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Retromarcia di Fincantieri
"Riva Trigoso non si chiude"
All'incontro a Roma tra i vertici dell'azienda e i sindacati, la
società ha ammesso che il piano di tagli è stato redatto ma non
sarà applicato, confermando sia il numero degli organici che
quello dei siti produttivi. Positivi i commenti dei sindacati ma
resta confermato lo sciopero nazionale del primo Ottobre in attesa
della convocazione da parte del Governo
di NADIA CAMPINI
Fincantieri non procederà alla chiusura
dello stabilimento di Riva Trigoso né di Castellamare di
Stabia e intende salvaguardare gli attuali livelli occupazionali.
E' questo l'impego confermato dal gruppo nel corso dell'incontro
di questa mattina con Fiom, Fim e Uilm.
"L'Azienda ha quindi smentito - come riferito dai sindacati -
le indiscrezioni relative ad un taglio di personale di 2.500 unità
e alla chiusura dei due cantieri ". Il piano pubblicato in
esclusiva da Repubblica ha scatenato nei giorni scorsi la
reazione di lavoratori, sindacati e amministratori locali, tanto
che si è arrivati alla retromarcia.
Già sabato a Genova il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aveva
tagliato corto: "Non esiste alcun piano _ aveva detto _ le
preoccupazioni pur legittime dei lavoratori non trovano
fondamento". Oggi è arrivata l'ufficializzazione anche da
parte dell'azienda che, nei giorni scorsi, si era limitata a far
sapere che era solo una delle ipotesi allo studio. Evidentemente
è scattato l'ordine di bloccare e la posizione dell'azienda è
stata molto netta.
<L'azienda - si legge nel verbale redatto insieme ai sindacati
- sottolineando che la crisi della cantieristica è ancora molto
pesante, riconferma tuttavia la validità degli accordi
sottoscritti circa il mantenimento degli attuali siti produttivi e
dei relativi livelli occupazionali, utilizzando per sopperire agli
scarichi gli strumenti congiunturali previsti dall'attuale
normativa. Le parti - prosegue il verbale - ribadiscono la
necessità che il governo e le istituzioni locali confermino gli
impegni assunti nel documento sottoscritto in data 18 dicembre
2009, presso il ministero dello sviluppo economico".
Per ora comunque, al di là dell'esito dell'incontro, lo sciopero
proclamato il primo ottobre rimane confermato in attesa della convocazione
a palazzo Chigi.
La protesta è rivolta all'apertura del confronto con il governo
per sollecitare l'esecutivo a adempiere agli impegni assunti lo
scorso anno dall'allora ministro Claudio Scajola. Impegni (su
commesse pubbliche e investimenti) che, in pratica, sono rimasti
lettera morta.
Commenti positivi all'incontro con la Fincantieri sono stati
espressi soprattutto da Cisl e Uil. "L'azienda - afferma il
segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe Farina - conferma
tutti gli impegni per preservare occupazione e siti produttivi.
Ora c'è bisogno di lavorare insieme perché il quadro generale è
difficile anche se, nonostante tutto, la Fincantieri mantiene una
posizione migliore degli altri e dimostra di essere un punto di
eccellenza da confermare".
Soddisfatto anche il segretario generale della Uilm, Rocco
Palombella. "E' stata una riunione importante perché -
sottolinea il dirigente della Uilm - ribadisce gli impegni per
salvaguardare i siti produttivi e i livelli di occupazione".
Più freddo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi:
"La cosa finirà quando il Governo ci convocherà: se non
dovesse arrivare la convocazione la manifestazione del primo
Ottobre sarà ancora più cattiva".
Riguardo alla crisi, dal 2008 al 2009 la domanda è crollata
dell'80%. In Europa, su 180.000 addetti nel settore, c'è stato un
taglio dell'occupazione - tra licenziamenti e ricorso agli
ammortizzatori sociali - del 20%. Per le navi da crociera a fronte
di 10-12 navi all'anno dei tempi d'oro, nell'ultimo biennio ne
sono state ordinate quattro delle quali tre alla Fincantieri. E le
previsioni per il futuro non sono molto più rosee: gli analisti
stimano che gli ordini si aggireranno tra le cinque e le sei unità.
Fincantieri, 2450 esuberi e due stabilimenti chiusi in Italia, ma
l'azienda è pronta a negoziare
Prevista la chiusura di Castellammare e Trigoso, rafforzamento in Usa,
Monfalcone strategica. Sindacati: tavolo con il governo
di Piercarlo Fiumanò
TRIESTE «L’azienda non ha preso alcuna decisione, e
comunque prima di procedere in qualsiasi direzione ha ben presente la
necessità di aprire un'ampia discussione con il sindacato e le
istituzioni»: Fincantieri sceglie l’approccio del negoziato dopo che
nelle ultime ore sono filtrati i contenuti della bozza del piano
industriale 2010-2014 del gruppo, all’esame dell’azionista pubblico
Fintecna (controllato dal Tesoro). Il piano sposta l’asse strategico dI
Fincantieri verso gli Stati Uniti e ridimensiona la presenza in Italia. Il
dossier, molto denso e articolato nei suoi indirizzi strategici, diventa
ora materia per le grandi diplomazie, da Roma a Bruxelles.
Bono come Marchionne? Fincantieri è il secondo gruppo italiano
dopo la Fiat spinto dalla crisi globale (ma senza gli aiuti pubblici
ricevuti dal Lingotto) a spostare il suo peso gravitazionale fuori
dall’Italia. Un completo cambio di rotta per intercettare i nuovi
mercati, dagli Stati Uniti al Brasile.
Le chiusure. Secondo il documento di 53 pagine, al momento un
piano-studio che porta la data di luglio scorso (e anticipato ieri da
Repubblica), il cantiere di Castellamare sarebbe chiuso e riconvertito in
una marina turistica; stessa sorte per quello militare di Riva Trigoso,
che vedrebbe le sue produzioni meccaniche trasferite a Sestri Ponente, a
sua volta dimezzato. Quanto agli organici, nei cantieri italiani sarebbero
previsti 2450 esuberi (di cui 1770 nella divisione mercantile e nelle
riparazioni navali, 550 nel militare, nei megayacht e nei sistemi e
componenti; 120 nella corporate); 900, al contrario, sarebbero le
assunzioni negli Usa, con la controllata Fincantieri Marine Group.
Monfalcone strategica. Il piano conferma il ruolo strategico di
Monfalcone nel settore delle navi da crociera: il portafoglio ordini (9,8
miliardi) è migliore rispetto ad altri cantieri. La cassa integrazione
(450 a rotazione) dovrebbe rientrare a fine anno, si sottolinea a Trieste.
I sindacati. Le indiscrezioni sul piano hanno subito messo in
allerta i sindacati che chiedono spiegazioni a Fincantieri, alle regioni
coinvolte ed al governo. Un piano «inaccettabile», dicono insieme
Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Ugl metalmeccanici, che tornano a sollecitare
la convocazione di un tavolo a Palazzo Chigi, dopo oltre un anno
dall'apertura della vertenza sulla cantieristica navale determinata dalla
crisi del settore. Ai piani alti del gruppo guidato dall’ad Giuseppe
Bono si tiene la barra dritta in uno scenario difficile. La crisi ha
provocato una drastica riduzione del portafoglio ordini. C’è il
business dei megayacht (ieri ne è stato varato uno da 134 metri ai
cantieri Muggiano di La Spezia pronto per la collezione di un magnate
russo), ci sono dieci navi da crociera grazie al patto di ferro con gli
americani di Carnival, undici navi militari.
Scenari. Ma non basta. Lo scenario merita una risposta decisa: «Il
nostro gruppo - affermano i vertici della Fincantieri - in base
all’andamento e alla grave crisi del mercato, che è sotto gli occhi di
tutti, cerca di prefigurare i vari scenari, anche per non farsi trovare
impreparato. Il nostro scopo fondamentale è quello di salvaguardare al
massimo i livelli occupazionali ed evitare quindi di dover ricorrere a
strumenti di natura non congiunturale. Pertanto è doveroso studiare tutte
le possibili misure alternative».
Tagli morbidi. Nella visione di Trieste il piano non prevede un
epilogo traumatico sul piano sociale: Fincantieri cercherà di gestire
questo complesso riassetto attraverso gli ammortizzatori sociali (cassa
integrazione, mobilità, esodi agevolati). Di fatto si apre la fase più
delicata dai tempi dell’I ri, quando negli anni Ottanta il gruppo fu al
centro di un piano di ristrutturazione ”lacrime e sangue”: all’epoca
Fincantieri contava 30 mila dipendenti che oggi sono diventati 9 mila.
Gli Usa. L’ad Bono è ottimista sulla ripresa degli ordini per
grandi navi da crociera ma il quadro globale per tutti gli altri settori
”è totalmente piatto”. Gli Usa garantiscono così un approdo sicuro.
Il gruppo di Bono, assieme alla controllata americana Marinette Marine e
il partner Lockeed Martin, ha infatti presentato l’offerta finale per
l’aggiudicazione della commessa da 5 miliardi di dollari per la
fornitura alla Us Navy di dieci navali da combattimento. Una maxi-commessa
che vale molto nell’attuale depressione che ha colpito la cantieristica
europea.
Gli aiuti. Fincantieri sta giocando la sua
partita per mantenere il suo status di big europeo del settore. Ma senza
adeguati sostegni la partita diventa difficile: «Da anni -affermano ai
piani alti del gruppo di Bono- stiamo rappresentando la necessità di
interventi di tipo infrastrutturale per dotare alcuni cantieri delle
necessarie strutture produttive per renderli più competitivi, soprattutto
in un momento di crisi che rende la concorrenza ancora più agguerrita».
Una partita che non sembra avere avuto l’esito sperato. A Trieste, dopo
le promesse dell’a llora ministro Scajola in un vertice il 18 dicembre
scorso, non sono infatti più arrivati segnali dal governo. E non solo
perchè l’e secutivo non riesce a nominare il nuovo ministro allo
Sviluppo Economico. Le promesse di rilancio delle commesse pubbliche
(dalle carceri galleggianti fino a pattugliatori e traghetti) sono rimaste
nel limbo dei passi perduti della politica. Fincantieri sta combattendo
così la sua battaglia senza il supporto di misure anti-crisi sul piano
interno: «Non chiediamo aiuti pubblici ma una vera politica industriale».
A questo punto il futuro di Fincantieri si gioca sul doppio binario del
negoziato, a Bruxelles (dove potrebbero essere in gioco possibili aiuti
sotto forma di rottamazione delle vecchie navi) e a Roma. Il prossimo
round è previsto per il 21 settembre giorno in cui i sindacati hanno
convocato a Roma un'assemblea dei delegati di tutti i cantieri e
proclamato uno sciopero di 8 ore per il primo ottobre, con un'altra
manifestazione nazionale sempre a Roma.
Il piano di tagli di Fincantieri?
«Un altro passo verso l'abisso»
di Alessandra Fava
su il manifesto del 25/09/2010
Intervista a Luciano Gallino.
In Europa lo stato investe, in Italia la politica tace
Scrittore, sociologo, docente di
sociologia Luciano Gallino è uno dei massimi studiosi dell'impatto della
globalizzazione e della deindustrializzazione italiana. Ci è sembrata la
persona più adatta con la quale parlare del ventilato taglio del
personale e della chiusura di due o tre cantieri profilata dal nuovo piano
industriale di Fincantieri.
Fincantieri minaccia la chiusura e il pesante ridimensionamento di tre
stabilimenti in settori leader nel mondo come quello delle crociere vedi
Sestri ponente e del militare vedi Riva Trigoso. Perché?
La risposta di base è che un paese totalmente privo di politica
industriale come il nostro finisce per pagare lo scotto della propria
assenza, del guardare da un'altra parte mentre altri paesi s'impegnano a
sviluppare i diversi settori o trovarne dei nuovi in cui investire. Fare
una politica industriale vuol dire inventare nuovi punti di forza. Inoltre
in Italia ci si è cullati nell'idea che la crisi in corso, pur se grave,
prima o poi sarebbe finita e che il mondo dell'industria e delle commesse
sarebbe ripartito come prima. Non sarà così, ci saranno trasferimenti di
produzioni, cambiamenti di grandissima levatura. Se uno pensa di
continuare a produrre quello che faceva prima perchè ci sarà la ripresa
avrà delle grosse delusioni. Il portafoglio Fincantieri ha dei grossi
buchi, le commesse sono a zero perchè non ci sono più i presupposti di
quelle commesse, le forze economiche che li sostenevano. Il mondo è
cambiato. Pensare al 'business as usual' è un tragico errore di chi non
ha saputo cambiare.
Guardiamo al resto dell'Europa. Lo stato francese ultimamente ha investito
nei Cantieri dell'Atlantico (di cui detiene il 33% delle azioni) 100
milioni di euro per la partecipazione al capitale e più di 400 milioni
per il piano di salvataggio dei cantieri. In Germania il cantiere Majer
Werft ha avuto milioni di euro dal suo land. Solo l'italia invece di
investire smantella?
Il nostro governo si occupa di tutto tranne che di politica industriale e
quindi è quello che capita. È successo anche nell'auto: quando c'era la
questione della cessione della Opel con Magma e Fiat a contendersela, la
cancelliera e i ministri tedeschi facevano la notte per decidere, il
governo italiano semplicemente non è esistito e quindi alla fine la Fiat
è stata sconfitta. La differenza l'ha fatta la presenza della politica.
Il problema da noi è la mancanza di cultura, di know-how, l'ignoranza?
Manca proprio tutto. Manca il know-how, ministri o funzionari e dirigenti
pubblici di alto livello che si intendano dei diversi settori e poi se ne
occupino non esistono più. È uno risultati delle privatizzazioni troppo
estese ed accelerate. Sono trent'anni che siamo senza una politica
industriale. Dai primi anni Ottanta hanno smantellato grosso pezzi
d'industria italiana privandosi di dirigenti molto capaci. Una volta,
penso all'Iri, la politica interveniva, ma c'era un gran numero di persone
molto capaci anche nei ministeri, ad esempio in quello delle
partecipazioni statali.
Duccio Valori, ex direttore dell'Iri, scrive che Fincantieri ha deciso di
smantellare la produzione navalmeccanica senza scegliere un'altra strada,
una volta sfumata l'ipotesi di quotazione in borsa. Che cosa ne pensa?
La quotazione in borsa forse avrebbe portato un po' di soldi ma una grande
impresa non si salva in quel modo. È chiaro che se francesi e tedeschi
mettono centinaia di milioni di dollari, le commesse navali vanno in
quella direzione. Comunque l'ingresso in borsa sarebbe stato un errore,
Fincantieri è un bel pezzo d'industria italiana e non mi pare una grande
idea metterla sul mercato come è stato fatto con Ansaldo o con la
chimica.
In Francia si parla di piattaforme off shore e di investimenti sulle
energie rinnovabili del mare. In Giappone si progettano navi container che
vanno con energie alternative. Perché non si fa ricerca e non si cercano
altri segmenti di mercato se il crocieristico non funziona più?
Un progetto come quello di autostrade del mare - avevo i calzoni corti
quando ne sentivo parlare - sarebbe particolarmente adatto per paese lungo
1.500 km. C'è qualche nave che va su e giù ma poco di più. Ci
vorrebbero navi specializzate, navi che traferiscano merci, navi per
tir... E invece tutto pare fermo. Anzi, hanno messo in liquidazione la
Tirrenia.
Il ministro del Welfare Sacconi sostiene che «le commesse pubbliche si
fanno solo se servono davvero. Se servono alla difesa, alla sicurezza
italiana, non certo per saturare gli impianti e l'occupazione». Che cosa
ne pensa?
Che la dice lunga sulla mancanza di consapevolezza di quanto sia
importante una politica industriale. Le commesse dovrebbero essere fatte
in funzione di un disegno complessivo ad esempio il trasporto marittimo o
l'integrazione del marittimo col trasporto ferroviario.
Tra la Liguria e Palermo, nel piano Fincantieri, salterebbero 2500 posti
di lavoro. A Sestri ci lavorano 850 persone, 500 a Riva Trigoso, con
l'indotto solo la Liguria pagherebbe con 4 mila posti di lavoro, in più
in due cantieri molto sindacalizzati. Si cerca anche di eliminare le
critiche?
Mi parrebbe un calcolo particolarmente miope, ma da questa classe politica
è facile attendersi la miopia. Ho visto dei dati su Monfalcone, dove il
rapporto tra interni ed esterni è di uno a 4. Lo scheletro viene fatto
dagli interni, gli impianti, le rifiniture, tutte le cabine sono fatte da
esterni. Per 1.200 fissi su una nave ce ne sono intorno a 4 mila che
lavorano alle attrezzature, ai servizi, ai cablaggi. Se il piano
industriale è vero si profila un vero disastro.
A parte l'insurrezione dei politici locali, a livello nazionale non si
sono sentite controproposte. L'opposizione non dice niente?
A sinistra tutto tace, presupponendo che la sinistra cominci col Pd e ho
qualche dubbio... Se ci fossero critiche serrate, controproposte sarebbe
il momento di tirarle fuori e di dire che perdere un altro grande pezzo di
quel poco che resta di industria italiana, è un passo verso l'abisso.
Fincantieri
a tutto sciopero
Chiara Giarrusso e Alfredo Marsala
(il manifesto
del 22/09/2010)
Manifestazioni e blocchi da Genova a
Napoli. A Palermo interviene la polizia. Sindacati ed enti locali
respingono il piano di tagli: «Corteo a Roma il primo ottobre»
Fincantieri,
specchio del disastro italiano
Giorgio Cremaschi
(Liberazione
del 22/09/2010)
Quella
di Fincantieri è una tipica storia italiana. Il gruppo con i suoi
9mila dipendenti diretti e i 25mila addetti negli appalti e
nell’indotto, rappresenta uno dei punti di forza del sistema
industriale del Paese. Vent’anni fa le partecipazioni statali
volevano dismetterlo perché considerato un settore maturo. Il
sindacato riuscì a impedire questa scelta e la Fincantieri si
riprese costruendo grandi navi per tutto il mondo. Quattro anni fa
l’azienda tentò di entrare in borsa, attualmente è di proprietà
al cento per cento della Fintecna, cioè del ministero del Tesoro.
Una grande mobilitazione della Fiom e di tutte le intelligenze del
gruppo riuscì a conquistare un vasto consenso di opinione pubblica
e a fermare la privatizzazione. L’azienda rimase pubblica e fu una
fortuna, perché altrimenti, dopo la crisi borsistica, il gruppo
sarebbe già stato venduto all’asta.
E poi è
arrivata la grande crisi economico-finanziaria. Il settore delle
costruzioni navali ne ha risentito moltissimo in tutto il mondo e
così anche la Fincantieri.
Ancora una
volta si è tentata però una strada completamente sbagliata.
Mentre
partiva la crisi l’azienda ha aperto uno scontro sul salario
legato alla produttività con tutti i lavoratori del gruppo. Questo
scontro ha portato prima a degli accordi separati, poi a degli
accordi unitari che solo parzialmente hanno risolto la questione.
Fatto sta che l’azienda ha speso un anno e mezzo a spiegare che i
suoi problemi principali erano di produttività del lavoro. E così
arriviamo ai giorni nostri nei quali un’indiscrezione
giornalistica ben accreditata lancia la chiusura di Castellammare di
Stabia e Riva Trigoso, il dimezzamento di Sestri Ponente, ampi tagli
occupazionali in tutto il gruppo. Questo disastro cancella la
questione della produttività: uno degli stabilimenti che
l’azienda vorrebbe chiudere è, secondo le tabelle aziendali, tra
i più produttivi e pone invece la questione di fondo: l’assenza
di politiche industriali e di strategie aziendali atte ad affrontare
davvero la crisi.
Accanto agli
errori periodici dell’azienda, infatti, abbiamo dovuto registrare
il solito ridicolo balletto delle promesse e degli impegni mancati
da parte del governo. Prima ancora di dimettersi, il ministro
Scajola non aveva mantenuto gli impegni per gli indispensabili
interventi pubblici nel settore. E’ chiaro infatti che senza una
forte politica dello Stato i cantieri navali sono destinati a
chiudere. In tutti i paesi ove si vuole mantenere questa produzione,
lo Stato interviene sia con le commesse sia con il finanziamento
degli investimenti necessari a potenziare davvero la produttività,
ove questo non accade i cantieri chiudono.
Come al
solito nel balletto della politica italiana si è parlato di
produttività, di commesse di carceri galleggianti, di navi
ecologiche. Tutte le più varie fantasie sono state spese nella
pubblicità mediatica, ma il risultato è stato neanche un bullone
di lavoro. Si arriva così alla crisi attuale dove si misura tutta
l’incapacità di una classe dirigente politica ed economica di
difendere davvero l’industria e il lavoro. La chiusura di alcuni
cantieri navali non è solo una drammatica operazione sociale, che
devasta interi territori dalla Liguria alla Sicilia e che, in
Campania, distrugge un’intera comunità. E’ anche l’ennesimo
sciocco errore di politica industriale. Quello di chi non punta al
futuro, ma semplicemente pensa di razionalizzare i conti tagliando
tutto quello che si può tagliare. Così se domani dovessero esserci
nuove commesse navali, Fincantieri non avrebbe più i siti dove
produrre.
Lo scontro
che si è aperto con le lotte durissime dei lavoratori in tutto il
gruppo, e prima di tutto a Castellammare, Palermo e Liguria manda
quindi un messaggio a tutti. Alla politica, come sempre attardata e
depistata su altro. Alla Confindustria e alle imprese perché la
vicenda Fincantieri dimostra ancora una volta che le offensive
contro i diritti, sulla produttività e sulla flessibilità del
lavoro sono un puro e semplice depistaggio dai problemi reali. Il 1°
ottobre tutti i lavoratori Fincantieri verranno in sciopero a Roma
per chiedere che la presidenza del Consiglio affronti la crisi e per
dire con tutta l’indignazione del caso no alla chiusura di un
settore strategico e sì, finalmente, a una politica industriale
degna di questo nome.
Articolo
di G.Cremaschi su Liberazione
Fincantieri,
acque agitate
Alessandra Fava
(il manifesto
del 21/09/2010)
Stabilimenti occupati e porti in
subbuglio, gli operai sulle gru. I dipendenti del gruppo Fincantieri non
accettano il piano di tagli previsto dall’azienda, ancora non
ufficiale ma anticipato dalla stampa. Officine chiuse a Genova e
Castellammare, cassa a Palermo. A rischio 2500 posti. Proteste senza
sosta
Il
taglio Fincantieri
Antonio Sciotto
(il manifesto del 19/09/2010)
Il nuovo piano prevederebbe 2500
posti in meno. I sindacati: «Subito un tavolo»
Operai
Fincantieri manganellati a Napoli
Ro. Fa.
(Liberazione del 18/09/2010)
La Regione non riceve i lavoratori,
parte la carica. La Fiom: «Inaccettabile»
siemens
Nessun licenziamento senza
accordo
di Guido Ambrosino
su il manifesto del
23/09/2010
Siemens. L'intesa con i
sindacati: no a chiusure e delocalizzazioni
La Siemens si impegna a
rinunciare anche in futuro a licenziamenti unilaterali, senza il
consenso del sindacato. Se occorrerà ridurre il personale, l'azienda lo
farà con altri strumenti, da negoziare volta per volta: riduzione
dell'orario di lavoro (largamente praticata per riassorbire l'ultima
crisi, fino al luglio scorso), prepensionamenti, passaggio a altri
stabilimenti.
Un accordo del genere era gia stato stipulato nel 2008, come
contropartita per un piano di ristrutturazione che ha eliminato migliaia
di posti nell'amministrazione e nella distribuzione, ricorrendo a
prepensionamenti o garantendo per due anni corsi di riqualificazione
professionali retribuiti.
L'accordo del 2008 con il sindacato Ig Metall sarebbe scaduto a fine
settembre. Ieri è stato rinnovato, stavolta senza termini di scadenza.
La rinuncia a licenziamenti unilaterali «per motivi di ristrutturazione
aziendale», che prima valeva solo per gli stabilimenti Siemens, viene
estesa a tutte le società del gruppo in Germania, tranne che per il
settore informatico Sis, che versa in gravi difficoltà (sarà
scorporato dal gruppo il primo ottobre, con la perdita di 2000 posti di
lavoro).
Siemens dà lavoro in tutto il mondo a circa 400 mila persone. L'impegno
a tutelare l'occupazione vale solo per i 128 mila dipendenti in
Germania. Una clausola aggiuntiva esclude la chiusura o la
delocalizzazione di stabilimenti tedeschi di qui alla fine del 2013. Per
il presidente della Siemens Peter Löscher «il metodo del dialogo con i
rappresentanti dei lavoratori» serve a «garantire nel tempo la
competitività dell'impresa». Nemmeno il gigante tedesco
dell'elettromeccanica e dell'elettronica garantisce il «posto» a vita.
Ma, a differenza di Marchionne, non crede che convenga bastonare
lavoratori e sindacati, o tenerli perennemente sotto la minaccia di
licenziamenti.
Germania, la Siemens blinda
il posto di lavoro per 128 mila |
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Berlino
Nel giorno in cui più di duemila lavoratori dell'industria
dell'acciaio incrociano le braccia nel nordovest della Germania
per il primo sciopero nella trattativa per il rinnovo contrattuale
del settore, il mondo del lavoro tedesco può tirare un sospiro di
sollievo su un altro fronte. E sperare che quel che da oggi vale
per i lavoratori della Siemens AG, un giorno possa valere anche
per loro.
Il cda del gruppo Siemens, insieme ai rappresentanti dei
lavoratori del consiglio di fabbrica e ai delegati del sindacato
dei metallurgici IG-Metall, ha sottoscritto ieri a Berlino un
accordo che protegge tutti i dipendenti tedeschi del gruppo dal
licenziamento. Per sempre. D'ora in avanti la multinazionale non
potrà più licenziare i lavoratori per motivi legati al riassetto
industriale o ai cicli economici senza l'accordo del sindacato. In
caso di necessità, il management si è impegnato a utilizzare
altri strumenti per risolvere i guai aziendali, come il
ridislocamento dei dipendenti tra gli stabilimenti e il ricorso
alla riduzione generalizzata dell'orario di lavoro. L'accordo
garantisce inoltre anche una condivisione delle informazioni più
completa da parte del management nei confronti dei rappresentanti
dei lavoratori sulle scelte aziendali, come investimenti,
ristrutturazioni e decisioni che riguardano gli stabilimenti.
L'intesa, siglata a margine di un incontro del consiglio di
vigilanza in una delle due sedi centrali della Siemens AG -
l'altra è a Monaco, in Baviera, dove il contratto è stato
discusso e preparato -, per la prima volta non solo protegge i
128mila lavoratori Siemens, ma anche i circa 30mila dipendenti
della società per azioni, a cui fanno capo diverse affiliate.
Dall'accordo sono invece rimasti fuori i 4mila dipendenti del
settore IT - 2mila dei quali tedeschi -, che presto perderanno il
lavoro, e i circa 280mila lavoratori di Siemens AG occupati
all'estero, il 72% del totale.
L'intesa siglata ieri è in realtà il rinnovo di un primo
contratto biennale molto simile sottoscritto nel 2008, che sarebbe
scaduto alla fine di settembre. I lavoratori della Siemens hanno
pagato quell'accordo a caro prezzo. In piena crisi economica
internazionale, due anni fa, la multinazionale era riuscita a
strappare ai sindacati l'ok per una riduzione dell'organico di ben
17mila persone - 5250 in Germania - all'interno di un programma di
risparmi miliardario. Il contratto fu sottoscritto come
contropartita per i tagli. E non è tutto. Nella traversata della
crisi e fino allo scorso luglio Siemens ha ridotto l'orario di
lavoro di migliaia di dipendenti - fino a 19mila
contemporaneamente. L'accordo di ieri è probabilmente in parte
anche un riconoscimento per i sacrifici compiuti negli ultimi
anni.
Il nuovo contratto non prevede una data di scadenza, è a tempo
indeterminato. Ma ci sono due punti deboli: un primo periodo di
prova di tre anni, scaduti i quali, a settembre del 2013, la
multinazionale può decidere di recedere, e la consapevolezza che
il consenso dei sindacati non significhi la fine dei
licenziamenti, come racconta il caso del 2008. Il sistema tedesco
della cogestione - che coinvolge i rappresentanti dei lavoratori
nelle politiche industriali come parte dei consigli di vigilanza -
ha sviluppato un certo "senso di responsabilità" nei
sindacati, che in passato è costato diversi posti di lavoro.
Certo, in Germania non c'è solo la cogestione: dietro al mondo
dell'impresa resiste uno stato sociale che, nonostante i tagli
dell'ultimo decennio, è ancora solido. Senza dimenticare che in
media un operaio tedesco guadagna tra i tremila e i cinquemila
euro lordi al mese.
L'accordo di ieri per l'ad del gruppo Peter Löscher è la
dimostrazione che per Siemens la Germania è il punto centrale
della politica industriale: «Siemens è un datore di lavoro
responsabile, per cui ogni dipendente è importante». Mentre per
il capo dell'IG-Metall Berthold Huber l'intesa è un passo
fondamentale per lo sviluppo futuro dell'azienda - che ha più di
400mila dipendenti in 190 paesi e nel 2009 ha chiuso con un
fatturato di 76,65 miliardi di euro. «Il nuovo accordo offre ai
lavoratori della Siemens sicurezza e protezione», ha aggiunto
Huber.
(m.al.)
23/09/2010
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Matteo Alviti
Berlino
Non proprio un accordo storico, ma un contratto «molto, molto
importante» per tutto il settore |
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Matteo Alviti
Berlino
Non proprio un accordo storico, ma un contratto «molto, molto
importante» per tutto il settore. Per capire cosa significhi
esattamente la firma di ieri per il mondo del lavoro tedesco e
come ci si sia arrivati, ne abbiamo parlato con Hagen Reimer,
sindacalista IG-Metall del distretto bavarese - Land dove è stato
chiuso l'accordo siglato poi ieri a Berlino a margine di un
incontro del management aziendale della Siemens AG.
Herr Reimer, quest'accordo nasce come il prolungamento dell'intesa
siglata nel 2008 a difesa dei lavoratori che sarebbe scaduto fra
pochi giorni, alla fine di settembre. Si tratta di un semplice
rinnovo o ci sono delle novità?
Ci sono due punti essenziali che lo differenziano dal primo
accordo. Innanzitutto non è limitato a due anni, ma vale a tempo
indeterminato. C'è un primo periodo di tre anni dopo il quale, se
non c'è una disdetta espressa, il contratto viene prolungato
automaticamente senza ulteriori scadenze. La prima e unica
verifica è prevista a settembre del 2013. Il secondo punto è che
l'accordo del 2008 valeva esclusivamente per i dipendenti della
Siemens AG (la società per azioni), ma non per le affiliate. Il
nuovo contratto, per esempio, protegge invece anche i dipendenti
di società come la Osram, un'affiliata del gruppo.
Non sono dunque "solo" i 128mila dipendenti di cui si è
scritto a essere protetti?
No, sono di più. E' difficile dirle ora quanti siano
precisamente, perché non ho i dati qui con me. Ma facendo una
stima approssimativa sono almeno trentamila lavoratori, oltre ai
128mila dipendenti della Siemens AG.
Da grande multinazionale del settore elettrico e metallurgico qual
è, Siemens ha più di 400mila dipendenti sparsi su cinque
continenti. Perché il contratto vale solo per i lavoratori
tedeschi?
Non sarebbe stato possibile dal punto di vista legale estendere la
validità del contratto oltre i confini della Germania. Né il
consiglio centrale dei lavoratori Siemens, né l'IG-Metall possono
sottoscrivere o semplicemente discutere accordi che valgano anche
per i lavoratori di paesi terzi. In ogni nazione c'è
un'organizzazione giuridica differente e una realtà sindacale
autonoma che devono decidere dei contratti dei loro iscritti.
Perché Siemens ha scelto di fare questo passo secondo lei?
Siemens è una grande azienda, sempre al centro dell'attenzione
dell'opinione pubblica tedesca, e ha certamente tutto l'interesse
a costruirsi un'immagine positiva. Dopo i 17mila licenziamenti del
2008, da cui è nato il primo accordo, era maturato il tempo per
un passo successivo. Così quando i rappresentanti dei lavoratori
Siemens e l'IG-Metall hanno proposto di sedersi a un tavolo per
discutere del prolungamento dell'intesa, non hanno incontrato
particolari resistenze.
L'estensione del vecchio contratto ha forse qualcosa a che fare
con i 4mila lavoratori Siemens del settore IT, escluso dal
rinnovo, per cui è previsto il licenziamento? C'è stato un nuovo
accordo con il sindacato come nel 2008?
No, assolutamente, sono due cose separate. E' difficile da
spiegare nei dettagli perché il sistema tedesco è piuttosto
complicato, ma i 4mila lavoratori del settore IT - di cui tra
l'altro solo 2mila lavorano in Germania - ricadono sotto un'altra
tipologia contrattuale: non sono compresi nel rinnovo di ieri,
anche se l'IG-Metall è il loro sindacato.
Come considera il contatto di ieri? Si può parlare di un
risultato storico?
Mah, sinceramente non userei l'aggettivo storico, credo che
sarebbe esagerato. Ma è certamente un successo molto, molto
importante.
23/09/2010
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