ass. Piazza Carlo Giuliani
Associazione per la verità sui fatti di Genova 2001:
www.piazzacarlogiuliani.org
Di seguito proponiamo gli audio della diretta su
Radio Cooperativa PD relativi alla manifestazione nazionale di Genova
17 novembre 2007:
http://lpp.opencontent.it:80/blog/?p=380
Genova, il gran ritorno
Sei anni dopo la morte di Carlo Giuliani e a poche
settimane dalla sentenza sui fatti del G8 il movimento torna nella
città ligure. Nonostante gli allarmismi della vigilia i negozi
resteranno aperti
Alessandra Fava
Genova
«Se non vengono a dieci metri e cominciano a spaccare le
vetrine, io tengo aperto»: col solito aplomb di questa città che
maniman ai problemi bisogna pensarci prima ma se te li sventolano
tanto davanti poi ti arrabbi anche, un pasticcere in una traversa di
via XX settembre dice la sua sugli allarmi agitati dalla stampa locale
in vista del corteo di oggi. «Per noi negozianti le manifestazioni
non vanno mai bene, al di là di chi le convoca - ragiona Giacomo
Tagliafico - soprattutto perché la gente se ne sta a casa e finisce
che invece di venire in centro va alla Fiumara». Il suo sentire è
quello di tanti negozianti del centro. La grande serrata sembra che
non ci sarà, anche se qualche bar, ad esempio quello all'interno di
palazzo Ducale ha pensato di assoldare due vigilantes, «ma d'altra
parte lo facciamo tutti sabati sera», aggiunge il capobarman.
Al mercato Orientale, un grande spazio coperto, subito dietro via XX
settembre, gli umori sono diversi. Una sessantenne dice che è troppo
vecchia per andare in giro e poi lei di politica non s'interessa. A
sorpresa, tra i venditori, c'è qualcuno che ci terrebbe eccome: «Io
ci sarei, però devo lavorare. È il mio turno». Si tratta di Lorenzo
Monai, 39 anni, fratello di uno degli imputati. «Si è creato il
solito allarmismo - dice Lorenzo - oggi è già passato qui quello dei
polli, poi il fruttivendolo. Vengono tutti da me. Tranquilli non
succede niente, gli dico. C'è un convegno, un concerto, una
manifestazione, come fate a dire che fanno casino di sicuro? Son
sicuro io che non ci scappa niente». E poi butta lì: «Peccato, non
esserci, verrà anche mia mamma».
Tra i banchi della frutta, due signore fanno la spesa: «Sono
assolutamente d'accordo con la manifestazione anche se non andrò per
impegni familiari - dice Maria Grazia Lorini, 52 anni - Spero che non
succeda niente perché se degenera non va bene. Alla fin fine sul G8
sapere qualche verità non sarebbe male visto che in Italia abbiamo
tanti misteri». Un'altra poco dopo bofonchia che «sarebbe meglio se
ne stessero tutti a casa».
Risalendo via XX Settembre ecco il corteo dei metalmeccanici per lo
sciopero nazionale. Un gruppo di lavoratori sotto la statua a Guido
Rossa in largo XII Ottobre dice che alla manifestazione non ci va. «Non
mi convince. Al G8 sono venuti a fare casino da Milano o Torino e noi
dobbiamo far finta di niente? - si chiede un operaio - al corteo
andranno a gridare contro la polizia, non mi sembra un buon pretesto».
D'altra opinione Bruno Manganaro della Fiom Genova: «La Fiom verrà.
Certo ci sono stati giorni di tensione sul tifoso ucciso, ma
cercheremo di contrastare atteggiamenti negativi del corteo. Però
alla giunta comunale che ha detto che facciamo servizio d'ordine,
rispondiamo primo che il servizio non lo facciamo; secondo se si
ricordano solo della Fiom quando viene comodo». Dopo la storia del
servizio d'ordine targato Fiom gli organizzatori hanno dovuto ripetere
decine di volte che tutti si gestirà la situazione in modo che sia
una manifestazione pacifica.
A dare manforte ai metalmeccanici ci sono anche gli studenti
superiori. Tre quindicenni, dell'istituto Nautico e dell'Odero ci
tengono a far sapere che «al corteo ci andiamo per quel poveraccio
che è morto e contro quello che ha sparato». Carlo Giuliani? «No il
tifoso laziale», risponde uno. Altra generazione. «E se beccava un
bambino?», dice saltellando un terzo con al collo la sciarpa della
Samp. Tutti e tre si dichiarano ultras e alla domanda se hanno
intenzione di far casino, uno sorride e abbassa i toni «se non ci
attaccano i poliziotti noi stiamo buoni».
Generazione teen a parte, più avanti un lavoratore della
Marconi-Ericsson, Alessandro, 37 anni, dice che «ci si va con le
stesse motivazioni di sei anni fa. Come allora non sono d'accordo col
modello di globalizzazione e non voglio più le passerelle mediatiche
dei grandi vertici come il G8. A Genova poi vogliamo capire ancora che
cosa è accaduto e perché. Non mi interessa mettere alla gogna il
colpevole ma sapere le responsabilità sì».
Scendendo a Caricamento e poi in via Gramsci, a un passo dalla
Stazione Marittima, Germana Guglielmone, 74 anni, nel suo negozio di
cristalli e souvenir fa sapere che «mia figlia vuole che chiuda al
pomeriggio, ma io terrò aperto almeno sino alle due. Ho fatto la
guerra, al G8 abitavo in via Rimassa, tra venerdì e sabato ne ho
visto di tutti i colori, figuriamoci se chiudo ora». Germana racconta
che tra i negozianti dei vicoli c'è un po' di bulesumme, che è il
ribollire dell'acqua sul fuoco, come a indicare che del corteo se ne
discute eccome: «Ma a tutti dico che stare aperta è una questione di
principio. Non mi sono fatta intimorire dal fascismo e ora perché
devo stare chiusa?». Sul G8 racconta che ha l'impressione «che ce ne
sia per gli uni e per gli altri» e che comunque un vertice così si
doveva fare in una città di pianura mica in «un budello come Genova».
A riassumere le sensazioni tra il rilassato e il chi va là, Don
Andrea Gallo che con la Comunità di San Benedetto sarà in testa al
corteo, spiega che «Genova è tranquilla. In fondo alla notizia della
manifestazione qualcuno poteva anche organizzare delle ronde e invece
non ci sono state». Così oggi è un po' il riscatto per una città
ancora irritata dal filospinato e dalle griglie della zona rossa come
dalla violenza del G8. Oggi è un po' una scommessa. Lo ha detto anche
il prefetto. --------------------il manifesto 1.11.07
Generazione
Genova
di Loris Campetti
su Il Manifesto
del 18/11/2007
Al grido di «Genova
libera», centomila persone d'ogni età e provenienza hanno attraversato
il tunnel della paura del luglio 2001. In fondo i partiti, davanti tutti i
movimenti. Chiedono «verità e giustizia» per i fatti di sei anni fa
«Genova libera», un grido
rimbomba sotto il tunnel che costeggia il porto e sbuca su via Turati. E'
una marea umana quella che grida, come per liberarsi da un incubo lungo più
di 6 anni. Ragazzi, tanti ragazzi e ragazze sorridenti. Tra loro c'è chi
in quel luglio maledetto aveva solo 10 anni, ma c'è anche chi aveva già
i capelli brizzolati e ora grida a fatica, per via di quel maledetto
groppo alla gola che impedisce a più d'uno di imboccare la via del
tunnel. E la mente ritorna al G8, alla macelleria messicana, quando sotto
un altro tunnel si piangeva e si cantava tutti insieme «Bella ciao» per
farsi coraggio l'un con l'altro mentre da tutte le parti piovevano
lacrimogeni, manganellate, odio telecomandato dalla politica e tradotto in
ordine pubblico da poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini, e non
tutti in divisa. Riprendersi Genova, riprendersi i tunnel, liberarsi da un
incubo denso di paura. Per Marco Revelli con cui attraversiamo la città
dietro lo striscione «La storia siamo noi» ci si chiede quale sia il
contenuto di questa straordinaria manifestazione: «La mescolanza, guarda
i giovani e i meno giovani. E nessuna bandiera di partito in tutta la
testa del corteo. La mescolanza è il contenuto principale: ci siamo,
siamo sopravvissuti a un governo e mezzo». E si cerca di ricostruire
l'unità del 2001.
Passa un ragazzo che batte ritmicamente sul tamburo, ma ha il volto
scoperto, non è vestito di nero e sorride. Le finestre dei palazzi
davanti alla stazione marittima sono aperte, affacciati neri e migranti
che forse hanno trovato una casa accogliente, salutano e ballano al ritmo
sparato dal camion della Comunità di San Benedetto al porto, quand'ecco
che ad impossessarsi del microfono arriva don Andrea Gallo, il padre di
questa manifestazione e di questa gente che con lui chiede giustizia e
verità. Per Carlo ammazzato in piazza Alimonda, per sapere chi ha armato
la pistola di chi l'ha ucciso, per liberare dall'incubo 25 capri espiatori
accusati di colpe che vanno cercate altrove, tra i «pezzi grossi» che
oggi siedono su poltrone ancora più importanti come premio per aver
garantito la sospensione dello stato di diritto, della democrazia, nel
2001. Per parlare con chi sapeva e ha taciuto, perché come dice don Gallo
«anche se non ve ne siete accorti siete lo stesso coinvolti». Dice uno
striscione «Contro la devastazione dei diritti e il saccheggio delle vite».
Carlo è nel cuore di questi centomila marciatori: «Non spegni il sole se
gli spari addosso», Genova non dimentica e c'è un'Italia che non
dimentica. Dalla Valsusa sono scesi in tanti con i pullman e con ogni
mezzo, dicono con convinzione «Non abbiamo governi amici» e un altro
striscione precisa «...né amici al governo». «La Valsusa ricorda e non
perdona», chi regge lo striscione vuole aggiungere che «lassù abbiamo
fatto un salto qualitativo, ora stiamo discutendo di decrescita». Ha una
certa età e ricorda: «Tanti militari così in valle non si erano visti
neanche durante i rastrellamenti tedeschi contro i partigiani». Anche don
Gallo ricorda i partigiani, quelli della liberazione di Genova nel '45 e
quelli con le magliette a strisce nel '60, per dire che anche questa volta
Genova è stata liberata. Dalla paura. Dalla solitudine. Per essere
davvero contenti mancano solo due cose: «Verità e giustizia», spiega il
segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini per il quale questa
richiesta è il contenuto principale «della manifestazione, piena di
giovani. Verità perché Genova 2001 non sia l'ennesima pagina oscura
della storia del nostro paese». Qualche verità è emersa: per esempio
che la politica italiana rifiuta una commissione parlamentare sui fatti di
Genova. Persino chi non ne vede l'utilità, nel movimento, ha vissuto
quest'atto violento e osceno come un altro schiaffo.
L'unità ritrovata. Tra generazioni, culture e storie diverse. Quelli del
luglio di 6 anni fa sono tornati, manca solo Carlo. Al termine del corteo
e del concerto in piazza De Ferrari c'è chi torna in piazza Alimonda -
piazza Carlo Giuliani, ragazzo - per un saluto. Prima avevano sfilato
uomini e donne senza partito e senza sindacato, ma anche dirigenti e
militanti del Prc, del Pdci, dei Verdi, di Sd, di Sinistra critica, dei
ferrandiani e gli anarchici della Fai. La Fiom, come 6 anni fa e come
sempre, i centri sociali in forze, i migranti e i vicentini No dal Molin,
il Sindacato dei lavoratori e i Cobas, Cub e Rdb. Dietro l'immancabile
bandiera dei 4 Mori c'è chi già prepara l'accoglienza alla Maddalena ai
padroni del mondo. «I saccheggiatori non siamo noi, sono quelli che
occupano l'Afghanistan e l'Iraq e ammazzano le popolazioni civili», si
sente gridare tra un Assalto frontale e l'altro dal camion di testa
tappezzato di manifesti: «United colors of resistence». C'è l'Arci e
Legambiente e c'è Emergency e Rete Lilliput con tanto di messaggio di
Alex Zanotelli. C'è don Vitaliano e c'è persino una piccola
rappresentanza del Carc. Decisamente più nutrito lo spezzone dell'Area
antagonista («Chi devasta è lo Stato»). Ci sono gli ultras genoani.
Nessuno cerca la rissa, tutti chiedono verità e giustizia, con parole
diverse ma tutti, qui, si trovano bene con tutti. Chi con l'arma del
pacifismo, chi «ma quale pacifismo, ma quale non violenza, ora e sempre
resistenza».
C'è Genova, dentro e fuori il corteo. C'è tanta Italia arrivata
nonostante il boicottaggio di Trenitalia che inutilmente ha acceso la
fiammella per far scoppiare l'incendio che non c'è stato. Nonostante
abbia impedito con ogni mezzo la libera circolazione delle persone. Solo
le merci possono circolare libere, il liberismo ordina, Trenitalia esegue.
Il corteo sfila disordinato, senza gerarchie, i partiti un po' defilati
sono al fondo, dopo l'Altragricoltura e il Commercio equo e solidale e le
Donne in nero di Savona e le «Mamme antifasciste del Leoncavallo». La
rete del movimento dei movimenti si può tessere ancora, gli errori del
passato possono insegnare a ritrovare la strada. Per andare dove? Verso un
altro mondo possile, è chiaro. Lo dice lo striscione dell'Angelo Mai
occupato di Roma: «Dove non si va andremo». C'è la Cgil? Ci sono la
Fiom, Lavoro e società, Rete 28 Aprile. La Cgil in quanto tale non si
vede ma tra tanta gente, può esserci sfuggita. Delegati ci sono, e tanti,
e operai e precari, chi con e chi senza la tessera Cgil. L'organizzazione
di Epifani era invece ufficialmente al convegno del mattino, ma dopo un
lungo tira e molla e tanti inviti ha scelto di non prendere la parola.
Chissà che non succeda come nel 2001, quando ci vollero un po' di mesi
prima che la Cgil riprendesse la parola, e la collocazione sia pur
momentanea nel movimento che ha tenuto accesa la fiammella della
democrazia in anni ancora più bui di quelli odierni, dove pure non è che
ci si veda tanto.
Questo corteo, dopo quello del 20 ottobre a Roma, è un nuovo messaggio a
chi vuol coglierlo: il paese è sconfitto, persino umiliato, privo di
rappresentanza ma non si è piegato. Esiste una società in movimento che
mette in testa i contenuti e i valori sugli organigrammi e i governi. Ma
non è questo, non dovrebbe essere questo, la politica? Dovrebbe, persino
per chi è al governo e per chi vuole rappresentare milioni di lavoratori,
di pensionati, di precari. C'è ancora un po' di tempo, ma la pazienza ha
un limite. Le strade del sociale e della politica sono diverse, è giusto
che sia così. Ma non è scritto che debbano divaricarsi. Roma, Genova, la
Val di Susa, Vicenza che è il prossimo appuntamento per tutti. E poi un
altro indesiderato G8. Il G8 è indesiderato come la guerra, che è poi la
stessa cosa. Ieri si è fatto un piccolo passo avanti, attraversando il
tunnel si è vista la strada per uscirne. Heidi e Giuliano Giuliano non
sono meno tristi, ma almeno sono meno soli.
Il ritorno, senza
paura
di Gabriele Polo
su Il Manifesto
del 18/11/2007
Siamo tornati in tanti a Genova.
Contro una persecuzione che rovescia la realtà storica addosso alle
vittime, che premia con promozioni i colpevoli, che supera i limiti del
ridicolo con la richiesta dei risarcimenti materiali. Contro la rimozione
della verità e il rifiuto di cercarla. Ma anche, forse soprattutto, per
ritessere un filo. Quello spezzato da una violenza assoluta che, sei anni
fa, prima esibì la tronfia potenza di una città tirata a lucido perché
blindata e, poi, mise in mora la nostra Costituzione, scassinando i
diritti politici, stuprando quelli umani. Uccidendo un ragazzo e
torturandone altre decine: in uno spettacolo che nessuno di noi avrebbe
potuto prima pensare realizzabile nel cuore dell'Europa.
Genova allora anticipò ciò che poi sarebbe divenuto orrore quotidiano,
fu una sorta di involontario ma paradigmatico preambolo all'apocalisse
delle Due torri e a quello della guerra preventiva. Come se uno
sconosciuto regista avesse voluto abituarci allo spettacolo poi
rappresentato sul palcoscenico planetario. Il messaggio di sei anni fa fu
chiaro quanto l'obiettivo perseguito: lo spazio pubblico era «proibito»
nella sua dimensione collettiva, nessuna interferenza andava permessa a
chi contestava il sistema e si proponeva la ricerca di un altro mondo
possibile. E per questo una nuova generazione di ribelli - perlopiù
pacifici - che proponeva protagonismo e chiedeva ascolto doveva essere
convinta a ritornare a casa, per adeguarsi alla logica che riduce i
cittadini a spettatori, chiamati di tanto in tanto a pronunciarsi in un
qualche sondaggio elettorale. Il risultato andò oltre la violenza che
abbiamo vissuto e visto, fu più profondo nella frammentazione dei corpi
sociali e, soprattutto, nella paura di ciascuno.
Ora quella paura - non solo fisica, anche politica -, con tutte le sue
solitudini, ha cominciato a incrinarsi. Per farlo bisognava tornare in
questa città, battere il silenzio della «grande politica», ignorare gli
annunci di catastrofe dei grandi media, scansare il boicottaggio di
Trenitalia e, finalmente, lanciare un messaggio comune contro le follie
giudiziarie e i deliri amministrativi. Contro le condanne proposte e i
risarcimenti richiesti. Contro la volontà ribadita e confermata di non
cercare la verità sul luglio 2001, per trasformarla in una comoda
parodia. Perché in quegli anni di carcere e in quegli euro richiesti, in
quella commissione d'inchiesta parlamentare rifiutata, c'è ancora il
proseguimento del messaggio di sei anni fa: ognuno se ne stia a casa
propria, con le sue solitarie paure.
Ieri le migliaia di persone che hanno sfilato fino a piazza De Ferraris
hanno fatto un passo in avanti, hanno riallacciato - almeno in parte - un
filo spezzato, hanno cominciato a sconfiggere quella paura. Lo hanno fatto
per ricordare un ragazzo ucciso e chiedere verità, per solidarietà con i
loro compagni inquisiti, ma così facendo - alla fine - lo hanno fatto
anche per se stessi e per tutti noi. Insomma, hanno fatto davvero qualcosa
di sinistra.
Prc in piazza, ma
il resto della sinistra "latita"
di Angela Mauro
su Liberazione
del 18/11/2007
Unanime la
richiesta di una commissione d'inchiesta sul G8. Franco Giordano con i
movimenti: «Critico sia le pesanti condanne ai 25 noglobal, che la
mancata istituzione della commissione»
La piazza, si sa, non è la prova
che riesce meglio alla sinistra unita. Qualora non fosse bastato il 20
ottobre, un'ulteriore dimostrazione di diversità di approcci verso chi
sceglie di manifestare in strada, da parte dei quattro partiti interessati
al percorso unitario avviato dopo la nascita del Pd, l'ha fornita la
manifestazione indetta dal Genoa Social Forum ieri a Genova.
Le parole d'ordine di chiedere verità e giustizia sui fatti del G8, dopo
le pesanti condanne per 25 noglobal e dopo lo stop all'istituzione della
commissione parlamentare d'inchiesta, non sono evidentemente bastate per
convincere Prc, Sd, Pdci e Verdi a marciare uniti al fianco dei movimenti,
presenti invece in massa.
Per lo meno, non sono state sufficienti per spingere i quadri nazionali di
tutti e quattro i partiti ad attraversare le strade di Genova. Se
Rifondazione non ha avuto dubbi sin dal primo momento, scegliendo di
rinviare a metà dicembre il comitato politico nazionale convocato per
questo weekend per presentarsi nel capoluogo ligure con la massima
dirigenza (il segretario Giordano, il capogruppo alla Camera Migliore,
parlamentari ed europarlamentari, segretari regionali, Giovani
Comunisti…), la stessa cosa non si può dire del Pdci, i Verdi o
Sinistra Democratica, rappresentati in piazza perlopiù da quadri locali
(fatta eccezione per la Palermi dei Comunisti Italiani, la Balducci dei
Verdi, mentre Sd ha mantenuto la convocazione del proprio direttivo
nazionale a Roma).
Poco o nulla di diverso rispetto a sei anni fa, si potrebbe dire, quando
nella sinistra istituzionale fu Rifondazione a investire a pieno nei
movimenti noglobal e anti-G8 e a farne fattore di linea politica anche
congressuale.
Nel 2001 Sd non esisteva ancora (era però "correntone" Ds) e,
allargando il ragionamento, si potrebbe anche riflettere sul fatto che
nemmeno la Cgil c'era a Genova sei anni fa, anche se ieri ha scelto di
esserci, accanto alla sempre presente Fiom, seppure non in massa. Ad ogni
modo, le diverse distanze tra i partiti della sinistra e i "movimenti
di Genova" sono palpabili, se è vero che le presenze-assenze fisiche
tradiscono differenze di "vocazioni".
Da parte sua, per esempio, Giordano si dice convinto del fatto che sia «doveroso
stare qui per chiedere di far luce su quei giorni di sospensione della
democrazia e dei diritti a Genova». Equidistante l'atteggiamento del
segretario del Prc rispetto alle condanne per i 25 noglobal e alla mancata
istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul G8. «Critico
tutt'e due - sottolinea - e il Parlamento deve istituire la commissione
d'inchiesta per non essere complice di quanto avvenne a Genova nel 2001 e
anche perché, solo individuando le responsabilità di quella che un
funzionario di polizia ha definito una "macelleria messicana",
le forze dell'ordine possono recuperare credibilità». Pdci e Verdi
invece non condividono la critica all'operato della magistratura, fattore
scatenante che ha spinto in piazza i movimenti. «La magistratura deve
restare autonoma - dice Palermi - quello che pesa del G8 è che non si
conosca il livello politico delle responsabilità: ecco il perché della
commissione d'inchiesta». Balducci, responsabile Giustizia del Sole che
Ride, precisa: «Non siamo qui per manifestare contro le forze
dell'ordine, né contro la magistratura.
Vogliamo che si faccia chiarezza a 360 gradi con la commissione
d'inchiesta». Suona un po' come le dichiarazioni di Idv, che dopo aver
affossato la commissione, oggi dichiara di non essere contraria a patto
che «si indaghi in tutte le direzioni». Più radical Paolo Cento: «Gran
bella manifestazione che ripropone il protagonismo e l'autonomia dei
movimenti. Ora dobbiamo rompere il muro di omertà sul G8 con la
commissione d'inchiesta». Facile per chi, come Cento, è sempre stato tra
i Verdi la parte più vicina ai movimenti esplosi a Genova.
Al di là delle differenze di approccio, «siamo tutti qui», nota
ottimista Haidi Giuliani, dalla maratona sulla Finanziaria in Senato a
quella con i movimenti in piazza a Genova. E la senatrice del Prc non sta
nemmeno a sottilizzare sulle diversità di opinione tra partiti e
movimenti a proposito della commissione d'inchiesta. «Dipende da cosa si
intende - spiega - deve indagare sulle responsabilità politiche della
mattanza, non su un ragazzo che ha lanciato un sasso. Quello anche Carlo
lo ha fatto, ma l'avrei fatto anch'io in quella situazione: era legittima
difesa». Pure Gennaro Migliore non si scompone rispetto alle critiche di
chi, nei movimenti, considera inutile la commissione parlamentare
d'inchiesta sul G8. «Pretendiamo la verità e non la vogliamo barattare
con i politicismi di palazzo - spiega il capogruppo di Rifondazione alla
Camera - E come denunciamo i politicismi della maggioranza in Parlamento,
così facciamo con chi ci imputa una volontà strumentale».
L'europarlamentare Roberto Musacchio si guarda intorno e nota con
soddisfazione «la continuità dei movimenti, e noi con loro, a Genova
come al G8 di Rostock».
Ma lui opera a Strasburgo, dove la sinistra dei partiti non ha il governo
per le mani e riesce a muoversi unita con maggiore facilità. E' invece
amaro il commento di Michele De Palma. «A sei anni di distanza, il
movimento di Genova non è stato ancora compreso - dice il responsabile
Movimenti del Prc - La sinistra istituzionale poteva presentarsi unita in
piazza anche soltanto per interrogarsi sul fatto che tra i movimenti c'è
chi ritiene inutile la commissione d'inchiesta. La sinistra dovrebbe
chiedersi il perché di questa sfiducia nelle istituzioni».
Sui
manifestanti l'incubo della richiesta del pm: 225 anni per «i 25
potenziali capri espiatori»
di Simone
Pieranni
su Il
Manifesto del 18/11/2007
Belin, servirà tutta questa
gente per gli imputati di Genova e Cosenza? E' una delle tante domande del
corteo di ieri nel capoluogo ligure. Una manifestazione che, sopra ogni
altra cosa, spera di poter dare un segnale: sotto processo ci sono 25
persone a Genova e 13 a Cosenza, potenziali capri espiatori del popolo che
scese in piazza nel 2001. La Storia siamo noi, frase simbolo e di apertura
della mobilitazione, va in una duplice direzione: da un lato quella di
affermare una volontà a reagire alle clamorose richieste di condanna
della procura genovese e a quelle che potrebbero arrivare da Cosenza a
dicembre, dall'altro tentare di limitare la riscrittura storica degli
eventi di sei anni fa che giunge dalle aule di tribunale.
I due procedimenti sono ormai alla fase finale. A Genova dopo centinaia di
udienze, i pm hanno effettuato la loro requisitoria ancorata ad alcuni
punti cardine: non ci fu alcuna caccia all'uomo da parte delle forze
dell'ordine, i manifestanti hanno messo a repentaglio l'ordine pubblico,
devastando e saccheggiando Genova. Risultato: 225 anni di richiesta di
pena. L'articolo 419 (devastazione e saccheggio) prevede pene dagli 8 ai
15 anni: è un reato usato raramente nell'Italia repubblicana e pensato
dai legislatori per situazioni di tumulti, insurrezioni popolari e quel
genere di abusi che potevano compiersi nel periodo immediatamente
successivo alla guerra. Fatti considerati gravissimi, tanto che, nel caso
di devastazione e saccheggio compiuto con armi e contro lo Stato,
nell'ordinamento italiano era prevista la pena di morte, poi tramutata in
ergastolo. Prima del 2001 era stato utilizzato solo in relazione a eventi
che avevano avuto come protagonisti frange di ultras. Dal 2001 è assurto
a reato principe per tutto quanto può accadere in piazza: a Genova, a
Torino, a Milano. Tale reato presuppone la mancanza dell'ordine pubblico e
la compartecipazione morale ai fatti: non importa che una persona sia
vista colpire o lanciare qualcosa. Importa che sia vicino a chi sta
compiendo questo atto. Traslato sul processo ai 25 manifestanti, questo
significa alcune cose ben precise: dalle informazioni acquisite durante le
udienze e attraverso i testi ascoltati in aula è emersa una preparazione
all'evento da parte delle forze dell'ordine e un loro comportamento per le
strade genovesi, tale da ritenere che l'ordine pubblico sia stato messo in
discussione proprio da polizia e carabinieri. In secondo luogo - come è
stato sottolineato anche durante il convegno tenutosi ieri mattina a
Genova - se vale il processo di compartecipazione psichica, sotto processo
non dovrebbero esserci solo 25 persone, bensì tutti i 300 mila che
parteciparono a quelle giornate.
Oltre al danno la beffa: l'avvocatura di stato ha infatti chiesto, come
risarcimento, 2 milioni e mezzo di euro. Per lo Stato italiano 25 persone
- e non le cariche e i pestaggi per strada, l'irruzione alla Diaz e le
violenze nella caserma di Bolzaneto - avrebbero messo a repentaglio
l'immagine del paese.
Una richiesta che collega in maniera forte il processo ai 25, con quello
in corso a Cosenza. Nelle aule cosentine infatti è tornato l'avvocato di
stato che già tempo fa fece le proprie richieste: 5 milioni di euro di
danni all'immagine. In questo caso i responsabili sarebbero 13 persone
sotto processo per associazione sovversiva ai fini del sovvertimento
economico dello stato e della devastazione di Napoli e Genova: a dicembre
il pm Fiordalisi effettuerà le proprie richieste di pena.
Il processo di Cosenza, considerato una sorta di processo bis dei 25, si
basa interamente sul teorema della procura cosentina, unica in Italia a
ritenere fondate le accuse messe in piedi da Digos e Ros nei confronti del
Sud Ribelle. A Cosenza il 31 gennaio è prevista la sentenza. A Genova a
quel tempo la decisione dei giudici si saprà già. La speranza è che la
massa di persone giunte ieri a Genova possa, quanto meno, tenere alta
l'attenzione e sviluppare percorsi alternativi di narrazione storica dei
fatti. Quanto ai giudici e alla decisione che dovranno prendere, il popolo
di Genova con i suoi striscioni e le sue parole, è parso parafrasare le
parole di Fabrizio De Andrè, poeta genovese: uomini e donne di tribunale,
se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare.
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