Franco Castagno

 

 

Ricordo di Franco Castagno

 

Franco nasce a Bagnolo Piemonte nel 1926.

In fabbrica ,alla Corte e Cosso, durante lo sciopero in occasione dell’attentato a Togliatti, conosce Magda, che sposerà l’anno successivo e sarà la compagna di tutta la sua vita.

Iscritto alla Fiom e al P.C.I  parteciperà alla Beloit Italia a tutte le lotte operaie, fino ad organizzare, come membro della Commissione Interna, l’occupazione degli stabilimenti di Pinerolo nel gennaio del 1965.

Partecipa con passione agli incontri con gli studenti pinerolesi a partire dagli anni 67/68 mentre l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’U.R.S.S segna il suo allontanamento dal P.C.I.

Lasciata la Beloit per motivi di salute lavora in una boita: patisce di non far più parte “dell’aristocrazia operaia”, ma non perde la passione per gli incontri, i dibattitti, lo studio e il confronto.

Si riavvicina al P.C.I quando emerge la figura di Enrico Berlinguer.

Tratti distintivi della sua vita sono state senza dubbio la convinzione dell’importanza della politica e della militanza, l’orgoglio di essere un operaio, il desiderio e la curiosità di conoscere la Storia e le storie delle persone.             (Marina)

 

 

appunti Beloit Italia 

(estratto da  file )    1958 …

La Beloit, multinazionale americana, entra in Italia nel 1958 acquistando dalla Cartiera Burgo prima metà e poi tutto il pacchetto azionario delle officine Poccardi di Pinerolo (OMPP).

La Beloit Italia costruisce macchine continue per cartiera. Altri stabilimenti Beloit sono in Canada, Spagna, Gran Bretagna ecc.. Nel ’58 l’officina Poccardi conta 400 dipendenti con una forte tradizione sindacale e di lotta. La nuova direzione non intende assorbire il personale del reparto Riparazione Carri Ferroviari (65 operai) ma con la lotta vengono fermati i licenziamenti. In tre anni si passa a 1200 dipendenti, la Beloit assorbe personale specializzato mettendo in crisi la piccola industria locale – arrivano poi maestranze specializzate da tutta Italia. A quel tempo si diceva che si volesse giungere fino a 2500 dipendenti. Le alte paghe, specialmente nel settore impiegatizio spiegano il calo di conflittualità nella vertenza nazionale del 1959. Nel ’60 dopo una riduzione di orario da 45 a 40 ore per riduzione delle commesse, l’azienda licenzia 2 membri di commissione interna. Sciopero dal 10 al 13 giugno. Ritiro dei licenziamenti. Nel 1961 sorge l’ALABI (Associazione Lavoratori Apolitici Beloit Italia) con lo scopo di rompere l’unità dei lavoratori. Nasce anche il foglio aziendale "la voce della Beloit Italia" e l’azienda assume in proprio attività culturali, ricreative ed assistenziali con lo scopo di operare un efficace controllo sulla manodopera. L’ALABI si impone rapidamente: 4 seggi su 12 nella Commissione Interna nel ’61, 6 nel ’62, e poi la maggioranza assoluta. Nell’ottobre del ’62 cominciano i licenziamenti collettivi e in un clima deteriorato dall’azione dell’Alabi vengono colpiti in particolare alcuni attivisti sindacali (fra cui Bosio della Fiom). Nel marzo’63 viene licenziato Orsi e alla fine dell’anno si chiedono 90 licenziamenti, poi ridotti a 45.

Né allora né a febbraio ’64 quando vengono licenziati 75 impiegati le maestranze si muovono – per il controllo dell’Alabi e per la paura di perdere il posto di lavoro in un momento di recessione economica.

Il 29/12/64 vengono richiesti altri 300 licenziamenti e parte lo sciopero. Il 7 gennaio ’65 c’è l’occupazione della Beloit ( all’inizio è presente anche l’Alabi). Il 16 gennaio la fabbrica viene sgomberata dalla polizia.

I licenziamenti vengono ridotti a 123, più alcune dimissioni volontarie e varie sospensioni a 0 ore. Nel luglio ’66 160 sospensioni a 0 ore verranno poi trasformate in licenziamento, alcuni lavoratori sospesi verranno reintegrati. Dopo l’occupazione torna apparentemente la calma, non si aderisce agli scioperi nazionali metalmeccanici del ’66. Ma sta crescendo lo scontento verso l’Alabi, con astensione e schede bianche alle elezioni interne.

1bis.

Intervista a Franco Castagno e Giuseppe Civallero (Cronache del Pinerolese –18/1/1985)

** Con voi vorrei parlare in particolare di come venne decisa l’occupazione e come viveste quei 10 giorni dentro gli stabilimenti.

(Castagno). Era da diversi giorni che si facevano gli scioperi interni, quando ci giunse nella mattinata del 7 gennaio la notizia dei licenziamenti. La discussione, come puoi ben immaginare quando ci si trova di fronte ad un attacco così brutale al posto di lavoro, si fece subito alquanto animata. Nel giro di poche ore si decise di passare dagli scioperi interni all’occupazione dello stabilimento. Ricordo che quelli più politicizzati,come me ed altri, eravamo contrari a tale drastica forma di lotta poiché ci rendevamo conto a cosa andavamo incontro; quali enormi sacrifici avremmo dovuto affrontare per riuscire a durare più a lungo possibile nel tempo. Mentre invece i più accesi sostenitori dell’occupazione erano i meno politicizzati. Ritengo che questo loro atteggiamento fosse determinato da due ragioni fondamentali, una relativa all’illusione nata in un momento di euforia di poter giungere così in tempi brevi ad una soluzione positiva della vertenza in atto, l’altra alla voglia di ricrearsi una certa verginità dopo aver per molti anni accettato supinamente la politica paternalistica e discriminatoria dell’azienda ed il ruolo filopadronale dell’ALABI.

** Cosa successe dopo che fu presa tale decisione?

(Castagno-Civallero). Ci recammo dall’allora capo del personale Manganaro comunicandogli la decisione presa dalla maggioranza dei lavoratori e lo invitammo quindi ad abbandonare lo stabilimento. Dopodichè nessuno più uscì dalla fabbrica e qualcuno che se n’era andato a casa ritornò. Fu quindi formato un comitato d’occupazione che ebbe il compito di gestire i vari aspetti organizzativi della lotta quali i collegamenti con l’esterno, la pulizia dei locali dove si mangiava e si dormiva e cosa molto importante da ricordare, la sorveglianza 24 ore su 24 degli impianti produttivi e dello stabilimento nel suo insieme onde evitare qualsiasi atto provocatorio di sabotaggio.

** Per dormire e mangiare quali locali, visto che era inverno e faceva freddo, usavate?

(Civallero). Per mangiare si andava nei locali della mensa, per quanto riguarda il dormire ricordo che le prime notti le passammo nell’ufficio tecnico perché lì vi era il pavimento di legno e nel dormire per terra si sentiva di meno il freddo.

** I viveri, le coperte ed eventuali brandine e materassini chi ve li fornì?

(Castagno). I viveri e le coperte ce le portarono da casa le nostre famiglie, non ricordo se vi erano delle brandine oppure qualche materassino sì ed anche quelli penso provenissero dalle proprie famiglie. I cittadini normalmente ci portavano altri generi di confort, tipo le sigarette.

** Prima Civallero ricordava il fatto di dormire in un determinato ufficio perché così si pativa di meno il freddo, vi ricordate se a causa di tale fattore climatico qualcuno degli occupanti ebbe delle conseguenze negative per la propria salute?

(Castagno): Altrochè, l’infermeria funzionava a pieno ritmo, raffreddori ed influenze erano all’ordine del giorno. Va ricordato che l’infermiera dello stabilimento accettò di rimanere per darci la propria assistenza, in più ogni tanto veniva il dottore di S.Secondo a visitare quelli che si ammalavano e ci forniva dei medicinali necessari.

** Ad occupare la fabbrica eravate tutti i dipendenti o qualcuno venne esonerato?

(Civallero- Castagno). No, non tutti, esentammo dall’occupazione tutte le donne, gran parte degli anziani e gli invalidi.

** Com’era lo stato d’animo tra gli occupanti?
(Castagno-Civallero). Eravamo certamente molto preoccupati per come poteva andare a finire la cosa, ma nonostante tutto eravamo soddisfatti per la grande solidarietà che ci veniva mostrata dalla popolazione locale. Inoltre fino alla fine, nonostante le inevitabili discussioni soprattutto sulle proposte di soluzione da dare alla vertenza, la solidarietà tra gli occupanti non venne mai meno.

** Come viveste l’ultima fase dell’occupazione, cioè quella dello sgombero dello stabilimento?

(Castagno). Io personalmente ero uno di quelli contrari ad abbandonare la fabbrica, perché sostanzialmente nulla era mutato dal momento in cui la maggioranza dei dipendenti Beloit aveva deciso di occupare lo stabilimento. Ricordo anche però di essere rimasto abbastanza isolato su tale posizione, poiché la gran parte degli altri lavoratori non vedeva l’ora di tornare alle proprie case.

(Castagno-Civallero). Presa la decisione di uscire dalla fabbrica e di continuare la lotta esternamente, consegnammo le chiavi del cancello principale nelle mani del capitano dei carabinieri ed assieme a lui, al capo del personale Manganaro ed altri dirigenti della Beloit, facemmo un giro dello stabilimento a riprova che nulla era stato manomesso. Dopodichè uscimmo e la lotta durò solo più pochi giorni con conseguente esito finale assai negativo.

 

 vedi inoltre La Beloit italia - Lorenzo Tibaldo