Marco Revelli
Lavorare in Fiat
Torino, autunno 1989
Introduzione
Uno "stato nello stato". La Fiat ha costituito, da sempre, un caso d'eccezione nel panorama industriale italiano: per la grandezza e potenza dei suoi impianti e del suo organico (ancora oggi, a ristrutturazione avvenuta, sono oltre 277.000 i dipendenti del gruppo); per il tipo di organizzazione, che la rende un microcosmo coeso e accentrato come un esercito; per la mentalità del suo management, fedele e "limitato" come la corte di un monarca assoluto. Ma da qualche tempo a questa parte sembra aver accentuato i tratti della sua eccezionalità. Sembra aver cessato, cioè, di essere un semplice centro di potere economico, sia pure il più grande centro di potere economico nazionale, ed essersi avviata a diventare qualcosa di diverso: una realtà distante, nella sostanza, dagli altri gruppi industriali e finanziari; e assai simile a quello che si potrebbe definire un "potere sovrano". Una di quelle entità - come recita la teoria politica classica - "quae superiorem non recognoscunt", che non riconoscono altri poteri al di sopra di sè. E che non accettano altri limiti che non siano quelli che esse stesse si danno.
Non è tanto - o comunque non è solo - questione di dimensioni. Certo, c'è molta Fiat in Italia. Troppa: automobili, autocarri, autobus, trattori, ma anche - l'elenco, riguardante il "gruppo Agnelli", è tratto direttamente dal libro di Cesare Romiti, da una fonte dunque ineccepibile - assicurazioni, fondi d'investimento, supermercati, motori d'aereo, difese spaziali, prodotti chimici, quotidiani d'informazione, settimanali, mensili, libri, calciatori, scavatrici, parti di centrali nucleari, cuori artificiali, grandi costruzioni, apparecchiature biomedicali, acque minerali, robot, cementifici, banche, telecomunicazioni, treni, sistemi d'armamento Più di un regno. Un impero. Ma su questo forse ha ragione chi sostiene che le dimensioni per reggere il confronto economico a livello continentale sono, piaccia o dispiaccia, enormi. E che non sarebbe la Fiat a essere troppo grande per l'Italia, ma l'Italia a essere troppo piccola per la Fiat.
La questione è comunque un'altra. Di qualità, non di quantità; di sostanza, non di dimensioni. Più che nella sua estensione, l'anomalia della Fiat sembra consistere nella natura della sua presenza: nella capacità di stare all'interno dell'ordinamento statale italiano come una forza tendenzialmente indipendente, un "corpo separato", per certi versi un territorio autonomo ai cui cancelli le norme generali si arrestano, e inizia una sovranità nuova. Nonostante le rassicurazioni formali - "la Fiat è sempre stata governativa, istituzionale", dichiara Romiti -, in questi dieci anni, gli anni del successo, il decennio del grande rilancio, il suo gruppo dirigente è andato accentuando i propri caratteri di "contro-potere". O, se si preferisce, di potere parallelo. Ha reso massiccia la penetrazione e la concentrazione in settori (l'informazione e l'editoria) decisivi più che sul piano economico, su quello del controllo culturale e della formazione dell'opinione pubblica. Ha usato costantemente lo Stato per quello che poteva dare - finanziamento pubblico e controllo delle tensioni che la ristrutturazione produceva -, ostentandone nel contempo un altero disprezzo. Novello principe, è giunto a stabilire non solo gli equilibri confindustriali, ma lo stesso assetto di quello che dovrebbe essere il suo avversario principale, il sindacato, ridisegnandone identità, livelli di forza e modelli d'azione. Soprattutto ha fornito un permanente esempio di "autarchia imprenditoriale", dimostrando come la società civile - purché costituita in potere - possa governarsi in forma indipendente dal sistema politico; e di come la struttura d'impresa ne sia la vera anima, il potenziale principio d'organizzazione generale. Neppure il campo, fino ad ora rispettato, della morale si è sottratto a questa voglia di governo e di totalità: ho contato, nel libro di Romiti, ben 20 volte la parola "etica" o "morale" o "moralità", in un capitolo di appena 22 pagine. E la stessa proclamazione del profitto come esclusivo principio di responsabilità, come unico vincolo riconosciuto, da parte non di un piccolo imprenditore, ma del capo del più potente gruppo industriale italiano, non fa che confermare l'esistenza di un punto di vista totalizzante, orientato alla centralità dell'impresa e al primato del "governo delle cose" su quello delle leggi e delle istituzioni.
E' questa implicita tendenza a elevare la logica d'impresa a "costituzione materiale", sovrapposta e giustapposta alla Costituzione giuridica, che fa dell'Italia un paese a sovranità limitata. E della Fiat di oggi un fenomeno per alcuni aspetti inedito. Il quale, in omaggio all'aureo principio della continuità, eredita dalla Fiat di ieri, dall'esperienza vallettiana, il gigantismo e il carattere chiuso, autarchico, gerarchizzato proprio delle strutture burocratico-militari. Con in più, tuttavia, la vocazione egemonica: quell'aspirazione a costituirsi in potenza universale, capace di competere per il governo pieno della società (per la facoltà di attribuire autorità generale alle proprie decisioni particolari), che la rende simile più che a un'impresa a un partito. L'introvabile, sempre evocato e mai materializzato, "partito del capitale", più vicino, si potrebbe dire con un paradosso, al modello leninista che non a quello liberal-democratico, proprio perché portatore, nelle sue stesse strutture, di un innovativo principio di organizzazione globale della società. E per questo pronto, tendenzialmente, a sostituirsi allo Stato.
Cercare di contribuire alla comprensione di come questo abbia potuto avvenire - riflettere su come nasca un "potere sovrano" - è il compito di questo libro. Il quale muove da due ipotesi di lavoro, entrambi parziali. Entrambi - come dire? - sperimentali e grezze.
La prima si fonda sulla constatazione che se si cerca di ricostruire i meccanismi attraverso i quali un nuovo potere viene affermandosi - un potere che aspiri a possedere i crismi della sovranità senza tuttavia poter contare nè su una tradizione, nè su un ordinamento normativo -, prima o poi si incrocia, in qualche forma, quello che si potrebbe definire il "problema della guerra" ("Il Potere - scrisse Bertrand de Jouvenel - è legato alla guerra"). O, per dirla in termini più gentili, la questione del "conflitto". E presuppone quindi l'idea che anche la Fiat, nella sua metamorfosi da grande gruppo economico a potere (sia pur tendenzialmente e in pectore) "sovrano", abbia dovuto conquistare la propria legittimazione mediante una qualche rottura conflittuale di ampia portata. Attraverso una qualche "ordalia".
Per questo, nell'economia del volume, tanta importanza è attribuita a quanto avvenne a Torino tra il settembre e l'ottobre del 1980, in quelli che sono stati consegnati alla cronaca come i "35 giorni della Fiat". Allora essa affrontò, in uno scontro dichiaratamente frontale (e mortale), un sindacato dall'aspetto invincibile ma in realtà già minato da una crisi profonda, e lo sconfisse in campo aperto. Sfidò, col rifiuto programmatico della mediazione, un ceto politico apatico se non ostile, e lo umiliò e conquistò. Soprattutto riuscì a disperdere l'aggregato di risorse umane e di valori, di comportamenti collettivi e di codici morali che era andato lentamente formandosi all'interno delle sue gigantesche strutture meccanizzate. E che nel corso degli anni '70 era anche riuscito a divenirvi egemone; a porsi come autentica, reale alternativa globale al suo potere. Da quella vittoria sul campo il suo gruppo di comando ha tratto buona parte del carisma necessario a legittimare la sua nuova autorità. Dal carattere generale di quello scontro ha derivato non solo prestigio e notorietà, ma il "diritto" a porsi come potere tendenzialmente universale. Come "altro Stato", appunto. Dalla forza dell'avversario vinto, infine, ha mutuato l'attuale forza: politica, ideologica, "morale".
E' per questo motivo che quel conflitto sembra possedere carattere costituente. Valore fondante. Hanno operato - come negarlo? - anche ragioni strutturali. Processi radicati nella lunga durata: uno Stato incapace di formulare regole del gioco certe e di imporle ai poteri sociali; una gestione della cosa pubblica che farebbe accettare anche al più accanito statalista le privatizzazioni; un ceto politico incompetente e invadente, che sta portando la società civile all'eutrofia; l'assenza storica, nel capitalismo italiano, di altri poteri industriali capaci di bilanciare lo strapotere Fiat. Ma se l'evento ha ancora un qualche ruolo nella storia, non foss'altro che quello di simbolizzare e sintetizzare i movimenti sommersi delle strutture; se almeno in qualche caso è possibile dare una data e un nome a ciò che ci viene mutando la vita, e quindi "narrarlo", l'autunno '80, per lo meno per l'Italia, quel ruolo l'ha avuto. E l'ha avuto a tal punto da segnare, come ogni rottura storica degna di questo nome, l'effettivo punto di separazione tra due decenni che sono, in realtà, due mondi. Da una parte il mondo antico, ancora abitato da soggetti collettivi, che sia pur fra errori e ingenuità, seppero comunque elaborare una propria etica della solidarietà, diversa e contrapposta a quella dell'individualismo acquisitivo, egualitaria e comunitaria. Dall'altra parte il mondo nuovo, dell'abbondanza e della solitudine, fondato sull'etica della sopravvivenza, in cui al conflitto è sostituita la competizione, ai diritti il successo. E dove ci si salva o si fallisce da soli. Due epoche tanto diverse tra loro che la dimensione temporale si esprime ormai in forma spaziale: chi appartiene all'una, appare straniero nell'altra.
La seconda ipotesi di lavoro, in buona parte implicita nella prima, consiste nella convinzione che non si possa comprendere la Fiat attuale, la Fiat di Romiti e della Uno, del profitto padronale e del silenzio operaio, la Fiat Grande potenza degli anni '80, senza confrontarla con quella di ieri: con la Fiat Istituzione totale di Valletta e, soprattutto, con la Fiat Comunità operaia degli anni '70. Senza misurarsi con quel doppio movimento che prima portò dal silenzio coatto e dalla disciplina assoluta degli anni '50 e '60 a una delle più radicali, tenaci e spontanee rivolte operaie; e poi sostituì, con un capovolgimento totale, al potere sindacale e operaio formatosi in fabbrica nel decennio seguito all'autunno caldo una nuova, totale e incontrastata egemonia padronale.
E questo non solo per un omaggio formale alla processualità storica, la quale pur lascia intravvedere, nella violenza dei mutamenti, nella nettezza dei contrasti, sempre estremi, sempre esasperati, la straordinarietà di questo universo separato che è la Fiat. Ma anche, e soprattutto, perché qui, in forma specifica, presente e passato sono legati da un nesso indissolubile di causa-effetto. Sarebbe incomprensibile la perentorietà estremistica del "vogliamo tutto" operaio nell'autunno caldo e nel periodo successivo, senza il confronto con l'estremismo produttivistico della fabbrica entro cui era maturato: senza gli anni duri, il dispotismo della catena di montaggio e della gerarchia di fabbrica, i ritmi spinti ai limiti fisiologici, la salute perduta, la dignità offesa. Così come sarebbe probabilmente inconcepibile l'aura che ha circondato, dal 1980 in poi, in Italia e all'estero, il gruppo dirigente della Fiat, senza alle spalle, e come termine di confronto, le lotte operaie del decennio precedente: senza la grande illusione e la grande paura degli anni '70, i cortei e la conflittualità permanente, la "dittatura" operaia in fabbrica e l'egemonia sindacale nella società.
Senza la Mirafiori "capitale operaia" di ieri, in sostanza, la Mirafiori "capitale del capitale" di oggi non si spiega.
Con quali mezzi fu combattuta e vinta quella "guerra"? Quali furono le "armi del principe"?
Si è discusso a lungo, nell'ultimo decennio, sulle ragioni di quel "prodigio aziendale" che in brevissimo tempo ha trasformato un'industria ormai giunta ai margini del mercato in un'impresa leader a livello europeo. E che nello spazio di una stagione ha liquidato la più riottosa e combattiva concentrazione di potere operaio e sindacale italiana. Si sono indicati, in successione, la capacità di decisione e l'assoluta determinazione ad andare fino in fondo del suo establishment, gli errori per certi aspetti catastrofici del vertice sindacale, gli umori mutati dell'opinione pubblica, la testardaggione e l'estremismo degli operai, l'atteggiamento dei media, le influenze politiche Motivi plausibili (alcuni più, altri meno). Ma nessuno, devo dire, pienamente convincente. O comunque adeguato allo spessore delle cose. Perchè la Fiat non appartiene all'"economia di carta", all'universo mobile e un po' effimero della finanza à la page. Non si lascia plasmare docilmente dagli uomini. Li plasma piuttosto, e li riduce alla sua logica. Non si lascia "spiegare" dalla politica, tutt'al più la spiega. E la determina. E' in primo luogo produzione: ferro, cemento, uomini, macchine. Lavoro massificato ed esercizio di comando diretto. Ogni sua svolta rinvia a sommovimenti profondi, implicati con gli elementi fondamentali, costitutivi - con l'essenza, si potrebbe dire - del sistema industriale: il processo di lavoro e la circolazione delle merci. Tecnologia e Mercato. Tanto più una svolta "storica" come quella in questione, la quale ha mutato alla radice i rapporti in fabbrica. E che come tale - è questa, in fondo, la tesi centrale del libro - sembra rinviare necessariamente, come strumenti forti dell'iniziativa aziendale, proprio al terreno dell'innovazione tecnologica e dei vincoli di mercato. Ai due ambiti, cioé - ironia della sorte! - sui quali aveva scelto di qualificare la propria sfida (facendone la propria bandiera) il movimento operaio. E su cui trova la propria sintesi "spirituale" - l'unica sintesi ancora circolante - l'attuale "modernità matura".
Dal Mercato - un mercato fattosi d'un colpo, dopo la crisi energetica, turbolento, imprevedibile, durissimo, senza più enclaves entro cui percepire rendite di posizione - la Fiat ha derivato le proprie "ragioni storiche". Il senso di necessità, anzi d'ineluttabilità, del proprio agire (una sorta di "vincere o morire"). Dalla Tecnologia ha tratto la forza. La capacità di smontare ed erodere pezzo a pezzo le basi materiali, tecniche, su cui poggiava il potere sindacale e operaio, di dissolvere la stessa composizione di classe che per lungo tempo l'aveva costretta a un duro confronto, mutando a fondo la propria morfologia, trasformando il proprio sistema di macchine. E introducendo una nuova, rivoluzionaria, filosofia produttiva, vicina in misura inquietante ai modelli culturali dell'intelligentzja sindacale e di sinistra (flessibilità, automazione, ridimensionamento della catena di montaggio, modo nuovo di fare l'automobile), ma letale per il suo potere sociale.
Sarebbe difficile dar conto della repentinità del crollo sindacale e operaio, e della globalità del ribaltamento dei rapporti di forza nel passaggio dagli anni '70 agli anni '80, senza inserire la variabile tecnologica. Senza considerare, cioè il fatto che per oltre cinque anni - per tutta la seconda metà degli anni '70 -, silenziosamente, la Fiat era andata trasformando la fabbrica nei suoi segmenti cruciali, nei reparti chiave, frantumando le linee, automatizzando spezzoni di ciclo lavorativo, marginalizzando il lavoro umano, aumentando la produttività potenziale. Costruendo nell'involucro immobile della vecchia fabbrica, la nuova, la Fiat dei miracoli, ricca di robot e povera di uomini. Fino al momento in cui fosse diventato possibile presentare il conto. Mostrare che decine di migliaia di lavoratori erano divenuti esuberanti. Che le loro pratiche conflittuali erano ormai obsolete. Che lo stesso modello sindacale non era più adeguato alle nuove esigenze tecniche e organizzative. E che tutto ora, in fabbrica e fuori, doveva cambiare.
Non fu dunque una "rivoluzione manageriale", quella di Agnelli e Romiti. Nè una semplice riorganizzazione finanziaria. Non fu neppure - come spesso la si presenta - una vittoria politica che preparò il rilancio tecnico ed economico dell'impresa, quasi fosse indispensabile prima liberarsi del controllo operaio e sindacale per poter poi innovare. Fu invece, in primo luogo, una rivoluzione tecnologica, la quale preparò e rese possibile la successiva vittoria politica.
Si potrà dire forse che i vinti di allora erano, in qualche modo, "superati dalla storia". Che nella loro tardiva battaglia difensiva assomigliavano, pateticamente, a quel cavaliere che "continuava ad andar combattendo senz'avvedersi d'esser morto". E che i vincitori avevano con loro, se non dio, per lo meno gli idoli del tempo attuale: la potenza della tecnica e la logica stretta del conto profitti e perdite. Ma ciò non vuol dire che le ragioni dei primi non fossero giuste. E che il mondo prodotto dai secondi sia veramente il migliore di quelli possibili. Soprattutto non basta a cancellare i costi pesanti - sociali, umani, politici, e anche culturali (spirituali, si sarebbe detto un tempo) - di quella vicenda.
Per questo il discorso si apre con uno sguardo - soggettivo, impressionistico - sugli anni '80 e su Torino, la Torino del "giorno dopo", del disagio sociale e dell'egemonia aziendale, in cui la fabbrica continua a dominare ma non più ad aggregare, e il futuro, oltre l'orizzonte del consumo, appare chiuso. Muove quindi, per così dire, dall'epilogo. Ma poi si affretta a ritornare dall'inizio, ai primi anni '60 (quando tutto incominciò a muoversi). E in fabbrica, per ricuperare lì il filo di una doppia identità: quella degli uomini che l'abitarono, l'animarono, la trasformarono e ne furono trasformati, e quella della struttura tecnica, di comando e di organizzazione, che ne scandì le fasi. E di una doppia narrazione: quella, venata di pathos, calda, di un leggendario viaggio - bruscamente interrotto - dalla miseria alla forza, dalla marginalità al protagonismo storico, dalla periferia a un provvisorio centro; e quella, impersonale, fredda, della macchina cui fu demandato il compito di incorporare, normalizzare, ridurre a ordine (a fattore produttivo) quell'esplosiva miscela umana.
Nel lettore potrà sorgere a tratti - ne sono consapevole - la sensazione di un sovrapporsi di piani, di una tensione costante tra un esplicito parteggiare per le ragioni dei primi, dei ribelli che tentarono, forse per l'ultima volta, la propria "scalata al cielo", e un implicito riconoscimento della forza e della logica stringente - iuxta propria principia - con cui la seconda ha proceduto. Tra la soggettiva speranza che quelle ragioni potessero diventare, per un qualche soprassalto della storia, Ragione, valore condiviso, e l'oggettiva constatazione dell'ineluttabilità di quel loro naufragio. Ma la contraddizione è nelle cose. Sta nelle caratteristiche strutturali di quella fabbrica, nella natura del modello Fiat: nel suo ridurre tutto alla sua ultima istanza, a questione vitale di potere, a nudo confronto di forze, senza possibilità discussione né di mediazione. Senza soluzioni intermedie. E nel carattere particolare di quella vicenda, che trasformò una sconfitta sindacale in una catastrofe sociale e politica, resa tanto più definitiva dalla specifica congiuntura culturale in cui si svolse. Dalla condizione di monopolio ideologico in cui la Fiat poté compiere le proprie mosse, garantita dal fatto che i principii-guida su cui aveva incentrato la propria battaglia - il primato dell'Efficienza d'impresa come fattore discriminante, il Mercato come vincolo e come criterio di verifica unico delle strategie aziendali, il Profitto come condizione di sopravvivenza, la Tecnica come funzione e misura unica del Progresso - erano ormai tanto generalmente accettati, tra le stesse file del movimento operaio, da apparire universali, naturali, oggettivi. E da attribuire, alla forza capace di affermarli storicamente, tutti i caratteri dell'egemonia, intesa in senso gramsciano come la "capacità di assumere l'interesse generale come proprio programma politico".
Fu, non c'è dubbio, questa mancanza assoluta di una organica visione del mondo, autonoma e contrapposta a quella proposta dalla Fiat, la ragione per cui la sconfitta sindacale e operaia alla Fiat si trasformò in crisi d'identità, dando luogo non a un semplice riaggiustamento dei rapporti di forza in fabbrica, ma a una vera e propria dissoluzione del soggetto collettivo che per un decennio aveva rappresentato un'organica alternativa di potere. In fondo l'intera esperienza delle lotte operaie alla Fiat nel corso degli anni '70 può essere interpretata come un complesso, accidentato, e anche incerto tentativo di realizzare una più compiuta forma di democrazia industriale: una "democrazia radicale", capace di estendersi dal terreno politico a quello sociale e produttivo, di varcare i confini, finora ben guardati, delle sfere separate (a cominciare dalla fabbrica), realizzando una piena "socializzazione del potere", in alternativa tanto al programma vetero-comunista (incentrato sulla socializzazione della proprietà) quanto a quello democratico formale (limitato all'ampliamento della cittadinanza politica). Per resistere, e strutturarsi, un tale progetto avrebbe dovuto poter contare su un solido sistema di valori, su un grande sforzo collettivo di elaborazione, in grado di restituire a quei comportamenti dignità e consistenza storica. Fu invece abbandonato a se stesso. Alla "democrazia dei soggetti collettivi" fu preferita la "democrazia dei partiti" (che il potere lo socializza, ma solo tra chi l'ha già); all'iniziativa dal basso la decisione dall'alto. E come in un antico mito di restaurazione, chi aveva tentato altre vie fu condannato dalla stessa ambizione del suo progetto - dall'ubris, si direbbe - alla dissoluzione e al silenzio.
Non so se abbia senso rompere questo silenzio. Ma se un senso ce l'ha, è dato dal carattere assoluto, prepotente, di questa "assenza".
E' questa assenza - tanto evidente sul piano descrittivo quanto impensabile su quello progettuale - che rende in qualche modo la vicenda qui raccontata parte integrante della più ampia storia della sinistra italiana e del suo incerto suicidio. E che attribuisce alla "memoria immemorabile" che qui prende la parola carattere di critica radicale (come può essere radicale nei confronti dell'esistente solo la critica di chi non l'abita più). E anche, vorrei aggiungere, un certo qual tono d'ingenuità, intesa (nel senso impiegato da Schiller) come quel sentimento, frutto della distanza da un qualche passato irreparabilmente perduto, che può forse strappare allo sguardo freddo del calcolo intellettuale un sorriso di "derisione", ma che, non appena "dilegua il trionfo dell'intelletto", si risolve in "ammirazione della semplicità rispetto e mestizia".