ricordi

Gino Giugni

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Luigi Giugni (Genova, 1º agosto 1927 – Roma, 4 ottobre 2009) è stato un politico italiano, meglio conosciuto col diminutivo di Gino, ex Ministro della Repubblica Italiana. Ha avuto un ruolo chiave nella stesura dello Statuto dei lavoratori.

 

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Genovese, 82 anni, era considerato
il padre dello statuto dei lavoratori
ROMA
Addio a Gino Giugni il padre dello Statuto dei Lavoratori. Giugni è deceduto a 82 anni nella notte dopo una lunga malattia. Messaggi di cordoglio e dolore sono arrivati da molti esponenti del mondo politico e sindacale. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, tra gli altri, nel dire che «l’Italia perde colui che con Brodolini fu il padre dello statuto dei lavoratori» precisa anche che «dovrà essere ricordato adeguatamente soprattutto al fine di mantenere vive le sue intuizioni, il suo metodo».

Nato a Genova il primo agosto del1927, nel 1969 venne messo a capo della Commissione Nazionale per lo Statuto dei Lavoratori ed ebbe l’incarico di scriverne il testo. L’impulso alla nascita dello Statuto fu dato da Giacomo Brodolini, sindacalista di area Psi, ministro del Lavoro che legò il suo nome sia alla riforma della previdenza sociale che all’abolizione delle gabbie salariali. Fu proprio lui a chiedere l’istituzione di una commissione nazionale e a chiamarne alla presidenza, appunto, Giugni. Nel 1983 Giugni venne eletto senatore nelle liste del Psi e divenne in seguito, presidente della commissione per il lavoro e la sicurezza sociale, e membro della Commissione Parlamentare Inquirente sulla P2. L’83 è anche l’anno dell’attentato delle Brigate Rosse: il 3 maggio stava camminando a Roma, venne «gambizzato» da una donna.

Nelle elezioni politiche del 1987 fu rieletto senatore, e fu riconfermato presidente della Commissione per il lavoro e la sicurezza sociale. Dal 1993 al 1994 fu presidente del Psi e nello stesso arco di tempo divenne ministro del Lavoro del governo Ciampi. Lo Statuto rappresenta una vera e propria rivoluzione, un passo epocale e probabilmente la battaglia più grande vinta dai lavoratori. Tutto è cambiato con l’introduzione della legge 300 del ’70: dalle condizioni di lavoro, ai rapporti con i datori fino alle rappresentanze sindacali.- la stampa

 


il manifesto

Giugni IL MIO STATUTO
Il nome di Gino Giugni è legato alla nascita della «magna charta» dei lavoratori. In un'intervista dell'89, il valore e i limiti di uno Statuto costretto a tener conto dei consigli di fabbrica
Ripubblichiamo stralci di un'intervista dal «padre» dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, al manifesto, in occasione del ventennale dall'autunno caldo del '69.

Fin da subito è stato notato un punto debole nello Statuto: la norma contro il licenziamento illegittimo non vale per le unità produttive che impiegano meno di 15 dipendenti.
Quando lo Statuto venne elaborato, il progetto Brodolini prevedeva una certa soglia, sotto la quale era possibile licenziare. Questa soglia fu elevata in una riunione dei ministri, per richiesta dell'onorevole Rumor, presidente del consiglio, il quale pensava alle reazioni nel Veneto e soprattutto alle aziende agricole. Poi, al Senato, quando ebbe luogo la «ristrutturazione» del progetto Brodolini, la soglia venne abbassata. Venne abbassata, paradossalmente, con un errore. L'errore, o meglio, il pastrocchio, sta nell'aver chiamato in causa un'entità come l'«unità produttiva»). Mentre questa entità ha un senso per i diritti sindacali, non ne ha alcuno per il divieto di licenziamento. Non si capisce per quale ragione la Fiat, se ha un'officina con meno di 15 dipendenti, per quell'officina non debba essere assoggettata all'obbligo di reintegrazione dei licenziati. La dizione corretta sarebbe stata: 15 dipendenti per azienda. I1 problema, dunque, si è posto subito. Ma è pur vero che, in una seconda fase, è diventato più acuto. E' chiaro che certi processi di decentramento produttivo si sarebbero verificati comunque; ma è ugualmente evidente che, in parte, essi sono stati indotti proprio dall'entrata in vigore di un ampio apparato garantistico a favore dei lavoratori, che non è riducibile al solo Statuto. Ora, questo decentramento produttivo, in parte fisiologico e in parte artificioso, non era in alcun modo prevedibile nel '69.

Un altro punto delicato dello Statuto è quello sulla «rappresentatività sindacale», riservata ai sindacati maggiori, cioè a quelli a struttura nazionale. Lo Statuto pensa più a un «sindacato degli iscritti», che non a un «sindacato dei lavoratori».
Guardiamo all'origine storica: lo Statuto fu pensato deliberatamente come una legge di sostegno non solo al sindacato, ma specificamente alle confederazioni sindacali. Fu volontà di Giacomo Brodolini che fosse così. Non è che si facesse riferimento agli iscritti, questa precisazione non rientra nello Statuto: piuttosto, si rinvia alla definizione giurisprudenziale di «confederazione maggiormente rappresentativa». La giurisprudenza fa riferimento ai cosiddetti (indici di rappresentatività, uno dei quali, ma solo uno, è la consistenza numerica. I1 punto secondo dell'articolo 19 parla dei sindacati firmatari dei contratti collettivi, e praticamente apre la strada al riconoscimento dei sindacati autonomi. Quando firmano il contratto collettivo, è segno che hanno qualche rappresentatività. Più tardi è nato il quesito se, per «firmatario» si dovesse intendere l'organismo che ha trattato, o quello che ha messo la firma dopo. Ecco, io concordo con quei giudici che hanno ritenuto che il vero «firmatario» debba essere considerato il sindacato che ha trattato: aver partecipato alla trattativa, magari separata, è un indice di rappresentatività. Quando nello Statuto si parlò di rappresentanza sindacale aziendale, ci trovavamo in una situazione decisamente critica: eravamo, infatti, all'inizio del '69. E' il momento in cui vengono liquidate le commissioni interne, emergono le «Rsa», cominciano ad affiorare quegli strani Ufo che sono i consigli di fabbrica... anzi, prima compaiono i delegati, che sono veramente degli Ufo, solo poi arrivano i consigli. Al legislatore, in una situazione siffatta, non resta che adottare una formula, che è poco più di un segno algebrico «x»: rappresentanza sindacale aziendale. Poi, certo, al posto del segno algebrico, bisogna metterci un numero determinato. Può darsi che il legislatore non avesse neanche chiaro a che cosa si riferiva; ma l'apertura fu massima. Appena è entrato in vigore lo Statuto, nel giugno '70, si tenne il congresso nazionale dell'Associazione di diritto del lavoro, durante il quale svolse la relazione Federico Mancini... che dimostrò in maniera impeccabile, con argomentazioni poi accettate da tutti, che le «rappresentanze sindacali aziendali» erano i consigli di fabbrica. Da allora, questo è rimasto un punto non controverso. In seguito, allorché si sono sgretolati i cdf e sono riemerse le Rsa, ecco che l'articolo 19 si riapplica.

Questa è la classica «domanda impossibile. Quali diritti fondamentali, universalistici e inderogabili, dovrebbero esser posti al centro di uno statuto dei lavoratori firmato nel 1989?
È un genere di domanda a cui, confesso, non so rispondere. Ci sono alcuni diritti sanciti dalla Costituzione, naturalmente inderogabili, ma sulla cui modalità di applicazione si possono avere soluzioni flessibili, affidate alla contrattazione sindacale. Non ho mai capito bene la contrapposizione fra diritti inderogabili e diritti derogabili. È chiaro che, se c'è un diritto riconosciuto dalla legge come contratto collettivo, esso non può essere derogato con un altro individuale. Se non valesse questo principio, vorrebbe dire che non c'è più un diritto del lavoro e io dovrei cambiare mestiere. Tuttavia, nel rapporto tra norma e contratto collettivo, in genere vale una forte flessibilità. È chiaro che l'articolo 1 dello Statuto - quello che sancisce il divieto di discriminazioni - non può essere neanche sfiorato: un contratto collettivo, che introducesse discriminazioni razziali sarebbe un contratto collettivo visibilmente illeggittimo. Ma poi bisogna chiedersi: è discriminazione razziale aver aperto le fabbriche agli extra comunitari, a Torino, con un contratto d'occupazione che li fa lavorare il sabato e la domenica? Secondo me è stato un provvedimento giusto, tutt'altro che imputabile di discriminazione. Anche in questo caso, una certa duttilità serve a rompere il «muro del suono» del mercato del lavoro.

di Loris Campetti
Il lavoro del riformista
Con la morte di Gino Giugni lo Statuto dei lavoratori è rimasto orfano di padre. Nonostante tutte le giravolte politiche, però, e i tentativi maramaldeschi di qualche pentito di attribuire all'ex ministro del lavoro la volontà di buttare nel tritacarne del revisionismo la sua creatura, in nome dei mutati tempi, lo Statuto ha ancora moltissimi figli. Oggi, più che mai in passato, persino più che nell'80 - l'anno della sconfitta alla Fiat che diede il via alla vendetta padronale e politica contro l'autunno caldo, i consigli di fabbrica e le lotte degli anni Settanta - i diritti sanciti dalla «magna charta» del lavoro vengono messi in discussione. Dalla ristrutturazione capitalististica, dalla crisi, dal governo Berlusconi, dall'assenza di una sponda politica al movimento operaio. Questo sanno e vivono sulla loro pelle le tute blu metalmeccaniche che venerdì risponderanno in massa all'appello della Fiom a difendere i diritti acquisiti, a partire dal contratto nazionale di lavoro che Fim e Uilm sono già pronte a svendere con un accordo separato con Federmeccanica. I primi diritti messi in mora dal nuovo sistema contrattuale partorito da un accordo separato senza e contro la Cgil, sono la democrazia sindacale e il diritto dei lavoratori di dire la loro sugli accordi e sui contratti che li riguardano.
La seconda considerazione che viene da fare, riattivando la memoria e rileggendo la biografia di Gino Giugni, è il rovesciamento di parole come «riformismo» centrali ieri come oggi. Lo Statuto vede la luce nel 1970, qualche mese dopo la firma del più straordinario contratto dei metalmeccanici e le bombe di piazza Fontana. Nasce sulla spinta di una grande stagione di lotte e conquiste ed è il prodotto di una mediazione politica, come ricordava, nell'intervista che riproponiamo in questa pagina, lo stesso Gino Giugni. I consigli di fabbrica erano senz'altro «più avanti», come si diceva una volta, delle inevitabili mediazioni tra le parti sociali e politiche che hanno portato alla definizione della carta fondamentale del '70.
Gino Giugni era un riformista, su questo non c'è dubbio. Allora non si può non pensare: ce ne fossero, oggi, di riformisti così.

 

 

 

 

Gino Giugni, a braccetto con la Storia Padre dello statuto dei lavoratori, ma anche ministro del Lavoro, nel governo Ciampi, quando si firma l'accordo del '93 che inaugura la concertazione. Ricordo di un intellettuale che ha fatto da cerniera fra la politica attiva e l'aristocrazia del pensiero

Umberto Romagnoli

Una volta, Carlo Donat Cattin raccontò che, completato l’iter legislativo dello statuto dei lavoratori, il presidente del Consiglio in carica continuò a manifestare segni di vita emettendo “angosciosi sospiri”. Questione di carattere. Nella sede della Confindustria, le reazioni non furono altrettanto miti. Non è quindi per un capriccio salottiero che, a rodaggio appena iniziato dello statuto, il suo papà – tutti lo hanno sempre chiamato così – viene invitato ad un convegno di giuristi del lavoro per compiervi “un esame di coscienza”. Gino Giugni ci va, lo fa e dice chiaro e tendo: “vorrei che lo facessero anche coloro che continuano a ritenersi giuristi imparziali”.

 

Secondo un modo di dire che mi piace, ma non posso utilizzare se non di rado, Gino aveva una marcia in più. Basta gettare uno sguardo sul suo curriculum vitae per ricavarne la sensazione che la Signora Storia stabilì con lui un rapporto più confidenziale che con altri. Nessuno però saprà mai se ciò dipendesse dall’abilità con cui Gino ha saputo corteggiarla con successo o, al contrario, dall’insistenza con cui lei gli si era incollata addosso. E’ un dilemma della medesima natura esistenziale che, secondo Gino, rappresenta il riepilogo della sua biografia: “non saprò mai se sono un giurista prestato alla politica o un politico prestato al diritto”. Ma la verità è che, nell’insieme, i suoi dati biografici testimoniano come e quanto il confine tra sfera accademico-scientifica e sfera politica sia mobile e incerto.

 

Eccezionalmente numerosi, infatti, sono i casi in cui la Signora Storia ebbe bisogno di lui e lo esortò ad agire da protagonista di eventi che appartengono simultaneamente ad entrambe le dimensioni. Sono gli eventi che fanno di Gino un “consigliere del principe” che nei confronti del principe conservava l’indipendenza di giudizio propria del professore, e anzi del “compagno professore”, che non c’è serata di gala offerta da capi di Stato che possa emozionare quanto il sapore, “l’inarrivabile sapore”, del cesto di limoni e arance che, come Gino scrive in un suo recente libro di memorie, gli donarono i braccianti di Avola dove si era recato col suo ministro, il socialista Giacomo Brodolini. Per questo, non vide mai messa in discussione la sua onestà intellettuale come giurista prestato alla politica.

 

Ho sempre sospettato che Gino sottostimasse la possibilità che il suo ruolo di cerniera tra politica attiva e aristocrazia del pensiero fosse idealizzato dalla popolazione accademica. Più esattamente, ho sempre avuto la certezza che non si sia mai sognato di proposi come modello di riferimento. Ciò non toglie che realizzasse le sue performance con tale naturalezza da farle apparire straordinariamente semplici e perciò facilmente emulabili. Viceversa, soltanto per ingenuità o un auto-inganno è dato supporre che il superamento del test dell’affidabilità sia alla portata di chiunque. E ciò anche perché non basta al giurista manifestare la sua personalità senza finzioni né astuzie. Occorre anche che il rapporto col potere politico si sviluppi su basi visibilmente rispettose della distinzione dei ruoli e a condizione che la stagione politica non sia torbida al punto di farlo degenerare in una fonte di rovinose strumentalizzazioni.

 

Ad ogni modo, una cosa è certa: la lezione impartita da Giugni ha determinato il tramonto dell’identikit del giurista come tecnico (o ragioniere) del diritto caro alla tradizione del ceto degli operatori giuridici ed ha ridisegnato la figura dell’intellettuale d’area giuridica accentuandone l’attitudine a confrontarsi col pragmatismo del decisore politico senza smarrire la vocazione a pensare scientificamente.

 

Decisore, del resto, sarà lui stesso, in qualità di ministro del lavoro del governo Ciampi. Difatti, l’accordo del 23 luglio 1993, col quale la prassi della concertazione ha compiuto un salto di qualità, porta la sua firma.

 

Concertazione, si sa, è un brutto neo-logismo che ripropone momenti significativi della storia weimariana da cui nacque il moderno diritto del lavoro e, più che lo sbocco finale di una transizione politico-costituzionale, è la forma evoluta di una ricerca tuttora in corso. Così, è toccata proprio al giurista del lavoro più saldamente convinto che il sindacato dovesse recuperare enormi ritardi quanto ad esperienza di autonomia e libertà la responsabilità di concedergli il viatico per entrare nell’area del potere e del diritto pubblico. Se francamente non posso dire che il tempo sia stato galantuomo, so però che Gino Giugni aveva fabbricato il quadrante per segnare le ore e i giorni, i mesi e gli anni del suo scorrere. Aveva individuato gli anticorpi con cui il sindacato può non farsi catturare. Accreditando l’idea su cui si basa lo statuto di una legislazione promozionale del sindacato senza regolazione legale del soggetto collettivo, aveva ridotto l’eteronomia al minimo storicamente possibile.

 

Fece, insomma, quel che poteva; poi, è accaduto quel che doveva.

(06/10/2009) eguaglianzaeliberta