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“Fabbrica
Italia” rimane un oggetto oscuro. Perchè Marchionne non cala
le carte, ma insiste nel chiedere (alla Fiom) la preventiva resa del
sindacato. E’
il modello Pomigliano che la Fiat pretende di estendere ad
ogni sito del gruppo e persino di peggiorare, di ricatto in ricatto, di
deroga in
deroga. La sola vera strategia di corso Marconi è il dumpingdi
manodopera e il salasso dei diritti. Con il beneplacito del
governo.Dissenso dei metalmeccanici della Cgil. Il Fismic si sdraia
sulla lineaaziendale.
Non molto distanti Cisl e Uil
AUTORI DEL GESTO ALCUNI MILITANTI DI «Action diritti in movimento»
Uova e fumogeni contro la sede della Cisl
Blitz a Roma contro il sindacato di Bonanni. Sulla vicenda indaga la
Digos
repubblica 6 ottobre
ROMA - Cisl ancora nel mirino. La sede confederale del
sindacato guidato da Raffaele Bonanni è stata oggetto di un blitz da
parte di un gruppetto non identificato di esponenti di «Action
diritti in movimento». Lo rivela la stessa organizzazione sindacale
spiegando che i muri della sede di via Po sono stati imbrattati da
vernice rossa e uova. Sono stati lanciati anche fumogeni ed alcuni
volantini. Sulla vicenda indaga la Digos. Gli investigatori hanno già
acquisito i filmati delle telecamere di sicurezza posizionate
all'ingresso della sede del sindacato.
LA RIVENDICAZIONE - Gli attivisti di "Action -Diritti in
movimento", sul loro sito, rivendicano le ragioni della
contestazione: la Cisl e la Uil, sostengono, «stanno accettando il
ricatto» di Fiat, favorendo «un arretramento sul terreno dei diritti».
«Contestiamo la Cisl e la Uil perché questi sindacati fanno parte di
quella casta distante dai problemi quotidiani che decide a tavolino
sulla pelle delle persone, senza sapere che cosa vuol dire perdere
diritti e dignità». «Noi contestiamo la Cisl e la Uil perché
crediamo che contestare con determinazione chi attenta le basi delle
convivenza democratica sia in linea con le regole costituzionali che
difendono la libertà di critica. Non contestiamo la Cisl e la Uil
solo per solidarietà alla Fiom, ma perché le conseguenze delle
scelte di Marchionne ci riguardano», insistono gli attivisti di
Action.
A MERATE - Sempre in mattinata, un gruppo di militanti della
Fiom avrebbe fatto irruzione nella sede della confederazione a Merate,
in provincia di Lecco, lanciando insulti ai lavoratori e distribuendo
volantini. Il segretario generale della Fiom-Cgil Lombardia, Mirco
Rota, nega però che si sia trattato di un'aggressione. «Sarebbe
stato un atto gravissimo - afferma - ma le cose sono andate in
tutt'altro modo». Il segretario spiega: «Attorno alle dieci, quattro
lavoratori, di cui due delegati della Fiom, si sono presentati davanti
alla sede della Cisl. Dopo aver preavvisato le forze dell'ordine, due
di loro, sotto gli occhi della forza pubblica, sono entrati nei locali
e hanno consegnato un volantino. Gli altri due sono rimasti
all'esterno. La storia è finita».
LA NOTA - Dopo il blitz nella sede nazionale, la Cisl ha
diffuso una nota di condanna: «Si è trattato di un fatto molto grave
che si aggiunge ai numerosi attacchi e aggressioni in corso in questi
giorni nei confronti delle sedi sindacali della Cisl». Tra gli
episodi più eclatanti delle scorse settimane, la
contestazione a Bonanni durante la festa del Pd a Torino. In
quell'occasione, il leader sindacale era stato colpito da un fumogeno
lanciato da una manifestante. «La Cisl - si legge ancora nel
comunicato - esorta i suoi iscritti, i suoi militanti e tutta la
dirigenza a non farsi intimidire da questi episodi di puro squadrismo
organizzato ed invita il mondo politico ed istituzionale, e tutte le
espressioni della società civile, a non dare spazio ai provocatori di
ogni genere, prendendo le distanze in maniera netta da chi vuole
destabilizzare il paese attraverso questi episodi di squadrismo e di
violenta intolleranza nei confronti di una organizzazione sindacale
libera e democratica come la Cisl».
LE REAZIONI - «È ora di reagire con più decisione a una
serie di azioni allarmanti, di atti violenti contro cose e persone
anche attraverso, quando necessaria, la più ferma repressione degli
atti criminosi - dichiara il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
- Troppa sottovalutazione, troppo perdonismo, anche in settori
istituzionali, preparano solo attentati più gravi e l'affievolimento
della democrazia. Adesso basta!». «È doveroso - prosegue Sacconi -
riconoscere il ruolo svolto da questa organizzazione in tutta la sua
storia per produrre l'effettiva promozione dei diritti nel lavoro ed
insieme il particolare coraggio che i suoi militanti e quadri hanno
dimostrato e dimostrano nel difendere le proprie convinzioni anche
nelle più difficili situazioni». «Desidero esprimere totale
solidarietà alla Cisl per il grave episodio che fa seguito
all'indegna e pericolosissima aggressione di un mese fa contro il
segretario Bonanni - scrive in una nota il portavoce del Pdl, Daniele
Capezzone. - Nell'arcipelago dell'ultrasinistra ci sono pulsioni e
atteggiamenti violenti, che la sinistra democratica ha il dovere di
condannare e isolare, rompendo ogni rapporto con chiunque abbia toni
incendiari o approcci variamente giustificazionisti». «Voglio
esprimere al segretario Bonanni la solidarietà dei deputati del Pd e
mia personale - afferma dal canto suo Dario Franceschini - per
l'ennesimo episodio di intimidazione nei confronti della Cisl. Si
tratta di gesti inconsulti che vanno prontamente fermati». «Il Pd -
ricorda - ha già chiesto al governo di riferire in aula
sull'accaduto. Episodi come questi non vanno mai trascurati e
sottovalutati perché segnano un clima di intolleranza nel paese che
va subito circoscritta e contrastata». «Ho telefonato all`amico
Raffaele Bonanni - che andrò a trovare nei prossimi giorni - per
esprimergli solidarietà e la mia più profonda indignazione -
dichiara il ministro per le Politiche Europee, Andrea
Ronchi - per il vile attacco portato da squallidi estremisti
dei centri sociali dell'estrema sinistra romana alla sede della Cisl
di Roma». «Un attacco vile che colpisce un grande sindacato
riformista e che alimenta un pericoloso clima di intolleranza -
aggiunge. - Questo è l'ultimo episodio di una lunga serie di
provocazioni, attacchi ed episodi di violenza. È intollerabile
qualsiasi tipo di collateralismo con questi personaggi che vanno
semplicemente identificati come delinquenti».
Attacco alla Cisl a Roma: uova e fumogeni lanciati da Action
IL BLITZ A ROMA
Stamattina c'è stato un blitz contro la sede confederale della Cisl
nazionale a Roma, in via Po. Un gruppo non identificato di esponenti
di «Action diritti in movimento» ha imbrattato i muri con vernice
rossa e uova, ha lanciato fumogeni volantini. Per il sindacato si è
trattatodi «un fatto molto grave che si aggiunge ai numerosi
attacchi ed aggressioni in corso in questi giorni nei confronti
delle sedi sindacali della Cisl». Condanna unanime dal mondo
politico. Il Pd chiede che il governo ne riferisca in Parlamento. La
Digos ha acquisito i filmati davanti alla sede sindacale. E sempre
oggi a Ivrea sono comparse scritte offensive contro Marchionne,
Bonanni e Sacconi.
«L'attacco alla Fiom e ai metalmeccanici da parte della Fiat non
riguarda solo un settore di lavoratori – replica invece in un
comunicato alle agenzie Action - ma interessa tutti coloro sono
interessati ad una società con maggiori diritti. A Pomigliano la
Fiat intende sperimentare un modello che sacrifica sull'altare della
competività i diritti conquistati, ribattendo fuori dalla porta
delle fabbriche la civiltà e le garanzie costituzionali». . E
Andrea Alzetta, capogruppo Roma in action in Campidoglio, appoggia
l'attacco: «Qualcuno spera nella rassegnazione. Noi invece alziamo
la testa e non abbiamo paura. È giusto contestare sindacati come la
Cisl, che ormai rappresentano una casta lontana dalle esigenze dei
lavoratori, che si prestano ai ricatti dell'azienda».
«L'attacco alla sede nazionale della Cisl accresce una spirale di
intimidazione e di violenza che va immediatamente fermata. Chiediamo
al ministro dell'Interno di riferire in Aula su questo episodio e
sull'atteggiamento che ritiene di adottare per prevenire i rischi di
degenerazione sociale», afferma dichiara Pierpaolo Baretta
capogruppo del Pd in commissione Bilancio.
LE SCRITTE A IVREA
“Marchionne e Bonanni...Sacconi di m...” e ancora “il 16
ottobre 2010 tutti a Roma”: sono le scritte, accompagnate dal
simbolo della falce e martello, comparse oggi sul muro della chiesa
di via Riva a Ivrea, accanto alla sede Cisl canavesana. «Questi
episodi - commenta il segretario territoriale Sergio Melis - sono
frutto di un clima ormai arroventato. Da tempo sosteniamo che alzare
lo scontro e usare certe parole nella contrapposizione possa
favorire il crescere di atti sconsiderati. Ancora oggi, turbati e
rattristati, avanziamo la richiesta di abbassare i toni perché
quello che sta succedendo non ha nulla a che fare con il lavoro, la
democrazia e la normale dialettica sindacale. Continueremo il nostro
impegno con responsabilità» «Dopo le sedi di Biella e Torino,
senza contare l'aggressione a Bonanni dell'8 settembre scorso alla
festa del Pd - aggiunge il segretario regionale Cisl, Giovanna
Ventura - è il terzo episodio in regione contro di noi. C'è
qualcuno che pensa ancora di poter sostituire il confronto
democratico e civile con le minacce, le offese e le intimidazioni.
Ritengo che ciascun lavoratore debba prendere le distanze da chi
vuole creare un'aria irrespirabile invece di un civile e democratico
confronto su idee anche molto diverse tra loro».
MERATE: IRRUZIONE? LA FIOM SMENTISCE Attimi di
tensione nella sede Cisl di Merate, in provincia di Lecco. Questa
mattina intorno alle 10, mentre era in corso uno sciopero della
Fiom-Cgil, un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione negli uffici
lasciando volantini e urlando «venduti» e «corrotti» ai
funzionari che erano al lavoro. «Fosse vero, si tratterebbe di un
atto gravissimo - dichiara il segretario generale della Fiom
Lombardia Mirco Rota - Ma a Merate, questa mattina, le cose sono
andate in tutt'altro modo. Lo dicono i fatti, non la Fiom. Quattro
lavoratori, di cui due delegati della Fiom, si sono presentati alla
sede della Cisl. Dopo aver preavvisato le forze dell'ordine, due di
loro, sotto gli occhi della forza pubblica, sono entrati nei locali
e hanno consegnato un volantino. Gli altri due sono rimasti
all'esterno. La storia è finita. Non abbiamo altro da aggiungere,
se non il nostro profondo dissenso verso qualunque forma di protesta
non civile, sbagliata e dannosa».
Wen Jiabiao in Italia.
Pechino d'Europa
di Joseph Halevi
su il manifesto del
07/10/2010
Il patto la Cina e il
capitale mondiale si fonda pertanto su un perdurante esercito
industriale di riserva. La crescita capitalistica cinese continuerà
dunque a poggiare sul binomio investimenti ed esportazioni. La crisi
in corso fa risaltare la cesura tra stati nazionali e gli interessi
di ampi settori di capitale globale il quale non vuole assolutamente
mutare il ruolo della Cina.
Per buona parte del capitale statunitense la Cina è sempre fonte di
profitti. Per l'Europa il quadro è piú variegato. L'insieme delle
industrie meccaniche, elettroniche e di mezzi di produzione europee,
italiane incluse, ottengono un saldo positivo con Pechino.
Tuttavia i comparti che ne beneficiano maggiormente sono quelli
della Germania e dei paesi scandinavi. Il deficit complessivo con la
Cina non preoccupa questi paesi perchè i settori che sostengono la
loro posizione mondiale non ne sono intaccati. Mentre per Francia ed
Italia i comparti avanzati non sostengono i loro conti esteri
globali. Quindi il deficit con Pechino, destinato peraltro a
crescere, morde concretamente.
Nei confronti della Cina le faglie intraeuropee emergono
lucidamente. Assente ogni politica economica europea, eccetto i
tagli ai bilanci pubblici, rimane solo la bagarre sul tasso di
cambio. Anche Pechino opera nelle contraddizioni europee. La
gestione del debito pubblico da parte della Bce e della Germania,
apre la possibilità di diversificare i buoni in possesso della
Banca centrale cinese sostenendo simultaneamente il tasso cambio
dell'euro che si sta rivalutando nei confronti del dollaro cui è
legato lo yuan. Questo è il senso del prospettato acquisto di buoni
greci. La Grecia fa inoltre parte della strategia cinese di creare
dei solidi punti di sbarco delle merci dirette alla zona
mediterranea ed all'est. Le società marittime statali di Pechino
hanno già acquistato parte del porto di Napoli. Ora stanno
investendo nel porto del Pireo.
Sono tutte strategie volte a potenziare fortemente le esportazioni
verso l'Unione europea. La Turchia, a sua volta visita ta da Wen
Jiabao, entra peinamente in tale ottica. Ankara, che ha uno status
di libero scambio con l'Ue, ha cominciato ad importare auto cinesi
precedute da una vasta pubblicità sui principali canali televisivi.
Queste importazioni sono in concorrenza con i localmente dominanti
marchi Fiat e Renault.
A gennaio una foltissima delegazione ministeriale cinese aveva
stipulato ad Ankara accordi che vanno dal commercio ad investimenti
diretti in Turchia come base di espansione verso il resto
dell'Europa. La Turchia diventerà un tassello importantissimo nel
connettere esportazioni ad investimenti esteri cinesi alla maniera
del Giappone e della Corea meridionale.
Terzo sciopero generale in Francia in un mese. Caos negli aeroporti,
cancellata la metà dei voli
In Francia è cominciata la terza giornata di sciopero in un mese
contro la riforma delle pensioni. L'autorità dell'aviazione civile ha
già avvertito che sarà cancellata
la metà dei voli da e per il paese. Allo scalo parigino di Orly
rischia di saltare un volo su due e a quello di Roissy un 30 per cento
di voli. Gravi disagi, con cancellazioni al 50 per cento sono attesi
anche allo scalo di Beauvais, 80 km a nord della capitale e dove opera
la compagnia low cost Ryanair. Air France ha affermato che opererà
regolarmente i voli sulle lunghe tratte, ma ne annullerà alcuni sui
collegamenti interni ed europei.
Ryanair
contro lo sciopero dei controllori di volo
Contro il blocco imposto dallo sciopero dei controllori di volo francesi
ha preso posizione l'amministratore
delegato di Ryan Air. Michael O'Leary chiede di riformare la
normativa europea sui diritti dei passeggeri, eliminando
il diritto di sciopero per i servizi essenziali come i servizi Atc (Air
Traffic Control). Nel 2010 la compagnia ha dovuto cancellare ben
1.650 voli e ritardare altri 12.000, sconvolgendo così i
piani di viaggio di oltre 2,5 milioni di passeggeri, come diretta
conseguenza delle manifestazioni dei controllori di volo belgi, francesi
e spagnoli.
Lo stop ai
mezzi pubblici
La protesta colpirà anche il sistema dell'Alta velocità, dove si
prevede l'annullamento di una corsa ogni tre. A Parigi la metropolitana
è già ferma: lo sciopero è cominciato ieri sera. Si prevede una
massiccia adesione anche tra lavoratori delle poste e camionisti.
Intanto i lavoratori dei trasporti pubblici e dell'energia voteranno
l'ipotesi di cominciare un'agitazione a tempo indeterminato contro la
decisione del governo di innalzare l'età minima per il pensionamento.
Braccio di
ferro tra Sarkozy e i francesi
Il testo di legge, che innalza da 60 a 62 anni l'età minima
pensionabile a regime dal 2018, prosegue intanto il suo iter al Senato,
che ha già approvato due articoli chiave. Forte di un massiccio
sostegno dell'opinione pubblica - il 66%
dei francesi è favorevole ad un inasprimento delle azioni di protesta e
il 69% sostiene lo sciopero - il sindacato scommette su una forte
adesione alla mobilitazione, con 244
manifestazioni previste in tutta la Francia.
Gli
industriali francesi esasperati dal blocco reagiscono con ironia
«Il miglior lavoro del mondo? Diventate gruista al porto di Marsiglia»:
questo il provocatorio slogan inventato da un gruppo di imprenditori
francesi, che in un una pagina
pubblicitaria acquistata ieri su Les Echos ironizza sullo sciopero dei
lavoratori del porto di Marsiglia, ormai bloccato da giorni.
L'iniziativa è stata lanciata dall'unione degli imprenditori della
Bouches-du-Rhone, la regione di Marsiglia, il primo porto di Francia,
dove i lavoratori protestano contro la riforma portuaria e delle
pensioni. Da parte sua, la presidente del Medef (la Confindustria
francese), Laurence Parisot, ha detto che si tratta di un grido di
allarme «il porto di Marsiglia è in pericolo».
Il lavoro nell'era senza
Cristo
di Alberto Asor Rosa
su il manifesto del
15/10/2010
La vicenda
Marchionne-Pomigliano è stata analizzata da par suo, fin dal suo primo
manifestarsi, da Eugenio Scalfari, in due articoli su la Repubblica (20
giugno e 29 agosto 2010). La sua tesi di fondo è che, per la teoria dei
vasi comunicanti, la globalizzazione impone all'industria una linea di
condotta non molto dissimile da quella di Marchionne, con la quale perciò
è inutile polemizzare. Scalfari cita anche direttamente Marchionne, con
una frase diventata da allora famosa: «Io vivo nell'epoca dopo Cristo;
tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi
interessa» (ci tornerò sopra più avanti).
E però Scalfari aggiunge che la teoria dei vasi comunicanti, per
funzionare senza sfracelli, dovrebbe valere in qualsiasi caso. E cioè:
onde evitare che si creino nell'area dell'ex-benessere mondiale
insostenibili perdite di diritti (libertà ed eguaglianza), bisognerebbe
provocare pressoché contestualmente «analoghi trasferimenti di
benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti
poveri», questi ultimi, oggi, già di per sé fortemente svantaggiati,
e per giunta molto, molto più esposti ai rischi della ventilata
trasformazione marchionniana. Potremmo definire, quella di Scalfari, la
risposta solidaristica e riformistica alla perdita di potere delle
classi subalterne. Comporterebbe, per realizzarsi, un ampio e solido
schieramento di forze politiche nazionali e sopranazionali a suo favore.
Ci sono? Dove sono? Per restare ai casi nostri, ci sono in Italia?
Qualcuno ha risposto, pubblicamente consentendo, al saggio appello di
Scalfari? E nel frattempo?
In questi mesi ha pubblicato una serie di articoli sul manifesto (per
quanto mi consta, ma potrebbero essercene degli altri, il 16 giugno, il
1 luglio e il 15 settembre) Guido Viale, con il quale è difficile non
consentire pressoché integralmente. Anche secondo lui al piano A di
Marchionne, preso in sé, non c'è alternativa: perché l'alternativa va
cercata altrove. L'alternativa, infatti, per essere efficace, non può
essere parziale: dev'essere globale e radicale, almeno quanto la linea
cui si oppone. Essa consiste nella «conversione ambientale del sistema
produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in
crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi, tra i quali
l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti...». Come
potrei non essere d'accordo con questa limpida prospettiva strategica
(la quale anch'essa, peraltro, gode per ora di adesioni e perfino
entusiasmi assai limitati nelle popolazioni interessate, e quasi nessuno
nei ceti politici conseguenti)? Sì, va bene, anzi benissimo, ma nel
frattempo?
Riprendo ora il ragionamento, imboccando però tutt'altra strada. Uno
degli aspetti più immediatamente positivi delle scelte operate
recentemente dal dottor Marchionne è di aver consentito nella maniera
più facile e rapida un ritorno (persino estremizzato) all'obliato Marx
(altro che Machiavelli, altro che Hegel).
Ricordate? «Se occorre soltanto mezza giornata lavorativa per mantenere
in vita un operaio per un'intera giornata lavorativa, allora il
plusvalore del prodotto risulta automaticamente, perché il capitalista
ha pagato soltanto il prezzo di mezza giornata lavorativa, mentre ne
ottiene una intera oggettiva nel prodotto; dunque, per la seconda metà
della giornata lavorativa egli non ha scambiato nulla. Ciò che solo può
fare di lui un capitalista non è dunque lo scambio, ma un processo in
cui egli senza scambio riceve tempo di lavoro oggettivato, ossia valore»
(Grundrisse, III, 1). Solo che, andando in estrema sintesi, e quindi
rischiando mostruose (ma anche, forse, utilmente semplificanti)
approssimazioni, il dottor Marchionne vorrebbe oggi ridurre il prezzo
dell'intera giornata lavorativa, che paga all'operaio, non più alla
mezza giornata dell'esempio marxiano, ma a due ore, un'ora e mezza,
un'ora, forse in prospettiva dieci minuti. E cioè: in cambio della
promessa della conservazione del posto di lavoro (tutt'altro che certa,
Viale), la riduzione dell'operaio italiano, anzi in prospettiva
occidentale, al paria indiano, al coolie cinese.
Non è polemica, anche questo è un dato di fatto. Si riscopre cioè
oggi - e anche questo è un dato storico ricorrente - che in tutti quei
momenti in cui si tratta di superare un passaggio epocale (e questo,
certo è uno di essi), sotto la maglietta negligentemente sbottonata del
padrone più disinvolto e à la page, batte il cuore eterno
dell'accumulazione primitiva, quella che, quando non se la può più
prendere con nessun altro, se la prende con il lavoro. Si sa che il
sogno del capitalista moderno, da che mondo è mondo, e finché esisterà
il mondo, è: macchine che producono macchine, la soppressione della
fastidiosa, intollerabile, ribelle riluttante, forza lavoro umana (non
mi soffermo, ma si potrebbe, sugli effetti sistemici castrofici che tale
prospettiva comunque produrrebbe, magari ne parliamo un'altra volta).
Fin quando, però, sussiste forza lavoro umana, la compressione finale
avviene lì, è lì che deve avvenire.
Uno potrebbe dire e/o pensare (e molti, oggi, moltissimi dicono e/o
pensano): ma in fondo chi se ne frega degli operai, se, purché il
sistema regga? Dubito che il sistema regga, se ce ne freghiamo degli
operai. Alcune considerazioni nel merito del valore generale di tali
ragionamenti.
Checché se ne dica, e checché se ne pensi, è proprio la leggendaria
«condizione operaia» che è tornata in questi mesi (pur sempre
faticosamente, e in mezzo a clamori assordanti d'interdizione) al centro
dell'attenzione. La domanda è: è proprio vero che la «condizione
operaia», il modo d'essere operaio, il «punto di vista» di classe, il
suo rapporto non solo economico ma anche «sociale» con il resto del
mondo, sono estranei alla «condizione generale», «sociale» e «civile»,
«politica» e «istituzionale», del nostro paese, dell'Europa, del
mondo? Si direbbe, - anzi, questo con sicurezza si può dire, - che, per
stare al gioco, gli operai dovrebbero rinunciare alla contrattazione; al
diritto di sciopero; ai diritti di cittadinanza; al diritto di mangiare,
cagare e pisciare in fabbrica. Più che di un'«epoca dopo Cristo»,
come dice Marchionne, sarebbe giusto parlare di «un'era senza Cristo»:
un'era in cui l'unica legge torna ad essere, appunto, quella feroce
dell'accumulazione primitiva, e le altre leggi, giuridiche, politiche e
civili, e persino, sullo sfondo, quelle religiose, si dissolvono come
neve al sole.
(Domanda: e gli Stati uniti? Non me ne intendo per parlarne, ma a naso
mi pare che Ron Getterlfinger non abbia la stoffa dei nostri Giuda e
Barabba: in ogni caso la Uaw lì possiede la maggioranza delle azioni
Chrysler e due colossi finanziari come i fondi pensione e quello
sanitario, e dunque, comunque la si voglia giudicare strategicamente,
forse la situazione è diversa. Se mai sarebbe interessante approfondire
in questo contesto quel che scrive Giulio Sapelli sul «Corriere della
sera», 18 giugno u.s., in un articolo rimasto anch'esso ingiustamente
defilato. L'operaio cinese alza (finalmente) la testa: descrivendo il
movimento esattamente opposto a quello che Marchionne vorrebbe imprimere
agli operai italiani, e cioè i coolies cinesi che diventano operai
coscienti, operai all'occidentale, e dunque, anche, cittadini diversi da
come il regime vorrebbe che fossero. Questa è la terza strada da
battere, l'Internazionale operaia, che risorge proprio dalle ceneri
infeconde e avvelenate del comunismo-capitalismo di Stato, più utopica,
certo, delle altre due, ma in compenso più seducente).
Facciamo a questo punto, e una volta tanto, «mente locale». La
contrattazione significa che due soggetti siedono al medesimo tavolo con
le medesime, potenziali opzioni (e possibilità) di partenza (almeno
fino a quando, cosa di cui per ora, giustamente, non c'è quaestio, non
si potrà pensare ad un capitale senza lavoro o a un lavoro senza
capitale). La civiltà giuridica europea, la civiltà europea tout court
sono fondate su questo presupposto (non a caso garantito esplicitamente
dalla nostra Costituzione). La mia tesi è che se si mette in
discussione questo caposaldo, vien giù tutto il resto. Forse è ancora
vero (M. Tronti, La fabbrica e la società: 1962, ahimé) che quel che
si verifica e si modella nel lavoro produttivo allargato (forse oggi più
allargato e differenziato che allora: diciamo più genericamente, e
provvisoriamente, il mondo del lavoro oggi, all'interno del quale,
tuttavia, il lavoro operaio continua a occupare una posizione centrale e
decisiva), il giorno dopo lo ritrovi nei rapporti sociali, nelle forme e
nei programmi della politica, nei valori da perseguire o da rigettare e,
alla fine, nelle nuove regolamentazioni giuridiche del sociale. Ci
vorrebbe, insomma, una società diversa, e molto, molto peggiore,
nonostante tutto, di questa, una società di due o tre secoli fa (e
infatti c'è già chi ci pensa), perché il dottor Marchionne possa fare
tranquillamente il suo lavoro.
Tutto, insomma, alla fine si tiene (come sempre, nei momenti decisivi).
Se passa la prospettiva Marchionne, non sola la «condizione operaia»
peggiorerà intollerabilmente, - il che, forse, qualche considerazione
«umanitaria» dovrebbe sollevarla, o no?, - ma scompariranno dalla
scena sia l'ipotesi solidaristica e riformistica (la ridistribuzione
politico-sociale della ricchezza) sia l'ipotesi ecologista (la
conversione ambientale del sistema produttivo), per non parlare,
ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè,
dell'operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come
l'operaio occidentale a patto che intanto l'operaio occidentale non sia
stato ridotto nelle condizioni dell'operaio cinese).
Nel frattempo,dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro
completa mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta
una battaglia generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri
diritti, la prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo
formalmente) più libera ed eguale. Per una volta tanto diciamo,
rischiando l'enfasi, che la «condizione operaia» è anche la nostra
condizione, ne è anzi il presupposto, politico e civile. Dopo si potrà
ragionare più ordinatamente sul «che fare». Ora si tratta di dire con
chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si
deve fare.
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