La filiera traballante
Tutto l'indotto dell'auto, e non solo in Piemonte, a un passo
dalla crisi. Cadono i prezzi praticati dalle "case
madri" a fornitori e società che hanno assunto la
produzione di componenti in outsourcing
EZIO VALLAROLO - TORINO
Esiste un settore che, nel complesso della
filiera dell'auto, rischia di pagare il prezzo più alto
all'ennesima ristrutturazione imposta dalla Fiat e iniziata negli
ultimi mesi del 2001. Si tratta della componentistica e
dell'indotto dei fornitori, legati alla casa madre da rapporti
spesso di assoluta dipendenza. In questa ottica, la Provincia di
Torino ha voluto dedicare, per il 2001-2002, il primo studio
condotto dall'Osservatorio Permanente sul Mercato del Lavoro,
strumento creato per analizzare le dinamiche occupazionali e del
sistema produttivo locale, proprio al futuro della
componentistica auto.
L'obiettivo della ricerca è quello di studiare le trasformazioni
e le dinamiche in essere nell'ambito della subfornitura auto: in
particolare sul sistema delle relazioni tra imprese ed il loro
potenziale cooperativo, su modalità ed effetti dello spostamento
della catena del valore lungo la filiera della fornitura, sui
modelli organizzativi, sulle strategie di impresa e le dinamiche
di innovazione in relazione all'introduzione di nuovi prodotti,
processi e tecnologie da parte dei costruttori finali. Il settore
auto, infatti, mantiene a Torino e nella sua cintura un peso
preponderante, rendendo peculiare il mercato produttivo locale.
Proprio Fiat Auto, nei primi nove mesi del 2001, ha visto
dimezzarsi i profitti rispetto all'anno precedente, raggiungendo
i 160 milioni di euro. Nello stesso periodo le perdite operative
sono passate da 91 milioni a 120 milioni di euro. Questa
situazione ha reso necessario un taglio della produzione, fatto
che non può non avere conseguenze rispetto al sistema della
componentistica e, più in generale, sulla filiera dell'auto.
Da una prima analisi emerge in modo chiaro che la filiera
dell'auto è sottoposta, nel suo complesso, ad uno schiacciamento
dei margini di profitto senza precedenti negli ultimi dieci anni.
Un processo che nasce con la riduzione del prezzo finale del
prodotto. Tutto ciò provoca rischi e tensioni che potrebbero
provocare un collasso dell'intera catena dell'auto. I problemi
occupazionali che ne deriverebbero sono evidenti: la situazione
non sarebbe più gestibile attraverso i canonici interventi
ciclici basati su prepensionamenti, cassa integrazione e
ammortizzatori sociali in genere. Dal 1995, negli Stati Uniti, il
prezzo delle auto è diminuito dello 0,5% all'anno. I fornitori
di primo livello si sono visti "tagliare" i compensi in
una forbice compresa tra il 3 e il 5%; di conseguenza, si sono
mossi nello stesso senso nei confronti dei fornitori di livello
successivo.
I costruttori, in pratica, esternalizzano intere funzioni ai
fornitori di primo livello, chiedendo loro di acquisire un grado
di specializzazione tale da renderli partecipi non solo alle
attività produttive, ma anche a quelle di ricerca e sviluppo.
Questo schema, adottato ormai da tutti i costruttori più
importanti, presenta diversi elementi paradossali - la catena di
fornitura è, specialmente nei settori di manifattura dove è
rilevante la quota di attività in outsourcing, un pezzo
fondamentale del sistema dell'offerta.
E' ovvio, di conseguenza, che non sempre gli sforzi delle imprese
di filiera per incontrare le esigenze dei costruttori vadano a
buon fine. La multinazionale Lear, che possiede alcuni
stabilimenti in Italia di cui uno proprio nella cintura torinese,
ha acquisito di recente, per una cifra pari a 2,3 miliardi di
dollari, la United Tecnologies, produttrice di parti componenti,
nella speranza di rafforzare la propria posizione all'interno del
programma Delta Car lanciato dalla General Motors. La decisione
di quest'ultima di ritardare il lancio del programma non può non
aver influito nel ritorno dell'investimento effettuato dalla
Lear.
Persistono, inoltre, i rischi connessi ad un abbassamento della
qualità del prodotto, causati da un minore investimento nel
settore della ricerca, e dalla costante sovra-capacità
produttiva denunciata dalle aziende del settore.
Se questo è lo scenario, potrebbe verificarsi una migrazione
delle imprese della catena di fornitura dell'auto verso altri
settori, affini e non. Oppure la necessità da parte dei
costruttori di avviare iniziative di sostegno economico nei
confronti dei fornitori, al fine di evitare la bancarotta.
Oppure, ma è solo un'ipotesi, i costruttori, dopo un decennio di
esternalizzazione serrata, potrebbero tornare all'attività
manifatturiera, internalizzando nuovamente le fasi produttive.