L'orologio francese
LORIS CAMPETTI il manifesto 4/09/02
Passata la festa, gabbato lo santo. Lionel Jospin è uscito di
scena e per l'amata e odiata legge sulle 35 ore è iniziato il
conto alla rovescia. Il nuovo ministro del lavoro del governo di
destra ha già annunciato un "decreto provvisorio" che
consentirà di aumentare le ore di straordinario da 130 a 200,
tra le quattro e le cinque ore di lavoro in più la settimana. La
settimana corta di cui aveva goduto una parte della popolazione
lavoratrice francese - e non la meno abbiente - sta per finire, e
con essa le speranze e le aspettative per una svolta in qualche
modo storica, raffrontabile almeno nell'immaginario alla
conquista delle otto ore di lavoro giornaliero. C'est la loi,
si dice in Francia, un paese in cui le riforme da sempre passano
per legge, prima e più che attraverso il conflitto sociale.
Altro sarebbe il discorso per l'Italia - qualcuno ricorderà lo
scontro all'interno del primo governo Prodi tra Rifondazione,
l'Ulivo e i sindacati - dove diverse sono la natura e la forza
dei sindacati. Resta il fatto che, anche in Francia, una legge ha
bisogno di consenso, soprattutto tra le fasce di popolazione a
favore delle quali la legge è stata varata. Per le 35 ore non è
andata così, nel senso che gli strati popolari e una fetta
consistente di lavoro dipendente non hanno mai sentito quella
legge come cosa propria, non l'hanno assunta né difesa. Lo
testimonia la recente sconfitta elettorale della ministra Aubry,
all'interno della debacle socialista francese.
I lavoratori non hanno capito la portata di quella legge? E'
possibile, ma la spiegazione non è convincente. E' più
verosimile che ben poco sia stato fatto dal governo Jospin per
spiegarla, ma soprattutto per farla funzionare e generalizzarla a
tutto il mondo del lavoro. La rivoluzione non si può fare in un
paese solo, è una considerazione talmente ovvia da risultare
banale in un mondo globalizzato, e in un'Europa che, anche quando
era a guida di centrosinistra, aveva imboccato tutt'altra
direzione di marcia. Ma non si può sempre dare la colpa al
gatto, è evidente che qualcosa non ha funzionato in casa
francese. E se i beneficiari di quella legge non l'hanno sentita
propria, una ragione ci sarà.
Quando la legge-simbolo sulle 35 ore fu varata la Confindustria
d'oltralpe reagì con violenza, alzò barricate, gridò che così
la competitività del sistema paese sarebbe andata a farsi
benedire. Con il passare del tempo, però, l'attuazione della
legge fu lasciata proprio all'arbitrio degli imprenditori che
sono riusciti a trarre il massimo dei benefici in termini di
flessibilità e precarizzazione del mondo del lavoro. In pochi
hanno beneficiato delle 35 ore e tra questi pochi sono molti
quelli che le hanno subite, nel senso che sono state utilizzate
dalla controparte per piegare la forza lavoro all'andamento del
mercato: si lavora il doppio quando la domanda tira, si sta a
casa quando cade. Lavorare 35 ore ore guadagnando di meno e
dovendo fare meno straordinari per arrotondare la busta paga ha
privilegiato le fasce medie della popolazione, quei lavoratori
garantiti con i soldi sufficienti per farsi il weekend lungo in
Costa Azzurra. Non è andata così per precari, emarginati e una
bella fetta di lavoratori dipendenti. Per non parlare dei
dipendenti delle piccole fabbriche, che le 35 ore se le sognano.
O delle commesse delle stazioni di servizio che le due ore di
riduzione d'orario ce l'hanno a metà giornata, e dunque per loro
tutto si risolve con una pura e semplice riduzione del salario ma
non del tempo di lavoro. Non era sbagliato lo spirito della legge
- che puntava a un miglioramento della vita e del lavoro e a un
aumento dell'occupazione - ma la sua realizzazione concreta. Gli
stessi socialisti che l'hanno voluta non ci hanno creduto, sennò
perché i socialisti avrebbero impostato la campagna elettorale
sull'ordine pubblico, rincorrendo la destra, invece che sulle 35
ore?
Ora che la destra francese si appresta a buttare alle ortiche le
35 ore il padronato farà bingo: da una gestione sbagliata della
legge ha portato a casa il massimo di flessibilità e
deregulation, dalla sua cancellazione il controllo totale del
tempo di lavoro. Un'occasione perduta, una speranza bruciata.