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LAVORO E SINDACATO:

Contratti, tanto vale abolire il sindacato

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 10/06/2008

 

Al convegno dei Giovani industriali di Santa Margherita Ligure s´è parlato nei giorni scorsi della necessità di individualizzare i contratti di lavoro. A ciascuno il suo contratto, personalizzato in base alle caratteristiche del singolo individuo. Già si possono immaginare gli effetti.
Ecco la laureata in ingegneria finanziaria che, non essendo riuscita ad esporre con efficacia il suo "portafoglio di competenze", esce dall´ufficio del gestore delle risorse umane con un contratto a termine da 800 euro al mese; mentre poco dopo un bracciante agricolo quarantenne, capace quando occorre di battere i pugni sul tavolo, rimedia un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove simili proposte di riforma dei contratti di lavoro, ove fossero attuate, potrebbero condurre l´insieme del sindacato.
L´idea del contratto individuale per tutti non è ovviamente nuova, tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di fatto da parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro si fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del 2003, come meglio si evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il bersaglio dichiarato, di continuo ripreso nella discussione degli ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è il contratto collettivo nazionale. Abolito questo, è dato presumere, le nostre imprese potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane, filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno.
Il contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all´estremo opposto rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa opposizione non sono in gioco soltanto architetture contrattuali. La insistita proposta di tale tipo di contratto rappresenta infatti una negazione autoritaria delle stesse ragioni di esistenza del sindacato dei lavoratori. Tre secoli fa, essi cominciarono ad associarsi in vari modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere economico, politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle pubbliche autorità. Però l´unione di mille o diecimila debolezze realizzata con qualche forma di associazione poteva dar luogo a un soggetto collettivo in grado di opporsi con efficacia al potere dei padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta per tutte Adam Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), gli interessi delle due parti non sono affatto gli stessi, e per entrambe l´associazione è indispensabile al fine di difenderli. «Gli operai – scriveva Smith – desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni di dare quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo». Il livello del salario «dipende dal contratto concluso ordinariamente tra le due parti». Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro.
Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l´associazione sindacale e il contratto collettivo, l´idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche, di mezzi di sussistenza, di peso politico, di capacità di resistere senza lavorare e produrre che sussiste tra il singolo lavoratore e la singola impresa, sia pure di piccole dimensioni. Una condizione di fatto da cui discende la necessità d´un sindacato che al tavolo della contrattazione sappia portare la forza costituita dalla combinazione di gran numero di debolezze. Se allo scopo di modernizzare il modello di contrattazione, anziché por mente alla disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il citato presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni: poiché dove quest´ultimo predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza dell´associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il sindacato. L´ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo, il commesso di supermercato come l´addetta al call center non ne hanno più bisogno. Altro che contratto nazionale. Ciascuno saprà, al caso, ritagliarsi il contratto di lavoro che meglio gli conviene.
Allo scopo di abolire il sindacato il nostro legislatore non dovrebbe nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l´art. 39 della Costituzione stabilisce che l´organizzazione sindacale è libera, mica che è obbligatoria. Inoltre – e forse non è un casuale incidente storico – la parte seconda dell´articolo, quella che riguarda la personalità giuridica dei sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata. Perciò si potrebbero semplicemente rispolverare le disposizioni del Combination Act approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1800, una legge antisindacale che ha fatto storia, avendo alle spalle una trentina almeno di editti repressivi susseguitisi fin dal 1720. La nuova legge precisava e generalizzava una legge dell´anno prima, denominata "Legge per impedire associazioni (combinations) illegali di lavoratori", che però si riferiva soprattutto ai costruttori di mulini. Ora veniva stabilito che tutti i contratti, convenzioni e accordi stipulati tra operai qualsiasi o altre persone al fine di ottenere aumenti salariali, oppure ridurre o cambiare l´orario di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro prestato, erano illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di prigione comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne han fatto le spese negli anni successivi.
Ho ricordato questa famosa legge antisindacale del passato perché al fondo del piano inclinato su cui il sindacato come istituzione pare rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione originaria di attore che traduce la debolezza economica individuale in una forza collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Magari senza la minaccia del carcere: le destre di oggi hanno compassione per chi non le ostacola. Per non sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una società segreta, come avvenne durante il venticinquennio di vigenza del Combination Act. Oppure in un sindacato di servizi. Altra sagace idea dei modernizzatori odierni, nata più o meno ai tempi delle ghilde, poi superata dall´avvento delle unioni sindacali che preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari.


CULTURA:

Se è difficile arrivare a fine mese

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 07/03/2008

 

Il salario rappresenta il valore dei mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per vivere, lavorare e procreare. Così lo intendeva verso il 1672 William Petty, di formazione medico, riqualificatosi come originale esperto di "aritmetica politica". Non era un concetto elaborato a tavolino. Petty era stato inviato dall’Inghilterra in Irlanda con il compito di stabilire quanto valessero la terra e il lavoro degli isolani, allo scopo di sottoporli ad una tassazione accurata. Per farlo occorreva fondarsi su misure obbiettive. I mezzi di sussistenza del lavoratore avevano tutti un prezzo; quindi si prestavano egregiamente alla bisogna di stabilire quanto valesse il lavoro.

Per quanto annosa, la nozione del salario come valore dei mezzi di sussistenza del lavoratore rimane realistica anche ai nostri giorni. Le famiglie che si lamentano di non arrivare a fine mese, visto il poco salario che entra in casa, sembrano avere in mente proprio tale nozione. Esse si chiedono anzitutto come mai, un tempo, il salario era sufficiente per vivere serenamente, lavorare e fare figli; mentre adesso quasi non basta più nemmeno per lo stretto necessario. Si chiedono anche se e quando il salario ritornerà ad essere abbastanza elevato da poter coprire, oltre ai costi della mera sussistenza, anche qualche modesto piacere della vita. Tipo comprare le rose, oltre al pane.

Nella stessa esperienza quotidiana delle famiglie lavoratrici è dunque ben presente l’idea che esistono tre gradini o livelli distinti di salario. Quello che non basta nemmeno per vivere, pur lavorando; il salario che permette invece di vivere e riprodursi, ma senza lasciare margini per alcun altro beneficio; infine quello che permette un tenore di vita appropriato al grado di sviluppo civile del paese in cui si abita. Le domande che le famiglie si fanno in merito sia alle cause che hanno permesso ai loro progenitori ed a loro stesse di collocarsi a un determinato livello, sia a quelle che spingeranno i figli ad occuparne uno che speravano più alto del loro, ma temono potrebbe risultare più basso, sono in fondo le stesse domande che gli studiosi di economia si sono posti da secoli. Così come rimangono valide, alla radice, le risposte che essi hanno formulato.

Alcune di esse possono leggersi nell’opera d’un filosofo scozzese, Adam Smith, apparsa un secolo dopo il soggiorno irlandese di Petty. Le sue Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) possono leggersi al tempo stesso come ricerche sulle cause della povertà e del benessere dei lavoratori, in quanto provocano il passaggio di tutti o parte di questi, all’insù o all’ingiù, da un livello all’altro di salario. Se i lavoratori che offrono la loro opera sono a lungo più numerosi di quelli che i padroni (master) son disposti a remunerare, i salari scendono «al più basso livello compatibile con un’esistenza semplicemente umana». Questa pressione verso il basso è accresciuta dal fatto che «i padroni sono sempre e ovunque uniti in una specie di coalizione tacita, ma costante e uniforme, avente il fine di non fare innalzare i salari del lavoro al disopra del loro livello attuale».

La coalizione naturale dei padroni (i proprietari di terra o di capitale, ma anche operai resisi indipendenti) per impedire l’elevamento dei salari può essere infranta sia dalla scarsezza di braccia, sia dal fatto che una volta provveduto all’acquisto dei materiali per la produzione, e al proprio sostentamento, molti di essi tenderanno a impiegare l’eccedenza per assumere altri lavoratori «allo scopo di trarre un profitto dal loro lavoro». Quando si verificano tali condizioni, i salari salgono verso il terzo livello, quello dove alla sopravvivenza e alla riproduzione si aggiunge qualche "comodo". Ed è giusto, nota Smith, che i lavoratori e gli operai i quali formano la gran maggioranza di ogni società, e «nutrono, vestono e pongono al riparo l’intero corpo sociale, debbano avere una quota del prodotto del loro proprio lavoro che li metta in grado di essere essi stessi discretamente ben nutriti, vestiti e alloggiati».

Questo terzo livello del salario, il livello di un certo benessere, ricompare in Marx come l’elemento storico o sociale del valore della forza-lavoro, l’altro essendo unicamente fisico. Quest’ultimo vuol dire quel che già diceva Petty: «per perpetuare la propria esistenza fisica», la classe operaia «deve ricevere gli oggetti d’uso assolutamente necessari per la sua vita e la sua riproduzione». Al tempo stesso essa richiede «il soddisfacimento di determinati bisogni, che nascono dalle condizioni sociali in cui gli esseri umani vivono e sono stati educati»; il cui insieme Marx definisce, usando termini singolarmente moderni, il tenore di vita tradizionale di ogni paese.

L’evoluzione dell’economia e l’indagine delle scienze sociali hanno così prefigurato ciò che sta accadendo oggi alla scala mondiale dei salari. Su una forza lavoro globale stimata dall’Oil in 2,8 miliardi di persone, circa un miliardo non ricava dalla fatica quotidiana nemmeno i mezzi di sussistenza necessari per sopravvivere a un livello minimo di umanità. Poco meno d’un miliardo e mezzo è rappresentato dai nuovi lavoratori globali, che in India e in Cina, in Brasile, Russia, Indonesia e decine di paesi minori stanno raggiungendo un livello salariale che arriva a coprire appena i costi di riproduzione dell’uomo. Come li definiva François Perroux, grande economista del Novecento, condannato all’oblio per le sue vedute eterodosse circa i compiti e le responsabilità delle scienze economiche nel mondo moderno. Il primo dei costi cui si riferiva sono quelli che impediscono agli esseri umani di morire, a cominciare dal lavoro. Infine, in cima alla scala dei salari, si collocano forse mezzo miliardo di lavoratori che nel corso di alcuni decenni sono stati – per usare ancora le parole di Smith - discretamente ben nutriti, vestiti e alloggiati. Oltre a godere delle varie forme di salario differito che sono l’assistenza sanitaria gratuita, la scuola pubblica per i figli, e pensioni dignitose.

Sul loro complessivo livello di salario, al gradino più alto della scala, premono ora il miliardo e mezzo di persone che stanno sul gradino intermedio, e il miliardo che sta sul gradino inferiore. Un’enorme concorrenza di braccia, e di cervelli, che consente alla attuale coalizione globale dei master di offrire salari diretti e differiti sempre più bassi. Il termine master non è più traducibile propriamente con "padroni", perché molti di essi, in realtà, diversamente da quelli di cui trattava Smith, non sono in senso stretto dei proprietari. Sono manager di grandi imprese e gestori d’ogni genere di enti finanziari che gestiscono nel mondo, in totale autonomia, ricavandone compensi inverosimili, decine di trilioni di euro di soldi degli altri. Gran parte dei quali sono costituiti dai risparmi e dai contributi previdenziali dei lavoratori già titolari d’un ragionevole benessere, e dei loro genitori, via via accumulatisi negli scorsi decenni. I lavoratori ad alto salario, comparativamente parlando, vedono così ergersi dinanzi a loro, e sul futuro dei figli, quasi fosse uno spettro ostile, la stessa massa di salario non speso su cui contavano per un destino migliore della semplice riproduzione di sé stessi.


LAVORO E SINDACATO:

Quattro domande ai segretari di Cgil, Cisl, Uil

di Luciano Gallino, Francesco Garibaldo e Massimo Roccella

su Il Manifesto del 05/03/2008

 

Ciascuno di noi in questi anni ha collaborato con le organizzazioni sindacali nella convinzione che la contrattazione collettiva, la sua autonomia, e i problemi delle organizzazioni sindacali sono parte fondamentale della tenuta e dello sviluppo della democrazia, oltre a rappresentare per i lavoratori e le lavoratrici la possibilità di far valere i propri interessi ed il proprio punto di vista.
Assistiamo in questo periodo con attenzione e preoccupazione al fatto che su questioni di fondo del fare sindacato si stanno producendo sviluppi di cui rischiano di sfuggire caratteristiche e contenuti a chi, come noi, non partecipa direttamente al dibattito sindacale.
Sono questioni che meriterebbero di essere al centro di una attenzione generale, essendo evidente il loro valore politico generale.
E' per questo che vi chiediamo di aiutare tutti a capire che cosa sta succedendo a partire da alcuni dei nodi che a noi paiono essenziali.
1) Nella struttura della contrattazione di cui si sta discutendo, il contratto nazionale di lavoro è uno strumento attraverso il quale è possibile aumentare il valore reale del salario difendendo la quota di esso sul Pil che da decenni è in via di drammatica riduzione, o viene esclusivamente riferito al mantenimento del valore attuale? E inoltre, le regolamentazioni definite dal Ccnl, ad esempio sugli orari, sono un vincolo o possono essere messe in discussione in discussione e peggiorate nelle singole realtà? Tali domande nascono dal convincimento che se così fosse il contratto nazionale perderebbe di peso e ruolo anche agli occhi dei lavoratori e delle lavoratrici.
2) Come pensate di evitare che la de-tassazione su questa o quella parte del salario contrattato, determinando una nuova scale di incentivi e disincentivi sostenuti dallo Stato, porti ad una lesione irreversibile dell'autonomia delle parti sociali nel determinare i contenuti della contrattazione?
Al di là di situazioni specifiche che si sono determinate in alcune categorie e imprese, che cosa vuol dire contrattualizzare a livello di categoria i problemi dello stato sociale rispetto alle attuali difficoltà di mantenimento delle caratteristiche universalistiche delle sue prestazioni?
4) Ritenete possibile un nuovo accordo quadro sulla contrattazione, così pervasivo e vincolante, senza che vengano risolti i problemi di definizione di come si determina la rappresentanza e la rappresentatività delle parti sociali coinvolte e senza definire regole su come si garantisce la natura democratica dei processi decisionali che tale accordo comporterà e che rendano protagonisti i lavoratori e le lavoratrici interessate?
Non vi sfuggirà che la struttura della contrattazione (di questo si sta discutendo e non di questa o quella piattaforma o accordo contingente) è uno dei terreni della costituzione materiale di una società, e, nel caso del nostro paese, è legata all'affermazione dei principi di una Costituzione la cui democraticità è fondata sul riconoscimento del lavoro come valore alla base, e quindi prioritario, rispetto ad altri interesse economici.
Siamo in una fase di tentativi preoccupanti di revisione costituzionale; per questo non vi nascondiamo la nostra preoccupazione e riteniamo necessario che vi sia la massima trasparenza, conoscenza e coinvolgimento su quanto si sta determinando sul terreno su cui voi esercitate un così rilevante ruolo di direzione, senza ledere naturalmente l'autonomia decisionale delle parti sociali


Il progetto incidenti zero

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 04/03/2008

 

L´incidente di Molfetta, in cui quattro lavoratori sono morti per essersi calati in un´autocisterna satura di esalazioni di zolfo, è indicibilmente penoso. Anzitutto per i suoi innumerevoli precedenti, che attestano concordemente della sua prevedibilità. Di cisterna e contenitori similari, da sempre, si muore, quale che sia il particolare gas che avvelena fulmineamente chi vi entra senza un respiratore adeguato. Per memoria: novembre 2007, due operai muoiono a Marghera asfissiati dall´anidride carbonica nella stiva d´una nave. Marzo 2007: padre e figlio sono uccisi dall´ossido di carbonio in una cisterna d´acqua piovana nei pressi di Verona. Agosto 2006: muoiono in due nella cisterna di un oleificio della zona industriale di Monopoli. La lista può andare indietro per decenni, per centinaia di nomi. Ed ora questi quattro, tutti in una volta. Quella lista dice che il loro incidente si poteva prevedere. In tanti potevano prevederlo. Che tristezza. Ma anche che rabbia.
Chiunque soltanto si avvicini ad una cisterna, di qualsiasi tipo, dovrebbe saperlo che lì dentro sta aspettando la morte. Dovrebbero averglielo detto tutti, il capo, l´imprenditore, il fornitore, i compagni. Dovrebbe aver ricevuto una formazione apposita. Dovrebbe avere un respiratore alla cintura, beninteso del tipo adatto e in perfette condizioni, ed essere sollecitato ad indossarlo da scritte vistose, lampeggiatori che scattano appena si apre un portello, segnali sonori, magari dispositivi che impediscono che il portello, o quello che sia, venga aperto da qualcuno che non indossa un respiratore.
E non si dica che sarebbe difficile, o troppo costoso. Su molte auto si montano i sensori di parcheggio per evitare graffi alle portiere. Un sensore per evitare le morti dalle esalazioni di cisterna meriterebbe forse investimenti analoghi.
L´altro aspetto che accresce la pena della tragedia di Molfetta è che si tratta d´una tragedia della solidarietà sul lavoro. Simile, anche in questo, ai suoi innumerevoli precedenti. Uno si cala all´interno della cisterna per compiere una certa operazione, si sente male per le esalazioni che la saturano, chiede aiuto, oppure non si fa sentire per troppo tempo. Un compagno lo sente, o si insospettisce per il silenzio prolungato, si cala dentro per portargli aiuto, e ci resta anche lui. A Molfetta han perso la vita, per aiutare l´altro, anche l´autista della cisterna e il titolare dell´azienda. Sono i momenti in cui non si valuta il rischio. Si è magari consapevoli che ne va della vita, ma se l´altro si è sentito male bisogna portargli aiuto, succeda quel che succeda. Di conseguenza, uno dopo l´altro, si entra nel luogo infernale, e uno dopo l´altro si muore cercando con tutte le forze di riportare i compagni all´aperto, al sicuro, dove possono arrivare i soccorsi. È una nobiltà dell´agire umano che si riscontra soprattutto negli ambienti di lavoro – o nelle situazioni di guerra. Ma il lavoro, l´ordinaria fatica per guadagnarsi da vivere, non dovrebbe assomigliare a una guerra.
Adesso si riparlerà – già se ne riparla, fin dai primi minuti dopo la diffusione della tragica notizia – della nuova legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, della necessità di accelerare i decreti attuativi, di migliorare il coordinamento tra le forze ispettive. È necessario parlarne, di certo è indispensabile introdurre, presto, nuove norme. Ma la agghiacciante prevedibilità della tragedia di Molfetta ci dice che le leggi, le norme, le ispezioni da sole non bastano. È l´intera organizzazione del lavoro che andrebbe ripensata, e con essa la frammentazione della produzione in catene di cui in fondo nessuno conosce bene l´inizio e la fine, chi sta facendo – o no – che cosa, chi è responsabile di questo o quell´anello, la distribuzione su territori troppo vasti per avere una conoscenza sicura di tutti gli anelli. Considerazioni di questo genere sono alla base, in altri Paesi, di progetti che si chiamano "zero incidenti sul lavoro". Tecnicamente ben fondati. Fosse mai un motivo, la tragedia insopportabile di Molfetta, per farci compiere qualche passo in questa direzione.


Che cosa resta del mito operaio

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 12/10/2007

 

Tutte le cose da cui siamo circondati e che usiamo, in una giornata qualunque, sono uscite da una fabbrica. Da lì vengono, si sa, l’auto, il frigorifero e il televisore. Ma da una fabbrica sono usciti pure la tazzina del caffè e il tavolo su cui posa, i vetri della finestra e le piastrelle del bagno, il Dvd che ascoltiamo e la carta su cui è stampato questo articolo, la serratura della porta e la cabina dell’ascensore. Le cose uscite da una fabbrica rendono (quasi sempre) più comoda la vita. Usando un computer portatile, alla luce d’una lampada alogena, nel tepore diffuso da una caldaia a gas, tutt’e tre usciti da una fabbrica, è anche più agevole scrivere che le fabbriche sono ormai in via di estinzione.

La fabbrica è di regola un lungo capannone grigio senza finestre, dove entrano materie prime e pezzi separati i quali, lavorati e assemblati, ne escono poi trasformati in cose pronte per l’uso. La trasformazione è effettuata da macchine, costruite a loro volta in un’altra fabbrica, e dal lavoro umano. Rispetto a trent’anni fa, entro la stessa fabbrica sono oggi più numerose le macchine che compiono da sole varie fasi della trasformazione, spesso integrate fra loro in sistemi flessibili di produzione, oppure metamorfizzate in robot. Per contro è sceso di molto il numero dei lavoratori occupati. Ma se i lavoratori non continuassero a controllare le macchine e a provvedere con la loro attività a riempire i larghi spazi del processo produttivo che restano aperti tra una macchina e la successiva, anche nelle produzioni più automatizzate o robotizzate, dalla fabbrica non uscirebbe niente.

In fabbrica c’è sempre qualcuno che comanda, e altri che sono comandati. Qualcuno provvede a organizzare il lavoro, dividendolo in operazioni semplici e brevi. Vanno compiute in pochi minuti, a volte uno solo, per poi ricominciare. Gli altri eseguono. Dal punto di vista della divisione del lavoro, la fabbrica di oggi resta molto simile a quella di una generazione fa, se non di due. Magari non la chiamano più "organizzazione scientifica del lavoro". Però si tratta pur sempre di lavoro frammentato in mansioni parcellari e ripetitive, che si imparano alla svelta e non richiedono all’individuo che le svolge una qualifica professionale elevata. Alla quale comunque non consentirà mai di arrivare, quel lavoro diviso, nemmeno dopo una vita.

Da altri settori dell’economia, che vanno dall’agrindustria alla ristorazione rapida, dalla grande distribuzione ai call center, gli esperti guardano oggi all’organizzazione del lavoro della fabbrica per comprendere come si fa a estrarre da una persona la massima quantità di lavoro utile in una data unità di tempo. Il loro scopo ideale è quello di trasformare ogni genere di attività umana in una copia del lavoro di fabbrica. Sembra ci stiano riuscendo.

Grazie all’automazione e a altre innovazioni del prodotto e del processo produttivo, in fabbrica molte lavorazioni particolarmente pesanti e nocive ora sono svolte dalle macchine. C’è anche meno rumore. Tuttavia le mansioni che restano affidate a esseri umani sono altrettanto stressanti di quanto lo erano un tempo. In numerosi casi la fatica fisica e nervosa è anzi aumentata. Perché le fabbriche producono oggi "giusto in tempo", che significa alimentare un flusso ininterrotto di materiali e di operazioni lungo tutto il processo. Ed è sempre l’operatore umano che deve badare a che il flusso non si interrompa mai, che le eventuali disfunzioni vengano subito superate, e gli effetti di queste sui tempi come sulla qualità del prodotto prontamente eliminati. Ciò comporta ritmi di lavoro sempre più rapidi per tutti gli addetti alla produzione; drastica riduzione delle pause durante l’orario di lavoro; una tensione continua per evitare che qualcosa vada storto. Forse lo fa in modo diverso da un tempo, ma di sicuro continua a stancare, il lavoro in fabbrica. Così come gli incidenti che avvengono in essa, masse e arnesi grevi di metallo contro corpi umani, continuano a ferire seriamente ogni giorno migliaia di uomini e donne, e a uccidere, industria delle costruzioni a parte, 1200 volte l’anno.

Invece come luogo di incontro, di solidarietà, di rapporti sindacali, di interessi comuni, di amicizia, la fabbrica è cambiata. Tutte le forme di relazioni sociali sono diventate più rade e più fragili. Le attività di gruppo che hanno sempre formato una parte intrinseca della socialità del lavoro risultano difficili. Si stenta perfino, talvolta, a mettere insieme una squadra sportiva. La causa non sono le persone, che avrebbero cambiato atteggiamento o abitudini. Sono piuttosto i contratti di lavoro di breve durata, e l’affidamento a imprese esterne, diverse dall’impresa che controlla la fabbrica, di segmenti sempre più ampi del processo produttivo interno. Ciò impedisce alle persone di imparare a conoscersi, vivendo e lavorando fianco a fianco per periodi abbastanza lunghi. Al presente può succedere che su cento lavoratori in attività entro una fabbrica, in un dato giorno, appena un terzo o un quarto siano dipendenti fissi dell’impresa cui la fabbrica stessa fa capo. Gli altri sono lavoratori che oggi ci sono ma domani, o tra una settimana o un mese, non ci saranno più, o verranno sostituiti da qualche faccia nuova. Per alcuni sarà scaduto il contratto, quale che fosse, da apprendista, interinale, o collaboratore. Ad altri, dipendenti da imprese terze, subentreranno in fabbrica i dipendenti di imprese diverse. La fabbrica, da luogo canonico di permanenze e stabilità, si va trasformando in un luogo di frettoloso passaggio.

In Italia come altrove, le fabbriche non sono mai state altrettanto numerose, e non hanno mai prodotto una così massiccia quantità di merci. Per convincersene basta guardare dal finestrino, dell’auto o del treno. Strade e ferrovie che si dipartono dalle grandi città, e da tante minori, appaiono costellate per decine di chilometri da file di fabbriche. Di solito uno non arriva a vederci dentro, a quegli scatoloni grigi, ma di sicuro all’interno c’è qualcuno che lavora. In certi posti lavorano poche decine di persone, in altri centinaia o migliaia. In totale, pur contando solamente i lavoratori dipendenti dell’industria in senso stretto, gli abitanti giornalieri e notturni delle fabbriche italiane sono tuttora quasi quattro milioni e mezzo.

Mentre sembra che i lavoratori di fabbrica nessuno riesca a vederli, sono invece ben visibili a tutti le colonne di tir su autostrade e tangenziali, i treni merci lunghi un chilometro che rombano a due metri da noi mentre sulla banchina aspettiamo l’eurocity, le decine di migliaia di container che riempiono i porti e le piattaforme intermodali. È vero che parecchie di quelle merci provengono dall’estero. Ma non meno voluminose sono le nostre merci che viaggiano su tir, treni e navi dirette verso destinazioni straniere. Dopo essere uscite da una fabbrica. Dalla quale esce anche una domanda ininterrotta di servizi. Ricerca, informatica, reti di comunicazione, logistica, manutenzione, consulenze varie, amministrazione, formazione e altro: una bella quota, insomma, di quel che vien denominato terziario. Chiudete o delocalizzate la fabbrica, e la relativa quota di terziario scende a zero. È uno dei debiti poco noti che economia e società hanno verso la fabbrica e quelli che ci lavorano.


Precariato globale

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 15/08/2007

 

Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com´è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca.
Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un´occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un´occupazione stabile oppure instabile.
Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un´evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un´occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell´economia sommersa. L´Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro.
La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v´è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d´un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l´80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all´economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull´occupazione reale.
Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d´un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell´economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l´arrivo sul mercato del lavoro d´un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all´estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l´incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l´alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell´ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l´ora.
Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall´affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell´identità della persona, dell´immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d´un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d´una politica del lavoro globale.


Ma anche fare la maestra può essere logorante

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 13/07/2007

Esistono impieghi che pesano nonostante l´assenza di rumori d´officina o di file assillanti di clienti

Al fine di stabilire se un lavoro è usurante o no, si può guardare a esso da diversi punti di vista. In primo piano, ovviamente, va posta la fatica fisica o nervosa che esso richiede. Vi sono lavori che al termine del normale orario quotidiano lasciano la persona semplicemente sfinita. E se la stessa persona svolge quel certo tipo di lavoro per lustri o decenni consecutivi, ad un certo punto si rende conto che non ce la fa più. Ha bisogno di staccare per sempre, ossia desidera anzitutto andare in pensione. Quel tipo di lavoro l´ha usurata. Un secondo punto di vista riguarda gli assetti che un lavoro ha sulla salute.
Compiere i medesimi movimenti per migliaia di volte l´anno per anni di seguito, può provocare danni seri all´apparato muscolo-scheletrico. Seguire le fibrillazioni di uno schermo di computer può, alla lunga, nuocere alla vista.
Molte sostanze chimiche note e ignote all´operatore che le maneggia nel corso di determinate lavorazioni sono atte a provocare nutrite serie di malattie professionali.
Infine un lavoro può risultare usurante perché impone ritmi stressanti e senza pause, siano essi imposti da un sistema computerizzato di calcolo dei tempi di lavorazione oppure dal flusso della clientela, come avviene nella ristorazione rapida o in vari tipi di call center.
Ciascuno dei suddetti tipi di usura da lavoro può risultare molto gravoso per la persona che vi è esposta. Ancora peggiori sono le situazioni in cui differenti tipi di usura si accumulano sulle spalle dello stesso individuo.
Una conseguenza categorica e spiacevole dei lavori usuranti sta nel fatto che chi li svolge può contare su una speranza di vita che è minore di parecchi anni a confronto di chi ha la fortuna di lavorare in un altro modo per la maggior parte dell´esistenza. Tale conseguenza è di regola sottovalutata da chi parla genericamente di allungamento della vita media come motivo valido per innalzare l´età pensionabile. Se si tiene presente questo punto, parrebbe doveroso riconoscere ai lavoratori in questione il diritto di godere degli stessi anni di pensione di cui godono gli altri concedendo loro la possibilità di lasciare il lavoro con un corrispondente anticipo. Ma questo non è un calcolo da fare a braccio. Dovrebbe essere fondato sulla effettiva speranza di vita di differenti e numerose categorie professionali.
In tema di lavori usuranti un paio di idee ricevute andrebbero superate: che la loro quota complessiva e l´onerosità siano diminuiti rispetto ad una generazione addietro, e che usuranti siano soltanto i lavori tipo catene di montaggio o il trasporto di cassette ai mercati generali. I modelli contemporanei di organizzazione della produzione hanno portato alla accelerazione dei ritmi ed alla intensificazione dello sforzo lavorativo nel tempo in un insieme di settori che oltre a quelli tradizionali della meccanica o della siderurgia ne comprende molti altri.
Essi vanno dall´agricoltura al montaggio di apparati elettronici, dalla agrindustria alla ristorazione rapida e ai call center, dalla grande distribuzione alla tessile. Ma va ricordato che esistono dei lavori i quali logorano anche in assenza di rumori d´officina o di computer o di file assillanti di clienti. Si pensi a cosa vuol dire fare per trent´anni di seguito la maestra di scuola materna, l´infermiera a turni in una clinica per lungodegenti, o il camionista che percorre 200mila chilometri l´anno tra la Sicilia e Rotterdam.


Lettera aperta all´Inps sulle pensioni italiane

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 05/07/2007

 

Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.
Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio.
Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l´insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.
Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d´aver capito lo possiamo riassumere così:
a) Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti dallo Stato per la cifra che s´è detto e per 1,9 miliardi da altre entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.
b) Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni. Anche qui, sulle prime, credevamo d´aver letto male. Il Fpld in senso stretto avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag. 219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5 miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l´Inpdai, l´ex Fondo dirigenti di azienda che quest´anno sarà in rosso per 2,8 miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro. Il bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3 miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l´entità, in base all´assunto che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.
Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere dei dubbi. Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile per il bilancio dello Stato. Però a noi risulta che il totale delle pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias) rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati consolidati, l´11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre 2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell´Inps incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono il Fondo Ferrovie e l´ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento (pag. 61).
A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po´ tanti elementi. Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001 e il 2005.
Riassumendo: delle due l´una. O noi inesperti dei bilanci Inps abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in trepida attesa delle Loro precisazioni. Oppure dobbiamo concludere che quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati Inps, come dire, con una certa disinvoltura. Su questo, naturalmente, non ci permettiamo di chiedere un parere all´Inps.


 Gallino la fine di un'epoca - pdf 13.12.06


Mancanza di chiarezza

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 08/12/2006

 

Quasi certamente non saremmo qui a discuterne se l´evento non si fosse verificato a Mirafiori, luogo simbolo del movimento sindacale. Ma le voci di dissenso che in modo civile, benché non per questo meno netto, gli operai hanno levato ieri nei confronti dei "loro" segretari generali Angeletti, Bonanni ed Epifani, sono risuonate precisamente in quel luogo, dove le tre confederazioni hanno gli iscritti su cui possono maggiormente contare. Dunque è bene parlarne.
E a parte le contestazioni verbali, che possono essere dettate a caso dagli umori del momento, val la pena di soffermarsi su un passo dell´ordine del giorno, che si può supporre meglio meditato, presentato nelle assemblee degli operai tenutesi a Mirafiori: "Noi lavoratori… riteniamo questo silenzio del sindacato sulla Finanziaria incomprensibile. E chiediamo che eventuali accordi su pensioni e Tfr siano sottoposti al nostro giudizio". Con questo odg i lavoratori esprimono il timore che la Finanziaria abbia ricadute impreviste, conseguenze forse negative, in merito alla loro condizione sul lavoro, al di fuori di esso, e dopo di esso. E si stupiscono che i sindacati non si siano fatti maggiormente sentire dal governo per ottenerne assicurazioni precise, se non anzi mutamenti di impostazione della legge.
I segretari generali hanno risposto con la grinta e la competenza che tutti gli riconoscono. Però quel passo dell´odg operaio un paio di problemi ai sindacati li pone. E anche al governo. Anzitutto, se i lavoratori trovano incomprensibile il silenzio del sindacato sulla Finanziaria, la spiegazione più plausibile è che in prima battuta sia questa ad apparire incomprensibile alle persone comuni. Di certo le segreterie generali posseggono mezzi adeguati per decodificare la Finanziaria e prevederne le conseguenze a medio e lungo termine sulle persone. Quasi tutti, tra il centinaio di articoli che compongono la legge, rinviano ad altri articoli di altre leggi, che per essere letti e compresi, risalendo volta per volta alle fonti, richiedono il lavoro di buon numero di esperti. Per il singolo che di tali mezzi non dispone essa rimane un messaggio cifrato. La conseguenza è che il sindacato si trova sospinto nella situazione di dover parlare pressappoco come il governo, ricorrendo ad analoghe formule generiche e reiterate all´infinito per giustificare il fatto di non essere intervenuto con decisione nella formulazione della Finanziaria, quali la necessità di rimettere ordine nei conti pubblici, promuovere lo sviluppo e l´equità, e recuperare fondi da destinare a investimenti. Mentre le domande che girano nella mente delle persone sono se avrò qualche euro in più o in meno sul foglio dello stipendio, rispetto ai soliti 1200 o giù di lì, a quanto ammonterà la mia pensione, quando potrò andarci (in pensione), e che fine farà il mio Tfr.
E´ qui che affiora l´altro problema prospettato dall´odg delle assemblee di Mirafiori. Nella lunghissima discussione intorno alla Finanziaria è venuto fuori che il capitale rappresentato dal Tfr non optato, ossia non esplicitamente destinato a un fondo pensione, potrebbe venir gestito prima dall´Inps e poi dal Tesoro, per essere alla fine investito in opere pubbliche. Anche su questo punto occorre riconoscere che, a fronte di tali intenzioni del governo, i sindacati non hanno esattamente battuto i pugni sul tavolo per ribadire un principio: il Tfr è una parte differita ma integrante del salario, quindi rappresenta una proprietà esclusiva del lavoratore. Il quale può anche pensare di destinarlo a qualche forma di investimento, ma conservando il diritto di decidere dove indirizzarlo, in quale misura, e fino a quando. Così come potrebbe pensare di lasciarlo per intero all´Inps, però non per effettuare investimenti, bensì per accrescere la quota pubblica della propria pensione, anziché affidarlo a un fondo pensione privato.
Ci sarebbero stati insomma diversi motivi per indurre i sindacati a prendere posizione in modo più determinato allo scopo di ottenere dal governo modifiche della Finanziaria che fossero, a un tempo, un po´ più favorevoli ai lavoratori, almeno in tema di pensioni e mercato del lavoro, e un po´ meno criptiche circa i loro possibili effetti. La chiarezza delle leggi agli occhi dei cittadini non è un ornamento della democrazia; è una parte integrale di essa. In modo nemmeno troppo indiretto, i lavoratori di Fiat Mirafiori si sono permessi di ricordarlo ai sindacati per cui in massa votano.


Lo scandalo del lavoro che uccide

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 28/11/2006

 

Per vari motivi il permanere degli incidenti sul lavoro su quote elevatissime - circa 950.000 casi all´anno, che si lasciano dietro 1200 morti e decine di migliaia di persone con invalidità più o meno gravi – è uno scandalo nazionale che non ha attenuanti. Giustamente il Papa e il capo dello Stato hanno richiamato l´attenzione su di esso. È uno scandalo, in primo luogo, perché in merito alle cause materiali degli incidenti si sa quasi tutto. La frammentazione pianificata dei processi produttivi in imprese e squadre di lavoro sempre più piccole, collegate da lunghe catene di esternalizzazioni a cascata e sub-appalti, disincentiva la formazione alla sicurezza.
e in molti casi la rende tecnicamente inattuabile. L´elevato numero di datori di lavoro che reclutano masse di lavoratori in nero, connazionali e immigrati, è un altro fattore che dalle due parti fa venir meno la voglia, il tempo, la stabilità dell´occupazione che sono indispensabili per la formazione alla sicurezza. Allo stesso effetto operano i contratti di lavoro atipici, in specie quelli con una durata di pochi mesi. Alle carenze formative si aggiungono i costi dei dispositivi attivi e passivi per la prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro che molte imprese, vuoi perché premute dalle pressioni sui costi provenienti dagli anelli superiori della catena di creazione del valore, vuoi perché nella loro agenda gli investimenti in sistemi di sicurezza non sono una priorità, cercano di limitare il più possibile.
Dal lato delle attività di prevenzione e controllo, un fattore che incide nel mantenere elevato il tasso di incidenti sul lavoro è la perenne carenza del numero degli ispettori del lavoro in servizio effettivo presso il ministero, l´Inail e le Asl. In qualsiasi impresa, un ispettore che non si vede significa, al minimo, uno scarso impegno dei capi nelle misure di sicurezza. Su scala nazionale, gli ispettori del lavoro effettivamente in servizio sono, salvo errore, meno di 2300, a fronte dei quali operano circa un milione e mezzo di imprese non individuali. Ciascun ispettore dovrebbe quindi controllare regolarmente lo stato delle misure di sicurezza in oltre 650 imprese. Poiché una singola ispezione in una piccola azienda prende almeno una giornata, spostamenti compresi, mentre nelle aziende con numerosi dipendenti richiede parecchi giorni, se ne ricava che ogni singolo ispettore può compiere una sola visita approfondita alle "sue" imprese ogni sei anni circa. Pertanto i datori di lavoro non in regola possono, sotto il profilo dei controlli preventivi cui sono esposti, dormire sonni tranquilli.
Alcuni dei fattori che concorrono a mantenere alto il numero degli incidenti gravi sul lavoro potrebbero essere alleviati o rimossi con provvedimenti ad hoc del legislatore. Per dire, mille nuovi ispettori del lavoro potrebbero essere assunti in pochi mesi mediante un decreto. Altri fattori appaiono più ostici nei confronti di un intervento. Non sarebbe facile, ad esempio, invertire la tendenza alla frammentazione dei processi produttivi e delle imprese. D´altra parte tale tendenza è stata accentuata dal decreto attuativo della legge 30, che ha facilitato la cessione di rami d´impresa anche nel caso in cui non erano in precedenza funzionalmente autonomi. Quel che il legislatore ha fatto, il legislatore può disfare o correggere.
Il guaio è che quando si tratta di incidenti sul lavoro il legislatore italiano appare discutere molto, ma concludere poco. Allo scopo di contenere i fattori di incidenti nei luoghi di lavoro occorre una legge complessiva sulla sicurezza del lavoro. La concatenazione di tali fattori ne fa un sistema complesso. Ci vuole quindi una legge di sistema per contrastarli, qualcosa di simile a un ampio testo unico sulla sicurezza del lavoro. Ora, se ben ricordo, di testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro si parlava già verso la fine degli anni ´70 del secolo scorso. Per anni non successe nulla. Verso il 1994, la Commissione europea varò una specifica direttiva su tale tema. Il legislatore italiano si prese qualche tempo per riflettere, e nel luglio 2003 – nove anni dopo, governo Berlusconi in carica – emanava una legge che prevedeva un anno per preparare un decreto in materia di sicurezza dei lavoratori. Una bozza di Testo unico fu effettivamente predisposta dal ministero del Lavoro entro il 2004, ma le critiche al suo carattere regressivo levate dalle regioni, nonché da numerosi giuristi e altri operatori del settore, inducevano il governo a ritirarla poco dopo. In compenso veniva istituita una Commissione parlamentare d´inchiesta sugli infortuni e le "morti bianche" che ha concluso i lavori nell´aprile 2006, ribadendo con voto unanime la necessità, nullameno, di addivenire al più presto alla stesura di un Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Siamo così arrivati al governo Prodi. Il nuovo ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha fatto inserire in una legge che tratta in realtà di tutt´altro (la 248 del 4 agosto 2006) un articolo, il 36-bis, il quale contiene misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Misure apprezzabili, che però si limitano alla repressione dell´impiego di lavoratori irregolari, e soltanto nel settore dell´edilizia – un´area di intervento esigua rispetto all´enorme perimetro del lavoro malsicuro. Il problema è stato però prontamente affrontato dalla Commissione Lavoro della Camera. Già a metà luglio 2006 il suo presidente ribadiva l´esigenza di "un rapido intervento normativo volto all´emanazione di un testo unico in materia di sicurezza del lavoro". I membri della Commissione hanno espresso unanimi il loro consenso. I tempi? Forse un anno, un anno e mezzo, stando a dichiarazioni di alcuni membri e sottosegretari. Se tutto va bene, si arriva dunque a metà 2008 per vedere approvato finalmente un Testo unico. A quell´epoca, ricordano crudamente le serie statistiche, si saranno verificati altri 1800-2000 incidenti mortali sul lavoro. Che nessuno può pensare di azzerare, ma che sicuramente è possibile ridurre di molto con una legge adeguata. Forse è davvero giunto il momento di dare una scossa, almeno in questo campo, al processo legislativo.


Ricchezza privata e povertà pubblica

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 08/11/2006

 

I fatti di Napoli, inclusi omicidi in serie, emergenza rifiuti e illegalità diffusa, discendono in ultimo dalla prolungata scarsità di risorse destinate a cose come la scuola, la formazione degli adulti, il rinnovamento urbano, i servizi pubblici, il funzionamento della giustizia e delle forze dell´ordine. Sono cioè un segno drammatico di povertà pubblica. Qualcuno può pensare che si tratti d´un problema particolare di Napoli. In realtà Napoli è solo il lampeggiante rosso che segnala l´immenso divario che esiste in Italia tra ricchezza privata e povertà pubblica.
Con i suoi 29.200 dollari di reddito pro capite, calcolati a parità di potere d´acquisto, l´Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo. Il suo reddito è quasi uguale a quello di paesi che si sanno benestanti, come Svezia, Francia, Regno Unito e Germania; ed è appena duemila dollari sotto il ricco Giappone, tremila sotto la ricchissima Svizzera. È vero che a causa delle forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito disponibile un quinto della popolazione italiana se la passa piuttosto male; ma i quattro quinti restanti se la passano piuttosto bene, e il quinto più ricco di questi se la passa magnificamente. Della ricchezza privata degli italiani sono indicatori efficaci, più che le rade statistiche ufficiali, il numero degli alloggi di proprietà, delle auto che costano dai 40.000 euro in su, dei lussuosi negozi di abbigliamento di ogni città grande e piccola, dei giorni annuali di vacanza che possono in totale permettersi.
Se tutto ciò distingue in meglio l´Italia, in peggio la distingue il povero stato dei beni pubblici. Fare confronti tra noi e i paesi sopra nominati è perfino umiliante. Abbiamo le peggiori autostrade della Ue, insieme con servizi ferroviari di serie B. I metro di Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, città dove il traffico è ormai un incubo, non arrivano, in totale, a 130 chilometri di lunghezza, meno d´un terzo del metro della sola Parigi. Siamo gli ultimi della Ue a 15 quanto a spese in ricerca e sviluppo, numero di ricercatori, brevetti per milione di abitanti. Metà dei nostri edifici scolastici sono fatiscenti. L´università è strozzata dalla mancanza di risorse. Oltre metà del territorio corre un elevato rischio idraulico – e dopo le alluvioni del ´66 a Firenze e Venezia quasi nulla è stato fatto per scongiurare il loro ripetersi. Lo stato dei parchi cittadini è in media penoso. In assenza d´una politica del territorio, il paesaggio viene distrutto a ritmi senza paragoni nella Ue. In un terzo del paese, chiunque gestisca un´attività economica deve includere le tangenti alla criminalità come voce normale del bilancio d´esercizio. Non riusciamo nemmeno a smaltire i rifiuti che produciamo. Quanto ai processi civili o penali, la loro durata è ormai materia da geologi.
In astratto, lo scarto esistente tra ricchezza privata e povertà pubblica dovrebbe apparire scandaloso a tutti noi, e impegnare allo spasimo la politica nel tentativo di ridurlo. In pratica non si verifica una cosa né l´altra. Lo scontro sulla finanziaria è esemplare. La destra è insorta, e sta cercando di mobilitare mezzo paese, contro il mite tentativo che la finanziaria compie di ridistribuire in complesso meno d´un decimo di punto di Pil dai redditi più alti ai più bassi. Il messaggio che lancia la destra è qui chiarissimo: se il prezzo della difesa dell´ultimo centesimo di ricchezza privata è il degrado crescente dei beni pubblici, noi scegliamo la prima. Inutile nascondersi che almeno metà degli elettori condivide questa posizione.
D´altra parte nella finanziaria, l´atto politico più importante dell´anno, l´impegno a ridurre il divario tra ricchezza privata e povertà pubblica è pressocchè invisibile, dato che il suo impianto è schiacciato dall´intento di ridurre il debito dello stato, appianare il deficit di bilancio, rilanciare la crescita e la competitività. Intenti lodevoli, se non fosse che uno degli ostacoli principali per raggiungerli risiede precisamente nella pubblica povertà. Se un paese non investe in risorse per assicurare la legalità, dalle forze dell´ordine alla giustizia, gli imprenditori, specie quelli stranieri, si guardano dall´investire in mezzi di produzione e impianti. Se il settore pubblico non destina fondi alla ricerca e sviluppo, anche i privati ne restano lontani, e l´idea di competere con tedeschi o americani appare patetica. In Usa, per dire, la mano pubblica (governo federale, stati locali e altro) ha investito nel 2002 in R&S 98,3 miliardi di dollari, e l´industria 193,3; l´Italia appena 9 per ciascun settore. In proporzione sarebbero dovuti essere oltre 57. Un altro tasto è la produttività oraria del lavoro, che da almeno un lustro ristagna in Italia; su di essa influisce fortemente la qualità della scuola, della formazione professionale, dell´università. Per non dire dei miliardi di euro che ogni anno sono ingoiati da alluvioni, frane e crolli che una preveggente difesa del territorio potrebbe limitare.
La proposta di mettere la riduzione del divario tra ricchezza privata e povertà pubblica al centro della politica del centrosinistra si presta ovviamente a varie obiezioni. Tra le prime che vengono a mente: la Ue ci chiede anzitutto di ridurre il debito dello stato e dei nostri beni pubblici le importa poco; migliorare la condizione di questi costa, e lo stato non ha più un euro; la crescita economica indotta dalla finanziaria produrrà più risorse, che si potranno così destinare a ridurre la povertà pubblica; il solo argomento che gli elettori capiscono è meno tasse per tutti, altro che parlare loro di povertà pubblica da diminuire.
Tento quindi qualche risposta. Bisognerebbe anzitutto decidere tra finanza e sostanza. Si potrebbe infatti sostenere, guardando all´Europa, che ciò che ci allontana davvero da essa non è tanto il permanere del debito al livello attuale per qualche altro anno, quanto le dimensioni della nostra povertà pubblica a confronto degli altri paesi. Ove si ammetta questo, il debito potrebbe attendere ancora un po´, e almeno parte delle risorse ad esso destinate venire dirottate sui beni pubblici. Da parte sua l´argomento «più crescita uguale più risorse uguale più fondi per i beni pubblici» non tiene conto del fatto che l´economia contemporanea «manifesta una tendenza implacabile a provvedere una fornitura sovrabbondante di alcune cose e una quantità misera di altre» – in primo luogo dei beni pubblici. Lo ha scritto cinquant´anni fa un economista che vedeva lontano, John Kenneth Galbraith. Quanto agli elettori, magari non lo sanno, ma l´80 per cento di essi hanno in realtà un interesse materiale, oggettivo, diretto, alla riduzione della povertà pubblica. Infatti lo stesso stipendio può valere molto di più, o molto di meno, a seconda che i beni pubblici siano abbondanti o scarsi. La politica potrebbe provare a farglielo capire.
In attesa quel segnale rosso, che il caso vuole si sia acceso per ora a Napoli, continua a lampeggiare.


Gallino- La terza partita - pdf 14 ott 2006


La previdenza e il modello Bismarck

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 13/09/2006

 

Con la storia delle pensioni il governo di centro-sinistra rischia di guastarsi i rapporti con buona parte del suo elettorato. Si era cominciato bene, dal punto di vista dei pensionati in pectore, parlando di una attenuazione dello "scalone", ovvero dei requisiti di età o di contribuzione necessari per accedere alla pensione di anzianità che la riforma Maroni in vigore prevede di far salire bruscamente dal 2008. Poi si è verificato in ambito governativo una sorta di slittamento dei significati, o delle intenzioni, e la riduzione dell' onere previdenziale mediante un aumento dell' età pensionabile, o una diminuzione delle prestazioni, è diventato quasi dall' oggi al domani un intervento indispensabile per risanare i conti dello Stato. SEGUE A PAGINA 21 Alcuni milioni di persone sono entrate in apprensione per quanto potrà succedere, tra pochi o molti anni, al loro trattamento pensionistico. Che vuol dire, in spiccioli, provare a immaginare se il livello di vita che potranno permettersi una volta lasciato il lavoro sarà decente oppure misero. Naturalmente, un governo fa bene a non guardare in faccia nessuno, nemmeno il proprio elettorato, quanto si tratta di interventi che guardano anzitutto al bene del paese a lungo termine, e però debbono essere presi subito perché dopo sarà tardi. Ci si può tuttavia chiedere se il taglio delle spese previdenziali in senso stretto - perché questo è lo scopo dell' aumento dell' età pensionabile, sia esso ottenuto seccamente per legge o, più morbidamente, con un sistema di incentivi/disincentivi - sia in questo momento davvero necessario. Certo, quando si legge che nel 2006 i trasferimenti dello Stato all' Inps, indispensabili per consentirgli di far fronte alle sue prestazioni istituzionali, in altre parole per colmare il suo deficit di bilancio, ammonteranno in totale a circa 75 miliardi di euro, più di 5 punti di Pil, un pur involontario salto sulla sedia si finisce per farlo. Ma lo si fa per una ragione sbagliata. Infatti il deficit in questione in gran parte non riguarda affatto le spese previdenziali, bensì attiene alle prestazioni assistenziali che lo Stato nel corso degli anni ha accollato all' Inps, e che sono oggi raggruppate, nel bilancio Inps, sotto la voce Gias (Gestione Interventi Assistenziali). Tra di esse rientrano le prestazioni pensionistiche in favore di persone con varie tipologie e gradi di disabilità, che sono oltre 5,2 milioni con un costo annuo di una trentina di miliardi; un genere di costo che negli altri paesi europei viene doverosamente imputato alla fiscalità generale, non al maggiore istituto di previdenza dei lavoratori dipendenti. Né si tratta della sola spesa assistenziale che viene impropriamente caricata sul bilancio dell' Inps. Altre voci sono formate dal costo delle pensioni o assegni sociali, erogate ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di redditi minimi; della cassa integrazione guadagni; dai provvedimenti di messa in mobilità; dalle liquidazioni di fine rapporto, etc. Ad essere pignoli, va ammesso che pur dopo avere detratto, per varie decine di miliardi, le spese per prestazioni assistenziali, la spesa previdenziale complessiva dell' Inps appare ancora deficitaria per alcuni miliardi. Ma non per quanto riguarda il fondo pensioni lavoratori dipendenti, che formano la massa di coloro cui si vorrebbe ora chiedere di andare in pensione qualche anno più tardi. I passivi vengono dal fondo dirigenti d' azienda (1 miliardo l' anno di deficit); dai coltivatori diretti (5 miliardi di spese contro 2,1 miliardi di entrate); dagli artigiani, le cui spese superano le entrate di oltre il 5%; da decine di migliaia di prepensionamenti di dipendenti delle Ferrovie dello Stato, mediante i quali anni fa si procedette a dimezzarne il numero. Al netto delle prestazioni assistenziali, e dei suddetti passivi che non hanno nulla a che fare con il rapporto tra contributi versati e pensioni ricevute dai lavoratori dipendenti, la spesa previdenziale resta in equilibrio. Lo si legge non altrove che nella I nota di variazione al bilancio Inps del 2006, pubblicata a fine luglio. A fronte di queste cifre, il governo corre dunque il rischio di apparire come un soggetto che rivolge ai lavoratori dipendenti un discorso vagamente surreale di questo tipo: «Il supposto deficit del sistema previdenziale è dovuto a un espediente classificatorio che appesantisce il bilancio dell' Inps di prestazioni assistenziali che dovrebbero gravare invece sulla fiscalità generale. Di questo voi non avete alcuna responsabilità, come non l' avete per i fondi previdenziali veri e propri con il bilancio in rosso. Con tutto ciò, visto che siete in tanti, e siete i soli ad avere i conti in pareggio tra quel che versate e quello che ricevete, vi chiediamo di assumervi la responsabilità di contribuire a ridurre l' onere per lo stato che le suddette prestazioni e deficit gli infliggono, accettando da parte vostra di andare in pensione qualche anno più tardi e/o di ricevere pensioni più basse». Perché il governo, o una parte di esso, voglia rischiare di trovarsi collocato nella posizione di chi usa argomenti del genere, agli occhi dei suoi stessi elettori, non è chiaro. Non vorremmo che tra alcuni suoi membri, o tra i dirigenti dei partiti che lo sostengono, avesse fatto presa una versione contemporanea del modello Bismarck. Verso il 1890, dopo aver deciso di introdurre un sistema previdenziale obbligatorio, uno dei primi del mondo, il cancelliere tedesco aveva il problema di determinare l' età limite per andare in pensione. Chiese quindi agli statistici governativi - si narra - quale fosse l' età in cui morivano in media i tedeschi. Sessantacinque anni, gli fu risposto. Si fissi dunque a 65 anni l' età a cui si può andare in pensione, decise il cancelliere. Poiché oggi si vive in media ottant' anni, un mezzo sicuro per ridurre le spese previdenziali dell' Inps potrebbe consistere, può pensare qualcuno, a spostare l' età di pensionamento verso quel limite. Modello Bismarck a parte, il problema di adeguare il nostro sistema previdenziale sia al prolungamento della vita attiva, sia ai mutamenti del mondo del lavoro, è in complesso molto serio. Come nella maggior parte dei paesi Ue. Non si vede bene, almeno dal punto di vista di non pochi elettori di centrosinistra, perché si dovrebbe cercare di risolverlo frettolosamente, e maldestramente, per il tramite di una Legge finanziaria.


I precari dei call center e un futuro possibile

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 25/08/2006

 

La vicenda dei call center, per le sue dimensioni e per la rilevanza dei servizi che rendono nella società della comunicazione, contribuisce a far chiarezza su due aspetti importanti dell´attuale mercato del lavoro. Innanzitutto appare evidente che gran parte dei contratti a progetto, che sono formalmente contratti di lavoro autonomo, vengono utilizzati dalle imprese per mascherare delle occupazioni che hanno tutte le caratteristiche del lavoro dipendente, dai vincoli di orario alla totale subordinazione gerarchica, dalle mansioni rigidamente regolate al pagamento a cottimo. E´ vero che l´art. 62 del decreto attuativo 276/2003 della Legge 30 è assai generico, e ammette varie interpretazioni di che cosa sia un progetto, ovvero un programma o una fase di esso. Ma nessuna contorsione interpretativa può spacciare come svolgimento di un lavoro autonomo delle mansioni regolate rigidamente in ogni singolo elemento dalle direzioni aziendali, come avviene nella quasi totalità dei call center.
Un secondo aspetto che la vicenda dei call center porta a chiarire è che la famosa flessibilità del lavoro, intesa quale possibilità per un´impresa di variare l´impiego di forza lavoro in relazione all´andamento del mercato, in questo caso come in tanti altri c´entra ben poco. Quello che è principalmente in gioco è il puro e semplice costo del lavoro. Essendo considerati formalmente degli autonomi, i lavoratori e le lavoratrici con un contratto a progetto non hanno diritto né all´assistenza malattia, né al trattamento di maternità, né alle ferie retribuite. Pertanto essi costano in media alle aziende meno di 10 euro l´ora, mentre il lavoratore dipendente, per il quale le imprese debbono versare i contributi relativi alle suddette prestazioni, ne costa più di 16.
Chariti questi punti, il discorso si sposta sulle conseguenze che la vicenda potrebbe avere in diversi ambiti. Su una non ci dovrebbero essere molte discussioni: il lavoro a progetto va eliminato, ovvero trasformato in un normale contratto di lavoro dipendente, in tutti quei casi in cui si verifichi che esso – in violazione della stessa Legge 30 – funge da mero camuffamento di comodo di una prestazione lavorativa subordinata. Come l´ispettorato del lavoro ha richiesto nel caso dei call center, con una iniziativa che andrebbe però estesa ai tanti casi analoghi che esistono nelle aziende – nonché nella Pubblica Amministrazione.
Più problematiche sono le reazioni cui le imprese del settore potrebbero dar luogo laddove fossero obbligate a breve termine a soddisfare il suddetto obbligo. Alcuni loro rappresentanti hanno subito adombrato sfracelli, parlando di 60.000 lavoratori a progetto e 25-30.000 dipendenti i cui posti di lavoro sarebbero messi a rischio se la richiesta dell´ispettorato dovesse venir soddisfatta. Lasciando intravedere anche un ricatto: se ci aumentano il costo del lavoro, noi partiamo per l´estero. Ora non v´è dubbio che un aumento di oltre il 60 per cento del costo del lavoro, in un settore dove esso incide in misura elevata sul costo finale del servizio, rappresenti un aggravio rilevante. Tuttavia, a questo riguardo, due cose sono difficili da credere. La prima è che le grandi aziende industriali, le banche, i giganti delle telecomunicazioni e i comparti della PA che utilizzano i servizi dei call center, con modalità che fanno di questi un elemento essenziale della loro catena di creazione del valore, sarebbero indotti a tagliare drasticamente le commesse se questi aumentassero il prezzo dei servizi stessi. Solo se se si verificasse tale evento si avrebbero seri effetti negativi sull´occupazione nei call center. Peraltro è più probabile che i loro clienti magari si lamentino, ma poi si adeguino.
La seconda cosa che si stenta a credere è che imprese così innovative e dinamiche come quelle che gestiscono i call center, capaci di creare dal nulla 250.000 posti di lavoro in pochi anni, verrebbero a trovarsi in serie e durevoli difficoltà a causa d´un aumento del costo della forza lavoro che già impiegano. Di certo esse posseggono le competenze e le risorse per elaborare strategie industriali idonee ad affrontare efficacemente l´ostacolo. E a ben vedere – l´immagine conta, nella società della comunicazione – non conviene a loro nemmeno lasciar intendere che i loro bilanci si reggono solo in base a quella che va definita, nel migliore dei casi, come una disinvolta applicazione degli articoli di legge relativi al lavoro a progetto. Sicuramente sono in grado di reggersi con altri strumenti, organizzativi e tecnologici.
Rimane ovviamente il problema di come gestire la transizione dai finti lavori a progetto a veri contratti di lavoro dipendente, nel settore dei call center come in altri. Al ministero del Lavoro e ai suoi ispettorati compete di far rispettare la legge, cercando semmai di farla evolvere allo scopo di migliorare le condizioni di impiego, i diritti, le tutele di chi lavora. Ma un ruolo più ampio in tale ambito dovrebbe di certo essere attribuito ai sindacati, invertendo la spinta a renderlo sempre meno significativo insita per contro nella legge 30. Dopotutto sono essi che conoscono meglio di chiunque altro le molteplici realtà del lavoro in azienda, e che ogni giorno hanno direttamente a che fare con i costi umani della precarietà.


Gallino- un dpef per arginare le disuguaglianze 19 luglio 2006


Il lavoro rende tutto possibile

di Luciano Gallino

su redazione del 03/05/2006

 

I classici della sociologia si chiedevano come sia possibile la società, in presenza di un'infinità di interessi contrapposti, materiali e ideali. Una domanda cui sono state date molteplici risposte: la società sta insieme perché gli individui agiscono in modo coordinato essendo a ciò obbligati da un potere esterno. Oppure perché, avendo calcolato i costi e i benefici della vita in società, preferiscono razionalmente questa soluzione ad altre. O, ancora, perché in tutti noi esiste un'intrinseca disposizione al conformismo, a operare in forza di credenze interiorizzate senza alcuno scrutinio.
Il dialogo di Foa con Epifani ripropone un' altra risposta. E primariamente il lavoro che rende possibile la società. Attraverso di esso le persone entrano in cerchie via via più ampie di relazioni sociali. Si costruiscono identità culturali e politiche. Individuano più chiaramente i propri interessi e quelli altrui. Sono motivate ad affermare i primi senza però puntare a schiacciare i secondi. Scoprono, insomma, l'importanza dell' organizzazione sociale e della solidarietà, e si dispongono a praticarla.
Tutto ciò, peraltro, non avviene in modo automatico. E necessario che il lavoro stesso sia concepito come un fattore di inclusione, e sia ricercato e offerto come tale, al di là e prima dei suoi contenuti economici e professionali. Inoltre, per collegare persona a persona, sino a far emergere una società da tale collegamento, sono necessarie delle società intermedie, quali il sindacato. A questo riguardo chi, in questi ultimi anni, si è adoperato per rendere il lavoro il più atomizzato possibile, e per diffondere una rappresentazione sociale del sindacato come uno strumento del passato, superato dalle novità vieppiù incombenti della globalizzazione, potrebbe trovare in questo dialogo molti spunti di riflessione.
Per intanto scoprirebbe in esso che tanto il più anziano quanto il più giovane dei due leader sindacali, sulle origini della globalizzazione e sulle sue conseguenze sanno tutto quanto c'è da sapere per individuare le prime e valutare le seconde. Fossero mai altrettanto informati, e parimenti capaci di giudizi equilibrati, molti esperti che di globalizzazione ogni giorno discorrono. In secondo luogo, lo stesso soggetto potrebbe essere indotto a farsi venire qualche dubbio sul rapporto tra costi e benefici complessivi dell'attacco tuttora in corso al lavoro e al sindacato. Se per una mezza generazione di giovani il lavoro diventa discontinuo, di fatto o di diritto, tra economia sommersa e contratti di breve durata, non è che esistano altre forme di legame sociale atte ad assicurare prontamente il normale funzionamento e riproduzione della società. Gli esclusi da un' occupazione regolare non sono soltanto esclusi dal mercato del lavoro: sono estromessi dal complesso dell' organizzazione sociale. La cittadella del progresso tecnologico e del comune benessere li ha spinti fuori dalle sue mura. li meno che ci si possa attendere è che tendano a comportarsi come assedianti ostili. E davvero un pessimo risultato, per tutti noi, quel che le recenti politiche del lavoro hanno prodotto.
Ovviamente, nessuno può seriamente immaginarsi che chi aderisce alla corrente ideologia anti-sindacale cambi idea dopo aver percorso questo dialogo sulla dignità del lavoro - ammesso che mai si sogni di prenderlo in considerazione. Ma un giovane che da quell'ideologia non fosse ancora condizionato troverebbe in questo dialogo una piccola summa di conoscenze economiche e sociologiche, di sensibilità civile, di suggestioni etiche e politiche, tale da farlo forse guardare con un' ottica diversa al mondo del lavoro, e delle relazioni industriali, con cui prima o poi dovrà confrontarsi. Andrebbe letto e commentato nelle scuole, questo dialogo su come la società sia possibile, ovvero su come vorremmo che fosse.


Se il futuro si tinge di nero la grande mutazione del lavoro giovanile

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 28/03/2006

Dall´Italia al resto d´Europa, come sono cambiate le regol d´assunzione

Precari sono coloro che debbono pregare qualcuno per ottenere un lavoro, o per conservarlo. Il destinatario della preghiera, che assume talora forma di un CV (Curriculum Vitae?), può essere un´azienda piccola o grande, un settore della pubblica amministrazione, un´agenzia del lavoro in affitto. A volte è il boss locale. Sollecitato da cento preghiere o CV per due soli posti disponibili, il destinatario concede eventualmente il lavoro a due persone, avendo cura di chiarire che questo è soggetto a revoca, in data prestabilita. Dopotutto il termine precarius possedeva in origine la duplice accezione di qualcosa che si pratica soltanto in base a un´autorizzazione revocabile, e che è stato ottenuto non già per diritto, bensì per mezzo d´una preghiera. Forse non sapevano, quei lontani giuristi, di anticipare quella che sarebbe stata definita l´essenza della modernità.
A chiedere un lavoro, pregando, i precari e le precarie sono costretti dalla acuta percezione della loro individuale superfluità e sostituibilità, in quanto membri della forza lavoro globale. Percezione in essi coltivata a opera della scuola, dalle medie ai master in Ingegneria finanziaria, non meno che dai mezzi di comunicazione e dal discorso politico. Una persona accetta quel lavoro soggetto a revoca vuoi perché sa benissimo che nei suoi dintorni vi sono altre cento come lei pronte a subentrare nel medesimo posto, vuoi perché sa pure che in India o in Cina, in Brasile o nel Sud Africa altre migliaia d´individui sono disponibili per quel lavoro, con una retribuzione cinque o dieci volte inferiore. Ciascuno di essi etichettato come tendenzialmente superfluo dalla tecnologia, abbinata all´ideale metafisico eppur pienamente operante dell´impresa con zero dipendenti, e comunque reso sostituibile in ogni momento dalla omogenizzazione delle competenze necessarie per svolgere la maggior parte dei lavori. Se dal loro paese essi non si spostano, come accade, sarà il lavoro a trasferirsi dalle loro parti. Conviene dunque accettarlo, quel lavoro revocabile, quali che siano la durata e la paga.
Precari sono coloro cui i teorici della terza via raccomandano, quale mezzo di autorealizzazione e insieme espressione della cosiddetta "nuova ragionevolezza", di concepire il proprio io e la propria famiglia come una società per azioni. La proposta è contenuta, alla lettera, nel rapporto preparatorio della legge tedesca di riforma del mercato del lavoro, denominata dal suo principale autore Hartz-IV, entrata in vigore all´inizio del 2005.
L´idea di un io-Spa e di famiglia-Spa non è in fondo molto diversa da quella di autoimprenditorialità, da tempo raccomandata pure in Italia ai giovani nel quadro delle politiche attive del lavoro, però è tecnicamente meglio definita. Quando una persona arrivi a concepire sé stessa come una Spa, si sostiene, essa saprà valutare più razionalmente - ossia con rinnovata ragionevolezza - il rapporto costo/benefici di differenti strategie di impiego della propria forza lavoro. Si renderà conto, ad esempio, che dopo aver perso il posto perché la sua azienda è stata delocalizzata in Moldovia, è meglio accettarne un altro pagato il 20 per cento in meno, meno qualificato, di breve durata, e a 50 chilometri da casa, piuttosto che restar senza lavoro e perdere pure il sussidio di disoccupazione. Normative simili alla Hartz-IV sono state varate nel Regno Unito e in Francia, e dottamente proposte, in varie forme, pure da noi. Resta da precisare, in codeste normative, in qual modo la famiglia-Spa di un lavoratore o una lavoratrice precaria possa riuscire a far salire il proprio valore borsistico, come usano le imprese, mediante massicci riacquisti di azioni proprie.
Sono anche, i precari, campioni internazionali della presenza ubiquitaria. Si incontrano, con una frequenza non osservabile per alcun altro tipo di lavoratore, in aziende di ogni dimensione e di tutti i settori dell´industria manifatturiera e delle costruzioni, nonché nelle compagnie teatrali e nei centri di ricerca, nell´editoria e nelle micro-aziende di informatica, nella moda - da cui il termine tecnico prêt-à-précariser - e nei cantieri navali. E naturalmente, a legioni, nella Pubblica amministrazione, dalla scuola agli enti territoriali. Tutte persone accomunate dallo svolgere un lavoro che a distanza di alcune settimane o di pochi mesi potrà forse essere rinnovato, mediante un ennesimo contratto di durata determinata e normalmente breve, ma che potrebbe anche, dall´alto o da lontano non fa differenza, venire revocato. Donde la pressione cui si è sottoposti per apparire sempre super-performanti, diligenti, ben adattati alle mansioni da svolgere, e soprattutto - a costo di ammalarsi - in buona salute.
La collocazione ubiquitaria dei precari, non meno dell´ubiquità delle condizioni in cui operano, ha contribuito a diffondere tra loro una comune cultura del lavoro. Essa ruota attorno all´idea che ormai è la normalità stessa del lavoro, quella che per una o due generazioni i genitori o i nonni avevano conosciuto, a esser stata revocata. Qualcuno l´aveva autorizzata, senza specificare per quanto a lungo; qualcun altro sembra aver ritirato all´improvviso l´autorizzazione. Per i precari, è la normalità a esser diventata atipica.
Non da ultimo, i precari rappresentano una contraddizione inscritta nel profondo d´una società che dichiara di volersi fondare sempre più sulla conoscenza. Quelli di loro - non sono pochi - che riescono a mantenere un percorso coerente entro un dato ambito professionale, nel mentre passano ripetutamente da un´impresa a un´altra tutta diversa, a suon di contratti di breve durata, giungono ad accumulare saperi tecnologici e competenze organizzative in misura e qualità tali da essere in genere difficilmente accessibili a chi lavora per lustri o decenni entro una medesima organizzazione.
È il tipo di saperi e competenze, modulari e polivalenti, che una società della conoscenza, come la nostra e altre della Ue usano definirsi, dovrebbe trattare con ogni riguardo, facendo tutto il possibile per moltiplicarli. I loro portatori risultano invece sottopagati, sottotutelati, nonché guardati spesso con diffidenza dai responsabili delle risorse umane perché inclinano a cambiare troppo spesso il posto di lavoro. Se mai la politica dovesse tornare a occuparsi delle contraddizioni reali che si osservano in una società, questa meriterebbe forse un´apposita nota in agenda.


Per milioni di lavoratori un futuro senza certezze

di Luciano Gallino

su Liberazione del 22/03/2006

Offerti ai giovani posti per lo più a termine e largamente al di sotto del loro livello di istruzione

Con enfasi ancor maggiore che nei precedenti comunicati attinenti la rilevazione continua sulle forze di lavoro, l´Istat nota che l´aumento dello 0,7% dell´occupazione, pari a 158.000 unità in più nel 2005 rispetto al 2004, «ha risentito in misura considerevole della progressiva iscrizione in anagrafe dei cittadini stranieri regolarizzati». Sono persone che di fatto già lavoravano, ma dato che né loro né le loro famiglie erano iscritte nelle anagrafi comunali, le rilevazioni campionarie dell´Istat non potevano coglierle. Insieme con le analoghe stime rilasciate poche settimane fa dalla Banca d´Italia, il dato non fa altro che confermare come un´economia cresciuta negli ultimi anni tra l´uno virgola qualcosa e lo zero abbia prodotto incrementi dell´occupazione effettiva non di molto superiori a zero. Né si vede come potesse risultare altrimenti. Ci sarebbe voluta non solo una stasi della produttività del lavoro, quale in effetti si è osservata, ma un vero crollo di essa, per poter registrare robusti aumenti effettivi dell´occupazione di fronte a un Pil in calma piatta.
Potrebbe però essere giunto il momento di soffermarsi non soltanto sulla quantità di lavoro effettivamente prestato in Italia dall´insieme dei cittadini vecchi e nuovi, ma anche sulla sua qualità. Perché quel che potrebbe succedere nelle relazioni industriali, nei vari tipi di movimento sociale, e nella politica in complesso, dipende da questa non meno che da quella. Ora, per valutare la qualità del lavoro le rilevazioni dell´Istat offrono indicazioni importanti, che andrebbero peraltro integrate da altre che l´istituto stesso non potrà mai fornire. L´Istat ci dice, ad esempio, che a fine 2005 i dipendenti a tempo determinato sono saliti al 12,7% del totale, con un più 0,7 rispetto all´anno prima. Un incremento di poco inferiore lo hanno fatto registrare i lavoratori a tempo indeterminato ma parziale. Si tratta in totale di quasi tre milioni di persone. E´ possibile che una parte di esse, per motivi personali e familiari, gradiscano il lavoro a termine, o il tempo parziale, o magari tutt´e due. Ma di certo la gran maggioranza vorrebbe condizioni di lavoro migliori.
La stessa quota di lavoro a tempo determinato indicata dall´Istat, il 12,7%, non mancherà di riattivare una volta ancora l´affermazione compiaciuta per cui, dopo tanto parlare di precarietà, si scopre che i precari sono soltanto uno su otto. In realtà i precari sono stimabili in circa il doppio. Per intanto i collaboratori coordinati e continuativi, che ancora esistono nella PA dove la Legge 30 non si applica, al pari dei collaboratori a progetto in cui la medesima li ha trasformati nel settore privato, sono considerati lavoratori indipendenti. Sono oltre un milione, pur detraendo da essi vari ruoli non assimilabili a lavoratori. Il loro contratto è per definizione a termine, dove il termine è spesso di pochi mesi. E ad essi vanno aggiunti i molti che hanno dovuto dotarsi di partita Iva per poter trovare lavoro, ma che sono in realtà dei lavoratori alle dipendenze. Inoltre la maggior parte di questi lavoratori ha dinanzi a sé un futuro previdenziale tra il grigio e il nero, perché non guadagna abbastanza per formarsi una pensione integrativa, di cui pure avrebbe assoluto bisogno.
Siamo dunque di fronte ad una massa di persone giovani e meno giovani, posta contro la sua volontà in una condizione occupazionale instabile, che oltre ad essere scontenta dell´oggi ha smesso semplicemente di guardare al futuro. Posto che essa ammonta a quasi il 20% degli occupati in totale, forse 4 milioni di persone su 22, la sua mera presenza costituisce di per sé, o dovrebbe costituire, una fonte di specifiche preoccupazioni economiche, sociali e politiche. V´è dell´altro. Ad onta del gran discorrere sulla società della conoscenza e sui contenuti di sapere & tecnologia che caratterizzerebbero i nuovi lavori, gran parte dell´apparato produttivo continua ad offrire ai giovani degli impieghi largamente al di sotto del loro livello di istruzione. Una giovane arriva a un bel diploma di perito elettronico, ma trova lavoro soltanto come inseritrice di dati commerciali in un PC. Un´altra, o un suo compagno, acquisisce una laurea triennale, più una specialistica, più magari un master, e finisce nella ristorazione rapida, oppure in un centro di assistenza clienti dove deve concludere con successo il "contatto" telefonico entro tot secondi, altrimenti ne va della sua magra retribuzione oraria. Esiste insomma una vistosa sproporzione tra il livello di istruzione dei giovani, e il tipo di lavoro che l´organizzazione di molte aziende, nel privato come nel pubblico, continuano ad offrire.
Avere un contratto di lavoro di breve durata, magari ripetuto cinque o dieci volte, può essere sopportabile. Uno sopporta anche il part time che non vorrebbe. Per qualche lustro, finché si è giovani, ci si può concedere il lusso di non pensare al futuro. Si sopporta perfino la frustrazione di avere studiato tanto e bene, e di trovare soltanto lavori molto al disotto dello sforzo sopportato, come delle speranze coltivate. Ma un paese non può permettersi di avere alcuni milioni di giovani, e di assai meno giovani ormai, sulle spalle ed entro le teste dei quali tutte codeste condizioni contemporaneamente si sommano.


Occupati, il gioco dei numeri

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 06/03/2006

 

In occasione della visita di sabato a Torino, il presidente del Consiglio ha dichiarato a un´emittente locale che "noi abbiamo creato un milione e 560 mila nuovi posti di lavoro." L´affermazione non è originale, poiché Berlusconi ha spesso vantato i successi del suo governo nel far crescere l´occupazione, parlando di oltre un milione di occupati in più da metà 2001 in poi. Dubbi al riguardo sono stati avanzati da varie parti. Ma un numero così preciso, reiterato con tanta sicurezza, può far credere a qualcuno che si fondi su dati fuor di discussione, magari acquisiti da poco. Esso invita quindi a fare alcune verifiche. Stando alle quali, come si vedrà, il numero dei posti di lavoro effettivamente creati in più nei cinque anni del governo Berlusconi risulta assai più vicino allo zero che non al milione e mezzo.
La torreggiante cifra del milione e 560 mila nuovi posti di lavoro comincia a perdere i pezzi non appena si faccia un passo indietro nelle serie storiche degli occupati rilevati dall´Istat. In effetti, se tanti sono i posti creati fino ad oggi a partire dalla seconda metà del 2001, quando il nuovo governo prese ad operare, si dovrebbe constatare che all´epoca gli occupati erano meno di 21 milioni. Cifra cui si arriva sottraendo l´aumento in parola dall´ultima rilevazione diffusa dall´Istat, relativa al terzo trimestre 2005, che indica gli occupati in 22 milioni 542 mila. Il fatto è che gli occupati rilevati nel terzo trimestre 2001 erano già 21,8 milioni. Per trovare una cifra inferiore ai 21 milioni bisogna risalire addirittura al secondo trimestre 1999. Allora, delle due l´una: o i suoi consiglieri non si sono presi la briga di fare un minimo di controlli sui dati disponibili, prima di passarli al presidente; oppure bisogna ammettere che il governo Berlusconi, sebbene fosse allora soltanto un governo ombra, è riuscito per tre anni, dal 1999 a metà 2001, a far crescere il numero degli occupati mentre era in carica il governo di centrosinistra.
Si dirà: è vero che circa 750 mila occupati in più dal 2001 al 2005 sono meno della metà dell´aumento indicato dal presidente del Consiglio; però in una fase di prolungata stagnazione dell´economia è pur sempre un successo. Ma qui cade un´altra parte di quel che resta del galattico numero governativo. Perché oltre l´80 per cento degli occupati rilevati dall´Istat in tale periodo non sono affatto "nuovi". Sono persone che erano già occupate in precedenza, ma che non essendo iscritte alle anagrafi comunali non venivano captate dalle rilevazioni campionarie delle forze di lavoro condotte settimanalmente dall´Istituto. Si tratta di circa 650 mila cittadini stranieri che sono stati inseriti nelle anagrafi per effetto della regolarizzazione degli immigrati, che ha dispiegato i suoi effetti statistici dalla fine del 2002. In totale, tra il 1° gennaio 2003 e il terzo trimestre 2005 i cittadini stranieri iscritti negli elenchi comunali sono aumentati di quasi un milione di unità, contribuendo a far salire la popolazione residente da 57,3 milioni a inizio 2003 a ben 58,6 milioni a giugno 2005, stando ai bilanci demografici dell´Istat. In tale nuova posizione formale detti cittadini sono finalmente entrati nell´universo statistico su cui si basano le rilevazioni campionarie dell´Istat. Queste hanno quindi potuto contare per la prima volta come "occupati rilevati" anche le centinaia di migliaia di persone tra gli stranieri regolarizzati che un lavoro già l´avevano. In sostanza i posti di lavoro che figurano in più nelle rilevazioni trimestrali dell´Istat non sono stati affatto "creati" dalle politiche governative. Salvo sostenere, ovviamente, che sono state le sue politiche demografiche a far aumentare la popolazione e con essa gli occupati. Al più si può dire che con la regolarizzazione degli immigrati si è reso possibile contare meglio le persone che sono effettivamente occupate.
Si noti che l´effetto della regolarizzazione stessa sulle statistiche dell´occupazione, nelle quali crescono i numeri mentre il numero degli occupati effettivi in realtà rimane fermo, è stato ripetutamente sottolineato da fonti ufficiali. Gli stessi comunicati trimestrali dell´Istat non hanno mancato di rilevare via via che l´aumento degli occupati rilevati negli ultimi anni è dovuto in massima parte all´incremento della popolazione residente. Quanto alla Banca d´Italia, non potrebbe essere più categorica: tra il 1° semestre 2003 e il 1° semestre 2005 "l´incremento della popolazione spiega da solo quasi l´80 per cento della crescita complessiva del numero di occupati" (Bollettino Economico no. 45, nov. 2005, p. 51).
Una volta stabilito che gli occupati rilevati sono aumentati dal 2001 al 2005 di 750 mila unità, ma che almeno quattro quinti di essi lavoravano già prima, il milione e 560 mila nuovi posti di lavoro appare ridursi ad appena 150 mila unità. Trentamila l´anno: non propriamente un risultato epico per un governo che ama dire d´aver fatto più riforme che tutti i precedenti messi insieme. E tuttavia è un risultato anch´esso soltanto in apparenza positivo. Infatti i 650 mila immigrati regolarizzati a partire dal 2003 già lavoravano a quell´epoca, altrimenti non sarebbero stati messi in regola. Ora, sommando tale cifra agli occupati rilevati a fine 2002, gli occupati effettivi di allora salgono a 22,7 milioni, che sono 150 mila in più di quelli rilevati al presente, ovvero nel terzo trimestre 2005. (Con un calcolo analogo ma riferimenti temporali diversi l´ultimo Rapporto congiunturale Ires-Cgil arriva a una cifra ancora peggiore: meno 177 mila). Scavando sotto la cifra del milione ecc. di posti di lavoro in più si potrebbe dunque arrivare a scoprire che ci ritroviamo con oltre 150.000 occupati in meno. Una stima resa plausibile anche dalla diminuzione di 102 mila unità di lavoro a tempo pieno (ULA) nel 2005 indicata dall´Istat a inizio marzo, sebbene le ULA siano stime di input di forza lavoro nella produzione del Pil e non vadano confuse con gli occupati rilevati.
Usare le statistiche con qualche disinvoltura fa parte della politica, specie in tempi di elezione. Lo ha fatto pure Bush nel 2004, anche lui in tema di occupazione. Ma presentare come un aumento d´oltre un milione e mezzo di occupati effettivi quel che non raggiunge un decimo di tale cifra, sempre che non implichi una riduzione secca dei posti di lavoro, merita di certo un apposito capitolo in un futuro manuale sulle strategie elettorali.


L´Operaio e la Macchina

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 20/01/2006

 

Se si guarda alla storia del lavoro, i metalmeccanici – le tute blu – non sono una categoria di operai tra le altre. Sono l´Operaio. L´operaio è anzitutto un corpo umano al quale si chiede, da oltre due secoli, di compiere su dei pezzi di metallo alcune operazioni, semplificate al punto da poter essere eventualmente affidate a una macchina. In seguito a ciò diventa possibile costruire una macchina che provvede a render superfluo l´operaio.
Prima dell´operaio - è il caso che riporta Adam Smith in La natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) - uno spillo veniva fabbricato da un solo lavoratore, il quale stirava il filo d´acciaio, lo tagliava di misura, forgiava la testa dello spillo, appuntiva l´altra estremità, lucidava il tutto e lo incartava. Poi qualcuno scoprì che facendo svolgere ciascuna operazione da un singolo lavoratore la capacità di fabbricare spilli – quella che si sarebbe chiamata produttività – poteva aumentare di centinaia di volte. Con la divisione del lavoro applicata in modo spinto alla fabbricazione di spilli era nato il moderno metalmeccanico.
La macchina che fabbricava da sola gli spilli fu inventata davvero qualche tempo dopo, per cui gli operai del settore persero il lavoro. Successivamente un processo analogo si è ripetuto in molti altri campi. Non solo nella fabbricazione di parti metalliche, ma anche nel loro montaggio o assemblaggio per giungere a un prodotto finito. All´inizio del Novecento un ingegnere statunitense, Frederich W. Taylor, perfezionò la divisione del lavoro nelle officine introducendo un nuovo principio: pensare nuoce alla produttività. Chi usa le braccia per lavorare non deve pensare a quello che fa. Questo compito spetta soltanto alle direzioni d´officina. I loro uffici "tempi e metodi" sono centri di scienza organizzativa, incaricati di studiare come far muovere il corpo e le membra dell´operaio nel modo scientificamente più appropriato, allo scopo di ricavare da esse una maggior produttività.
Poco dopo la sua concezione teorica, la divisione del lavoro di tipo tayloristico, nel duplice senso di scomposizione d´un mestiere in operazioni elementari e ripetitive, e di drastica separazione tra ideazione ed esecuzione, veniva applicata su larga scala nelle officine Ford di Detroit sotto forma di catena di montaggio (1913). L´oggetto in fabbricazione – in questo caso un´auto, ma lo stesso sistema verrà presto adottato in ogni settore produttivo – scorre su un nastro meccanico davanti al lavoratore. Questo non deve far altro che compiere alcuni gesti elementari, purché si muova con la rapidità necessaria a non farsi scappare il pezzo che avanza sulla catena. Per vari aspetti i robot di oggi sono stati prefigurati allora. Le attuali braccia meccatroniche non compirebbero i movimenti sapienti che avvitano e verniciano, posizionano e montano pezzi complicati, se non fossero stati prima concepiti come movimenti delle braccia di operai addetti alle catene di montaggio.
Operai che però hanno anche una mente, la quale non ha mai gradito di venire consultata sul lavoro il meno possibile, perché così le manifatture prosperano di più, né di vedere il corpo che la ospita trasformato, insieme con quello dei compagni, in una parte di una grande macchina. Un´osservazione risalente ad un autore che influenzò non poco Marx, Adam Ferguson, il quale nel Saggio sulla società civile del 1767 denunciava pure la «disparità di condizioni e ineguale coltivazione della mente» che derivava da una avanzata divisione tecnica del lavoro.
Ci hanno provato spesso, i metalmeccanici, a ridurre la disparità di condizioni che deriva dal lavoro suddiviso in fasi insignificanti, e a introdurre in fabbrica una maggior possibilità di coltivare la mente. Lo hanno fatto con gli scioperi contro l´organizzazione parcellare del lavoro, dalla Renault di Billancourt del 1912 sino alla Fiat di Melfi del 2004, uno stabilimento in cui il tradizionale ufficio tempi e metodi che stabiliva imperativamente con quale angolo, e a quale velocità, bisogna muovere il braccio sinistro o la gamba destra, è stato sostituito da un computer; non è chiaro se con un tocco di umanità in più o in meno. Si sono opposti al lavoro insignificante, i metalmeccanici, anche specializzandosi in nuove professioni, come quelle che consistevano nel fabbricare parti dal raffinato e complesso disegno guidando a mano, con l´occhio al centesimo di millimetro, macchine utensili come torni e frese, rettifiche e piallatrici. Oppure, ancor sempre a mano, costruendo al banco, a forza di passaggi con lime e altri attrezzi via via più fini, prodigi di precisione come gli stampi destinati alle presse che ricavano dalla lamiera ogni sorta di sagome.
Sono professioni meccaniche durate una generazione o più, ma via via rese ridondanti, e gli operai specializzati con esse, dall´avvento di macchine sempre più indipendenti dall´operatore. Tornitori, fresatori e compagni sono stati quasi ovunque sconfitti, sin dagli anni ´50 del Novecento, dall´arrivo delle macchine utensili automatiche, poi dalle batterie di teste operatrici a trasferimento automatico, infine dai sistemi flessibili di produzione. Negli anni ´60 i mestieri di aggiustatori e attrezzisti sono stati eliminati dal controllo numerico - macchine che eseguono lavorazioni complicate sotto la guida di un programma elettronico. E per i mestieri restanti sono arrivati i robot.
C´è tuttavia qualcosa, nel corpo e nella mente dei metalmeccanici che hanno reso possibile con i loro successivi adattamenti l´industria moderna, che sembra proprio non possa essere trasferito alle macchine. E che forse spiega come siano ancora tanti, più di un milione e ottocentomila, e producano ancora, in Italia, immense quantità di manufatti all´anno: 27 milioni di tonnellate d´acciaio, oltre 20 milioni di elettrodomestici, 1 milione di auto, decine di migliaia di macchine che sanno fare di tutto, da produrre altre macchine a inscatolare biscotti. Tempo fa vi furono tecnici di produzione che puntavano a realizzare stabilimenti dove non c´era nemmeno bisogno di accendere la luce, perché erano interamente automatizzati. Ma quei pochi che riuscirono a costruire si rivelarono un mezzo disastro, e la maggior parte di simili progetti è stato abbandonato. Perché non c´è robot o automatismo che possa sostituire l´occhio e l´ascolto d´un operaio, allenati a distinguere ciò che a un dato momento funziona bene o male in un impianto in marcia; né la sua manualità che sa individuare e riparare difetti di qualità del prodotto. E meno che mai la sua conoscenza implicita dei mille snodi in cui le parti in produzione, i sistemi automatici, i tempi e i cicli e gli arrivi di materiali giusto in tempo dai fornitori si intersecano e si completano, ma non di rado si complicano e si disturbano a vicenda, sino a che l´intero processo s´inceppa. A meno che non intervenga la capacità del metalmeccanico di turno di capire e rimediare in tempo. Ad onta di chi vorrebbe che la sua mente fosse consultata il meno possibile, o di chi pensa che i metalmeccanici siano figure del passato.


Dove sta l´interesse nazionale

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 07/12/2005

 

Al punto critico in cui sono arrivate le cose dopo l´attacco delle forze dell´ordine ai gazebo dove si annidava – qualcuno deve aver immaginato – il nocciolo duro dei resistenti valsusini, restano forse due strade per ragionare con calma sulla questione della Tav. Una strada consiste nel riconoscere un irrimediabile conflitto di fondo tra gli interessi locali e l´interesse nazionale, ma questo non deve prevaricare brutalmente sul secondo. I primi sono sacrosanti e non possono venire calpestati. Il secondo è però talmente più vasto, considerati i vantaggi economici che l´opera promette di recare alla collettività nazionale, da rendere inevitabile una decisione a favore della realizzazione dell´opera.
Una volta che si sia adottato questo schema di ragionamento, che comporta anche la rinuncia da parte delle autorità all´idea di mantenere la valle sotto controllo militare per venti o trent´anni, si tratta di vedere in che modo gli interessi locali, che si riconosce verranno inevitabilmente lesi, possono essere oggetto di qualche forma di compensazione. Si è parlato, a questo riguardo, di piani di sviluppo da individuare a beneficio dell´intera valle, attinenti all´economia e all´ambiente, al turismo e alla scuola. Altri hanno ventilato, un po´ più rozzamente, indennizzi monetari diretti: tot euro per abitante da far affluire alle casse comunali, affinché aiutino la popolazione ad alleviare i disagi. Così come si è parlato di una opera di convincimento e di chiarificazione, e di rassicurazioni circa il fatto che non appena emergessero, dalle apposite e continue verifiche, rischi ambientali finora non sospettati, si cercherebbero soluzioni tecniche adeguate per eliminarli.

L´adozione di questo schema mentale, per cui l´interesse nazionale è prioritario, e però si ammette che gli interessi locali vanno compresi e bisogna far tutto il possibile per salvaguardarli e ove opportuno compensarne i danni mediante adeguati investimenti sussidiari, avrebbe tra l´altro il merito di avviare nuovamente un processo decisionale in sede politica, tramite incontri bilaterali o trilaterali tra i sindaci della Val di Susa, gli esponenti della Regione e della Provincia, e i rappresentanti del governo. Risalendo per così dire in superficie dall´abisso in cui gli interventi manu militari rischiano di affondarlo.
Una seconda strada potrebbe invece essere quella di adottare uno schema mentale diverso, il cui punto di elaborazione iniziale consiste nel chiedersi se per caso non siano proprio gli abitanti della Val di Susa quelli che, con la loro opposizione a questo progetto di Tav, stanno facendo l´interesse nazionale. Che essi abbiano perseguito e perseguano interessi particolari non v´è dubbio. Ma intanto che così agivano essi hanno anche contribuito a far emergere per varie vie, in Italia, una tal massa di studi, di documenti, di interrogativi fondati circa la effettiva validità e la priorità del progetto, da far pensare che un minimo di principio di precauzione dovrebbe indurre a prenderli in seria considerazione.
E precisamente, bisogna ammettere, dal punto di vista dell´interesse nazionale. Il quale interesse vorrebbe che per completare l´opera si spendessero i 13 miliardi previsti, e non molti di più, perché altri miliardi certamente andranno spesi per completare la prima tratta del percorso valsusino, dal Monte Musiné al paese di Bruzolo (un altro colossale pezzo dell´opera complessiva che al momento sembra dimenticato da tutti), nonché il raccordo con la rete ferroviaria di Torino e l´interporto di Orbassano. Così come vorrebbe, l´interesse nazionale, che si valutasse l´ordine di priorità del Tav in Val Susa a confronto delle grandi e grandissime opere – forse troppe – che rientrano tra i progetti di reti europee, e si cercasse di capire al tempo stesso quanti milioni di tonnellate dovrebbero migrare dalla gomma alla rotaia, verso il 2030, per giustificare economicamente l´opera. Salvo, ovviamente, pensare a suo tempo di vietare per legge il transito su gomma in Val di Susa.
Non è un esercizio retorico, mettere a confronto due schemi mentali differenti per vedere dove portano. Prima di ogni altra esiste infatti una responsabilità cognitiva dei tecnici, degli amministratori, dei politici, dei media. Perché dallo schema che uno sceglie per ragionare e confrontare meriti e demeriti di diverse opzioni operative discendono conseguenze reali dalle quali, diversamente da quanto accade con le opzioni cognitive, non si può in seguito tornare indietro. Sarebbe insomma meglio evitare che qualche figlio o nipote degli oppositori valsusini di oggi si venisse a trovare verso il 2035 in una situazione tale da indurlo ad affiggere una lapide, all´imbocco di due gallerie verso il confine francese, una autostradale in cui transitano innumerevoli Tir stracarichi di merci, e una ferroviaria con rombanti carri semivuoti, con la scritta: "Cercarono di fare l´interesse nazionale, ma non furono ascoltati".


Le domande senza risposta

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 30/11/2005

 

Sono tendenzialmente favorevole a un rilevante trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia. Potrei quindi essere etichettato come un potenziale pro Tav, per inclinazione e per gli studi fatti sulle conseguenze dello sviluppo industriale. La massa delle merci in viaggio per l´Europa è formata in effetti o da materie prime o semilavorati o componenti destinati all´industria, oppure da beni prodotti dall´industria. Il mezzo più efficiente per trasportarli, dal punto di vista energetico, e il meno oneroso per l´ambiente, è certo la ferrovia. Ben vengano dunque i progetti intesi a trasferire sui treni alcuni milioni di tonnellate di merci l´anno.
Nel caso della Val di Susa, in quanto tendenziale pro Tav, sono rimasto però – almeno fino ad ora – alquanto deluso. Mi attendevo che i politici, gli amministratori, i dirigenti d´impresa, gli esperti rispondessero con argomenti circostanziati alle perplessità di ordine tecnico ed economico sollevate da varie parti sulla grande opera che dovrebbe attraversare, per il lungo, tutta la valle. Ora è certo possibile che mi sia perso qualche articolo o discorso super-documentato. Resta il fatto che gli argomenti pro Tav in Val di Susa avanzati negli ultimi mesi mi paiono rientrare prevalentemente nella categoria "ce lo chiede l´Europa", ovvero "non si può bloccare il progresso", o, ancora, "non si può cedere alla demagogia". Un po´ poco, per uno che è sì pro Tav, ma che vorrebbe vedere la sua causa difesa con ragioni compiutamente argomentate. Proverò a riassumere in alcuni punti le domande che mi pare non abbiano ricevuto finora, dal fronte pro Tav, risposte approfondite.
1) Sarebbe utile sapere quali analisi economiche sono state fatte, ovvero quali strumenti legislativi si pensa di introdurre, per assicurare che una volta compiuta la grande opera il traffico merci si sposti realmente, in misura tale da giustificare i costi economici e sociali dell´opera, dalla strada alla rotaia. Tale quesito è stato sollevato da un economista liberale, Mario Deaglio (La Stampa, 11/11/2005). I binari non sono dotati di un´attrazione magnetica tale per cui si possa essere certi che, una volta posati, fiumi di merci lasceranno la strada per affluire su di essi. Sarebbe drammatico se, dopo 15-20 venti di lavoro, trasformazioni radicali, sociali economiche e ambientali, di un´intera valle, e 15 miliardi di euro (che potrebbero facilmente diventare 18 o 20) le merci continuassero a correre sui tir.
2) Altri studiosi di economia, nemmeno essi estremisti, hanno osservato che il potenziamento della linea esistente, quella del Frejus, e una appropriata politica tariffaria pro-ferrovia e moderatamente anti-Tir, la domanda ferroviaria per Modane potrebbe arrivare a quasi 17 milioni di tonnellate/anno. Con la realizzazione della Tav in Val di Susa la domanda potrebbe arrivare – ma non è certo, perché la composizione delle merci cambia – a poco più di 21 milioni di tonnellate l´anno (Andrea Boitani, la voce.info, 23/11/2005). Su un piatto, dunque, ci sono forse quattro milioni di tonnellate in più sui treni; sull´altro, un traforo di 52,7 chilometri, più uno di dieci, con 15 miliardi di spesa e oltre. Sarebbe gratificante, per chi crede nell´importanza del passaggio alla rotaia, capire come si pensa di equilibrare i due piatti della bilancia.
3) Gli svizzeri sono molto avanti con il raddoppio del Gottardo ferroviario e con la costruzione del nuovo tunnel del Loethchberg, dalle parti del Sempione. Pare ovvio che nei prossimi anni gran parte del traffico merci del milanese e di gran parte della Lombardia prenderà tale direttrice per andare sia a Nord che a Nord-Ovest. E´ possibile vedere, e serenamente discutere, qualche studio che mostri in qual modo tale novità, che diventerà operativa molto prima dell´eventuale Tav in Val di Susa, verrà ad incidere sulla convenienza di quest´ultima opera? Se mai un simile studio fosse in giro, un pro Tav tendenziale come chi scrive lo vedrebbe volentieri accompagnato da qualche studio comparato che dimostrasse razionalmente la convenienza, a livello nazionale, dell´opera valsusina rispetto a varie alternative. Quali, ad esempio, il raddoppio del Brennero, o il potenziamento della linea da Torino a Nizza, o della stessa linea preesistente del Frejus.
Ho lasciato da ultimo, ovviamente, la domanda delle domande. Anche nel caso in cui si dimostrasse con cifre e argomenti ben fondati che la Tav in Val di Susa è, dal punto di visto economico, e a lungo termine, superiore a tutte le alternative possibili, e garantisce con elevata probabilità il passaggio di grandi volumi di merci dalla gomma alla ferrovia, bisogna chiedersi come si pensa di mantenere in valle un megacantiere della durata di 15-20 anni, che produrrà e dovrà poi trattare e trasportare alcuni milioni di tonnellate di materiali di scavo, contro la volontà di tutta una popolazione. Certo, impiegando un paio di migliaia di poliziotti e carabinieri al giorno, per tutto quel periodo, si potrebbe anche farcela. Ma con costi sociali e politici sin troppo facilmente immaginabili.
A questo punto la domanda non può che essere girata a Romano Prodi. Perché come economista che punta al governo, ha certamente le carte in regola per chiedere che, prima di avviare i macchinari degli scavi, i pro Tav della regione e del paese diano risposte tecnicamente esaurienti alle osservazioni critiche sollevate finora. Ma soprattutto perché la questione è diventata per intero politica, come sono tutte le grandi questioni economiche non appena si scavi un poco sotto le loro apparenze tecniche. La loro sostanza è sempre la stessa: si tratta di distribuire con equità i costi e i benefici tra le popolazioni, gli strati sociali e i territori coinvolti in innovazioni radicali. Nella vicenda della Val di Susa parrebbe, al momento, che i costi gravino prevalentemente su una parte sola. Vorremmo capire come Prodi pensa di ridurre tale squilibrio, o magari se non medita di impostare uno scenario affatto inedito, che preveda più benefici che costi per tutti gli interessati.


Il caso Bnl, il fisco e l´arte di eludere le tasse

di Luciano Gallino

su la Repubblica del 23/08/2005

 

È stato calcolato da esperti che le sette società che hanno ceduto a Unipol le azioni Bnl in loro possesso hanno realizzato complessivamente, senza muovere un dito, o usandolo solo per cliccare sul mouse, un guadagno di 1,2 miliardi di euro. Hanno rastrellato circa un miliardo di dette azioni tra uno e due anni fa, pagandole 1-1,3 euro l´una; le hanno cedute a Unipol al prezzo convenuto di 2,7 euro. Da qui il guadagno, che gli addetti ai lavori chiamano plusvalenza. Ma la vera notizia non è la rilevante entità di questo, o la facilità con cui sarà conseguito. Essa va vista piuttosto nella entità risibile delle tasse che su tale guadagno le società cessionarie legalmente pagheranno: forse 20 milioni di euro, nel migliore dei casi, pari all´1,7 per cento della somma in questione.
Un simile regalo dello Stato è reso possibile da una specifica norma, denominata Pex (da participation exemption), contenuta nel Testo unico della legislazione fiscale. Essa prevede che siano totalmente esentate da ogni tassa le cessioni di azioni possedute da imprese a titolo di partecipazione in altre società, purché sussistano un paio di condizioni: che le azioni stesse siano state tenute in portafoglio per almeno un anno, e che la società partecipata esista davvero, né sia iscritta nella lista dei paradisi fiscali. Tali condizioni sussistono tutte nel caso Bnl, con alcune eccezioni personali alle quali si deve se il fisco incasserà almeno una ventina di milioni.
Se il cerchio si chiudesse qui, per evitare il ricorrere di analoghi doni alle società - sui quali si dovrebbe forse chiedere un parere ai milioni di persone che al fisco versano ogni mese un terzo del loro reddito come imposte dirette, e ogni giorno un altro 15% (in media) in forma di imposte indirette - basterebbe cancellare quanto prima la Pex. Come già hanno proposto esponenti del centrosinistra, nel caso in cui questo vincesse le elezioni. Il cerchio è invece molto più ampio, e di esso la Pex è solamente un capitolo modesto. La vicenda del capitale Bnl apre in realtà una finestra su una pratica delle imprese tra le più diffuse e gravide di conseguenze in Italia come nel mondo intero. Al di là di espressioni tecniche quali elusione fiscale o "minimizzazione delle imposte", tale pratica si può definire come l´arte di schivare le tasse.
L´esercizio di tale arte non presuppone soltanto l´abilità di sfruttare le pieghe della legge per pagare meno tasse, che è il significato comune di elusione fiscale. Richiede la capacità di organizzare la produzione a livello internazionale in modo che ciascuno dei suoi anelli sia assoggettabile a prelievi fiscali minimi o inesistenti. È quanto si fa, ad esempio, con il prezzo di trasferimento: le società di un gruppo dichiarano di vendere ad altre società dello stesso gruppo dei beni a un prezzo talora alto, talora basso, ma sempre determinato in modo che i profitti vengano a cadere giusto nel paese in cui l´imposizione fiscale è minore. Una procedura dalle enormi ricadute, a vantaggio delle imprese e a danno dei bilanci pubblici, posto che oltre la metà del commercio mondiale è costituito da simili scambi. La stessa arte presuppone la possibilità di pagare legioni di consulenti legali ed economici aventi una potenza di fuoco, nei tribunali, tale da schiacciare quella contrapposta del fisco. In Gran Bretagna, per dire, le quattro maggiori società di revisione contabile fatturavano nel 2002 quasi 6 miliardi di sterline, mentre il bilancio dell´ufficio centrale del dipartimento delle finanze che doveva tenere loro testa ammontava a meno di 40 milioni. In Usa, poco prima del crollo la Enron aveva speso 88 milioni di dollari di consulenze per evitare di pagare 2 miliardi di tasse federali. L´arte di schivare le tasse comporta infine di avere la capacità politica, ideologica e mediatica sufficiente per convincere i governi a emanare norme fiscali adatte a ridurre drasticamente l´imponibile, in modo da fare in pratica evaporare le aliquote sul reddito delle società – tipo, nel suo piccolo, la Pex.
Negli ultimi decenni l´arte di schivare le tasse, che si compendia nella contrapposizione tra pagare quanto si riesce a fare apparire formalmente legale e quanto invece sarebbe sostanzialmente equo, giusto, legittimo pagare, ha provocato in gran parte del mondo una forte erosione della base fiscale dei bilanci pubblici. Inoltre è stato operato su larga scala un trasferimento della tassazione dai redditi da capitale ai redditi da lavoro. In Italia, le tasse pagate da individui e famiglie rappresentano ormai il 43% delle entrate primarie dello stato; quelle delle imprese, il 6%. Dato non sorprendente, ove si pensi che secondo i dati della Cgia di Mestre oltre il 48% delle 723.000 società di capitali hanno dichiarato nel 2001, ai fini dell´imposta sulle società, un reddito negativo o pari a zero. D´altra parte negli Stati Uniti individui e famiglie pagano l´80% delle imposte federali; le imprese il 20%. Negli anni ´50 il contributo di queste ultime superava il 40%. Per quanto attiene all´Unione Europea, già qualche anno fa la società di revisione Deloitte & Touche stimava che lo schivamento delle tasse fosse dell´ordine di 140 miliardi di euro l´anno. È in cifre di questo genere che andrebbero cercate alcune ragioni almeno dei deficit dei bilanci pubblici, che costringono in molti paesi a ridurre prestazioni sanitarie e servizi scolastici, insegnamento e ricerca universitaria, trasporti collettivi e pensioni, indennità di disoccupazione e protezione sociale per le famiglie.
Il cerchio si può quindi chiudere con il richiamo a una contraddizione. Dopo i tanti scandali societari del periodo 2000-2003, dalla Enron alla WorldCom alla Parmalat, si è registrato uno straordinario sviluppo del dibattito e delle iniziative in tema di responsabilità sociale delle imprese (Rsi). Centinaia di codici, a livello internazionale, nazionale e societario, sono stati redatti al fine dichiarato di introdurre maggiori quote di moralità, di attenzione ai portatori di interesse che non si collocano tra gli azionisti, nella gestione delle imprese. Ora si nota che in tali codici - ma lo stesso può forse dirsi di gran parte degli innumeri articoli sulla Rsi - il dovere per i manager di astenersi dall´arte di schivare le tasse utilizzando tutti i mezzi disponibili per fare rientrare nella legalità tale comportamento, in contrasto stridente con una comune nozione di equità e giustizia sociale, non è quasi mai menzionato. Alla fine, persino la vicenda del capitale Bnl, presa qui come spunto per toccare un tema ben più generale, potrebbe risultare utile alla collettività se fosse l´occasione per provare a inscrivere nei codici societari dedicati alla responsabilità sociale dell´impresa, magari a pagina uno, articolo uno, il suddetto fondamentale dovere.


PROMEMORIA PER LA SINISTRA

di Luciano Gallino

su La Rivista del Manifesto del 07/10/2003

Politiche industriali: Italia-Europa

Ogni volta che vengono riproposte si resta colpiti dalla povertà teorica e pratica delle riforme che la Confindustria e il governo vorrebbero attuare allo scopo di accrescere la 'competitività e la capacità di sviluppo' della economia italiana 1. Sono ispirate da criteri ben noti: meno tasse e contributi a carico delle imprese; maggior flessibilità del mercato del lavoro; riduzione della spesa pubblica per pensioni e sanità. Il fatto che tali riforme siano pressoché identiche, nella sostanza, a quelle che la UE raccomanda da tempo a tutti i paesi membri non ne riduce la pochezza; dimostra semmai che l'ideologia neoliberale o liberista che le sottende ha radici profonde nelle istituzioni europee, quanto ampie ramificazioni nei diversi paesi. Ove si faccia mente alle condizioni critiche in cui versa il nostro apparato produttivo, derivanti dalla marcata contrazione quanto dalla sparizione in pochi lustri di interi settori industriali, appare sin troppo agevole inferire che al fine di elaborare le linee di una politica capace di migliorare dette condizioni i criteri ispiratori dovrebbero essere assai differenti. Peraltro, in un paese che da quasi quarant'anni non ha prodotto un quadro organico di politica industriale, chiedere quali mai potrebbero essere tali criteri è di per sé una domanda impegnativa.
Per muovere qualche passo in tale direzione può essere utile il concetto di 'Standort', termine traducibile come 'posizione di un paese comparata all'economia internazionale'. Il concetto di 'posizione comparata', che non si esaurisce nelle ricorrenti quanto rudimentali classifiche della competitività a base di benchmarkings (ricerca del prodotto leader), ha dato origine a numerose elaborazioni teoriche, programmi politici e ricerche empiriche soprattutto in Germania - ovviamente declinato come Standort Deutschland. Dalla relativa letteratura possono venire, a giudizio di chi scrive, suggerimenti interessanti qualora si voglia tentar di riavviare una discussione sulla politica industriale in Italia. Va da sé che non si tratta di prendere a modello l'industria o la politica economica tedesche, quanto di cercar di capire in qual modo il concetto di 'Standort Italia' potrebbe contribuire a delimitare un programma quadro di politica industriale, dopo che per decenni esso sembra esser stato rimosso non soltanto dalla prassi, ma perfino dalla coscienza delle forze economiche e delle forze politiche del paese, incluse quelle di sinistra.
Tra coordinate dello Standort (d'ora innanzi S.) e contenuti di una politica industriale intercorre una relazione ricorsiva assai stretta. Una politica industriale dovrebbe puntare a migliorare lo S. di un paese; ma se lo S. di questo è tra mediocre e pessimo - è il caso dell'Italia - le coordinate del medesimo pongono severi limiti alla pronta elaborazione di una politica efficace. Trasformare tale spirale perversa in una spirale virtuosa - la politica industriale che migliora lo S. il quale permette di impostare una politica più incisiva - dovrebbe essere l'obiettivo di un programma politico prima ancora che di una politica economica.
La nozione di S. porta a individuare vari aspetti topici di una politica industriale. Tra questi si collocano:
- il modo di concepire e affrontare la sfida della globalizzazione; - investimenti pregressi e presenti in formazione e ricerca; - capacità tecnologiche e settori produttivi da sviluppare; - organizzazione del governo e politica industriale; - politica industriale, mercato del lavoro e politiche sociali Proverò ad esaminare brevemente ciascuno di questi aspetti in riferimento al nostro paese.
Globalizzazione. La nozione di S. propone di scegliere tra differenti schemi interpretativi sia della globalizzazione che dei suoi effetti in diversi campi. Stando alla versione neoliberale essa consiste nello sviluppo d'un sistema economico operante in tempo reale in ogni regione del pianeta. A tale schema interpretativo si può opporne un altro: la globalizzazione intesa come un progetto di formazione sociale vasta come il mondo, nel quale gli elementi economici sono inseparabili da quelli politici, culturali ed ecologici. Quanto agli effetti, lo schema neoliberale li desume dall'idea portante di 'vincolo': la globalizzazione potrà dispiegare i suoi effetti positivi solamente se saranno rimossi tutti i vincoli ovunque esistenti al libero impiego della forza lavoro, alla circolazione dei capitali, al commercio internazionale. Sono i vincoli del mercato del lavoro che producono un tasso elevato di disoccupazione, così come un costo del lavoro elevato perché gravato da troppi contributi obbligatori rende le imprese poco competitive sul mercato internazionale. Da questa idea portante derivano i pressanti inviti alla deregolazione, che significa in concreto ridurre il costo del lavoro, le prestazioni dello Stato sociale, il potere dei sindacati.
Uno schema alternativo potrebbe partire dalla constatazione che non esiste alcuna evidenza empirica capace di corroborare l'ipotesi che un costo del lavoro elevato riduca la competitività, oppure quella che la regolazione del mercato del lavoro generi disoccupazione. Al riguardo il caso Germania presenta per il caso italiano particolare interesse. Anche in quel paese la maggioranza degli studiosi, dei politici e dei media, si legge in un recente rapporto sullo S. Deutschland, condivide l'opinione che mercati del lavoro ingessati e sistemi di sicurezza sociale ostili alla competitività siano responsabili della situazione difficile che sta attraversando l'economia tedesca. Un'accurata analisi dei relativi dati porta però alla conclusione che gli argomenti dei 'de-regolatori radicali' non poggiano su fondamenta solide né dal punto di vista teorico né da quello empirico 2. Si può aggiungere che pur facendo registrare un costo del lavoro più elevato di quello italiano di circa il 40%, l'economia tedesca è una formidabile macchina esportatrice di prodotti aventi contenuti tecnologici medio-alti, capace di generare un sopravvanzo degli scambi commerciali superiore a quello di ogni altro paese industriale.
Formazione e ricerca. È un ambito dove lo S. Italia risulta particolarmente carente. L'Italia produce laureati in materie scientifiche e ingegneristiche, nella fascia d'età compresa tra i 20 e i 29 anni, in misura pari alla metà della media UE (il 5,6% contro il 10,3). Il tasso di popolazione provvisto d'un titolo di studio di terzo livello, nella fascia di età 25-64 anni, è il più basso della UE, appena il 10,3% contro il 21,2 in media; il 23% e oltre di Francia e Germania; il 28,5 del Regno Unito. Per quanto riguarda specificamente le forze di lavoro, in Germania la quota di coloro che posseggono un diploma di maturità, o di formazione professionale, o entrambi, tocca l'80%. Al contrario in Italia, nel 2001 (ultimo dato disponibile), tra i 21,5 milioni di occupati rilevati dall'ISTAT ben 10,2 milioni, ossia oltre il 47%, avevano un titolo di studio che non andava al di là della licenza di scuola media inferiore. Nessun altro paese UE presenta un tasso di scolarità delle forze di lavoro occupate altrettanto basso. Tasso che non deriva ovviamente da una scarsa propensione agli studi degli italiani, quanto dalla composizione della domanda che le imprese italiane hanno rivolto per decenni al mercato del lavoro in base a una definita politica tecnologico-organizzativa: sostituire ovunque sia possibile il lavoro qualificato con le macchine, e impiegare per il resto forza lavoro poco qualificata.
La quota di PIL destinata a spese per ricerca e sviluppo da parte della mano pubblica si aggira sullo 0,5%, contro lo 0,7 della media europea; in proporzione, la quota fornita dalle imprese è ancora minore, poco più dello 0,5 contro l'1,3% della media UE, al disopra della quale si collocano Francia, Belgio, Germania, mentre ancora più lontane sono Finlandia e Svezia, con oltre il 2,7%: il che vuol dire oltre cinque volte la quota di PIL spesa in Ricerca & Sviluppo (R&S) dalle imprese italiane. La percentuale delle piccole e medie imprese coinvolte in progetti di cooperazione per promuovere l'innovazione è di nuovo il più basso della UE (meno del 5%), mentre Francia, Olanda, Germania e Regno Unito presentano percentuali triple o più che triple, mentre Finlandia, Irlanda, Svezia e Danimarca superano l'Italia tra le quattro e le nove volte.
Capacità tecnologiche e settori produttivi da sviluppare. La nozione di S. porta a questo proposito a formulare due considerazioni e un corollario. Le considerazioni sono: 1. la grande importanza come fattore di traino dell'innovazione tecnologica di settori industriali sovente considerati maturi e quindi tecnologicamente infertili; 2. il peso economico che hanno assunto in pochissimi anni due tecnologie avanzatissime: le optotecnologie (o tecnologie ottiche, o tecnologie della luce) e le nanotecnologie. Il corollario: l'Italia appare in cattiva posizione sul primo punto, e ha ormai accumulato un ritardo - industriale più che scientifico - probabilmente incolmabile nello sviluppo delle tecnologie anzidette.
Un settore industriale che è stato definito di volta in volta maturo, tradizionale, destinato a essere praticato entro pochi anni soltanto nei paesi in via di sviluppo, ma che per contro mostra d'avere proprio nei paesi avanzati una eccezionale capacità quantitativa e qualitativa di traino tecnologico è l'automobile. Esso continua a sollecitare innovazioni fondamentali in altri settori che vanno dai nuovi materiali metallici e non metallici all'elettronica, dalla chimica alle optotecnologie. Traendone a sua volta cospicui vantaggi in tema di qualità del prodotto, di efficienza del ciclo produttivo, di capacità di creare occupazione e pagare alti salari, e di fare buoni profitti. Grazie allo stabilirsi di tale circolo virtuoso, le case tedesche come Volkswagen e Mercedes (la parte locale della DaimlerChrysler), BMW e Porsche stanno attraversando un periodo di solida prosperità. Pagano alti salari, al di sopra dei 2500 euro al mese; assumono personale a ritmi costanti sul lungo periodo, tanto che l'occupazione del settore (ivi compresi i fornitori) ha toccato nel 2002 quota 764.000, con un incremento di 100.000 unità rispetto al 1995; hanno costruito o stanno costruendo, oltre a quelli localizzati all'estero, nuovi stabilimenti e centri di ricerca in varie regioni del paese. Il loro fatturato complessivo ha superato nel 2002, quando hanno prodotto all'interno 5,5 milioni di veicoli (e 12,7 milioni nel mondo), i 202 miliardi di euro. Tra i fattori della rinnovata vitalità dell'auto tedesca si collocano gli investimenti in nuovi impianti per oltre 46 miliardi di euro effettuati tra il 1996 e il 2000, e i 30 miliardi di euro spesi in R&S solo nel biennio 2001-2002 3.
In termini di posizione comparata, si può notare che il fatturato dell'industria tedesca corrisponde oggi a oltre nove volte il totale dei ricavi netti di FIAT Auto per il 2002, essendo questi ultimi stati indicati dalla stessa casa in 22,1 miliardi di euro (o 23,3 se vi si include la Ferrari) per circa 2 milioni di veicoli prodotti nel mondo. Una ventina di anni fa, il fatturato dell'autoindustria tedesca era grosso modo equivalente a sole due volte quello dell'industria italiana, e quando si fossero detratti i marchi di lusso BMW, Mercedes e Porsche non era lontano dalla parità.
Le commesse e il sostegno alla ricerca dell'industria automobilistica hanno contribuito in Germania al forte sviluppo delle optotecnologie o tecnologie ottiche. Esse si ritrovano in lavorazioni industriali di eccezionale finezza e produttività mediante apparati laser; in terapie mediche e chirurgiche fondate sulla luce; in reti di comunicazione fotoniche aventi una capacità di trasmissione dieci milioni di volte superiore a quella di una connessione ISDN. La litografia è il settore delle optotecnologie che ha conosciuto i maggiori sviluppi industriali, grazie all'impiego sempre più esteso di apparati specializzati nella laser-incisione dei circuiti di microprocessori.
Il fatturato complessivo delle aziende tedesche operanti nel settore delle tecnologie ottiche ha superato nel 2002 i 4 miliardi di euro. La Germania è leader mondiale nel campo degli apparati laser per usi industriali, dove detiene il 40% del mercato; negli altri campi segue da vicino il Giappone e gli Stati Uniti. In Italia si può stimare che la ricerca di base nel campo delle tecnologie ottiche sia abbastanza avanzata, dato il gran numero di dipartimenti universitari e di centri di ricerca del sistema pubblico che se ne occupano. Anche aziende come la Pirelli hanno effettuato investimenti consistenti nella ricerca sulle fibre ottiche (salvo errore, 400 milioni di euro nel 2002). Peraltro sotto il profilo industriale vari segni non lasciano intravvedere un forte sviluppo del settore delle optotecnologie nel nostro paese. La francese Alcatel gestiva a Vimercate un centro di ricerca e reparti di produzione che hanno conseguito negli ultimi anni risultati apprezzabili in termini sia di brevetti sia di produzione. Però il primo agosto 2003 la casa madre Alcatel ha ceduto l'intero comparto optoelettronico alla statunitense Avanex (codice Nasdaq AVX); cosa accadrà a Vimercate non è dato sapere. La realizzazione di una grande rete fotonica della Omnitel/Vodafone è stata affidata alla inglese Marconi. Il Centro di Tecnologie ottiche dello CSELT, il grande centro di ricerca e sviluppo della telefonia che fu della STET, poi di Telecom, è stato ceduto alla Agilent Technologies nei primi mesi del 2000. Dopodiché, l'anno seguente lo CSELT è stato di fatto smantellato dalla Telecom.
Le nanotecnologie non hanno ancora raggiunto la diffusione e il peso economico delle optotecnologie, ma i loro usi industriali cominciano a essere tangibili in USA e in Germania. Il mercato mondiale a queste collegato ha superato da tempo i 50 miliardi di euro l'anno. Tra queste rientrano diversissimi processi di fabbricazione, applicazioni e prodotti (come le nanomacchine) che hanno in comune il fatto di aggirarsi in un campo di grandezze compreso tra 1 e 100 nanometri (un nanometro = un milionesimo di millimetro). Da molti esperti le nanotecnologie sono considerate quelle che maggiormente impronteranno il XXI secolo. La ricerca e la produzione in campi che vanno dall'elettronica alla farmaceutica, dalle macchine utensili alla protezione ambientale ne saranno rivoluzionati. In Germania il Bundesministerium für Bildung und Forschung (ministero federale per la Formazione e la Ricerca) ha costituito sei centri di competenza ai quali partecipano le imprese e i centri di ricerca interessati alle nanotecnologie. L'attività di tali centri è concentrata in campi quali i nanomateriali; i rivestimenti ultrasottili; l'impiego di nanostrutture nell'optoelettronica; la lavorazione ultraprecisa di superfici; strutture e macchine nanometriche. Nulla del genere sembra essere stato istituito in Italia. In totale il sostegno statale per lo sviluppo della nanoscienza e delle nanotecnologie è stato in Germania, per il 2000, di 63 milioni di Euro, e poco meno negli anni precedenti. In Italia esso ha toccato appena la decima parte, 6,3 milioni di Euro. Una situazione del genere lascia prevedere - e lo stesso vale in maggior misura per le tecnologie ottiche - che quando il mercato mondiale avrà raggiunto le dimensioni globali previste, la quasi totalità di esso risulterà occupato dall'industria di altri paesi.
Organizzazione del governo e politica industriale. Concezione e realizzazione d'una efficace politica industriale presuppongono l'esistenza di un ente centrale che la coordini e se ne faccia carico. La partecipazione dei gruppi economici, dei sindacati, delle associazioni di categoria, delle forze politiche è ovviamente essenziale, ma le loro domande e proposte debbono alla fine essere elaborate in modo unitario da un singolo organo al quale viene demandato sia di formulare esso stesso proposte innovative, sia di mettere in pratica le linee che sono state collettivamente concordate. Un simile ente non può che far parte dell'organizzazione del governo nazionale. In tutti i paesi industriali un simile ente compare con evidenza nell'organigramma governativo, di solito entro un singolo ministero, al massimo due.
In Italia le potenziali competenze e gli eventuali poteri di concezione e attuazione d'una politica industriale sono sparsi tra almeno quattro ministeri (o tre e mezzo, giacché uno è senza portafoglio). In ogni caso le prime come i secondi appaiono evanescenti. Il ministero dell'Economia e delle Finanze possiede ancora importanti quote azionarie di grandi imprese (ENEL, Finmeccanica, Fincantieri, ecc.), ma per individuare nell'organigramma qualcuno che se ne occupi bisogna scendere fino alla Direzione VII del dipartimento del Tesoro. Per scoprire poi che essa si limita a funzioni quali: monitoraggio delle partecipazioni finanziarie pubbliche; esercizio dei diritti dell'azionista; gestione dei processi di dismissione e di privatizzazione. Da parte sua il ministero delle Attività produttive si articola in quattro dipartimenti - Mercato, Internazionalizzazione, Imprese, Reti - le cui descrizioni funzionali non comprendono alcun riferimento specifico a settori industriali e tecnologie da sviluppare in via preferenziale, fatte salve le solite menzioni effusive quanto generiche alle ICT (Information and Communication Technology).
Queste ultime sono la specialità del ministro per l'Innovazione e le Tecnologie, che giustamente sono messe in risalto nell'organigramma del suo ministero senza portafoglio, ma nelle quali sembrano esaurirsi tutte le tecnologie esistenti. Chi intravveda il titolo del principale documento proposto dal suo sito - Le cinque grandi iniziative per modernizzare tecnologicamente l'Italia - può credere per un momento di trovarsi dinanzi a un programma di politica industriale e tecnologica a 360 gradi. Ma deve ricredersi non appena apra l'indice: le 'grandi iniziative' consistono infatti in PC e Internet agli italiani; Carta d'identità elettronica; Innovazione nei grandi sistemi nazionali (sanità, scuola); Diffusione ICT nelle imprese; Federalismo efficiente (con la precisazione che l'obiettivo è un "modello di Pubblica Amministrazione efficiente decentrato, ma integrato con le tecnologie di rete").
Resta il ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR). Nella parte URST (Università e Ricerca Scientifica e Tecnologica) dell'organizzazione del MIUR l'unico ente che appare occuparsi di tecnologia e ricerca industriale è il Servizio per il potenziamento dell'attività di ricerca. Peraltro la descrizione delle sue funzioni mette subito in chiaro che esso non si occupa di definire determinate priorità scientifico-tecnologiche per poi contribuire a porre in essere le condizioni per la loro attuazione, con l'intervento programmato di attori pubblici e privati - l'essenza di una politica industriale - quanto di sovrintendere alle modalità di concessione di agevolazioni alla ricerca industriale in generale, avendo particolare cura nel non privilegiare alcuna particolare linea di essa.
A differenza dell'Italia, i ministeri dell'economia e della ricerca dei maggiori paesi europei mostrano d'avere una organizzazione strutturata in modo da conferire sin dai massimi livelli competenze e responsabilità specifiche nel campo della politica industriale e tecnologica. Il Bundesministerium für Wirtschaft und Arbeit (BMWA) della Germania comprende dodici Abteilungen o dipartimenti, facenti capo a sei sottosegretari, che posseggono ampi poteri di iniziativa e di coordinamento in campi quali la politica economica (A. I); l'industria e la protezione ambientale (A. IV); la politica della tecnologia e dell'innovazione (A. VI); le piccole e medie imprese, l'artigianato, i servizi (A. VIII); l'energia (A. IX). Va sottolineato che dopo l'accorpamento nel settembre 2002 delle competenze prima assegnate al ministero del Lavoro, altri dipartimenti del BMWA collocati allo stesso livello dei precedenti si occupano di politica del mercato del lavoro (A. II) e di diritto e tutela del lavoro (A. III). Sempre in Germania, l'analogo del MIUR, il Bundesministerium für Bildung und Forschung, comprende un dipartimento Informazione, Comunicazione e nuove Tecnologie, articolato in sezioni che si occupano specificamente, tra l'altro, della promozione di ricerca, sviluppo e applicazioni industriali in settori quali nanomateriali, nanoelettronica e nanosistemi; sistemi e tecnologie di produzione; tecnologie ottiche; microsistemi; brevetti; software per l'IC.
Nel Regno Unito il ministro complessivamente responsabile del Department of Trade and Industry sovrintende all'attività di tre ministri e due sottosegretari, su un totale di sei, che si occupano tutti primariamente di temi connessi alla politica industriale: a. energia, sviluppo sostenibile, industrie delle comunicazioni e dell'informazione; b. industria e corporate governance; c. politiche commerciali ed esportazione; d. piccola e media industria (PMI), costruzioni, beni e servizi per il consumatore; e. scienza e tecnologia, politiche dell'innovazione, bioscienza e prodotti chimici. Quanto alla Francia, subito al disotto del Ministre de l'Economie, des Finances et de l'Industrie, si trova un altro ministro con delega - attuata per il tramite di altrettante direzioni generali - per l'industria e le tecnologie dell'informazione; l'energia e le materie prime; le tecnologie dell'informazione; la sicurezza nucleare e la radioprotezione.
In Italia, al vuoto organizzativo a livello di governo in tema di politica industriale pare corrispondere, in una infeconda relazione dialettica, il vuoto delle idee. Si veda il rapporto L'economia industriale italiana. Tendenze, prospettive, politiche, predisposto nella primavera del 2003 dal ministero delle Attività produttive (MAP) in vista del semestre di presidenza italiana della UE. Vi si legge: "La politica industriale è orizzontale per natura e mira ad assicurare le condizioni generali favorevoli alla competitività dell'industria. [...] In ogni caso la politica industriale ha bisogno di tener conto delle necessità specifiche e delle peculiarità di ogni settore. Perciò, inevitabilmente la politica industriale unisce una base orizzontale e applicazioni settoriali" (p. 29). Una volta edotto in modo sì penetrante dei caratteri della politica industriale, il lettore viene informato circa le politiche orizzontali del MAP. Si esplicano in cinque campi: 1. energia. Qui "l'obiettivo è duplice: più offerta di energia; più liberalizzazioni e semplificazioni". 2. Sperimentazione preindustriale, "per costituire uno zoccolo duro tecnologico a disposizione delle imprese, specie di quelle di dimensioni minori". 3. Sostegno finanziario alle imprese che applichino - nullameno - "le più avanzate tecnologie IC ai loro modelli organizzativi". 4. Internazionalizzazione delle imprese, mediante un'apposita "autostrada per l'internazionalizzazione". 5. Credito alle PMI (pp. 31-33). Se le politiche orizzontali appaiono alquanto indefinite, si può passare alle applicazioni settoriali, poiché "Il MAP tiene conto delle necessità specifiche e delle peculiarità di molti settori industriali. A titolo esemplificativo: "a. chimica - il ministero è impegnato: nell'elaborazione di nuove linee politiche di rilancio della chimica italiana; nella conseguente riconversione dei siti produttivi [...]. b. Auto - il ministero ha coordinato un Tavolo con la partecipazione della presidenza del Consiglio, del ministero del Welfare, di FIAT e delle organizzazioni sindacali, che nello scorso mese di novembre 2002 ha analizzato il piano industriale di FIAT Auto [...]. c. Meccanica: - il ministero cura gli approfondimenti del Piano nazionale dell'industria meccanica [...]" (pp. 33-34).
Una lettrice o un lettore potrebbero sentirsi insoddisfatti per la circostanza che mentre il nostro MAP discute, quanto a obiettivi di politica industriale, di crediti alle PMI, di riconversione di siti produttivi e di tavoli per analizzare piani industriali di aziende in crisi, i ministeri dell'industria di Germania, Francia e Regno Unito tracciano vasti e dettagliati programmi di sviluppo in settori che si chiamano aerospaziale; nanotecnologie; biotecnologie; tecnologie ottiche e optoelettroniche; nuove fonti energetiche. Lei o lui potrebbero allora provare a rivolgersi alle Linee guida per la politica scientifica e tecnologia del governo, documento interministeriale dell'aprile 2002. In effetti le affermazioni di principio, seppur di tono scolastico, appaiono qui avere quantomeno presenti gli aspetti più rilevanti d'una politica tecnologico-industriale: "Bioscienza, Nanoscienza ed Infoscienza, opportunamente orientate dall'etica dei valori, tendono a caratterizzarsi come i motori della crescita e dello sviluppo sostenibile nei prossimi decenni" (p. 10) Tuttavia, quando uno cerchi di afferrare quali sono i contenuti del "nuovo approccio strategico della politica scientifica nazionale", si imbatte in una lunga serie di asserzioni d'una disarmante genericità: "puntare sullo sviluppo e sull'emersione delle capacità innovative delle PMI"; "realizzare [...] strutture di eccellenza idonee ad attrarre investimenti italiani e stranieri in settori produttivi caratterizzati da un'alta intensità di conoscenza"; "promuovere la crescita nei ricercatori pubblici di nuova imprenditorialità in settori ad elevato contenuto tecnologico"; "incentivare le relazioni tra Scienza e impresa...". Seguono alcune tabelle che indicano in qual misura una serie di "tecnologie abilitanti", tipo le biotecnologie, la microelettronica o la optoelettronica interagiscono positivamente su alcuni settori prioritari. Da queste si ricavano indicazioni particolarmente chiarificatrici per meglio comprendere i nessi tra tecnologia e industria. Viene prospettato, ad esempio, che l'informatica avanzata interagisce positivamente con l'informatica e le telecomunicazioni, mentre le biotecnologie interagiscono molto con il settore salute e poco con i beni culturali. (pp. 12-16, e Tab. 2).
Politica industriale e politiche sociali. Una politica industriale è al tempo stesso, se non forse prima di tutto, un atto politico, in specie di politica sociale. A seconda di come viene ideata e realizzata essa risulterà capace di arricchire i ricchi e impoverire i poveri, oppure di ridurre la distanza sociale tra le due classi; di rendere l'occupazione più o meno sicura, il lavoro più o meno gratificante, la società più civile o più barbara. Ad onta delle dottrine neoliberali, uno S. collocantesi nella parte alta della scala non richiede affatto che la politica industriale sia progettata in modo da peggiorare intenzionalmente tutti i suddetti indicatori della qualità di una società, come accade quando mercato e imprese sono liberate da ogni vincolo. Tuttavia una politica industriale che non sia disegnata avendo nel proprio nucleo un orientamento esplicito a far sì che i suoi diversi strumenti producano il meglio di una politica sociale, piuttosto che il peggio, equivale a sottoscrivere un impegno a favore di quest'ultimo.
Per riassumere e precisare gli argomenti sin qui svolti:
- l'indicatore più attendibile dello S. di un paese è lo stato del suo apparato industriale. Negli ultimi lustri l'Italia ha perso o fortemente ridotto la sua capacità industriale in settori di permanente rilevanza strategica quali l'informatica e la chimica, l'aeronautica civile e l'elettromeccanica high tech. Perciò, sebbene il tasso di sviluppo attuale del PIL sia in essa analogo a quello dei maggiori paesi UE, lo S. Italia si colloca parecchio al disotto della loro media.
- Il grave indebolimento produttivo e finanziario dell'industria automobilistica ha di fatto privato l'Italia di uno dei settori dotati di maggior capacità di traino dell'innovazione tecnologica a vantaggio dell'intera economia. Con l'aggravante che in Italia non ne esiste più nessun altro.
- Nel campo delle tecnologie ottiche - una delle due o tre tecnologie di cui è ormai evidente la rilevantissima incidenza che avranno per decenni sull'economia di questo secolo - ad onta del numero e della qualità dei suoi centri di ricerca la produzione industriale italiana appare ormai in grave ritardo a confronto degli altri paesi europei. È pertanto assai probabile che l'Italia possa puntare al massimo, a medio termine, ad occupare qualche modesta nicchia specializzata sul mercato internazionale. Nel campo delle nanotecnologie le prospettive sono ancora peggiori.
- Laddove volesse competere nella fascia medio-alta, sotto il profilo tecnologico, delle produzioni industriali del prossimo futuro, l'Italia dovrebbe puntare ad elevare rapidamente di almeno tre anni il livello medio di formazione professionale del 50%, quello meno scolarizzato, delle sue forze di lavoro.
- A differenza di tutti i principali paesi UE, l'Italia non dispone di una struttura di governo nemmeno lontanamente idonea a concepire e realizzare una politica industriale, che è fatta di scelte risolute in tema di R&S e di produzione, di ordini di priorità e di azioni conseguenti. Peraltro è proprio questo l'ambito in cui dovrebbe essere più agevole per una nuova maggioranza, e finanziariamente meno proibitivo, avviare una riforma incisiva, ridisegnando la struttura e le funzioni dei ministeri. Se qualcuno nel centro-sinistra stesse mai lavorando a un programma per le prossime elezioni, suggerirei di farsi un appunto a tal fine. Potrebbe anche essere l'occasione per infondere un contenuto moderno e realistico all'idea finora fantasmatica a sinistra, e prettamente reazionaria a destra, di modernizzazione.
Una politica industriale dovrebbe includere tra i suoi capitoli salienti proposte finalizzate a far sì che gli interventi nel campo della struttura produttiva, delle tecnologie, dell'istruzione e della ricerca producano, insieme con un miglioramento dello S. Italia, anche beni pubblici globali quali minori disuguaglianze; maggior sicurezza dell'occupazione e del reddito; uno sviluppo quantitativo e qualitativo della produzione e dei consumi tale da renderli sostenibili; un livello più elevato di protezione e riproduzione dell'ambiente. Al presente, in relazione a quasi tutti questi punti l'Italia e l'UE procedono, anche sotto il profilo delle direttive istituzionali, in direzione contraria. Pure qui s'attende che qualcuno batta un colpo, a sinistra.


note:
1 Le ho brevemente analizzate nell'ultimo capitolo di La scomparsa dell'Italia industriale, Einaudi, Torino 2003.
2 E. Hein, B. Mülhaupt, A. Truger, Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Forschungsinstitut, WSI - Standortbericht 2003: Standort Deutschland - Reif für radikale Reformen?, "WSI Mitteilungen", giugno 2003, pp. 331-343. Il Wsi è un affermato istituto di ricerche sui rapporti tra sviluppo economico e condizioni di lavoro.
3 Un ampio servizio sull'industria dell'auto in Germania, definita una efficiente Job Maschine, è stato pubblicato da "Der Spiegel", 8 settembre 2003. Altri dati si possono trovare nel rapporto del Bundesministerium für Wirtschaft und Technologie (dal settembre 2002 Bundesministerium für Wirtschaft und Arbeit - BMWA) su Die Deutsche Industrie. Europa- und Weltweit in der ersten Reihe, del 2001, disponibile on line, e nel sito del BMWA, sotto Wirtschaft/Branchenfocus/ Automobilindustrie


«Retribuzioni al palo. Così i lavoratori dipendenti sono colpiti due volte»

di Luciano Gallino

su Liberazione del 05/10/2003

Una riforma «ingiusta» che peggiora la condizione dei lavoratori dipendenti, «già duramente colpiti dalla stagnazione delle retribuzioni per più di dieci anni». Luciano Gallino, economista e sociologo, denuncia gli effetti devastanti che avrà l'intervento sulle pensioni deciso dal governo Berlusconi

Una riforma «ingiusta» che peggiora la condizione dei lavoratori dipendenti, «già duramente colpiti dalla stagnazione delle retribuzioni per più di dieci anni». Luciano Gallino, economista e sociologo, denuncia gli effetti devastanti che avrà l'intervento sulle pensioni deciso dal governo Berlusconi. «Nell'arco degli ultimi 10-12 anni - accusa Gallino - l'incidenza sul Pil delle retribuzioni da lavoro dipendente è diminuita del 7-8%. Questo vuol dire che gli incrementi di produttività sono andati per la maggior parte ai profitti e al lavoro autonomo». In altre parole, con il taglio delle pensioni di anzianità «i lavoratori dipendenti vengono colpiti due volte». Il governo però sostiene che la riforma è necessaria perché la popolazione invecchia e nel 2030 ci sarà la famosa "gobba", vale a dire la probabile contemporanea uscita dal lavoro dei figli del boom economico degli anni '60, con un incremento della spesa che raggiungerà il 15,7% del Pil. Il problema secondo lei esiste? Attualmente ci sono 4 lavoratori attivi che con i loro contributi pagano la pensione di una singola persona. In prospettiva questo rapporto si dimezzerà, perché oggi si fa un figlio in media ogni due persone. Questo problema è stato però ingigantito, perché intanto ci sono ancora moltissimi disoccupati e sottoccupati. L'obiettivo dovrebbe perciò essere quello di far crescere l'occupazione. Ma c'è un'altra cosa che viene sottovalutata: la questione della produttività. Facciamo l'esempio dell'industria dell'automobile: vent'anni fa si producevano 25 auto per addetto, oggi con le nuove tecnologie se ne producono 75. Questo vuol dire che nel 2030 due lavoratori produrranno molto di più e potranno benissimo sopportare il carico del pagamento di una singola pensione. Inoltre i nostri nonni lavoravano più di 3mila ore l'anno, noi mediamente lavoriamo 1700 ore l'anno. E' possibile cioè tradurre la tecnologia e l'incremento di produttività in un minor numero di ore lavorate. E allora mi chiedo perché non si possa tradurre l'aumento di produttività in un minore numero di anni di permanenza al lavoro. Bisogna vedere se anche il Pil cresce in proporzione... E' chiaro che l'economia dovrà uscire dalla crisi attuale. Ma anche una crescita del Pil solo del 2% in 25 anni fa un incremento rispetto all'oggi superiore al 50%, se si tiene conto che ogni 2% si aggiunge a quello dell'anno precedente. Il problema delle pensioni va perciò inquadrato in termini di equità distributiva della ricchezza prodotta. Secondo lei dunque il problema è stato drammatizzatoE' vero che il fondo dei lavoratori dipendenti dell'Inps quest'anno si prevede che sia in deficit di circa 5 miliardi di euro. Ma per risanare i deficit non ci sono solo i tagli. La via più giusta sarebbe quella di aumentare le entrate aumentando l'occupazione normale, e cioè i contratti a tempo indeterminato e a orario pieno perché è di lì che vengono i contributi che tengono in piedi il sistema. Il governo invece ha scelto un'altra strada che ha due biforcazioni: una è il taglio delle pensioni di anzianità, l'altra, che rischia di avere degli effetti molto seri, consiste nella decontribuzione per i nuovi assunti. Riducendo di cinque punti i contributi che le imprese devono versare all'Inps, già nel 2005 si rischia di diminuire le entrate di 10 miliardi di euro. In più, c'è stata la riforma del mercato del lavoro che moltiplica i lavori precari, aumentando la platea di coloro che pagano pochi contributi perché non lavorano 12 mesi l'anno. Anche da un punto di vista contabile, perciò, questa riforma non sta in piedi. Già la riforma Dini aveva fortemente ridotto tagliato i trattamenti. Mi sembra di capire che per i pensionati piove sul bagnato... Per mantenere un livello di vita simile a quello di prima, un pensionato dovrebbe ricevere intorno all'80% dell'ultima retribuzione. Con la riforma Dini si è già scesi mediamente intorno al 68%, con questa riforma si scende anche al di sotto del 50%. Lei si riferisce a chi, a partire dal 2008, andrà in pensione con 57 anni di età e 35 di contributi. Come dicono i sindacati, siamo all'abolizione di fatto delle pensioni di anzianità. In pratica, saremo costretti a lavorare più a lungo. Più che altro, chi ne avrà le possibilità. Penso a quei lavoratori che, a causa delle politiche di ringiovanimento del personale che le imprese conducono con grande determinazione, si ritroveranno magari in mobilità lunga a 50 anni di età con 25 anni di contributi. Come possano raggiungere i 40 anni di contributi entro i 65 anni è inspiegabile. Così si costruisce una società che cova conflitti e drammi umani che potrebbero essere devastanti. Capitolo incentivi. Il governo mette molta enfasi sulla possibilità che viene data al lavoratore che rinuncia ad andare in pensione di intascare i contributi e di aumentare in questo modo la propria retribuzione del 32,7%Qui c'è un minimo di libertà di scelta, ma la convenienza dove sta? Chi decide di prendere l'incentivo per due-tre anni, deve stare attento, perché ogni anno che rimane al lavoro poi prende il 2% di pensione in meno. Magari incassa anche 15mila euro in 2 anni ma poi ce ne rimette 30-40mila nel lungo periodo.