|
«Camera
umiliata e io mi dimetto»
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del
29/11/2007
«Un problema di merito e uno
di metodo, altrettanto importante». Con il voto di fiducia sul disegno
di legge su welfare e pensioni, «si apre un vulnus nella maggioranza, e
si crea un precedente grave per la democrazia».
Il deputato del Pdci, Gianni Pagliarini, ieri si è dimesso
dall'incarico di presidente della commissione lavoro della Camera. Lo ha
fatto dopo la riunione dei parlamentari del Pdci, e durante le
dichiarazioni del voto di fiducia sul welfare.
Il governo ha fatto carta straccia del testo approvato dalla stessa
commissione lavoro, che aveva raccolto alcune delle modifiche dei
partiti della sinistra, è ritornato all'accordo di luglio sottoscritto
con le parti sociali, «aprendo così uno strappo nella maggioranza».
Le dimissioni di Pagliarini, sembra di capire, potrebbero anche
rientrare, «ma è evidente - dice lui - che in questo modo non si può
andare avanti».
«Le dimissioni del presidente della commissione lavoro rappresentano un
segnale di dissenso istituzionale e personale che non deve essere
ignorato»: potrebbero dunque rientrare le sue dimissioni, Pagliarini,
come ieri sembrava auspicare palazzo Chigi?
Il fatto che palazzo Chigi abbia colto il problema, e che si possa
discuterne, è positivo. Quanto alle mie dimissioni, si vedrà. Quello
che è certo è che è necessario aprire una discussione sul ruolo del
parlamento e sul suo rapporto con gli atti della concertazione con le
parti sociali. La concertazione è importante, ma il parlamento deve
avere la possibilità di dire la sua. Non può esserci competizione tra
le due cose.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha detto che il voto di
fiducia ripropone una preoccupante difficoltà nel rapporto tra
l'esecutivo e il parlamento..
Il presidente della Camera ha detto una cosa importante, ha sottolineato
il tema che io stesso sollevo, dimostrando che esiste. La vicenda del
welfare, con il voto di fiducia, apre una questione democratica. E si è
trattato comunque di una fiducia anomala, che il governo ha posto contro
la sua stessa maggioranza, decidendo di fare carta straccia della
sintesi positiva che era stata raggiunta in commissione lavoro.
La sua scelta è un segnale di quello che si prepara all'interno della
maggioranza di governo?
E' stata una scelta forte per segnalare che esiste un disagio reale e
che si è andati oltre, sia per il profilo istituzionale sia nei
rapporti all'interno della coalizione. La sintesi della commissione era
il punto più alto di mediazione raggiunto dall'Unione dall'inizio della
legislatura. Il lavoro invece è stato sacrificato sull'altare del
ricatto posto da Dini. E il governo ha scelto di dare risposte a Dini,
mortificando una parte ben più consistente della propria maggioranza.
Casa: un sogno troppo
caro
di Roberto Tesi
su Il Manifesto del
29/11/2007
Per il rapporto Nomisma
il mercato immobiliare è in frenata, ma i prezzi continuano a salire.
Il caro-mutui porta all'1,8% le sofferenze bancarie e gli affitti sono
sempre più cari
Differenze con gli Stati
uniti ce ne sono molte. La principale è che l'Italia non è stata
investita dalla crisi dei mutui subprime e che i prezzi delle
abitazioni non sono crollati. Tuttavia i segnali di rallentamento sono
evidenti. E Nomisma, che ieri ha presentato il «III Rapporto sul
Mercato Immobiliare 2007» non è ottimista. E usa la prudenza. Il
Centro studi bolognese, i massimi esperti italiani del settore
immobiliare» non vogliono incorrere nell'errore (da loro citato)
della Harvard Economy Society che nel 1929, pochi giorni prima del
grande crollo sosteneva: «A severe recession is outside the range of
probability». Nomisma, correttamente confessa: «mai come ora sono
incerte le tendenze probabili». Come dire: i segnali non sono di
recessione, ma la prudenza è d'obbligo.
Quello che appare evidente è che le compravendite stanno diminuendo,
ma i prezzi tengono. Di più: le generalizzate aspettative di
flessione hanno determinato un ulteriore innalzamento dei tempi medi
vendita che sono arrivati a superare i 5 mesi per le abitazioni,
mentre lo sconto praticato nel corso della trattazione è salito
all'11,6%. Dopo il trend di continuo aumento degli ultimi 9 anni, il
2007 si dovrebbe chiudere con una riduzione del numero delle
transazioni stimabile intorno al 3,3%, ma con punte addirittura
superiori al 10% nelle grandi città.
Per quanto riguarda i prezzi, ha spiegato Gualtiero Tamburini,
presidente di Nomisma, «si è registrato un rallentamento della
crescita, con un aumento che si attesta al 2% su base semestrale e al
5,1% sull'intero 2007, a conferma della progressiva decelerazione già
manifestata dal 2004». Questo significa che il settore si sta
avviando «ad una fase di sostanziale stabilità». Anche se i prezzi
che non calano dimostrano rigidità rispetto alla debolezza del
mercato.
Tornando ai volumi delle compravendite, per Tamburini «è la prima
volta che mostrano un rallentamento così marcato con punte che a
Milano e Roma sfiorano una riduzione del 15%». E Le prospettive per
il 2008 non appaiono migliori: Nomisma prevede una ulteriore
contrazione delle transazioni e stima che si tornerà sotto le 800
mila abitazioni oggetto di compravendita. Insomma, vendere una casa è
diventato problematico, anche se i prezzi aumentano all'incirca allo
stesso ritmo dei prezzi al consumo. Tutto questo significa che chi nei
prossimi mesi vorrà comprare una casa sarà favorito.
Negative, invece, le difficoltà di chi ha contratto gli scorsi anni
un mutuo a tasso variabile e ora incontra maggiori difficoltà a
onorare il debito; in pochi mesi (tra dicembre 2006 e giugno 2007) il
tasso di sofferenza sui mutui è salito dall'1,5% all'1,8%. Un
preoccupante allarme che dovrebbe spingere la politica a trovare
soluzioni.
Fin qui abbiamo parlato di chi cerca di comprare o vendere una casa,
ma c'è chi sta decisamente peggio: chi occupa (o vorrebbe)una casa in
affitto. Un tema di attualità al quale Nomisma dedica un ottimo
approfondimento. Con una premessa: è vero che «i proprietari di casa
sono circa l'80% degli italiani, tuttavia resta una domanda di
locazione molto forte, soprattutto per motivi di studio e di lavoro».
E chi oggi cerca una casa in affitto è chi in passato non ha potuto
comprarla. «Quindi - come ha sottolineato Tamburini - parliamo delle
fasce di reddito più basse».
Attualmente le famiglie italiane in affitto sono 4,3 milioni. Erano 7
milioni di 30 anni fa. Le locazioni registrano un trend di stabilità
del numero di contratti stipulati, con tassi di crescita delle
quotazioni soprattutto per le aree urbane di maggiori dimensioni e in
particolare per le zone centrali e di pregio. Risultato: l'incidenza
della locazione di un appartamento di 80 metri quadrati, nei primi
anni '90, era del 20,7% sul reddito familiare, oggi è pari al 28,5%.
Ma Nomisma ha fatto di più: ha condotto una analisi sullo scarto
esistente tra il canone sostenibile (quello che l'inquilino dichiara
di essere disposto a pagare) e il canone di mercato. Per un'abitazione
di 80 metri quadrati, in città come Roma e Milano il rapporto tra i
due prezzi è di uno a due. Nella capitale, infatti, il canone mensile
sostenibile è 646,1 euro a fronte dei 1.359 euro richiesti (con una
differenza del 110,3%), a Milano lo scarto è del 92,8% e a Bologna
del 28,7%.
L'Inps
svuotato dalla finanziaria
di
Francesco Piccioni
su Il
Manifesto del 24/11/2007
Tre
commi dell'art. 4 impongono che il flusso dei dati mensili telematici
sulle posizioni contributive dei lavoratori passino all'Agenzia delle
entrate (in realtà alla Sogei)
La «finanziaria» è la
principale legge dello Stato. Ogni anno determina spostamenti di
risorse, redistribuisce ricchezza e poteri tra ceti sociali, enti,
imprese, istituzioni. Ridisegna spesso lo stesso Stato. Ma senza
clamori, senza comunicazioni ufficiali e roboanti. Lo fa attraverso
sub-articoli, commi e virgolettati che fanno riferimento ad altri
articoli, commi e virgolettati. Che soltanto i (pochi) addetti ai
lavori sanno leggere, decrittare e interpretare.
Anche quest'anno, naturalmente, avviene la stessa cosa. E c'è voluto
un «compagno esperto» della Cub-RdB per segnalare al nostro giornale
una micro-norma che rischia di gettare nuovamente nel caos la gestione
pensionistica. Tutto sta in tre «commi» dell'articolo 4 del testo
licenziato - per il momento - dal Senato.
Il comma 25 prevede che «i dati retributivi e le informazioni
necessarie per il calcolo delle ritenute fiscali e dei relativi
conguagli, per il calcolo dei contributi, per l'implementazione delle
posizioni assicurative individuali e per l'erogazione delle
prestazioni, mediante una dichiarazione mensile da presentare entro
l'ultimo giorno del mese successivo a quello di riferimento» vengano
indirizzati all'Agenzia delle entrate (anziché, com'è adesso, all'Inps).
Il successivo prevede invece un «decreto del Ministro dell'economia e
delle finanze, di concerto con il Ministro del lavoro e della
previdenza sociale, sono definite le modalità attuative della
disposizione di cui al comma 25, nonché le modalità di condivisione
dei dati tra l'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), l'Inpdap
e l'Agenzia delle entrate». Il 27 impone «a) la trasmissione mensile
dei flussi telematici unificati; b) la previsione di un unico canale
telematico per la trasmissione dei dati; c) la possibilità di
ampliamento delle nuove modalità di comunicazione dei dati fiscali e
contributivi anche ad enti e casse previdenziali diversi».
In pratica si riporta la situazione a quella ante-2005. I dati
provenienti dalle aziende - riguardanti 23 milioni di posizioni
lavorative - dovrebbero in questo modo essere convogliate presso
l'Agenzia delle entrate (in realtà alla Sogei); la quale provvederà
a fare «il calcolo delle ritenute fiscali e dei relativi conguagli,
per il calcolo dei contributi, per l'implementazione delle posizioni
assicurative individuali e per l'erogazione delle prestazioni» e solo
dopo comunicherà all'Inps il «quanto» da erogare. In questo modo l'Inps
- che è un istituto autonomo, dotato di flussi finanziari propri che
corrispondono ai versamenti contributivi dei lavoratori - viene
ridotto al ruolo di semplice «ufficiale pagatore».
In parte, era così già prima. E c'era voluta una serie infinita di
proteste e ricorsi per convincere il governo d'allora a cambiare la
procedura. L'Inps «informata in ritardo», infatti, non riusciva né
ad emettere in tempi rapidi né l'assegno pensionistico, né il
calcolo della liquidazione, né ad erogarla. Con il bel risultato che
milioni di neo-pensionati dovevano stringere la cinghia anche per un
anno o più prima di vedersi corrispondere il dovuto.
Il passaggio all'Inps del flusso dei dati provenienti dalle aziende -
fisiologicamente ricchi di umanissimi errori - aveva prodotto una
serie di contromisure «automatiche» efficaci nel selezionare gli
errori già in entrata, accelerando i tempi di correzione e quindi gli
esiti pratici.
I vertici dell'Inps hanno provveduto immediatamente a fare presente la
situazione a tutti i ministeri, illustrando i pericoli gravissimi
impliciti in questo provvedimento. Di cui sfugge peraltro la ratio.
Non trovandola, ognuno può immaginarsene una. L'unica cosa chiara è
infatti chi ci rimette (i futuri pensionati e l'attività autonoma
dell'Inps, svuotata di competenze). Mentre chi ci guadagna resta al
momento ignoto.
Niente spallata, sì
alla manovra
la stampa 16.11.07
ROMA
Centosessantuno a centocinquantasette: sono i numeri che
contano, quando è la Finanziaria ad avere il via libera in
Senato, laddove la maggioranza vive sul filo del rasoio. Ma
quel che pesa sono le parole. Lamberto Dini che dichiara «unfit»
il governo a risolvere i problemi del Paese. Willer Bordon che
si accoda, «la maggioranza è ormai solo un fatto aritmetico»,
rilanciando boatos di convergenze con i diniani tali da
spostare a destra l’asse politico del governo.
L’italo-argentino Pallaro che potrebbe essere della partita.
E, con ben altro senso, Anna Finocchiaro che annuncia «una
fase politica nuova»: alle viste, c’è la sfida del Pd
sulla legge elettorale, poiché andata a vuoto la spallata
Berlusconi potrebbe adesso sedersi al tavolo di trattativa. Lo
dice subito Prodi. «Ho la maggioranza politica e numerica,
adesso Berlusconi ammetta che ha sbagliato, e la Cdl dica le
sue idee per le riforme». Il Cavaliere naturalmente non ci
sta, e guarda ai gazebo che da questo weekend raccoglieranno
le firme contro Prodi, «il governo non c’è più, se ne
prenda atto». Non a caso in Senato la giornata si chiude con
il sì alla Finanziaria, ma subito dopo con una gigantesca
rissa tra maggioranza e opposizione.
Era stato Romano Prodi a premere perché si andasse al voto in
serata, senza aspettare la mattina successiva, temendo forse
un’eccessiva esposizione mediatica di Dini, e di quel che
avrebbe potuto dire. Andreotti alle otto e mezza aveva
lasciato il Senato, «ho da stamattina un forte mal di testa,
certo che il mio sarebbe un sì, non sarebbe possibile
diversamente anche se preferirei che si tornasse a fare come
una volta, quando i conti li facevamo ministero per ministero,
non come in questo parapiglia». Carlo Azeglio Ciampi
raggiunge Levi Montalcini, Colombo e Scalfaro, sui banchi dei
senatori a vita sin dal mattino, poco prima del momento del
voto, ovviamente positivo. Arriva pure Francesco Cossiga,
annunciando il proprio no per protesta contro una maggioranza
che (forse) istituirà una commissione d’inchiesta sui fatti
del G8 a Genova. Il trozkista Turigliatto ha lasciato da tempo
Palazzo Madama, «il provvedimento sui precari è una truffa»,
e così il quorum si abbassa. L’altro dissidente di
sinistra, Fernando Rossi, vota sì a ripetizione, felice di
aver avuto il via libera alla stabilizzazione dei precari
della Croce Rossa. E difatti è l’incrocio degli interessi
sui provvedimenti a rendere possibile il miracolo e a scaldare
gli animi. «Prodi ha comprato con un miliardo e 300 milioni
di euro il voto dei suoi stessi senatori», accusa il forzista
La Loggia. «Ma quale corruzione, quella è la cattiva pratica
di Berlusconi, noi sappiamo cos’è la politica», replicherà
Anna Finocchiaro. In serata, durissimo Berlusconi, nonostante
le pubbliche ammissioni di senatori dell’Unione che avevano
ricevuto profferte: «Ignobili e intollerabili calunnie della
stalinista senatrice Finocchiaro». Al mattino, in un clima già
teso e polemico, erano passati alla grande, con Rifondazione e
la sinistra che cantavano vittoria, la stabilizzazione dei
precari della pubblica amministrazione, e ancora il tetto di
274mila euro agli stipendi dei manager pubblici. Voto
bipartisan, con 435 sì su 447 votanti, per la detrazione di
tasse (Irap) agli imprenditori colpiti dal pizzo: contrario
Nino Strano di An, «io sono siciliano, e questa è
un’offesa alla Sicilia». Esulta come un pugile vittorioso
Roberto Manzione quando vede approvata la class action: il
guaio è che Roberto Antonione di Forza Italia ha votato con
l’Unione e quel voto è stato determinante. Antonione, che
è un fedelissimo berlusconiano, soffre, «mi sono sbagliato,
se volete mi dimetto». Il clima era slabbrato, teso. E’
esploso alla fine in rissa, prodromo del clima politico dei
giorni a venire. Perfino il compassato Emilio Colombo perde la
pazienza, Dini ha messo alle corde l’Unione e gli anche
preso il posto in Aula, e allora lui gli lancia in aria la da
parlamentare.
ANTONELLA RAMPINO
10 ottobre 2007
|
| il sole 24 ore |
Draghi: «Il taglio dell'Ici non è coerente con
l'autonomia dei Comuni»
di Nicoletta Cottone
|
Il taglio dell'Ici non è coerente con l'autonomia dei Comuni e la
Finanziaria 2008 «non sfrutta il favorevole andamento delle entrate
per accelerare la riduzione del debito: non restituisce ai
contribuenti una quota significativa degli aumenti di gettito».
Dunque, la Finanziaria 2008 consentirà solo «progressi modesti»
sul fronte del risanamento dei conti pubblici. Lo ha detto il
Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, nel corso di
un'audizione in Senato sulla Finanziaria 2008, dinanzi alle
commissioni Bilancio di Camera e Senato. La riduzione dell'Ici
prevista nella manovra per il 2008, cardine della finanza locale, «non
appare coerente con l'obiettivo di rafforzare l'autonomia tributaria
degli enti territoriali, ribadito con il disegno di legge delega
dello scorso agosto».
Prelievo
fiscale e crescita dell'economia. Per Draghi «La sfida
cruciale della finanza pubblica italiana consiste nel realizzare
congiuntamente l'abbattimento del peso del debito e la riduzione del
carico fiscale che grava sui contribuenti onesti». Ma per
conseguire questo obiettivi è necessario contenere la dinamica
della spesa primaria corrente e «spendere meglio». Per Draghi i
progressi nel contrasto all'evasione e all'elusione consentono di
distribuire il prelievo in modo meno distorsivo e più equo.
Importante resta una politica sociale attentamente mirata al
perseguimento di obiettivi di equità. Secondo il Governatore «un'azione
incisiva di riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulle imprese
finanziata con riduzioni della spesa accrescerebbe il potenziale di
crescita della nostra economia».
Rendite
finanziarie. «La realizzazione di un sistema di aliquota
unica che sostituisca le attuali aliquote del 12,5% e del 27% con
un'aliquota di livello intermedio, presenta vantaggi in termini
neutralità del prelievo e di problemi di transizione». Draghi
precisa tuttavia che la scelta dell'introduzione dell'aliquota unica
«è fondamentalmente politica». Per l'armonizzazione della
tassazione sulle rendite finanziarie, secondo il numero uno di via
Nazionale, «bisogna distinguere tra nuove e vecchie emissioni e
valutare con attenzione le implicazioni di questa scelta».
Povertà.
Il Governatore ha rilevato come l'Italia presenta tassi di povertà
elevati nel confronto con gli altri Paesi, ricordando che secondo
sono l'11%, secondi i dati Istat, le famiglie italiane in condizioni
di povertà relativa, con una incidenza particolarmente alta nel
Mezzogiorno. È, dunque, necessario un sistema assistenziale
attentamente mirato ai cittadini in condizioni disagiate, ed «è
importante individuare strumenti che diano sistematicamente sostegno
alle persone in difficoltà economica». Secondo il governatore,
alcune delle misure inserite in finanziaria «possono essere rese
maggiormente mirate alle fasce deboli». Il bonus previsto dalla
Finanziaria a favore dei cosiddetti incapienti, secondo Draghi, può
risultare poco efficace. «Il sussidio destinato ai soggetti Irpef
incapienti previsto per il solo 2007, al di lá della natura
temporanea e delle difficoltà insite nella sua corretta
applicazione, può risultare poco efficace nel ridurre la diffusione
della povertá». In particolare, osserva il Governatore, «non si
tiene conto della condizione economica complessiva del nucleo
familiare».
Interventi su
Irap e Ires. Gli interventi di riduzione fiscale a favore
delle imprese, quelli su Irap e e Ires, «vanno nella direzione
giusta». Il prelievo sulle imprese, sottolinea il Governatore di
Bankitalia, «è interessato da un'ampia operazione di
ristrutturazione che avviene sostanzialmente a parità di saldo per
il bilancio pubblico». Draghi ha anche sottolineato che
l'intervento « si caratterizza per alcune significative
semplificazioni».
Età
pensionabile. Il Governatore della Banca d'Italia Mario
Draghi, torna a insistere sulla necessità di alzare l'età
pensionabile. «In un contesto di forte invecchiamento della
popolazione solo l'aumento dell'età media effettiva di
pensionamento consentirà di erogare pensioni adeguate».
Protocollo
Welfare. Il numero uno di via Nazionale ha detto nel corso
dell'audizione che «alcune soluzioni prospettate nell'accordo
rischiano di allontanare ulteriormente il sistema dai principi alla
base del regime contributivo: omogeneità nel trattamento dei
lavoratori e uno stretto legame tra contributi e prestazioni».
Previdenza
complementare. Bene la nuova disciplina sulla previdenza
complementare entrata in vigore il primo gennaio scorso: «Ha
determinato un significativo aumento delle adesioni ai fondi
pensioni», sottolinea Draghi. L'incidenza degli iscritti sul numero
complessivo degli occupati resta tuttavia «insufficiente».
Riserve
auree. Sull'utilizzo delle riserve auree per l'abbattimento
del debito il numero uno di via Nazionale ha sottolineato che
l'autonomia e l'indipendenza della Banca d'Italia vanno affermate e
ribadite come c'è scritto nel Trattato. «Come confermato dalla Bce
- sottolinea Draghi - ogni intervento autonomo dei governi» che
incida sulle riserve «costituisce una violazione dell'indipendenza
delle banche. La Bce ritiene che l'indipendenza possa essere messa a
repentaglio se non c'è
Una finanziaria
per le imprese
La Confindustria applaude ai nuovi regali
fiscali: circa 8 miliardi di euro. Nella manovra da 11 miliardi anche un
alleggerimento dell'Ici e sgravi fiscali per gli inquilini
Roberto Tesi
Una finanziaria «leggera» aveva promesso il
governo, ma sulla bozza presentata da Prodi e Padoa Schioppa la
discussione è stata interminabile, come quella (10 ore) dello scorso
anno. Le uniche informazioni certe, ma parziali, le ha fornite Enrico
Letta in una conferenza stampa convocata verso le 19, mentre sopra
ancora si discuteva. Per il sottosegretario alla presidenza del
consiglio quella varata sarà una finanziaria da 11 miliardi di euro, ma
sarà affiancata da un decreto legge che distribuirà 7,5 miliardi del
«tesoretto», cioè il frutto della maggiori entrate.
Ancora una volta a fare la parte del leone nella distribuzione delle
risorse disponibili saranno le imprese: la finanziaria prevede, infatti,
una diminuzione dell'Ires, l'imposta sui profitti, che scenderà dal 33%
al 28%. Complessivamente si tratterebbe di circa 5 miliardi di euro. Le
imprese godranno anche di una riduzione dell'Irap la cui aliquota
dovrebbe scendere sotto il 4%. In questo caso si tratta di circa 3
miliardi di euro di minori costi. In cambio sembra che Prodi abbia
ottenuto da Montezemolo la rinegoziazione di due o tre punti del
Protocollo del protocollo siglato con i sindacati il 23 luglio.
In particolare si dice che potrebbe essere abolito la staff leasing (che
d'altra parte utilizzano poche aziende) e riviste anche le scadenze per
il lavoro determinato. Una conferma si ha da una disposizione della
finanziaria che teoricamente abolisce il lavoro a tempo indeterminato,
ma poi lo ammette in caso di necessità per una durata massima di due
anni. Altro punto che potrebbe essere modificato riguarda la
detassazione degli straordinari che già oggi pagano meno tasse e
contributi delle ore di lavoro ordinario.
Altro provvedimento (a favore delle piccole imprese - «una grande
operazione di semplificazione fiscale», l'ha definita Letta - che ha
aggiunto che sarà a «costo zero») riguarderà circa 900 mila soggetti
per i quali è stato varato quello che tutti definiscono «forfettone».
In breve: tutte le imprese che fatturano meno di 30 mila euro l'anno,
potranno pagare tutte le loro tasse in maniera forfettaria. L'aliquota
non è stata comunicata, ma dovrebbe aggirarsi attorno al 20% e
sostituirà varie imposte tra le quali Ires, Irap e Iva.
E, a proposito di Protocollo, per la sua attuazione (sostanzialmente
l'abolizione dello scalone e l'introduzione degli scalini) nella
finanziaria è previsto un fondo di 1.548 milioni per il prossimo anno;
di 1.520 milioni per il 2009; 3,o48 miliardi per il 210 e il 2011 e
1,898 miliardi per il 2012. Da quest'ultima data non ci sarà più
bisogno di risorse.
Nella conferenza stampa Letta ha enfatizzato gli aspetti «sociali»
della finanziaria sostenendo che ci sarà un taglio delle tasse per i più
poveri. Letta è stato vago. Ha accennato solo a una redistribuzione
fiscale già per il 2007. Per le famiglie più deboli sarebbe in arrivo
una tredicesima più ricca: un aumento di circa 200 euro in favore di
contribuenti cosiddetti «incapienti», cioè coloro che guadagnano così
poco che non possono avere benefici da sconti fiscali perché non
versano l'Irpef. L'operazione, che seguirebbe le stesse modalità
utilizzate già nel 2001, prevedrebbe un aumento direttamente con la
tredicesima che si prende a fine anno.
Letta ha anche anticipato che la manovra conterrà anche interventi a «favore
della sostenibilità dei costi» per le spese per la scuola da parte
delle famiglie. Si mormora che larga parte dei fondi possano finire
nelle tasche delle scuole private.
Nel lungo pomeriggio c'è stato anche un giallo: riguarda l'aumento
della aliquota per la tassazione dei capital gain. Alle 19,51 l'agenzia
Radiocord (controllata dalla Confindustria) ha trasmesso la notizia che
era stata aumentata al 18,50% l'aliquota sui capital gain. Pochi minuti
più tardi (mentre la sinistra radicale già brindava) Silvio Sircana,
portavoce - sempre parco di parole - di Prodi faceva sapere: «ribadisco
che i provvedimenti attualmente in discussione non prevedono alcun
aumento di aliquota». La replica di Radiocor è stata un po' perfida:
pochi minuti dopo la dichiarazione di Sircana ha messo in rete il testo
della bozza che prevede l'aumento dell'aliquota sui capital gain. Qual
è la verità? Semplice: visto che c'è stata una riduzione dell'Ires
che pagheranno le società, ci sarà un aumento della imposta sui
diviendi azionari far pagare ai soggetti che beneficiano del dividendo,
la stessa quantità di imposte. Insomma, come ha spiegato il portavoce
di Visco non c'è alcun aumento della tassazione delle rendite
finanziare, ma solo un provvedimento tecnico che lascerà inalterato la
quantità di dividendo inacassato dagli azionisti.
Altro provvedimento certo è la riduzione dell'Ici, l'imposta comunale
sugli immobili. Per l'abitazione principale è prevista un'ulteriore
detrazione pari all'1,33 per mille sulla base imponibile. L'ulteriore
detrazione (da sommare agli attuali 103 euro) non potrà comunque essere
superiore a 200 euro. La minor imposta «sarà rimborsata con oneri a
carico dello Stato ai singoli comuni». A favore degli inquilini,
invece, sarebbero previste agevolazioni fiscali: per gli affitti sono
previste detrazioni di 300 euro per redditi fino a 15.493 euro, 150 euro
fino a 30.987 euro. Inoltre, nella finanziaria (o forse nel decreto
legge) sono previsti 550 milioni di finanziamento per un «piano casa»
che rilancerà l'edilizia popolare con nuove abitazioni o con
ristrutturazioni del patrimonio esistente. Sembra che siano previsti
anche incentivi per i proprietari che rinunceranno a esercitare il
diritto allo sfratto, visto che il prossimo 15 ottobre scade la proroga
degli sfratti.
Ancora in tema di casa, il bonus del 36% per i lavori di
ristrutturazione edilizia potrà essere utilizzato anche nei prossimi
tre anni. Contemporaneamente è stabilita la proroga anche del
cosiddetto bonus per la riqualificazione energetica degli edifici (con
uno sconto del 55%).
Per quanto riguarda il decreto legge, la maggior parte degli
stanziamenti serviranno a finanziare la politica dei trasporti. Nuove
risorse saranno girate all'Anas (per le strade) e alle ferrovie. In
particolare sarebbe previsto l'acquisto di 1000 treni destinati ai
pendolari. Circa 1 miliardo di euro servirà per il completamento dei
lavori di grande opere di trasporto urbano, tra le quali la nuova linea
(la C) della metropolitana romana.
Non mancano poi provvedimenti «curiosi». Ad esempio» quello che
prevede che «le pubbliche amministrazioni centrali sono tenute ad
utilizzare i servizi Voce tramite protocollo internet (Voip) previsti
dal sistema pubblico di connettività o da analoghe convenzioni
stipulate a livello territoriale». Al 2010 i risparmi previsti sono 451
milioni di euro. Infine i tagli degli organici della Pubblica
amministrazione: il «taglio» dei dirigenti di prima fascia, cioè dei
dirigenti al top delle amministrazioni, dovrà arrivare al 10% rispetto
ai livelli attuali. La riduzione sarà del 5% per gli altri dipendenti.
In pratica si attuerà un turn over che prevede 6 nuove entrate ogni 10
uscite.
Risparmi ma non
tagli per la difesa
Parisi protesta: «La sicurezza è in
mano ai contabili». Respinte le richieste sulle spese
correnti. Ma restano gli investimenti in armi e spuntano
anche i soldi del Tfr
Andrea Fabozzi Sara Menafra
Il taglio delle spese militari che agita
il ministro Parisi e fa sorridere la sinistra dell'Unione è
nel capo quinto della bozza della legge Finanziaria. Prevede
che gli oneri complessivi per il funzionamento del servizio
difesa siano ridotti «del 25 percento in ragione d'anno a
decorrere dal 2008». Sono queste due righe che all'inizio
del consiglio dei ministri di ieri hanno fatto gridare
Parisi: «Non riesco a crederci. La difesa del paese decisa
da contabili». «Non ho parole - ha detto ancora il
ministro - non riesco a capacitarmi come sia possibile che
la politica di difesa sia definita senza alcuna
consultazione né informazione con chi ha la responsabilità
politica del settore». Immediata è giunta a Parisi la
solidarietà del centrodestra. Insieme all'invito alle
dimissioni «per coerenza».
Parisi a dimettersi non ci pensa. E a conti fatti i fondi
per la difesa non diminuiscono. Grazie alla finanziaria
dello scorso anno che ha messo in bilancio anche per il 2008
un consistente aumento degli investimenti in armi e
tecnologie. Un miliardo e 700 milioni l'anno scorso, un
miliardo e 400 milioni di euro per l'anno prossimo e 1
miliardo e 500 milioni per il 2009. Quei soldi restano
tutti. Necessari agli stati maggiori per la partecipazione
al faraonico progetto del caccia Joint Strike Fighter
(consorzio a guida Usa) ma anche per altre armi moderne. Non
per nulla ieri tra i più vicini al ministro Parisi si
segnalava il presidente di Finmeccanica Pier Francesco
Guarguaglini: «Se l'Italia vuole stare all'avanguardia
nella tecnologia deve per forza investire in questo settore».
In cambio degli investimenti in tecnologia, che sono
contabilizzati nel bilancio del ministero dell'economia e
dunque possono sfuggire dal computo delle spese per la
difesa, il ministero di Parisi ha completato da poco il
tasferimento al demanio di una serie di proprietà -
soprattutto caserme - che saranno consegnate ai comuni per
la riqualificazione dei centri storici. La novità è che da
quest'anno i militari vogliono partecipare almeno a una
parte del ricavato da queste riqualificazioni.
Soldi per la difesa dovrebbero arrivare anche dal decreto
legge che accompagnerà la finanziaria che sblocca i fondi
del Tfr confluiti all'Inps. Le buone uscite dei lavoratori
italiani. Che accanto agli investimenti per le
infrastrutture, com'era annunciato, dovrebbero andare anche
al «fondo per il funzionamento della difesa», stando alle
ultime informazioni sul decreto legge.
Al tavolo delle trattative con Padoa Schioppa Parisi aveva
chiesto anche un aumento delle spese correnti per la difesa,
quantificandolo in 800 milioni di euro. Risorse necessarie
soprattutto per la manutenzione dei mezzi, stressati dalla
partecipazione del nostro paese alle missioni
internazionali. Con 10mila uomini ormai in media all'estero,
è il ragionamento che si fa a palazzo Baracchini, non si può
tagliare troppo. Ragionamento anticipato dalla presidente
della commissione difesa alla camera Roberta Pinotti: «Alle
nostre forze armate stiamo chiedendo molto in termini di
impegni e di sacrifici». Risulta infatti che solo il 40%
degli aerei da trasporto dell'aeronautica militare siano
attualmente in condizione di essere impiegati. Per tutti gli
altri non ci sono i fondi per la manutenzione. A meno che
gli stati maggiori non inizino sul serio una politica di
risparmi. Nel Dpef approvato pochi mesi fa, ad esempio, la
commissione difesa fece inserire la previsione di una
logistica integrata interforze, in modo da eliminare sprechi
e duplicazioni nella gestione dei mezzi. Non risulta che
siano stati fatti passi in avanti.
Alla fine, a pagare per il taglio del 25% delle spese
militari sarà solo il progetto di nuove assunzioni
elaborato dalla difesa. Il ministro Parisi ha nel cassetto
un calendario di «ammodernamento» dei reparti, che ha
soprattutto due obiettivi: riportare a 190mila unità il
numero di uomini impiegati nelle nostre Forze armate e
abbassare drasticamente la loro età media. Dei 180mila
uomini oggi all'attivo, 104mila sono ufficiali e
sottufficiali. Molti di questi sono marescialli,
cinquantenni, che riempiono uffici e caserme e rientrano a
fatica nel progetto di forze armate professionalizzate ed
efficienti con un'età media di quarant'anni che la difesa
vede nel proprio futuro. Se il taglio dei fondi sarà
confermato, Parisi dovrà rallentare il progetto e tagliare
le assunzioni previste per il prossimo anno. Ma di limitare
le commesse per l'acquisto di nuovi armamenti, neanche a
parlarne.
Prodi: «Rappresenta il mantenimento
delle promesse, è un lavoro di squadra» e rassicura la
sinistra
ROMA
Una Finanziaria approvata all’unanimità, che
rappresenta «il mantenimento delle promesse». Dopo
undici ore di consiglio dei ministri, il premier Romano
Prodi ha definito così nella notte la manovra appena
approvata. «È - ha aggiunto - l’inizio di
un’economia di un Paese normale, tranquillo, che non ha
bisogno di operazioni finanziarie straordinarie».
A precisare l’ammontare della Finanziaria 2008 è stato
il ministro dell’Attuazione al programma, Giulio
Santagata: la moanovra - ha detto - vale 11,5 miliardi.
Nella serata di ieri era arrivato il via libera unanime
del Consiglio dei Ministri al decreto da 7,5 miliardi che
accompagna la Finanziaria. Il decreto, avevano riferito
fonti di palazzo Chigi, destina poco meno di due miliardi
agli incapienti (con un bonus di circa 150 euro nel 2007
per ciascun componente del nucleo di una famiglia di
incapienti), circa 550 milioni per gli interventi sulla
casa, quasi 3 miliardi per investimenti, quasi un miliardo
per il pagamento degli oneri internazionali pregressi (il
Fondo per la lotta all’Aids e gli impegni presi al G8 e
all’Onu), mezzo miliardo per i contratti pubblici, un
altro mezzo miliardo per altre misure non meglio
specificate.
A notte fonda il varo della manovra, frutto di un «lavoro
di squadra». C’è «un solo scoglio» quando si esamina
e si approva la Finanziaria - ha sottolineato Prodi al
termine della maratona di Consiglio - «i soldi». «Ma -
ha aggiunto - non c’è stata una gara, non c’è stato
un ministro contro l’altro. Sono equilibri tra diverse
spese».
Il premier aveva rassicurato l’ala sinistra
dell’Unione, preoccupata per una Finanziaria che guarda
troppo alle imprese. L’operazione su Ires e Irap, aveva
ribadito Prodi, è a costo zero e dunque non impegna
risorse sottraendole a interventi sociali. Rassicurazione
accolta positivamente dalla sinistra. L’obiettivo del
bonus per gli incapienti, poi, è di redistribuire già da
quest’anno l’extragettito fiscale. Complessivamente
per gli interventi a carattere sociale per le fasce più
deboli si prevede uno stanziamento di poco meno di 2
miliardi. La misura è contenuta nel decreto legge.
Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio,
Enrico Letta, la finanziaria contiene «cento buone
notizie» per l’Italia. Notizie che riguardano «la
redistribuzione sociale, gli ultimi del Paese, le imprese,
lo sviluppo, la ricerca e l’innovazione».
La manovra - aveva detto in serata Letta - conterrà «un
aumento delle dotazioni per le infrastrutture», in primis
«per le ferrovie e le strade», indirizzate a Fs e Anas.
Ma ci si concentrerà anche «sul trasporto metropolitano,
in particolare di Roma, Milano e Napoli. Le metropolitane
vedranno un intervento significativo» e poi si dovrebbe
dare il via all’operazione «’Mille treni per i
pendolarì».
La Finanziaria - ha spiegato Santagata - sarà coperta per
metà dalle maggiori entrate fiscali e l’altra metà da
riqualificazione della spesa, dalla quale sono previsti «quasi
5 miliardi».
Il collegato che conterrà il protocollo per il welfare,
invece, «sarà approvato dal consiglio dei ministri del
12 ottobre» anche se, ha osservato Letta, «le macrocifre
sono già contenute nella Finanziaria», ossia le risorse
per le misure previste «dall’accordo sulle pensioni, i
nuovi ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani, il
riscatto della laurea, i diritti di maternità.
Secondo Santagata, infine, nel corso del Consiglio Prodi
ha ribadito che al momento non è possibile effettuare un
aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, ma si
è convenuto che si farà approvando il ddl delega
all’esame della Camera. »Prodi - ha dichiarato nella
notte il ministro per l’Attuazione del programma - ha
detto che la situazione dei mercati finanziari non ci
consente di affrontare la questione on questo momento.
Quando sarà il momento giusto basterà approvare il ddl
delega che è già in Parlamento».
|
Prodi al bivio:
tenersi la sinistra
o la finanziaria di Montezemolo? |
|
|
Andrea Colombo
R<?-- Capolettera -->omano Prodi è al bivio. Deve
decidere non nei prossimi mesi o nelle prossime settimane ma
nelle prossime ore: quelle che lo separano dal varo della
finanziaria. Le richieste della Sinistra non sono estreme,
radicali o massimaliste. Sono ragionevoli e costruttive. Tali,
del resto, le hanno considerate tutte le forze dell'Unione,
moderati e moderatissimi inclusi, al momento di inserirle nel
programma della coalizione o di votare, non più tardi di due
mesi fa, Dpef e relative risoluzioni.
Non si tratta di ingaggiare un braccio di ferro sindacale su
questo o quello dei 18 punti presentati dalla Sinistra nella
sua proposta per la Finanziaria. Si tratta piuttosto di
scegliere tra alternative di fondo. Quella tra la prosecuzione
di una strategia che punta tutto sulla competitività dei
prezzi, e pertanto premia solo le imprese sdegnando il resto,
o l'imbocco di una via diversa che punta invece sulla qualità
e sulla ricerca per garantire al paese sviluppo e competitività.
Quella tra il privilegiare ancora una volta le fasce già
superprivilegiate, con le solite imprese in cima alla lista, o
invece iniziare a restituire qualcosa ha chi da decenni molto
ha perso e moltissimo ha pagato.
Non è una disquisizione accademica. Riguarda al contrario
scelte concretissime: verso quali lidi indirizzare i fondi a
disposizione; da dove far partire quell'alleggerimento della
pressione fiscale che tutti ritengono indispensabile, se dagli
sgravi per le aziende o dalla restituzione del fiscal drag ai
soliti bastonati; come calibrare l'intervento sull'Ici, se
partendo dalle fasce basse oppure fingendo che non esista
differenza alcuna all'interno della categoria, indistinta e
generica, dei "proprietari di case".
Per un governo pur moderatamente di centrosinistra, la scelta
si sarebbe dovuta porre subito, al momento di varare la prima
legge di bilancio. Fu dribblata l'anno scorso in nome della
prioritaria esigenza di risanare i conti pubblici, e i
risultati di quella decisione si sono fatti sentire forti e
chiari. La delusione si è diffusa a macchia d'olio. La
popolarità del governo è precipitata: a un anno di distanza
palazzo Chigi non riesce neppure a rallentare la picchiata.
Nessun alibi, stavolta, può consentire a Prodi di rinviare
ancora. O meglio, il rinvio sarebbe di per sé una scelta.
Tanto eloquente da non aver nemmeno bisogno di essere
dichiarata.
E' anche possibile che a spiegare alcune recenti mosse del
premier negli ultimi giorni valgano considerazioni di ordine
diverso, vicine più alla lotta per la sopravvivenza
quotidiana che alle strategie politiche di ampio respiro. E'
possibile che il presidente del consiglio ritenga oggi più
pericoloso e minaccioso Lamberto Dini di quanto non sia una
Sinistra che sull'esperienza dell'Unione ha scommesso molto, e
pertanto è di necessità più paziente e responsabile di chi,
come il suddetto Dini, ha pochissimo da perdere.
Anche da questo punto di vista Prodi è a un bivio. Deve
decidere non solo tra la Sinistra e la spregiudicata
costellazione di microgruppi "moderati", ma tra il
difendere la ragion d'essere di un'alleanza di centrosinistra
e una navigazione di piccolo cabotaggio, il tentativo di
sopravvivere cedendo puntualmente ai ricatti delle fazioni più
ciniche e dei poteri più forti. Dovrebbe farlo, però, senza
illudersi che la seconda scelta possa portarlo molto lontano,
e magari tenendo presente che, in questo caso, il crollo
sarebbe devastante non solo per lui ma per l'intera sinistra
di questo paese. Non esclusa quella più moderata.
28/09/2007
|
Tutti i
numeri della finanziaria
di
Galapagos
su Il
Manifesto del 27/09/2007
La manovra complessiva
sfiora i 18 miliardi di euro. Dal tesoretto larga parte dei fondi
necessari. Tagli per 4,6 miliardi. Ridotta l'Ici e bonus per gli
inquilini. A fare il pieno le imprese
«Una finanziaria che non
strangola nessuno», sussurra un alto dirigente del ministero
dell'economia. Che poi mi spiega anche come i numeri di questa
finanziaria sono modesti, soprattutto se confrontati con quelli
dello scorso anno: si tratta di una manovra di 10,7 miliardi. Ma la
finanziaria sarà accompagnata da un decreto legge che prevederà
altre spese per 7 miliardi.
I tecnici sono ancora al lavoro, ma la manovra nei suoi indirizzi di
massima - quelli esposti ai sindacati - è già definita. A fare la
parte del leone non saranno i tagli o nuove imposte, ma l'utilizzo
del «tesoretto». Le entrate fiscale vanno più che bene e le
risorse sembrano non mancare. Proprio ieri è stato reso noto dal
ministero dell'economia che a settembre, «si conferma il buon
andamento delle entrate tributarie» che «sono cresciute del 17,9%
rispetto all'analogo periodo del 2006». Secondo gli uomini di Padoa
Schioppa «a questo risultato ha contribuito in modo particolare il
gettito dell'Ires, grazie anche ai versamenti di alcune grandi
imprese che chiudono l'esercizio in corso d'anno». La
sottolineatura del forte aumento del gettito Ires non è casuale e
vedremo poi perché.
Veniamo al decreto legge. E' stata scelto il carattere d'urgenza (il
decreto deve essere necessariamente convertito entro 60 giorni) per
poter attivare una serie di spese, necessarie anche per fronteggiare
il rallentamento dell'economia. La maggior parte dei soldi sarà
destinata a investimenti che saranno realizzati dalle Ferrovie e
dall'Anas. Soldi anche per i comuni di Milano, Roma e Napoli per
finanziare i piani di mobilità, già approvati in passato, ma
scarsamente finanziati. Le risorse necessarie per queste spese
saranno reperite utilizzando un po' di miliardi del tesoretto, cioè
dell'extragettito, maturato in questi mesi. Trattandosi di
finanziamenti una-tantum, tra l'altro, non è necessario dimostrare
che l'extra gettito ha natura permanente.
La finanziaria vera e propria, come accennato, sarà una manovra di
poco meno di 11 miliardi, per il 60% finanziata dall'extragettito
che presenta caratteristica di maggiori entrate permanenti e per il
40% (4,6 miliardi) da tagli di spesa. E' sicuro che ci sarà un
taglio dell'Ici che, a regime, dovrebbe esentare dal pagamento della
tassa oltre il 40% dei proprietari di prima casa. Il taglio non
inciderà sulle entrate dei comuni (l'Ici, infatti, è una imposta
comunale), ma sarà detratta con una franchigia delle imposte
dirette che paga il contribuente. Il costo della riduzione sarà di
1 miliardo che a regime saliranno a due miliardi. Per gli inquilini,
non proprietari di casa, è invece prevista una detrazione fiscale
di parte dell'affitto. Lo sconto sarà concesso unicamente a chi
paga un affitto (con regolare registrazione del contratto) per la
prima casa. Il costo di questa manovra sarà di 500-600 milioni.
Altro provvedimento che sicuramente sarà approvato è l'aumento
degli assegni familiari per le famiglie meno abbienti. Le cifre del
costo dell'operazione variano molto a seconda dell'importo
dell'assegno familiare e dell'ampiezza della platea dei beneficiari.
Per il 2007 il governo avrebbe deciso di stanziare 700 milioni. Un
paio di miliardi di euro saranno invece destinati al contratto del
pubblico impiego già firmato.
Per quanto riguarda le imprese si discute se ridurre l'Irap (che però
è una tassa destinata alle regioni) o l'Ires, l'imposta sui redditi
delle società che, dopo la riduzione decisa dalla Germania, è al
livello più alto in Europa. Far scendere l'Irap sotto la soglia del
4% (con una riduzione di circa mezzo punto) costerebbe attorno ai 3
miliardi. La riduzione dell'Ires al 28% circa 5 miliardi. Per
trovare risorse il governo, come chiede la Confindustria, sembra
intenzionato a eliminare le agevolazioni fiscali delle quali
beneficiano le imprese del Centro-Nord, mentre per il Mezzogiorni
non verrebbe toccato. Anche perché si perderebbero i fondi erogati
dalla Ue.
Infine c'è un ultimo provvedimento che ormai tutti chiamano «forfettone».
In pratica a circa 900 mila microimprese con un giro d'affari
inferiore ai 30 mila euro l'anno verrebbe concesso di pagare
l'imposte a forfait - con una aliquota tra il 18 e il 23 per cento -
con un forte abbattimento degli oneri burocratici di tenuta della
contabilità.
|