|
EDITORIALE |
di Loris Campetti
FIAT
Montezemolo al centro, operai in panchina
Luca Cordero di Montezemolo non è interessato a scendere in campo
politico. Lo ha detto ieri ai giornalisti, annunciando il passaggio dello
scettro Fiat dalle sue mani a quelle di John Elkann. Ha precisato che non
resterà disoccupato: guiderà il suo gioiello, la Rossa di Maranello che
è l'ammiraglia del «polo del lusso». Manterrà comunque un posto nel
Cda Fiat, ci mancherebbe altro.
Dunque, niente politica? Vedremo. Non dipende dalla volontà di
Montezemolo quanto da una serie di condizioni. Che oltre al polo del lusso
l'ex presidente Fiat sia interessato al polo di centro è cosa nota.
Soprattutto oggi, con lo smarcamento di Fini da Berlusconi e gli
occhieggiamenti di altri frammenti centristi che recano nomi noti, come
Fioroni o Rutelli. Tanto per farne altri, si potrebbero aggiungere Pisanu
e magari il segretario della Cisl Bonanni. La lista potrebbe allungarsi,
al centro c'è ancora tanto posto. La scelta futura di Montezemolo dipende
dalla praticabilità del campo e, soprattutto, dall'indice di gradimento.
In parole povere, dai sondaggi. Quelli che recentemente si è fatto fare
non sarebbero entusiasmanti, ma ci sono due-tre anni di tempo per
decidere, può succedere di tutto nei palazzi della politica italiana. Nel
campo del centrodestra come come in quello dell'opposizione (si fa per
dire).
È vero che se la politica si allontana sempre più dalle persone e dai
loro problemi il voto operaio non è più una certezza per nessuno. Ma che
le tute blu di Mirafiori, Termini Imerese, Melfi e Pomigliano entrino in
fibrillazione all'ipotesi di poter votare per Montezemolo è altamente
improbabile. Piuttosto, si interrogheranno sul futuro loro e degli
stabilimenti italiani. I lavoratori si chiedono se e in che misura il
cambio alla presidenza del Lingotto cambierà il loro incertissimo futuro.
Difficile dare ora una risposta, ma se è vero che a guidare le scelte
della Fiat, dal salvataggio allo sbarco americano, fino agli annunci di
chiusura di stabilimenti, in questi anni non è stato Montezemolo ma
l'irrefrenabile Sergio Marchionne, allora si può dire che per gli operai
non cambierà molto. Potrebbero sempre chiedere un'opinione ai tifosi e ai
giocatori della Juventus, o ai giornalisti della Stampa, che la presidenza
di John Elkann l'hanno già sperimentata sulla propria pelle.
Sgombrato il campo dalla vexata quaestio della presidenza, resta il nodo
del futuro della Fiat e di centinaia di migliaia di persone il cui lavoro
è legato al Lingotto. Una questione ben più appassionante delle diaspore
interne a una famiglia numerosa e litigiosa che da tempo, da almeno un
paio di funerali, ha smesso di essere il faro del capitalismo italiano.
Oggi a Torino, Marchionne presenterà il suo piano quinquennale, spiegando
(speriamo) quanto di italiano e di lavoro resterà nella Fiat. Le cui
azioni, ieri, sono schizzate alle stelle con l'annuncio del cambio al
vertice. Ma quando mai gli interessi degli azionisti e quelli dei
lavoratori sono andati d'amore e d'accordo?
di F. P.
Montezemolo exit, Elkann a capo Fiat
A sorpresa, il gruppo torinese cambia presidente. La
borsa festeggia (il titolo va a +9,28), perché crede di più nello
scorporo dell'auto. Oggi l'ad Marchionne annuncia i nuovi obiettivi della
Fiat
Nel giorno del nuovo piano quinquennale, la Fiat cambia presidente,
anticipando in maniera clamorosa quel che si preannuncia come una
discontinuità nella storia del gruppo torinese. Luca Cordero di
Montezemolo molla il volante dopo sette anni per lasciarlo a John Elkann,
vicepresidente ed erede designato della famiglia. Una decisione presa «non
molto tempo fa», così viene raccontata (e così altre indiscrezioni ce
la confermano), comunque «annunciata» da almeno due anni. Oggi la parola
passa all'amministratore delegato Sergio Marchionne che al Lingotto
spiegherà gli obiettivi del gruppo, allargato alla Chrysler di cui Fiat
detiene il 20 per cento, il 35 entro due anni.
Ma ieri a sorpresa è stato il giorno di Montezemolo. «Oggi l'azienda è
risanata, non c'è più un'azienda vicino alla bancarotta, il mio lavoro
è finito», ha detto il presidente uscente. La borsa ha festeggiato alle
prime indiscrezioni sul cambio di stagione ai vertici torinesi, portando
il titolo in chiusura (cioè dopo la conferma ufficiale) a uno stellare
+9,28% con 10,42 per azione. La borsa e gli analisti non ce l'hanno con
Montezemolo, che ha ringraziato tutti e precisato che si terrà ben
stretta la Ferrari e un posto nel consiglio di amministrazione del gruppo,
né hanno amorosi sensi verso il giovane Elkann. Piuttosto credono che
adesso il piano di scorporo del settore auto si possa avvicinare, con gli
Agnelli pronti a diluire le proprie quote in una nuova società auto con
Chrysler e probabilmente con un altro marchio, da cercare dopo il no di
Opel dell'anno scorso.
Montezemolo lascia dopo sei anni, spiegando che è finito il suo ruolo «da
traghettatore». Nel 2004 muore Umberto Agnelli e lui viene indicato quale
nuovo presidente e soprattutto garante di una famiglia in fortissima
difficoltà, fra disastri economici avvenuti sotto la loro gestione e la
morte dei fratelli Gianni e Umberto Agnelli nel giro di un anno. Al fianco
di Montezemolo viene nominato amministratore delegato un otusider, Sergio
Marchionne. La situazione è drammatica: il gruppo sta affondando sotto
una montagna di debiti e l'auto viene data per spacciata. Montezemolo e
Marchionne salvano la Fiat e con essa migliaia di posti di lavoro, anche
se l'attore protagonista del risanamento è Marchionne. Il quale l'anno
scorso fa un altro miracolo, riuscendo a convincere addirittura la Casa
Bianca che il miglior partner per risollevare le sorti della Chrysler in
bancarotta è proprio l'italiana Fiat.
Montezemolo lascia salutando tutti e dicendo di essere d'accordo su tutto,
dallo spin off all'operato del suo amministratore delegato fino al piano
che verrà presentato oggi. Un piano che dovrebbe disegnare un gruppo nato
italiano sempre più internazionale, con rischi maggiori per i siti
industriali nel paese e per chi ci lavora ancora, a fronte di un
allargamento internazionale delle attività della Fiat. Non solo per i
mercati in crescita da conquistare, ma per lo sviluppo di una più larga
base industriale altrove. Insomma, Marchionne oggi dovrebbe dire o far
capire se la Fiat sarà magari italiana nel cuore, ma americana nella
testa e nel portafoglio.
Elkann ovviamente si è detto orgoglioso di assumere la presidenza, di
pensare con commozione a suo nonno Gianni e di volere ancora più
familiari nell'accomandita che controlla il gruppo e di cui prenderà la
presidenza in maggio. Con questa poltrona, Elkann cumulerà cinque massime
cariche nel gruppo, tra cui le tre di controllo: presidente di Fiat, di
Exor (la cassaforte), dell'accomandita, di Itadi e dell'editrice la
Stampa.
Montezemolo ha detto di tutto, compreso che non scenderà in politica.
Alle ultime elezioni regionali, l'associazione Italiafutura di cui è
animatore aveva lanciato l'idea dell'astensionismo quale giusta scelta, un
proposito che non si addice a chi vuole correre per vincere. L'area di
riferimento di Montezemolo resta comunque quella di un grande centro,
alternativo al governo Berlusconi. Adesso che è più libero da impegni
Fiat, sarà più facile vederlo in altre situazioni, come il prossimo 28
aprile all'auditorium di Roma insieme al presidente della camera
Gianfranco Fini a commentare uno studio della Luiss sulla classe dirigente
del paese.
di Francesco Paternò
ELKANN/RITRATTO
Torna la famiglia, ma sarà un'altra stagione
Le due o tre cose che si sanno di lui dicono pochissimo. A 34 anni
compiuti lo scorso primo aprile, il nuovo presidente del gruppo Fiat John
Elkann ha colto quasi sempre l'occasione per tacere. Il che per qualcuno
è un limite, per altri un segno di intelligenza. In comune con il suo
predecessore Luca Cordero di Montezemolo ha soltanto la predisposizione a
diventare presidente di qualcosa: entro maggio avrà cinque presidenze, più
svariate vicepresidenze e posti di consigliere in altrettanti consigli di
amministrazione. Le peggiori, visti i risultati, quella della Juventus e
dell'editrice La Stampa. Al contrario di Montezemolo, John detto Jaki nato
a New York e studi a Parigi (tanto che con il più noto fratello Lapo
parla quasi sempre in francese) non è personaggio pubblico e di
relazioni, né è interessato alla politica. Al posto dei motori predilige
la vela ed è uomo di finanza, caratteristica che insieme alla sua cultura
anglosassone prevalente lo rende molto in sintonia con l'altro «americano»
di Torino, l'amministratore delegato Sergio Marchionne.
Pur non portando il cognome Agnelli (figlio di Margherita Agnelli e Alain
Elkann), rappresenta la famiglia proprietaria del gruppo e ne è l'erede
dal lontano 1997, designato dal nonno Gianni (di cui ha autorizzato una
biografia in via di pubblicazione, firmata da una giornalista dell'Economist)
dopo la morte improvvisa per cancro di Giovannino, figlio di Umberto. La
famiglia più ristretta di John sono la moglie Lavinia, due figli piccoli
Leone e Oceano cui ama dedicare tempo e soprattutto un fratello come Lapo,
estromesso dall'azienda dopo che nell'ottobre del 2005 ha rischiato di
morire per una overdose. Chissà se ora Lapo ritroverà un posto al
Lingotto, considerando anche che è lui il vero appassionato di automobili
e di marketing. Un timido tentativo c'è stato nel 2007: a Lapo avevano
lasciato una porta aperta per il lancio della nuova 500, ma troppe idee
diverse e la cosa finì lì.
Con John, la famiglia torna al potere dopo la morte di Umberto Agnelli nel
2004. La sua dovrebbe essere tuttavia una gestione familiare completamente
diversa sia rispetto a quella della storia Fiat, sia rispetto a quelle
delle altre famiglie al comando di gruppi automobilistici come i Ford, i
Peugeot e i Quandt (Bmw). D'intesa con Marchionne, John è favorevole a
uno scorporo dell'auto dal gruppo, operazione sospesa l'anno scorso perché
all'acquisizione del controllo della Chrysler non è seguita la conquista
della Opel. L'operazione prevedrebbe una diluizione delle quote con gli
Agnelli in minoranza, e i mercati l'attendono.
In un'ottica di auto di famiglia, il tandem Elkann-Marchionne assomiglia
molto a quello Ford-Mulally. Dove il profilo dell'amministratore delegato
è dominante, anche se Bill Ford non ha intenzione di mollare nemmeno
un'azione. Diversa la situazione dei Peugeot e dei Quandt, che finora
hanno dato meno carta bianca ai loro manager. John appartiene però a
un'altra generazione rispetto ai 53 anni di Bill Ford o ai 54 di Thierry
Peugeot. Conviene non dimenticarlo.
- OGGI IL PIANO
La Fiom manifesta col sit-in
Oggi a Torino la presentazione del nuovo piano Fiat, e la Fiom
conferma che manifesterà, nelle stesse ore, davanti alla sede
Fiat di Via Nizza 250 del capoluogo piemontese. Al presidio
parteciperanno i dipendenti del gruppo torinese delle auto. Alle
10,15 è prevista una conferenza stampa del segretario generale
Gianni Rinaldini, con testimonianze e interventi dei lavoratori.
Sui cambi di vertice decisi ieri, Rinaldini commenta: «Bisognerà
vedere se lo scorporo sarà solo del comparto auto o di tutto il
resto. Ma è chiaro che in prospettiva la Fiat ha un problema,
avendo ora due società, una con la Chrysler e una con auto Fiat.
Se l'affare con Chrysler va in porto, modifiche dell'assetto
societario sono necessarie». Secondo la Cgil, la Fiat deve
mantenere la più ampia produzione dei nuovi modelli in Italia: in
questo quadro «è importante e positiva la decisione di spostare
la produzione della Panda a Pomigliano», dice la segretaria
confederale Susanna Camusso.
- FIAT 2010-2014
Investimenti e modelli. Ma quanti
tagli?
Al Lingotto, l'amministratore delegato della Fiat Sergio
Marchionne spiegherà oggi nei dettagli il piano di
rilancio della Fiat 2010-2014, un piano quinquennale come
ai tempi dei Soviet. I numeri più preoccupanti che sono
circolati nelle scorse settimane riguardano i tagli
all'occupazione che il piano prevedrebbe per gli
stabilimenti italiani: si è parlato di 5.000
licenziamenti, che coinvolgerebbero anche Mirafiori. Da
punto di vista automobilistico, l'obiettivo già
dichiarato da Marchionne è di arrivare al 2014 con 5,5
milioni di auto da produrre all'anno, insieme a Chrysler.
Nel 2009, è bene ricordarlo, la Fiat da sola ha venduto
2,3 milioni di macchine, la Chrysler soltanto 1,3, un anno
comunque terribile non solo per il marchio americano ma
per l'intero mercato nordamericano. I nuovi modelli in
arrivo sarebbero 16, e i mercati sui quali il gruppo sarà
presente con un occhio particolare saranno la Russia,
Cina, Brasile e Nord America. In Italia, con i 700 mln di
investimento già ipotizzati per lo stabilimento di
Pomigliano (dove sarà portata la linea della Panda,
trasferita dalla Polonia) l'aspettativa è quella di
incrementare comunque la produzione, nonostante
l'annunciata, e confermata, chiusura di Termini Imerese
entro la fine del 2011. Secondo la rivista Automotive
News, la Fiat porterà la nuova 500 quattro porte cabrolet
anche negli Usa dopo il lancio in Europa. Sempre secondo
queste indiscrzioni, la Fiat non ha ancora deciso quanti
concessionari Chrysler venderanno nel 2011 il nuovo
modello.
New Deal del Gruppo Fiat
Spin off entro sei mesi
Svelato il piano: 34 nuovi modelli in 5 anni. Così il colosso del
Lingotto conta di arrivare a produrre sei milioni di auto l'anno
entro il 2014
di VINCENZO BORGOMEO
L'attesa è finita. Oggi Marchionne ha sollevato il coperchio
sullo spin off, sulle strategie di produzione e sui modelli
futuri del Gruppo Fiat. E ne è uscito davvero un New Deal, un
panorama straordinario che parte proprio dal prodotto con 34
nuovi modelli da lanciare nei prossimi 5 anni in Europa. A tutto
questo, come se non bastasse, si aggiungeranno anche 17
restyling. Di questi 2/3 saranno realizzati da Fiat e un terzo
da Chrysler.
Insomma una potenza di fuoco mai vista prima che dovrebbe
portare (e che sicuramente "porterà" perché è
la stessa ricetta usata per traghettare la Fiat fuori dalla
crisi...) risultati straordinari. Ossia arrivare a produrre,
entro il 2014 qualcosa come sei milioni di auto. Un numero
pazzesco, ma che Marchionne minimizza: "Il minimo richiesto
per essere un global player competitivo". Auguri.
"Tra gli elementi fondamentali perchè il piano abbia
successo - ha poi spiegato subito Marchionne - il primo riguarda
la flessibilità. Dobbiamo ridefinire accordi a livello
sindacale che non sono più adeguati. Queste sono occasioni che
capitano una volta sola nella vita".
A proposito di sindacati, oggi è stata svelata anche la
strategia per quanto riguarda le fabbriche. Ed ora è ufficiale
che lo stabilimento di Mirafiori è destinato a produrre fino a
170 mila vetture l'anno, piccole e compatte, mentre Pomigliano
d'Arco, attivo nel segmento mini, supererà le 250mila. In
totale 1,6 milioni di vetture entro il 2014 tra tutti e sette
gli stabilimenti italiani.
Già da questo si scopre che Fiat punta molto sull'Italia dove -
sempre entro il 2014 - investirà circa 26 miliardi, due terzi
del totale. L'obiettivo dichiarato è infatti arrivare a
produrre da noi 1,4 milioni di auto cui vanno aggiunti 250mila
veicoli commerciali. Il 65% di queste vetture è destinato
all'export. Per raggiungere questi obiettivi si prevedono 18
turni settimanali, rigorosa riduzione dei costi, il
perseguimento del World Class Manufacturing, maggiore
flessibilità.
Per il 2014, inoltre, l'obiettivo di Fiat è arrivare a un
totale di 3,8 milioni di vetture prodotte, passando per un calo
a quota 2 milioni quest'anno e poi una risalita costante. Come
verrà divisa la produzione fra i marchi? 2,2 milioni di Fiat,
0,5 milioni di Alfa, 0,3 milioni di Lancia, 0,5 milioni di
veicoli commerciali; 0,1 milioni di Jeep e 200mila di contract
manufacturing.
Ma l'altro colpo di scena di oggi, presentato proprio alla fine
della presentazione, è l'annuncio dello Spin off, lo scorporo
delle attività auto di Fiat che avverrà "nel giro sei
mesi". Sergio Marchionne, insomma, ha spiegato che
"inizierà una nuova storia della Fiat, con due aziende
dotate di massima autonomia per svilupparsi". Il settore
auto sarà così staccato definitivamente dal resto delle
attività del gruppo e la nuova società si chiamerà 'Fiat
Industrial' e sarà quotata entro l'anno. "Non c'è più
ragione - ha concluso Marchionne - di tenere insieme una
struttura esistente, che non ha scopo d'essere per come è
adesso la situazione. C'è la partnership con Chrysler ed esiste
una massa critica sufficiente. Così abbiamo deciso di
scorporare Iveco, Cnh e i motori e cambi di Fpt dall'auto".
Nascono quindi due aziende separate, ognuna con la sua
autonomia, anche se ovviamente rimarranno le sinergie a livello
di acquisti, fornitori e world class manufacturing. Come
dicevamo, per la Fiat è davvero il New Deal.
Ecco, marca per marca, un riassunto dei nuovi modelli in arrivo.
Un ruolino di marcia ricavato direttamente dalle dichiarazioni
di Marchionne e non dalle solite indiscrezioni.
Fiat - Il piano parla di dieci nuovi modelli e
il restyling di altri sei. L'anno prossimo ci sarà il lancio
della futura Panda "un modello chiave per mantenere la
leadership nel segmento mini in Europa", ha spiegato
Marchionne. Nel 2012 arriverà un nuovo modello per il segmento
B (che sarà esportato negli Usa) e saranno sottoposte a 'refresh'
sia la Cinquecento che la Cinquecento convertibile.
Nel 2013 sarà presentata una nuova city-car e la Punto Evo,
lanciata lo scorso settembre, sarà sostituita da una nuova
versione.
Lancia - "Il marchio Lancia avrà le
maggiori ricadute dall'alleanza con Chrysler", ha sostenuto
l'amministratore delegato del Lingotto. "Le due gamme di
prodotto saranno completamente integrate. Il piano - sono sempre
parole di Marchionne - prevede il lancio di otto nuovi prodotti,
di cui sei basati su modelli di alta gamma Chrysler ed uno sarà
un refresh". Tra le novità maggiori c'è la nuova Ypsilon
cinque porte che arriverà nel 2011 e una berlina e una compatta
che saranno presentate l'anno successivo.
Alfa Romeo - Sette invece i nuovi modelli Alfa
Romeo: alla Giulietta, che arriverà nelle concessionarie a
maggio, si affiancheranno a partire dal 2012 la Giulia berlina e
quella station wagon, che saranno commercializzate anche negli
Usa, in Canada e in Messico. Alfa si espanderà anche nel
segmento 'suv', nel 2012 con un modello di medie dimensioni e
due anni dopo con una versione più grande. Entrambi saranno
prodotti da Chrysler e saranno commercializzati anche nel Nafta.
La Mito sarà poi rivista nel 2012 e nel 2013 sarà prodotta (e
venduta anche in Usa) una versione a cinque porte.
Tra le novità degli altri marchi del Gruppo ci sono tre nuovi
modelli della Jeep in Europa e altri cinque veicoli commerciali
della
Veicoli commerciali - "Per le autovetture
- ha detto Marchionne - e i veicoli commerciali leggeri, tra
nuovi modelli e refresh. stiamo parlando di un totale di 51
prodotti per un periodo di cinque anni". "Il piano
prodotto rappresenta un significativo impegno ad investire - ha
sottolineato - per assicurare alla nostra clientela scelta,
qualità e tecnologia d'avanguardia".
Marchionne: «Nel 2014
produrremo 1,4 milioni di vetture. Ma Termini chiude»
di Roberto Farneti
su Liberazione del 22/04/2010
Una Fiat con il “cuore” in
Italia - sentimentalmente parlando - ma con il baricentro produttivo
all’estero e con il proprio quartier generale a Detroit, negli Stati
Uniti, all’indomani della scontata fusione con Chrysler. E’ questo il
percorso per il settore auto disegnato dal piano industriale 2010-2014
illustrato ieri a Torino dall’amministratore delegato Sergio Marchionne
La conferma dell’annunciato
“spin off” «nel giro di sei mesi» - vale a dire lo scorporo di Fiat
Auto dal resto del gruppo - e la promozione a presidente del giovane
rampollo della famiglia Agnelli, John Elkann, fanno parte di questa
strategia. Come spiegava ieri il Financial Times, anche se «Fiat Auto
probabilmente resterà uno degli investimenti fondamentali di Exor,
l’obiettivo logico di Elkann deve essere quello di far crescere anche
gli altri investimenti» della holding di famiglia. Marchionne avrà così
mano libera per dedicarsi alla nuova società che nascerà dalle nozze con
Chrysler, di cui probabilmente la Fiat assumerà il controllo. Quanto a
Luca di Montezemolo, rimarrà nel cda e manterrà la carica di presidente
della Ferrari. In attesa che maturino le condizioni per un eventuale
ingresso in politica che lui ha, per ora, escluso.
Comunque sia, di che cosa intenda fare Montezemolo “da grande” ai
lavoratori, compresi quelli che ieri hanno dato vita insieme alla Fiom a
un presidio davanti alla sede del Lingotto, interessa poco, per non dire
nulla. Quello che a loro preme - e che dovrebbe premere anche al governo -
è che in Italia si continuino a produrre almeno le auto necessarie per
soddisfare il mercato interno. Proprio su questo versante è giunta ieri
dal Lingotto la novità più clamorosa. A differenza di quanto affermato
nel dicembre scorso a Palazzo Chigi, Marchionne ha infatti reso noto agli
analisti finanziari che gli impianti italiani della Fiat nel 2014
produrranno 1,4 milioni di vetture - e non 900mila - con un migliore
utilizzo della capacità produttiva dei cinque stabilimenti distribuiti
sul territorio nazionale. Il 65% delle auto sarà destinato per le
esportazioni, a fronte del 40% del 2009.
Nello specifico l’ad ha detto che Mirafiori si dedicherà alla
produzione di vetture piccole e compatte per un totale di circa 350mila
vetture, Cassino (compatte) nello stesso periodo quadruplicherà i volumi
a 450mila unità come Melfi (piccole cilindrate), Pomigliano (vetture
mini) 300mila unità, mentre lo stabilimento Sevel di Termoli raggiungerà
una produzione di 240mila veicoli leggeri.
Il gruppo Fiat lancerà nei prossimi 5 anni in Europa 34 nuovi modelli e
in Italia saranno investiti 30 miliardi. «Non ci sarà alcun taglio, ma
anzi incremento degli organici», ha sottolineato Marchionne. Peccato che
questa nobile affermazione cozzi contro la realtà della ribadita chiusura
di Termini Imerese a fine 2011. Per lo stabilimento siciliano il governo
da mesi è alla ricerca di soluzioni alternative, sulla base delle
manifestazione di interesse fin qui pervenute e di quelle che potrebbero
arrivare dall’estero. Sta di fatto che, al momento, i 1500 operai di
Termini non sanno ancora che fine faranno.
L’ad di Fiat ha poi spiegato che il successo di questo piano industriale
è legato alla flessibilità della forza lavoro e dei dirigenti. «E’ un
elemento indispensabile - ha sottolineato - perchè gli stabilimenti
possono funzionare solo se lavorano a piena capacità». Di conseguenza si
rende necessario «ridefinire gli accordi con i sindacati, perchè quelli
in vigore non sono più adeguati alla realtà attuale». E agli analisti
che gli chiedevano se, a suo parere, sindacati e governo avrebbero
condiviso il piano per l’Italia, il supermanager ha ammonito minaccioso
che «è già pronto un piano B, e vi assicuro che non è un piano molto
bello».
Marchionne ha anche annunciato che il gruppo Fiat scorporerà pure le
attività di Iveco (automezzi industriali), Cnh (macchine agricole) e
parte di Powertrain (motori) in una società che si chiamerà Fiat
Industrial. Anche qui la domanda è la stessa: che conseguenze ci saranno
per i lavoratori? Un indizio al riguardo lo ha fornito l’ad di Iveco,
Paolo Monferino, il quale ha svelato che attorno al 2013 verrà lanciato
sul mercato un nuovo autocarro medio a cabina avanzata denominato
Leoncino, presentato come erede del vecchio Om Leoncino lanciato nel 1950
e che ebbe un grande successo. Una operazione “revival” con un
dettaglio non da poco: il Leoncino, infatti, arriverà dalla Cina.
Marchionne: due Fiat e un solo
cervello
di Loris Campetti
su il manifesto del 22/04/2010
L'ottimismo della volontà deve
sconfiggere il pessimismo della ragione. Comincia così, con una citazione
che rimanda ad Antonio Gramsci, la lunga giornata di Sergio Marchionne per
annunciare alla stampa e agli analisti di mezzo mondo il miracolo dei pani
e dei pesci. Ci eravamo abituati a fare i conti con una Fiat e adesso
dovremo imparare a convivere con due. Attenti però, ci vogliono
condizioni speciali perché i miracoli riescano. Il primo è riuscire ad
archiviare la crisi economica e il crollo della domanda, il secondo è
l'assoluta disponibilità dei sindacati ad accettare il piano quinquennale
di Marchionne, prendere o lasciare. Prendere significa buttare nel cestino
il sistema di accordi esistente e mettersi a disposizione, anzi ai remi
della barca comune con spirito collaborativo e flessibilità. Basta
rigidità sui turni di lavoro, sugli straordinari, sui sabati e le
domeniche: gli impianti devono girare al massimo per ammortizzare i costi,
e se il mercato ordina - ammesso che tornerà a ordinare - bisogna
scattare senza se e senza ma. Verrebbe da dire senza regole. E se i
sindacati cercheranno di portarla per le lunghe rivendicando chissà quali
vecchi diritti e accordi, nessun problema: la Fiat andrà a produrre
altrove, in paesi come gli Usa, la Russia, il Messico, la Serbia. Paesi in
cui i sindacati sono ragionevoli e i governi pronti a fornire sgravi e
agevolazioni.
Nasce così, con un avvertimento secco ai sindacati, il nuovo corso Fiat.
Le novità sono molte, a partire dal nuovo presidente John Elkann al posto
del ferrarista Montezemolo, seguitando con la tanto attesa (e invocata
dalle borse) decisione dello scorporo. In una società, quella attuale che
Marchionne chiama New Fiat, resterà tutto quel che ha a che fare con
l'automobile, comprese Maserati, Ferrari, Comau, Teksid e motoristica
legata all'auto (PowerTrain). Il resto (Cnh, Iveco e una fetta di
PowerTrain) andrà a costituire una nuova società che verrà quotata in
Borsa entro novembre di quest'anno e si chiamerà Fiat Industrial.
Ma il vero miracolo di Marchionne non è tanto il raddoppio del Lingotto
quanto piuttosto i progetti da qui al 2014. 3, 8 milioni di vetture
prodotte dalla Fiat, di cui 1,4-1,6 milioni in Italia (un milione
destinato all'esportazione) contro le attuali 650 mila. A questo numero «ottimistico»
se ne aggiunge un altro, 2,2 milioni di vetture Chrysler costruite nel
Nuovo mondo per un totale di 6 milioni di vetture scodellate annualmente
da tutto il gruppo. Il fatto di dividere l'auto dal resto della Fiat
dovrebbe consentire una maggiore facilità di movimento e, soprattutto,
nuove alleanze. Se tutte queste biglie andranno in buca, ha detto
Marchionne, si sarà costruita una società automobilistica che non avrà
più paura di nessun concorrente a livello globale. Quando il 20% di
proprietà della Chrysler comincerà a riacquistare valore, quando quel
20% sarà diventato il 35%, allora si potrà pensare a nuovi passi e a
nuove sfide.
Un po' gramsciano e un po' padronale, Marchionne. Fa tutti i numeri delle
vetture e dei modelli - 34 nuovi in cinque anni - ma non ne fa uno
sull'occupazione. Dice di non prevedere esuberi ma nuove opportunità di
lavoro. E questo, ripete, dipende dalla disponibilità dei sindacati. Sennò
altro che Fabbrica Italia, altro che concentrare nel nostro paese gli
investimenti. Il mondo è grande e fuori dall'Italia tutti, secondo il
mago del Lingotto, sono pronti a ospitare investimenti, fabbriche, lavoro,
straordinari. A una nostra domanda sul governo italiano, Marchionne ha
ribadito che la Fiat non chiede un soldo a Palazzo Chigi. E si limita a
ripetere che altri paesi hanno fatto politiche diverse da quella del
nostro governo, che non a caso non riesce ad attrarre capitali
dall'estero. Chi vuole intendere intenda.
Dopo sei ore di faticosa e dettagliatissima relazione agli analisti e dopo
un'ora di conferenza stampa la giornata di Marchionne è continuata con
l'incontro con i segretari dei sindacati metalmeccanici, troppo tardi per
darne conto su queste pagine. Un incontro che sembrava preoccupare
l'amministratore delegato Fiat più degli analisti. Come se il miracolo
dipendesse non tanto dalla ripresa del mercato e dalla capacità della
Fiat di giocarci le sue carte con successo, quanto dalla disponibilità
sindacale a concedere i 18 turni settimanali, gli straordinari, la
flessibilità.
Sicuramente a Marchionne i sindacalisti avranno chiesti lumi sul futuro
degli stabilimenti italiani. Non basta dire che aumenteranno la
produzione, bisognerebbe aggiungere con quali modelli nuovi. E' quel che
si chiedono operai e sindacati a Mirafiori, la fabbrica più
sottoutilizzata della Fiat, e ieri se lo sono chiesto per tutto il giorno
con un vivace presidio di fronte alla palazzina del Lingotto. Di altre
fabbriche, come quella di Termini Imerese, Marchionne invece neanche parla
più: storia finita, punto e a capo, e a casa in duemila, entro il
prossimo anno.
Due Fiat, dunque, ma un solo cervello. Sergio Marchionne ha in mano il
timone, è un navigatore preparato e sicuramente coraggioso. Se vuole
tutto il potere dalla famiglia Agnelli, cosa da far impallidire persino il
vecchio ragionier Valletta al tempo in cui Gianni Agnelli era ancora un
giovane piuttosto scapestrato, figuriamoci se ha tempo da perdere a
trattare con i sindacati.
Questa è la Fabbrica Italia, queste le nuove Fiat. Prendere o lasciare.
| «Senza l'accordo sui turni salta
l'investimento a Pomigliano». La Fiom: no ai ricatti |
|
Piano Fiat, Marchionne
sfida i sindacati |
|
|
Roberto Farneti
Fino a che non verrà chiuso l'accordo per far lavorare gli operai
di Pomigliano d'Arco (Napoli) anche il sabato notte, l'investimento
da 700 milioni di euro previsto per questo stabilimento «non parte».
A dispetto del pullover informale che sovente indossa, Sergio
Marchionne dimostra la stessa arroganza dei padroni in giacca e
cravatta. L'amministratore delegato della Fiat lancia il suo
avvertimento - rivolto soprattutto alla Cgil - subito dopo avere
incassato il via libera del governo al nuovo piano industriale
presentato il giorno prima agli analisti finanziari. Parole che
fanno il paio con la minaccia di ricorrere a un diabolico
"Piano B", già pronto e molto più duro per i lavoratori,
nel caso qualche "incontentabile" provi a mettersi di
traverso.
Il piano A, invece, prevede il raddoppio della produzione di auto,
da 650mila vetture a 1,4 milioni, entro il 2014. La strada che la
Fiat indica per realizzare questo obiettivo è l'aumento della
produttività degli impianti. Come? Con la flessibilità del lavoro.
D'altra parte cosa vogliono di più questi sindacati? «Anche se ci
vorranno cinque anni per spenderli, faremo più o meno venti
miliardi di investimenti: direi che si possono accontentare»,
chiosa Marchionne. E Termini Imerese? «Discorso chiuso», taglia
corto il manager.
Per Scajola il bicchiere è mezzo pieno. Secondo il ministro, il
piano del Lingotto conferma la centralità dell'Italia (tranne la
Sicilia...) e quindi ora è necessario che parta il confronto con le
parti sociali. Il primo sì "a scatola chiusa" Marchionne
lo incassa, manco a dirlo, dalla Cisl: «A Pomigliano Marchionne può
investire sicuro perchè noi siamo pronti all'accordo che sarà
anche per noi l'occasione per stabilizzare l'occupazione e per far
crescere il salario», dichiara Raffaele Bonanni.
Ben diverso l'approccio della Fiom. «Siamo pronti a fare un
negoziato con la Fiat - chiarisce Gianni Rinaldini - ma non
accetteremo qualsiasi cosa. Marchionne non può pensare che il
sindacato non esista, il diritto di sciopero non può essere
eliminato». Quanto al raddoppio della produzione di auto in Italia
nel 2014, «è un elemento positivo - ammette il leader della Fiom -
ma la crescita inizia nel 2012, mentre per ora ci sarà cassa
integrazione in gran parte degli stabilimenti. Quindi si ripropone
il problema dell'estensione e durata della cassa e delle forme di
integrazione del reddito».
La Fiom intende affrontare questo passaggio delicato con una
campagna di assemblee nelle fabbriche Fiat per informare le tute blu
su quanto detto da Marchionne perchè «in questa fase - spiega
Rinaldini - il rapporto con i lavoratori e la democrazia sono
fattori decisivi». Soprattutto in situazioni dove la voglia di
lottare si può rivelare fiaccata da mesi e mesi di cassa
integrazione.
E tuttavia le prime voci raccolte ieri tra le tute blu di Pomigliano,
al penultimo giorno di lavoro prima dell'ennesimo stop, fanno
pensare che l'esito di questa vertenza non sia per nulla scontato.
«Il piano è sicuramente positivo per noi operai - spiega Gennaro
Liguori, 36 anni - e speriamo che ci riporti alla ribalta delle
produzioni di eccellenza, come è stato in passato. Ma crediamo
anche che i sindacati possano trovare margini di trattativa sulla
flessibilità chiesta dall'azienda, e per far ottenere ai lavoratori
qualche incentivo salariale in più».
Meno diplomatico Giuseppe Di Lorenzo, 29 anni: «Quello illustrato
da Marchionne - afferma - è un piano capestro, in quanto o
accettiamo quello che viene posto sul tavolo, o torniamo tutti a
casa. Ci sembra che ad essere tutelati, al momento, non siano gli
interessi dei lavoratori, ma solo quelli dell'azienda».
Da Napoli a Torino, la musica non cambia: «Marchionne ha parlato di
numeri, di macchine, di soldi, ma non di persone - dice Loretta Di
Gioia, da 32 anni alle Carrozzerie -. Ci chiede i 18 turni, ma noi
non siamo abituati a farli e non siamo disposti a lavorare di più
perchè abbiamo una famiglia a cui badare. Ma il mondo cambia, forse
ci dovremo adeguare».
Di adeguarsi Ciro non ne ha nessuna voglia: «Abbiamo 50 anni di età
media a Mirafiori - spiega - siamo pieni di acciacchi, come facciamo
a lavorare di notte? Io lavoro in linea da quando avevo 14 anni e
adesso il fisico non mi permette più di fare sforzi. Vogliono i 18
turni? Assumano i giovani al posto nostro».
23/04/2010 liberazione
|
|
|