ROSSANA ROSSANDA
| La Repubblica 26 luglio 2001
Le vittorie e le sconfitte Nella breve biografia di Carlo Giuliani, il giovane di 23 anni ucciso
a Genova, c'è un tratto così drammaticamente simbolico da non potersi
ignorare. Carlo Giuliani era figlio di un dirigente sindacale, un uomo
della Cgil di lunga e fedele militanza: e le parole pronunciate da
quest'ultimo dopo la morte del figlio esprimono il meglio di quella
cultura di sinistra che ha costituito corpo e anima di tanta parte della
nostra società e della sua faticosa storia. Ma, al contempo, il dato
biografico segnala l'impotenza di quella stessa cultura a farsi (o a
continuare a essere) senso comune e sensibilità collettiva: e, dunque,
l'incapacità a trasmettersi – sia pure conflittualmente - di
generazione in generazione. |
Genova,
o delle ambiguità
"Tutte le classi che finora si sono conquistate il potere hanno cercato
di assicurarsi la posizione già acquisita nella loro esistenza, assoggettando
l'intera società alle condizioni del loro profitto. I proletari possono
conquistare a sé le forze produttive della società soltanto abolendo il
sistema di appropriazione che le caratterizza, e perciò il complesso dei
sistemi di appropriazione finora esistiti. I proletari non hanno da
salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza e tutte
le garanzie private esistite finora" (Marx, Manifesto).
Ci sono dei passi di Marx, come quello citato in apertura, che troppo
spesso vengono dimenticati o accantonati opportunisticamente dai
"marxisti". Per i proletari distruggere tutte le sicurezze e le
garanzie private (tutte, quindi
comprese le proprie) è ben diverso che muoversi per rivendicarne il
mantenimento o addirittura per chiederne di nuove. Mentre a Seattle
il pragmatismo americano rendeva chiaro e
univoco il messaggio della piccola borghesia e dell'aristocrazia operaia,
un'ambiguità di fondo ha invece permeato il movimento che si è riversato sulle
piazze di Genova. Dall'America protezionista e bigotta veniva il messaggio
moralista del "lottiamo per voi", rivolto ai poveri del mondo che
fanno concorrenza sleale e prestano gli schiavi bambini alla Nike; dall'Europa
filosofa e inconcludente veniva quello del solito ricatto puttano che già
abbiamo sentito nel post '68 e '77: se non ci ascoltate andrà sempre peggio e
il "popolo" si rivolterà. Ambigua la piazza, ambiguo lo Stato, che
reprime invece di cooptare nella riforma di questo sistema chi non aspetta altro
e non perde occasione di mostrare quanto è moderato, rispettoso delle
istituzioni, disposto al dialogo fino alla nausea, grintoso da teatrino dei
simboli.
Storico
problema della tattica: fuori o dentro il sistema
E'
fatale: ogni movimento che non preveda nel suo programma il superamento del
sistema attuale finisce per collaborare al tentativo di tenerlo in piedi. Quando si affermerà un movimento con la
precisa visione del divenire della società futura, sarà per ciò stesso
inserito di fatto nella dinamica distruttiva
nei confronti delle barriere che non la lasciano emergere, e non dialogherà
affatto, e non avrà simboli, ma obiettivi concreti. La lotta
"simbolica", cioè fine a sé stessa, contro le semplici emanazioni
del sistema - ad altissimo livello come i governi degli otto paesi più potenti
del mondo o al livello bassissimo della manovalanza sbirresca - ha lo stesso
senso del "mettete dei fiori nei vostri cannoni" di quarant’anni fa:
dopo un paio di generazioni, altre otto presidenze militariste americane e un
bel po' di guerre guerreggiate siamo ancora lì…
Ogni movimento ri-formista
mostra una doppiezza schizofrenica quando si atteggia a nemico della forma che
vorrebbe migliorare. Un movimento rivoluzionario sarebbe invece assolutamente
anti-formista, non "dialogherebbe disubbidendo" con governi e polizie,
pure apparenze esteriori al servizio della forma che si accingerebbe ad
abbattere. Meno che mai lo farebbe nel momento in cui esse sono massimamente
preparate e armate per affrontare lo scontro. Il dialogante dice di non volere
lo scontro, ma vi si prepara minuziosamente – per difendersi, è ovvio; e
quando poi lo scontro avviene per inevitabile determinismo, non riesce ad
evitare l'ulteriore recita della somma indignazione per il prevedibilissimo
massacro, anzi si immedesima a fondo nella parte, denunciando la violenza che,
ovviamente, si è abbattuta più intensa su chi non vi era preparato.
L'anti-imperialismo frasaiolo come quello che s'è visto in piazza a
Genova ha riproposto il problema della contraddizione tra obiettivi di lotta
condivisibili da tutti, quindi per loro natura interclassisti, e il rigore
richiesto ai comunisti. Questi ultimi ovviamente promuovono qualsiasi movimento
contro lo stato di cose presente e vi partecipano attivamente. Ma è possibile
stabilire con precisione, nei momenti in cui le classi non si muovono su fronti
contrapposti ma confusi, quali siano i confini fra le manifestazioni in
difesa dell'ordine esistente e quelle contro
di esso?
E’ lo stesso problema che dovettero porsi i militanti rivoluzionari in
situazioni ben più gravi: per esempio quando si trattò di capire che cosa
fosse realmente la guerra di Spagna e se si dovesse partecipare alla guerra
civile; quando si trattò di decidere se combattere nei ranghi del partigianesimo
filo-angloamericano e anti-tedesco; oppure se partecipare alle manifestazioni
che sancivano l'integrazione corporativistica dei sindacati nell'economia e
nella politica nazionali; se fossero sensate per dei comunisti le manifestazioni
anti-imperialistiche sotto il segno della colomba staliniana di Picasso; se lo
stesso pacifismo
democratoide anni '50 non fosse che una bandiera del partigianesimo pro-russo,
persistente dopo la guerra e questa volta a favore di uno solo degli
imperialismi vincitori, ecc. ecc.
Sono problemi ricorrenti e, in anni più vicini a noi, ci siamo trovati
ad affrontarli quando si sono manifestati sotto varia forma, anche se a livelli
infimi rispetto a quelli dei tempi ricordati: il movimento degli studenti, delle
donne, per il referendum, per l'aborto, per l'occupazione delle case, persino la
trasformazione della CGIL in "sindacato di tutti i cittadini" erano
tutte manifestazioni di interclassismo, anche se spesso cresciute sulla base di
un malessere sociale concreto, tangibile.
La giusta preoccupazione dei rivoluzionari è quella di non essere
indifferenti di fronte a fatti che sono comunque l'indice di importanti
contraddizioni del capitalismo e possono rivelarsi come potenziali mine per
sconquassare la società. Da questo punto di vista, ciò che distingue i
comunisti e caratterizza il loro anti-indifferentismo non è però il
"giudizio" su movimenti sociali generalizzati e neppure il tipo di
partecipazione, ma la comprensione della loro origine materiale e soprattutto
delle conseguenze storiche del loro agire.
I fini che i comunisti si pongono e il percorso necessario per
giungervi, al quale normalmente si dà il nome di "tattica",
sono inscindibili, e la tattica non può essere scelta ad arbitrio. La buona
tattica definisce realisticamente gli strumenti e i percorsi possibili che
portano al fine, quelli che perlomeno evitano la disfatta assicurata (lo dicemmo
per i "fronti unici" degli anni '20). Questo è un ulteriore terreno
di verifica secondo il criterio accennato all'inizio: oltre al programma e al
linguaggio, ogni movimento sociale mostra sempre chiaramente nei fatti se esso
è coinvolto in un incontro di classe
invece che in uno scontro; e, nel caso
di scontro, se il medesimo è sterile o è portatore di insegnamenti ed
esperienza, se è una semplice rivolta o se è un episodio della rivoluzione che
avanza verso l'esito finale.
Deterministica
accumulazione di caotica energia sociale
La violenza che si è scatenata a Genova ha raggiunto un livello
difficilmente registrabile nelle cronache delle manifestazioni di questi anni. E
solo degli azzeccagarbugli della politica volgare possono ignorare, o ancor
peggio negare, che la piazza ha catalizzato e fatto esplodere un'autentica violenza
sociale, per ora generica, indirizzata verso un obiettivo qualsiasi, ma con
radici profonde in un malessere crescente, angosciante, esplosivo. Se essa si è
manifestata in tutta evidenza soprattutto da parte dello Stato, limitarsi
all'indignazione episodica contro lo sbirro, momento per momento, pietra per
pietra, randellata per randellata, lacrimogeno per lacrimogeno, fino allo sparo
del carabiniere, è un insulto al materialismo. La spiegazione puramente
militare fornita dallo Stato e ripresa dai media è razionale ma insufficiente.
Se blindare una metropoli e spaccare preventivamente e sistematicamente teste e
costole può evitare le sparatorie che in passato provocarono decine di morti,
occorre ricordare che quando c'è scontro, ci sono sempre campi avversi, e
quando essi si trovano apertamente faccia a faccia è perché la piazza diventa
un attrattore sociale.
La violenza dei Black
blocster e quella scatenata successivamente dalla polizia alla sede del
GSF e al concentramento di Bolzaneto, per esempio, esce dalla logica dello
scontro a caldo: la violenza anarchicheggiante è un embrionale rifiuto
del luogo comune politico, e si esprime in energia cinetica e disordine contro
l'ordine esistente; quella di stato è paura
atavica della piazza, e scende attraverso i nervi della borghesia scatenandosi
ciecamente per mezzo dei suoi muscoli, anche se con l'aspetto del branco isolato
di poliziotti sadici che attaccano il ragazzo inerme. Ma ci sarà pure un motivo
se ogni singolo poliziotto che si dà al massacro lo fa nell'ignorante
presunzione che ogni manifestante incazzato sia comunista.
La borghesia ha portavoce diversi, ma come classe parla una lingua
unica. Per ogni suo Berlusconi che spara sciocchezze sui comunisti ha meno
vistose ma sensibili terminazioni nervose che la rendono ben consapevole di
avere un avversario temibile, anche se questo al momento non è in piazza per i
suoi propri interessi, come classe per sé. Ogni singolo borghese potrà non
essere in grado di assimilare la lezione marxista dal punto di vista razionale,
ma è certo che la borghesia come classe ha un'esperienza storica di prim'ordine
sulle forme di dominio. Mentre le altre classi dominanti della storia ne hanno
utilizzato una sola, la borghesia le ha
sperimentate tutte, monarchia, repubblica, democrazia, fascismo, teocrazia,
liberismo, capitalismo statale, satrapia orientale, ecc. Ciò le fornisce, se
non conoscenza dei processi rivoluzionari, sicuramente istinto e paura
sufficiente per reprimere qualsiasi cosa possa assomigliare a un rifiuto
generalizzato della sua società, meglio ancora, per prevenirla.
Migliaia fra i giovani che hanno partecipato alle manifestazioni da
Seattle in poi non sapranno forse cosa sono esattamente il G8, la WTO, il FMI e
la Banca Mondiale, ma sanno benissimo che lavoro hanno se lo hanno, quanta parte
della loro vita dev'essere devoluta ad altri, quanto viene loro in tasca e
quanto sia precaria ogni occupazione in un mondo nel quale la globalizzazione
dei mercati significa anche e soprattutto globalizzazione della forza-lavoro a
basso prezzo. Trattati come schiavi moderni, carichi di rabbia sacrosanta per
l'insensatezza della vita che sono costretti a condurre, infuriati e nello
stesso tempo impotenti di fronte alla miseria del mondo, generosamente disposti
anche allo scontro, essi vanno al macello in simulacri di guerriglia fine a sé
stessa contro una polizia mondiale che conosce perfettamente forze e
comportamenti degli "organizzatori". Forse ripetono per sentito dire
vaneggianti luoghi comuni sull'economia imperialista e sulle multinazionali
assassine, ma avvertono istintivamente che le sorti di miliardi di persone sono
davvero appese a un filo, e che dipendono dalla direzione presa da ricorrenti
ondate di capitali. Seguono parole d'ordine contingenti nella forma e antiche
nella sostanza, cadono nella trappola del pacifismo sociale e
dell'interclassismo, si mescolano a preti e politicanti, spesso praticano con
convinzione forme di solidarietà effimera e individuale, ma si portano dentro
contraddizioni esplosive che la piazza fa esplodere. E sono pronti a battersi,
con entusiasmo degno di miglior causa.
A Genova si è formata dunque una massa critica di molecole sociali -
per loro numero e natura - in un miscuglio assai fluido che non è riuscito a
trovare un indirizzo. L'ambiguità delle forze in campo, in bilico fra la
violenza e il pacifismo, ha provocato una situazione al confine dell'equilibrio.
Troppi manifestanti e troppi sbirri si sono trovati fuori controllo. Non certo
solo per colpa dei capi, ma per le interazioni spontanee che si innescano sempre
in casi simili. I manifestanti erano scoordinati al massimo un po' per le solite
manìe anarcoidi ma soprattutto per l'azione preventiva dovuta alla
compartimentazione del territorio da parte della polizia; la polizia era fin
troppo coordinata in massa per essere in grado di affrontare la mobilità delle
poche centinaia di fracassatori di proprietà determinati nei loro obiettivi
specifici e si è buttata nel mucchio.
La bestiale violenza poliziesca, il sangue, le fiamme, le barricate,
l'odio (che sfocerà in nuovi episodi del resto già annunciati), tutto ciò che
rappresenta materia di cui si è impadronita in diretta la società dello
spettacolo ha coperto qualunque altra considerazione. Ma rispetto alla violenza
programmata che sarà necessaria agli Stati per incanalare gli effetti futuri
della globalizzazione Genova è ancora niente. Per questo essi si preparano.
Non possono invece essere pronti i popoli di Seattle. Con regolarità,
in ogni occasione, si sono visti scendere in piazza senza la minima possibilità
di darsi precisi programmi, segno che sono anche lontani dall’essere
consapevoli delle determinazioni materiali che li hanno generati e perciò dei
fini limitati che un movimento del genere dovrebbe porsi e raggiungere, cioè
riforme pacifiche e democratiche del sistema di controllo mondiale. Anzi, più
che riforma di tale sistema, la sua fondazione, dato che la tanto paventata globalizzazione
prevaricatrice è fuori controllo.
Dunque, l'eterogeneo fronte anti-globalista è già la conseguenza, anche se non troppo coerente, di una situazione
internazionale di crisi che produce effetti macroscopici sulle popolazioni del
mondo (sviluppato e no), mentre le borghesie nazionali sono ancora
ferme alla ricerca di un accordo politico e di un comportamento coordinato di
fronte al problema. Quando parliamo di crisi in tale contesto non ci riferiamo
ai cicli economici classici, bensì all'emergenza di fenomeni che si dimostrano
troppo veloci per gli esecutivi delle varie borghesie nazionali, le quali non
riescono a prendere decisioni istantanee. Così i
governi sono irrimediabilmente in ritardo rispetto alla dinamica reale della
società, la quale si avvia verso una crisi sistemica di proporzioni mai viste.
E' di fronte a queste contraddizioni che si forma il cocktail esplosivo tra la
necessità di un controllo mondiale e il suo rifiuto.
I no global sono più
globalizzati dei globalizzatori, che non riescono a marciare al passo della
globalizzazione. Oltre al bisticcio di termini che ne vien fuori, c'è anche una
gran confusione di ruoli: i no global
non possono far altro che invocare generici "diritti" dei popoli, gli
Stati globalizzatori non possono far altro che riunirsi a ripetizione nel
tentativo continuamente frustrato di mettere in piedi un controllo mondiale;
sennonché i diritti dei popoli contro le fameliche multinazionali, dal punto di
vista interclassista dei no global,
sarebbero meglio garantiti da un esecutivo capitalistico efficiente e mondiale
(cioè una forma avanzata di fascismo,
il quale storicamente è nient'altro che riformismo realizzato), mentre il
controllo mondiale cozzerebbe senza ombra di dubbio contro gli interessi
particolari degli Stati globalizzatori. Ogni borghesia, da che esiste il
capitalismo, è sempre legata ad interessi nazionali, quindi locali.
Anti-globalizzatori e globalizzatori sono immersi in una contraddizione mortale
perché militano entrambi nel campo sbagliato, dovrebbero scambiarsi i ruoli.
Nella confusione fra diritti, interessi
e forza, non è strano che quest'ultima finisca per prendere il sopravvento
in un'esplosione immediata. L'inaudita violenza di Genova trova così una
spiegazione migliore nella dinamica del sistema globale
che non nei comportamenti, e soprattutto nelle dichiarazioni, dei protagonisti,
in bilico tutti fra diritto e forza in ripetuti confronti locali.
Ne scaturiscono anche aneddoti curiosi: gente a cui piacevano un sacco i
romantici cortei armati s'è messa a rimbrottare gli sfasciatutto del momento,
ricevendone in cambio possenti randellate proletarie; per converso, solitamente
miti cristianucci si son dovuti cimentare con la violenza, un po' per non farsi
fare a pezzi dai robocop impazziti, un
po' perché il già poco realistico precetto dell'altra guancia a Genova era
un'astrazione alquanto superata dalla prassi. La febbre sociale mondiale è
alta, quindi, anche se non ancora abbastanza per un salto di qualità.
Ideologia
di conservazione
Lottare idealisticamente contro la globalizzazione e i suoi effetti, che
sono forme specifiche di gestione dello sviluppo della forza produttiva sociale,
è reazionario. Neanche il vecchio
luddismo, pur essendo ancora una reazione difensiva e di retroguardia dovuta
agli effetti dello sviluppo capitalistico, era così arretrato; esso, nonostante
tutto, era una genuina espressione di classe e conteneva in sé la forza per il
suo proprio superamento verso forme di lotta superiori e universali. Al
contrario, il nuovo movimentismo, abbracciando il disagio interclassista, non può
soddisfare le istanze di tutte le sue componenti; esso può ottenere il suo massimo
risultato non su obiettivi universali ma sulle miserie che al suo interno sono
raggiungibili sul piano di un minimo comun
denominatore e, all'esterno, attraverso compromessi a catena con il presunto
avversario.
Le diatribe sulle forme e gli obiettivi, la pratica stalinista che offre
garanzie democratiche e pacifiste ma poi per metà paventa e per metà minaccia
le escalation di violenza da parte di
gruppi che potrebbero sfuggire al controllo, la corsa alla moralistica ricerca
del "colpevole" rispetto alla vetrina rotta o al morto, persino la
rivoltante gara alla delazione da parte dei solerti partecipanti "che non
c'entrano con la violenza", sono da mettere in conto alla scuola borghese e
piccolo-borghese dalla quale i leader di questa poltiglia sociale traggono i
loro programmi.
Nessuno può essere indifferente di fronte alle profonde ragioni
materiali che spingono in piazza il magma no
global, ma nel medesimo tempo occorre capire che questo movimento non è
affatto contro le condizioni esistenti e soprattutto non mette in minima discussione i moderni rapporti di produzione, cioè
di proprietà. Anzi, nel suo lessico c'è addirittura il richiamo ad un
ritorno a quelli antichi, alla salvaguardia di prerogative locali (spesso
tribali) già demolite dalla globalizzazione del capitalismo, che non è certo
un fenomeno recente e che anzi mette in discussione l'esistenza stessa di questo
modo di produzione, come Marx sottolineava nell'articolo Commercio
britannico (cfr. il nostro commento sul n. 1 della rivista). Il
capitalismo riesce a controllare molto bene il flusso delle operazioni nel ciclo
produttivo interno alle fabbriche, ma è impotente di fronte all'anarchia del
mercato, specie da quando questo si è totalmente finanziarizzato e
internazionalizzato. E' ovvio che senta particolarmente il problema e cerchi di
darsi degli organismi in grado di esportare l'efficienza di fabbrica verso il
mondo esterno per eliminarne l'anarchia. Ma così facendo genera di continuo
forze antagoniste che negano la sua natura privata.
Gli antiglobalizzatori sono estranei a problemi del genere. Ma è solo
se si guarda alla dinamica complessiva del Capitale che si riesce a capire dove
può portare un movimento sociale, anche se lo si volesse influenzare e portare
sulla strada di classe, come dicono alcuni; velleità ben più assurda delle
profferte senili di Fidel Castro. Ogni contraddizione sociale prodotta dallo
sviluppo della forza produttiva della società provoca reazioni che possono
dialetticamente essere rivoluzionarie o conservatrici a seconda della loro
dinamica in contesti diversi. Per esempio, la sollevazione dei feudali di fronte
al capitalismo erompente che sfociò nella Rivoluzione Francese era prodotta da
ragioni materiali rivoluzionarie, ma il movimento in sé stesso, prima che la
rivoluzione spazzasse via i vecchi rapporti, era reazionario. Allo stesso modo,
le prime manifestazioni di massa della Rivoluzione Russa erano del tutto legate
alla vecchia società morente, con tanto di icone, preti, preghiere allo zar e
partecipazione di tutte le classi, specie quelle antiche, rovinate dal
capitalismo avanzante.
Oggi, in piazza, entrano in agitazione soprattutto gli strati che hanno
qualcosa da perdere dalla globalizzazione del capitalismo. Anche il proletariato
occidentale ha qualcosa da perdere in confronto a quello dei paesi meno
sviluppati, che hanno masse immense in grado di premere su tutti i confini del
mondo senza che vi sia sbarramento o legge in grado di fermarle. Ma, in
Occidente, persino chi non ha effettivamente nulla da perdere
si sente minacciato dalla concorrenza delle masse affamate. Per questa
ragione si forma il mostruoso fronte unico ideologico che va dalla Chiesa cattolica a frange
del proletariato. Per questa ragione scaturisce, come sempre in simili
occasioni, l'antico impulso anarchico di spezzare il connubio di classe con
l'azione dimostrativa, esemplare, eclatante. Nell'epoca della televisione questo
cocktail è micidiale.
Vi
è un metodo infallibile per sapere se un movimento politico odierno è davvero
rivoluzionario e anti-sistema come afferma di essere: basta chiedersi a quale rivoluzione si riferiscono i suoi obiettivi, con quale
linguaggio essi sono descritti.
Alcune componenti del movimento riunitosi a Genova si dichiarano apertamente
entro il sistema, riformiste, altre si pongono in alternativa; ma per la quasi
totalità non c'è bisogno di leggere tra le righe, è lampante che la parola
d'ordine è: liberté, egalité, fraternité,
condita con l'inseparabile pace e,
soprattutto, democrazia.
In più, bestialità delle bestialità, anche democrazia
di mercato. L'uniformità è impressionante, un lavaggio del cervello di
dimensioni gigantesche, una vera e propria omologazione orwelliana all'ideologia
dominante.
I testi della rivoluzione borghese del XVIII secolo, persino le sue
canzoni come la Marsigliese, la Carmagnola,
il Ça Ira, erano universi avanzati, distruzione di vecchi rapporti,
vera intelligenza sociale; al loro confronto i proclami e gli scritti della
maggior parte dei sinistri moderni suonano come la più dolciastra delle
canzonette. A Genova è sceso quindi in
piazza un movimento più arretrato, non diciamo della globalizzazione, che è un
processo oggettivamente rivoluzionario al di là delle classi, non diciamo della
classe borghese rivoluzionaria di 250 anni fa, illuminista e sovvertitrice, ma
addirittura del liberalismo all'acqua di rose dei Mazzini e dei Ledru-Rollin.
Un movimento sociale degno di questo nome non scaturisce, è ovvio, dal
nulla, e – come abbiamo già sottolineato - va analizzato sulla base delle sue
determinanti materiali. Dal punto di vista politico è qualcosa di diverso dalla
massa degli individui che lo formano: esso si definisce dal programma che adotta
e dal quale è guidato. Meglio ancora sarebbe rovesciare la questione, poiché
non sono i movimenti ad adottare un programma ma sono i programmi a darsi gambe,
braccia e cervelli per far "muovere" la società (Marx: il comunismo
è un demone,
e per liberarsi di lui non c'è altro da fare che assoggettarvisi). Quando c'è
scontro fra classi contrapposte non ci sono problemi, l'indirizzo è dato dallo
stesso fatto materiale, ma quando classi
diverse subiscono una spinta materiale e scendono in piazza insieme, allora è
il programma a stabilire quali sono trascinanti e quali sono trascinate, a
definire il confine tra l'oggettivo sostegno all'ordine esistente e la sua
demolizione, o perlomeno la sua critica positiva. Nevvero, cari
"comunisti" trascinati? Eppure il Lenin
che citate tanto ve l'ha mostrata la strada, quando addirittura nei soviet,
organismi uniclassisti che oggi ce li
sognamo, i bolscevichi erano ferocemente critici quando vigeva il programma
altrui, diventando propugnatori della parola d'ordine "tutto il potere ai
soviet" quando questi furono conquistati dal programma rivoluzionario.
Il movimento no global non ha
e non propugna un programma condiviso da tutte le sue componenti, ma basta
leggere la gran mole di materiale ideologico che produce per capire quale
programma l'abbia conquistato e lo informi. Tutto in esso è plasmato dalla
politica consueta, fatta di principii morali, di lotta all'ingiustizia, di
rivendicazione dei "diritti fondamentali", di salvaguardia della
"persona", ecc. Tutto l'armamentario suddetto, che si presume dedotto
dai diritti universali dell'uomo, dovrebbe semplicemente essere rispettato da
nuovi governi ad alto contenuto di valori morali, mentre invece quelli esistenti
sono permeati di egoismo, sono prevaricatori e calpestatori di diritti altrui.
Manca completamente ogni comprensione del fatto che il Capitale può
tollerare l'esistenza soltanto di ciò che permette la sua valorizzazione e che
quindi la "politica" degli uomini dev'essere conseguente. Tutti gli
organismi statali e sovranazionali possono tutt’al più diventare più
efficienti nel loro compito. In un certo senso la coerenza ci sarebbe: in fondo
il popolo di Seattle chiede un controllo dei controllori, cioè una
globalizzazione più razionale. Qualcuno se ne sta accorgendo e infatti prende
le distanze: non siamo contro la globalizzazione, dice, ma contro questa
globalizzazione. Lo dice non a caso la Chiesa, organizzazione centralizzata,
internazionale e globalizzata come poche.
Ripetiamo, con Marx, che quando una controrivoluzione
va fino in fondo non può far altro che preparare le condizioni per una
rivoluzione ancor più radicale. Dopo le barricate del 1848 la storia stava già
buttando fra il pattume tutto l'armamentario democratico precedente; per far
emergere il partito della rivoluzione, doveva spazzare via il partito della
politica corrente. Oggi abbiamo bisogno di una pulizia ancor più radicale, di
una sconfitta del pattume interclassista e pacifista ancor più profonda e
definitiva. A Genova i cortei erano pieni di ragazzi che non possono essere già
tutti bacati dalla politica dei padri e dei nonni, avranno occasione di trovare
strade migliori perché il futuro non è roseo per milioni e milioni di loro. E sarebbe
anche ora di finirla con il piagnisteo sulla disfatta del movimento operaio,
sulla sua assenza dalla scena, con le frasi da negromanti sul suo radioso
risorgere. Non è sconfitta la rivoluzione, sono sconfitti i rifiuti che
l'ultimo tentativo ha prodotto, ed è bene che il movimento operaio non vada a
Genova. Lo stalinismo, rappresentante ufficiale di questi rifiuti, sarà
pure cadavere, ma le cause materiali della sua esistenza non sono ancora
sparite, può risorgere sotto altre sembianze. La sua sconfitta sarà definitiva
solo con la comparsa di un movimento rivoluzionario che ne estirpi le radici.
Lebbra
dell'illegalismo bastardo
Forse è utile un collegamento col passato per sottolineare quanto sia
difficile mettersi in sintonia col futuro. Nel clima surriscaldato precedente le
elezioni del 1953, le sinistre bersagliavano la Democrazia Cristiana perché
aveva tentato di manipolare la legge elettorale a proprio vantaggio. Era
accusata di sfruttare sfacciatamente la vittoria degli Alleati nella Seconda
Guerra Mondiale e l'anticomunismo maccartista. Il suo successo in effetti
poggiava più sulla politica estera degli Stati Uniti che non sulla sua
tradizione storica di partito. Le portaerei americane erano dove sono oggi; la
"Celere" picchiava più di oggi, con i moschetti afferrati per la
canna, e quando li imbracciava per il verso giusto mirava ad altezza d'uomo
perché aveva l'ordine di uccidere. I partiti sedicenti marxisti, legati a filo
doppio con il vincitore russo, inscenavano manifestazioni in difesa della
democrazia locale violata, incuranti di che cosa fosse in realtà la democrazia
nell'URSS. Per tali partiti la colpa di tutte le illibertà italiche andava
attribuita al potente alleato del giorno prima, con il quale avevano partecipato
al macello mondiale (dopo aver completato il massacro dei comunisti in Russia),
elevando a quasi-religione nazionale la loro partigianeria imperialistica.
Proprio in base ai "valori della resistenza" minacciavano una
sollevazione popolare nel caso si fosse osato manipolare il risultato numerico
dei voti (e un saggio l'avevano già offerto dopo l'attentato a Togliatti).
In quell'occasione fu pubblicato, da parte del Partito Comunista
Internazionale, l'articolo Lebbra
dell'illegalismo bastardo, da cui riproduciamo il passo che segue,
notando che la sinistra no global d'oggi,
dal punto di vista dell'arretratezza e della mistificazione, è ancora peggio
dei togliattiani di allora: "Nelle
file proletarie il novantanove per cento delle forze sta coi partiti che si
dicono pronti all'elettorato costituzionale, ma non escludono il ricorso alla
forza nel caso di 'violata democrazia'. Solo forse l'un per cento sta sul
terreno di principio dell'uso della forza e non della legalità per arrivare al
potere: questi gruppi non minacciano
nulla per due ragioni. Primo: sono
molto lontani dal rapporto di forze che faccia pensare di dare fastidio alle
portaerei e alla Celere motorizzata. Secondo: se a tale rapporto si fosse
vicini, sarebbe da supremi fessi mettersi a minacciare prima di dare addosso.
Noi
definiamo come illegalismo
bastardo quello che si definisce in tre
facce. Programma teorico e agitatorio di democrazia e legalità istituzionale.
Predisposizione di gruppi per l'azione armata (fin che ci si vuol credere: in
fondo si tratta di rigurgiti dell'illegalismo borghese antifascista, l'illegalismo
liberale storico è altra cosa). Periodica minaccia di passaggio dal legalismo all'illegalismo.
Questa
minaccia diviene ancora più banale quando, come nelle ultime manifestazioni,
essa si riferisce non alla forza del partito ma ad uno spontaneo
insorgere del popolo! La rivoluzione per
dispetto! Nulla ormai li separa dalla minaccia
che quel tale marito fece alla moglie, se ancora lo avesse tradito. Noi non
insorgeremo, ma il popolo insorgerà contro di voi, se! I 'se' sono ineffabili uno più dell'altro. Se violerete la vostra
costituzione! Se rivelerete coi fatti che la vostra democrazia non è che una
porcata! Se aggiogherete la vostra Patria allo Straniero!
Se farete la guerra contro lo Stato russo, che non la vuol fare contro di voi,
che non la vuol fare contro nessuno, che non vuole che nel vostro paese nessuna
classe e nessun partito prendano le armi per buttarvi a gambe per aria!
O
la storia segue finalità di patria, di nazione, di razza, o segue finalità di
classe. Se a questo si crede, non occorre stupirsi che le classi borghesi di
paesi diversi si sorreggano tra loro, e quando il proletariato interno le
minaccia, chiamino lo straniero. Peggio che uno
straniero di classe, questo non può
essere per noi. Quel che frega non è che gli americani siano qui come
americani, ma come borghesi. Quel che frega è che sono venti volte più forti
dei borghesi locali. E allora che razza di ragionamento è questo: se restate
voi soli borghesi italiani, staremo quieti e consentiremo che gli operai siano
sfruttati senza assalirvi: appena sarete ventun volte più forti, vi
assaliremo?"
Andare
oltre al risorgente Sessantotto
Fin dai primi anni '60 era stato utilizzata la frase "contestare il
sistema" per definire l'azione di piazza dei giovani occidentali. I vecchi
comunisti, e anche gli incalliti stalinisti, sorridevano, essendo abituati a
dire "abbattere il sistema". La contestazione divenne normale. I
manifestanti furono chiamati "contestatori". Erano gli anni in cui si
leggeva Marcuse, il cui celebre saggio concludeva con il concetto di Grande
Rifiuto. Masse di uomini sfruttati, perseguitati e schiacciati si ribellavano
effettivamente in tutto il mondo. Il filosofo scriveva nel '64: "La
loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro
opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema;
è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra
che il gioco è truccato". Eccessivo, com'è eccessivo tutto ciò che i
filosofi adottano per sostenere un'idea. Ma molti giovani si sentivano parte di
quel movimento mondiale, che in effetti era il residuo dei rivoluzionari
sconvolgimenti dovuti all'agonia del colonialismo. "Volevano" essere
rivoluzionari anche loro, nelle cittadelle del capitalismo sviluppato. E venne
il '68.
Il "rifiuto del sistema" in realtà non era tale. Il movimento
dei giovani non proletari chiedeva diritti all'interno
del sistema, anche se coloriva di espressioni truculente il suo linguaggio. Il
"marxista" Marcuse aveva dimenticato un assioma fondamentale di Marx:
"Una rivolta industriale può essere
parziale fin che si vuole, ciò non di meno racchiude un'anima universale; la
rivolta politica può essere universale fin che si vuole, ciò non di meno essa
cela sotto il suo aspetto più colossale uno spirito angusto". Le
rivendicazioni delle classi che si pongono all'interno del sistema sono sempre
"politiche", e la loro meschinità si rivela con il fatto che tendono
a soddisfare questioni di reddito o, meglio, di redistribuzione del valore, il
quale, è bene ricordarlo, è tutto
prodotto da una sola classe.
Quindi la contestazione (che vuol dire "con testimonianza")
non è affatto rifiuto, è negazione della legittimità di una situazione, cosa
che rende implicito il fatto che la si vorrebbe più legittima. Essa pretende,
proprio come il movimento riunito a Genova, di entrare nel merito, di avviare un confronto, cioè di infognarsi in
una discussione sulla legittimità e
sulla giustizia delle scelte altrui.
Nessuno pretende che quel movimento sia comunista, ma non sarebbe male che
smettessero di chiamarsi comunisti molti di quelli che vi partecipano. Il comunismo
si impone come movimento positivo negando
i caratteri di questa società, non certo migliorandoli.
Certo, anche il '68 pretendeva di negare questa società, eccome. Non
c'era niente di più anti-capitalista e soprattutto anti-imperialista. Ma i suoi
bersagli erano gli uomini e i governi, non il capitalismo in sé, dato che c'era
un po' di confusione sulle cose da abbattere e soprattutto sulle condizioni
storiche necessarie, sull'attrezzatura teorica e organizzativa, sul come viene
meno la forza dell'avversario, su quali forze devono necessariamente scendere in
campo e su quale programma deve dittare materialmente al di sopra di tutti gli
altri. Un programma che è movimento materiale verso il nuovo, non lo strillo di
qualche ometto che si trova un megafono in mano e qualche frase fatta nella
testa. Anche Lenin aveva avuto qualche problema a far digerire il fatto che, a
differenza di quel che pensava il rinnegato Kautsky, l’imperialismo non è una
politica degli Stati, è la struttura
materiale del capitalismo moderno. Si può cantare "buttiamo a mare le
basi americane", ottimo, ma per favore si dia anche qualche modesta
indicazione sul come affrontare la Sesta Flotta, i Marines, l'Air Force e tutto
il sistema materiale che sta intorno ad essi.
Nel 1924 la Sinistra Comunista "italiana" analizzò le
caratteristiche piccolo-borghesi e studentesche del movimento dannunziano. Quasi
ogni cosa detta allora può essere ripetuta oggi, tenendo presente che il
movimento odierno è più arretrato del '68 e della dannunziana Carta di Carnaro.
"Dobbiamo
premettere subito",
diceva la Sinistra, "che non ogni
critica del capitalismo borghese è socialismo, anche quando ne assuma il nome.
I lati criticabili del capitalismo sono tanto evidenti, che esso è stato
condannato dai più svariati punti di vista, dando luogo alle più opposte
dottrine, molte delle quali sono in antitesi con quella del socialismo moderno
classista. Ad esempio, una critica degli orrori prodotti dal regime industriale
consisteva nell'invocare il ritorno all'assetto pre-borghese".
Da questo punto di vista riteniamo che le esplosioni sociali
verificatesi negli Stati Uniti da Watts a Los Angeles siano state più
importanti e significative, abbiano mosso critica radicale al sistema meglio
delle manifestazioni no global, anche
se qualcuno asserisce che siamo di fronte a un nuovo fenomeno politico mondiale
di rivolta e di rifiuto. No, le rivoluzioni, le controrivoluzioni, e anche il
'68, ci insegnano che ben altro si deve mettere in moto. Oggi viene usato il
termine "disobbedienza civile". Sarebbe democraticamente e
pacificamente perfetto, dato che evoca tranquillità e galateo. Lo sarebbe, se
non usurpasse però una parola d'ordine del passato, di importanza incomparabile
nei fatti più che nel significato immediato: il rifiuto della guerra del Viet
Nam da parte dei 50.000 giovani americani che diedero vita ad una formidabile
ondata disfattista organizzata e furono incarcerati o costretti ad andare
all'estero.
L'attuale movimento no global,
variopinto, interclassista e pacifista, consuma energia a vuoto in teatrini
senza speranza, piazze "a tema", fantocci, cartelli, creatività
diffusa persino nei goffi scimmiottamenti in gommapiuma dell'attrezzatura
antisommossa della polizia. Anche buone prove di organizzazione telematica, se
sono fini a sé stesse, risultano sterili nel tempo che intercorre tra
un'occasione e l'altra, occasione peraltro scelta dall'avversario a suo
arbitrio. Si richiamano confusamente i giovani alla necessità del cambiamento,
ma li si scarica di fronte alla capacità repressiva dello Stato senza che
abbiano la possibilità di valutare questa dissipazione inutile di energia. Li
si mette di fronte al fatto che si è innescato un fatto nuovo, l'organizzazione
telematica, la mobilità internazionalista, la determinazione alla lotta, ma non
gli si permette di afferrare fino in fondo che si tratta di una realtà
enormemente più importante di ogni marcia multicolore e di ogni indignazione
moralistica contro le "ingiustizie". Una realtà specificamente
prodotta proprio dalle necessità di globalizzazione dell'informazione e dei
movimenti di capitali contro cui si "contesta".
Tutto ciò mette in evidenza il contrasto fra la potenza organizzativa rappresentata dalla rete di comunicazione
moderna e l'impotenza moralista
piccolo-borghese del pacifismo, delle chiese missionarie e militanti, che pure
fanno un uso massiccio di tali strumenti. La militanza suscitata da categorie
prive di significato empirico come il Bene e il Male può riempire le piazze e
Internet, ma non cambia una virgola nei rapporti sociali esistenti. Siamo di
fronte a un tragico paradosso: la globalizzazione e i suoi mezzi, lo stesso
internazionalismo che le non-classi – altrimenti localiste – esprimono in
modo intermittente, sarebbero di per sé caratteristico patrimonio proletario.
L'esemplare sciopero dei lavoratori della UPS
negli Stati Uniti ha dimostrato l'eccellenza di tali mezzi per la lotta,
l'universalità del loro utilizzo. Ma non si sono viste per ora pattuglie
missionarie ONG, no profit, equo-solidali e agro-protezioniste accorgersi che
esistono le classi. Ancor di meno si son viste masse operaie organizzarsi
internazionalmente via Internet e varcare i confini per grandi scioperi e
scontri.
Qualcuno potrebbe chiedersi se un movimento come quello in questione ha
la possibilità o meno di superare nel corso degli eventi la propria natura e i
propri obiettivi; se, come dice Marx, ha la possibilità di criticare sé stesso
nel corso degli eventi e trascendere a forme e obiettivi più elevati. La
risposta oggi è no, un no secco e deciso. La ragione è persino ovvia: ogni
movimento sociale interclassista, in una determinata epoca o situazione, riceve
l'impronta politica dalla classe che ha maggior peso specifico al suo interno,
indipendentemente dal numero dei suoi elementi. Dalla classe, cioè, che ha
maggior interesse nel difendere le condizioni raggiunte o a volerne stabilire di
nuove. Anche questo fatto non è nuovo: nella Rivoluzione Francese, la classe
che stava per prendere il potere aveva come alleati il proletariato, la piccola
borghesia e il variegato popolo minuto urbano, rovinato dalla crisi. Furono
tutte queste forze a combattere, sul campo i borghesi quasi non c'erano.
Nell'Ottobre russo il proletariato era una piccola minoranza della popolazione e
quello specificamente comunista numericamente inferiore anche alle forze
rivoluzionarie antizariste, ma rappresentò la parte decisiva. Perciò, per
quanto ogni tensione sociale sia importante per i comunisti, l'unica situazione
che essi ritengono fondamentale rispetto al fine che perseguono è quella in cui
la classe proletaria dà la sua impronta e trascina gli avvenimenti verso
obiettivi incompatibili con quelli di tutte le altre classi e non-classi. E' a
questa prova che si vedono i militanti della rivoluzione.
Affinché si polarizzino le spinte sociali occorre una situazione molto
diversa da quella di oggi. Solo allora anche movimenti confusi, contraddittori e
non prettamente classisti possono indirizzarsi verso la rottura dell'ordine
esistente; ma oggi sono assenti troppi fra i fattori che permetterebbero di
definire polarizzata la situazione sociale, anche se localmente esplodono
episodi imponenti come quelli di Genova.
In primo luogo non esiste una organizzazione di classe, né dal punto di
vista degli interessi immediati, né da quello degli interessi finali. Proprio
per questo il movimento contestatario generico non è stato in grado di
superare, in più di trent'anni, le sue contraddizioni. I suoi risultati sono
identici alle sue premesse, nulla è cambiato. Esso è condannato non solo al
gioco della manifestazione e contro-manifestazione, ma, proprio come hanno
notato ormai in molti, a farsi trascinare in ridicole discussioni sulle zone
gialle o rosse, bolsamente inorgogliti dal contatto con il potente avversario,
come se non si fosse ad una farsa ma ad una replica del tragico trattato di
Brest-Litovsk; e a finire, specie col senno di poi, in diatribe sui buoni e
cattivi, sulle pretese che la polizia non sia una polizia, a lamentarsi perché
fa male ricevere manganellate e proiettili.
Triviali
partigianerie
A fianco di questa politica interclassista nasce, come da copione, un
altrettanto interclassista schieramento partigianesco. La mobilitazione di
Genova era preventivamente indirizzata anche contro la frazione "di
destra" della borghesia italiana e quindi oggettivamente a sostegno di
quella "di sinistra". Ora che i destri sono al governo, gli strascichi
genovesi sono stati utilizzati dalle due frazioni in modo diretto, e varie
componenti del movimento si sono prestate alla lotta fra borghesi. Echi
internazionali l'hanno amplificata, e persino
la Turchia ne ha approfittato, protestando contro il pestaggio di suoi
cittadini, vendicandosi così delle remore al suo ingresso nell'Unione Europea
per via dei "diritti civili". In questo modo anche l'unico elemento positivo, l'esuberante rabbia giovanile, finisce
per essere convogliata e utilizzata nella lurida politica corrente.
Mancava poco che partecipassero alle manifestazioni di Genova anche i DS,
quelli che hanno preparato il G8 dopo gli ultra-pubblicizzati pellegrinaggi
americani dei loro dirigenti. Nell'atmosfera frontista anti-berlusconiana quasi
tutti hanno dimenticato che, se i sinistri fossero stati al governo, avrebbero
probabilmente picchiato ancora più sodo. E' infatti noto l'odio poliziesco
degli ex stalinisti verso tutto ciò che è "più a sinistra" di loro.
Il vecchio governo Berlusconi fu fatto cadere con piazzate
"antifasciste" dove vi fu un largo utilizzo dei sindacati con il
pretesto dei tagli al sistema pensionistico; ma poi fu di sinistra il governo
realizzatore delle "stangate" a raffica e del taglio drastico sulla
previdenza.
Quello attuale di destra è bell’e impacchettato su due fronti. Il
fronte dell'industria che conta l'ha già ridotto al rispetto delle buone
famiglie – ex nemiche – dell'italico padronato e delle sue scalate
economiche, l'ha già convertito ad un super-atlantismo che neppure l'odiata DC
se lo sognava, l'ha già fatto diventare globalista e internazionalista, alla
faccia dei localismi
bossiani e dei nazionalismi fineschi. Il fronte parlamentare gli ha già
dato un saggio con l'ultimatum di Violante: attenti a non sgarrare o ricorreremo
alla piazza. Berlusconi ha fatto subito sapere che la piazza la riempirà il suo
partito. Per ogni evenienza, dall'altra parte c'è in riserva l'artiglieria
pesante sindacale: il gentile Cofferati – che piacerebbe tanto a Scalfari e
alla buona borghesia liberale come capo dei DS – ha perso l'abituale aplomb
e ha fatto sapere che la CGIL è disponibile. Anche contro coloro che nel suo
stesso partito "hanno rimosso i
fondamentali del riformismo, facendone una lettura caricaturale".
Guerra tra frazioni ed entro le frazioni. Non manca l'appoggio di bande
partigiane.
Governo e borghesia italici non sono comunque interlocutori autonomi, né
nei giochi interni, né sul fronte dei grandi della Terra che si son dati il
nome di G8. L'Italia è una specie di pontile, meglio, una portaerei fissa
gettata sul Mediterraneo fra Atlantico, Africa, Europa e Medio Oriente, e la sua
posizione strategica è troppo importante per essere lasciata alla gestione di
un governo locale, che abbia cioè una sua
politica interna e soprattutto estera. L'Italia, paese mediterraneo, ha perso la guerra e perciò deve paradossalmente far
parte dello schieramento Nord Atlantico,
voluto dai vincitori per controllare l'Europa. Ma economicamente fa parte di
quest'ultima, che sta faticosamente cercando di emanciparsi dalla potenza del
dollaro senza riuscire ad essere una vera federazione. L'importanza strategica
dell'Italia non è quindi solo militare, è anche dovuta alla funzione economica
e politica che può svolgere in Europa. Non è un mistero per nessuno che ogni
tentativo di varare una politica estera indipendente rispetto agli Stati Uniti
è finito male per i governanti italiani (Craxi e il PSI con Sigonella,
Andreotti e la DC con l'apertura "araba"). Bande partigiane interne,
per forza nazione partigiana del potente imperialismo americano.
A Genova erano attivi tutti i servizi segreti, tutti gli uffici della
diplomazia occulta e tutti gli addetti ai vari traffici dei paesi partecipanti
al G8. Al di là di dietrologie inutili, è certo che ad ogni summit
costoro lavorano ben più dei capi di stato, buoni tutt'al più per accontentare
gli operatori della televisione e i fotografi. Tutte le volte che ci scappa il
morto, da Kennedy a Carlo Giuliani, in contesti dove sono sul tappeto enormi
interessi convergenti, giova ripetere che è da idioti cercare la
"colpa" nell'individuo che aveva il dito sul grilletto in quel
momento.
Quello che è successo a Genova e dopo non è dovuto né al Black
bloc, né a qualche poliziotto fuori di testa, né al governo né
all'opposizione; tutte queste componenti sono state – e continuano ad essere
– ingranaggi di un meccanismo complesso in funzione fin dal '45 (e anche
prima), cioè da quando in Italia si è incominciato a fingere che ci fossero
governi, partiti, sindacati e giornali "indipendenti" o comunque
"nazionali". A Genova sembravano protagonisti il popolo di Seattle e
la polizia, ma qui non siamo in America: i protagonisti veri non si vedevano, si
vedeva unicamente lo sfondo su cui essi agivano, non solo quel giorno, bensì da
più di mezzo secolo.
Scriveva il Partito Comunista Internazionale a proposito della neutralità
italiana: "Essendo lo Stato italiano
oggi non un soggetto, ma un oggetto
del problema, la tesi politica della neutralità – che non è mai stata una
tesi proletaria – non si pone nemmeno come tesi nazionale [...] Per la
soluzione di così ardente problema non contano nulla i pareri e i voti del
parlamento italiano e nemmeno le azioni nella piazza secondo ruffianesche
regie" ("Neutralità",
Prometeo, 1949).
Considerazioni
sul campo
L'abbondanza di episodi gratuitamente brutali, anche a freddo, sotto le
telecamere di tutto il mondo, dimostra qualche vuoto di professionalità
poliziesca. Una certa dose di italico individualismo creativo non è mancata,
compresi i kit antisommossa
personalizzati. I poliziotti, al solito "motivati" da una selezione e
preparazione classista, si sono scatenati; i carabinieri, che dovrebbero essere
abituati ad affrontare la piazza con metodo militare, sembravano poliziotti; i
finanzieri, evidentemente poco esperti, si sono gettati nella mischia copiando.
A parte il tocco artistico, se finora è stata controllata la politica
italiana, non lo è stata da meno la piazza genovese. L'esperienza delle
manifestazioni precedenti è stata messa a frutto a Genova non certo per sola
iniziativa delle polizie nostrane, i cui difetti di incomunicabilità sono noti.
Comunque sia, i comportamenti specifici dicono abbastanza poco, a parte lo
spettacolo mediatico. Era ufficiale la presenza attiva di consiglieri della CIA
e dell'FBI, perciò, a differenza che nel passato, le tre polizie nostrane hanno
tenuto la piazza con un piano militare semplice ed efficiente, anche se adesso i
responsabili, di fronte agli inquirenti, si giustificano dicendo che non erano
preparati alla guerriglia e che sono stati mandati allo sbaraglio.
Figuriamoci. A Seattle c'erano 10.000 fra poliziotti e uomini della
guardia nazionale e 50.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 5; a Göteborg 8.000
poliziotti per 25.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 3; a Genova 18.000
poliziotti per 250.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 14: con forze
relativamente limitate rispetto alla situazione da controllare, i poliziotti
nostrani hanno tutto sommato raggiunto gli obiettivi immediati che si
prefiggevano i loro comandi. Tramite espedienti elementari e l'utilizzo della
topografia particolare della città sono riusciti ad evitare la formazione di
masse d'urto incontrollabili. Ciò che i media non potevano mostrare è stato
probabilmente più significativo di tutto il folclore fotogenico dei pestaggi e
degli incendi: i percorsi obbligati predisposti da giorni con i container e
modificati a sorpresa la notte prima delle manifestazioni; le strette vie di
fuga presidiabili con forze limitate; la pressione anche psicologica ottenuta
con l'avanzata di falangi impenetrabili, a volte disposte teatralmente a
testuggine; le evidenti trappole mobili che si muovevano lentamente per attirare
i "violenti" fuori dalla massa; l'utilizzo di gas a distanza in
quantità industriale, lanciati anche dagli elicotteri e dai natanti che
pattugliavano la costa; i repentini e violentissimi attacchi per disperdere le
grosse concentrazioni ed evitare così che fossero utilizzate come rifugio dai
gruppi più attivi; l'utilizzo di piccole unità di blindati e furgoni protetti
per far consumare inutilmente le "munizioni" ai manifestanti; il
ponderato disinteresse nei confronti di pochi smasher che avrebbero richiesto forze sproporzionate per evitare
danni tutto sommato ben sfruttabili propagandisticamente.
A questo proposito è bene precisare che gli infiltrati e i provocatori
ci sono sempre stati, ma la delatoria
isteria di massa contro l'archetipo Black
bloc scatenata su Internet è una novità interessante. Sembrerebbe il
risultato di un riuscito lavaggio dei cervelli serviziosegretista, se non
sapessimo che la maggior parte degli pseudorivoluzionari nostrani è abbastanza
corrotta dal demopacifismo da prestarsi con bovina spontaneità.
Naturalmente, criticando dal punto di vista di un anticapitalismo senza
compromessi il comportamento e il programma sia degli effettivi arruolati
nell'esercito no global che dei
sinistri rimorchiati per l'occasione, sappiamo bene che fra tutti i sei miliardi
di abitanti del pianeta ce ne sono ben pochi d'accordo con noi. Ma sappiamo che
ogni rivoluzione agisce sull'andamento materiale delle cose indipendentemente da
ciò che ne pensa ogni individuo. Il metodo marxista ci mette in grado di vedere
in anticipo le potenzialità rivoluzionarie di ogni movimento, se ci sono, e le
valutazioni al riguardo non possono che basarsi sulla reale demolizione dei
rapporti presenti da parte delle forze che entrano in lotta.
Il movimento di cui stiamo trattando non ha queste potenzialità. Non trascende sé stesso, anzi, si
cristallizza, si professionalizza, si organizza dietro squallidissimi capi per
la sua propria sopravvivenza, fino al prossimo convegno globalizzatore, fino
alle prossime trattative sulle zone gialle o rosse, fino alla prossima
collaborazione con lo Stato, cui vengono consegnati filmati, fotografie,
testimonianze, attraverso i tribunali cui le strutture del movimento si sono
appellate. E anche questo risibile ricorso a uno dei peggiori strumenti borghesi
è significativo. Così il movimento stesso diventa parte integrante
dell'apparato capitalistico, agisce soltanto quando c'è la sicurezza di una
controparte altrettanto spettacolare, fa leva sulla diffusione telematica
dell'informazione, stravolgendo in modo volgare, democratico, pettegolo,
piagnone, quello che potenzialmente è un mezzo straordinario d'organizzazione
rivoluzionaria.
Omologazione
Questa è la società della mercificazione massima. Le grandi
organizzazioni internazionali, IMF, WTO, World Bank, G8, EU, ecc. hanno estremo
bisogno di presenza, immagine, pubblicità e audience
come una qualsiasi azienda sul mercato, per via dei giganteschi fondi sociali
che assorbono, plusvalore che i proletari producono sudando e che i governi
devono ripartire nella società. Questi organismi potrebbero benissimo,
razionalmente, fare i loro convegni tramite teleconferenze, da luoghi appartati,
lussuosi quanto vogliono e lontani tra di loro, senza fisicamente radunare
migliaia di uomini tra partecipanti, famiglie, guardie del corpo, giornalisti ed
eserciti di sbirri. Senza sollecitare morbosamente la piazza. E quindi
risparmiando sui budget degli Stati. Ma non possono, così come non può essere
venduto un qualunque dentifricio senza la pubblicità, perché sono parte
integrante di tutto il sistema che li ha prodotti. Perciò, mentre per una
teleconferenza, tecnicamente più razionale, non si muoverebbe un pennivendolo,
per un convegno in località amene e facilmente raggiungibili dai
"popoli" contestatori, si muovono eserciti di giornalisti, con audience
mondiale assicurata. Non è azzardato prevedere che presto, molto presto, i
rappresentanti del popolo contestatore saranno cooptati al massimo livello
mondiale: non è possibile lasciare il governo del mondo a pochi organismi
avulsi dal contesto sociale. Parola di Prodi, Ruggiero e, nientemeno, di
Kissinger. L'America non può governare da sola un mondo troppo complicato. I
potenziali candidati stanno già sgomitando per essere nel mazzo. Come una nuova
ondata di sessantottini. Come già avevamo notato in passato: tutti i salmi
attivistici finiscono nella gloria elettorale. E, a conferma, ognuno può
divertirsi a scovare nomi di ex extraparlamentari in ogni parlamento, anche tra
gli attuali capi di stato.
Siamo dissacranti? Siamo cinici? L'importante, in guerra, è non fare
mai favori all'avversario. Nel '68 l'immaginazione doveva andare al potere
invece della classe rivoluzionaria e si è visto com'è andata a finire: invece
di immaginazione abbiamo infinite squallide repliche di luoghi comuni. Oggi,
aggregati come il Genoa Social Forum, Lilliput, Tute bianche, Attac ecc. non se
lo sognano neanche più di parlare di potere e corrono dietro alle decisioni
degli uffici di pubbliche relazioni dei grandi organismi internazionali. Eppure
attirano anche parte di quel milieu
"comunista" che, almeno a parole, propugna truculente prese del
potere. Così l'Economist, organo del
capitalismo mondiale, dopo Göteborg poteva scrivere un articolo intitolato: Più
pomodori, per favore. Sottotitolo: Perché
i manifestanti fanno il gioco del capitalismo globale (23 giugno). Gli
organismi internazionali, compreso il G8 che organismo non è, hanno bisogno
delle manifestazioni, devono assolutamente cooptare il movimento – parte nello
spettacolo di piazza e parte al tavolo con i "grandi" – per poter
diventare ciò che non sono ancora, un supergoverno mondializzato, un esecutivo
blindato con l'ONU a far da parlamento. Non è bello farsi prendere per il culo
a questo modo, ma tant'è.
Dialettico
maturare del piano mondiale
Con la vittoria del pragmatismo filosofico borghese oggi è di moda
definirsi concreti, realisti, pratici. Così la borghesia – che se ne frega di
essere filosofa – risulta essere l'unica classe che adopera la scienza, non
solo per la produzione. E i presunti avversari della borghesia, per essere
immediatamente pratici, rinunciano all'utilizzo di quella base teorica che
sarebbe in grado di dare risultati nel tempo proprio sul piano del realismo,
della concretezza e della praticità. Nessuna agitazione legata all'idea, quindi
fine a sé stessa, può essere lavoro pratico per la rivoluzione. Nel primo
capitolo dell'Ideologia tedesca
Marx ed Engels demoliscono "realisticamente" la concezione filosofica
della società fino a quel momento imperante, e scavano a fondo sulle origini
materiali del divenire sociale, fatto non di pensiero ma di industria, macchine
a vapore, telai automatici, sfruttamento, ferrovie, telegrafo, classi
differenziate. Noi dobbiamo chiederci, altrettanto realisticamente, di che cosa
sia fatto oggi il divenire sociale, che cos'è che muove la cosiddetta
globalizzazione e i suoi oppositori, che cosa faccia marciare questi ultimi,
spesso rappresentanti di opposte tendenze politiche, contraddittoriamente,
confusamente, spesso ipocritamente, sotto la stessa bandiera.
Questo realismo scientifico, basato sulle leggi dello sviluppo sociale e
della metamorfosi storica, porta Marx ed Engels a precisare, nel Manifesto,
che i comunisti "sostengono ovunque
tutti i movimenti rivoluzionari contro le situazioni sociali e politiche
presenti", e che in questi movimenti essi "sollevano
la questione della proprietà, qualunque sia il grado di sviluppo che questa ha
potuto raggiungere". Nel 1848 sollevare il problema della proprietà
significava, da parte comunista, appoggiare la sua completa emancipazione dalle
vecchie forme sociali, quindi appoggiare i movimenti democratici in tutti i
paesi, soprattutto in una Germania che era alla vigilia della rivoluzione
borghese.
Da che cosa può emanciparsi ulteriormente, oggi, la proprietà
capitalistica? La rivoluzione borghese è compiuta da tempo in tutti i paesi del
mondo. La proprietà è in tutto il mondo pienamente capitalistica e anche se vi
sono aree immense di miseria esse non corrispondono nel modo più assoluto al
persistere di vecchi modi di produzione. La cosiddetta globalizzazione non è
altro che il prendere atto, da parte del Capitale, che il movimento storico
dell'affermarsi della proprietà capitalistica è compiuto per sempre. E’ il
frutto della necessità, dialetticamente rivoluzionaria,
di un controllo mondiale per la produzione e la distribuzione, controllo che si
va estendendo dalla singola industria multinazionale all'insieme del mondo.
Ogni cosiddetta multinazionale è in grado di intervenire localmente e
di influenzare anche l'economia e il governo di un paese, come facevano un tempo
le varie compagnie delle Indie, ma, per quanto grande e ramificata nel mondo,
non è in grado di modificare il caotico muoversi dei capitali sui mercati
internazionali, che sono di massa e potenza complessiva immensamente superiore
alle sue risorse. La globalizzazione si ritorce contro i singoli capitali,
compresi quelli delle multinazionali, che vengono tendenzialmente disciplinati
ad interessi superiori, globali, appunto. Ciò vale a maggior ragione per ogni
paese preso a sé. Che, già asservito alle esigenze dei mercati, perde così
ogni indipendenza economica e, con essa, ogni autonomia politica. Si
prospetta insomma un tentativo di piano mondiale. Questo tipo di fenomeno,
che anticipa in negativo ciò che sarà compito della rivoluzione futura
realizzare in positivo, non è per nulla sconosciuto al marxismo. Le opere di
Marx e di Engels sono costellate di esempi sulle potenzialità anticipate ma
negate; Lenin noterà: il capitalismo moderno è un involucro che non
corrisponde più al suo contenuto.
Se questa non è la frase vuota di un pazzo, significa che il contenuto,
tolto l'involucro soffocante, può già vivere di vita propria. All'interno
degli Stati la rivoluzione ha lavorato per decenni a consolidare parlamenti
democratici, non certo per tramandarli alla società futura; essi erano
l'ambiente in cui si selezionavano forze per la costituzione di forti esecutivi
in grado di prendere decisioni rapide. Da Luigi Bonaparte in poi, gli esecuitivi
si sono innalzati sui parlamenti rendendoli inutili serbatoi di chiacchiere.
Il fascismo li aveva spazzati via dimostrando che la democrazia, formale
e ideologica, non aveva più senso storico, anche se la borghesia continua a
ricorrervi come buon tessuto per il proverbiale involucro. Non è un caso che
fra le due guerre mondiali ad un certo punto tutto il mondo fosse sotto il
governo di esecutivi forti, in grado di controllare l'economia secondo piani
centrali più o meno totalitari. Il mondo intero, non un esperimento isolato.
Oggi il dibattito sulla globalizzazione è un effetto della necessità
urgente di controllare il capitalismo mondiale, e i tentativi di giungere a
schemi pratici d'intervento non sono affatto uno scherzo. Naturalmente i
paesi più forti tendono a tenere le redini, ma è marxisticamente dimostrabile
che i paesi deboli traggono più vantaggio da questo controllo che da una
situazione incontrollata. Persino gli Stati Uniti hanno bisogno di
controllo, ma non c'è chi possa effettuarlo. Oggi sembra che tutto dipenda da
Greenspan e dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Ma sarebbe
ridicolo pensare che i capitali
internazionali siano mossi da un uomo. Non è possibile, nemmeno
dall'ufficio più potente del mondo. In
realtà sono i capitali internazionali che muovono Greeenspan e il suo staff.
Ebbene, quei capitali si muoverebbero molto meglio se l'ufficio di Greenspan non
fosse nella Federal reserve ma in un contesto internazionale. Questo contesto
non c'è. Ma proviamo a immaginare che ci sia, che sia controllato, ovviamente,
dagli Stati Uniti (che sono l'unica potenza in grado di farlo) e che abbia un
potere d'intervento, da solo, pari a quello di tutti gli sparsi organismi. E'
quello che vorrebbero raggiungere i Grandi della Terra quando si riuniscono
senza concludere nulla per via delle spinte nazionali che ognuno rappresenta.
Sarebbero da licenziare tutti, per boicottaggio contro la globalizzazione, ma
nessuno è più in alto di loro per farlo.
Ora immaginiamo invece che l'involucro vada al diavolo e che il
contenuto esploda in tutta la potenza liberata dell'energia sociale. Potrebbero
andare in pensione per sempre gli esecutivi nazionali e sarebbe possibile un
nuovo organismo tecnico per mettere un po' d'ordine nel mondo ex capitalistico.
Possibile, perché già nei fatti. Non un "governo" mondiale, ma un
ente coordinatore, espresso da una rete organica di relazioni nuove, che
indirizzano l'energia sociale verso una distribuzione più razionale sull'intero
pianeta. Nel movimento attuale, di
globalizzazione e anti-globalizzazione, ciò che si deve vedere è il lavorìo
della società per giungere comunque ad un risultato del genere, perché il
Capitale, principale fabbricatore di armi puntate contro sé stesso, di questo
risultato ha bisogno nonostante l'ottusità delle borghesie nazionali e dei loro
governi. Cause ed effetti si mescolano in una dinamica che produce già
contraddizioni sociali gravi, come dimostrano tutte le Seattle che ci sono state
e ci saranno ancora.
LETTURE CONSIGLIATE
Una
selezione di documenti
significativi fra quelli ricevuti e link sui fatti di Genova è
disponibile su questo sito.
|
Più
accumulazione, minor numero di borghesi. Più accumulazione, maggior
numero di operai, ancor maggior numero di proletari semioccupati e
disoccupati, e di peso morto di sovrappopolazione senza risorse. Più
accumulazione, più ricchezza borghese, più miseria proletaria. Il
falso marxismo si compendia nella tesi che il lavoratore può conquistare
posizioni utili: a) nello Stato politico con la democrazia liberale; b)
nella azienda economica con aumenti di salari e rivendicazioni sindacali.
E ciò parallelamente al crescere dell'accumulazione del capitale. Il
falso marxismo corteggia la dottrina che l'aumentata produzione è aumento
di ricchezza sociale ripartita tra "tutti". Ha tradito
totalmente la legge basilare del marxismo. Sorge
da questa chiarificazione, da una parte, lo studio economico teorico della
modernissima accumulazione, dall'altra una conclusione sulla strategia
della lotta di classe. Abbiamo pertanto coi dati della storia di essa
impreso a mostrare questo: al centro del falso marxismo e al vertice del
tradimento sta la teoria della "offensiva" padronale borghese
capitalistica, sia essa dipinta nel campo dello Stato o della azienda, e
la sua sporca figlia, la pratica del "blocco" e del "fronte
unico". Partito Comunista Internazionale, 1949 |
Coolegamenti Wobbly 2002
PAINT IT
BLACK
Blocchi Neri,
Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizazione
di Claudio
Albertani
…s’è accesa, a poco a poco, una nuova epoca d’incendi, di cui
nessuno di coloro i quali vivono ora vedrà la fine: l’obbedienza è morta
Guy
Debord
Più di mezzo secolo fa,
George Orwell scrisse che una società perviene ad essere totalitaria quando le
sue strutture diventano palesemente artificiali, cioè quando la classe
dominante riesce a sostenersi unicamente grazie alla forza e all’inganno. Una
tale società non può permettersi di essere tollerante, né può autorizzare un
resoconto veridico di ciò che accade.
Oggi il Grande Fratello è
al governo ovunque e combattere le sue menzogne risulta più difficile che ai
tempi di Orwell. Lo si è visto in occasione delle manifestazioni contro il
vertice dei potenti, tenuto a Genova a fine luglio 2001.
Ci è parso utile, per
ristabilire la verità, provare a ricomporre frammenti di quel resoconto, come
strumenti da mettere a disposizione di chiunque intenda liberamente avvalersene.
In quei giorni erano
all’opera un numero impressionante - forse centomila - fra microfoni, macchine
fotografiche, cineprese e videocamere, la qual cosa, se da un lato ha attizzato
la curiosità malevola dei pubblici ministeri, dall’altro ha reso più facili
la memoria e il ripensamento critico.
Inoltre,
grazie alla creazione di Radio Gap e al suo sito Internet (www.radiogap.net/it),
l’informazione è circolata in tempo reale ed ha potuto essere seguita in più
lingue da qualsiasi parte del mondo.
Ci
siamo dunque avvalsi di questo materiale e delle testimonianze che coloro i
quali sono stati a Genova hanno, in prima persona registrato.
In
un’epoca che pare avere perduto ogni certezza, è molto difficile prevedere
quali potranno essere gli sviluppi di questo movimento, ma di sicuro, per molto
tempo non potremo percorrere la via accidentata della liberazione umana, senza
ricordarci di Genova.
1. Genova: un esercizio
di democrazia totalitaria
La
tradizione degli oppressi ci insegna che lo "stato d'eccezione" in cui
viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda
a questo. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero
stato d'eccezione...
W.
Benjamin
Questo è il sale della democrazia. Tutti i cittadini hanno uguali
diritti, uguali doveri, uguali manganellate
lista
movimento@ecn.org del 31.7.01
In preparazione del
vertice, la città venne smontata e ricomposta in base a criteri che
aggiornavano l’urbanistica controinsurrezionale del barone Haussmann,
l’architetto che, dopo la rivoluzione del 1848 aveva demolito interi quartieri
di Parigi per prevenire la costruzione di barricate e consentire i movimenti
dell’artiglieria.
In bilico fra
l’ostentazione del proprio potere e la consapevolezza di una crescente
impopolarità, i signori governanti avevano stabilito di asserragliarsi nella «zona
rossa». L’accesso rimase consentito solo a residenti – invitati in ogni
modo a prendersi una piccola vacanza e diffidati comunque a non stendere
antiestetiche mutande (?!) nelle vie proibite - portaborse, funzionari,
giornalisti accreditati di un «passaporto interno».
Intorno, a dividere in due
la città, ventimila tra poliziotti, finanzieri e carabinieri, tremila militari,
paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori,
sommozzatori, e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica.
Nel contempo la
temperatura politica veniva alzata artificialmente grazie a un maldestro remake
della strategia della tensione: lettere-bomba, piccoli attentati, falsi allarme.
Una mossa prevedibile. In Italia, ogniqualvolta appare un movimento di protesta,
i corpi separati dello stato rimestano nel torbido.
Il 19 luglio, Genova aveva
ormai assunto l’aspetto kafkiano di una città blindata e semiabbandonata:
chiuse le stazioni ferroviarie, chiusi il porto e l’aeroporto, chiusa la
strada sopraelevata lungo il mare come pure il principale accesso autostradale,
chiusi gli accessi alle spiagge, chiusi i posti di lavoro, sospesi i matrimoni,
le operazioni chirurgiche, i funerali, capillare
ed ossessivo il controllo sul territorio e lo sfoggio di potenza militare.
Nemmeno ai tempi dell’occupazione nazista o durante la grande sollevazione del
luglio 1960, si era giunti a tanto.
Quel giorno, nel corso di
una pacifica manifestazione per la tutela dei migranti (quelli residenti a
Genova poco presenti in piazza, per via delle minacce
recapitate dalla polizia, casa per casa, nelle settimane precedenti), ciò che
si poté constatare fu
l’incompatibilità della libera circolazione di tutti, e non solo dei
clandestini, con la sicurezza dei governanti. Nell’ansia di
difendersi dalle migliaia di assedianti giunti dai cinque continenti, e per
verificare l’efficacia di nuovi dispositivi di dominio, essi avevano sospeso
per decreto la rassicurante cappa della normalità sociale.
La città era a tal punto
intasata da reti metalliche barriere, percorsi obbligati e labirinti
ossessionanti, che il suo attraversamento a piedi da Ovest a Est –
d’abitudine una bella passeggiata per il centro storico più grande d’Europa
- avrebbe richiesto un percorso di varie ore attraverso i monti !
Il 20 luglio, quando tra
calici di vino e linguine al pesto (rigorosamente senz’aglio, per compiacere
le idiosincrasie alimentari del satrapo Berlusconi) l’élite globale - il
senato virtuale del mondo, secondo la definizione di Noam Chomsky - si fu
riunita infine a Palazzo Ducale per ragionare amabilmente del destino
dell’umanità, poco lontano, al di là delle barriere protettive, una parte di
quell’umanità decise di riprendere in mano il proprio destino.
La reazione non si fece
attendere. Il cielo fu solcato da assordanti elicotteri da combattimento
da cui - come nel film Apocalypse Now – si affacciavano, minacciose, le
sagome dei gorilla di stato armati fino ai denti. Più sotto, squadracce di
poliziotti e carabinieri sfogavano i loro istinti sadici contro manifestanti
inermi e seminudi, arretrando di fronte ai Black Blocs i quali, altrove,
colpivano con efficacia carceri, banche, commissariati e supermercati.
La sera del 21 gli sbirri,
ansiosi di scrollare dai manganelli la polvere di troppi anni di quiete sociale,
devastavano due scuole dove si trovavano centinaia di manifestanti. In una di
esse, aveva sede il centro multimediale del
movimento.
Gli arrestati, per la
maggior parte sorpresi nel sonno, vennero massacrati al canto di Faccetta
nera, la vecchia canzone fascista. Le violenze continuarono negli ospedali,
nelle caserme, nelle carceri, scandite da slogan inequivocabili «Un, due, tre,
evviva Pinochet, / quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, / sette, otto,
nove, il negretto non commuove».
Più ancora di questo
misero folklore, se vi è un elemento nella condotta del governo italiano che
davvero richiama il fascismo, è l’inquietante modo di dare la caccia ai
manifestanti, non già perché facessero qualcosa di proibito o si astenessero
da qualcosa di obbligatorio (non ci furono né intimazioni di sgombero, né
ordini di scioglimento; la polizia, semplicemente, assalì il corteo), ma, come
dei nuovi ebrei, per la semplice colpa di esistere.
Il bilancio fu di
proporzioni belliche: più di 300 arresti, 600 feriti, decine di teste
fracassate, braccia e gambe spezzate, un numero imprecisato di torturati in
caserma, forse qualche desaparecido, e l’odore acre del sangue di un
morto sull’asfalto ardente.
Fu un esperimento di
controguerriglia freddamente pianificato nelle alte sfere dell’élite mondiale
o, semplicemente, una bravata del centrodestra nazionale ansioso di consumare
sui «rossi» la vendetta per la cacciata di quarantun anni prima?
La tempestiva proposta
tedesca di creare una forza europea antisommossa, l’insistenza che si leva da
ogni parte per la creazione di un'anagrafe internazionale dei sovversivi,
farebbero propendere per la prima ipotesi, però la questione rimane aperta.
A Genova si trovava
riassunto il peggio di due anni di repressioni globali: le torture e i canti
nazisti a Praga e a Napoli, la rete metallica a Quebec, il blocco delle vie di
fuga ancora a Napoli, l’assalto alle scuole concesse al movimento e i colpi di
pistola ad altezza d’uomo a Goeteborg.
Mentre Berlusconi non
arrossiva proclamando: «Il G8 ha lavorato bene e, per la prima volta, si è
aperto alla società civile», da parte sua, il fiammeggiante vice primo
ministro, Gianfranco Fini, avvertiva: «il nostro è uno stato democratico dove
nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà».
Il messaggio è chiaro: il
nostro è il migliore dei mondi possibili, nessuno si azzardi a sollevare
obiezioni. E, giustamente, il ruolo di polizia del pensiero, i neofascisti al
governo – eredi proprio di chi il vocabolo «totalitarismo» lo inventò –
lo reclamano per sé.
2. Elogio del
provocatore
Carlo
Giuliani non era "vestito di nero". Non era un anarchico
insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabbestia. Era solo un
ragazzo arrabbiato contro questo mondo, che si è difeso uccidendolo. Non era
uno dei pochi, era uno dei tanti
Genova:
pochi o molti? Comunicato firmato Alcuni anarchici 24.7.01
Mentre
le polizie ed i governi del mondo - in special modo quello italiano –
riesumavano il logoro fantasma dell’anarchico bombarolo, stampa e televisione
scoprirono un nuovo filone su cui campare: il misterioso Black Bloc, ultimo
antieroe della guerra sociale.
Poiché la verità non si
annovera tra le aspirazioni dei giornalisti, un elenco delle loro menzogne
risulterebbe lungo e tedioso. Con modeste varianti, il ritornello è questo: da
Seattle in poi, gruppi di manifestanti buoni protestano in maniera civile contro
la globalizzazione neoliberale. Organizzano seminari, gruppi di studio,
incontri. Hanno delle proposte. Vorrebbero essere ascoltati. E magari lo
sarebbero anche se alcuni parassiti non ne approfittassero per compiere atti di
vandalismo sconsiderato.
Il loro nome è Black Bloc,
vestono di nero e, come ninja, appaiono e scompaiono con grande rapidità. Silenziosi
e misteriosi, vengono da lontano: Stati Uniti, Germania, Inghilterra,
Paesi Baschi (e qui si evocava il fantasma di ETA…), Grecia, Europa Orientale.
C’erano tutti gli
elementi per costruire il mostro: il cattivo anarchico non è, di preferenza, un
prodotto nostrano. Un’idea questa, del male in genere e dell’anarchico in
particolare, di chiaro stampo statunitense: il nazionalismo nordamericano
contemporaneo si forma, fra l’altro, intorno alla campagna contro i sovversivi
stranieri.
«Zanzare
agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti»
– li definirà la Tuta Bianca Marco Beltrami, portavoce del «Laboratorio del
Nord-Ovest», dimenticando che, prima di Genova, in un’intervista con
un esponente dei BB americani, la rivista Carta, vicina al suo gruppo,
aveva addirittura manifestato un interesse a diventarne l’interlocutore
privilegiato in Italia.
Inoltre,
in giugno, a Goeteborg, Tute Bianche e BB si erano trovati in piazza insieme,
senza particolare conflitti. Fu, solo
dopo il 20 luglio, che le Tute individuarono
nei BB il capro espiatorio ideale.
«Perché non li hanno
fermati alla frontiera?», tuonarono tutti i quotidiani, compresi Liberazione
e Manifesto, che fino al giorno prima avevano strepitato a favore della
libera circolazione dei manifestanti.
Nelle ore successive alla
morte di Carlo Giuliani circolarono tutte le ipotesi, comprese le più
stravaganti. Hooligans? Infiltrati? Tifosi diffidati cui era stata
garantita l’impunità? Agenti al servizio di interessi oscuri? Di sicuro,
comunque, provocatori.
Ogniqualvolta ci si
imbatte nella parola «provocatore», emerge inevitabilmente una mescolanza di
rabbia e di simpatia. Rabbia perché chi non abbia interamente abdicato alla
memoria non può proprio sopportare la riscoperta del linguaggio sinistro – «provocatore
anarchico» - che reca l’impronta sanguinosa di Stalin. Simpatia perché, a
ben guardare, le esperienze rivoluzionarie più significative del Novecento non
avrebbero avuto luogo se non ci fossero stati dei «provocatori» a provocarle.
Provocatori furono di
volta in volta gli insorti di Kronstadt; gli anarchici e i comunisti libertari
nella Spagna del 1937; gli operai in rivolta nei paesi chiamati socialisti, a
Berlino, Budapest, Danzica; i ribelli di maggio in Francia e quelli del 1977 in
Italia.
Forse non tutti ricordano
che, nel gennaio 1994, la medesima etichetta fu affibbiata anche agli zapatisti
messicani per essersi azzardati a tagliare, con la loro pretesa di vivere nella
libertà e nella dignità, la fallimentare strada verso il potere della sinistra
elettorale.
2.
Black Blocs. Demolitori di vetrine. Demolitori di menzogne
Signori
il tempo della vita è breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re
William
Shakespeare - Slogan del Network per i diritti globali. Genova - luglio 2001
Chi intende sondare il
mistero che circonda i BB, scopre in breve che tale mistero esiste solo nella
menzogna dei confusionisti interessati: al riguardo, decine di testimonianze,
analisi ed articoli, sono da tempo disponibili su Internet, riviste, libri.
La rivista belga Alternative
Libertaire illustrava, ad esempio, già nell’ottobre 2000, come sul tema
circolassero equivoci e falsificazioni in quantità. Recentemente, il Circolo
Freccia Nera di Bergamo (CP 15, 24040 Bonate Sotto, BG) ha pubblicato
un’interessante antologia di materiali in gran parte pescati sui siti
infoshop.org, ainfos.ca, indymedia, ecn.org, radiogap e tactitalmedia.
Innanzi tutto è sbagliato
dire Black Bloc, si dovrebbe dire Black Blocs, al plurale, perché non è mai
esistito un singolo gruppo con questa etichetta, bensì una vasta costellazione
di persone, organizzazioni e collettivi genericamente appartenenti all’area
libertaria e che rivendicano una pratica radicale.
Quindi non si è del
Black Bloc, ma si fa un Black Bloc. E infatti sono proprio le azioni, che
si distinguono sempre per l’alto grado di combattività, fluidità e
solidarietà, a rendere i BB visibili e singolari. L’uso di maschere e
passamontagna vale a mantenerli anonimi, proteggendoli dalla repressione. «Non
è romanticismo», spiega un loro documento, «il Grande Fratello ci osserva!».
Dopo Genova, l’indagine giudiziaria sui tatuaggi visibili nei filmati, per
incriminare qualcuno fra gli arrestati, indica che la precauzione non è affatto
superflua.
La loro prima apparizione
pubblica risale a una decina di anni fa, negli Stati Uniti, quando centinaia di
individui mascherati si scontrarono con la polizia in occasione delle
manifestazioni contro la guerra del Golfo. Presenti alla marcia "Millions
for Mumia" dell'aprile 1999 a Filadelfia, conquistarono l’attenzione
internazionale a Seattle (30 novembre/2 dicembre
1999), dove, fra l’altro, misero a segno delle azioni spettacolari contro
compagnie multinazionali già da tempo oggetto di boicottaggio, come McDonald’s
e Nike, banche, supermercati e negozi di lusso. Già allora, alcuni dirigenti di Ong (in quel caso Global
Exchange e Public Citizen) organizzarono una catena umana per
proteggere tali negozi, arrivando al punto di invocare l’intervento della
polizia contro gli «anarchici distruttori», esattamente come poi successe a
Genova,
Altri denunciarono le
solite infiltrazioni. I BB furono tuttavia difesi da alcuni conosciuti
ricercatori universitari del gruppo WIN: «non emarginiamo questo movimento»,
diceva un loro documento diffuso si internet il
2 dicembre 1999.
Poi, il 16 e 17 aprile
2000, migliaia di persone manifestarono a Washington, contro una riunione della
Banca Mondiale e del FMI. Qui un BB di circa 1000 persone adottò una nuova
tattica: invece di attaccare la proprietà concentrò i propri sforzi sulla
polizia forzando sbarramenti, facendola arretrare, e riuscendo a liberare alcune
persone arrestate (un obiettivo meritevole della massima cura, forse trascurato
troppo nelle giornate di Genova).
Seguirono altre
apparizioni nel corso delle Convenzioni del Partito Repubblicano a Filadelfia
(1/2 agosto 2000), e di quello Democratico a Los Angeles (14/17 agosto). In
quest’occasione i BB furono anche protagonisti di interessanti manifestazioni
tra cui un esperimento di teatro di strada chiamato gioiosamente clown bloc.
Un’altra volta, per irridere quei giornalisti che li avevano definiti trash
(spazzatura), assunto il controllo di un’area urbana mediante l’erezione di
barricate, organizzarono precisamente la raccolta della spazzatura…
Secondo numerose
testimonianze, i BB cercarono, in tutte queste circostanze, di rispettare quanto
più possibile la volontà dei manifestanti pacifici, e di agire anzi come scudo
protettivo tra il grosso della manifestazione e la polizia.
In Europa la pratica dei
BB trovava un antecedente, e probabilmente le sue radici originarie, nei gruppi
autonomi tedeschi degli anni settanta e ottanta: dopo Seattle, allorché il
movimento traversò l’Atlantico, si produsse un inevitabile effetto di
reciproca contaminazione. Da quel momento, in tutto il mondo (a Praga, a
Melbourne, a Londra, a Nizza, a Quebec, a Davos e a Goeteborg), le proteste
furono fortemente influenzate dalle tattiche dei BB americani.
In particolare a Quebec
City, non solo i BB, demonizzati appena due anni prima a Seattle, ricevettero
l’applauso della popolazione locale mentre attraversavano l’Esplanade des
Ameriques Françaises, ma tutti i manifestanti presero spunto dalle loro
tecniche, nell’assalto al muro della vergogna - un piccolo assaggio di ciò
che si sarebbe visto a Genova – che fu poi distrutto in più punti e assediato
per l’intera giornata.
A Goeteborg, durante le
manifestazioni di giugno, un BB di alcune centinaia di persone sfilò dietro un
grande striscione che diceva Smash Capitalism. Particolare importante: anche in
quest’ccasione, il BB, si impegnò a rispettare le manifestazioni pacifiche.
Ciò fu reso possibile da
precisi accordi fra le varie componenti del movimento, accordi che però non
sempe sono realizzabili, conducendo fin da Praga (settembre 2000) alla creazione
di tre distinti spezzoni, rosa (limitato alla nonviolenza rigorosa), giallo
(limitato alla disubbidienza, escludendo atti offensivi), blu (senza
autolimitazioni).
Giudicando la soluzione di
Praga insoddisfacente, il Genoa Social Forum (GSF) – l’alleanza che si fece
carico dell’organizzazione delle manifestazioni - scelse di introdurre le
cosiddette piazze tematiche (Manin, Verdi, Dante, Paolo da Novi), ciascuna delle
quali gestita con criteri indipendenti da diversi spezzoni del movimento.
L’intento comune doveva essere quello di assediare, ed eventualmente violare,
la zona rossa seguendo tattiche rigorosamente nonviolente.
Tuttavia, in un documento
copiato di sana pianta dagli scritti zapatisti (senza nemmeno citarli), dei
membri del GSF, le Tute Bianche, diffusero, il 20 luglio, un’incredibile dichiarazione
di guerra che aveva fra gli altri destinatari il governo italiano e
l’ambasciata americana seminando la confusione e introducendo una nota di
ipocrisia nelle ripetute affermazioni di adesione al pacifismo.
Poiché la meta era
raggiungere il traguardo mediatico di mille associazioni partecipanti, il GSF,
oltre a contabilizzare ogni singola sezione di partito e di movimento, incluse
anche le organizzazioni raggrupate nel Network per i Diritti Globali - ovvero i
sindacati di base, Cobas, e molti Centri Sociali – le quali, se erano disposte
ad agire pacificamente, non si opponevano però ad altre linee di condotta.
A
ciò bisogna aggiungere che, mentre il GSF poteva trattare con il governo per
garantire l’agibilità delle piazze, i BB, nemici coerenti della delega e
della gerarchia, non disponevano di incaricati da spedire ai tavoli di
spartizione della visibilità mediatica.
Come
notava, con impressionante candore, una Tuta Bianca bolognese (lista ecn.org):
«peccato che il Black Bloc, per sua stessa scelta ideologica, non abbia capi, né
leader carismatici, né portavoce, e agisca esclusivamente per piccoli gruppi di
affinità autorganizzati. Lorsignori sono anarchici duri e puri e provano schifo
davanti a qualsivoglia figura anche solo lontanamente gerarchica».
Il risultato di tutto ciò
fu che nonviolenti e BB agirono senza coordinarsi, esponendosi, tutti
indistintamente, alla furia della polizia. E ancor di più che i BB, i quali
facevano parte del movimento fin dal principio (in verità c’erano prima
di molti membri del GSF), vennero consegnati al riflettore malevolo delle
televisioni, dei poliziotti e dei calunniatori come provocatori e violenti
sbucati dal nulla.
Eppure nei loro documenti
– da anni disponibili in rete - non vi è traccia di una retorica della
violenza; vi si trovano, al contrario, riflessioni serene e niente affatto
banali sulle varie tattiche di protesta urbana e riferimenti teorici condivisi
da altri, quali le Temporary Autonomous Zone (TAZ) di Hakim Bey, la critica
radicale del lavoro di Bob Black, l’ecologismo municipalista di Murray
Bookchin o l’anticapitalismo primitivista di John Zerzan. I BB si limitano
inoltre a realizzare azioni simboliche contro le cose e non contro le persone.
No, questa non è violenza
da stadio e neppure disagio esistenziale, come vorrebbe Rossanda Rossanda
(Il Manifesto, 6 agosto). È una modalità di protesta criticabile finché
si vuole, e qualche volta anche controproducente, ma non irrazionale né
illegittima. Inoltre, nonostante le calunnie di cui continuano ad essere
oggetto, al movimento contro la globalizzazione i BB hanno apportato energia,
coraggio, intelligenza tattica, e una pratica antiautoritaria.
A Genova, mentre i
ricercatori indefessi della visibilità televisiva lanciavano le loro
farneticanti dichiarazioni di guerra e annunciavano di marciare sulla zona rossa
senza esserne capaci, essi se ne allontanavano in silenzio per agire fuori
portata delle forze repressive. In realtà, ciò che non si perdona loro è di
avere demolito, insieme con le vetrine, anche le menzogne dei politicanti.
Travolti dagli
avvenimenti, nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani, alcuni leader
del GSF fecero circolare la voce (subito ripresa dai media) che i BB erano degli
«anarchici».
E
tuttavia, solo con enorme mala fede si possono identificare i Black Blocs con
gli anarchici (o, a maggior ragione, con punk ed animalisti come si è tentato
di fare). Un BB può essere anarchico, ma non necessariamente un anarchico
condividerà le azioni dei BB. Anzi, una buona parte del movimento anarchico,
non solo in Italia, ma nel mondo intero, è su posizioni rigorosamente
pacifiste. Tanto è vero che, presi da uno zelo senza dubbio eccessivo, subito
dopo i fatti di Genova, alcuni anarchici emisero un duro comunicato contro
i BB.
Francesco Berardi,
l’inaffondabile Bifo della Bologna ribelle del 1977, li definì «centinaia di
psicopatici vestiti di nero che il Ministro degli Interni ha infiltrato, aizzato
e utilizzato contro il movimento» e Alfio Nicotra, rappresentante del Partito
della Rifondazione Comunista nel GSF, ammise di aver denunciato alla
polizia, fin dal 17 luglio (prima di qualsiasi violenza, dunque) la presenza di
autobus carichi di sospetti (Corriere della Sera, 29 luglio). Luca
Casarini (Tute Bianche) e Vittorio Agnoletto (GSF) non furono da meno: «abbiamo
le prove».
«Siete contenti di aver
provocato la brutalità poliziesca? Siete contenti di avere infine un martire?»
ruggì Susan George, vicepresidentessa di Attac (Association
pour une Taxation des Transactions financières pou l’Aide aux Citoyens).
Bernard Cassen, presidente della stessa organizzazione e inoltre direttore
generale di Le Monde Diplomatique, rincarò la dose: «la complicità
della polizia italiana con il Black Bloc è evidente». Il tutto in un paginone
dal titolo suggestivo: Los tentáculos del terrorismo internacional dove
insinuava anche l’esistenza di un Internazionale nera dei servizi segreti
della quale i BB sarebbero il pezzo forte (El País, 29 luglio 01).
In perfetta consonanza,
Karl Schwab, fondatore ed organizzatore del famoso World Economic Forum di Davos,
dopo aver intessuto l’elogio dei manifestanti pacifici «i quali possono
influenzare positivamente il mondo degli affari e i governi» aggiungeva che «purtroppo
tutto ciò viene sistematicamente sabotato dalle azioni di una piccola minoranza
il cui unico obiettivo è la violenza» (Liberation, 30 luglio).
Ora, è evidente che la polizia fa il suo lavoro, cercando di ottenere
il massimo di informazione sui meccanismi interni dei movimenti di protesta, e
di seminare nel contempo il massimo di disinformazione. Da sempre,
l’infiltrazione è uno dei metodi più usati per controllare o manipolare; però,
chi può dirsene immune?
A Genova è stata
denunciata la presenza di infiltrati non solo tra i BB, ma anche tra le Tute
Bianche (Il Secolo XIX, 1 settembre). Nulla prova che i primi siano più
esposti di altri a questo pericolo: semmai, il loro strumento organizzativo, il
gruppo d’affinità – fondato su una conoscenza approfondita fra tutti i
partecipanti – appare il meglio indicato a contrastare infiltrazioni e
strumentalizzazioni.
La colossale operazione di
polizia montata prima degli scontri fa pensare ad un esperimento di low
intensity war in versione metropolitana. È chiaro che il governo cercava la
violenza con o senza BB. L’operazione attirò, probabilmente, anche la
curiosità di un gran numero di agenti segreti, stranieri e nostrani, con
l’idea, magari, di influenzare gli avvenimenti in base ai rispettivi interessi
nazionali. Ma queste sono solo
speculazioni.
Ciò che di sicuro
accadde, è che, fin dal tardo pomeriggio di venerdì, la presenza degli
infiltrati fu denunciata dalla loro stessa goffaggine, riferita dai giornalisti,
filmata dagli operatori, smentita senza convinzione dai questurini.
Nei giorni successivi, gli
stessi BB misero in chiaro che polizia e carabinieri, vestiti di nero e con
passamontagna, avevano costituito squadre di casseur. Gli infiltrati c’erano
dunque, ed erano lì soprattutto per diffondere la sensazione paralizzante che
la polizia è ovunque, che non esiste via d'uscita; e per indurre ciascuno a
diffidare del proprio compagno appena conosciuto, e a confidare, invece, nei
partiti, nelle bandiere, nei leader che tutti credono di conoscere davvero,
giacché appaiono continuamente alla televisione.
La
presenza di questi intrusi, per quanto provata, non spiega tuttavia la portata
degli scontri di Genova. Secondo numerose testimonianze, delle circa 300.000
persone presenti, almeno 30.000 parteciparono ad atti violenti, e molte di più
cercarono di agevolarli in tutti i modi, individualmente oppure organizzati come
Pink Blocs (ad esempio, gli americani di Tactical Frivolity), presenti nel
movimento fin da Seattle, i quali non impiegano in prima persona la violenza, ma
si impegnano a favorirla tatticamente.
Di tutti costoro, solo una
minoranza, senz’altro inferiore al 10 per cento, poteva definirsi BB: gli
altri erano individui che, in quella situazione, condivisero e magari
anticiparono il loro cammino. Non pochi erano Tute Bianche, o aderenti ad
organizzazioni nonviolente, sfuggiti al controllo dei loro dirigenti. Altri
ancora erano genovesi indignati che presero parte attiva negli scontri oppure
manifestarono la loro simpatia offrendo acqua e riparo ai manifestanti.
E a ben guardare tutto ciò
non è poi così strano: invece del consueto effetto paralizzante, l’arroganza
dei governanti, ebbe per una volta l’effetto di causare un’esplosione di
collera generalizzata che sfociò nella rivolta sociale più violenta degli
ultimi 40 anni.
Di
fronte a ciò, alcuni ritennero di difendere i «veri» BB che non sarebbero
andati a Genova, dai provocatori che agirono al loro posto. Altri ancora
ammisero che i «veri» BB c’erano ma li accusarono di non avere riflettuto
sulle conseguenze dei propri atti, di essersi sottratti al confronto con gli
altri appartenenti al movimento, di essersi rivelati, in sostanza, degli
irresponsabili (si veda Liberazione, 8 e 10 agosto, e il sito
internet di Rifondazione Comunista, Reds).
Roberto Bui, ideatore di
Luther Blissett, aspirante nuovo leader delle Tute Bianche,
scrisse in rete che, «nel momento in cui le pratiche del BB sono state
usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono
politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i
primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si è, di
fatto, conclusa a Genova» (23 luglio, movimento@ecn.org).
Qui, come osservò Oreste
Scalzone, bisognerebbe chiedere agli pseudostrateghi della disobbedienza civile
se è forse più responsabile dichiarare guerra all’ «impero», gridare ai
quattro venti «sfonderemo la zona rossa», usare un linguaggio aggressivo per
poi dire, a quelli che a sfondare ci vanno con le pietre, oppure fanno riots,
che sono dei rozzi o degli infiltrati. Ed infine gestire tutti insieme la morte
di Carlo Giuliani. Da vivo, col suo estintore in mano, Carlo chi era ? A chi
disobbediva?
4. La lunga marcia
delle Tute Bianche
sapevano
cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa.
La verità però è che sono stati i carabinieri a far saltare
tutto"
Luca
Casarini, Il Nuovo, 27.8.01
«Non conta aver dato la propria parola. E’ a chi l’hai data, che
conta»
Dutch
– Ernest Borgnine, nel film «Il mucchio selvaggio», 1969, di Sam Peckinpah
Le Tute Bianche amano
presentarsi come un movimento di tipo nuovo, creativo, nonviolento. Sebbene
provengano da esperienze operaiste ed ultra leniniste piuttosto truculente la
cui espressione teorica è l’opera di Toni Negri, ripudiano adesso l’idea
della conquista del potere, rifiutano i modelli monolitici e ostentano
l’influenza degli zapatisti messicani e, più precisamente, l’influenza del
subcomandante Marcos.
L’immagine è falsa.
Infatti, aldilà delle apparenze, le Tute rassomigliano più ad un partito
tradizionale con tanto di leader – ora chiamati portavoce –, una separazione
netta tra dirigenti ed esecutori, un’ideologia che si allontana sempre più
dalla pratica, un raffinato lavoro di lobbying istituzionale,
e perfino candidati a cariche elettive nelle amministrazioni comunali e
regionali.
Le Tute Bianche sono
violente o nonviolente? Diciamo che difendono violentemente le ragioni della
nonviolenza. Mentre, ad esempio, i Black Bloc, attaccano la proprietà, le Tute
amano spaccare la testa di coloro che contravvengono le loro regole.
I paradossi non finiscono
qui: nonostante l’antipatia sovente manifestata in Italia nei confronti dei
libertari e delle loro idee, essi coltivano all’estero la fama di essere
anarchici. In Messico, dove hanno fatto molto chiasso, sono considerati degli
irresponsabili. Ed in Italia sono riusciti a gettare il discreto sul tentativo,
nobile all’inizio, di creare un movimento neozapatista nel nostro paese.
In realtà, la pratica
delle Tute Bianche nasce all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel
1996 dall’alleanza di centri sociali definita nella cosiddetta Carta di
Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il
Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno
della Liguria e altri ancora.
I centri sociali (spesso
menzionati con la sigla CSOA, dove O sta per occupato e A per Autogestito), nati
da esperienze locali negli anni 70, nell’area generalmente conosciuta come
Autonomia Operaia, costituirono vere e proprie isole di socialità alternativa
strappate al grigiore dei ghetti metropolitani, che si dimostrarono capaci di
una certa resistenza al riflusso degli anni ottanta.
Aggiungiamo che non sono
mai stati una realtà omogenea, ma piuttosto una serie d’esperienze locali che
si sono venute diversificando – a volte contrapponendo - nel corso del tempo.
Verso l’inizio degli
anni novanta, una parte di essi prese la decisione, molto criticata, di
allacciare rapporti di collaborazione con autorità ed enti locali, con
l’obiettivo di legalizzare il possesso degli edifici, ottenere riconoscimento
istituzionale ed accedere a finanziamenti pubblici.
Non è nostra intenzione
scagliare anatemi per questo, né entrare nella merito di una storia complessa e
accidentata. Il problema non è trattare con lo stato, ma come e perché
si tratta. In Messico, ad esempio, gli zapatisti hanno mostrato che è
possibile farlo, mantenendo, allo stesso tempo, un ragionevole margine di
autonomia e senza venire meno a due principi irrinunciabili: la trasparenza e la
verità.
In quanto all’Italia, la
profonda frattura che si era venuta creando all’interno dei centri sociali tra
antagonisti e negoziatori venne in parte colmata proprio in seguito alla
massiccia ondata di entusiasmo suscitata dalla ribellione degli indigeni
messicani il primo gennaio 1994. Si apriva la possibilità di cominciare da capo
e di costruire un nuovo grande movimento, non più sul modello della solidarietà,
ma su quello, ben più appassionante, del coinvolgimento e della condivisione.
Seguì una tappa unitaria,
di breve durata, culminata nel Primo Incontro Intercontinentale per
l’Umanità e contro il Neoliberalismo, celebrato in Chiapas nell’agosto
1996, su invito del sub comandante Marcos. Quell’incontro può essere
considerato come l’atto di battesimo dell’attuale movimento contro la
globalizzazione.
I problemi ricominciarono
quando, in seguito alla proposta zapatista di organizzare un secondo incontro in
Europa, si avviarono i dibattiti sulle modalità e i percorsi del nuovo
appuntamento.
Le future Tute Bianche
fondarono allora l’Associazione Ya Basta presentando la proposta di
organizzare l’incontro a Venezia con l’appoggio del comune (il sindaco era
Massimo Cacciari una persona non certo affine agli zapatisti, né, ad esempio,
alla problematica degli immigrati clandestini), più quello di Rifondazione (che
allora sosteneva il governo neoliberista dell’Olivo) e de Il
Manifesto.
Il viaggio di Bertinotti
in Chiapas, insieme con alcuni esponenti del CSOA Corto Circuito di Roma, -
organizzato con gran fragore pubblicitario nel gennaio 1997 - siglò la nuova
alleanza, di cui gli zapatisti erano solo un pretesto, mentre ciò che realmente
contava erano le dinamiche interne italiane e il difficile equilibrio tra forze
molto eterogenee.
Per Rifondazione, partito
con un occhio puntato sui movimenti e l’altro sui sondaggi elettorali, era
vitale mettere radici in quel grande serbatoio di voti che sono i giovani; e per
questi centri sociali era importante proseguire la lunga marcia nelle
istituzioni. La coalizione dell’Ulivo, da poco insediata grazie alla somma dei
voti degli ex comunisti e degli ex democristiani, offriva nuove, inaspettate,
opportunità all’operazione.
Tanto in Europa come in
Italia, però, il grosso del movimento bocciò la formula veneziana, preferendo
la proposta presentata dai collettivi spagnoli di un incontro autorganizzato ed
autofinanziato in cinque località della Spagna.
A quel punto Rifondazione
e Ya Basta scelsero la via dei rapporti diretti e privilegiati con il comando
zapatista, boicottando l’incontro spagnolo con il significativo pretesto che
gli organizzatori non erano altro che … un mucchio di anarchici, e spedendo in
Chiapas Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia, per invitare gli zapatisti a
un incontro concorrenziale, messo in piedi in gran fretta
per la fine di settembre.
In seguito, gli aderenti a
Ya Basta, non esitarono a proclamare sé stessi Comunità Zapatiste,
dando luogo a equivoci grotteschi. Infatti, una cosa è il proclamarsi ribelle
di una comunità india a partire da una pratica reale di rottura ed autonomia
ed un’altra, molto differente, è che un gruppo di persone si
autoproclami «comunità», senza che a ciò corrisponda nulla di autentico.
Nei mesi successivi, il
Messico continuò ad essere al centro delle preoccupazioni di tutti
in Italia. Il massacro di Acteal (23 dicembre 1997) aprì una nuova fase
unitaria il cui punto culminante fu la grande manifestazione di gennaio a Roma:
50.000 persone in piazza per protestare contro la politica genocida del governo
messicano.
Su iniziativa dei
collettivi che avevano sostenuto l’Incontro in Spagna, in febbraio vi fu
l’iniziativa della Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione
dei Diritti Umani.
Poiché la Costituzione
messicana prevede l’espulsione degli stranieri che si intromettono negli
affari interni, la commissione si muoveva sul filo del rasoio. Per visitare le
zone del conflitto, come a gran voce chiedevano le comunità maya colpite dalla
repressione, era necessario ottenere il permesso delle autorità, il che
imponeva evidenti limitazioni. Anche la pretesa di essere degli osservatori «neutrali»
era un assurdo, però erano in gioco molte vite umane e ne valeva la pena.
L’iniziativa ebbe
successo. La Commissione, alla quale parteciparono anche alcuni membri di Ya
Basta, riuscì ad intervistare centinaia di persone, scrivendo poi un rapporto
dettagliato che fu di grande utilità per tutti coloro che lavoravano sul
Chiapas.
Un paio di mesi dopo, in
aprile, Ya Basta tornò in Messico, questa volta senza l’ingombro di altra
gente. Se in Italia proseguiva a gonfie vele la politica di avvicinamento al
governo di centro sinistra, il Chiapas offriva un terreno ideale per dare sfogo
alla spinta rivoluzionaria che continuava a venire dalla base.
Il 6 maggio 1998, 135
militanti di Ya Basta forzarono un posto di blocco tenuto da cinque agenti della
polizia di frontiera in piena Selva Lacandona. Seguiti da uno stuolo di
giornalisti, essi irruppero nel villaggio di Taniperla, uno dei più
conflittuali della regione, dove il gruppo pamilitare Movimiento
Indígena Revolucionario Antizapatista
(MIRA) terrorizzava da tempo la popolazione civile.
Dopo alcuni spintoni e un
paio di momenti drammatici, i militanti di Ya Basta tornarono a San Cristobal,
non senza rilasciare dichiarazioni incendiarie. Seguirono il rituale
dell’espulsione, ed un grottesco viaggio a Strasburgo a bordo di un aereo
noleggiato dal governo messicano. È dubbio il beneficio che ne trassero gli
indigeni di Taniperla i quali vivevano un dramma autentico. Inoltre,
l’incidente servì da pretesto per ridurre ancor più l’erogazione di visti
agli osservatori, però l’obiettivo di Ya Basta, far parlare di sè e creare
scandalo, era raggiunto.
Più recentemente, in
occasione della marcia zapatista del marzo 2001, le Tute Bianche monoplizzarono
la sicurezza dell’EZLN, comportandosi come Hell’s Angels a un concerto, ed
agendo in maniera violenta ed autoritaria nei confronti degli altri membri della
carovana.
Queste prodezze messicane
illustrano bene la doppiezza del gruppo: essere intransigenti e rivoluzionari
all’estero, ma accettare tutti i compromessi, compresi i più disonorevoli, a
casa propria.
Anche l’idea della tuta,
messa per la prima volta a Milano verso la fine del 98, si ispira esplicitamente
agli zapatisti. Infatti, gli «invisibili» metropolitani vestono di
bianco, così come gli indigeni del Chiapas si coprono il volto di nero: per
essere visti.
Tuttavia, se il fine è di
essere ripresi dai telegiornali, invitati ai talk show e magari stipendiati da
qualche istituzione, l’oro delle comunità diventa piombo volgare, mentre le
poetiche immagini dei maya («camminiamo interrogandoci», «esercito di
sognatori») si convertono in fastidiosi e vuoti ritornelli.
E, per risultare più
telegeniche, le contestazioni stesse finiscono per essere concordate con la
polizia e gestite come vere e proprie performance teatrali (Guerriglia
urbana? Ma vi prego…, Il Manifesto, 1 febbraio 2000). A Milano si
è arrivati al punto di presentare come una grande vittoria la chiusura di un
lager per immigrati che era già stata decisa dalle autorità.
In occasione del G8 di
Genova, nonostante Berlusconi offrisse una sponda assai meno rassicurante dei
governi «amici» che lo avevano preceduto, pare ormai accertato esistesse un
accordo più o meno esplicito per consentire al corteo dei disubbidienti (altro
nome delle Tute Bianche) di operare uno sfondamento simbolico della Zona Rossa
in piazza Verdi, seguito da altrettanti simbolici fermi, che sarebbero dovuti
cessare la sera.
Ma il nubifragio della
notte di giovedì impose alle Tute di posticipare al mattino successivo la «prova
generale» dell’attacco, e di partire quindi con più di due ore di ritardo
sulla tabella di marcia concordata. Come per Napoleone a Waterloo, la pioggia si
doveva rivelare fatale: prima che il corteo potesse infine raggiungere il punto
prestabilito, si trovò davanti «alla violenza della Storia» (Marco d’Eramo,
Il Manifesto, 24.7.01).
E così la lunga marcia è
arrivata al traguardo. Partiti dalla contestazione totale e dal brivido
voluttuoso del passamontagna di negriana memoria, essi sono pervenuti a
pretendere sconti, treni speciali, aerei e alberghi per andare a contestare,
esattamente come i sindacati di regime.
Loro li chiamano «rapporti
di concretezza con le istituzioni», però collaborare non è lo stesso
di trattare. Si tratta quando si è differenti, mentre quando si
collabora si è omologhi. Ne era ben consapevole, già il 23 aprile 1998, un
Casarini ancora poco noto che dichiarava al quotidiano Il Gazzettino «Lo
Stato non è più, d’ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l’omologo con
cui dobbiamo discutere».
Tale collaborazione, che
li ha condotti, di volta in volta, ad intrecciare relazioni con Rifondazione, i
Verdi e gli stessi DS (Casarini è stato consulente retribuito di Livia Turco,
ministro degli affari sociali del governo Amato), a ricevere sponsorizzazioni da
grandi aziende, a presentare e talvolta far eleggere rappresentanti nei consigli
comunali di Venezia, Roma, Milano, ha ormai superato tutti i limiti.
Più volte e in differenti
luoghi (Bologna, Aviano, Treviso, Rovigo, Roma, Venezia, Padova… ) le Tute
hanno fatto le veci della polizia, aggredendo fisicamente anarchici, autonomi, o
semplicemente persone che non condividevano le loro indicazioni.
Istruttivo è anche il
loro «breviario della disobbedienza civile», in cui spiccano istruzioni quali:
«7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche; 8. Non ci deve
essere né lancio di alcunché né altro che non sia concordato con gli
organizzatori; 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo
deve essere messa in atto; 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque
cosa succeda».
Esasperati da questi
comportamenti, alcuni anonimi compagni dell’area antagonista diffusero a
principio di luglio, un violento documento contro le Tute che recava il titolo
significativo di «Pompieri della rivolta» (lista ecn.org).
L’ultimo episodio
vergognoso è avvenuto a Venezia, pochi giorni dopo i fatti di Genova, allorché
un gruppo di Tute appartenenti al CSOA Rivolta di Mestre ha aggredito un gruppo
di persone intente a un banchetto di solidarietà con gli incarcerati.
5. Un nuovo mondo è
possibile: basta farlo. Noi. Oggi.
Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c’è che
un’oscillazione, che distrugge il potere.
Raoul
Vaneigem
Il
21 luglio, all’indomani dell’assassinio di Carlo Giuliani, le 300.000
persone sfilate a Genova, nonostante gli evidenti pericoli, hanno risposto
affermativamente alla domanda in sospeso fin dai giorni Seattle: questo
movimento esiste e, come sottolineano i compagni della rivista Vis-à-vis,
«non cerca legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria presenza,
riprende la parola, pratica il proprio rifiuto».
Eppure,
quella medesima forza che si è espressa con tanto vigore ha condotto ad un
conflitto preoccupante tra le diverse tendenze che, fin dal principio, convivono
al suo interno, seminando profondi interrogativi per ciò che attiene il futuro.
Contro
l’opinione di coloro che cercano l’unità a tutti i costi, bisogna prendere
atto che il movimento contro la mondializzazione ha molte anime. Fin dal
principio ne è esistita una pacifista, ed una propensa all’azione diretta,
con un’infinita gamma di variazioni intermedie.
La
sua forza potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e nella
molteplicità delle sue espressioni internazionali. Oggi il mondo è in
subbuglio dal Karnakata alla Tailandia, da Seattle a Genova, dalla Selva
Lacandona a Puerto Alegre.
In un intervista recente,
il sub-comandante Marcos ha recentemente affermato: «Crediamo sinceramente che
a livello mondiale i nostri ‘no’ si sommino semplicemente con tutti gli
altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i ‘sì’ debbano ancora
essere individuati. (…) Non crediamo che tutti questi ‘sì’ possano
articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualità
auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre
una nuova internazionale» (rivista Linus, 6 luglio 01).
Il problema è che mentre la
tendenza radicale non pretende di esercitare egemonia alcuna, ed anzi ammette
apertamente la possibilità di altri approcci, non si può dire altrettanto di
molti, anche se non tutti, i pacifisti.
Questi hanno sovente
criminalizzato i primi, impiegando …la violenza, la calunnia, e perfino la
delazione con esiti sono sovente grotteschi. Era
già accaduto a Seattle ed è accaduto di nuovo a Genova. Al direttore di Liberazione,
Sandro Curzi, che in TV, contestava alla polizia di non avere agito
preventivamente contro i violenti, un funzionario ha dovuto rispondere
imbarazzato: «dottor Curzi, questo non è uno stato di polizia, quel che ci
chiede noi non lo possiamo fare».
A tutti costoro è bene
ricordare il monito di Orwell: «la differenza importante non è tra violenza e
nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere. Vi sono individui che
disprezzano la polizia e l’esercito, ma si rivelano poi molto più
intolleranti ed inquisitori di coloro che ammettono la necessità di usare la
violenza in circostanze determinate» (Inside the Whale and Other Essays,
Penguin Book, 1962, pag. 118).
Sebbene il problema
esista, le contraddizioni principali non sono tra violenti e nonviolenti e forse
neppure tra chi cerca alternative al capitalismo e chi, invece, vorrebbe
semplicemente abbellirlo o limitarne i danni.
La malafede nelle accuse
di alcuni autoproclamati portavoce contro chi agisce in maniera indipendente
indica che la posta in gioco è, appunto, il potere. Calunniare è grave: gli
stalinisti lo hanno fatto a Barcellona nel 37 ed ogni qualvolta si sono sentiti
minacciati nei loro interessi.
Occorre inoltre tenere
presente che, come fanno notare i BB la violenza risiede, prima di tutto, nelle
relazioni sociali stesse. Chi fu il primo a scatenarla a Genova? Il governo
italiano che blindò la città? Le multinazionali che in nome del libero
commercio depredano l’umanità e la madre terra? Gli stati che le proteggono?
I Black Bloc? Il carabiniere che sparò? Carlo Giuliani che gli ributtò addosso
l’estintore?
Quanto alla nonviolenza,
lo stesso Gandhi affermò più volte che, sebbene la considerasse superiore alla
violenza sia da un punto di vista tattico che etico, non si poteva fare di ciò
un dogma e che, in ogni caso, era preferibile essere violenti che codardi.
La nonviolenza – diceva - è una scelta valida solo se praticata da chi
rinuncia a una violenza che avrebbe la forza di praticare. E non è certo la
pratica del topo che fugge di fronte al gatto.
Oggi una tale pratica
corre il rischio di essere immiserita da comportamenti addomesticati e
condiscendenti. Se il movimento deve crescere, nonviolenza non può voler dire
astensione, neutralità o, peggio, collaborazione, ma disobbedienza,
determinazione, azione, costruzione di altro.
Se
l’aspetto propositivo della violenza vandalica pratica dai BB, consiste
proprio nel mettere in crisi la pretesa neutralità delle relazioni sociali e
nel ricondurre al centro dell’attenzione la loro precarietà storica, ogni
gesto inscritto in questo registro rischia di rimanere
prigioniero di una negazione simbolica dell’esistente. «Il fine non
giustifica i mezzi», ci mandano a dire gli zapatisti dal Messico. E gli
anarchici replicano: «da due secoli lo sappiamo» e non può dirsi casuale il
numero crescente di bandiere rosse e nere in tutti gli appuntamenti del
movimento che cresce.
Con o senza violenza,
l'essenziale è che ciascuno individui la propria strategia e il proprio
percorso; perché la rivoluzione questo è: liberazione, scatenamento dei
percorsi, movimento centrifugo, non centripeto.
Non è necessario, avere
obiettivi ambiziosi ne prefiggersi la distruzione del capitalismo per essere
disponibili, qui e subito, a lottare contro la barbarie neoliberista. Oggi, non
vi è più un palazzo d’inverno da conquistare e il vecchio dibattito tra «rivoluzionari»
e «riformisti» appare obsoleto.
Accantonando questa
terminologia, molti preferiscono definirsi semplicemente «ribelli», parola che
sottolinea l’assenza di un programma compiuto nel senso inteso dai vecchi
partiti comunisti. Ed anche per ciò che riguarda i nostri vecchi sperimentati
nemici, il capitalismo e lo stato, forse, più che di distruzione, converrebbe
forse parlare di accantonamento, di dismissione, di soffocamento, di abbandono.
È merito degli zapatisti
aver attirato l’attenzione su tali questioni e, in particolare, su quella del
potere. Più volte essi hanno ripetuto
di non essere interessati a governare né a sedere in parlamento. Ciò che li
distingue dai partiti e dalle guerriglie tradizionali non è l’impiego (o
l’accantonamento) delle armi, ma il tentativo di andare oltre i vecchi modelli
tanto bolscevichi come socialdemocratici.
Un tale superamento
implica la creazione (non facile) di un terreno nuovo di lotta politica, non
certo trasformarsi in un gruppo di pressione o in una lobby.
Fanno sorridere le
dichiarazioni del solito Cassen, il quale annuncia, niente meno, l’imminente
iscrizione del sub comandante Marcos, senza più passamontagna ed in versione «civile»
(…e l’EZLN?) ad Attac (La Repubblica, 20 agosto).
Così, il fuoco della prima rivoluzione del secolo XXI dovrebbe essere
spento con lo straccio bagnato della Tobin
Tax…
Ancor più fanno sorridere
le affermazioni del medesimo Tobin il quale, smentisce i suoi discepoli,
dichiarando di essere, da sempre, un fervente sostenitore della globalizzazione
e di avere proposto a suo tempo, quella tassa…per «favorire il libero mercato»,
di cui, dice «sono, come tutti gli economisti, un fautore».
Attac e il gruppo di
intellettuali raccolti intorno a Le Monde Diplomatique rappresentano
oggi l’ultima versione della vecchia e fallimentare utopia socialdemocratica.
Coloro i quali pensano di risolvere la disgrazia dei poveri tassando i ricchi
non paiono consapevoli di fondare il futuro sulla permanenza precisamente dei
ricchi, e dello sfruttamento che li produce, delle produzioni assassine che li
alimentano, dello stato che li garantisce.