Il manifesto 24/12/00
EDITORIALE
Il frutto dell'albero
LUIGI PINTOR
Spesso andiamo a bere qualcosa in un bar in
Piazza in Lucina, ci vanno anche giornalisti del Corriere.
Lì sarebbe più facile spararci. Ma venerdì a quell'ora ero su
un aereo per Torino e a differenza dei miei compagni non ho corso
nessun rischio personale.
E' vero che l'attentatore era uno sprovveduto (ma io non saprei
farmi una bomba di quel calibro). Era anche disinformato, se
avesse messo l'ordigno il giorno prima al quarto piano avrebbe
eliminato tutti i vecchi del giornale insieme a Pietro Ingrao e
forse anche Fausto Bertinotti.
So che non è politicamente corretto ma mi sorprendo a pensare
che a Roma nel 1944 era normale morire per mano fascista.
Sessant'anni dopo nessuno se lo aspetterebbe, anche se non è la
prima volta in questi decenni. Non credo che sarà l'ultima.
Allora c'era la guerra, ma adesso cosa c'è? Allora erano
patrioti e adesso sono dementi esaltati ma pensano e agiscono
nello stesso modo. Che cosa c'è che li spinge? Qualcosa deve
esserci come allora. La quantità è diminuita ma la qualità è
la stessa.
Anch'io non credo che ci sia una trama, che pure c'è stata negli
anni di piombo ed ha mutilato in profondità la democrazia. Ma
l'ispirazione, la seminagione, è evidentissima. Chiamo fascista
gran parte della cultura dominante, che è intrisa di
sopraffazione, razzismo, inimicizia, licenza di uccidere. Il
demente che mette la bomba è un frutto dell'albero.
Anch'io credo ovviamente che non ci sia altra risposta che una
mobilitazione democratica ma non credo affatto che questa
risposta possa nascere falsificando le carte. Perciò apprezzo il
silenzio di Berlusconi più della cortesia di Fini, giudico Bossi
null'altro che un produttore di fascismo e lo scrivo per oggi e
per domani, non dimentico di aver conosciuto molto da vicino
alcuni Gasparri. Non accetto nessuna dialettica che non muova da
queste oneste premesse.
Non serve un'unità nazionale adulterata ma una lotta politica
che ristabilisca discriminanti e confini invalicabili, storici e
attuali, ideali e pratici, quelli che hanno segnato la nascita
della repubblica né più né meno. Una lotta politica non
occasionale ma permanente e senza commistioni nella società e
nelle istituzioni. Ne siamo lontani.
Questo paese ha dimenticato di essere stato una culla del
fascismo europeo. Le sue classi dirigenti hanno smesso di
vergognarsene. Ai nostri occhi quella culla non è mai rimasta
vuota e magari è per questo che qualcuno ci ha fatto visita.
Vorrei ripetere al presidente Ciampi che questa non è l'Italia
che sognavamo in giovinezza. Somiglia in molte cose e nell'animo
di molti, al di là delle bombe, a quella che in giovinezza
abbiamo avversato di cuore e cercato di combattere a caro prezzo.