, prima che si torni ai
livelli di Pil e di ricchezza pro capite antecedenti al governo
Berlusconi o che si profili un nuovo modello di sviluppo. Che la
situazione non sia affatto buona lo confermano alcuni dati diffusi
ieri. In Italia (e in Europa) la situazione non è tranquillizzante.
Il tasso di disoccupazione è inchiodato al 10% e oltre 23 milioni di
persone sono senza lavoro. La ripresa ancora lenta e fragile - fatta
eccezione per la Germania - e per ora non dà sollievo al lavoro.
Soprattutto quello giovanile: in Europa il 20% dei giovani non ha
lavoro e la percentuale in Italia cresce al 26,8%. Come dire: più di
un giovane su 4 è senza lavoro. Politiche attive per il lavoro non se
ne sono viste a parte l'elemosina concessa ai precari licenziati. La
mancanza di lavoro nel presente significa pensioni ancora più magre
per il futuro.
La crisi non ci piace perché con la crisi si sta modificando
ulteriormente la distribuzione dei redditi. Il riferimento non è solo
alla povertà relativa, ma a chi teoricamente non dovrebbero avere
ascolto in un «quotidiano comunista»: i ceti medi che oggi appaiono
i più colpiti dalla crisi. I riflessi di questa crisi si leggono
nella contrazione dei consumi soprattutto alimentari. Non siamo «consumisti»
incalliti, ma questa caduta delle vendite al dettaglio conferma quello
che appare un luogo comune: gli italiani stanno stringendo la cinghia,
anche se ricorrono sempre più frequentemente al risparmio e
all'indebitamento per cercare di mantenere a un livello minimo i
consumi essenziali. Ma torniamo al lavoro.
Il tasso di disoccupazione in Italia è inferiore a quella europea
solo grazie alla Cassa integrazion, un ammortizzatore sociale che non
è stato inventato da questo governo. Attualmente sono in Cig a zero
ore l'equivalente di 550 mila lavoratori, compresi i precari in deroga
che se rivedranno il lavoro sarà solo «in deroga» cioè un
precariato quasi a vita. La Banca d'Italia alcuni mesi fa ha fatto «inbufalire»
il governo sostenendo che se ai disoccupati ufficiali aggiungessimo
anche i lavoratori in Cig, il tasso di disoccupazione schizzerebbe di
circa 3 punti. «Fatevi gli affari vostri», fu la risposta sdegnata
del governo per questa invasione di campo che metteva in cattiva luce
l'Italia nei confronti internazionali. Bankitalia aveva e ha ragione:
gli stati di crisi di molte aziende fanno ritenere che in tempi brevi
per molti lavoratori la Cig si trasformerà in mobilità e, quindi, in
disoccupazione. La Confindustria ne è consapevole e più o meno
sottovoce lo riconosce.
C'è una debolezza strutturale del lavoro. E non solo quello
giovanile. Il tasso di occupazione in Italia è a livelli infimi: meno
del 57% (46% le donne) di chi potrebbe lavorare lo fa. E circa 3
milioni di lavoratori precari. Un fenomeno che sta esplodendo è
quello dell'inattività: sono 15 milioni le donne e gli uomini che non
lavorano e non si dichiarano disoccupati. Dentro c'è di tutto a
cominciare da chi vive di rendita (pochi); dalle donne (tantissime)
costrette al ghetto domestico dalla mancanza di servizi sociali e in
particolare di cura delle persone ai lavoratori in nero. Una politica
attiva del lavoro dovrebbe puntare a risolvere questi problemi. La
risposta, invece, è stata un taglio dei trasferimenti agli enti
locali. Il che significa il taglio delle prestazioni sociali o un
rincaro delle tariffe, ad esempio per gli asili nido. E questo
allontanerà ancora più donne dal mercato del lavoro.
Il tutto in un contesto già noto di «né-né» cioè di milioni di
giovani senza futuro che sono in età lavorativa o di studio, ma che
non fanno ne l'una né l'altra cosa e sono censiti in un limbo di
disperazione e di vita obbligata (altro che bamboccioni) in famiglia.
Una sinistra felice per una situazione di disgregazione sociale che
porta non al socialismo, ma al berlusconismo esagerato fatto di «Grande
fratello» e di improbabile vincite al superEnalotto, non è che
l'ultima bestemmia del governo.
Quattrocentomila
licenziati
Quattrocentomila…proviamo a chiamarli con nome e cognome e vediamo che effetto vi
fa. Sono i 700 in carne e ossa della Ixfin di Caserta, i 350 della Nokia-Siemens e i
1400 della Ex-Jabil entrambe in Lombardia, i mille della Finmek divisi tra il Veneto,
l’Abruzzo e la Campania, i 220 della Ritel di Rieti e gli 800 della Micron ad
Avezzano. Più o meno 4.500 che lavorano nel settore “apparecchiature elettriche”.
Lavorano? Ieri sì, oggi forse, domani forse no: sono tutti dipendenti di aziende a
rischio chiusura.
Già stufi dell’elenco? Fatevene una ragione: è un rosario lunghissimo, sgranarne ogni
grano sarà anche una penitenza. Ma una penitenza dovuta, se si vuole conoscere un po’
di verità. Settore “Prodotti per la casa”: rischiano il posto e lo stipendio i 120
della Cesame a Catania, i 550 della Nicoletti a Matera, i 450 della Saint Gobain a
Savigliano in Piemonte, i 650 della Ideal Standard a Brescia e in Friuli, i 1500
della Natuzzi a Bari. Settore della chimica: rischiano lo stipendio i 400 della
Portovesme a Cagliari, gli 800 della Ineos Vinils in Veneto, Romagna e Sardegna, i
300 della Montefibre a Venezia, i 450 della Nuova Pansac veneta, i 200 della Basell a
Terni, gli 80 della Krotongres a Crotone.
Stanchi di numeri e nomi di gente che non sa se arriva a Natale legando il pranzo con
la cena? Peggio per voi. Ecco i 4.000 della Merloni in Emilia, Umbria e Marche, i 500
della Electrolux in Veneto, i 150 della Riello a Lecco, i 150 della San Giorgio a La
Spezia, i 900 della Siltal in Piemonte, Veneto e Campania, gli 800 della Indesit in
Piemonte, Lombardia e Veneto. Ed è solo il settore “elettrodomestici”. E i 450 della
Grimeca a Rovigo, i 1646 della Tirrenia, i 200 della Manuli, i 200 della Astigiana
Ammortizzatori, i 400 della Rieter, i 250 della Sogefi, i 1200 della Oerlikon
Graziano, i 200 della Cantieri Apuania, i 300 della Eaton, i 300 della Fincantieri di
Castellammare di Stabia, i 500 della Atr. Era l’elenco, non completo del settore
trasporti. E nella “Moda”, i 1500 della Mariella Burani, i 1500 della Ittierre, i
1200 della Legler, i 350 della Golden Lady. E altri 1500 nella siderurgia, tra Ilva,
Lucchini ed Euroallumina.
Chiediamo scusa a tutti gli altri, gli altri dei 400mila che non abbiamo chiamato con
nome e cognome, con il nome della loro azienda che forse chiude e forse no. L’elenco
completo è stato fornito dal ministero dello Sviluppo economico, quello senza
ministro. Elenco che parla di ottanta aziende “malate gravi”. Elenco che è stato
pubblicato dal Sole24ore, il quotidiano della Confindustria. Non un segreto, elenco
ufficiale. Eppure quei 400mila sono uno dei “segreti” meglio custoditi dai
telegiornali. Quattrocentomila non valgono un titolo in sette tg moltiplicati per
ogni sera di agosto. Quattrocentomila “orfani” di dichiarazioni politiche,
quattrocentomila “cristiani” per cui non si celebra nessuna “messa”, nessun rito,
neanche quello dell’attenzione. Non fanno “notizia”, nel nostro piccolo proviamo a
porre minimo riparo.
di Carlotta Caldonazzo
BAGHDAD Il premier Al Maliki: «Ora siamo un paese
sovrano e indipendente»
Iraq, il grande ritiro Usa
Ma a quasi sei mesi dalle elezioni ancora non c'è un
governo
«L'Iraq e il suo popolo sono riusciti a chiudere il
capitolo della guerra settaria che non si riaprirà, non lo permetteremo,
perché gli iracheni vivano in un paese sovrano e indipendente,
soddisfatti del fatto che le nostre forze di sicurezza sono in grado di
assumersi la responsabilità».
Con questo messaggio trasmesso dalla tv locale
al-Iraqiya, il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha commentato la
fine ufficiale della missione militare statunitense, celebrata dalla
visita ufficiale del vice presidente americano Joseph Biden - anche se,
partite le «truppe combattenti»,restano ancora 50mila soldati Usa in
Iraq.
Al-Maliki ha dato un'immagine rosea del futuro: le
relazioni tra Iraq e Stati Uniti, ha detto, saranno ormai relazioni tra
due stati sovrani. Rispondendo indirettamente a chi avanza dubbi sulla
capacità delle forze di sicurezza irachene, ha aggiunto che queste «giocheranno
un ruolo di primo piano nel consolidare la sicurezza del paese,
sconfiggendo tutte le minacce che l'Iraq affronterà, esterne e interne».
Questo non significa che non ci saranno più attacchi terroristici, ha
precisato ieri in un'intervista al quotidiano libanese al-Akhbar, perché
«nessuno riesce a fermarli una volta per tutte, neanche le truppe
americane». Aggiunge che la soluzione non sono le truppe regolari ma
l'intelligence, oltre alla riconciliazione nazionale e all'impegno
continuo «contro al-Qaeda e i fuorilegge». Gli attacchi degli ultimi
giorni rappresentano, secondo al-Maliki, solo il colpo di coda dei «terroristi»,
anche so proprio ieri il «Fronte per il jihad e il cambiamento» ha
affermato che il ritiro delle truppe americane è dovuto soltanto alla sua
resistenza armata, che continuerà per «liberare l'Irak» da
un'occupazione che non è solo militare ma anche «politica ed economica».
Altrettanto ottimista si è detto al-Maliki sulla
formazione del nuovo governo, nonostante il perdurare della crisi
istituzionale e delle divergenze nel parlamento a quasi sei mesi dalle
elezioni. I contrasti, secondo quanto ha dichiarato ad al-Akhbar, non
riguardano chi sarà primo ministro, ma «la forma dello stato», la
sicurezza e le relazioni interne ed estere e l'importante è tenere «la
porta aperta a tutte le parti in causa».
Per delineare una via verso la formazione del governo
il vicepresidente Biden ha incontrato ieri il leader dell'Alleanza
Nazionale Irachena, Iyad Allawi e altri membri della stessa coalizione.
Per oggi sono previsti invece incontri con l'Alleanza Patriottica del
Kurdistan a Irbil, per discutere il peso dei curdi nella formazione del
nuovo governo. Tuttavia Aliya Nssayef, membro di al-Iraqiyah, ha
dichiarato ieri all'agenzia irachena Aswat al Iraq che il problema non è
tanto la divisione dei poteri in termini di avvicendamento, quanto
piuttosto trovare un equilibrio per integrare tutte le forze politiche in
uno stesso governo. Il cammino per uscire dalla crisi istituzionale in
corso si profila dunque ancora lungo. L'Alleanza Nazionale Irachena ha
dichiarato proprio ieri di non ritenere al-Maliki capace di portare avanti
un programma degno di un governo forte, proponendo dunque all'Alleanza
Stato di Diritto la scelta di un altro candidato.
A proposito di accordi esterni, nel suo discorso
al-Maliki ha invitato i paesi vicini a sostenere l'Iraq sul piano della
stabilità e nella lotta contro il terrorismo. Un messaggio (a proposito
di accordi interni) quasi opposto a quello pronunciato dal ministro degli
esteri iracheno Hoshiyar Zebari, che attraverso l'agenzia britannica
Reuters ha avvertito che in caso di «problemi» spetterà soltanto agli
iracheni risolverli.
Intanto il quotidiano inglese Daily Telegraph ha
pubblicato ieri inteviste a diversi cittadini iracheni e a un capo tribù,
preoccupati dal ritiro americano - simili timori aveva espresso in una
recente intervista l'ex ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz. Shaykh
Mohammed Naji ad esempio aveva guidato la sua tribù nella resistenza
contro l'invasione» statunitense a Falluja, perché era una «questione
d'onore». Ora vorrebbe che le truppe americane non andassero via, perché
il paese rischia di finire nelle mani di «nemici» come «al Qaeda, il
governo iracheno e i chierici iraniani». Prove tecniche di indipendenza,
compresa la paura del futuro.
Chinese workers kick back
By Richard Seymour
The Chinese working class is on the move: there is a wave of strikes
taking place across China, and they’re winning. Workers at Honda have
won a 30% pay increase in the latest strike affecting that company, while
workers at FoxConn have reportedly been offered a 100% increase in
‘basic pay’ (with strings attached) after strikes and a string of
employee suicides
By Richard
Seymour on Wednesday, June 16th, 2010 - 933 words.
Chinese workers
The Chinese working class is on
the move: there is a wave
of strikes taking place across China, and they’re winning. Workers
at Honda
have won a 30% pay increase in the latest strike affecting that company,
while workers at FoxConn have reportedly
been offered a 100% increase in ‘basic pay’ (with strings
attached) after strikes and a string of employee suicides. The
strike at FoxConn is particularly auspicious since that company has so
far demonstrated considerable success in maintaining a
divided, weakened, timid workforce. Across the country, a
series of hard-fought strikes have pitted workers against the usual
double act of management and cops (strikes are effectively legal, but
the Chinese police force is hardly more pacific than the LAPD, and
management frequently beat insubordinate workers) resulting in injuries
but also some signal successes. The analysis of the China Labour
Bulletin suggests two factors here:
1) As ever, the militancy of these workers is driven by
hyperintensive rates of exploitation. In recent decades, much of the
surplus value accumulated by capital in China has been the result of
unpaid labour, accumulated wage arrears that are never paid off.
Otherwise, wages are so low that workers have to perform dozens of extra
hours of overtime per month in order simply to live.
2) Most of the strikes involve smaller groups of workers, in the
thousands rather than the hundreds of thousands. The absence of
independent union organisation and the surveillance capacities of
capital mean that workers find it very difficult to organise on a very
large scale, which takes time, coordination and an apparatus of
communication that those workers as yet lack. But two or three thousand
workers in a single factory can much more feasibly halt production.
We have seen waves of strikes and direct action in China before but,
Charlie Hore argues,
these were mostly of a defensive character. Recent strikes have been
offensive. The FT reports:
In fact, China has witnessed considerable industrial unrest in
recent decades, much of it localised and attracting little publicity.
The causes have tended to be unpaid wages or Dickensian working
conditions. While the organisers of such strikes have often got into
trouble, in many cases the authorities have taken a relatively relaxed
attitude, provided the disputes remained small and non-violent, seeing
them as a way of blowing off steam.
Mr Gilholm and other analysts, however, said the Honda strikes were
a new development because they focused on wages rather than perceived
abuses, meaning even well-run factories could become vulnerable to
labour disputes.
“It is a new form of strike – a very symbolic event,” said
Liu Cheng, a professor at Shanghai Normal University and an outside
adviser in the drafting of the 2008 labour law. After wages had been
held down for long periods, he said, “finally there is this
explosion. It is because of workers’ growing awareness of labour
rights, and more talk and debate about the subject.”
In the strike at the Honda plant in Foshan, notably, workers formed
an organisation separately from the official union, with independently
elected delegates to represent them vs management. They have also been
using new technologies (which the Chinese working class has, after all,
manufactured in bulk) to coordinate their actions. The success of those
workers has inspired a series of similar actions within Honda, with
workers in other plants demanding parity with Foshan. There is another
factor that improves labour’s bargaining power, and that is the labour
shortages that have occurred in many areas as the Chinese government has
battled recession by investing heavily in infrastructural projects. To
attract workers, some cities have had to raise their minimum wage,which
has led to workers in other cities demanding the same. These advantages
are temporary – a sudden economic reversal could put workers on the
back foot again. But they could produce a movement that will
irreversibly alter the status of the Chinese working class.
The threat to capital, the Chinese state and the stock markets, is
that a model of de facto independent trade unionism will start to be
taken up and replicated among other Chinese workers, and will result in
an increasing share of production going to the working class. More
generally, it poses a potential long-term political threat to what has
been one of the most advantageous states for capitalist investment and
development in the world. The ability to appropriate basically free
labour, to super-exploit migrant workers moving from the villages to the
coastal slums, to accumulate some of the fattest profits in the world,
has always depended on containing the expanding working class. For
example, the migrant worker economy in China works much the same way as
it does elsewhere. Millions of workers flee impoverished rural lives,
where a basic safety net is being taken away, many of them relying on
false identification papers to get a job. Once they’ve got a job, they
often end up as part of a live-in work-force, sleeping in dormitories,
eating collectively. They are a cheap labour force, producing for an
export market. If they acquire political and economic rights –
increase their class power in other words – their susceptibility to
this kind of exploitation is greatly diminished. Foreign investors in
the coastal ‘boom’ areas may, business papers warn, be frightened
away by a period of industrial unrest. Since the CCP is not going to
restore some mythical Maoist golden age, it will either have to break
the strikes with repression, or find ways to accomodate the workers
politically, offer some reforms without substantially threatening
profits. Or it may lose control in the long run.
Via al secondo bando. Verso i
200 giorni da «reclusi» sull'isola
di Costantino Cossu
su il manifesto del 03/09/2010
Vicenda Vinyls
«Facciamo colazione consapevoli
che questo è un momento importante, che deciderà del nostro destino.
L'umore non è dei migliori, ci facciamo coraggio l'un l'altro e
cominciamo una nuova giornata di lotta. A pranzo poi Antonio prepara delle
pennette condite con pomodoro fresco, aglio e basilico. Ottime. Se non lo
sposa Piera, Antonio lo sposiamo noi».
Una giornata quasi come le altre 188 ormai trascorse, dal 24 febbraio,
nell'ex supercarcere dell'Asinara dai cassintegrati della Vinyls. Quasi.
Ieri, infatti, è stato pubblicato, sul sito Vinyls Italia, il secondo
bando internazionale, dopo il primo del marzo scorso, per la cessione
degli stabilimenti di Porto Marghera (205 dipendenti), di Ravenna (45) e
di Porto Torres (120) dell'azienda chimica in amministrazione
straordinaria. I gruppi industriali o finanziari eventualmente interessati
potranno presentare un'offerta d'acquisto, da depositare presso un notaio
di Venezia, entro il 22 ottobre prossimo alle 18. La richiesta dovrà
contenere, tra l'altro, il prezzo e gli impegni sui livelli occupazionali
e sulla ripresa della produzione per almeno un biennio.
Il bando, firmato dai commissari straordinari della Vinyls (Franco Appeddu,
Mauro Pizzigati e Giorgio Simeone), recepisce l'accordo sottoscritto il 22
luglio scorso al ministero dello Sviluppo economico per la ripresa del
ciclo cloro-Pvc nei tre stabilimenti interessati.
Saranno i commissari a procedere alla scelta finale, valutando, in
particolare, la situazione patrimoniale e finanziaria di chi avanza le
offerte, oltre che la capacità degli acquirenti di far fronte agli
impegni, anche finanziari, derivanti dall'acquisto. Per dare ai potenziali
compratori informazioni esaurienti sulla situazione degli stabilimenti in
vendita sarà allestita a Marghera, nella sede della Vinyls Italia, una «data
room», che sarà aperta dal 20 settembre all' 8 ottobre. Lo scorso marzo
l'unico soggetto interessato all'acquisto, il gruppo Ramco del Qatar,
aveva rinunciato durante le trattative.
«Chiunque compri - dicono ora i cassintegrati della Vinyls - farà un
buon affare. La nostra fabbrica produceva cloruro di vinile da etilene e
dicloroteano con una capacità annua di circa 170 chilotoni. E ha anche un
impianto per produrre polivinicloruro in emulsione (Pvc/E) con una capacità
di circa 65 chilotoni. Impianti tecnologicamente avanzati e professionalità
eccellente, oggi mandata al macero».
Prosegue intanto il sostegno spontaneo alla lotta degli operai di Porto
Torres, anche in forme minime: «L'altro ieri la signora Rosa di Ittiri,
un piccolo paese vicino a Sassari, ci ha inviato delle ottime angurie.
Ricambiamo con baci e abbracci». E si cercano sostegni fuori dall'isola:
«Due di noi, Pietro e Andrea, stanno per partire alla volta di Piacenza
alla festa del Partito democratico. Chiederanno alle forze di opposizione
di unirsi per combattere in Parlamento in difesa del lavoro, incalzando i
banditi che sono al governo. L'economia è la vera emergenza. Serve una
politica industriale vera, in tutti i settori, non solo in quello della
chimica».
Dopo sei mesi trascorsi nelle celle dell'ex carcere, c'è un po' di
stanchezza, ma anche molta determinazione a continuare: «La nostra
situazione è disagiata, ma non cederemo. Rivolgiamo un pensiero ai
minatori cileni bloccati nelle viscere della terra. Dovranno resistere più
di noi per ritornare alla superficie». Sintonia anche con i pastori che
rischiano di finire sul lastrico per il crollo del prezzo del latte.
Durante il blitz degli allevatori nei giorni scorsi in Costa Smeralda
c'era una rappresentanza dei cassintegrati Vinyls.
- 4 ago-di Gianpasquale Santomassimo
MIRABELLO
La missione impossibile di una destra «normale»
Il 28 ottobre del 1992 Gianfranco Fini celebrava con orgoglio i
settant'anni dalla Marcia su Roma sul Secolo d'Italia. Quasi
vent'anni dopo è possibile che la forma costituzionale della
nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a
questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua
radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il
leader unico e indiscusso.
Nel mezzo, è successo di tutto, e ripercorrerne con attenzione
la storia sarà in futuro uno dei compiti più ardui di chi vorrà
intendere l'evoluzione di quel periodo confuso e avvilente che
definiamo Seconda Repubblica.
Per brevità, diciamo solo che è riduttivo attribuire solo allo
«sdoganamento» di Berlusconi, quasi fosse un Re Taumaturgo, la
fortuna del neofascismo nella congiuntura che si apriva dopo
Tangentopoli. In realtà, il Msi incassava anche i frutti di una
lunga battaglia di opposizione contro il sistema dei partiti che
lo aveva visto (quasi) sempre emarginato dagli equilibri di
potere e di spartizione. E con una retorica e quarantennale
invocazione del senso dello Stato e dell'interesse nazionale che
avrebbe dovuto porlo naturalmente in tensione con le pulsioni
dei nuovi e potenti partners del nuovo centrodestra,
berlusconiani e leghisti. Malgrado la disinvoltura con cui il
nucleo centrale del gruppo dirigente digerirà su questo terreno
l'indigeribile, fino a divenire punta di diamante della nuova
koiné forzaleghista, va detto che nella svolta attuale di Fini
e del suo nucleo di fedelissimi non c'è solo l'idea di una
nuova destra, ma anche il recupero di qualcosa di antico e di
negletto nella tradizione della destra italiana.
Le tappe dell'evoluzione di Fini sono note, e le rievochiamo per
sommi capi: nel 1994 c'è ancora l'evocazione di Mussolini come
«il più grande statista italiano del Novecento», ma nel
congresso di Fiuggi del gennaio 1995 c'è l'uscita dalla «casa
del padre» e l'affermazione, che nel tempo diverrà strategica
seppure vaga, di una destra che precedeva il fascismo e va oltre
il fascismo.
Lo smarcamento dal passato avviene per tappe, in forme
intimamente contraddittorie: condanna netta del regime «dopo il
1938» (come se prima fosse stato inappuntabile) ed enfasi sulla
condanna delle leggi razziali, che diverranno «male assoluto»
più tardi, e fulcro di uno spettacolare pellegrinaggio in
Israele.
Nel frattempo, Fini non riesce a reprimere pulsioni
poliziottesche che derivano dal suo passato: invoca spesso i
campi di lavoro forzato in televisione (e l'espulsione dei
maestri omosessuali dalle scuole), firma con Bossi una legge
infame sull'emigrazione, si trova a Genova nel 2001 nella cabina
di regia della «macelleria cilena».
Tutto questo, però, sembra ora appartenere a un'altra vita. Il
Fini degli ultimi anni si è contraddistinto per un profilo
istituzionale «alto» e per l'apertura di fronti polemici e
ideali su temi che lo hanno posto di fatto sempre più in
dissenso con la prassi politica e la cultura diffusa del
centrodestra. Dalle questioni della bioetica alla laicità dello
Stato, dai diritti di cittadinanza degli immigrati (con la
visione di una Italia multietnica), alla contestazione di un
federalismo secessionista. E, soprattutto, al rifiuto del «cesarismo»
e della visione padronale e aziendale che è il vero punto
intoccabile del berlusconismo. Su questo Fini ha pagato e sta
pagando prezzi molto alti, sul piano politico e su quello
personale.
Perso da tempo il sostegno dei suoi «colonnelli», passati con
naturalezza fin troppo giuliva alla corte di Berlusconi, si è
circondato di politici e intellettuali di diversa provenienza, e
di notevole valore. Chi scrive i suoi discorsi istituzionali è
sicuramente persona colta e intelligente, con precisione di
dettaglio nei richiami storici che sorprende anche gli
specialisti. La Fondazione FareFuturo è divenuta negli ultimi
anni il luogo di elaborazione politica più vivace e originale
nel panorama italiano, specie se confrontata col vuoto
bizantinismo dei siti «democratici».
La sua visione della destra non vorrebbe essere alternativa, ma
concorrenziale rispetto a quella del Pdl. La battuta sul «compagno
Fini» che circola a destra ma talvolta anche a sinistra è
appunto solo una battuta, che mette a nudo solo la pochezza
della sinistra e dei suoi leader.
Che Fini sia uomo di destra è fuor di dubbio, ed è altrettanto
indubbio che voglia porsi come leader di una destra italiana di
tipo europeo. In Inghilterra e in Germania le sue posizioni
apparirebbero naturali. Il problema però è tutto e solo
italiano.
La destra che Fini vorrebbe non è mai esistita in Italia, se
non in epoche storiche lontanissime e di cui si è quasi persa
memoria. Non si parla qui di singoli personaggi, «eretici» o
«irregolari», che la cultura finiana riscopre e ripropone con
accanimento quasi commovente: si parla di un comune sentire, di
popolo, capace di farsi forza politica e culturale. Qui Feltri e
Belpietro interpretano non solo la «pancia» della destra, come
vorrebbe FareFuturo, ma anche ethos, ideologia, pensieri
profondi e radicati, ancor più difficili da correggere o
addirittura ribaltare dopo quasi vent'anni di acquiescenza
colpevole ai fasti del berlusconismo.
Probabilmente una insofferenza, vecchia e nuova, nei confronti
della rozzezza semplificatoria della destra e del suo
illegalismo ostentato e beatificato, esiste davvero, e può dar
luogo a un soggetto politico nuovo e originale. Probabilmente
sono molti gli uomini di destra che considerano eroe Paolo
Borsellino e non Vittorio Mangano, e scoprirlo è confortante
per tutti gli italiani onesti. Ma che questa «nuova destra»
possa scalzare quella al potere, disciplinarla e incanalarla
nell'alveo di una contesa politica «normale» e civile, appare
allo stato delle cose un sogno irrealizzabile.
La volontà del nuovo gruppo ispirato da Fini e dai «futuristi»
sembra essere quella di non rompere l'alleanza di governo, ma di
condizionarla dall'interno, riconducendo a «normale»
dialettica di coalizione politica il dominio incontrastato di
Berlusconi (e di Bossi). Una missione impossibile, tanto più da
parte di chi mostra di avere ben compreso, seppure tardivamente,
la vera natura di Berlusconi e del suo impero proprietario.
Qui gioca molto anche il peso di quella sub-ideologia, futile e
petulante, che ha preso piede nell'Italia della Seconda
Repubblica, e che si esprime nella barbarica «religione del
maggioritario». Fini ha usato spesso questa espressione dal '94
in poi, pur essendo stato, e con molta efficacia, il leader del
maggiore partito che si era opposto al referendum Segni.
Specularmente riaffiora anche a sinistra, in quell'«eterno
ritorno del cretino» che si produce ogni volta che si accenna a
una riforma elettorale.
Eppure le possibilità di rilanciare una Repubblica parlamentare
e costituzionale sono affidate in grandissima parte all'uscita
da quella logica. Il futuro di Fini e dei suoi, e del sogno di
una destra moderna ed europea, è affidato solo alla possibilità
di metter fine al meccanismo perverso che consente a una
minoranza di destra, «cialtrona», «ignorante», «col ventre
a terra» e «con la bava alla bocca» - sono tutte citazioni
dagli editoriali di FareFuturo -, di spadroneggiare sul resto
del paese.
di Benedetto Vecchi
L'Oriente È VICINO
La funzione pastorale dello stato per garantire
l'accumulazione originaria nei paesi asiatici. Un sentiero di lettura a
partire dai volumi dell'economista indiano Kalyan Sanyal «Ripensare lo
sviluppo capitalistico» e dello studioso Michael Schuman «Il Miracolo»
Il nuovo millennio non sarà né americano né europeo. Una previsione
che un piccolo esercito di studiosi di geopolitica e di economia era
pronto a sottoscrivere da molti anni. A ingrossare le loro fila ci ha
pensato la crisi dell'economia globale, facendo diventare questa
previsione un luogo comune, buone per spiegare i successi di realtà
nazionali o di città stato asiatiche come l'India, la Cina, Singapore,
Malaysia, Indocina e Macao. Al di là della evidenza empirica che la
crisi economica ha colpito più duramente gli Stati Uniti o il vecchio
continente che non i paesi asiatici, il pensiero critico sta però
ancora cercando di sviluppare una spiegazione plausibile del perché
paesi considerati fino a dieci, venti anni «sottosviluppati» siano
diventati la locomotiva che traina l'economia mondiale. Nelle pagine
conclusive di Adam Smith a Pechino (Feltrinelli) Giovanni Arrighi
invitava a non lasciarsi trascinare dai facili entusiasmi nell'indicare
la Cina come lo Stato-nazione che rubava lo scettro agli Stati Uniti lo
scettro di unica superpotenza politica e economica nel mondo.
L'economista italiano ricordava, a ragione, che per diventare
superpotenza un paese deve avere non sola la potenza militare
conseguente al ruolo che esercita, ma di avere la capacità di
condizionare le scelte e le decisioni prese tanto dai singoli stati
nazionali che dalle istituzioni preposte alla governance della
globalizzazione.
Dalla periferia al centro dell'impero
La Cina, scriveva Arrighi, non poteva essere considerata né un paese
capitalista, ma neppure socialista. Semmai andavano riprese criticamente
le tesi di Adam Smith sull'economia di mercato che contempla non una
indistinta e sfuggente mano invisibile, ma un forte interventismo nei
campi dei diritti civili, politici e nella legislazione del lavoro per
garantire la prosperità economica, aiutando cosi molti paesi cosiddetti
sottosviluppati a sfuggire al destino di ripercorrere il sentiero già
battuto, e fallimentare, del cosiddetto neoliberismo o quello
altrettanto fallimentare del socialismo reale.
L'economista italiano considerava il suo libro come l'inizio di una
ricerca ancora tutta da svolgere e che la sua morte ha interrotto,
proprio quando è iniziata una vivace discussione internazionale sulle
implicazioni teoriche delle sue tesi. Tra i protagonisti della
riflessione attorno alla «natura» dello sviluppo capitalistico che ha
caratterizzato molti paesi asiatico c'è sicuramente Kalyan Sanyal,
economista indiano che ha scritto un importante saggio - Ripensare lo
sviluppo capitalistico, la casa Usher, pp. 254, euro 19,50 - che, oltre
a dialogare con le tesi di Giovanni Arrighi, ripercorre criticamente il
quarantennale dibattito in ambito marxista sul rapporto tra i paesi del
centro e quelli alla periferia dell'economia capitalistica mondiale.
Kalyan Sanyal dichiara sin dalle prime pagine la sua insoddisfazione
rispetto alle analisi di Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e
Samir Amin, i quali hanno in passato sostenuto che i paesi usciti dal
lungo inverno colonialista avrebbero colmato la distanza con i paesi
industrialmente sviluppati per uscirà dalle condizioni di minorità e
di arretratezza economica che li connotava. Per Sanyal, invece, non
esiste una unica traiettoria per giungere alla agognata meta di una
società industrialmente sviluppata, sebbene plasmata sul modello
europeo o statunitense. Anzi, proprio, la storia recente indiana, e per
estensione di quella cinese, indica che è possibile abbinare uno
sviluppo capitalistico a forme politiche e sociali radicalmente
differenti rispetto a quelle europee o statunitensi. Dunque le
concezioni che vedono un'uscita obbligata dal sottosviluppo sono errate.
Con passione e una nutrita rassegna della più che quarantennale
bibliografia sullo sviluppo capitalistico, l'economista indiano si
propone l'obiettivo di sviluppare una critica dell'economia
postcoloniale che caratterizza società che mantengono caratteristiche
dei paesi cosiddetti sviluppati sviluppate - una ampia percentuale della
popolazione che vive in condizioni di povertà e un numero limitato di
lavoratori salariati - e una capacità di sviluppare settori produttivi
fortemente integrati nell'economia globale capitalista. Per fare questo,
Sanyal riprende gli scritti di Karl Marx sull'accumulazione originaria
cercando di fonderli con l'analisi di Michel Foucault sulla «governamentalità».
È noto che Marx ha variamente inteso l'accumulazione originaria,
considerato lo sviluppo capitalistico all'interno di una cancellazione
degli elementi precapitalistici da parte di rapporti sociali congeniali
a un regime economico fondato sul lavoro salariato. L'accumulazione
originaria era cioè propedeutica affinché si compisse il passaggio dal
capitale mercantile alla riproduzione allargata del capitalismo fondata
sul lavoro salariato.
L'indispensabile povertà
Periodo feroce, violento, quello dell'accumulazione originaria, come
d'altronde gli storici hanno documentato, ma comunque limitato nel
tempo. Per Sanyal, invece, l'accumulazione originaria è un dispositivo
sempre vigente. Nell'economia politica postcoloniale gli elementi
precapitalistici devono essere mantenuti perché «funzionali» alla
forma specifica di capitalismo affermatasi nei paesi cosiddetti
sottosviluppati come l'India. In parte perché lo sviluppo economico non
riesce a garantire la piena occupazione. Da qui la persistenza di una
diffusa povertà in quei paesi. Ma anche perché l'economia «informale»
- piccolo artigianato, piccolo commercio, produzione di merci senza far
ricorso al lavoro salariato - svolge un ruolo politico, cioè di
stabilità delle società. È questo mantenimento politico di un ampio
settore economico e sociale non coinvolto nello sviluppo capitalistico
che garantisce lo sviluppo capitalistico nei settori «di punta»
dell'economia mondiale. Da qui, il ruolo fondamentale dei movimenti
sociali contro la povertà e delle forme di produzione non capitalistica
visti dall'economista indiano come critica immanente dell'economia
politica postcoloniale. E sulla prima parte il consenso è d'obbligo,
sulla seconda parte della sua proposta politica ci sarebbe molto da
discutere.
Il saggio di Kalyan Sanyal mostra la sua capacità interpretativa
proprio sottolineando il ruolo «pastorale» dello stato nei paesi
usciti dal colonialismo e diventati nodi fondamentali nelle rete
produttive globali che avvolgono il pianeta. Ma a differenza di quando
hanno sostenuto, ad esempio, Toni Negri e Michael Hardt nel saggio
Impero nel capitalismo globale l'esterno continua a sussistere perché
funzionale proprio allo sviluppo capitalistico.
Dalla terra alla conoscenza
L'analisi di Sanyal non è però convincente laddove non affronta il
fatto che l'accumulazione originaria si basa anche sull'estensione
dell'istituto della proprietà privata e del lavoro salariato a tutti
gli aspetti della vita sociale. E si può tranquillamente affermare che
il dispositivo dell'accumulazione originaria è vigente anche nei paesi
europei o negli Stati Uniti, proprio perché le enclosures o il lavoro
salariato viene esteso a settori finora «esterne» dalla produzione
capitalistica. L'affermazione del regime della proprietà privata alla
conoscenza, al sapere e la diffusione di forme di lavoro salariato a
questi settori possono essere meglio comprese proprio usando
l'accumulazione originaria non come momento transitorio ma come suo
elemento costante dello sviluppo capitalistico. Il saggio di Sanyal
rivela la sua capacità analitica nell'evidenziare il ruolo «pastorale»
dello stato nello sviluppo economico di molti paesi asiatici, europei e
statunitensi, nonostante la retorica neoliberista consideri lo stato un
residuo passivo del lungo secolo novecentesco. Retorica che torna ne Il
miracolo, un saggio scritto dall'economista statunitense Micahel Schuman
(Marco Tropea, pp. 413, euro 23).
In una malcelata apologia dei regimi politici autoritari come quello
malaysiano, di Singapore o nell'ammirazione di imprenditori giapponesi,
coreani, Schuman sottolinea che la scelta del libero mercato è stata
fondamentale per fermare la possibilità che in tutti i paesi del
sud-est asiatico si affermassero regimi filo-sovietici o filo-cinesi.
Certo, a prezzo di politiche antisindacali, di repressioni ferocissime
(la messa morte di centinaia di migliaia di comunisti in Indonesia
occupa lo spazio di due righe) e di assenza di libertà, ma l'economista
statunitense ripropone sempre il mantra che alla fine la democrazia
trionfa sempre quando l'economia è prospera e le imprese hanno mano
libera.
La Cina, l'India, l'Indonesia, il Giappone, la Corea del Sud presentano
però un'anomalia che Schuman non riesce però a cancellare man mano che
la sua ricostruzione storica procede. Sono tutti paesi dove il libero
mercato ha avuto nello Stato un robusto e indiscutibile supporter. Da
questo punto di vista è interessante mettere a confronto questo libro
con quello della giornalista cino-americana Leslie T. Chung Operaie (Adelphi,
pp. euro 24. Ne ha scritto su queste pagine Nicoletta Pesaro il 14
Luglio 2010). E se Schuman ritiene che la Cina è entrata nel club che
conta solo perché qualche illuminato di PeChino ha deciso di lasciati
liberi gli spiriti animali del mercato, la giornalista fa parlare le
protagoniste del suo reportage - una specie di «NoLogo» politically
correct - dove l'ombra dello stato si allunga su tutto ciò che le
imprese decidono di fare, creando le condizione sociali, giuridiche e
politiche di uno sviluppo capitalistico, tanto veloce quando pervasivo.
In nome della modernizzazione
Le operaie di Leslie T. Chung vogliono affrancarsi dalla vita
di villaggio, vogliono costruire una vita confacente a desideri, bisogni
che la società «socialista» considerava tabù: ma la loro
individualizzata «pratica dell'obiettivo» non sarebbe però pensabile
senza il decisivo apporto «pastorale» dello stato socialista. Per
quanto interessante, il saggio di Michael Schuman sceglie sempre di
aggirare gli scogli che la retorica del libero mercato non ha
contemplato nella sua vision totalizzante della vita in società. E i
nodi investono sempre la forma specifica di un capitalismo che ha saputo
adattarsi a situazioni locali, facendo diventare punti di forza ciò che
inizialmente poteva presentarsi come debolezza.
La presenza di una povertà diffusa è indispensabile per consentire il
decollo di settori produttivi fondamentali nell'economia mondiale. Il
distretto di Bangalore non sarebbe mai diventato uno dei centri
nevralgici dell'high-tech se lo stato indiano non avesse considerato
l'istruzione come un obiettivo strategico dell'India dopo
l'indipendenza, aprendo così le porte delle università a milioni di
indiani. Allo stesso tempo, la persistenza dell'economia di sussistenza
è stata fondamentale perché lo sviluppo capitalistico non può più
garantire la piena occupazione. E gli esempi potrebbero continuare a
lungo.
In altri termini, l'analisi delle società asiatiche costringe il
pensiero critico a riprendere sentieri interrotti, come il rapporto
spesso conflittuale tra diritti sociali e sviluppo capitalistico; la
democrazia come potenza degli eguali e non come rappresentazione degli
interessi di una generica società civile. La nozione, infine, di lavoro
salariato, che non coincide con la sua forma contrattuale europea o
statunitense. L'Asia che emerge in questi anni di globalizzazione pone
di nuovo nell'agenda il nodo, certo ancora da sciogliere, di come
superare quel regno della necessità che ci consegna a una radicale
assenza di libertà.
La convivenza è iniziata 20 anni fa:
all'inizio tutto andava bene.
Ora gli stranieri conquistano
le lavorazioni migliori. E' scontro
MARCO ALFIERI
PRATO
Manifattura contro manifattura. Produttori di tessuto italiani, contro
confezionisti dagli occhi a mandorla. I cinesi a Prato sbarcano 20
anni fa in un settore maglieria che sta morendo per gli alti costi di
manodopera. Il nostro capitalismo porta fuori Italia le produzioni
(comincia l’epopea di Timisoara, Italia), così sono loro a tenere
in vita il comparto prima di buttarsi nel ricco business del Pronto
moda, all’inizio dei Novanta. Sarà l’intuizione giusta: i mercati
mondiali chiedono il prodotto finito, i semilavorati si spostano dove
le braccia costano meno.
A Prato ci arrivano da San Donnino, periferia di Firenze, dove
assemblano borse e pelletteria. Troppo care le donne toscane nel
taglia e cuci a domicilio: i maglifici, in quell’embrione di
globalizzazione, sono costretti a far lavorare manodopera cinese. È
il primo gradino. Poi risaliranno tutta la filiera fino alle
confezioni in una città che ha sempre fatto dell’osmosi laburista
un punto di forza congeniale all’antropologia asiatica: casa e
capannone. Senza capire dove finisse una e cominciasse l’altro. Nel
frattempo, «a metà anni ‘80 Prato attraversa una crisi profonda:
in un anno vanno in fumo 15mila posti di lavoro», ricorda Manuele
Marigolli, segretario della locale Camera del lavoro. «I cambiamenti
negli stili di vita, il passaggio dal cappotto alla giacca a vento,
spiazzano il laniero».
L’avvento dello sport system impone un riposizionamento produttivo:
il distretto si espande all’intera gamma delle fibre tessili: dalla
filatura alla nobilitazione dei tessuti. «Il sistema riparte alla
grande. Esplode il benessere come non si era mai visto»,
s’immalinconisce sotto i suoi baffoni Marigolli. Tutti diventano
imprenditori, ramo filatura. Anche i barbieri. Mentre gli operai
pratesi sono i più ricchi d’Italia.
Le due manifatture, italiana e cinese, tessuti e confezioni, corrono
insomma parallele per anni, finchè la congiuntura tira. L’anno
spartiacque è il 2001. Le torri gemelle, l’ingresso della Cina nel
Wto e poi, nel 2003, la fine dell’accordo multifibre che ammazza le
produzioni europee. La crisi del tessile pratese comincia allora e si
trascina fino ad oggi. E’ una spoon river impressionante: l’export
che crolla in un decennio da 5 a 3 miliardi di euro. Le aziende che
quasi si dimezzano. I 10mila posti di lavoro bruciati. I 3mila addetti
attualmente in cassa in deroga. I 1500 che usciranno dagli
ammortizzartori sociali a fine 2010 dopo i 1700 usciti nel 2009, e
Prato che precipita al 70esimo posto nella qualità della vita delle
province italiane. È in questo frangente che attecchisce la grande
crisi dell’ultimo biennio. Da un lato una comunità cinese paludata
con la tendenza a vivere di regole impenetrabili, dall’altro
l’emorragia di un distretto ormai lontano dai fasti che ne fecero
uno dei miti fondativi della retorica della Terza Italia.
Il resto è cronaca di questi giorni: il rischio concorrenza sul
segmento delle rifinizioni attraverso le aste da fallimento. Gli
imprenditori cinesi arrivano e comprano cash le tintorie,
avvicinandosi alla nobilitazione del tessuto, cioè al cuore del
business pratese. Secondo gli industriali locali, sono già 21 le
imprese asiatiche subentrate nelle autorizzazioni agli scarichi
idrici. «Sarebbe la nostra tomba», denuncia Marigolli.
Eppure «non dovremmo mescolare i livelli: un conto sono i cinesi di
Prato, un altro i cinesi di Cina», si sgola Edoardo Nesi,
l’imprenditore-scrittore pratese amante di Fitzgerald e Hemingway.
«La crisi del nostro tessile non è dovuta alla presenza cinese in
città», confermano il presidente della Camera di Commercio, Carlo
Longo, e il consulente Giancarlo Maffei, gran conoscitore delle cose
di Pechino.
Confondere i piani serve solo a coprire la consunzione di un sistema
industriale raccontato con amara ironia proprio da Nesi in Storia
della mia gente. «Imprenditori e operai di quella parte d’Italia
benedetta da Dio che hanno creato la ricchezza trasformando gli
stracci in buoni tessuti». Prima del globalismo e di «quell’elitismo
dei nostri politici e dei nostri professori che ci hanno svenduto in
Europa mentre la Cina, indisturbata, invadeva i mercati internazionali
con i suoi prodotti a basso costo».
Ma a Prato la dissimulazione è di casa. Ognuno tira la coperta dove
più gli conviene. Il fastidio anticinese da qualche tempo lo senti
nei bar, sui taxi, persino nei blog sulla rete. «L’impatto sociale
di 30-40mila cinesi che scorazzano per la città è evidente. Ci è
stato scaricato addosso un peso enorme», prosegue Nesi. Cortocircuito
tra flussi e luoghi, e in mezzo il territorio a fare da vaso di
coccio. «Bisogna provare a dargli un’opportunità», continua Nesi.
Non basta armare il pugno duro delle task force coordinate
dall’assessore alla sicurezza, Aldo Milone. «Cerchiamo di costruire
ponti», si sforza Maffei, che sta lavorando all’apertura di un
Centro del made in Italy vicino Nanchino. «Anche noi negli anni 60-70
eravamo i cinesi d’Europa». Certo, «preoccupa il nero e la
criminalità interna alla comunità, ma c’è un pezzo di seconda
generazione che si sta integrando», avverte Maffei. E poi c’è un
sistema manifatturiero tricolore da rilanciare con urgenza. «Errori
nostri? Ce ne sono stati», ammette Longo, a metafora di molti nostri
distretti spiazzati dall’invasione cinese. In questo senso Prato è
davvero il frullato caotico di quindici anni di storia industriale
italiana.
«Ancora nel 2000 il 50% del valore aggiuto pratese era dato dal
manifatturiero. Una quota sovradimensionata». Nel frattempo, chiosa,
«non abbiamo tirato fuori i Benetton, i Tod’s, gli Zegna». I brand
capaci di imporsi sui mercati con propri prodotti. Un’economia a
tratti sapiente, ma fatta essenzialmente da no names. «Facciamo un
gran lavoro per il mondo della moda ma non ci viene riconosciuto»,
prosegue Longo. «La vera sfida è riuscire a trasferire sulla
produzione un po’ di quel valore immateriale che si realizza alla
fine della filiera». Perche non basta l’aspirina dell’euro debole
per ripartire e perchè il futuro della città passa dalla difesa del
manifatturiero. Ci sono ancora 16mila persone impiegate nel tessile,
più 8mila partite iva.
Per questo «stiamo lavorando sulle reti d’impresa e sulla
formazione con il progetto di un Istituto per l’imprenditorialità»,
conferma Longo. Ma soprattutto, «ad un sistema del fashion
sostenibile e ad alta tecnologia. Si chiama Prato distretto verde e ha
già 22 aziende certificate. Ne sono sicuro, possiamo farcela…» (2.
fine)
I cinesi rifanno il marchio della
moda "Made in Italy": hanno trasformato Prato
in una capitale manifatturiera di fascia bassa, indebolendo la
capacità dell'Italia di commercializzare i propri prodotti
esclusivamente come capi d'alta gamma. E' quanto scrive il New
York Times, in un reportage sul caso Prato pubblicato oggi in prima
pagina e in apertura del suo sito web.
L'ampio servizio di Rachel Donadio punta i riflettori su un fenomeno
che alimenta risentimento nella cittadina toscana e ha visto di
recente un aumento dei controlli della polizia nelle imprese degli
immigrati cinesi.
Prato «ospita oggi la più grande concentrazione di cinesi in
Europa – alcuni sono legali, molti di più non lo sono», scrive
il Nyt. I lavoratori cinesi «lavorano giorno e notte in 3.200 imprese
fabbricando vestiti, scarpe e accessori di fascia bassa, spesso con
materiali importati dalla Cina, per venderli a metà prezzo a
dettaglianti di fascia bassa nel mondo intero». Ciò è stato
favorito dal fatto che in Italia ci sono «istituzioni deboli e alta
tolleranza per chi infrange le regole», osserva il quotidiano
statunitense. Così i cinesi hanno offuscato la distinzione tra "Made
in China" e "Made in Italy". Ma quello che più irrita
gli italiani è che i cinesi «li battono al loro stesso gioco,
l'evasione fiscale e i modi brillanti per navigare attraverso la
complessa burocrazia italiana, e hanno creato un nuovo fiorente
settore, anche se in gran parte sommerso, mentre molte aziende pratesi
non ce la fanno».
E' l'ascesa del "pronto moda". I cinesi di Prato
mandano in Cina, secondo la Banca d'Italia, 1,5 milioni di dollari al
giorno, in gran parte proveniente dal settore del tessile e
dell'abbigliamento. Utili di quelle dimensioni – si legge - non
compaiono nelle dichiarazioni fiscali. Secondo alcuni funzionari
locali, i cinesi preferiscono rimpatriare gli utili invece di
investirli in loco. Le autorità – continua il quotidiano - dicono
anche che la criminalità organizzata cinese e probabilmente italiana
è in aumento, non solo per quanto riguarda le importazioni tessili
illegali, ma anche il traffico di persone, le scommesse e il
riciclaggio.
«Il resto dell'Italia guarda con attenzione» quello che succede a
Prato, nota il Nyt.
Le tensioni sono aumentate: questa primavera le autorità hanno
intensificato le incursioni nei laboratori che usano manodopera
illegale, in giugno sono state controllate 100 aziende e arrestate 24
persone.
Il distretto
di Prato sarà sull'agenda del Primo Ministro cinese Wen Jiabao,
quando visiterà Roma in ottobre. Nel settore dell'abbigliamento,
il numero di imprese italiane registrate a Prato si è dimezzato dal
2001 ora sono poco meno di 3.000. Duecento in meno di quelle di proprietà
di cinesi. Prato, che un tempo era un importante produttore ed
esportatore di tessuti, ora rappresenta il 27% delle importazioni
tessili italiane dalla Cina. Su una popolazione totale di 187mila
persone, Prato conta 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime
la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.
Il cuore del "pronto moda" è nell'area industriale di
Macrolotto, piena di grossisti cinesi. Rivenditori al dettaglio
provenienti da tutta Europa riempiono i furgoni di abbigliamento "Made
in Italy" per rivenderlo nel loro paese con un forte margine di
guadagno. «Comprano in quantità relativamente piccole approfittando
delle frontiere fluide dell'Unione europea e la maggioranza di loro
evita di pagare dazi d'importazione».
Tra le imprese che lavorano a Prato il Nyt cita la Luma,
fondata nel 1998, che produce "on demand": il titolare, Li
Zhang said, afferma di avere esportato vestiti in 30 paesi, compresi
Cina, Messico, Venezuela, Giordania e Libano. Ha venduto I suoi prodotti
a Piazza Italia e a grossisti che hanno poi venduto a Zara, Mango,
Top Shop e Guess.
Nel 2009, per la prima volta nel dopoguerra Prato ha eletto un
sindaco di destra, Roberto Cenni. La sua campagna, nota il quotidiano,
si è basata sulle paure dell'invasione cinese.
Il sindaco ha intensificato i raid verso le imprese cinesi. Nella
prima metà di quest'anno, le autorità hanno fatto blitz in 154 imprese
di proprietà cinese. Vari funzionari dell'ufficio immigrazione
della polizia di Prato sono stato arrestati con l'accusa di avere preso
tangenti in cambio di permessi di soggiorno.
Secondo Andrea Frattani, assessore al welfare della precedente
amministrazione di centrosinistra, a Prato si sta assistendo a una
"precisa strategia" del governo cinese di creare un punto
d'appoggio economico in Europa. Alla domanda se sia così,
l'ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, ha risposto di avere inviato
dei consulenti a indagare e che la questione di Prato non dovrebbe avere
impatto sulla cooperazione tra i due paesi.
di Pietro Calvisi
CAGLIARI
Quegli zapatisti dei pastori sardi
7mila in corteo. Protesta nata dal basso
Oltre trenta cavalieri hanno aperto ieri a Cagliari la manifestazione a
cui hanno partecipato circa 7mila pastori sardi. L'immagine della testa
del corteo ricorda una foto un po' ingiallita del 1914, quando i
rivoluzionari Emiliano Zapata e Pancho Villa entrarono a Città del
Messico con i loro uomini. Storie diverse certo, ma che hanno in comune
una protesta nata dal basso, che nel giro di pochi mesi ha messo
all'angolo le associazioni di categoria, accusate di essere conniventi
con i palazzi del potere, e ha fatto del Movimento dei pastori sardi (Mps)
il maggior rappresentante del mondo delle campagne. Basta dare
un'occhiata ai numeri della protesta. Il 30 luglio, nella prima
manifestazione all'aeroporto di Elmas a Cagliari, i contestatori erano
un migliaio e ieri sette volte tanto. In questi 45 giorni di lotta, i
pastori hanno bloccato gli accessi agli aeroporti di Olbia e Alghero, la
strada statale 131 (l'arteria più importante dell'Isola, che collega
Cagliari a Sassari) e hanno violato per una mattinata il regno dei vip a
Porto Rotondo, in Costa smeralda. Una protesta congiunta contro il
presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, ma soprattutto
contro l'assessore all'agricoltura, Andrea Prato. Forti prese di
posizione sono arrivate anche contro i sindacati, in cima alla lista la
Coldiretti. «Il nostro è il mondo della produzione - disse qualche
settimana fa il leader dell'Mps, Felice Floris - il loro (la Coldiretti,
ndr) è quello della burocrazia».
Tante bandiere giallo azzurre del Movimento dei pastori e dei quattro
mori, simbolo della Sardegna, hanno sventolato fra le fila dei
manifestanti giunti davanti al palazzo della Regione, in via Roma. Nel
corteo anche quattro asinelli grigi che portavano, avvolto sul corpo,
uno striscione con su scritto un nome per uno. C'erano Cappellacci,
Prato, Marco Scalas (presidente regionale Coldiretti) e Toto Meloni
(presidente del Consorzio pecorino romano). Una delegazione di venti
pastori è stata ricevuta poi dal governatore sardo e dagli assessori
all'agricoltura e al bilancio. Dopo alcune ore di incontro sono tutti
scesi dal palazzo per parlare con gli allevatori e dopo qualche momento
di tensione e di forti proteste nella piazza è calato il silenzio. «Sono
soddisfatto al 95%, poiché quasi tutta la nostra piattaforma è stata
accolta - ha spiegato Floris - ora aspettiamo che dalle parole si passi
ai fatti». Il leader dell'Mps ha detto che «giorno per giorno
verificheranno se si stanno rispettando gli impegni».
Il primo punto che verrà messo in campo è quello dello svuotamento
immediato delle cantine stracolme di pecorino romano invenduto. Il
secondo riguarda la proroga del contributo «benessere animale» per
cinque anni che prevede un finanziamento di circa 20 euro a capo di
bestiame. Il passaggio difficile sembra quello del finanziamento «de
minimis», circa 15mila euro ad azienda, che l'esecutivo dovrà
rastrellare chissà dove. Oggi infatti i soldi necessari, circa
225milioni, non sarebbero disponibili. Lo scrive Paolo Manichedda,
presidente della commissione Bilancio regionale, nel suo blog Sardegna e
libertà.
All'uscita dell'incontro di ieri, l'assessore Prato ha provato a parlare
ma un muro di urla e fischi gli e lo hanno impedito. «Sono convinto
della necessità - ha spiegato invece Cappellacci - di dover dichiarare
lo stato di crisi del comparto, ma stiamo adottando tutti gli strumenti
per dare una risposta almeno a gran parte dei punti proposti nella
piattaforma degli allevatori». I pastori hanno smobilitato dopo sei ore
di manifestazione e conclude Floris «con la speranza di non essere
stati presi in giro».
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