LAVORO E SINDACATO:
Contratti, tanto vale
abolire il sindacato
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
10/06/2008
Al convegno dei Giovani
industriali di Santa Margherita Ligure s´è parlato nei giorni scorsi
della necessità di individualizzare i contratti di lavoro. A ciascuno
il suo contratto, personalizzato in base alle caratteristiche del
singolo individuo. Già si possono immaginare gli effetti.
Ecco la laureata in ingegneria finanziaria che, non essendo riuscita
ad esporre con efficacia il suo "portafoglio di competenze",
esce dall´ufficio del gestore delle risorse umane con un contratto a
termine da 800 euro al mese; mentre poco dopo un bracciante agricolo
quarantenne, capace quando occorre di battere i pugni sul tavolo,
rimedia un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte
gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove
simili proposte di riforma dei contratti di lavoro, ove fossero
attuate, potrebbero condurre l´insieme del sindacato.
L´idea del contratto individuale per tutti non è ovviamente nuova,
tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di fatto da
parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale
direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di
lavoro si fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del
2003, come meglio si evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il
bersaglio dichiarato, di continuo ripreso nella discussione degli
ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è il contratto collettivo
nazionale. Abolito questo, è dato presumere, le nostre imprese
potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane,
filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno.
Il contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all´estremo
opposto rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa
opposizione non sono in gioco soltanto architetture contrattuali. La
insistita proposta di tale tipo di contratto rappresenta infatti una
negazione autoritaria delle stesse ragioni di esistenza del sindacato
dei lavoratori. Tre secoli fa, essi cominciarono ad associarsi in vari
modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro.
Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa
era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere
economico, politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle
pubbliche autorità. Però l´unione di mille o diecimila debolezze
realizzata con qualche forma di associazione poteva dar luogo a un
soggetto collettivo in grado di opporsi con efficacia al potere dei
padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta per tutte Adam
Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), gli interessi delle due
parti non sono affatto gli stessi, e per entrambe l´associazione è
indispensabile al fine di difenderli. «Gli operai – scriveva Smith
– desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni di dare
quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per
innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo».
Il livello del salario «dipende dal contratto concluso ordinariamente
tra le due parti». Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle
dei datori di lavoro.
Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende
indispensabile l´associazione sindacale e il contratto collettivo, l´idea
pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della
uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la
abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche, di mezzi
di sussistenza, di peso politico, di capacità di resistere senza
lavorare e produrre che sussiste tra il singolo lavoratore e la
singola impresa, sia pure di piccole dimensioni. Una condizione di
fatto da cui discende la necessità d´un sindacato che al tavolo
della contrattazione sappia portare la forza costituita dalla
combinazione di gran numero di debolezze. Se allo scopo di
modernizzare il modello di contrattazione, anziché por mente alla
disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il citato
presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni: poiché dove quest´ultimo
predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza
dell´associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il
sindacato. L´ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo,
il commesso di supermercato come l´addetta al call center non ne
hanno più bisogno. Altro che contratto nazionale. Ciascuno saprà, al
caso, ritagliarsi il contratto di lavoro che meglio gli conviene.
Allo scopo di abolire il sindacato il nostro legislatore non dovrebbe
nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l´art. 39 della Costituzione
stabilisce che l´organizzazione sindacale è libera, mica che è
obbligatoria. Inoltre – e forse non è un casuale incidente storico
– la parte seconda dell´articolo, quella che riguarda la personalità
giuridica dei sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata.
Perciò si potrebbero semplicemente rispolverare le disposizioni del
Combination Act approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1800, una
legge antisindacale che ha fatto storia, avendo alle spalle una
trentina almeno di editti repressivi susseguitisi fin dal 1720. La
nuova legge precisava e generalizzava una legge dell´anno prima,
denominata "Legge per impedire associazioni (combinations)
illegali di lavoratori", che però si riferiva soprattutto ai
costruttori di mulini. Ora veniva stabilito che tutti i contratti,
convenzioni e accordi stipulati tra operai qualsiasi o altre persone
al fine di ottenere aumenti salariali, oppure ridurre o cambiare l´orario
di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro prestato, erano
illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di prigione
comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro
forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne han
fatto le spese negli anni successivi.
Ho ricordato questa famosa legge antisindacale del passato perché al
fondo del piano inclinato su cui il sindacato come istituzione pare
rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione originaria di
attore che traduce la debolezza economica individuale in una forza
collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro
non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Magari senza la
minaccia del carcere: le destre di oggi hanno compassione per chi non
le ostacola. Per non sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una
società segreta, come avvenne durante il venticinquennio di vigenza
del Combination Act. Oppure in un sindacato di servizi. Altra sagace
idea dei modernizzatori odierni, nata più o meno ai tempi delle
ghilde, poi superata dall´avvento delle unioni sindacali che
preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari.
CULTURA:
Se è difficile arrivare
a fine mese
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
07/03/2008
Il salario rappresenta il
valore dei mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per
vivere, lavorare e procreare. Così lo intendeva verso il 1672
William Petty, di formazione medico, riqualificatosi come
originale esperto di "aritmetica politica". Non era un
concetto elaborato a tavolino. Petty era stato inviato
dall’Inghilterra in Irlanda con il compito di stabilire quanto
valessero la terra e il lavoro degli isolani, allo scopo di
sottoporli ad una tassazione accurata. Per farlo occorreva
fondarsi su misure obbiettive. I mezzi di sussistenza del
lavoratore avevano tutti un prezzo; quindi si prestavano
egregiamente alla bisogna di stabilire quanto valesse il lavoro.
Per quanto annosa, la nozione del salario come valore dei mezzi di
sussistenza del lavoratore rimane realistica anche ai nostri
giorni. Le famiglie che si lamentano di non arrivare a fine mese,
visto il poco salario che entra in casa, sembrano avere in mente
proprio tale nozione. Esse si chiedono anzitutto come mai, un
tempo, il salario era sufficiente per vivere serenamente, lavorare
e fare figli; mentre adesso quasi non basta più nemmeno per lo
stretto necessario. Si chiedono anche se e quando il salario
ritornerà ad essere abbastanza elevato da poter coprire, oltre ai
costi della mera sussistenza, anche qualche modesto piacere della
vita. Tipo comprare le rose, oltre al pane.
Nella stessa esperienza quotidiana delle famiglie lavoratrici è
dunque ben presente l’idea che esistono tre gradini o livelli
distinti di salario. Quello che non basta nemmeno per vivere, pur
lavorando; il salario che permette invece di vivere e riprodursi,
ma senza lasciare margini per alcun altro beneficio; infine quello
che permette un tenore di vita appropriato al grado di sviluppo
civile del paese in cui si abita. Le domande che le famiglie si
fanno in merito sia alle cause che hanno permesso ai loro
progenitori ed a loro stesse di collocarsi a un determinato
livello, sia a quelle che spingeranno i figli ad occuparne uno che
speravano più alto del loro, ma temono potrebbe risultare più
basso, sono in fondo le stesse domande che gli studiosi di
economia si sono posti da secoli. Così come rimangono valide,
alla radice, le risposte che essi hanno formulato.
Alcune di esse possono leggersi nell’opera d’un filosofo
scozzese, Adam Smith, apparsa un secolo dopo il soggiorno
irlandese di Petty. Le sue Ricerche sopra la natura e le cause
della ricchezza delle nazioni (1776) possono leggersi al tempo
stesso come ricerche sulle cause della povertà e del benessere
dei lavoratori, in quanto provocano il passaggio di tutti o parte
di questi, all’insù o all’ingiù, da un livello all’altro
di salario. Se i lavoratori che offrono la loro opera sono a lungo
più numerosi di quelli che i padroni (master) son disposti a
remunerare, i salari scendono «al più basso livello compatibile
con un’esistenza semplicemente umana». Questa pressione verso
il basso è accresciuta dal fatto che «i padroni sono sempre e
ovunque uniti in una specie di coalizione tacita, ma costante e
uniforme, avente il fine di non fare innalzare i salari del lavoro
al disopra del loro livello attuale».
La coalizione naturale dei padroni (i proprietari di terra o di
capitale, ma anche operai resisi indipendenti) per impedire
l’elevamento dei salari può essere infranta sia dalla scarsezza
di braccia, sia dal fatto che una volta provveduto all’acquisto
dei materiali per la produzione, e al proprio sostentamento, molti
di essi tenderanno a impiegare l’eccedenza per assumere altri
lavoratori «allo scopo di trarre un profitto dal loro lavoro».
Quando si verificano tali condizioni, i salari salgono verso il
terzo livello, quello dove alla sopravvivenza e alla riproduzione
si aggiunge qualche "comodo". Ed è giusto, nota Smith,
che i lavoratori e gli operai i quali formano la gran maggioranza
di ogni società, e «nutrono, vestono e pongono al riparo
l’intero corpo sociale, debbano avere una quota del prodotto del
loro proprio lavoro che li metta in grado di essere essi stessi
discretamente ben nutriti, vestiti e alloggiati».
Questo terzo livello del salario, il livello di un certo
benessere, ricompare in Marx come l’elemento storico o sociale
del valore della forza-lavoro, l’altro essendo unicamente
fisico. Quest’ultimo vuol dire quel che già diceva Petty: «per
perpetuare la propria esistenza fisica», la classe operaia «deve
ricevere gli oggetti d’uso assolutamente necessari per la sua
vita e la sua riproduzione». Al tempo stesso essa richiede «il
soddisfacimento di determinati bisogni, che nascono dalle
condizioni sociali in cui gli esseri umani vivono e sono stati
educati»; il cui insieme Marx definisce, usando termini
singolarmente moderni, il tenore di vita tradizionale di ogni
paese.
L’evoluzione dell’economia e l’indagine delle scienze
sociali hanno così prefigurato ciò che sta accadendo oggi alla
scala mondiale dei salari. Su una forza lavoro globale stimata
dall’Oil in 2,8 miliardi di persone, circa un miliardo non
ricava dalla fatica quotidiana nemmeno i mezzi di sussistenza
necessari per sopravvivere a un livello minimo di umanità. Poco
meno d’un miliardo e mezzo è rappresentato dai nuovi lavoratori
globali, che in India e in Cina, in Brasile, Russia, Indonesia e
decine di paesi minori stanno raggiungendo un livello salariale
che arriva a coprire appena i costi di riproduzione dell’uomo.
Come li definiva François Perroux, grande economista del
Novecento, condannato all’oblio per le sue vedute eterodosse
circa i compiti e le responsabilità delle scienze economiche nel
mondo moderno. Il primo dei costi cui si riferiva sono quelli che
impediscono agli esseri umani di morire, a cominciare dal lavoro.
Infine, in cima alla scala dei salari, si collocano forse mezzo
miliardo di lavoratori che nel corso di alcuni decenni sono stati
– per usare ancora le parole di Smith - discretamente ben
nutriti, vestiti e alloggiati. Oltre a godere delle varie forme di
salario differito che sono l’assistenza sanitaria gratuita, la
scuola pubblica per i figli, e pensioni dignitose.
Sul loro complessivo livello di salario, al gradino più alto
della scala, premono ora il miliardo e mezzo di persone che stanno
sul gradino intermedio, e il miliardo che sta sul gradino
inferiore. Un’enorme concorrenza di braccia, e di cervelli, che
consente alla attuale coalizione globale dei master di offrire
salari diretti e differiti sempre più bassi. Il termine master
non è più traducibile propriamente con "padroni",
perché molti di essi, in realtà, diversamente da quelli di cui
trattava Smith, non sono in senso stretto dei proprietari. Sono
manager di grandi imprese e gestori d’ogni genere di enti
finanziari che gestiscono nel mondo, in totale autonomia,
ricavandone compensi inverosimili, decine di trilioni di euro di
soldi degli altri. Gran parte dei quali sono costituiti dai
risparmi e dai contributi previdenziali dei lavoratori già
titolari d’un ragionevole benessere, e dei loro genitori, via
via accumulatisi negli scorsi decenni. I lavoratori ad alto
salario, comparativamente parlando, vedono così ergersi dinanzi a
loro, e sul futuro dei figli, quasi fosse uno spettro ostile, la
stessa massa di salario non speso su cui contavano per un destino
migliore della semplice riproduzione di sé stessi.
LAVORO E SINDACATO:
Quattro domande ai segretari
di Cgil, Cisl, Uil
di Luciano Gallino,
Francesco Garibaldo e Massimo Roccella
su Il Manifesto del
05/03/2008
Ciascuno di noi in questi
anni ha collaborato con le organizzazioni sindacali nella convinzione
che la contrattazione collettiva, la sua autonomia, e i problemi delle
organizzazioni sindacali sono parte fondamentale della tenuta e dello
sviluppo della democrazia, oltre a rappresentare per i lavoratori e le
lavoratrici la possibilità di far valere i propri interessi ed il
proprio punto di vista.
Assistiamo in questo periodo con attenzione e preoccupazione al fatto
che su questioni di fondo del fare sindacato si stanno producendo
sviluppi di cui rischiano di sfuggire caratteristiche e contenuti a
chi, come noi, non partecipa direttamente al dibattito sindacale.
Sono questioni che meriterebbero di essere al centro di una attenzione
generale, essendo evidente il loro valore politico generale.
E' per questo che vi chiediamo di aiutare tutti a capire che cosa sta
succedendo a partire da alcuni dei nodi che a noi paiono essenziali.
1) Nella struttura della contrattazione di cui si sta discutendo, il
contratto nazionale di lavoro è uno strumento attraverso il quale è
possibile aumentare il valore reale del salario difendendo la quota di
esso sul Pil che da decenni è in via di drammatica riduzione, o viene
esclusivamente riferito al mantenimento del valore attuale? E inoltre,
le regolamentazioni definite dal Ccnl, ad esempio sugli orari, sono un
vincolo o possono essere messe in discussione in discussione e
peggiorate nelle singole realtà? Tali domande nascono dal
convincimento che se così fosse il contratto nazionale perderebbe di
peso e ruolo anche agli occhi dei lavoratori e delle lavoratrici.
2) Come pensate di evitare che la de-tassazione su questa o quella
parte del salario contrattato, determinando una nuova scale di
incentivi e disincentivi sostenuti dallo Stato, porti ad una lesione
irreversibile dell'autonomia delle parti sociali nel determinare i
contenuti della contrattazione?
Al di là di situazioni specifiche che si sono determinate in alcune
categorie e imprese, che cosa vuol dire contrattualizzare a livello di
categoria i problemi dello stato sociale rispetto alle attuali
difficoltà di mantenimento delle caratteristiche universalistiche
delle sue prestazioni?
4) Ritenete possibile un nuovo accordo quadro sulla contrattazione,
così pervasivo e vincolante, senza che vengano risolti i problemi di
definizione di come si determina la rappresentanza e la
rappresentatività delle parti sociali coinvolte e senza definire
regole su come si garantisce la natura democratica dei processi
decisionali che tale accordo comporterà e che rendano protagonisti i
lavoratori e le lavoratrici interessate?
Non vi sfuggirà che la struttura della contrattazione (di questo si
sta discutendo e non di questa o quella piattaforma o accordo
contingente) è uno dei terreni della costituzione materiale di una
società, e, nel caso del nostro paese, è legata all'affermazione dei
principi di una Costituzione la cui democraticità è fondata sul
riconoscimento del lavoro come valore alla base, e quindi prioritario,
rispetto ad altri interesse economici.
Siamo in una fase di tentativi preoccupanti di revisione
costituzionale; per questo non vi nascondiamo la nostra preoccupazione
e riteniamo necessario che vi sia la massima trasparenza, conoscenza e
coinvolgimento su quanto si sta determinando sul terreno su cui voi
esercitate un così rilevante ruolo di direzione, senza ledere
naturalmente l'autonomia decisionale delle parti sociali
Il progetto incidenti zero
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
04/03/2008
L´incidente di Molfetta, in
cui quattro lavoratori sono morti per essersi calati in un´autocisterna
satura di esalazioni di zolfo, è indicibilmente penoso. Anzitutto per
i suoi innumerevoli precedenti, che attestano concordemente della sua
prevedibilità. Di cisterna e contenitori similari, da sempre, si
muore, quale che sia il particolare gas che avvelena fulmineamente chi
vi entra senza un respiratore adeguato. Per memoria: novembre 2007,
due operai muoiono a Marghera asfissiati dall´anidride carbonica
nella stiva d´una nave. Marzo 2007: padre e figlio sono uccisi dall´ossido
di carbonio in una cisterna d´acqua piovana nei pressi di Verona.
Agosto 2006: muoiono in due nella cisterna di un oleificio della zona
industriale di Monopoli. La lista può andare indietro per decenni,
per centinaia di nomi. Ed ora questi quattro, tutti in una volta.
Quella lista dice che il loro incidente si poteva prevedere. In tanti
potevano prevederlo. Che tristezza. Ma anche che rabbia.
Chiunque soltanto si avvicini ad una cisterna, di qualsiasi tipo,
dovrebbe saperlo che lì dentro sta aspettando la morte. Dovrebbero
averglielo detto tutti, il capo, l´imprenditore, il fornitore, i
compagni. Dovrebbe aver ricevuto una formazione apposita. Dovrebbe
avere un respiratore alla cintura, beninteso del tipo adatto e in
perfette condizioni, ed essere sollecitato ad indossarlo da scritte
vistose, lampeggiatori che scattano appena si apre un portello,
segnali sonori, magari dispositivi che impediscono che il portello, o
quello che sia, venga aperto da qualcuno che non indossa un
respiratore.
E non si dica che sarebbe difficile, o troppo costoso. Su molte auto
si montano i sensori di parcheggio per evitare graffi alle portiere.
Un sensore per evitare le morti dalle esalazioni di cisterna
meriterebbe forse investimenti analoghi.
L´altro aspetto che accresce la pena della tragedia di Molfetta è
che si tratta d´una tragedia della solidarietà sul lavoro. Simile,
anche in questo, ai suoi innumerevoli precedenti. Uno si cala all´interno
della cisterna per compiere una certa operazione, si sente male per le
esalazioni che la saturano, chiede aiuto, oppure non si fa sentire per
troppo tempo. Un compagno lo sente, o si insospettisce per il silenzio
prolungato, si cala dentro per portargli aiuto, e ci resta anche lui.
A Molfetta han perso la vita, per aiutare l´altro, anche l´autista
della cisterna e il titolare dell´azienda. Sono i momenti in cui non
si valuta il rischio. Si è magari consapevoli che ne va della vita,
ma se l´altro si è sentito male bisogna portargli aiuto, succeda
quel che succeda. Di conseguenza, uno dopo l´altro, si entra nel
luogo infernale, e uno dopo l´altro si muore cercando con tutte le
forze di riportare i compagni all´aperto, al sicuro, dove possono
arrivare i soccorsi. È una nobiltà dell´agire umano che si
riscontra soprattutto negli ambienti di lavoro – o nelle situazioni
di guerra. Ma il lavoro, l´ordinaria fatica per guadagnarsi da
vivere, non dovrebbe assomigliare a una guerra.
Adesso si riparlerà – già se ne riparla, fin dai primi minuti dopo
la diffusione della tragica notizia – della nuova legge sulla
sicurezza dei luoghi di lavoro, della necessità di accelerare i
decreti attuativi, di migliorare il coordinamento tra le forze
ispettive. È necessario parlarne, di certo è indispensabile
introdurre, presto, nuove norme. Ma la agghiacciante prevedibilità
della tragedia di Molfetta ci dice che le leggi, le norme, le
ispezioni da sole non bastano. È l´intera organizzazione del lavoro
che andrebbe ripensata, e con essa la frammentazione della produzione
in catene di cui in fondo nessuno conosce bene l´inizio e la fine,
chi sta facendo – o no – che cosa, chi è responsabile di questo o
quell´anello, la distribuzione su territori troppo vasti per avere
una conoscenza sicura di tutti gli anelli. Considerazioni di questo
genere sono alla base, in altri Paesi, di progetti che si chiamano
"zero incidenti sul lavoro". Tecnicamente ben fondati. Fosse
mai un motivo, la tragedia insopportabile di Molfetta, per farci
compiere qualche passo in questa direzione.
Che cosa resta del mito
operaio
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
12/10/2007
Tutte le cose da cui siamo
circondati e che usiamo, in una giornata qualunque, sono uscite da una
fabbrica. Da lì vengono, si sa, l’auto, il frigorifero e il
televisore. Ma da una fabbrica sono usciti pure la tazzina del caffè
e il tavolo su cui posa, i vetri della finestra e le piastrelle del
bagno, il Dvd che ascoltiamo e la carta su cui è stampato questo
articolo, la serratura della porta e la cabina dell’ascensore. Le
cose uscite da una fabbrica rendono (quasi sempre) più comoda la
vita. Usando un computer portatile, alla luce d’una lampada alogena,
nel tepore diffuso da una caldaia a gas, tutt’e tre usciti da una
fabbrica, è anche più agevole scrivere che le fabbriche sono ormai
in via di estinzione.
La fabbrica è di regola un lungo capannone grigio senza finestre,
dove entrano materie prime e pezzi separati i quali, lavorati e
assemblati, ne escono poi trasformati in cose pronte per l’uso. La
trasformazione è effettuata da macchine, costruite a loro volta in
un’altra fabbrica, e dal lavoro umano. Rispetto a trent’anni fa,
entro la stessa fabbrica sono oggi più numerose le macchine che
compiono da sole varie fasi della trasformazione, spesso integrate fra
loro in sistemi flessibili di produzione, oppure metamorfizzate in
robot. Per contro è sceso di molto il numero dei lavoratori occupati.
Ma se i lavoratori non continuassero a controllare le macchine e a
provvedere con la loro attività a riempire i larghi spazi del
processo produttivo che restano aperti tra una macchina e la
successiva, anche nelle produzioni più automatizzate o robotizzate,
dalla fabbrica non uscirebbe niente.
In fabbrica c’è sempre qualcuno che comanda, e altri che sono
comandati. Qualcuno provvede a organizzare il lavoro, dividendolo in
operazioni semplici e brevi. Vanno compiute in pochi minuti, a volte
uno solo, per poi ricominciare. Gli altri eseguono. Dal punto di vista
della divisione del lavoro, la fabbrica di oggi resta molto simile a
quella di una generazione fa, se non di due. Magari non la chiamano più
"organizzazione scientifica del lavoro". Però si tratta pur
sempre di lavoro frammentato in mansioni parcellari e ripetitive, che
si imparano alla svelta e non richiedono all’individuo che le svolge
una qualifica professionale elevata. Alla quale comunque non consentirà
mai di arrivare, quel lavoro diviso, nemmeno dopo una vita.
Da altri settori dell’economia, che vanno dall’agrindustria alla
ristorazione rapida, dalla grande distribuzione ai call center, gli
esperti guardano oggi all’organizzazione del lavoro della fabbrica
per comprendere come si fa a estrarre da una persona la massima
quantità di lavoro utile in una data unità di tempo. Il loro scopo
ideale è quello di trasformare ogni genere di attività umana in una
copia del lavoro di fabbrica. Sembra ci stiano riuscendo.
Grazie all’automazione e a altre innovazioni del prodotto e del
processo produttivo, in fabbrica molte lavorazioni particolarmente
pesanti e nocive ora sono svolte dalle macchine. C’è anche meno
rumore. Tuttavia le mansioni che restano affidate a esseri umani sono
altrettanto stressanti di quanto lo erano un tempo. In numerosi casi
la fatica fisica e nervosa è anzi aumentata. Perché le fabbriche
producono oggi "giusto in tempo", che significa alimentare
un flusso ininterrotto di materiali e di operazioni lungo tutto il
processo. Ed è sempre l’operatore umano che deve badare a che il
flusso non si interrompa mai, che le eventuali disfunzioni vengano
subito superate, e gli effetti di queste sui tempi come sulla qualità
del prodotto prontamente eliminati. Ciò comporta ritmi di lavoro
sempre più rapidi per tutti gli addetti alla produzione; drastica
riduzione delle pause durante l’orario di lavoro; una tensione
continua per evitare che qualcosa vada storto. Forse lo fa in modo
diverso da un tempo, ma di sicuro continua a stancare, il lavoro in
fabbrica. Così come gli incidenti che avvengono in essa, masse e
arnesi grevi di metallo contro corpi umani, continuano a ferire
seriamente ogni giorno migliaia di uomini e donne, e a uccidere,
industria delle costruzioni a parte, 1200 volte l’anno.
Invece come luogo di incontro, di solidarietà, di rapporti sindacali,
di interessi comuni, di amicizia, la fabbrica è cambiata. Tutte le
forme di relazioni sociali sono diventate più rade e più fragili. Le
attività di gruppo che hanno sempre formato una parte intrinseca
della socialità del lavoro risultano difficili. Si stenta perfino,
talvolta, a mettere insieme una squadra sportiva. La causa non sono le
persone, che avrebbero cambiato atteggiamento o abitudini. Sono
piuttosto i contratti di lavoro di breve durata, e l’affidamento a
imprese esterne, diverse dall’impresa che controlla la fabbrica, di
segmenti sempre più ampi del processo produttivo interno. Ciò
impedisce alle persone di imparare a conoscersi, vivendo e lavorando
fianco a fianco per periodi abbastanza lunghi. Al presente può
succedere che su cento lavoratori in attività entro una fabbrica, in
un dato giorno, appena un terzo o un quarto siano dipendenti fissi
dell’impresa cui la fabbrica stessa fa capo. Gli altri sono
lavoratori che oggi ci sono ma domani, o tra una settimana o un mese,
non ci saranno più, o verranno sostituiti da qualche faccia nuova.
Per alcuni sarà scaduto il contratto, quale che fosse, da
apprendista, interinale, o collaboratore. Ad altri, dipendenti da
imprese terze, subentreranno in fabbrica i dipendenti di imprese
diverse. La fabbrica, da luogo canonico di permanenze e stabilità, si
va trasformando in un luogo di frettoloso passaggio.
In Italia come altrove, le fabbriche non sono mai state altrettanto
numerose, e non hanno mai prodotto una così massiccia quantità di
merci. Per convincersene basta guardare dal finestrino, dell’auto o
del treno. Strade e ferrovie che si dipartono dalle grandi città, e
da tante minori, appaiono costellate per decine di chilometri da file
di fabbriche. Di solito uno non arriva a vederci dentro, a quegli
scatoloni grigi, ma di sicuro all’interno c’è qualcuno che
lavora. In certi posti lavorano poche decine di persone, in altri
centinaia o migliaia. In totale, pur contando solamente i lavoratori
dipendenti dell’industria in senso stretto, gli abitanti giornalieri
e notturni delle fabbriche italiane sono tuttora quasi quattro milioni
e mezzo.
Mentre sembra che i lavoratori di fabbrica nessuno riesca a vederli,
sono invece ben visibili a tutti le colonne di tir su autostrade e
tangenziali, i treni merci lunghi un chilometro che rombano a due
metri da noi mentre sulla banchina aspettiamo l’eurocity, le decine
di migliaia di container che riempiono i porti e le piattaforme
intermodali. È vero che parecchie di quelle merci provengono
dall’estero. Ma non meno voluminose sono le nostre merci che
viaggiano su tir, treni e navi dirette verso destinazioni straniere.
Dopo essere uscite da una fabbrica. Dalla quale esce anche una domanda
ininterrotta di servizi. Ricerca, informatica, reti di comunicazione,
logistica, manutenzione, consulenze varie, amministrazione, formazione
e altro: una bella quota, insomma, di quel che vien denominato
terziario. Chiudete o delocalizzate la fabbrica, e la relativa quota
di terziario scende a zero. È uno dei debiti poco noti che economia e
società hanno verso la fabbrica e quelli che ci lavorano.
Precariato globale
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
15/08/2007
Ci risiamo con la Legge 30 di
riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure
lasciarla com´è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste
alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo
della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno
che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso
fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro
in cui la legge si colloca.
Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un´occupazione
precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché
non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da
considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5
milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli
occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo
trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale
(1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati
dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra
mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori,
dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro
intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte
altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in
ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un´occupazione
stabile oppure instabile.
Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più
del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per
legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un´evoluzione
della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal
protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il
secondo elemento del quadro – le persone che hanno un´occupazione
precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così
hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte
dell´economia sommersa. L´Istat stima che al 2004 (ultima cifra
fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa
600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della
regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone
che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in
nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa
di unità di lavoro.
La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro
irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo
precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale
contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo
perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono
inesistenti. In secondo luogo, v´è il fatto che i passaggi dal
bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a
quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il
mirabolante aumento d´un milione di occupati tra il 2001 e il 2006,
vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l´80 per
cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già
lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio
puramente statistico all´economia regolare. Se non si tiene conto di
tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai
possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull´occupazione
reale.
Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d´un
mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere,
non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte,
nell´economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di
lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei
sta esercitando l´arrivo sul mercato del lavoro d´un miliardo e
mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile,
Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all´estremità
inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l´incontro tra
salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse
verso il basso della scala piuttosto che verso l´alto. Posizione
condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui
si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che
nell´ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il
governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di
dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l´ora.
Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno
sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale
partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto
– certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei
nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili
sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa
prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall´affrontare il
compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che,
avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il
principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento
integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell´identità
della persona, dell´immagine di sé, della posizione nella comunità,
della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare
e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è
dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza
con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro,
anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il
dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè
di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d´un testo
volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d´una
politica del lavoro globale.
Ma anche fare la maestra può
essere logorante
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
13/07/2007
Esistono impieghi che
pesano nonostante l´assenza di rumori d´officina o di file
assillanti di clienti
Al fine di stabilire se un
lavoro è usurante o no, si può guardare a esso da diversi punti di
vista. In primo piano, ovviamente, va posta la fatica fisica o nervosa
che esso richiede. Vi sono lavori che al termine del normale orario
quotidiano lasciano la persona semplicemente sfinita. E se la stessa
persona svolge quel certo tipo di lavoro per lustri o decenni
consecutivi, ad un certo punto si rende conto che non ce la fa più.
Ha bisogno di staccare per sempre, ossia desidera anzitutto andare in
pensione. Quel tipo di lavoro l´ha usurata. Un secondo punto di vista
riguarda gli assetti che un lavoro ha sulla salute.
Compiere i medesimi movimenti per migliaia di volte l´anno per anni
di seguito, può provocare danni seri all´apparato
muscolo-scheletrico. Seguire le fibrillazioni di uno schermo di
computer può, alla lunga, nuocere alla vista.
Molte sostanze chimiche note e ignote all´operatore che le maneggia
nel corso di determinate lavorazioni sono atte a provocare nutrite
serie di malattie professionali.
Infine un lavoro può risultare usurante perché impone ritmi
stressanti e senza pause, siano essi imposti da un sistema
computerizzato di calcolo dei tempi di lavorazione oppure dal flusso
della clientela, come avviene nella ristorazione rapida o in vari tipi
di call center.
Ciascuno dei suddetti tipi di usura da lavoro può risultare molto
gravoso per la persona che vi è esposta. Ancora peggiori sono le
situazioni in cui differenti tipi di usura si accumulano sulle spalle
dello stesso individuo.
Una conseguenza categorica e spiacevole dei lavori usuranti sta nel
fatto che chi li svolge può contare su una speranza di vita che è
minore di parecchi anni a confronto di chi ha la fortuna di lavorare
in un altro modo per la maggior parte dell´esistenza. Tale
conseguenza è di regola sottovalutata da chi parla genericamente di
allungamento della vita media come motivo valido per innalzare l´età
pensionabile. Se si tiene presente questo punto, parrebbe doveroso
riconoscere ai lavoratori in questione il diritto di godere degli
stessi anni di pensione di cui godono gli altri concedendo loro la
possibilità di lasciare il lavoro con un corrispondente anticipo. Ma
questo non è un calcolo da fare a braccio. Dovrebbe essere fondato
sulla effettiva speranza di vita di differenti e numerose categorie
professionali.
In tema di lavori usuranti un paio di idee ricevute andrebbero
superate: che la loro quota complessiva e l´onerosità siano
diminuiti rispetto ad una generazione addietro, e che usuranti siano
soltanto i lavori tipo catene di montaggio o il trasporto di cassette
ai mercati generali. I modelli contemporanei di organizzazione della
produzione hanno portato alla accelerazione dei ritmi ed alla
intensificazione dello sforzo lavorativo nel tempo in un insieme di
settori che oltre a quelli tradizionali della meccanica o della
siderurgia ne comprende molti altri.
Essi vanno dall´agricoltura al montaggio di apparati elettronici,
dalla agrindustria alla ristorazione rapida e ai call center, dalla
grande distribuzione alla tessile. Ma va ricordato che esistono dei
lavori i quali logorano anche in assenza di rumori d´officina o di
computer o di file assillanti di clienti. Si pensi a cosa vuol dire
fare per trent´anni di seguito la maestra di scuola materna, l´infermiera
a turni in una clinica per lungodegenti, o il camionista che percorre
200mila chilometri l´anno tra la Sicilia e Rotterdam.
Lettera aperta all´Inps
sulle pensioni italiane
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
05/07/2007
Signori Presidenti del
Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza
dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.
Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché
temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una
pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea
fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno
interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici,
economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali,
esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero,
menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite
dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle
entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello
Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire,
poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a
lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i
contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate
in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e
abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal
complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente
anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di
tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio.
Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o
prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l´insostenibile
pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro
futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il
bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo
un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga
la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di
abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della
solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.
Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d´aver capito
lo possiamo riassumere così:
a) Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel
2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista
questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine
che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi
qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il
pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non
previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti
dallo Stato per la cifra che s´è detto e per 1,9 miliardi da altre
entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite
che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di
contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario
(2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi);
assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi
dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti
oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi
chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con
una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias).
Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la
normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno,
per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse
ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel
caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.
b) Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori
dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista
tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in
forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni. Anche qui,
sulle prime, credevamo d´aver letto male. Il Fpld in senso stretto
avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag.
219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5
miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati
accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti
disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l´Inpdai, l´ex
Fondo dirigenti di azienda che quest´anno sarà in rosso per 2,8
miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro. Il
bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso
del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove
si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3
miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per
contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per
cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui
la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l´entità, in base all´assunto
che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte
contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.
Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel
nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere
dei dubbi. Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su
cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi
drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare
il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile
per il bilancio dello Stato. Però a noi risulta che il totale delle
pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle
gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias)
rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati
consolidati, l´11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre
2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell´Inps
incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono
il Fondo Ferrovie e l´ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento
(pag. 61).
A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici
per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po´ tanti elementi.
Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui
una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione
dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i
contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano
regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il
peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori
dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un
assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con
un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a
seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001
e il 2005.
Riassumendo: delle due l´una. O noi inesperti dei bilanci Inps
abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di
temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di
tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in
trepida attesa delle Loro precisazioni. Oppure dobbiamo concludere che
quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro
pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati
Inps, come dire, con una certa disinvoltura. Su questo, naturalmente,
non ci permettiamo di chiedere un parere all´Inps.
Gallino la
fine di un'epoca - pdf 13.12.06
Mancanza di chiarezza
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
08/12/2006
Quasi certamente non saremmo
qui a discuterne se l´evento non si fosse verificato a Mirafiori,
luogo simbolo del movimento sindacale. Ma le voci di dissenso che in
modo civile, benché non per questo meno netto, gli operai hanno
levato ieri nei confronti dei "loro" segretari generali
Angeletti, Bonanni ed Epifani, sono risuonate precisamente in quel
luogo, dove le tre confederazioni hanno gli iscritti su cui possono
maggiormente contare. Dunque è bene parlarne.
E a parte le contestazioni verbali, che possono essere dettate a caso
dagli umori del momento, val la pena di soffermarsi su un passo dell´ordine
del giorno, che si può supporre meglio meditato, presentato nelle
assemblee degli operai tenutesi a Mirafiori: "Noi lavoratori…
riteniamo questo silenzio del sindacato sulla Finanziaria
incomprensibile. E chiediamo che eventuali accordi su pensioni e Tfr
siano sottoposti al nostro giudizio". Con questo odg i lavoratori
esprimono il timore che la Finanziaria abbia ricadute impreviste,
conseguenze forse negative, in merito alla loro condizione sul lavoro,
al di fuori di esso, e dopo di esso. E si stupiscono che i sindacati
non si siano fatti maggiormente sentire dal governo per ottenerne
assicurazioni precise, se non anzi mutamenti di impostazione della
legge.
I segretari generali hanno risposto con la grinta e la competenza che
tutti gli riconoscono. Però quel passo dell´odg operaio un paio di
problemi ai sindacati li pone. E anche al governo. Anzitutto, se i
lavoratori trovano incomprensibile il silenzio del sindacato sulla
Finanziaria, la spiegazione più plausibile è che in prima battuta
sia questa ad apparire incomprensibile alle persone comuni. Di certo
le segreterie generali posseggono mezzi adeguati per decodificare la
Finanziaria e prevederne le conseguenze a medio e lungo termine sulle
persone. Quasi tutti, tra il centinaio di articoli che compongono la
legge, rinviano ad altri articoli di altre leggi, che per essere letti
e compresi, risalendo volta per volta alle fonti, richiedono il lavoro
di buon numero di esperti. Per il singolo che di tali mezzi non
dispone essa rimane un messaggio cifrato. La conseguenza è che il
sindacato si trova sospinto nella situazione di dover parlare
pressappoco come il governo, ricorrendo ad analoghe formule generiche
e reiterate all´infinito per giustificare il fatto di non essere
intervenuto con decisione nella formulazione della Finanziaria, quali
la necessità di rimettere ordine nei conti pubblici, promuovere lo
sviluppo e l´equità, e recuperare fondi da destinare a investimenti.
Mentre le domande che girano nella mente delle persone sono se avrò
qualche euro in più o in meno sul foglio dello stipendio, rispetto ai
soliti 1200 o giù di lì, a quanto ammonterà la mia pensione, quando
potrò andarci (in pensione), e che fine farà il mio Tfr.
E´ qui che affiora l´altro problema prospettato dall´odg delle
assemblee di Mirafiori. Nella lunghissima discussione intorno alla
Finanziaria è venuto fuori che il capitale rappresentato dal Tfr non
optato, ossia non esplicitamente destinato a un fondo pensione,
potrebbe venir gestito prima dall´Inps e poi dal Tesoro, per essere
alla fine investito in opere pubbliche. Anche su questo punto occorre
riconoscere che, a fronte di tali intenzioni del governo, i sindacati
non hanno esattamente battuto i pugni sul tavolo per ribadire un
principio: il Tfr è una parte differita ma integrante del salario,
quindi rappresenta una proprietà esclusiva del lavoratore. Il quale
può anche pensare di destinarlo a qualche forma di investimento, ma
conservando il diritto di decidere dove indirizzarlo, in quale misura,
e fino a quando. Così come potrebbe pensare di lasciarlo per intero
all´Inps, però non per effettuare investimenti, bensì per
accrescere la quota pubblica della propria pensione, anziché
affidarlo a un fondo pensione privato.
Ci sarebbero stati insomma diversi motivi per indurre i sindacati a
prendere posizione in modo più determinato allo scopo di ottenere dal
governo modifiche della Finanziaria che fossero, a un tempo, un po´
più favorevoli ai lavoratori, almeno in tema di pensioni e mercato
del lavoro, e un po´ meno criptiche circa i loro possibili effetti.
La chiarezza delle leggi agli occhi dei cittadini non è un ornamento
della democrazia; è una parte integrale di essa. In modo nemmeno
troppo indiretto, i lavoratori di Fiat Mirafiori si sono permessi di
ricordarlo ai sindacati per cui in massa votano.
Lo scandalo del lavoro che
uccide
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
28/11/2006
Per vari motivi il permanere
degli incidenti sul lavoro su quote elevatissime - circa 950.000 casi
all´anno, che si lasciano dietro 1200 morti e decine di migliaia di
persone con invalidità più o meno gravi – è uno scandalo
nazionale che non ha attenuanti. Giustamente il Papa e il capo dello
Stato hanno richiamato l´attenzione su di esso. È uno scandalo, in
primo luogo, perché in merito alle cause materiali degli incidenti si
sa quasi tutto. La frammentazione pianificata dei processi produttivi
in imprese e squadre di lavoro sempre più piccole, collegate da
lunghe catene di esternalizzazioni a cascata e sub-appalti,
disincentiva la formazione alla sicurezza.
e in molti casi la rende tecnicamente inattuabile. L´elevato numero
di datori di lavoro che reclutano masse di lavoratori in nero,
connazionali e immigrati, è un altro fattore che dalle due parti fa
venir meno la voglia, il tempo, la stabilità dell´occupazione che
sono indispensabili per la formazione alla sicurezza. Allo stesso
effetto operano i contratti di lavoro atipici, in specie quelli con
una durata di pochi mesi. Alle carenze formative si aggiungono i costi
dei dispositivi attivi e passivi per la prevenzione degli infortuni
nei luoghi di lavoro che molte imprese, vuoi perché premute dalle
pressioni sui costi provenienti dagli anelli superiori della catena di
creazione del valore, vuoi perché nella loro agenda gli investimenti
in sistemi di sicurezza non sono una priorità, cercano di limitare il
più possibile.
Dal lato delle attività di prevenzione e controllo, un fattore che
incide nel mantenere elevato il tasso di incidenti sul lavoro è la
perenne carenza del numero degli ispettori del lavoro in servizio
effettivo presso il ministero, l´Inail e le Asl. In qualsiasi
impresa, un ispettore che non si vede significa, al minimo, uno scarso
impegno dei capi nelle misure di sicurezza. Su scala nazionale, gli
ispettori del lavoro effettivamente in servizio sono, salvo errore,
meno di 2300, a fronte dei quali operano circa un milione e mezzo di
imprese non individuali. Ciascun ispettore dovrebbe quindi controllare
regolarmente lo stato delle misure di sicurezza in oltre 650 imprese.
Poiché una singola ispezione in una piccola azienda prende almeno una
giornata, spostamenti compresi, mentre nelle aziende con numerosi
dipendenti richiede parecchi giorni, se ne ricava che ogni singolo
ispettore può compiere una sola visita approfondita alle
"sue" imprese ogni sei anni circa. Pertanto i datori di
lavoro non in regola possono, sotto il profilo dei controlli
preventivi cui sono esposti, dormire sonni tranquilli.
Alcuni dei fattori che concorrono a mantenere alto il numero degli
incidenti gravi sul lavoro potrebbero essere alleviati o rimossi con
provvedimenti ad hoc del legislatore. Per dire, mille nuovi ispettori
del lavoro potrebbero essere assunti in pochi mesi mediante un
decreto. Altri fattori appaiono più ostici nei confronti di un
intervento. Non sarebbe facile, ad esempio, invertire la tendenza alla
frammentazione dei processi produttivi e delle imprese. D´altra parte
tale tendenza è stata accentuata dal decreto attuativo della legge
30, che ha facilitato la cessione di rami d´impresa anche nel caso in
cui non erano in precedenza funzionalmente autonomi. Quel che il
legislatore ha fatto, il legislatore può disfare o correggere.
Il guaio è che quando si tratta di incidenti sul lavoro il
legislatore italiano appare discutere molto, ma concludere poco. Allo
scopo di contenere i fattori di incidenti nei luoghi di lavoro occorre
una legge complessiva sulla sicurezza del lavoro. La concatenazione di
tali fattori ne fa un sistema complesso. Ci vuole quindi una legge di
sistema per contrastarli, qualcosa di simile a un ampio testo unico
sulla sicurezza del lavoro. Ora, se ben ricordo, di testo unico sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro si parlava già verso la fine degli
anni ´70 del secolo scorso. Per anni non successe nulla. Verso il
1994, la Commissione europea varò una specifica direttiva su tale
tema. Il legislatore italiano si prese qualche tempo per riflettere, e
nel luglio 2003 – nove anni dopo, governo Berlusconi in carica –
emanava una legge che prevedeva un anno per preparare un decreto in
materia di sicurezza dei lavoratori. Una bozza di Testo unico fu
effettivamente predisposta dal ministero del Lavoro entro il 2004, ma
le critiche al suo carattere regressivo levate dalle regioni, nonché
da numerosi giuristi e altri operatori del settore, inducevano il
governo a ritirarla poco dopo. In compenso veniva istituita una
Commissione parlamentare d´inchiesta sugli infortuni e le "morti
bianche" che ha concluso i lavori nell´aprile 2006, ribadendo
con voto unanime la necessità, nullameno, di addivenire al più
presto alla stesura di un Testo unico sulla salute e sicurezza nei
luoghi di lavoro.
Siamo così arrivati al governo Prodi. Il nuovo ministro del Lavoro,
Cesare Damiano, ha fatto inserire in una legge che tratta in realtà
di tutt´altro (la 248 del 4 agosto 2006) un articolo, il 36-bis, il
quale contiene misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e la
promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Misure apprezzabili,
che però si limitano alla repressione dell´impiego di lavoratori
irregolari, e soltanto nel settore dell´edilizia – un´area di
intervento esigua rispetto all´enorme perimetro del lavoro malsicuro.
Il problema è stato però prontamente affrontato dalla Commissione
Lavoro della Camera. Già a metà luglio 2006 il suo presidente
ribadiva l´esigenza di "un rapido intervento normativo volto all´emanazione
di un testo unico in materia di sicurezza del lavoro". I membri
della Commissione hanno espresso unanimi il loro consenso. I tempi?
Forse un anno, un anno e mezzo, stando a dichiarazioni di alcuni
membri e sottosegretari. Se tutto va bene, si arriva dunque a metà
2008 per vedere approvato finalmente un Testo unico. A quell´epoca,
ricordano crudamente le serie statistiche, si saranno verificati altri
1800-2000 incidenti mortali sul lavoro. Che nessuno può pensare di
azzerare, ma che sicuramente è possibile ridurre di molto con una
legge adeguata. Forse è davvero giunto il momento di dare una scossa,
almeno in questo campo, al processo legislativo.
Ricchezza privata e povertà
pubblica
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
08/11/2006
I fatti di Napoli, inclusi
omicidi in serie, emergenza rifiuti e illegalità diffusa, discendono
in ultimo dalla prolungata scarsità di risorse destinate a cose come
la scuola, la formazione degli adulti, il rinnovamento urbano, i
servizi pubblici, il funzionamento della giustizia e delle forze dell´ordine.
Sono cioè un segno drammatico di povertà pubblica. Qualcuno può
pensare che si tratti d´un problema particolare di Napoli. In realtà
Napoli è solo il lampeggiante rosso che segnala l´immenso divario
che esiste in Italia tra ricchezza privata e povertà pubblica.
Con i suoi 29.200 dollari di reddito pro capite, calcolati a parità
di potere d´acquisto, l´Italia è uno dei paesi più ricchi del
mondo. Il suo reddito è quasi uguale a quello di paesi che si sanno
benestanti, come Svezia, Francia, Regno Unito e Germania; ed è appena
duemila dollari sotto il ricco Giappone, tremila sotto la ricchissima
Svizzera. È vero che a causa delle forti disuguaglianze nella
distribuzione del reddito disponibile un quinto della popolazione
italiana se la passa piuttosto male; ma i quattro quinti restanti se
la passano piuttosto bene, e il quinto più ricco di questi se la
passa magnificamente. Della ricchezza privata degli italiani sono
indicatori efficaci, più che le rade statistiche ufficiali, il numero
degli alloggi di proprietà, delle auto che costano dai 40.000 euro in
su, dei lussuosi negozi di abbigliamento di ogni città grande e
piccola, dei giorni annuali di vacanza che possono in totale
permettersi.
Se tutto ciò distingue in meglio l´Italia, in peggio la distingue il
povero stato dei beni pubblici. Fare confronti tra noi e i paesi sopra
nominati è perfino umiliante. Abbiamo le peggiori autostrade della Ue,
insieme con servizi ferroviari di serie B. I metro di Genova, Milano,
Napoli, Roma, Torino, città dove il traffico è ormai un incubo, non
arrivano, in totale, a 130 chilometri di lunghezza, meno d´un terzo
del metro della sola Parigi. Siamo gli ultimi della Ue a 15 quanto a
spese in ricerca e sviluppo, numero di ricercatori, brevetti per
milione di abitanti. Metà dei nostri edifici scolastici sono
fatiscenti. L´università è strozzata dalla mancanza di risorse.
Oltre metà del territorio corre un elevato rischio idraulico – e
dopo le alluvioni del ´66 a Firenze e Venezia quasi nulla è stato
fatto per scongiurare il loro ripetersi. Lo stato dei parchi cittadini
è in media penoso. In assenza d´una politica del territorio, il
paesaggio viene distrutto a ritmi senza paragoni nella Ue. In un terzo
del paese, chiunque gestisca un´attività economica deve includere le
tangenti alla criminalità come voce normale del bilancio d´esercizio.
Non riusciamo nemmeno a smaltire i rifiuti che produciamo. Quanto ai
processi civili o penali, la loro durata è ormai materia da geologi.
In astratto, lo scarto esistente tra ricchezza privata e povertà
pubblica dovrebbe apparire scandaloso a tutti noi, e impegnare allo
spasimo la politica nel tentativo di ridurlo. In pratica non si
verifica una cosa né l´altra. Lo scontro sulla finanziaria è
esemplare. La destra è insorta, e sta cercando di mobilitare mezzo
paese, contro il mite tentativo che la finanziaria compie di
ridistribuire in complesso meno d´un decimo di punto di Pil dai
redditi più alti ai più bassi. Il messaggio che lancia la destra è
qui chiarissimo: se il prezzo della difesa dell´ultimo centesimo di
ricchezza privata è il degrado crescente dei beni pubblici, noi
scegliamo la prima. Inutile nascondersi che almeno metà degli
elettori condivide questa posizione.
D´altra parte nella finanziaria, l´atto politico più importante
dell´anno, l´impegno a ridurre il divario tra ricchezza privata e
povertà pubblica è pressocchè invisibile, dato che il suo impianto
è schiacciato dall´intento di ridurre il debito dello stato,
appianare il deficit di bilancio, rilanciare la crescita e la
competitività. Intenti lodevoli, se non fosse che uno degli ostacoli
principali per raggiungerli risiede precisamente nella pubblica povertà.
Se un paese non investe in risorse per assicurare la legalità, dalle
forze dell´ordine alla giustizia, gli imprenditori, specie quelli
stranieri, si guardano dall´investire in mezzi di produzione e
impianti. Se il settore pubblico non destina fondi alla ricerca e
sviluppo, anche i privati ne restano lontani, e l´idea di competere
con tedeschi o americani appare patetica. In Usa, per dire, la mano
pubblica (governo federale, stati locali e altro) ha investito nel
2002 in R&S 98,3 miliardi di dollari, e l´industria 193,3; l´Italia
appena 9 per ciascun settore. In proporzione sarebbero dovuti essere
oltre 57. Un altro tasto è la produttività oraria del lavoro, che da
almeno un lustro ristagna in Italia; su di essa influisce fortemente
la qualità della scuola, della formazione professionale, dell´università.
Per non dire dei miliardi di euro che ogni anno sono ingoiati da
alluvioni, frane e crolli che una preveggente difesa del territorio
potrebbe limitare.
La proposta di mettere la riduzione del divario tra ricchezza privata
e povertà pubblica al centro della politica del centrosinistra si
presta ovviamente a varie obiezioni. Tra le prime che vengono a mente:
la Ue ci chiede anzitutto di ridurre il debito dello stato e dei
nostri beni pubblici le importa poco; migliorare la condizione di
questi costa, e lo stato non ha più un euro; la crescita economica
indotta dalla finanziaria produrrà più risorse, che si potranno così
destinare a ridurre la povertà pubblica; il solo argomento che gli
elettori capiscono è meno tasse per tutti, altro che parlare loro di
povertà pubblica da diminuire.
Tento quindi qualche risposta. Bisognerebbe anzitutto decidere tra
finanza e sostanza. Si potrebbe infatti sostenere, guardando all´Europa,
che ciò che ci allontana davvero da essa non è tanto il permanere
del debito al livello attuale per qualche altro anno, quanto le
dimensioni della nostra povertà pubblica a confronto degli altri
paesi. Ove si ammetta questo, il debito potrebbe attendere ancora un
po´, e almeno parte delle risorse ad esso destinate venire dirottate
sui beni pubblici. Da parte sua l´argomento «più crescita uguale più
risorse uguale più fondi per i beni pubblici» non tiene conto del
fatto che l´economia contemporanea «manifesta una tendenza
implacabile a provvedere una fornitura sovrabbondante di alcune cose e
una quantità misera di altre» – in primo luogo dei beni pubblici.
Lo ha scritto cinquant´anni fa un economista che vedeva lontano, John
Kenneth Galbraith. Quanto agli elettori, magari non lo sanno, ma l´80
per cento di essi hanno in realtà un interesse materiale, oggettivo,
diretto, alla riduzione della povertà pubblica. Infatti lo stesso
stipendio può valere molto di più, o molto di meno, a seconda che i
beni pubblici siano abbondanti o scarsi. La politica potrebbe provare
a farglielo capire.
In attesa quel segnale rosso, che il caso vuole si sia acceso per ora
a Napoli, continua a lampeggiare.
Gallino- La
terza partita - pdf 14 ott 2006
La previdenza e il modello
Bismarck
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
13/09/2006
Con la storia delle pensioni
il governo di centro-sinistra rischia di guastarsi i rapporti con
buona parte del suo elettorato. Si era cominciato bene, dal punto di
vista dei pensionati in pectore, parlando di una attenuazione dello
"scalone", ovvero dei requisiti di età o di contribuzione
necessari per accedere alla pensione di anzianità che la riforma
Maroni in vigore prevede di far salire bruscamente dal 2008. Poi si è
verificato in ambito governativo una sorta di slittamento dei
significati, o delle intenzioni, e la riduzione dell' onere
previdenziale mediante un aumento dell' età pensionabile, o una
diminuzione delle prestazioni, è diventato quasi dall' oggi al domani
un intervento indispensabile per risanare i conti dello Stato. SEGUE A
PAGINA 21 Alcuni milioni di persone sono entrate in apprensione per
quanto potrà succedere, tra pochi o molti anni, al loro trattamento
pensionistico. Che vuol dire, in spiccioli, provare a immaginare se il
livello di vita che potranno permettersi una volta lasciato il lavoro
sarà decente oppure misero. Naturalmente, un governo fa bene a non
guardare in faccia nessuno, nemmeno il proprio elettorato, quanto si
tratta di interventi che guardano anzitutto al bene del paese a lungo
termine, e però debbono essere presi subito perché dopo sarà tardi.
Ci si può tuttavia chiedere se il taglio delle spese previdenziali in
senso stretto - perché questo è lo scopo dell' aumento dell' età
pensionabile, sia esso ottenuto seccamente per legge o, più
morbidamente, con un sistema di incentivi/disincentivi - sia in questo
momento davvero necessario. Certo, quando si legge che nel 2006 i
trasferimenti dello Stato all' Inps, indispensabili per consentirgli
di far fronte alle sue prestazioni istituzionali, in altre parole per
colmare il suo deficit di bilancio, ammonteranno in totale a circa 75
miliardi di euro, più di 5 punti di Pil, un pur involontario salto
sulla sedia si finisce per farlo. Ma lo si fa per una ragione
sbagliata. Infatti il deficit in questione in gran parte non riguarda
affatto le spese previdenziali, bensì attiene alle prestazioni
assistenziali che lo Stato nel corso degli anni ha accollato all' Inps,
e che sono oggi raggruppate, nel bilancio Inps, sotto la voce Gias
(Gestione Interventi Assistenziali). Tra di esse rientrano le
prestazioni pensionistiche in favore di persone con varie tipologie e
gradi di disabilità, che sono oltre 5,2 milioni con un costo annuo di
una trentina di miliardi; un genere di costo che negli altri paesi
europei viene doverosamente imputato alla fiscalità generale, non al
maggiore istituto di previdenza dei lavoratori dipendenti. Né si
tratta della sola spesa assistenziale che viene impropriamente
caricata sul bilancio dell' Inps. Altre voci sono formate dal costo
delle pensioni o assegni sociali, erogate ai cittadini
ultrasessantacinquenni sprovvisti di redditi minimi; della cassa
integrazione guadagni; dai provvedimenti di messa in mobilità; dalle
liquidazioni di fine rapporto, etc. Ad essere pignoli, va ammesso che
pur dopo avere detratto, per varie decine di miliardi, le spese per
prestazioni assistenziali, la spesa previdenziale complessiva dell'
Inps appare ancora deficitaria per alcuni miliardi. Ma non per quanto
riguarda il fondo pensioni lavoratori dipendenti, che formano la massa
di coloro cui si vorrebbe ora chiedere di andare in pensione qualche
anno più tardi. I passivi vengono dal fondo dirigenti d' azienda (1
miliardo l' anno di deficit); dai coltivatori diretti (5 miliardi di
spese contro 2,1 miliardi di entrate); dagli artigiani, le cui spese
superano le entrate di oltre il 5%; da decine di migliaia di
prepensionamenti di dipendenti delle Ferrovie dello Stato, mediante i
quali anni fa si procedette a dimezzarne il numero. Al netto delle
prestazioni assistenziali, e dei suddetti passivi che non hanno nulla
a che fare con il rapporto tra contributi versati e pensioni ricevute
dai lavoratori dipendenti, la spesa previdenziale resta in equilibrio.
Lo si legge non altrove che nella I nota di variazione al bilancio
Inps del 2006, pubblicata a fine luglio. A fronte di queste cifre, il
governo corre dunque il rischio di apparire come un soggetto che
rivolge ai lavoratori dipendenti un discorso vagamente surreale di
questo tipo: «Il supposto deficit del sistema previdenziale è dovuto
a un espediente classificatorio che appesantisce il bilancio dell'
Inps di prestazioni assistenziali che dovrebbero gravare invece sulla
fiscalità generale. Di questo voi non avete alcuna responsabilità,
come non l' avete per i fondi previdenziali veri e propri con il
bilancio in rosso. Con tutto ciò, visto che siete in tanti, e siete i
soli ad avere i conti in pareggio tra quel che versate e quello che
ricevete, vi chiediamo di assumervi la responsabilità di contribuire
a ridurre l' onere per lo stato che le suddette prestazioni e deficit
gli infliggono, accettando da parte vostra di andare in pensione
qualche anno più tardi e/o di ricevere pensioni più basse». Perché
il governo, o una parte di esso, voglia rischiare di trovarsi
collocato nella posizione di chi usa argomenti del genere, agli occhi
dei suoi stessi elettori, non è chiaro. Non vorremmo che tra alcuni
suoi membri, o tra i dirigenti dei partiti che lo sostengono, avesse
fatto presa una versione contemporanea del modello Bismarck. Verso il
1890, dopo aver deciso di introdurre un sistema previdenziale
obbligatorio, uno dei primi del mondo, il cancelliere tedesco aveva il
problema di determinare l' età limite per andare in pensione. Chiese
quindi agli statistici governativi - si narra - quale fosse l' età in
cui morivano in media i tedeschi. Sessantacinque anni, gli fu
risposto. Si fissi dunque a 65 anni l' età a cui si può andare in
pensione, decise il cancelliere. Poiché oggi si vive in media ottant'
anni, un mezzo sicuro per ridurre le spese previdenziali dell' Inps
potrebbe consistere, può pensare qualcuno, a spostare l' età di
pensionamento verso quel limite. Modello Bismarck a parte, il problema
di adeguare il nostro sistema previdenziale sia al prolungamento della
vita attiva, sia ai mutamenti del mondo del lavoro, è in complesso
molto serio. Come nella maggior parte dei paesi Ue. Non si vede bene,
almeno dal punto di vista di non pochi elettori di centrosinistra,
perché si dovrebbe cercare di risolverlo frettolosamente, e
maldestramente, per il tramite di una Legge finanziaria.
I precari dei call center e
un futuro possibile
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
25/08/2006
La vicenda dei call center,
per le sue dimensioni e per la rilevanza dei servizi che rendono nella
società della comunicazione, contribuisce a far chiarezza su due
aspetti importanti dell´attuale mercato del lavoro. Innanzitutto
appare evidente che gran parte dei contratti a progetto, che sono
formalmente contratti di lavoro autonomo, vengono utilizzati dalle
imprese per mascherare delle occupazioni che hanno tutte le
caratteristiche del lavoro dipendente, dai vincoli di orario alla
totale subordinazione gerarchica, dalle mansioni rigidamente regolate
al pagamento a cottimo. E´ vero che l´art. 62 del decreto attuativo
276/2003 della Legge 30 è assai generico, e ammette varie
interpretazioni di che cosa sia un progetto, ovvero un programma o una
fase di esso. Ma nessuna contorsione interpretativa può spacciare
come svolgimento di un lavoro autonomo delle mansioni regolate
rigidamente in ogni singolo elemento dalle direzioni aziendali, come
avviene nella quasi totalità dei call center.
Un secondo aspetto che la vicenda dei call center porta a chiarire è
che la famosa flessibilità del lavoro, intesa quale possibilità per
un´impresa di variare l´impiego di forza lavoro in relazione all´andamento
del mercato, in questo caso come in tanti altri c´entra ben poco.
Quello che è principalmente in gioco è il puro e semplice costo del
lavoro. Essendo considerati formalmente degli autonomi, i lavoratori e
le lavoratrici con un contratto a progetto non hanno diritto né all´assistenza
malattia, né al trattamento di maternità, né alle ferie retribuite.
Pertanto essi costano in media alle aziende meno di 10 euro l´ora,
mentre il lavoratore dipendente, per il quale le imprese debbono
versare i contributi relativi alle suddette prestazioni, ne costa più
di 16.
Chariti questi punti, il discorso si sposta sulle conseguenze che la
vicenda potrebbe avere in diversi ambiti. Su una non ci dovrebbero
essere molte discussioni: il lavoro a progetto va eliminato, ovvero
trasformato in un normale contratto di lavoro dipendente, in tutti
quei casi in cui si verifichi che esso – in violazione della stessa
Legge 30 – funge da mero camuffamento di comodo di una prestazione
lavorativa subordinata. Come l´ispettorato del lavoro ha richiesto
nel caso dei call center, con una iniziativa che andrebbe però estesa
ai tanti casi analoghi che esistono nelle aziende – nonché nella
Pubblica Amministrazione.
Più problematiche sono le reazioni cui le imprese del settore
potrebbero dar luogo laddove fossero obbligate a breve termine a
soddisfare il suddetto obbligo. Alcuni loro rappresentanti hanno
subito adombrato sfracelli, parlando di 60.000 lavoratori a progetto e
25-30.000 dipendenti i cui posti di lavoro sarebbero messi a rischio
se la richiesta dell´ispettorato dovesse venir soddisfatta. Lasciando
intravedere anche un ricatto: se ci aumentano il costo del lavoro, noi
partiamo per l´estero. Ora non v´è dubbio che un aumento di oltre
il 60 per cento del costo del lavoro, in un settore dove esso incide
in misura elevata sul costo finale del servizio, rappresenti un
aggravio rilevante. Tuttavia, a questo riguardo, due cose sono
difficili da credere. La prima è che le grandi aziende industriali,
le banche, i giganti delle telecomunicazioni e i comparti della PA che
utilizzano i servizi dei call center, con modalità che fanno di
questi un elemento essenziale della loro catena di creazione del
valore, sarebbero indotti a tagliare drasticamente le commesse se
questi aumentassero il prezzo dei servizi stessi. Solo se se si
verificasse tale evento si avrebbero seri effetti negativi sull´occupazione
nei call center. Peraltro è più probabile che i loro clienti magari
si lamentino, ma poi si adeguino.
La seconda cosa che si stenta a credere è che imprese così
innovative e dinamiche come quelle che gestiscono i call center,
capaci di creare dal nulla 250.000 posti di lavoro in pochi anni,
verrebbero a trovarsi in serie e durevoli difficoltà a causa d´un
aumento del costo della forza lavoro che già impiegano. Di certo esse
posseggono le competenze e le risorse per elaborare strategie
industriali idonee ad affrontare efficacemente l´ostacolo. E a ben
vedere – l´immagine conta, nella società della comunicazione –
non conviene a loro nemmeno lasciar intendere che i loro bilanci si
reggono solo in base a quella che va definita, nel migliore dei casi,
come una disinvolta applicazione degli articoli di legge relativi al
lavoro a progetto. Sicuramente sono in grado di reggersi con altri
strumenti, organizzativi e tecnologici.
Rimane ovviamente il problema di come gestire la transizione dai finti
lavori a progetto a veri contratti di lavoro dipendente, nel settore
dei call center come in altri. Al ministero del Lavoro e ai suoi
ispettorati compete di far rispettare la legge, cercando semmai di
farla evolvere allo scopo di migliorare le condizioni di impiego, i
diritti, le tutele di chi lavora. Ma un ruolo più ampio in tale
ambito dovrebbe di certo essere attribuito ai sindacati, invertendo la
spinta a renderlo sempre meno significativo insita per contro nella
legge 30. Dopotutto sono essi che conoscono meglio di chiunque altro
le molteplici realtà del lavoro in azienda, e che ogni giorno hanno
direttamente a che fare con i costi umani della precarietà.
Gallino- un dpef per arginare le disuguaglianze
19 luglio 2006
Il lavoro rende tutto
possibile
di Luciano Gallino
su redazione del 03/05/2006
I classici della sociologia
si chiedevano come sia possibile la società, in presenza di
un'infinità di interessi contrapposti, materiali e ideali. Una
domanda cui sono state date molteplici risposte: la società sta
insieme perché gli individui agiscono in modo coordinato essendo a ciò
obbligati da un potere esterno. Oppure perché, avendo calcolato i
costi e i benefici della vita in società, preferiscono razionalmente
questa soluzione ad altre. O, ancora, perché in tutti noi esiste
un'intrinseca disposizione al conformismo, a operare in forza di
credenze interiorizzate senza alcuno scrutinio.
Il dialogo di Foa con Epifani ripropone un' altra risposta. E
primariamente il lavoro che rende possibile la società. Attraverso di
esso le persone entrano in cerchie via via più ampie di relazioni
sociali. Si costruiscono identità culturali e politiche. Individuano
più chiaramente i propri interessi e quelli altrui. Sono motivate ad
affermare i primi senza però puntare a schiacciare i secondi.
Scoprono, insomma, l'importanza dell' organizzazione sociale e della
solidarietà, e si dispongono a praticarla.
Tutto ciò, peraltro, non avviene in modo automatico. E necessario che
il lavoro stesso sia concepito come un fattore di inclusione, e sia
ricercato e offerto come tale, al di là e prima dei suoi contenuti
economici e professionali. Inoltre, per collegare persona a persona,
sino a far emergere una società da tale collegamento, sono necessarie
delle società intermedie, quali il sindacato. A questo riguardo chi,
in questi ultimi anni, si è adoperato per rendere il lavoro il più
atomizzato possibile, e per diffondere una rappresentazione sociale
del sindacato come uno strumento del passato, superato dalle novità
vieppiù incombenti della globalizzazione, potrebbe trovare in questo
dialogo molti spunti di riflessione.
Per intanto scoprirebbe in esso che tanto il più anziano quanto il più
giovane dei due leader sindacali, sulle origini della globalizzazione
e sulle sue conseguenze sanno tutto quanto c'è da sapere per
individuare le prime e valutare le seconde. Fossero mai altrettanto
informati, e parimenti capaci di giudizi equilibrati, molti esperti
che di globalizzazione ogni giorno discorrono. In secondo luogo, lo
stesso soggetto potrebbe essere indotto a farsi venire qualche dubbio
sul rapporto tra costi e benefici complessivi dell'attacco tuttora in
corso al lavoro e al sindacato. Se per una mezza generazione di
giovani il lavoro diventa discontinuo, di fatto o di diritto, tra
economia sommersa e contratti di breve durata, non è che esistano
altre forme di legame sociale atte ad assicurare prontamente il
normale funzionamento e riproduzione della società. Gli esclusi da
un' occupazione regolare non sono soltanto esclusi dal mercato del
lavoro: sono estromessi dal complesso dell' organizzazione sociale. La
cittadella del progresso tecnologico e del comune benessere li ha
spinti fuori dalle sue mura. li meno che ci si possa attendere è che
tendano a comportarsi come assedianti ostili. E davvero un pessimo
risultato, per tutti noi, quel che le recenti politiche del lavoro
hanno prodotto.
Ovviamente, nessuno può seriamente immaginarsi che chi aderisce alla
corrente ideologia anti-sindacale cambi idea dopo aver percorso questo
dialogo sulla dignità del lavoro - ammesso che mai si sogni di
prenderlo in considerazione. Ma un giovane che da quell'ideologia non
fosse ancora condizionato troverebbe in questo dialogo una piccola
summa di conoscenze economiche e sociologiche, di sensibilità civile,
di suggestioni etiche e politiche, tale da farlo forse guardare con
un' ottica diversa al mondo del lavoro, e delle relazioni industriali,
con cui prima o poi dovrà confrontarsi. Andrebbe letto e commentato
nelle scuole, questo dialogo su come la società sia possibile, ovvero
su come vorremmo che fosse.
Se il futuro si tinge di
nero la grande mutazione del lavoro giovanile
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
28/03/2006
Dall´Italia al resto d´Europa,
come sono cambiate le regol d´assunzione
Precari sono coloro che
debbono pregare qualcuno per ottenere un lavoro, o per conservarlo. Il
destinatario della preghiera, che assume talora forma di un CV
(Curriculum Vitae?), può essere un´azienda piccola o grande, un
settore della pubblica amministrazione, un´agenzia del lavoro in
affitto. A volte è il boss locale. Sollecitato da cento preghiere o
CV per due soli posti disponibili, il destinatario concede
eventualmente il lavoro a due persone, avendo cura di chiarire che
questo è soggetto a revoca, in data prestabilita. Dopotutto il
termine precarius possedeva in origine la duplice accezione di
qualcosa che si pratica soltanto in base a un´autorizzazione
revocabile, e che è stato ottenuto non già per diritto, bensì per
mezzo d´una preghiera. Forse non sapevano, quei lontani giuristi, di
anticipare quella che sarebbe stata definita l´essenza della modernità.
A chiedere un lavoro, pregando, i precari e le precarie sono costretti
dalla acuta percezione della loro individuale superfluità e
sostituibilità, in quanto membri della forza lavoro globale.
Percezione in essi coltivata a opera della scuola, dalle medie ai
master in Ingegneria finanziaria, non meno che dai mezzi di
comunicazione e dal discorso politico. Una persona accetta quel lavoro
soggetto a revoca vuoi perché sa benissimo che nei suoi dintorni vi
sono altre cento come lei pronte a subentrare nel medesimo posto, vuoi
perché sa pure che in India o in Cina, in Brasile o nel Sud Africa
altre migliaia d´individui sono disponibili per quel lavoro, con una
retribuzione cinque o dieci volte inferiore. Ciascuno di essi
etichettato come tendenzialmente superfluo dalla tecnologia, abbinata
all´ideale metafisico eppur pienamente operante dell´impresa con
zero dipendenti, e comunque reso sostituibile in ogni momento dalla
omogenizzazione delle competenze necessarie per svolgere la maggior
parte dei lavori. Se dal loro paese essi non si spostano, come accade,
sarà il lavoro a trasferirsi dalle loro parti. Conviene dunque
accettarlo, quel lavoro revocabile, quali che siano la durata e la
paga.
Precari sono coloro cui i teorici della terza via raccomandano, quale
mezzo di autorealizzazione e insieme espressione della cosiddetta
"nuova ragionevolezza", di concepire il proprio io e la
propria famiglia come una società per azioni. La proposta è
contenuta, alla lettera, nel rapporto preparatorio della legge tedesca
di riforma del mercato del lavoro, denominata dal suo principale
autore Hartz-IV, entrata in vigore all´inizio del 2005.
L´idea di un io-Spa e di famiglia-Spa non è in fondo molto diversa
da quella di autoimprenditorialità, da tempo raccomandata pure in
Italia ai giovani nel quadro delle politiche attive del lavoro, però
è tecnicamente meglio definita. Quando una persona arrivi a concepire
sé stessa come una Spa, si sostiene, essa saprà valutare più
razionalmente - ossia con rinnovata ragionevolezza - il rapporto
costo/benefici di differenti strategie di impiego della propria forza
lavoro. Si renderà conto, ad esempio, che dopo aver perso il posto
perché la sua azienda è stata delocalizzata in Moldovia, è meglio
accettarne un altro pagato il 20 per cento in meno, meno qualificato,
di breve durata, e a 50 chilometri da casa, piuttosto che restar senza
lavoro e perdere pure il sussidio di disoccupazione. Normative simili
alla Hartz-IV sono state varate nel Regno Unito e in Francia, e
dottamente proposte, in varie forme, pure da noi. Resta da precisare,
in codeste normative, in qual modo la famiglia-Spa di un lavoratore o
una lavoratrice precaria possa riuscire a far salire il proprio valore
borsistico, come usano le imprese, mediante massicci riacquisti di
azioni proprie.
Sono anche, i precari, campioni internazionali della presenza
ubiquitaria. Si incontrano, con una frequenza non osservabile per
alcun altro tipo di lavoratore, in aziende di ogni dimensione e di
tutti i settori dell´industria manifatturiera e delle costruzioni,
nonché nelle compagnie teatrali e nei centri di ricerca, nell´editoria
e nelle micro-aziende di informatica, nella moda - da cui il termine
tecnico prêt-à-précariser - e nei cantieri navali. E naturalmente,
a legioni, nella Pubblica amministrazione, dalla scuola agli enti
territoriali. Tutte persone accomunate dallo svolgere un lavoro che a
distanza di alcune settimane o di pochi mesi potrà forse essere
rinnovato, mediante un ennesimo contratto di durata determinata e
normalmente breve, ma che potrebbe anche, dall´alto o da lontano non
fa differenza, venire revocato. Donde la pressione cui si è
sottoposti per apparire sempre super-performanti, diligenti, ben
adattati alle mansioni da svolgere, e soprattutto - a costo di
ammalarsi - in buona salute.
La collocazione ubiquitaria dei precari, non meno dell´ubiquità
delle condizioni in cui operano, ha contribuito a diffondere tra loro
una comune cultura del lavoro. Essa ruota attorno all´idea che ormai
è la normalità stessa del lavoro, quella che per una o due
generazioni i genitori o i nonni avevano conosciuto, a esser stata
revocata. Qualcuno l´aveva autorizzata, senza specificare per quanto
a lungo; qualcun altro sembra aver ritirato all´improvviso l´autorizzazione.
Per i precari, è la normalità a esser diventata atipica.
Non da ultimo, i precari rappresentano una contraddizione inscritta
nel profondo d´una società che dichiara di volersi fondare sempre più
sulla conoscenza. Quelli di loro - non sono pochi - che riescono a
mantenere un percorso coerente entro un dato ambito professionale, nel
mentre passano ripetutamente da un´impresa a un´altra tutta diversa,
a suon di contratti di breve durata, giungono ad accumulare saperi
tecnologici e competenze organizzative in misura e qualità tali da
essere in genere difficilmente accessibili a chi lavora per lustri o
decenni entro una medesima organizzazione.
È il tipo di saperi e competenze, modulari e polivalenti, che una
società della conoscenza, come la nostra e altre della Ue usano
definirsi, dovrebbe trattare con ogni riguardo, facendo tutto il
possibile per moltiplicarli. I loro portatori risultano invece
sottopagati, sottotutelati, nonché guardati spesso con diffidenza dai
responsabili delle risorse umane perché inclinano a cambiare troppo
spesso il posto di lavoro. Se mai la politica dovesse tornare a
occuparsi delle contraddizioni reali che si osservano in una società,
questa meriterebbe forse un´apposita nota in agenda.
Per milioni di lavoratori un
futuro senza certezze
di Luciano Gallino
su Liberazione del
22/03/2006
Offerti ai giovani posti
per lo più a termine e largamente al di sotto del loro livello di
istruzione
Con enfasi ancor maggiore che
nei precedenti comunicati attinenti la rilevazione continua sulle
forze di lavoro, l´Istat nota che l´aumento dello 0,7% dell´occupazione,
pari a 158.000 unità in più nel 2005 rispetto al 2004, «ha
risentito in misura considerevole della progressiva iscrizione in
anagrafe dei cittadini stranieri regolarizzati». Sono persone che di
fatto già lavoravano, ma dato che né loro né le loro famiglie erano
iscritte nelle anagrafi comunali, le rilevazioni campionarie dell´Istat
non potevano coglierle. Insieme con le analoghe stime rilasciate poche
settimane fa dalla Banca d´Italia, il dato non fa altro che
confermare come un´economia cresciuta negli ultimi anni tra l´uno
virgola qualcosa e lo zero abbia prodotto incrementi dell´occupazione
effettiva non di molto superiori a zero. Né si vede come potesse
risultare altrimenti. Ci sarebbe voluta non solo una stasi della
produttività del lavoro, quale in effetti si è osservata, ma un vero
crollo di essa, per poter registrare robusti aumenti effettivi dell´occupazione
di fronte a un Pil in calma piatta.
Potrebbe però essere giunto il momento di soffermarsi non soltanto
sulla quantità di lavoro effettivamente prestato in Italia dall´insieme
dei cittadini vecchi e nuovi, ma anche sulla sua qualità. Perché
quel che potrebbe succedere nelle relazioni industriali, nei vari tipi
di movimento sociale, e nella politica in complesso, dipende da questa
non meno che da quella. Ora, per valutare la qualità del lavoro le
rilevazioni dell´Istat offrono indicazioni importanti, che andrebbero
peraltro integrate da altre che l´istituto stesso non potrà mai
fornire. L´Istat ci dice, ad esempio, che a fine 2005 i dipendenti a
tempo determinato sono saliti al 12,7% del totale, con un più 0,7
rispetto all´anno prima. Un incremento di poco inferiore lo hanno
fatto registrare i lavoratori a tempo indeterminato ma parziale. Si
tratta in totale di quasi tre milioni di persone. E´ possibile che
una parte di esse, per motivi personali e familiari, gradiscano il
lavoro a termine, o il tempo parziale, o magari tutt´e due. Ma di
certo la gran maggioranza vorrebbe condizioni di lavoro migliori.
La stessa quota di lavoro a tempo determinato indicata dall´Istat, il
12,7%, non mancherà di riattivare una volta ancora l´affermazione
compiaciuta per cui, dopo tanto parlare di precarietà, si scopre che
i precari sono soltanto uno su otto. In realtà i precari sono
stimabili in circa il doppio. Per intanto i collaboratori coordinati e
continuativi, che ancora esistono nella PA dove la Legge 30 non si
applica, al pari dei collaboratori a progetto in cui la medesima li ha
trasformati nel settore privato, sono considerati lavoratori
indipendenti. Sono oltre un milione, pur detraendo da essi vari ruoli
non assimilabili a lavoratori. Il loro contratto è per definizione a
termine, dove il termine è spesso di pochi mesi. E ad essi vanno
aggiunti i molti che hanno dovuto dotarsi di partita Iva per poter
trovare lavoro, ma che sono in realtà dei lavoratori alle dipendenze.
Inoltre la maggior parte di questi lavoratori ha dinanzi a sé un
futuro previdenziale tra il grigio e il nero, perché non guadagna
abbastanza per formarsi una pensione integrativa, di cui pure avrebbe
assoluto bisogno.
Siamo dunque di fronte ad una massa di persone giovani e meno giovani,
posta contro la sua volontà in una condizione occupazionale
instabile, che oltre ad essere scontenta dell´oggi ha smesso
semplicemente di guardare al futuro. Posto che essa ammonta a quasi il
20% degli occupati in totale, forse 4 milioni di persone su 22, la sua
mera presenza costituisce di per sé, o dovrebbe costituire, una fonte
di specifiche preoccupazioni economiche, sociali e politiche. V´è
dell´altro. Ad onta del gran discorrere sulla società della
conoscenza e sui contenuti di sapere & tecnologia che
caratterizzerebbero i nuovi lavori, gran parte dell´apparato
produttivo continua ad offrire ai giovani degli impieghi largamente al
di sotto del loro livello di istruzione. Una giovane arriva a un bel
diploma di perito elettronico, ma trova lavoro soltanto come
inseritrice di dati commerciali in un PC. Un´altra, o un suo
compagno, acquisisce una laurea triennale, più una specialistica, più
magari un master, e finisce nella ristorazione rapida, oppure in un
centro di assistenza clienti dove deve concludere con successo il
"contatto" telefonico entro tot secondi, altrimenti ne va
della sua magra retribuzione oraria. Esiste insomma una vistosa
sproporzione tra il livello di istruzione dei giovani, e il tipo di
lavoro che l´organizzazione di molte aziende, nel privato come nel
pubblico, continuano ad offrire.
Avere un contratto di lavoro di breve durata, magari ripetuto cinque o
dieci volte, può essere sopportabile. Uno sopporta anche il part time
che non vorrebbe. Per qualche lustro, finché si è giovani, ci si può
concedere il lusso di non pensare al futuro. Si sopporta perfino la
frustrazione di avere studiato tanto e bene, e di trovare soltanto
lavori molto al disotto dello sforzo sopportato, come delle speranze
coltivate. Ma un paese non può permettersi di avere alcuni milioni di
giovani, e di assai meno giovani ormai, sulle spalle ed entro le teste
dei quali tutte codeste condizioni contemporaneamente si sommano.
Occupati, il gioco dei
numeri
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
06/03/2006
In occasione della visita di
sabato a Torino, il presidente del Consiglio ha dichiarato a un´emittente
locale che "noi abbiamo creato un milione e 560 mila nuovi posti
di lavoro." L´affermazione non è originale, poiché Berlusconi
ha spesso vantato i successi del suo governo nel far crescere l´occupazione,
parlando di oltre un milione di occupati in più da metà 2001 in poi.
Dubbi al riguardo sono stati avanzati da varie parti. Ma un numero così
preciso, reiterato con tanta sicurezza, può far credere a qualcuno
che si fondi su dati fuor di discussione, magari acquisiti da poco.
Esso invita quindi a fare alcune verifiche. Stando alle quali, come si
vedrà, il numero dei posti di lavoro effettivamente creati in più
nei cinque anni del governo Berlusconi risulta assai più vicino allo
zero che non al milione e mezzo.
La torreggiante cifra del milione e 560 mila nuovi posti di lavoro
comincia a perdere i pezzi non appena si faccia un passo indietro
nelle serie storiche degli occupati rilevati dall´Istat. In effetti,
se tanti sono i posti creati fino ad oggi a partire dalla seconda metà
del 2001, quando il nuovo governo prese ad operare, si dovrebbe
constatare che all´epoca gli occupati erano meno di 21 milioni. Cifra
cui si arriva sottraendo l´aumento in parola dall´ultima rilevazione
diffusa dall´Istat, relativa al terzo trimestre 2005, che indica gli
occupati in 22 milioni 542 mila. Il fatto è che gli occupati rilevati
nel terzo trimestre 2001 erano già 21,8 milioni. Per trovare una
cifra inferiore ai 21 milioni bisogna risalire addirittura al secondo
trimestre 1999. Allora, delle due l´una: o i suoi consiglieri non si
sono presi la briga di fare un minimo di controlli sui dati
disponibili, prima di passarli al presidente; oppure bisogna ammettere
che il governo Berlusconi, sebbene fosse allora soltanto un governo
ombra, è riuscito per tre anni, dal 1999 a metà 2001, a far crescere
il numero degli occupati mentre era in carica il governo di
centrosinistra.
Si dirà: è vero che circa 750 mila occupati in più dal 2001 al 2005
sono meno della metà dell´aumento indicato dal presidente del
Consiglio; però in una fase di prolungata stagnazione dell´economia
è pur sempre un successo. Ma qui cade un´altra parte di quel che
resta del galattico numero governativo. Perché oltre l´80 per cento
degli occupati rilevati dall´Istat in tale periodo non sono affatto
"nuovi". Sono persone che erano già occupate in precedenza,
ma che non essendo iscritte alle anagrafi comunali non venivano
captate dalle rilevazioni campionarie delle forze di lavoro condotte
settimanalmente dall´Istituto. Si tratta di circa 650 mila cittadini
stranieri che sono stati inseriti nelle anagrafi per effetto della
regolarizzazione degli immigrati, che ha dispiegato i suoi effetti
statistici dalla fine del 2002. In totale, tra il 1° gennaio 2003 e
il terzo trimestre 2005 i cittadini stranieri iscritti negli elenchi
comunali sono aumentati di quasi un milione di unità, contribuendo a
far salire la popolazione residente da 57,3 milioni a inizio 2003 a
ben 58,6 milioni a giugno 2005, stando ai bilanci demografici dell´Istat.
In tale nuova posizione formale detti cittadini sono finalmente
entrati nell´universo statistico su cui si basano le rilevazioni
campionarie dell´Istat. Queste hanno quindi potuto contare per la
prima volta come "occupati rilevati" anche le centinaia di
migliaia di persone tra gli stranieri regolarizzati che un lavoro già
l´avevano. In sostanza i posti di lavoro che figurano in più nelle
rilevazioni trimestrali dell´Istat non sono stati affatto
"creati" dalle politiche governative. Salvo sostenere,
ovviamente, che sono state le sue politiche demografiche a far
aumentare la popolazione e con essa gli occupati. Al più si può dire
che con la regolarizzazione degli immigrati si è reso possibile
contare meglio le persone che sono effettivamente occupate.
Si noti che l´effetto della regolarizzazione stessa sulle statistiche
dell´occupazione, nelle quali crescono i numeri mentre il numero
degli occupati effettivi in realtà rimane fermo, è stato
ripetutamente sottolineato da fonti ufficiali. Gli stessi comunicati
trimestrali dell´Istat non hanno mancato di rilevare via via che l´aumento
degli occupati rilevati negli ultimi anni è dovuto in massima parte
all´incremento della popolazione residente. Quanto alla Banca d´Italia,
non potrebbe essere più categorica: tra il 1° semestre 2003 e il 1°
semestre 2005 "l´incremento della popolazione spiega da solo
quasi l´80 per cento della crescita complessiva del numero di
occupati" (Bollettino Economico no. 45, nov. 2005, p. 51).
Una volta stabilito che gli occupati rilevati sono aumentati dal 2001
al 2005 di 750 mila unità, ma che almeno quattro quinti di essi
lavoravano già prima, il milione e 560 mila nuovi posti di lavoro
appare ridursi ad appena 150 mila unità. Trentamila l´anno: non
propriamente un risultato epico per un governo che ama dire d´aver
fatto più riforme che tutti i precedenti messi insieme. E tuttavia è
un risultato anch´esso soltanto in apparenza positivo. Infatti i 650
mila immigrati regolarizzati a partire dal 2003 già lavoravano a
quell´epoca, altrimenti non sarebbero stati messi in regola. Ora,
sommando tale cifra agli occupati rilevati a fine 2002, gli occupati
effettivi di allora salgono a 22,7 milioni, che sono 150 mila in più
di quelli rilevati al presente, ovvero nel terzo trimestre 2005. (Con
un calcolo analogo ma riferimenti temporali diversi l´ultimo Rapporto
congiunturale Ires-Cgil arriva a una cifra ancora peggiore: meno 177
mila). Scavando sotto la cifra del milione ecc. di posti di lavoro in
più si potrebbe dunque arrivare a scoprire che ci ritroviamo con
oltre 150.000 occupati in meno. Una stima resa plausibile anche dalla
diminuzione di 102 mila unità di lavoro a tempo pieno (ULA) nel 2005
indicata dall´Istat a inizio marzo, sebbene le ULA siano stime di
input di forza lavoro nella produzione del Pil e non vadano confuse
con gli occupati rilevati.
Usare le statistiche con qualche disinvoltura fa parte della politica,
specie in tempi di elezione. Lo ha fatto pure Bush nel 2004, anche lui
in tema di occupazione. Ma presentare come un aumento d´oltre un
milione e mezzo di occupati effettivi quel che non raggiunge un decimo
di tale cifra, sempre che non implichi una riduzione secca dei posti
di lavoro, merita di certo un apposito capitolo in un futuro manuale
sulle strategie elettorali.
L´Operaio e la Macchina
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
20/01/2006
Se si guarda alla storia del
lavoro, i metalmeccanici – le tute blu – non sono una categoria di
operai tra le altre. Sono l´Operaio. L´operaio è anzitutto un corpo
umano al quale si chiede, da oltre due secoli, di compiere su dei
pezzi di metallo alcune operazioni, semplificate al punto da poter
essere eventualmente affidate a una macchina. In seguito a ciò
diventa possibile costruire una macchina che provvede a render
superfluo l´operaio.
Prima dell´operaio - è il caso che riporta Adam Smith in La natura e
le cause della ricchezza delle nazioni (1776) - uno spillo veniva
fabbricato da un solo lavoratore, il quale stirava il filo d´acciaio,
lo tagliava di misura, forgiava la testa dello spillo, appuntiva l´altra
estremità, lucidava il tutto e lo incartava. Poi qualcuno scoprì che
facendo svolgere ciascuna operazione da un singolo lavoratore la
capacità di fabbricare spilli – quella che si sarebbe chiamata
produttività – poteva aumentare di centinaia di volte. Con la
divisione del lavoro applicata in modo spinto alla fabbricazione di
spilli era nato il moderno metalmeccanico.
La macchina che fabbricava da sola gli spilli fu inventata davvero
qualche tempo dopo, per cui gli operai del settore persero il lavoro.
Successivamente un processo analogo si è ripetuto in molti altri
campi. Non solo nella fabbricazione di parti metalliche, ma anche nel
loro montaggio o assemblaggio per giungere a un prodotto finito. All´inizio
del Novecento un ingegnere statunitense, Frederich W. Taylor,
perfezionò la divisione del lavoro nelle officine introducendo un
nuovo principio: pensare nuoce alla produttività. Chi usa le braccia
per lavorare non deve pensare a quello che fa. Questo compito spetta
soltanto alle direzioni d´officina. I loro uffici "tempi e
metodi" sono centri di scienza organizzativa, incaricati di
studiare come far muovere il corpo e le membra dell´operaio nel modo
scientificamente più appropriato, allo scopo di ricavare da esse una
maggior produttività.
Poco dopo la sua concezione teorica, la divisione del lavoro di tipo
tayloristico, nel duplice senso di scomposizione d´un mestiere in
operazioni elementari e ripetitive, e di drastica separazione tra
ideazione ed esecuzione, veniva applicata su larga scala nelle
officine Ford di Detroit sotto forma di catena di montaggio (1913). L´oggetto
in fabbricazione – in questo caso un´auto, ma lo stesso sistema
verrà presto adottato in ogni settore produttivo – scorre su un
nastro meccanico davanti al lavoratore. Questo non deve far altro che
compiere alcuni gesti elementari, purché si muova con la rapidità
necessaria a non farsi scappare il pezzo che avanza sulla catena. Per
vari aspetti i robot di oggi sono stati prefigurati allora. Le attuali
braccia meccatroniche non compirebbero i movimenti sapienti che
avvitano e verniciano, posizionano e montano pezzi complicati, se non
fossero stati prima concepiti come movimenti delle braccia di operai
addetti alle catene di montaggio.
Operai che però hanno anche una mente, la quale non ha mai gradito di
venire consultata sul lavoro il meno possibile, perché così le
manifatture prosperano di più, né di vedere il corpo che la ospita
trasformato, insieme con quello dei compagni, in una parte di una
grande macchina. Un´osservazione risalente ad un autore che influenzò
non poco Marx, Adam Ferguson, il quale nel Saggio sulla società
civile del 1767 denunciava pure la «disparità di condizioni e
ineguale coltivazione della mente» che derivava da una avanzata
divisione tecnica del lavoro.
Ci hanno provato spesso, i metalmeccanici, a ridurre la disparità di
condizioni che deriva dal lavoro suddiviso in fasi insignificanti, e a
introdurre in fabbrica una maggior possibilità di coltivare la mente.
Lo hanno fatto con gli scioperi contro l´organizzazione parcellare
del lavoro, dalla Renault di Billancourt del 1912 sino alla Fiat di
Melfi del 2004, uno stabilimento in cui il tradizionale ufficio tempi
e metodi che stabiliva imperativamente con quale angolo, e a quale
velocità, bisogna muovere il braccio sinistro o la gamba destra, è
stato sostituito da un computer; non è chiaro se con un tocco di
umanità in più o in meno. Si sono opposti al lavoro insignificante,
i metalmeccanici, anche specializzandosi in nuove professioni, come
quelle che consistevano nel fabbricare parti dal raffinato e complesso
disegno guidando a mano, con l´occhio al centesimo di millimetro,
macchine utensili come torni e frese, rettifiche e piallatrici.
Oppure, ancor sempre a mano, costruendo al banco, a forza di passaggi
con lime e altri attrezzi via via più fini, prodigi di precisione
come gli stampi destinati alle presse che ricavano dalla lamiera ogni
sorta di sagome.
Sono professioni meccaniche durate una generazione o più, ma via via
rese ridondanti, e gli operai specializzati con esse, dall´avvento di
macchine sempre più indipendenti dall´operatore. Tornitori,
fresatori e compagni sono stati quasi ovunque sconfitti, sin dagli
anni ´50 del Novecento, dall´arrivo delle macchine utensili
automatiche, poi dalle batterie di teste operatrici a trasferimento
automatico, infine dai sistemi flessibili di produzione. Negli anni ´60
i mestieri di aggiustatori e attrezzisti sono stati eliminati dal
controllo numerico - macchine che eseguono lavorazioni complicate
sotto la guida di un programma elettronico. E per i mestieri restanti
sono arrivati i robot.
C´è tuttavia qualcosa, nel corpo e nella mente dei metalmeccanici
che hanno reso possibile con i loro successivi adattamenti l´industria
moderna, che sembra proprio non possa essere trasferito alle macchine.
E che forse spiega come siano ancora tanti, più di un milione e
ottocentomila, e producano ancora, in Italia, immense quantità di
manufatti all´anno: 27 milioni di tonnellate d´acciaio, oltre 20
milioni di elettrodomestici, 1 milione di auto, decine di migliaia di
macchine che sanno fare di tutto, da produrre altre macchine a
inscatolare biscotti. Tempo fa vi furono tecnici di produzione che
puntavano a realizzare stabilimenti dove non c´era nemmeno bisogno di
accendere la luce, perché erano interamente automatizzati. Ma quei
pochi che riuscirono a costruire si rivelarono un mezzo disastro, e la
maggior parte di simili progetti è stato abbandonato. Perché non c´è
robot o automatismo che possa sostituire l´occhio e l´ascolto d´un
operaio, allenati a distinguere ciò che a un dato momento funziona
bene o male in un impianto in marcia; né la sua manualità che sa
individuare e riparare difetti di qualità del prodotto. E meno che
mai la sua conoscenza implicita dei mille snodi in cui le parti in
produzione, i sistemi automatici, i tempi e i cicli e gli arrivi di
materiali giusto in tempo dai fornitori si intersecano e si
completano, ma non di rado si complicano e si disturbano a vicenda,
sino a che l´intero processo s´inceppa. A meno che non intervenga la
capacità del metalmeccanico di turno di capire e rimediare in tempo.
Ad onta di chi vorrebbe che la sua mente fosse consultata il meno
possibile, o di chi pensa che i metalmeccanici siano figure del
passato.
Dove sta l´interesse
nazionale
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
07/12/2005
Al punto critico in cui sono
arrivate le cose dopo l´attacco delle forze dell´ordine ai gazebo
dove si annidava – qualcuno deve aver immaginato – il nocciolo
duro dei resistenti valsusini, restano forse due strade per ragionare
con calma sulla questione della Tav. Una strada consiste nel
riconoscere un irrimediabile conflitto di fondo tra gli interessi
locali e l´interesse nazionale, ma questo non deve prevaricare
brutalmente sul secondo. I primi sono sacrosanti e non possono venire
calpestati. Il secondo è però talmente più vasto, considerati i
vantaggi economici che l´opera promette di recare alla collettività
nazionale, da rendere inevitabile una decisione a favore della
realizzazione dell´opera.
Una volta che si sia adottato questo schema di ragionamento, che
comporta anche la rinuncia da parte delle autorità all´idea di
mantenere la valle sotto controllo militare per venti o trent´anni,
si tratta di vedere in che modo gli interessi locali, che si riconosce
verranno inevitabilmente lesi, possono essere oggetto di qualche forma
di compensazione. Si è parlato, a questo riguardo, di piani di
sviluppo da individuare a beneficio dell´intera valle, attinenti all´economia
e all´ambiente, al turismo e alla scuola. Altri hanno ventilato, un
po´ più rozzamente, indennizzi monetari diretti: tot euro per
abitante da far affluire alle casse comunali, affinché aiutino la
popolazione ad alleviare i disagi. Così come si è parlato di una
opera di convincimento e di chiarificazione, e di rassicurazioni circa
il fatto che non appena emergessero, dalle apposite e continue
verifiche, rischi ambientali finora non sospettati, si cercherebbero
soluzioni tecniche adeguate per eliminarli.
L´adozione di questo schema mentale, per cui l´interesse nazionale
è prioritario, e però si ammette che gli interessi locali vanno
compresi e bisogna far tutto il possibile per salvaguardarli e ove
opportuno compensarne i danni mediante adeguati investimenti
sussidiari, avrebbe tra l´altro il merito di avviare nuovamente un
processo decisionale in sede politica, tramite incontri bilaterali o
trilaterali tra i sindaci della Val di Susa, gli esponenti della
Regione e della Provincia, e i rappresentanti del governo. Risalendo
per così dire in superficie dall´abisso in cui gli interventi manu
militari rischiano di affondarlo.
Una seconda strada potrebbe invece essere quella di adottare uno
schema mentale diverso, il cui punto di elaborazione iniziale consiste
nel chiedersi se per caso non siano proprio gli abitanti della Val di
Susa quelli che, con la loro opposizione a questo progetto di Tav,
stanno facendo l´interesse nazionale. Che essi abbiano perseguito e
perseguano interessi particolari non v´è dubbio. Ma intanto che così
agivano essi hanno anche contribuito a far emergere per varie vie, in
Italia, una tal massa di studi, di documenti, di interrogativi fondati
circa la effettiva validità e la priorità del progetto, da far
pensare che un minimo di principio di precauzione dovrebbe indurre a
prenderli in seria considerazione.
E precisamente, bisogna ammettere, dal punto di vista dell´interesse
nazionale. Il quale interesse vorrebbe che per completare l´opera si
spendessero i 13 miliardi previsti, e non molti di più, perché altri
miliardi certamente andranno spesi per completare la prima tratta del
percorso valsusino, dal Monte Musiné al paese di Bruzolo (un altro
colossale pezzo dell´opera complessiva che al momento sembra
dimenticato da tutti), nonché il raccordo con la rete ferroviaria di
Torino e l´interporto di Orbassano. Così come vorrebbe, l´interesse
nazionale, che si valutasse l´ordine di priorità del Tav in Val Susa
a confronto delle grandi e grandissime opere – forse troppe – che
rientrano tra i progetti di reti europee, e si cercasse di capire al
tempo stesso quanti milioni di tonnellate dovrebbero migrare dalla
gomma alla rotaia, verso il 2030, per giustificare economicamente l´opera.
Salvo, ovviamente, pensare a suo tempo di vietare per legge il
transito su gomma in Val di Susa.
Non è un esercizio retorico, mettere a confronto due schemi mentali
differenti per vedere dove portano. Prima di ogni altra esiste infatti
una responsabilità cognitiva dei tecnici, degli amministratori, dei
politici, dei media. Perché dallo schema che uno sceglie per
ragionare e confrontare meriti e demeriti di diverse opzioni operative
discendono conseguenze reali dalle quali, diversamente da quanto
accade con le opzioni cognitive, non si può in seguito tornare
indietro. Sarebbe insomma meglio evitare che qualche figlio o nipote
degli oppositori valsusini di oggi si venisse a trovare verso il 2035
in una situazione tale da indurlo ad affiggere una lapide, all´imbocco
di due gallerie verso il confine francese, una autostradale in cui
transitano innumerevoli Tir stracarichi di merci, e una ferroviaria
con rombanti carri semivuoti, con la scritta: "Cercarono di fare
l´interesse nazionale, ma non furono ascoltati".
Le domande senza risposta
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
30/11/2005
Sono tendenzialmente
favorevole a un rilevante trasferimento del traffico merci dalla
strada alla rotaia. Potrei quindi essere etichettato come un
potenziale pro Tav, per inclinazione e per gli studi fatti sulle
conseguenze dello sviluppo industriale. La massa delle merci in
viaggio per l´Europa è formata in effetti o da materie prime o
semilavorati o componenti destinati all´industria, oppure da beni
prodotti dall´industria. Il mezzo più efficiente per trasportarli,
dal punto di vista energetico, e il meno oneroso per l´ambiente, è
certo la ferrovia. Ben vengano dunque i progetti intesi a trasferire
sui treni alcuni milioni di tonnellate di merci l´anno.
Nel caso della Val di Susa, in quanto tendenziale pro Tav, sono
rimasto però – almeno fino ad ora – alquanto deluso. Mi attendevo
che i politici, gli amministratori, i dirigenti d´impresa, gli
esperti rispondessero con argomenti circostanziati alle perplessità
di ordine tecnico ed economico sollevate da varie parti sulla grande
opera che dovrebbe attraversare, per il lungo, tutta la valle. Ora è
certo possibile che mi sia perso qualche articolo o discorso
super-documentato. Resta il fatto che gli argomenti pro Tav in Val di
Susa avanzati negli ultimi mesi mi paiono rientrare prevalentemente
nella categoria "ce lo chiede l´Europa", ovvero "non
si può bloccare il progresso", o, ancora, "non si può
cedere alla demagogia". Un po´ poco, per uno che è sì pro Tav,
ma che vorrebbe vedere la sua causa difesa con ragioni compiutamente
argomentate. Proverò a riassumere in alcuni punti le domande che mi
pare non abbiano ricevuto finora, dal fronte pro Tav, risposte
approfondite.
1) Sarebbe utile sapere quali analisi economiche sono state fatte,
ovvero quali strumenti legislativi si pensa di introdurre, per
assicurare che una volta compiuta la grande opera il traffico merci si
sposti realmente, in misura tale da giustificare i costi economici e
sociali dell´opera, dalla strada alla rotaia. Tale quesito è stato
sollevato da un economista liberale, Mario Deaglio (La Stampa,
11/11/2005). I binari non sono dotati di un´attrazione magnetica tale
per cui si possa essere certi che, una volta posati, fiumi di merci
lasceranno la strada per affluire su di essi. Sarebbe drammatico se,
dopo 15-20 venti di lavoro, trasformazioni radicali, sociali
economiche e ambientali, di un´intera valle, e 15 miliardi di euro
(che potrebbero facilmente diventare 18 o 20) le merci continuassero a
correre sui tir.
2) Altri studiosi di economia, nemmeno essi estremisti, hanno
osservato che il potenziamento della linea esistente, quella del
Frejus, e una appropriata politica tariffaria pro-ferrovia e
moderatamente anti-Tir, la domanda ferroviaria per Modane potrebbe
arrivare a quasi 17 milioni di tonnellate/anno. Con la realizzazione
della Tav in Val di Susa la domanda potrebbe arrivare – ma non è
certo, perché la composizione delle merci cambia – a poco più di
21 milioni di tonnellate l´anno (Andrea Boitani, la voce.info,
23/11/2005). Su un piatto, dunque, ci sono forse quattro milioni di
tonnellate in più sui treni; sull´altro, un traforo di 52,7
chilometri, più uno di dieci, con 15 miliardi di spesa e oltre.
Sarebbe gratificante, per chi crede nell´importanza del passaggio
alla rotaia, capire come si pensa di equilibrare i due piatti della
bilancia.
3) Gli svizzeri sono molto avanti con il raddoppio del Gottardo
ferroviario e con la costruzione del nuovo tunnel del Loethchberg,
dalle parti del Sempione. Pare ovvio che nei prossimi anni gran parte
del traffico merci del milanese e di gran parte della Lombardia
prenderà tale direttrice per andare sia a Nord che a Nord-Ovest. E´
possibile vedere, e serenamente discutere, qualche studio che mostri
in qual modo tale novità, che diventerà operativa molto prima dell´eventuale
Tav in Val di Susa, verrà ad incidere sulla convenienza di quest´ultima
opera? Se mai un simile studio fosse in giro, un pro Tav tendenziale
come chi scrive lo vedrebbe volentieri accompagnato da qualche studio
comparato che dimostrasse razionalmente la convenienza, a livello
nazionale, dell´opera valsusina rispetto a varie alternative. Quali,
ad esempio, il raddoppio del Brennero, o il potenziamento della linea
da Torino a Nizza, o della stessa linea preesistente del Frejus.
Ho lasciato da ultimo, ovviamente, la domanda delle domande. Anche nel
caso in cui si dimostrasse con cifre e argomenti ben fondati che la
Tav in Val di Susa è, dal punto di visto economico, e a lungo
termine, superiore a tutte le alternative possibili, e garantisce con
elevata probabilità il passaggio di grandi volumi di merci dalla
gomma alla ferrovia, bisogna chiedersi come si pensa di mantenere in
valle un megacantiere della durata di 15-20 anni, che produrrà e dovrà
poi trattare e trasportare alcuni milioni di tonnellate di materiali
di scavo, contro la volontà di tutta una popolazione. Certo,
impiegando un paio di migliaia di poliziotti e carabinieri al giorno,
per tutto quel periodo, si potrebbe anche farcela. Ma con costi
sociali e politici sin troppo facilmente immaginabili.
A questo punto la domanda non può che essere girata a Romano Prodi.
Perché come economista che punta al governo, ha certamente le carte
in regola per chiedere che, prima di avviare i macchinari degli scavi,
i pro Tav della regione e del paese diano risposte tecnicamente
esaurienti alle osservazioni critiche sollevate finora. Ma soprattutto
perché la questione è diventata per intero politica, come sono tutte
le grandi questioni economiche non appena si scavi un poco sotto le
loro apparenze tecniche. La loro sostanza è sempre la stessa: si
tratta di distribuire con equità i costi e i benefici tra le
popolazioni, gli strati sociali e i territori coinvolti in innovazioni
radicali. Nella vicenda della Val di Susa parrebbe, al momento, che i
costi gravino prevalentemente su una parte sola. Vorremmo capire come
Prodi pensa di ridurre tale squilibrio, o magari se non medita di
impostare uno scenario affatto inedito, che preveda più benefici che
costi per tutti gli interessati.
Il caso Bnl, il fisco e l´arte
di eludere le tasse
di Luciano Gallino
su la Repubblica del
23/08/2005
È stato calcolato da esperti
che le sette società che hanno ceduto a Unipol le azioni Bnl in loro
possesso hanno realizzato complessivamente, senza muovere un dito, o
usandolo solo per cliccare sul mouse, un guadagno di 1,2 miliardi di
euro. Hanno rastrellato circa un miliardo di dette azioni tra uno e
due anni fa, pagandole 1-1,3 euro l´una; le hanno cedute a Unipol al
prezzo convenuto di 2,7 euro. Da qui il guadagno, che gli addetti ai
lavori chiamano plusvalenza. Ma la vera notizia non è la rilevante
entità di questo, o la facilità con cui sarà conseguito. Essa va
vista piuttosto nella entità risibile delle tasse che su tale
guadagno le società cessionarie legalmente pagheranno: forse 20
milioni di euro, nel migliore dei casi, pari all´1,7 per cento della
somma in questione.
Un simile regalo dello Stato è reso possibile da una specifica norma,
denominata Pex (da participation exemption), contenuta nel Testo unico
della legislazione fiscale. Essa prevede che siano totalmente esentate
da ogni tassa le cessioni di azioni possedute da imprese a titolo di
partecipazione in altre società, purché sussistano un paio di
condizioni: che le azioni stesse siano state tenute in portafoglio per
almeno un anno, e che la società partecipata esista davvero, né sia
iscritta nella lista dei paradisi fiscali. Tali condizioni sussistono
tutte nel caso Bnl, con alcune eccezioni personali alle quali si deve
se il fisco incasserà almeno una ventina di milioni.
Se il cerchio si chiudesse qui, per evitare il ricorrere di analoghi
doni alle società - sui quali si dovrebbe forse chiedere un parere ai
milioni di persone che al fisco versano ogni mese un terzo del loro
reddito come imposte dirette, e ogni giorno un altro 15% (in media) in
forma di imposte indirette - basterebbe cancellare quanto prima la Pex.
Come già hanno proposto esponenti del centrosinistra, nel caso in cui
questo vincesse le elezioni. Il cerchio è invece molto più ampio, e
di esso la Pex è solamente un capitolo modesto. La vicenda del
capitale Bnl apre in realtà una finestra su una pratica delle imprese
tra le più diffuse e gravide di conseguenze in Italia come nel mondo
intero. Al di là di espressioni tecniche quali elusione fiscale o
"minimizzazione delle imposte", tale pratica si può
definire come l´arte di schivare le tasse.
L´esercizio di tale arte non presuppone soltanto l´abilità di
sfruttare le pieghe della legge per pagare meno tasse, che è il
significato comune di elusione fiscale. Richiede la capacità di
organizzare la produzione a livello internazionale in modo che
ciascuno dei suoi anelli sia assoggettabile a prelievi fiscali minimi
o inesistenti. È quanto si fa, ad esempio, con il prezzo di
trasferimento: le società di un gruppo dichiarano di vendere ad altre
società dello stesso gruppo dei beni a un prezzo talora alto, talora
basso, ma sempre determinato in modo che i profitti vengano a cadere
giusto nel paese in cui l´imposizione fiscale è minore. Una
procedura dalle enormi ricadute, a vantaggio delle imprese e a danno
dei bilanci pubblici, posto che oltre la metà del commercio mondiale
è costituito da simili scambi. La stessa arte presuppone la
possibilità di pagare legioni di consulenti legali ed economici
aventi una potenza di fuoco, nei tribunali, tale da schiacciare quella
contrapposta del fisco. In Gran Bretagna, per dire, le quattro
maggiori società di revisione contabile fatturavano nel 2002 quasi 6
miliardi di sterline, mentre il bilancio dell´ufficio centrale del
dipartimento delle finanze che doveva tenere loro testa ammontava a
meno di 40 milioni. In Usa, poco prima del crollo la Enron aveva speso
88 milioni di dollari di consulenze per evitare di pagare 2 miliardi
di tasse federali. L´arte di schivare le tasse comporta infine di
avere la capacità politica, ideologica e mediatica sufficiente per
convincere i governi a emanare norme fiscali adatte a ridurre
drasticamente l´imponibile, in modo da fare in pratica evaporare le
aliquote sul reddito delle società – tipo, nel suo piccolo, la Pex.
Negli ultimi decenni l´arte di schivare le tasse, che si compendia
nella contrapposizione tra pagare quanto si riesce a fare apparire
formalmente legale e quanto invece sarebbe sostanzialmente equo,
giusto, legittimo pagare, ha provocato in gran parte del mondo una
forte erosione della base fiscale dei bilanci pubblici. Inoltre è
stato operato su larga scala un trasferimento della tassazione dai
redditi da capitale ai redditi da lavoro. In Italia, le tasse pagate
da individui e famiglie rappresentano ormai il 43% delle entrate
primarie dello stato; quelle delle imprese, il 6%. Dato non
sorprendente, ove si pensi che secondo i dati della Cgia di Mestre
oltre il 48% delle 723.000 società di capitali hanno dichiarato nel
2001, ai fini dell´imposta sulle società, un reddito negativo o pari
a zero. D´altra parte negli Stati Uniti individui e famiglie pagano l´80%
delle imposte federali; le imprese il 20%. Negli anni ´50 il
contributo di queste ultime superava il 40%. Per quanto attiene all´Unione
Europea, già qualche anno fa la società di revisione Deloitte &
Touche stimava che lo schivamento delle tasse fosse dell´ordine di
140 miliardi di euro l´anno. È in cifre di questo genere che
andrebbero cercate alcune ragioni almeno dei deficit dei bilanci
pubblici, che costringono in molti paesi a ridurre prestazioni
sanitarie e servizi scolastici, insegnamento e ricerca universitaria,
trasporti collettivi e pensioni, indennità di disoccupazione e
protezione sociale per le famiglie.
Il cerchio si può quindi chiudere con il richiamo a una
contraddizione. Dopo i tanti scandali societari del periodo 2000-2003,
dalla Enron alla WorldCom alla Parmalat, si è registrato uno
straordinario sviluppo del dibattito e delle iniziative in tema di
responsabilità sociale delle imprese (Rsi). Centinaia di codici, a
livello internazionale, nazionale e societario, sono stati redatti al
fine dichiarato di introdurre maggiori quote di moralità, di
attenzione ai portatori di interesse che non si collocano tra gli
azionisti, nella gestione delle imprese. Ora si nota che in tali
codici - ma lo stesso può forse dirsi di gran parte degli innumeri
articoli sulla Rsi - il dovere per i manager di astenersi dall´arte
di schivare le tasse utilizzando tutti i mezzi disponibili per fare
rientrare nella legalità tale comportamento, in contrasto stridente
con una comune nozione di equità e giustizia sociale, non è quasi
mai menzionato. Alla fine, persino la vicenda del capitale Bnl, presa
qui come spunto per toccare un tema ben più generale, potrebbe
risultare utile alla collettività se fosse l´occasione per provare a
inscrivere nei codici societari dedicati alla responsabilità sociale
dell´impresa, magari a pagina uno, articolo uno, il suddetto
fondamentale dovere.
PROMEMORIA PER LA SINISTRA
di Luciano Gallino
su La Rivista del Manifesto
del 07/10/2003
Politiche industriali:
Italia-Europa
Ogni volta che vengono
riproposte si resta colpiti dalla povertà teorica e pratica delle
riforme che la Confindustria e il governo vorrebbero attuare allo
scopo di accrescere la 'competitività e la capacità di sviluppo'
della economia italiana 1. Sono ispirate da criteri ben noti: meno
tasse e contributi a carico delle imprese; maggior flessibilità del
mercato del lavoro; riduzione della spesa pubblica per pensioni e
sanità. Il fatto che tali riforme siano pressoché identiche, nella
sostanza, a quelle che la UE raccomanda da tempo a tutti i paesi
membri non ne riduce la pochezza; dimostra semmai che l'ideologia
neoliberale o liberista che le sottende ha radici profonde nelle
istituzioni europee, quanto ampie ramificazioni nei diversi paesi. Ove
si faccia mente alle condizioni critiche in cui versa il nostro
apparato produttivo, derivanti dalla marcata contrazione quanto dalla
sparizione in pochi lustri di interi settori industriali, appare sin
troppo agevole inferire che al fine di elaborare le linee di una
politica capace di migliorare dette condizioni i criteri ispiratori
dovrebbero essere assai differenti. Peraltro, in un paese che da quasi
quarant'anni non ha prodotto un quadro organico di politica
industriale, chiedere quali mai potrebbero essere tali criteri è di
per sé una domanda impegnativa.
Per muovere qualche passo in tale direzione può essere utile il
concetto di 'Standort', termine traducibile come 'posizione di un
paese comparata all'economia internazionale'. Il concetto di
'posizione comparata', che non si esaurisce nelle ricorrenti quanto
rudimentali classifiche della competitività a base di benchmarkings
(ricerca del prodotto leader), ha dato origine a numerose elaborazioni
teoriche, programmi politici e ricerche empiriche soprattutto in
Germania - ovviamente declinato come Standort Deutschland. Dalla
relativa letteratura possono venire, a giudizio di chi scrive,
suggerimenti interessanti qualora si voglia tentar di riavviare una
discussione sulla politica industriale in Italia. Va da sé che non si
tratta di prendere a modello l'industria o la politica economica
tedesche, quanto di cercar di capire in qual modo il concetto di 'Standort
Italia' potrebbe contribuire a delimitare un programma quadro di
politica industriale, dopo che per decenni esso sembra esser stato
rimosso non soltanto dalla prassi, ma perfino dalla coscienza delle
forze economiche e delle forze politiche del paese, incluse quelle di
sinistra.
Tra coordinate dello Standort (d'ora innanzi S.) e contenuti di una
politica industriale intercorre una relazione ricorsiva assai stretta.
Una politica industriale dovrebbe puntare a migliorare lo S. di un
paese; ma se lo S. di questo è tra mediocre e pessimo - è il caso
dell'Italia - le coordinate del medesimo pongono severi limiti alla
pronta elaborazione di una politica efficace. Trasformare tale spirale
perversa in una spirale virtuosa - la politica industriale che
migliora lo S. il quale permette di impostare una politica più
incisiva - dovrebbe essere l'obiettivo di un programma politico prima
ancora che di una politica economica.
La nozione di S. porta a individuare vari aspetti topici di una
politica industriale. Tra questi si collocano:
- il modo di concepire e affrontare la sfida della globalizzazione; -
investimenti pregressi e presenti in formazione e ricerca; - capacità
tecnologiche e settori produttivi da sviluppare; - organizzazione del
governo e politica industriale; - politica industriale, mercato del
lavoro e politiche sociali Proverò ad esaminare brevemente ciascuno
di questi aspetti in riferimento al nostro paese.
Globalizzazione. La nozione di S. propone di scegliere tra differenti
schemi interpretativi sia della globalizzazione che dei suoi effetti
in diversi campi. Stando alla versione neoliberale essa consiste nello
sviluppo d'un sistema economico operante in tempo reale in ogni
regione del pianeta. A tale schema interpretativo si può opporne un
altro: la globalizzazione intesa come un progetto di formazione
sociale vasta come il mondo, nel quale gli elementi economici sono
inseparabili da quelli politici, culturali ed ecologici. Quanto agli
effetti, lo schema neoliberale li desume dall'idea portante di 'vincolo':
la globalizzazione potrà dispiegare i suoi effetti positivi solamente
se saranno rimossi tutti i vincoli ovunque esistenti al libero impiego
della forza lavoro, alla circolazione dei capitali, al commercio
internazionale. Sono i vincoli del mercato del lavoro che producono un
tasso elevato di disoccupazione, così come un costo del lavoro
elevato perché gravato da troppi contributi obbligatori rende le
imprese poco competitive sul mercato internazionale. Da questa idea
portante derivano i pressanti inviti alla deregolazione, che significa
in concreto ridurre il costo del lavoro, le prestazioni dello Stato
sociale, il potere dei sindacati.
Uno schema alternativo potrebbe partire dalla constatazione che non
esiste alcuna evidenza empirica capace di corroborare l'ipotesi che un
costo del lavoro elevato riduca la competitività, oppure quella che
la regolazione del mercato del lavoro generi disoccupazione. Al
riguardo il caso Germania presenta per il caso italiano particolare
interesse. Anche in quel paese la maggioranza degli studiosi, dei
politici e dei media, si legge in un recente rapporto sullo S.
Deutschland, condivide l'opinione che mercati del lavoro ingessati e
sistemi di sicurezza sociale ostili alla competitività siano
responsabili della situazione difficile che sta attraversando
l'economia tedesca. Un'accurata analisi dei relativi dati porta però
alla conclusione che gli argomenti dei 'de-regolatori radicali' non
poggiano su fondamenta solide né dal punto di vista teorico né da
quello empirico 2. Si può aggiungere che pur facendo registrare un
costo del lavoro più elevato di quello italiano di circa il 40%,
l'economia tedesca è una formidabile macchina esportatrice di
prodotti aventi contenuti tecnologici medio-alti, capace di generare
un sopravvanzo degli scambi commerciali superiore a quello di ogni
altro paese industriale.
Formazione e ricerca. È un ambito dove lo S. Italia risulta
particolarmente carente. L'Italia produce laureati in materie
scientifiche e ingegneristiche, nella fascia d'età compresa tra i 20
e i 29 anni, in misura pari alla metà della media UE (il 5,6% contro
il 10,3). Il tasso di popolazione provvisto d'un titolo di studio di
terzo livello, nella fascia di età 25-64 anni, è il più basso della
UE, appena il 10,3% contro il 21,2 in media; il 23% e oltre di Francia
e Germania; il 28,5 del Regno Unito. Per quanto riguarda
specificamente le forze di lavoro, in Germania la quota di coloro che
posseggono un diploma di maturità, o di formazione professionale, o
entrambi, tocca l'80%. Al contrario in Italia, nel 2001 (ultimo dato
disponibile), tra i 21,5 milioni di occupati rilevati dall'ISTAT ben
10,2 milioni, ossia oltre il 47%, avevano un titolo di studio che non
andava al di là della licenza di scuola media inferiore. Nessun altro
paese UE presenta un tasso di scolarità delle forze di lavoro
occupate altrettanto basso. Tasso che non deriva ovviamente da una
scarsa propensione agli studi degli italiani, quanto dalla
composizione della domanda che le imprese italiane hanno rivolto per
decenni al mercato del lavoro in base a una definita politica
tecnologico-organizzativa: sostituire ovunque sia possibile il lavoro
qualificato con le macchine, e impiegare per il resto forza lavoro
poco qualificata.
La quota di PIL destinata a spese per ricerca e sviluppo da parte
della mano pubblica si aggira sullo 0,5%, contro lo 0,7 della media
europea; in proporzione, la quota fornita dalle imprese è ancora
minore, poco più dello 0,5 contro l'1,3% della media UE, al disopra
della quale si collocano Francia, Belgio, Germania, mentre ancora più
lontane sono Finlandia e Svezia, con oltre il 2,7%: il che vuol dire
oltre cinque volte la quota di PIL spesa in Ricerca & Sviluppo
(R&S) dalle imprese italiane. La percentuale delle piccole e medie
imprese coinvolte in progetti di cooperazione per promuovere
l'innovazione è di nuovo il più basso della UE (meno del 5%), mentre
Francia, Olanda, Germania e Regno Unito presentano percentuali triple
o più che triple, mentre Finlandia, Irlanda, Svezia e Danimarca
superano l'Italia tra le quattro e le nove volte.
Capacità tecnologiche e settori produttivi da sviluppare. La nozione
di S. porta a questo proposito a formulare due considerazioni e un
corollario. Le considerazioni sono: 1. la grande importanza come
fattore di traino dell'innovazione tecnologica di settori industriali
sovente considerati maturi e quindi tecnologicamente infertili; 2. il
peso economico che hanno assunto in pochissimi anni due tecnologie
avanzatissime: le optotecnologie (o tecnologie ottiche, o tecnologie
della luce) e le nanotecnologie. Il corollario: l'Italia appare in
cattiva posizione sul primo punto, e ha ormai accumulato un ritardo -
industriale più che scientifico - probabilmente incolmabile nello
sviluppo delle tecnologie anzidette.
Un settore industriale che è stato definito di volta in volta maturo,
tradizionale, destinato a essere praticato entro pochi anni soltanto
nei paesi in via di sviluppo, ma che per contro mostra d'avere proprio
nei paesi avanzati una eccezionale capacità quantitativa e
qualitativa di traino tecnologico è l'automobile. Esso continua a
sollecitare innovazioni fondamentali in altri settori che vanno dai
nuovi materiali metallici e non metallici all'elettronica, dalla
chimica alle optotecnologie. Traendone a sua volta cospicui vantaggi
in tema di qualità del prodotto, di efficienza del ciclo produttivo,
di capacità di creare occupazione e pagare alti salari, e di fare
buoni profitti. Grazie allo stabilirsi di tale circolo virtuoso, le
case tedesche come Volkswagen e Mercedes (la parte locale della
DaimlerChrysler), BMW e Porsche stanno attraversando un periodo di
solida prosperità. Pagano alti salari, al di sopra dei 2500 euro al
mese; assumono personale a ritmi costanti sul lungo periodo, tanto che
l'occupazione del settore (ivi compresi i fornitori) ha toccato nel
2002 quota 764.000, con un incremento di 100.000 unità rispetto al
1995; hanno costruito o stanno costruendo, oltre a quelli localizzati
all'estero, nuovi stabilimenti e centri di ricerca in varie regioni
del paese. Il loro fatturato complessivo ha superato nel 2002, quando
hanno prodotto all'interno 5,5 milioni di veicoli (e 12,7 milioni nel
mondo), i 202 miliardi di euro. Tra i fattori della rinnovata vitalità
dell'auto tedesca si collocano gli investimenti in nuovi impianti per
oltre 46 miliardi di euro effettuati tra il 1996 e il 2000, e i 30
miliardi di euro spesi in R&S solo nel biennio 2001-2002 3.
In termini di posizione comparata, si può notare che il fatturato
dell'industria tedesca corrisponde oggi a oltre nove volte il totale
dei ricavi netti di FIAT Auto per il 2002, essendo questi ultimi stati
indicati dalla stessa casa in 22,1 miliardi di euro (o 23,3 se vi si
include la Ferrari) per circa 2 milioni di veicoli prodotti nel mondo.
Una ventina di anni fa, il fatturato dell'autoindustria tedesca era
grosso modo equivalente a sole due volte quello dell'industria
italiana, e quando si fossero detratti i marchi di lusso BMW, Mercedes
e Porsche non era lontano dalla parità.
Le commesse e il sostegno alla ricerca dell'industria automobilistica
hanno contribuito in Germania al forte sviluppo delle optotecnologie o
tecnologie ottiche. Esse si ritrovano in lavorazioni industriali di
eccezionale finezza e produttività mediante apparati laser; in
terapie mediche e chirurgiche fondate sulla luce; in reti di
comunicazione fotoniche aventi una capacità di trasmissione dieci
milioni di volte superiore a quella di una connessione ISDN. La
litografia è il settore delle optotecnologie che ha conosciuto i
maggiori sviluppi industriali, grazie all'impiego sempre più esteso
di apparati specializzati nella laser-incisione dei circuiti di
microprocessori.
Il fatturato complessivo delle aziende tedesche operanti nel settore
delle tecnologie ottiche ha superato nel 2002 i 4 miliardi di euro. La
Germania è leader mondiale nel campo degli apparati laser per usi
industriali, dove detiene il 40% del mercato; negli altri campi segue
da vicino il Giappone e gli Stati Uniti. In Italia si può stimare che
la ricerca di base nel campo delle tecnologie ottiche sia abbastanza
avanzata, dato il gran numero di dipartimenti universitari e di centri
di ricerca del sistema pubblico che se ne occupano. Anche aziende come
la Pirelli hanno effettuato investimenti consistenti nella ricerca
sulle fibre ottiche (salvo errore, 400 milioni di euro nel 2002).
Peraltro sotto il profilo industriale vari segni non lasciano
intravvedere un forte sviluppo del settore delle optotecnologie nel
nostro paese. La francese Alcatel gestiva a Vimercate un centro di
ricerca e reparti di produzione che hanno conseguito negli ultimi anni
risultati apprezzabili in termini sia di brevetti sia di produzione.
Però il primo agosto 2003 la casa madre Alcatel ha ceduto l'intero
comparto optoelettronico alla statunitense Avanex (codice Nasdaq AVX);
cosa accadrà a Vimercate non è dato sapere. La realizzazione di una
grande rete fotonica della Omnitel/Vodafone è stata affidata alla
inglese Marconi. Il Centro di Tecnologie ottiche dello CSELT, il
grande centro di ricerca e sviluppo della telefonia che fu della STET,
poi di Telecom, è stato ceduto alla Agilent Technologies nei primi
mesi del 2000. Dopodiché, l'anno seguente lo CSELT è stato di fatto
smantellato dalla Telecom.
Le nanotecnologie non hanno ancora raggiunto la diffusione e il peso
economico delle optotecnologie, ma i loro usi industriali cominciano a
essere tangibili in USA e in Germania. Il mercato mondiale a queste
collegato ha superato da tempo i 50 miliardi di euro l'anno. Tra
queste rientrano diversissimi processi di fabbricazione, applicazioni
e prodotti (come le nanomacchine) che hanno in comune il fatto di
aggirarsi in un campo di grandezze compreso tra 1 e 100 nanometri (un
nanometro = un milionesimo di millimetro). Da molti esperti le
nanotecnologie sono considerate quelle che maggiormente impronteranno
il XXI secolo. La ricerca e la produzione in campi che vanno
dall'elettronica alla farmaceutica, dalle macchine utensili alla
protezione ambientale ne saranno rivoluzionati. In Germania il
Bundesministerium für Bildung und Forschung (ministero federale per
la Formazione e la Ricerca) ha costituito sei centri di competenza ai
quali partecipano le imprese e i centri di ricerca interessati alle
nanotecnologie. L'attività di tali centri è concentrata in campi
quali i nanomateriali; i rivestimenti ultrasottili; l'impiego di
nanostrutture nell'optoelettronica; la lavorazione ultraprecisa di
superfici; strutture e macchine nanometriche. Nulla del genere sembra
essere stato istituito in Italia. In totale il sostegno statale per lo
sviluppo della nanoscienza e delle nanotecnologie è stato in
Germania, per il 2000, di 63 milioni di Euro, e poco meno negli anni
precedenti. In Italia esso ha toccato appena la decima parte, 6,3
milioni di Euro. Una situazione del genere lascia prevedere - e lo
stesso vale in maggior misura per le tecnologie ottiche - che quando
il mercato mondiale avrà raggiunto le dimensioni globali previste, la
quasi totalità di esso risulterà occupato dall'industria di altri
paesi.
Organizzazione del governo e politica industriale. Concezione e
realizzazione d'una efficace politica industriale presuppongono
l'esistenza di un ente centrale che la coordini e se ne faccia carico.
La partecipazione dei gruppi economici, dei sindacati, delle
associazioni di categoria, delle forze politiche è ovviamente
essenziale, ma le loro domande e proposte debbono alla fine essere
elaborate in modo unitario da un singolo organo al quale viene
demandato sia di formulare esso stesso proposte innovative, sia di
mettere in pratica le linee che sono state collettivamente concordate.
Un simile ente non può che far parte dell'organizzazione del governo
nazionale. In tutti i paesi industriali un simile ente compare con
evidenza nell'organigramma governativo, di solito entro un singolo
ministero, al massimo due.
In Italia le potenziali competenze e gli eventuali poteri di
concezione e attuazione d'una politica industriale sono sparsi tra
almeno quattro ministeri (o tre e mezzo, giacché uno è senza
portafoglio). In ogni caso le prime come i secondi appaiono
evanescenti. Il ministero dell'Economia e delle Finanze possiede
ancora importanti quote azionarie di grandi imprese (ENEL,
Finmeccanica, Fincantieri, ecc.), ma per individuare nell'organigramma
qualcuno che se ne occupi bisogna scendere fino alla Direzione VII del
dipartimento del Tesoro. Per scoprire poi che essa si limita a
funzioni quali: monitoraggio delle partecipazioni finanziarie
pubbliche; esercizio dei diritti dell'azionista; gestione dei processi
di dismissione e di privatizzazione. Da parte sua il ministero delle
Attività produttive si articola in quattro dipartimenti - Mercato,
Internazionalizzazione, Imprese, Reti - le cui descrizioni funzionali
non comprendono alcun riferimento specifico a settori industriali e
tecnologie da sviluppare in via preferenziale, fatte salve le solite
menzioni effusive quanto generiche alle ICT (Information and
Communication Technology).
Queste ultime sono la specialità del ministro per l'Innovazione e le
Tecnologie, che giustamente sono messe in risalto nell'organigramma
del suo ministero senza portafoglio, ma nelle quali sembrano esaurirsi
tutte le tecnologie esistenti. Chi intravveda il titolo del principale
documento proposto dal suo sito - Le cinque grandi iniziative per
modernizzare tecnologicamente l'Italia - può credere per un momento
di trovarsi dinanzi a un programma di politica industriale e
tecnologica a 360 gradi. Ma deve ricredersi non appena apra l'indice:
le 'grandi iniziative' consistono infatti in PC e Internet agli
italiani; Carta d'identità elettronica; Innovazione nei grandi
sistemi nazionali (sanità, scuola); Diffusione ICT nelle imprese;
Federalismo efficiente (con la precisazione che l'obiettivo è un
"modello di Pubblica Amministrazione efficiente decentrato, ma
integrato con le tecnologie di rete").
Resta il ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR).
Nella parte URST (Università e Ricerca Scientifica e Tecnologica)
dell'organizzazione del MIUR l'unico ente che appare occuparsi di
tecnologia e ricerca industriale è il Servizio per il potenziamento
dell'attività di ricerca. Peraltro la descrizione delle sue funzioni
mette subito in chiaro che esso non si occupa di definire determinate
priorità scientifico-tecnologiche per poi contribuire a porre in
essere le condizioni per la loro attuazione, con l'intervento
programmato di attori pubblici e privati - l'essenza di una politica
industriale - quanto di sovrintendere alle modalità di concessione di
agevolazioni alla ricerca industriale in generale, avendo particolare
cura nel non privilegiare alcuna particolare linea di essa.
A differenza dell'Italia, i ministeri dell'economia e della ricerca
dei maggiori paesi europei mostrano d'avere una organizzazione
strutturata in modo da conferire sin dai massimi livelli competenze e
responsabilità specifiche nel campo della politica industriale e
tecnologica. Il Bundesministerium für Wirtschaft und Arbeit (BMWA)
della Germania comprende dodici Abteilungen o dipartimenti, facenti
capo a sei sottosegretari, che posseggono ampi poteri di iniziativa e
di coordinamento in campi quali la politica economica (A. I);
l'industria e la protezione ambientale (A. IV); la politica della
tecnologia e dell'innovazione (A. VI); le piccole e medie imprese,
l'artigianato, i servizi (A. VIII); l'energia (A. IX). Va sottolineato
che dopo l'accorpamento nel settembre 2002 delle competenze prima
assegnate al ministero del Lavoro, altri dipartimenti del BMWA
collocati allo stesso livello dei precedenti si occupano di politica
del mercato del lavoro (A. II) e di diritto e tutela del lavoro (A.
III). Sempre in Germania, l'analogo del MIUR, il Bundesministerium für
Bildung und Forschung, comprende un dipartimento Informazione,
Comunicazione e nuove Tecnologie, articolato in sezioni che si
occupano specificamente, tra l'altro, della promozione di ricerca,
sviluppo e applicazioni industriali in settori quali nanomateriali,
nanoelettronica e nanosistemi; sistemi e tecnologie di produzione;
tecnologie ottiche; microsistemi; brevetti; software per l'IC.
Nel Regno Unito il ministro complessivamente responsabile del
Department of Trade and Industry sovrintende all'attività di tre
ministri e due sottosegretari, su un totale di sei, che si occupano
tutti primariamente di temi connessi alla politica industriale: a.
energia, sviluppo sostenibile, industrie delle comunicazioni e
dell'informazione; b. industria e corporate governance; c. politiche
commerciali ed esportazione; d. piccola e media industria (PMI),
costruzioni, beni e servizi per il consumatore; e. scienza e
tecnologia, politiche dell'innovazione, bioscienza e prodotti chimici.
Quanto alla Francia, subito al disotto del Ministre de l'Economie, des
Finances et de l'Industrie, si trova un altro ministro con delega -
attuata per il tramite di altrettante direzioni generali - per
l'industria e le tecnologie dell'informazione; l'energia e le materie
prime; le tecnologie dell'informazione; la sicurezza nucleare e la
radioprotezione.
In Italia, al vuoto organizzativo a livello di governo in tema di
politica industriale pare corrispondere, in una infeconda relazione
dialettica, il vuoto delle idee. Si veda il rapporto L'economia
industriale italiana. Tendenze, prospettive, politiche, predisposto
nella primavera del 2003 dal ministero delle Attività produttive (MAP)
in vista del semestre di presidenza italiana della UE. Vi si legge:
"La politica industriale è orizzontale per natura e mira ad
assicurare le condizioni generali favorevoli alla competitività
dell'industria. [...] In ogni caso la politica industriale ha bisogno
di tener conto delle necessità specifiche e delle peculiarità di
ogni settore. Perciò, inevitabilmente la politica industriale unisce
una base orizzontale e applicazioni settoriali" (p. 29). Una
volta edotto in modo sì penetrante dei caratteri della politica
industriale, il lettore viene informato circa le politiche orizzontali
del MAP. Si esplicano in cinque campi: 1. energia. Qui
"l'obiettivo è duplice: più offerta di energia; più
liberalizzazioni e semplificazioni". 2. Sperimentazione
preindustriale, "per costituire uno zoccolo duro tecnologico a
disposizione delle imprese, specie di quelle di dimensioni
minori". 3. Sostegno finanziario alle imprese che applichino -
nullameno - "le più avanzate tecnologie IC ai loro modelli
organizzativi". 4. Internazionalizzazione delle imprese, mediante
un'apposita "autostrada per l'internazionalizzazione". 5.
Credito alle PMI (pp. 31-33). Se le politiche orizzontali appaiono
alquanto indefinite, si può passare alle applicazioni settoriali,
poiché "Il MAP tiene conto delle necessità specifiche e delle
peculiarità di molti settori industriali. A titolo esemplificativo:
"a. chimica - il ministero è impegnato: nell'elaborazione di
nuove linee politiche di rilancio della chimica italiana; nella
conseguente riconversione dei siti produttivi [...]. b. Auto - il
ministero ha coordinato un Tavolo con la partecipazione della
presidenza del Consiglio, del ministero del Welfare, di FIAT e delle
organizzazioni sindacali, che nello scorso mese di novembre 2002 ha
analizzato il piano industriale di FIAT Auto [...]. c. Meccanica: - il
ministero cura gli approfondimenti del Piano nazionale dell'industria
meccanica [...]" (pp. 33-34).
Una lettrice o un lettore potrebbero sentirsi insoddisfatti per la
circostanza che mentre il nostro MAP discute, quanto a obiettivi di
politica industriale, di crediti alle PMI, di riconversione di siti
produttivi e di tavoli per analizzare piani industriali di aziende in
crisi, i ministeri dell'industria di Germania, Francia e Regno Unito
tracciano vasti e dettagliati programmi di sviluppo in settori che si
chiamano aerospaziale; nanotecnologie; biotecnologie; tecnologie
ottiche e optoelettroniche; nuove fonti energetiche. Lei o lui
potrebbero allora provare a rivolgersi alle Linee guida per la
politica scientifica e tecnologia del governo, documento
interministeriale dell'aprile 2002. In effetti le affermazioni di
principio, seppur di tono scolastico, appaiono qui avere quantomeno
presenti gli aspetti più rilevanti d'una politica
tecnologico-industriale: "Bioscienza, Nanoscienza ed Infoscienza,
opportunamente orientate dall'etica dei valori, tendono a
caratterizzarsi come i motori della crescita e dello sviluppo
sostenibile nei prossimi decenni" (p. 10) Tuttavia, quando uno
cerchi di afferrare quali sono i contenuti del "nuovo approccio
strategico della politica scientifica nazionale", si imbatte in
una lunga serie di asserzioni d'una disarmante genericità:
"puntare sullo sviluppo e sull'emersione delle capacità
innovative delle PMI"; "realizzare [...] strutture di
eccellenza idonee ad attrarre investimenti italiani e stranieri in
settori produttivi caratterizzati da un'alta intensità di
conoscenza"; "promuovere la crescita nei ricercatori
pubblici di nuova imprenditorialità in settori ad elevato contenuto
tecnologico"; "incentivare le relazioni tra Scienza e
impresa...". Seguono alcune tabelle che indicano in qual misura
una serie di "tecnologie abilitanti", tipo le biotecnologie,
la microelettronica o la optoelettronica interagiscono positivamente
su alcuni settori prioritari. Da queste si ricavano indicazioni
particolarmente chiarificatrici per meglio comprendere i nessi tra
tecnologia e industria. Viene prospettato, ad esempio, che
l'informatica avanzata interagisce positivamente con l'informatica e
le telecomunicazioni, mentre le biotecnologie interagiscono molto con
il settore salute e poco con i beni culturali. (pp. 12-16, e Tab. 2).
Politica industriale e politiche sociali. Una politica industriale è
al tempo stesso, se non forse prima di tutto, un atto politico, in
specie di politica sociale. A seconda di come viene ideata e
realizzata essa risulterà capace di arricchire i ricchi e impoverire
i poveri, oppure di ridurre la distanza sociale tra le due classi; di
rendere l'occupazione più o meno sicura, il lavoro più o meno
gratificante, la società più civile o più barbara. Ad onta delle
dottrine neoliberali, uno S. collocantesi nella parte alta della scala
non richiede affatto che la politica industriale sia progettata in
modo da peggiorare intenzionalmente tutti i suddetti indicatori della
qualità di una società, come accade quando mercato e imprese sono
liberate da ogni vincolo. Tuttavia una politica industriale che non
sia disegnata avendo nel proprio nucleo un orientamento esplicito a
far sì che i suoi diversi strumenti producano il meglio di una
politica sociale, piuttosto che il peggio, equivale a sottoscrivere un
impegno a favore di quest'ultimo.
Per riassumere e precisare gli argomenti sin qui svolti:
- l'indicatore più attendibile dello S. di un paese è lo stato del
suo apparato industriale. Negli ultimi lustri l'Italia ha perso o
fortemente ridotto la sua capacità industriale in settori di
permanente rilevanza strategica quali l'informatica e la chimica,
l'aeronautica civile e l'elettromeccanica high tech. Perciò, sebbene
il tasso di sviluppo attuale del PIL sia in essa analogo a quello dei
maggiori paesi UE, lo S. Italia si colloca parecchio al disotto della
loro media.
- Il grave indebolimento produttivo e finanziario dell'industria
automobilistica ha di fatto privato l'Italia di uno dei settori dotati
di maggior capacità di traino dell'innovazione tecnologica a
vantaggio dell'intera economia. Con l'aggravante che in Italia non ne
esiste più nessun altro.
- Nel campo delle tecnologie ottiche - una delle due o tre tecnologie
di cui è ormai evidente la rilevantissima incidenza che avranno per
decenni sull'economia di questo secolo - ad onta del numero e della
qualità dei suoi centri di ricerca la produzione industriale italiana
appare ormai in grave ritardo a confronto degli altri paesi europei.
È pertanto assai probabile che l'Italia possa puntare al massimo, a
medio termine, ad occupare qualche modesta nicchia specializzata sul
mercato internazionale. Nel campo delle nanotecnologie le prospettive
sono ancora peggiori.
- Laddove volesse competere nella fascia medio-alta, sotto il profilo
tecnologico, delle produzioni industriali del prossimo futuro,
l'Italia dovrebbe puntare ad elevare rapidamente di almeno tre anni il
livello medio di formazione professionale del 50%, quello meno
scolarizzato, delle sue forze di lavoro.
- A differenza di tutti i principali paesi UE, l'Italia non dispone di
una struttura di governo nemmeno lontanamente idonea a concepire e
realizzare una politica industriale, che è fatta di scelte risolute
in tema di R&S e di produzione, di ordini di priorità e di azioni
conseguenti. Peraltro è proprio questo l'ambito in cui dovrebbe
essere più agevole per una nuova maggioranza, e finanziariamente meno
proibitivo, avviare una riforma incisiva, ridisegnando la struttura e
le funzioni dei ministeri. Se qualcuno nel centro-sinistra stesse mai
lavorando a un programma per le prossime elezioni, suggerirei di farsi
un appunto a tal fine. Potrebbe anche essere l'occasione per infondere
un contenuto moderno e realistico all'idea finora fantasmatica a
sinistra, e prettamente reazionaria a destra, di modernizzazione.
Una politica industriale dovrebbe includere tra i suoi capitoli
salienti proposte finalizzate a far sì che gli interventi nel campo
della struttura produttiva, delle tecnologie, dell'istruzione e della
ricerca producano, insieme con un miglioramento dello S. Italia, anche
beni pubblici globali quali minori disuguaglianze; maggior sicurezza
dell'occupazione e del reddito; uno sviluppo quantitativo e
qualitativo della produzione e dei consumi tale da renderli
sostenibili; un livello più elevato di protezione e riproduzione
dell'ambiente. Al presente, in relazione a quasi tutti questi punti
l'Italia e l'UE procedono, anche sotto il profilo delle direttive
istituzionali, in direzione contraria. Pure qui s'attende che qualcuno
batta un colpo, a sinistra.
note:
1 Le ho brevemente analizzate nell'ultimo capitolo di La scomparsa
dell'Italia industriale, Einaudi, Torino 2003.
2 E. Hein, B. Mülhaupt, A. Truger, Wirtschafts- und
Sozialwissenschaftliche Forschungsinstitut, WSI - Standortbericht
2003: Standort Deutschland - Reif für radikale Reformen?, "WSI
Mitteilungen", giugno 2003, pp. 331-343. Il Wsi è un affermato
istituto di ricerche sui rapporti tra sviluppo economico e condizioni
di lavoro.
3 Un ampio servizio sull'industria dell'auto in Germania, definita una
efficiente Job Maschine, è stato pubblicato da "Der Spiegel",
8 settembre 2003. Altri dati si possono trovare nel rapporto del
Bundesministerium für Wirtschaft und Technologie (dal settembre 2002
Bundesministerium für Wirtschaft und Arbeit - BMWA) su Die Deutsche
Industrie. Europa- und Weltweit in der ersten Reihe, del 2001,
disponibile on line, e nel sito del BMWA, sotto Wirtschaft/Branchenfocus/
Automobilindustrie
«Retribuzioni al palo. Così
i lavoratori dipendenti sono colpiti due volte»
di Luciano Gallino
su Liberazione del
05/10/2003
Una riforma «ingiusta»
che peggiora la condizione dei lavoratori dipendenti, «già duramente
colpiti dalla stagnazione delle retribuzioni per più di dieci anni».
Luciano Gallino, economista e sociologo, denuncia gli effetti
devastanti che avrà l'intervento sulle pensioni deciso dal governo
Berlusconi
Una riforma «ingiusta» che
peggiora la condizione dei lavoratori dipendenti, «già duramente
colpiti dalla stagnazione delle retribuzioni per più di dieci anni».
Luciano Gallino, economista e sociologo, denuncia gli effetti
devastanti che avrà l'intervento sulle pensioni deciso dal governo
Berlusconi. «Nell'arco degli ultimi 10-12 anni - accusa Gallino -
l'incidenza sul Pil delle retribuzioni da lavoro dipendente è
diminuita del 7-8%. Questo vuol dire che gli incrementi di produttività
sono andati per la maggior parte ai profitti e al lavoro autonomo».
In altre parole, con il taglio delle pensioni di anzianità «i
lavoratori dipendenti vengono colpiti due volte». Il governo però
sostiene che la riforma è necessaria perché la popolazione invecchia
e nel 2030 ci sarà la famosa "gobba", vale a dire la
probabile contemporanea uscita dal lavoro dei figli del boom economico
degli anni '60, con un incremento della spesa che raggiungerà il
15,7% del Pil. Il problema secondo lei esiste? Attualmente ci sono 4
lavoratori attivi che con i loro contributi pagano la pensione di una
singola persona. In prospettiva questo rapporto si dimezzerà, perché
oggi si fa un figlio in media ogni due persone. Questo problema è
stato però ingigantito, perché intanto ci sono ancora moltissimi
disoccupati e sottoccupati. L'obiettivo dovrebbe perciò essere quello
di far crescere l'occupazione. Ma c'è un'altra cosa che viene
sottovalutata: la questione della produttività. Facciamo l'esempio
dell'industria dell'automobile: vent'anni fa si producevano 25 auto
per addetto, oggi con le nuove tecnologie se ne producono 75. Questo
vuol dire che nel 2030 due lavoratori produrranno molto di più e
potranno benissimo sopportare il carico del pagamento di una singola
pensione. Inoltre i nostri nonni lavoravano più di 3mila ore l'anno,
noi mediamente lavoriamo 1700 ore l'anno. E' possibile cioè tradurre
la tecnologia e l'incremento di produttività in un minor numero di
ore lavorate. E allora mi chiedo perché non si possa tradurre
l'aumento di produttività in un minore numero di anni di permanenza
al lavoro. Bisogna vedere se anche il Pil cresce in proporzione... E'
chiaro che l'economia dovrà uscire dalla crisi attuale. Ma anche una
crescita del Pil solo del 2% in 25 anni fa un incremento rispetto
all'oggi superiore al 50%, se si tiene conto che ogni 2% si aggiunge a
quello dell'anno precedente. Il problema delle pensioni va perciò
inquadrato in termini di equità distributiva della ricchezza
prodotta. Secondo lei dunque il problema è stato drammatizzatoE' vero
che il fondo dei lavoratori dipendenti dell'Inps quest'anno si prevede
che sia in deficit di circa 5 miliardi di euro. Ma per risanare i
deficit non ci sono solo i tagli. La via più giusta sarebbe quella di
aumentare le entrate aumentando l'occupazione normale, e cioè i
contratti a tempo indeterminato e a orario pieno perché è di lì che
vengono i contributi che tengono in piedi il sistema. Il governo
invece ha scelto un'altra strada che ha due biforcazioni: una è il
taglio delle pensioni di anzianità, l'altra, che rischia di avere
degli effetti molto seri, consiste nella decontribuzione per i nuovi
assunti. Riducendo di cinque punti i contributi che le imprese devono
versare all'Inps, già nel 2005 si rischia di diminuire le entrate di
10 miliardi di euro. In più, c'è stata la riforma del mercato del
lavoro che moltiplica i lavori precari, aumentando la platea di coloro
che pagano pochi contributi perché non lavorano 12 mesi l'anno. Anche
da un punto di vista contabile, perciò, questa riforma non sta in
piedi. Già la riforma Dini aveva fortemente ridotto tagliato i
trattamenti. Mi sembra di capire che per i pensionati piove sul
bagnato... Per mantenere un livello di vita simile a quello di prima,
un pensionato dovrebbe ricevere intorno all'80% dell'ultima
retribuzione. Con la riforma Dini si è già scesi mediamente intorno
al 68%, con questa riforma si scende anche al di sotto del 50%. Lei si
riferisce a chi, a partire dal 2008, andrà in pensione con 57 anni di
età e 35 di contributi. Come dicono i sindacati, siamo all'abolizione
di fatto delle pensioni di anzianità. In pratica, saremo costretti a
lavorare più a lungo. Più che altro, chi ne avrà le possibilità.
Penso a quei lavoratori che, a causa delle politiche di
ringiovanimento del personale che le imprese conducono con grande
determinazione, si ritroveranno magari in mobilità lunga a 50 anni di
età con 25 anni di contributi. Come possano raggiungere i 40 anni di
contributi entro i 65 anni è inspiegabile. Così si costruisce una
società che cova conflitti e drammi umani che potrebbero essere
devastanti. Capitolo incentivi. Il governo mette molta enfasi sulla
possibilità che viene data al lavoratore che rinuncia ad andare in
pensione di intascare i contributi e di aumentare in questo modo la
propria retribuzione del 32,7%Qui c'è un minimo di libertà di
scelta, ma la convenienza dove sta? Chi decide di prendere l'incentivo
per due-tre anni, deve stare attento, perché ogni anno che rimane al
lavoro poi prende il 2% di pensione in meno. Magari incassa anche
15mila euro in 2 anni ma poi ce ne rimette 30-40mila nel lungo
periodo.