Lo specchio francese
ROSSANA ROSSANDA il manifesto 7 maggio 2002
Jacques Chirac è presidente dei francesi con l'82% dei voti, ha
fatto praticamente il pieno contro Le Pen, anche grazie a un
certo rientro dell'astensionismo e malgrado un forte aumento
delle schede bianche, di chi proprio non se la sentiva di
votarlo. Le Pen è stato fermato dal fuoco di sbarramento delle
ultime due settimane, culminato nelle grandi manifestazioni del
1° maggio; ma non è arretrato. C'è in Francia uno zoccolo
duro, xenofobo, razzista, che non si lascia scalfire. Aveva già
toccato il 15 per cento ed è arrivato a oltre il 17. Non è
risolutivo, non lo sarà neanche alle prossime legislative ma
c'è, alimentato dal disagio sociale che la sinistra non vede o
non riesce a risolvere. Liquidato il fantasma, la partita è ora
in mano ai due classici schieramenti di destra e di sinistra, che
si affrontano alle legislative del 9 e 16 giugno. Difficile
prevedere come andranno le cose. Ora come ora i due schieramenti
sono quasi testa a testa, con un leggero vantaggio per la destra.
Chirac, miracolato dall'inatteso arrivo di Le Pen sulla scena
finale, sta raccogliendo una sorta di partito di
"maggioranza presidenziale" per rimettere assieme uno
schieramento che si era presentato in frantumi. Quanto alla
sinistra di governo, dopo aver preso atto dello scacco subito,
punta a presentare un solo candidato per circoscrizione fin dal
primo turno fra socialisti, Verdi, Pcf e radicali di sinistra, in
modo di arrivare più facilmente alle "triangolari"
quando restano in lizza soltanto i candidati che hanno raggiunto
almeno il 12,5% dei voti. Nelle molte circoscrizioni dove
arriverà anche Le Pen, il meccanismo di interdizione che ha
funzionato domenica scorsa potrebbe giovarle. La squadra
socialista sarà guidata dall'attuale segreterio del partito,
Hollande, fino al 16 giugno, ma se dovesse essere vittoria il
posto di premier se lo contenderanno Martine Aubry e Laurent
Fabius, lei più socialdemocratica lui più liberista. Di fatto
è una scelta di strategia: più al centro, come suggerisce in
tutte le gazzette d'Europa Anthony Giddens o più a sinistra,
come suggeriscono la conta dei voti e qualche principio.
Fatte tutte le distinzioni, lo scenario francese non è così
singolare. L'estrema destra visibile in Francia e in Austria, in
Italia è coperta dalla Casa delle Libertà, che la tiene a freno
a condizione di assorbirne non pochi umori, come si vede ogni
giorno che passa. Le discriminanti sono sempre le stesse: mettere
un alt all'immigrazione, più repressione, più privatizzazione,
più deregulation del mercato del lavoro - tale e quale da noi.
La divisione non passa solo fra destra e sinistra ma dentro le
sinistre e ha già fatto pagare un duro prezzo ai socialisti in
Francia e ai ds in Italia.
La Banca centrale europea, anche in questi giorni in prima linea
contro ogni aumento dei salari, e la Commissione che ha
ossessionato Jospin fino all'ultimo, giocano per la destra. Prodi
ha poco da felicitarsi con l'esito francese di domenica: non si
può suscitare la disperazione dei marginali e di coloro che
restano senza lavoro e senza prospettive e stupirsi che venga su
una destra. Quanto alle sinistre radicali hanno forse imparato
quanto sia pericoloso, in presenza di una destra aggressiva,
puntare su un voto puramente di bandiera. Non c'è invece segno,
finora, che le sinistre che si dicono moderate abbiano colto lo
spirito del movimento che è in corso come un torrente fra le
masse giovanili, indiscutibilmente protagoniste del sussulto
popolare. Eppure la chiave del prossimo futuro sta qui.