rassegna stampa

Francia: studenti e lavoratori in piazza contro il precariato!
By Roberto Sarti   
Wednesday, 22 March 2006

La Francia è sconvolta da un ondata di manifestazioni che non hanno precedenti almeno negli ultimi due decenni. Il movimento prende di mira uno dei dogmi del pensiero capitalista: il lavoro “flessibile”. Il governo di destra del primo ministro de Villepin ha fatto approvare dal Parlamento lo scorso 9 marzo il “contratto di prima assunzione” (Cpe). È un contratto che si applica a tutte le aziende sopra i 20 dipendenti destinato a tutti i giovani sotto i 26 anni, formalmente a tempo indeterminato. La conferma avviene però solo dopo due anni di prova, durante i quali il padrone può licenziare quando vuole il dipendente senza giustificato motivo. Chiaramente i contributi saranno pagati dallo Stato. È l’ennesimo regalo del governo alle imprese, insieme all’estensione del contratto di apprendistato ai giovani fino ai 14 anni, provvedimento che fa a pugni con l’obbligatorietà dell’istruzione scolastica, che in Francia si estende fino al sedicesimo anno d’età. Quest’estate era stata infine approvata una legge simile al Cpe, che contempla anch'esso in licenziamento entro due anni dall'assunzione.

La destra in Francia sta sferrando un attacco simile a quello in atto in tutta Europa, dove il futuro che si prospetta ad ogni giovane (e meno giovane) è fatto di sfruttamento ed insicurezza totale.

I giovani francesi hanno detto no. Una prima indicazione della rabbia crescente esistente nel paese l’avevamo già vista nella rivolta delle banlieue dell’ottobre scorso. Quella rivolta urlava al governo, seppur in maniera confusa, l’opposizione di masse di giovani diseredati all’aumento della disoccupazione, della povertà, dell’emarginazione esistente in tante periferie francesi.

Oggi quella rabbia assume una forma nettamente più organizzata, coinvolge non solo immigrati di seconda o terza generazione ma tutti i figli di lavoratori e li unisce al movimento operaio.

 

Trent'anni di precarizzazione

Questa mobilitazione di massa è il risultato di una frustrazione crescente, di attacchi che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni, portati avanti sia dai governi di destra che da quelli di sinistra ai contratti di lavoro, allo stato sociale, all’istruzione. 

La prima tipologia di contratto a termine per i giovani risale al 1977. Da allora, il lavoro precario è via via aumentato. Non c'è sostanziale differenza tra governi di destra o di sinistra: come in Italia, i governi progressisti non contrastano ma "governano" la flessibilità. Negli anni ottanta sono i governi dei socialista Mauroy e Fabius ad introdurre contratti (che si chiamino di "utilità collettiva" o di "Lavoro Solidarietà") che prevedono un salario pari alla metà del salario minimo, temporanei e con i contributi totalmente a carico dello stato. Ai governi di destra è spesso toccato il compito di sfondare la falla già aperta da quelli di sinistra. In alcune occasioni alcune delle misure più indigeste venivano cancellate in seguito alla proteste, come per il "contratto di inserzione professionale" introdotto dal governo Balladur nel 1993 e poi ritirato dopo poche settimane. Ma mai le mobilitazioni avevano raggiunto un livello così imponente come ora.

Una storia di precarizzazione strisciante, che ha fatto diventare la Francia la nazione con il maggior numero di contratti precari di tutti i paesi Ocse, e non hanno impedito l'aumento del numero di disoccupati sotto i 26 anni di età, che sono passati dall'11,3% del 1977 al 23% del 2005.

Goccia dopo goccia, il vaso è traboccato ed ora è diventato un mare composto da giovani e lavoratori in lotta che sembra inarrestabile.

Il 7 marzo più di un milione di manifestanti hanno invaso le strade di 150 città francesi. Il movimento è appoggiato ed organizzato dai due principali sindacati studenteschi, Unef ed Unef-Id, ma anche tutti i principali sindacati dei lavoratori hanno deciso di sostenere la protesta.

Il fatto che tanti studenti siano costretti a lavorare per mantenersi agli studi hanno aiutato il movimento a compiere un salto di qualità evidente. Le principali organizzazioni studentesche hanno superato i limiti di “studentismo” che troppe volte hanno limitato le potenzialità del movimento, e cercato, causa anche la pressione dal basso, di rivolgersi ai lavoratori, sviluppando forme di unità nella lotta.

Venerdì 10 marzo la polizia ha mostrato il suo volto più autoritario, sgombrando la Sorbona occupata a Parigi, picchiando duramente decine di studenti. Se in altri momenti una repressione del genere avrebbe potuto ottenere un effetto smobilitante sul movimento, la sua forza invece si è accresciuta.

Ieri mezzo milione di studenti, insegnanti, lavoratori precari hanno sfilato di nuovo per le vie francesi. Ormai 64 delle 84 università francesi sono occupate o in stato di agitazione. Nel corteo era stato organizzato un servizio d’ordine da parte di ogni università e liceo, con il contributo delle organizzazioni sindacali.

Ciò non ha impedito l’azione di alcuni provocatori di cui si è servita la polizia per lanciare diverse cariche a parti del corteo ed arrestare circa duecento manifestanti. Gli scontri si sono susseguiti per tutta la notte scorsa ed attorno ad alcune facoltà sono state addirittura erette barricate da parte degli studenti.

 

Unità fra studenti e lavoratori

Se possibile, questo stimolerà ancora più gente a recarsi alla manifestazione di domani a Parigi, organizzata dai principali sindacati (anche la confederazione più moderata, Force Ouvriere, si è dovuta aggregare), dove si attendono almeno un milione di persone.

Le provocazioni del governo finora non sono quindi servite a fermare il movimento, semmai a rafforzarlo. Non è un caso. I giornali del padronato in Italia parlano di giovani “conservatori” che si oppongono alla modernità. La modernità di cui “lor signori” parlano è in realtà un ritorno alle condizioni di lavoro del diciottesimo secolo, cancellando tutte le conquiste del movimento operaio degli ultimi decenni. Il padronato ha bisogno di precarizzare il mercato del lavoro per reggere la concorrenza ed aumentare i profitti, dall’altra parte Villepin sa bene che se cedesse al movimento sarebbe la fine per il suo governo. Questa è la sfida lanciata dal padronato, ed i giovani ed i lavoratori francesi si stanno dimostrando all’altezza dello scontro!

Nel corteo di ieri a Parigi gli studenti avevano alzato il tiro, non solo il rifiuto del lavoro precario, ma anche slogan come “ Villepin il tuo periodo di prova è finito” infiammavano il corteo.

Questo dovrebbe essere lo sbocco naturale per la vittoria del movimento: che assieme al Cpe venga affossato pure il governo

La direzione di Psf e Pcf hanno appoggiato la protesta, ma non offrono una prospettiva di questo genere, si limitano ad aspettare le elezioni presidenziali del 2007. La candidata più quotata alla presidenza all’interno del Psf sembra essere Segolene Royal, moglie del segretario del Psf, Holland. Incarna la faccia più moderata del partito, cita continuamente Tony Blair come modello e non a caso non si è finora espressa sul Cpe.

Lo sviluppo del movimento francese rivela come questi dirigenti siano lontani anni luce dalle aspirazioni delle masse. Non è stata una piattaforma moderata a far scendere in piazza le masse, ma il rifiuto non solo del Cpe ma di tutti i contratti a termine. Allo stesso tempo, queste mobilitazioni hanno dimostrato come il movimento studentesco può crescere se è organizzato a livello nazionale, non frammentato in tante piccole realtà locali non comunicanti fra di loro, e se fin dall’inizio cerca l’unità con i lavoratori.

Dal no al referendum sulla costituzione europea nel maggio scorso, passando dalla rivolta nelle banlieue fino ad arrivare allo sconto di questi giorni sui Cpe, i giovani e i lavoratori francesi stanno imparando attraverso la lotta molte lezioni. La principale è che la crisi del capitalismo mette a repentaglio l'esistenza stessa di milioni di persone e che solo un programma rivoluzionario che porti all’abbattimento del sistema capitalista potrà garantire una vita decente a tutti gli oppressi.

Umanità Nova, numero 11 del 26 marzo 2006, Anno 86

Francia: in lotta contro il precariato
Cresce la rivolta


Il 16 gennaio 2006 il primo ministro Villepin annuncia la creazione di un nuovo contratto di lavoro, il cosiddetto Contrat Première Embauche, CPE (Contratto Prima Assunzione). Questo contratto riguarda i giovani, il cui tasso di disoccupazione, in alcuni quartieri, raggiunge picchi del 40%, uno dei più alti d'Europa. Questo contratto permette durante 24 mesi ad un datore di lavoro di licenziare il dipendente senza dover offrire una giustificazione in merito. È una novità per quanto riguarda il diritto del lavoro in Francia: istituirebbe una differenza di diritti tra giovani minori di 26 anni e gli altri. Il CPE permette altresì ad un padrone di sciogliere il contratto e di proporre un altro contratto identico alla stessa persona, sì da rendere durevole la precarietà. Oltre alla difficoltà che i giovani hanno per trovare un alloggio con questo tipo di contratto - precario -, si va verso una nuova competizione tra lavoratori che hanno un contratto classico, quindi con più garanzie, e i giovani con un CPE. In generale, questo contratto è un nuovo tentativo di generalizzare il precariato, di inscriverlo nel diritto di lavoro, senza rimediare alle difficoltà dei giovani. Questo provvedimento si aggiunge ad altre recenti misure governative come l'abbassamento dell'età scolare, o il Contrat Nouvelle Embauche, CNE (Contratto Nuova Assunzione) che introduce un periodo di prova di due anni prima dell'assunzione definitiva. Già questo tipo di contratto impediva ai lavoratori di scioperare, ammalarsi, o, se donne, rimanere incinte... per due anni, sennò...

La lotta contro il CPE

Qualche giorno dopo l'annuncio del CPE parte, timidamente, la contestazione. Gli studenti sono i più determinati poiché saranno i primi interessati da questo contratto. Si svolgono le prime manifestazioni che sfociano, il 7 febbraio, in una giornata nazionale di manifestazioni e scioperi nel mondo del lavoro e nelle università. Le vacanze invernali non fermeranno affatto la contestazione, sebbene il governo sottoponga il CPE all'approvazione del parlamento il 10 febbraio. Nei giorni seguenti le manifestazioni continuano, le facoltà vengono occupate. Il 7 marzo, una nuova giornata di azione mobilita poco meno di un milione di persone che manifestano l'opposizione al CPE. Quando, il 9 marzo, la Camera dei Deputati approva definitivamente il CPE il malcontento dilaga ovunque. Gli scioperi si moltiplicano nel settore dell'educazione, in appoggio agli studenti, e tuttora ci sono licei occupati in tutto il paese. Il 16 marzo nuova mobilitazione nazionale degli studenti: questa volta i liceali si schierano finalmente in modo netto. Qua e là si verifica qualche incidente in risposta all'incapacità del governo di rivedere la propria posizione, o per contrastare le squadracce di estrema destra che provano a "liberare le facoltà dai sinistrorsi" con le armi. Poi, il 18 marzo, più di un milione di persone sfilano in Francia, 60 facoltà sono occupate o chiuse. La mobilitazione non va scemando, anzi. In questo momento, tutte le organizzazioni sindacali dei dipendenti e studenti convocano una nuova giornata d'azione, il 28 marzo. Nel frattempo, i coordinamenti di studenti in sciopero, le organizzazioni sindacali di liceali e studenti fanno appello per uno sciopero generale e un blocco dei licei e delle università. 

La fine di un periodo di insuccessi.

Un movimento che si allarga

Questo movimento è il frutto di lotte sociali in fase di rapida accelerazione. Il 4 ottobre 2005 vi erano stati scioperi e manifestazioni contro la precarizzazione e in difesa dei servizi pubblici. Qualche settimana più tardi, i giovani delle banlieue davano sfogo alla rabbia e alla disperazione affrontando le autorità fin sulle strade. Adesso sono gli studenti che trascinano i lavoratori. Questa situazione, che non ha nulla a che vedere né con il Maggio del '68 né con un processo pre-revoluzionario, obbliga a constatare che la coscienza sociale non è morta. Mano a mano le rivendicazioni si estendono: manifestazioni, assemblee generali di studenti estendono mettono in collegamento la più generale questione del precariato, o la repressione che ha colpito i giovani delle banlieue nel 2005. La solidarietà crea legami concreti attraverso rivendicazioni più ampie. 

In generale gli studenti sono molto gelosi della propria autonomia. A volte arrivano anche a rifiutare contratti con lavoratori sindacalizzati! Diffidano delle organizzazioni politiche e sindacali e hanno creato il loro coordinamento nazionale. Hanno ragione: il movimento di protesta contro il CPE è molto strumentalizzato a livello sindacale dai politici di sinistra ed estrema sinistra. L'obiettivo dei rappresentanti sindacali e dei partiti della sinistra istituzionale è quello di orientare l'opinione pubblica (che è contraria al CPE al 68%!) contro il governo, in vista delle elezioni del 2007. Quindi di controllare il movimento che pur resta impacciato di fronte all'incapacità dei sindacati di decretare uno sciopero generale illimitato per ottenere il ritiro del CPE.

La radicalizzazione del movimento è guardata con favore da una parte dell'opinione pubblica. In primo luogo dagli studenti in lotta da circa cinque settimane e poi da una porzione crescente della società civile che non capisce il rifiuto di Villepin di ritirare il suo progetto. Sfortunatamente le burocrazie sindacali, tutte preoccupate a non destabilizzare l'ordine sociale per quanto ingiusto, rifiutano di andare allo scontro decisivo. La parte critica dei sindacati maggioritari, i sindacati alternativi Sud e la CNT francese, insieme anche agli anarchici, non bastano ad invertire la tendenza. Il governo rifiuta di tornare sui suoi passi; siamo quindi di fronte ad una guerra sociale di logoramento. Eppure la vittoria contro il CPE è necessaria: altrimenti un profondo sconforto si impadronirà nuovamente dei/delle sindacalisti/e e militanti più attivi. Il risveglio sociale del 2005 e 2006 viene dopo un lungo susseguirsi di annate nere quando gli arretramenti in campo sociale si sono moltiplicati senza che ci fossero risposte adeguate, come se gli sfruttati non credessero più alle loro capacità di cambiare le cose...

Non è una rivoluzione. Eppure oggi le prospettive sono migliori. Come sempre nelle lotte che vanno avanti, le coscienze collettive maturano in fretta; diventano chiare le contraddizioni dei politici, sbocciano le pratiche di autogestione e collettive, l'apprendimento della democrazia diretta, l'affermazione dell'autonomia, i dibattiti su chi ha tutto da guadagnare e chi tutto da perdere con la precarietà.

Una nuova generazione si sta formando una coscienza politica forte e pratica. Molti sono sensibili a idee che aprano prospettive di lotta anticapitaliste e libertarie. 

Gli anarchici/che e anarcosindacalisti/e sono presenti, per quanto possibile, all'interno di questo movimento di lotta. Promuovono e partecipano alla creazione e alla messa in rete delle assemblee generali, spingono per l'autogestione e l'autonomia delle lotte, mirano a sensibilizzare la popolazione allo sciopero illimitato. Prendono parte alle manifestazioni facendo leva sulle proprie idee forza: sciopero generale contro il capitale che sfrutta e lo Stato che sorveglia e reprime, autogestione dei mezzi di produzione, di distribuzione e di educazione!

Daniel, militante della FA Francia - Belgio, 20 marzo 2006

Umanità Nova, numero 11 del 26 marzo 2006, Anno 86

Francia
Sciopero generale!


Ancora oggi, dopo diverse settimane, gli studenti lottano nelle piazze e nelle università contro il precariato e la miseria che il governo e i padroni vogliono loro imporre. Il movimento, nonostante la repressione che si abbatte sugli studenti, cresce giorno per giorno nelle facoltà, e ora anche nei licei. Questa è una lotta di tutti: gli studenti, da soli, non possono spuntarla. Solo tutti insieme - giovani, disoccupati, precari e lavoratori del pubblico e del privato - potremo riuscire, ed è perciò necessario unirsi al più presto alla lotta. 

Non ci dobbiamo aspettare nulla dai partiti politici impegnati nelle prossime elezioni. Da 30 anni, sia la destra che la sinistra (anche quella "plurale") ci precarizzano a tutto andare (il CIP di Balladur, Impiego giovani di Jospin...) e annientano i servizi pubblici, il sistema delle pensioni e della Previdenza sociale...

Eppure è possibile un'azione diretta di fronte all'arrogante ostinazione di un governo al servizio dei padroni. Lo sciopero generale resta il mezzo migliore per difendere le nostre conquiste e ottenere ciò che desideriamo. La storia ce lo ha mostrato nel 1936, nel Maggio del '68, e anche nel dicembre 1995. 

Dobbiamo ad ogni costo evitare che si ripeta il fallimento del movimento per le pensioni di maggio-giugno 2003, quando abbiamo atteso invano l'indizione di uno sciopero generale. Le grandi organizzazioni sindacali e le loro burocrazie, invischiate nel co-governo e finanziate dallo Stato e dalle imprese, sono incapaci di opporsi efficacemente ai ripetuti attacchi che subiamo. Mentre i giovani si battono da soli, da più di un mese, i sindacati hanno indetto una sola giornata di sciopero intercategoriale, il 7 marzo, e 3 giorni di azione nazionale... Che aspettano se non lo scemare del conflitto? Si potrà far arretrare i padroni e lo Stato senza colpirli là dove fa più male, cioè al portafoglio, al profitto?

Sebbene fare sciopero sia sempre una scelta difficile, resta il solo mezzo per rovesciare i rapporti di forza a nostro favore. Lo sciopero generale, se non viene indetto, si prepara e si organizza, indipendentemente, nei nostri licei, università, nei nostri quartieri e sui nostri posti di lavoro, creando delle reti di lotta e di cooperazione autonome, federate, senza leader, organizzate dal basso e in democrazia diretta. 

Non potremmo sopprimere la miseria e il precariato senza rimettere in discussione il lavoro salariato, che non è altro che furto organizzato e legalizzato del nostro lavoro, e senza espropriare i padroni. Non potremo conquistare l'uguaglianza economica e sociale senza sopprimere lo Stato, vero cane da guardia dei ricchi e dei potenti e garante dei privilegi e delle ingiustizie, senza l'autogestione della società. 

Il governo non mancherà certo di criminalizzare e reprimere le giuste rivendicazioni dei giovani. Noi dobbiamo, per forza di cose, dare prova di solidarietà attraverso tutte le nostre azioni, tutte le nostre decisioni. È di primaria importanza preservare l'autonomia delle lotte contro tutte le strumentalizzazioni politiche. Per questo dobbiamo sviluppare delle pratiche antiautoritarie d'azione, di gestione e di democrazia diretta.

Non si ripeterà una situazione come quella del 2003! Battiamoci fino in fondo e costruiamo lo sciopero generale a oltranza! 

Fédération anarchiste

Umanità Nova, numero 11 del 26 marzo 2006, Anno 86

Lotte sociali in Francia tra cronaca e analisi
Parigi val bene una messa?


Per molti, Parigi e la Francia sono state, nel maggio del 1968, una sorpresa, una scossa emotiva ed uno stimolo all'impegno politico o alla radicalizzazione della propria militanza. Nanterre, la Sorbona, gli scioperi e le manifestazioni studentesche, fino all'assalto, a colpi di bottiglie molotov alla Borsa di Parigi, l'occupazione delle fabbriche, entravano - con quelle immagini televisive in bianco e nero - nelle case e nelle coscienze di un ceto studentesco nostrano - ancora impantanato nelle lotte, eterodirette, alle varie riforme scolastiche o intruppato nelle rituali manifestazioni contro la guerra americana in Vietnam - con una forza dirompente. Molti si ammalarono di "francesite", nella forma (Gauloises, Pastis e Eskimo) e nella sostanza (la pensabilità e la praticabilità di una lotta rivoluzionaria, radicale, dura e libertaria).

Passati tanti anni, maturate tante esperienze, subite tante sconfitte, lo stupore continua a non venire meno di fronte di fronte alle grandi lotte e mobilitazioni che, ciclicamente, si sviluppano in Francia. Così è stato per il grande sciopero dei lavoratori dei trasporti di una decina di anni fa, così è stato in tante altre occasioni, così è oggi di fronte alla lotta contro la precarizzazione. 

Ma andiamo alla cronaca sintetica di quanto sta succedendo:

Il 16 gennaio il primo ministro De Villepin annuncia misure di flessibilizzazione per combattere la disoccupazione giovanile. Un quarto dei giovani tra i 18 e 25 anni sono disoccupati (più del doppio della media nazionale). Iniziano proteste studentesche e sindacali contro le misure di flessibilità del lavoro introdotte (tra cui la famigerata CPE) in oltre 150 città. Il 7 marzo oltre 100.000 manifestanti in piazza. Bloccati trasporti e servizi pubblici in più di 35 città. Decine di università occupate contro la CPE. L'11 marzo la polizia sgombera la Sorbona. Il 13 marzo De Villepin difende la riforma, mentre la protesta cresce fra gli studenti, i liceali e i disoccupati. Cortei, manifestazioni e scontri con la polizia un po' dappertutto. Il 16 marzo c'è una grande manifestazione di 250.000 persone a Parigi. Cortei in altre 80 città francesi. Duri scontri con la polizia. Il 18 marzo, un milione e mezzo di dimostranti in tutta la Francia. Attacco dei manifestanti alla Sorbona. De Villepin si mostra disponibile a trattare, ma non a ritirare il provvedimento. I sindacati minacciano lo sciopero generale. 

Fino qui i fatti e sono fatti che impongono qualche elemento di forte riflessione.

Innanzi tutto l'abisso che c'è fra la situazione francese e la nostra. La lotta degli studenti, dei precari e dei disoccupati sta ancora crescendo e a differenza delle mobilitazioni nostrane (puramente difensive ed estremamente minoritarie) sta raccogliendo migliaia di adesioni e ci sono decine di università in lotta su rivendicazioni che riguardano, non le condizioni immediate degli studenti, ma le loro prospettive future nel mondo del lavoro. Cosa che in una situazione ingessata come la nostra non è nemmeno pensabile. E se poi arriverà Prodi, scioperi e lotte diventeranno un lontano ricordo... sacrifici, sacrifici, con grande senso di responsabilità...

Allora, giusto per il gusto dell'analisi, viene da chiedersi perché in Francia sì ed in Italia no… Proviamo a fare qualche ipotesi. A parte le ovvie - storiche ed attuali - differenze (un capitalismo più "maturo", un "welfare" non ancora smantellato, una società civile più "avanzata", una coscienza generale dei diritti più "estesa" - mettiamo tutto tra virgolette perché non si intende fare l'apologia di queste caratteristiche, che hanno tutte il loro pesante rovescio della medaglia) c'è anche da considerare che in Francia manca il monopolio dell'opposizione sindacale e politica che da noi è stato (ed è ancora, sebbene in scala minore) esercitato pesantemente e in maniera asfissiante da comunisti, post-comunisti e cigiellini (e loro alleati). Il conflitto sociale e di classe appare perciò in modo più netto e non totalmente mediato dalle burocrazie della sinistra. Questo già si vedeva nelle differenze fra il '68 francese (più breve, ma più violento e dirompente sul piano dei contenuti) e il '69 italiano. Questo si è visto con i grandi scioperi dei lavoratori dei trasporti di qualche anno fa, che hanno paralizzato per più di un mese Parigi e le altre grandi città (sostenuti da un vasto consenso popolare) confrontati con la ritualità dei nostri scioperi generali (che sono, in fondo, una sorta di spettacolo in cui i ruoli sono rigidamente prefissati e gli esiti, in qualche modo, scontati). Si è visto, per certi e pur diversi aspetti, anche con i disordini delle banlieue. Si vede oggi con la lotta degli studenti su una questione fondamentale come la precarietà del lavoro, quando da noi nemmeno i "bellicosi" sindacati di base riescono a cavare un ragno dal buco. 

Esaurite queste dovute considerazioni, rimane ancora la questione della "dignità", che non sarà un usuale elemento d'analisi politica e che ci porta ad avventurarci sul terreno scivoloso e infido dei caratteri nazionali, ma che pure è un dato di fatto. Esemplificando e banalizzando non si può negare che quando i francesi cantano l'inno nazionale siano molto meno ridicoli dei nostri coretti stonati dell'inno di Mameli. C'è un nazionalismo "serio" (non per questo meno dannoso e oppressivo) e un nazionalismo "cialtrone e sbragato", il nostro, sia che venga interpretalo da destra che da sinistra. 

È vero, il nemico, laggiù come qui, è sempre lo stesso, però in Francia sembra (almeno da lontano) avere una sorta di "presentabilità", qua è rappresentato dal un venditore di illusioni e da uno di mortadelle che si sono "affrontati" in tv senza avere nulla da dire... 

È possibile che da questa comparazione di contesti venga fuori che se di fronte si ha un nemico forte e definito, allora anche la lotta diventa più sensata e radicale, ma se di fronte c'è una amalgama non ben distinta, in cui i ruoli e le posizioni si confondono, allora l'opposizione e la lotta non possono che essere un'altra amalgama indistinta e quasi sempre priva di contenuti radicali.
Sorgono allora, a cascata, altri spunti potenziali di riflessione che ci limitiamo sinteticamente ad elencare:

È possibile che le lotte debbano nascere solo per opposizione e non per affermazione di principi e di idee? Dunque per combattere qualcosa di preciso e di definito, in assenza del quale le ragioni del lottare si annacquano? Il complesso di rapporti di potere e di forza nostrano, nella sua apparente indeterminatezza, incarna dunque un sistema di potere ben riuscito e in grado di annichilire, più che altrove, le coscienze? Come mai tutto quello che ci viene dalla Francia suscita in noi grande clamore emotivo e di partecipazione, ma in realtà non lascia sul terreno, qualche forma di risveglio coscienziale?

Infine ancora una riflessione: le parabole dei movimenti di lotta - al di là delle diverse caratteristiche - finiscono per assomigliarsi. In Francia, più pragmaticamente e con maggior impatto, le lotte esplodono, si estendono a macchia d'olio e poi - almeno per quanto riusciamo a percepire - finiscono senza lasciare alcuna traccia visibile, alcun depositato organizzativo... da noi su scala minore e con minor impatto (ricordiamo la seppur importante lotta degli autoferrotranvieri) succede lo stesso. Una tendenza dunque apparentemente generale di questa fase. Non sarebbe necessariamente un problema (di organizzazioni politico-sindacali che si sono autoproclamate interpreti ed eredi di chissaché ne abbiamo avute fin troppe) se lasciassero almeno memoria di sé. E quando diciamo memoria non si intendono le fondamenta di mitologie future, ma semplicemente il senso della praticabilità delle lotte.

Per concludere, possiamo forse consolarci pensando all'importanza di rinnovati ed estesi momenti di rivolta contro un sistema che sembra ormai completamente dominante. Possiamo lavorare, se non altro, perché in prospettiva memoria, ricordo, ricostruzione diventino strumenti fondamentali per capire le ragioni di vittorie e sconfitte, anche se vivendo in un determinato momento storico è difficile contestualizzarlo. Possiamo valorizzare pratiche di lotta molto dirette e molto dure che rompono equilibri e ruoli che sembrano immutabili. Quello che non dovremmo fare - rispondendo alla curiosa domanda del titolo - è celebrare messe per Parigi, ovvero esaltare il movimento francese d'oggi, riproponendo ritualmente, tristemente e acriticamente l'invito a "fare come in Francia".

Walchiria

ESTERI/la stampa

IL PRESIDENTE PUO’ DECIDERE DI PROMULGARE GIA’ OGGI LA NORMA
SUL LAVORO PRECARIO

L’Alta Corte: Cpe legittimo
I giovani bloccano la Francia

Chirac stasera in tv, martedì nuovo sciopero generale

31/3/2006
Domenico Quirico



 

Gli studenti manifestano contro la Cpe
PARIGI. In marcia verso l'abisso. Con le bandiere spiegate, la fanfara e le frasi storiche: «La parola ritiro non esiste nella Costituzione francese». Così disse il ministro per l'Impiego Jean-Louis Borloo. Si poteva agguantare ieri, l'occasione per troncare, con gesto risolutore, l'imperversante guerra scatenata dalla legge sulla occupazione giovanile. Al Consiglio costituzionale spettava pronunciarsi sulla legittimità del Cpe, con cui il primo ministro Villepin entrerà nella storia dei disastri politici della storia francese. Sono nove «saggi», quello più noto è Simone Veil; all'aulica tavolata è aggregato anche Giscard d'Estaing in quanto ex presidente. Pierre Mazeaud che li dirige è uno degli ultimi apostoli puri dello chirachismo, gli altri, salvo i due scelti tra le file della gauche, sono materiale assai malleabile nelle mani dell'Eliseo.

Si scommetteva nei retropalchi della politica sulla bocciatura del Cpe: perfino i deputati del partito governativo, che scrutano con sempre minore entusiasmo le mosse del primo ministro, speravano nel no costituzionale astutamente sponsorizzato dal presidente. Escamotage perfetto: bocciata la legge di così infelice decorso si poteva dare il controvapore senza perder (troppo) la faccia. Invece: dopo una giornata di attese spasmodiche, legge approvata, senza neppure una virgola di misericordiose riserve: «Le contestazioni sono infondate». Chirac può procedere alla promulgazione già da oggi. Resta l'appendice di un messaggio tv serale a reti unificatissime, come ai tempi delle banlieues in rivolta: si mormora che offrirà ai rivoltosi di convocare degli «Stati generali» economico-sociali.

E si fa riferimento, per accendere le speranze, agli accordi di Grenelle firmati in pieno Sessantotto da Pompidou e dai sindacati. Evocazione suggestiva. Ma appaiono al nuovo «Terzo Stato» ribelle pietose manovre dilatorie: la promulgazione per studenti e sindacati equivale alla dichiarazione di guerra. Si comincia martedì, è la promessa, con il nuovo sciopero generale. Il Presidente sembra aver ordinato di lasciare che le cose seguano il loro corso. Infatti: barricate alzate nella Gare de Lyon a Parigi, stazioni ferroviarie, autostrade e raccordi anulari bloccati dagli studenti, le galere che si riempiono di giovani e stavolta non sono casseurs, tribunali costretti a lavorare a ritmo industriale per sanzionare i perturbatori dell'ordine pubblico.

Un crepuscolare Chirac presiede maestosamente all'importante ufficio di lasciar l'acqua scorrere per la china. Per uscirne deve rinunciare all'estremista Villepin. Misura indigesta. Gli studenti non hanno atteso le decisioni del Consiglio per inaugurare nuove tattiche di contestazione. Ha contribuito a incendiarne i già forti furori il ministro dell’Educazione Robien che ha inveito contro gli studenti che bloccano i licei ordinando ai presidi di procedere allo sgombero: in tutti i modi, anche con l'aiuto dei gendarmi. Per fortuna una residua prudenza ha evitato per ora azzardosi assalti. I gendarmi sono stati peraltro impegnatissimi, da un capo all'altro del Paese. Dal mattino gruppi di giovani hanno cominciato a bloccare autostrade e grandi arterie per un’efficacissima operazione lumaca.

A Nord impossibile per ore arrivare a Dunkuerque, tagliate fuori Angers, Calais, Boulogne-su-Mer, Lille, Lens, Douai, Nantes; a Sud gli sbarramenti umani decapitavano l'autostrada per Marsiglia, Aix-en-Provence, ad Avignone impossibile superare il ponte Daladier, a Martigues bloccata la circolazione nella zona industriale. Si sono formate da una capo all'altro della Francia code chilometriche, ora inferocite, ora rassegnate. A Parigi gli studenti hanno scelto di dare l'assalto pacificamente alla «périphérique» che costituisce la vena attraverso cui scorre, già normalmente in modo asmatico, il traffico della capitale. La polizia è intervenuta senza tergiversazioni, una cinquantina i liceali arrestati, tra loro anche Karl Stoeckel, capo di un sindacato studentesco, l'Uln.

Ha fatto in tempo a rilasciare una dichiarazione prima di essere trascinato via: «Eravamo calmi, sereni, non ci sono stati gesti di provocazione verso i poliziotti. Il governo ci tratta da delinquenti perché siamo mobilitati contro il Cpe». Nel pomeriggio gli studenti si sono dedicati alle stazioni ferroviarie: Roanne, Rennes, Limoges, Brest e soprattutto Parigi. Un migliaio di universitari e liceali hanno occupato la gare de Lyon aggirando lo schieramento di gendarmi. Una barricata ha bloccato per due ore i treni prima che i poliziotti riconquistassero i binari.