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Un
intellettuale a tutto campo, fra rigore e metodo critico
Nato a Firenze il 25 aprile del 1933, dopo la laurea in medicina, Giovanni
Jervis si specializzò in neurologia e psichiatria, collaborando
attivamente - dal 1959 al 1963 - alle ricerche di Ernesto De Martino sul
fenomeno del tarantismo e sul tema della fine del mondo e delle «apocalissi
culturali». Dal 1966 al 1969 ha lavorato con Franco Basaglia, nel periodo
«d'oro» di «gestazione» della legge 180, lavorando nella Comunità
terapeutica di Gorizia, e diventando in seguito - fino al '77 - direttore
dei Servizi psichiatrici territoriali di Reggio Emilia. Sempre nel '77,
Jervis scelse di dedicarsi all'insegnamento accedemico, come professore di
Psicologia Dinamica presso la Facoltà di Psicologia dell'Università La
Sapienza di Roma. Consulente di molte case editrici, da Feltrinelli a
Garzanti, fino a Einaudi e Bollati-Boringhieri, Jervis ha ricoperto fino
in fondo, anche in ambito editoriale, un ruolo da «intellettuale
militante». Dopo lo storico «Manuale critico di psichiatria» edito da
Feltrinelli nel 1975, sul quale si sono formate intere generazioni di
operatori sociali, Jervis si era a poco a poco orientato sui temi delle «illusioni»
e delle «credenze sociali». Uno dei suoi ultimi libri, «Pensare dritto,
pensare storto», edito due anni fa da Bollati-Boringhieri, si presenta
come un tentativo di «rivalutare» un tema, secondo l'autore, ampiamente
sopravvalutato come quello della «coscienza». Se in «Pensare dritto,
pensare storto» le sue riflessioni tenevano in gran parte conto delle
ricerche e degli esperimenti dello psicologo americano Benjamin Libet
sulla questione del «libero arbitrio», in «Contro il relativismo» (Laterza,
2005), Jervis aveva invece sottoposto al vaglio critico l'impasse del
pensiero debole e del «politically correct», frutto a suo dire di
relativismo retrogrado e non fondato sul metodo scientifico. Di recente,
Jervis era tornato sui temi e sul rapporto tra psichiatria e
antipsichiatria, con «La razionalità negata», dialogo con Gilberto
Corbellini a trent'anni dalla cosiddetta legge Basaglia, che portò alla
progressiva chiusura dei manicomi.
di
Stefano Mistura- il manifesto
GIOVANNI Jervis
LA
FORZA DI PASSIONI CONDIVISE
Dagli
anni con Basaglia a quelli dell'insegnamento vissuto come missione.
Vicenda anche etica, che si intreccia con la storia di Resistenza e
antifascismo. Un ricordo dello psichiatra scomparso domenica
Alla fine degli anni Sessanta, era facile stringere amicizia. Non mancava,
in quegli anni, il coraggio di mirare a obiettivi precisi e in tal modo
costruire forme di comune e condivisa appartenenza. Accadde così anche
quando l'allora trentaquattrenne Gionni - con questo nome conoscenti e
amici chiamavano Giovanni Jervis - e io, che ero poco più che un ragazzo,
ci incontrammo. Era il '67 e il nostro legame è durato tanto a lungo che
è difficile realizzare che proprio ora quell'appartenenza, quella
condivisione, quel vivere comune fatto di studi, discussioni e lavoro si
è interrotto per sempre a causa della sua morte, avvenuta domenica
scorsa.
Un maestro raro
Detto così, tutto appare semplice, ma in realtà nei giorni trascorsi
all'Ospedale Psichiatrico di Gorizia, dove Jervis lavorava nel gruppo
costituitosi attorno a Franco Basaglia, prendeva forma un modo nuovo di
insegnare e di «trattare» con i giovani. C'era un clima di attenzione e
cure verso di loro di cui presto si sarebbe persa traccia. Giovanni Jervis
è stato un maestro raro per tanti, soprattutto perché non ha mai
desiderato «allievi conformi», né ha mai mostrato di subire il fascino
delle tentazioni scolastiche pure e semplici. Con Jervis si poteva nutrire
la naturale attitudine alla critica e anche intensificare la propensione a
interrogarsi reciprocamente e a fare domande. Pur muovendo da un rigore
scientifico e intellettuale ricercato e praticato fino all'acribia, con
lui, però, non ci si sentiva mai «pieni di certezze», non si era mai
pronti a dare sempre e comunque risposte, si preferiva piuttosto apparire
alla ricerca di un altro orizzonte capace di cogliere meglio la realtà in
cui eravamo immersi. Non è possibile mantenere il silenzio quando si
riflette sul rapporto tra Franco Basaglia e Giovanni Jervis: per oltre
dieci anni - da vivi - e poi fino a oggi, quando anche Gionni non c'è più,
si è fantasticato e si fantastica su un presunto, profondo dissidio tra i
due. Dissidio che è stato, anche recentemente, enfatizzato in occasione
dell'uscita dell'ultimo libro di Jervis, La razionalità negata (Bollati-Boringhieri,
2008), dedicato all'origine e al destino della legge di riforma
psichiatrica in Italia.
Se si fa riferimento alle diverse e complesse personalità di questi due
grandi psichiatri, alle loro diverse maniere di pensare, al diverso modo
che avevano di affrontare i problemi concreti, al modo altrettanto diverso
di impostare le loro relazioni interpersonali, allo «stile di comando»
quasi incomparabile, alle diverse (almeno in parte) ascendenze culturali,
non si può che constatare che erano due persone per tanti versi agli
antipodi. Una era certamente più passionale dell'altra, ma spesso erano
in grado di completarsi a vicenda. Detto della diversità di carattere e
disposizione d'animo, non si può però sostenere che avessero valori di
riferimento inconciliabili o che, peggio, Jervis, il più giovane tra i
due, potesse essere considerato un «traditore» della giusta causa.
Entrambi, con le modalità a loro peculiari, su terreni solo
apparentemente lontani, hanno saputo tenere viva la capacità di
indignarsi di fronte all'ingiustizia, alle forme assistenziali segnate
dall'abbandono, alla cialtroneria professionale che si disinteressa delle
storie sociali come di quelle individuali. Entrambi si irritavano quando
vedevano «aleggiare la forza dell'ideologia». Non sopportavano la
posizione tutti quelli - e non erano pochi - che sostenevano l'inesistenza
delle malattie mentali, magari attribuendo l'origine del disturbo psichico
a qualche causa sociale. Basaglia e Jervis sapevano distinguere il
problema della genesi della malattia da quello della sua gestione
terapeutico-assistenziale. La tendenza a descriverli, oggi, come due
eterni duellanti è quanto meno ingenerosa. Certo erano diversi, ma nel
loro patrimonio culturale non albergava alcun semplicismo e non
ragionavano servendosi di formulette riduttive.
Per quasi tutti gli anni Settanta, Jervis si è dedicato a una vasta opera
di costruzione istituzionale. Mentre proseguiva la sacrosanta lotta contro
la violenza manicomiale, ebbe l'occasione di sperimentare nella provincia
di Reggio Emilia la prima rete di Centri di Salute Mentale ordinata e
coerente.
Vocazione e pratica istituzionale
Ancora oggi i Servizi Psichiatrici Territoriali più evoluti in Italia si
ispirano direttamente o indirettamente a quella esperienza. In
particolare, lo si può affermare per quei Dipartimenti di Salute Mentale,
ancora non troppo numerosi malauguratamente, che comprendono, accanto alla
psichiatria per gli adulti, anche la neuropsichiatria infantile e
adolescenziale, il Servizio di consulenza per le altre agenzie
socio-sanitarie, quello per le tossicodipendenze e quello per il servizio
psichiatrico negli istituti penitenziari. Il frutto teorico di quegli anni
è raccolto in tre libri: Manuale critico di psichiatria, Il buon
rieducatore editi da Feltrinelli nel 1975 e nel 1977 e, appunto, l'ultimo
lavoro dal titolo La razionalità negata.
Dalla fine degli anni Settanta Jervis ha abbracciato la sua vocazione più
genuina: l'insegnamento. È stato un maestro rigoroso, riflessivo, critico
e autocritico, teso al continuo approfondimento, dotato di una
straordinaria virtù: la chiarezza. Non ha mai lasciato intendere di
potere dare risposte definitive, qualsiasi fosse il campo che stesse
affrontando. Pur essendo un uomo pubblico è rimasto sempre e
assolutamente schivo, infastidito da ogni forma di demagogia, di
arrivismo, di sensazionalismo, di superficialità. Importanti sono anche i
libri che racchiudono corsi e percorsi del suo insegnamento presso la
facoltà di Psicologia dell'Università La Sapienza di Roma, da Presenza e
identità (Garzanti, 1992) alla Conquista dell'identità (Feltrinelli,
1997), dai Fondamenti di psicologia dinamica (Feltrinelli, 1995) alle
Prime lezioni di psicologia (Laterza, 1997). Dagli anni Novanta, fino alla
sua scomparsa, Jervis si è cimentato soprattutto nel campo della
psicoantropologia sociale divenendone un instancabile promotore culturale
e lavorando con le più importanti case editrici italiane. I suoi libri più
recenti, su tutti Contro il relativismo (Laterza, 1995) e Pensare dritto,
pensare storto (Bollati-Boringhieri, 1997), risentono ancora dell'influsso
metodologico di Ernesto De Martino, suo maestro degli anni giovanili, ma
appaiono parimenti segnati da una nuova ansia di verifica scientifica
scevra di ogni autoreferenzialità.
Con molto dolore, mi trovo quindi costretto a «parlare di» Giovanni
Jervis invece che parlare «a lui». Costretto a parlare del maestro e
dell'amico che resta per molti, mentre è vivissimo il desiderio purtroppo
brutalmente interrotto di discutere con lui, ascoltando il tono
inconfondibile della sua voce, di ascoltarlo parlare di tante cose sempre
con un'intelligenza così lucida, con un ragionamento così suadente, con
una generosità mai stanca. La sua lucidità talvolta colpiva duro, era
terribile, non lasciava scampo, non offriva facili concessioni né
debolezze, ma comunque priva di ogni arroganza e sicurezza negativa che
sono così spesso presenze compiaciute delle coscienze critiche. La sua
opera, vale a dire il suo insegnamento, la sua costruzione istituzionale,
i suoi libri, sono testimonianze di una forza mai doma, pronta alla
riflessione e a disegnare progetti. Forza e progetto che non sono venuti
meno, anche nei giorni della malattia.
Rigore familiare
Senza indulgere a ricordi sulla sua vita personale, una cosa non si può
comunque tacere e riguarda l'assoluta impossibilità per Jervis di cadere
in qualche forma di opportunismo, in particolare se erano in gioco
interessi individuali. Questa attitudine verso un'etica personale
piuttosto dura gli derivava dall'atmosfera della sua famiglia d'origine.
Gli amici e i lettori se ne resero conto quando Gionni e la sorella Paola
decisero di mettere a disposizione e rendere in tal modo pubblica la
documentazione che attestava la cattura, la prigionia e la fucilazione da
parte dei nazifascisti del padre Guglielmo. Se si vuole comprendere
qualcosa della disposizione etica di Jervis - e da quale clima culturale
avesse ricevuto il calco - è sufficiente leggere l'edificante Un filo
tenace (Bollati-Boringhieri, 2008) che raccoglie le lettere dal carcere di
Guglielmo Jervis, noto col nome di battaglia di «Willy», medaglia d'oro
della Resistenza. All'epoca, Giovanni aveva dieci anni ed era già
largamente consapevole di molte cose sul piano politico. Un giorno del
1969 ebbi occasione di parlarne con Vittorio Foa che conservava memoria
nitida dell'«affare Jervis» e ricordava la già sorprendente maturità
del «piccolo Gionni».
Mi è capitato molte volte di incontrare persone che avevano avuto
difficoltà a capire taluni aspetti della personalità di Jervis.
Assumevano come intolleranza e rigidità, ciò che era semplicemente
rifiuto della falsa coscienza e della demagogia. Indubbiamente il
trascorrere del tempo aiuterà a comprendere meglio quanto il lavoro di
Giovanni Jervis sia stato prezioso.
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