Il paese del fai-da-te il manifesto
15/02/01
L'Istat elenca tutti i numeri di un decennio contrastato: Italia
1990-1999
GUGLIELMO RAGOZZINO
L'Istat, istituto centrale di statistica, ha
presentato i conti economici nazionali del decennio 1990-99 e si
tratta del bilancio finale della gestione Zuliani, visto che il
presidente è in scadenza. Sono stati anni nei quali -secondo
l'Istat - la società italiana è cambiata sotto molti punti di
vista: il risparmio delle famiglie è crollato, la propensione ai
consumi è di conseguenza aumentata; l'inflazione (negli ultimi
anni) è di scarsa entità, mentre investimenti e crescita del
Pil hanno avuto un andamento stazionario, almeno nel complesso
del periodo. L'occupazione è diminuita, mentre è molto
aumentato il prelievo del fisco e infine, ma si tratta di un
aspetto importante, la ripartizione del prodotto sociale si è
modificata a favore delle imprese e a danno dell'occupazione
dipendente.
L'economia, nella ricostruziuone dell'Istat ha avuto nel decennio
un andamento ciclico, caratterizzato da tre sottoperiodi. Nel
1990-93 si rileva una "tendenza costantemente
riflessiva". Nel 1993 si registra addirittura una
diminuzione del Pil dell'1% rispetto all'anno precedente. Il
1994, annus berlusconianus, segna una "ripresa
economica" e dopo il "successivo consolidamento"
dell'annus dinianus, cui "fa seguito un sensibile
rallentamento della crescita nel 1996" primo annus
prodianus. Il terzo periodo è poi dedicato all'entrata in
Europa con i faticosi processi di convergenza che ne derivano,
per l'economia italiana. Il Pil a prezzi costanti cresce in
quegli anni dell'1'6% in media, ed è una crescita piuttosto
faticosa che agisce molto sull'occupazione dipendente che flette
ancora. L'inflazione ha un andamento decrescente: più 6% nel
primo triennio, più 5 nel periodo centrale e infine più 2
nell'epoca della convergenza.
Il padrone che licenzia sul serio è lo stato, nel senso
che non rimpiazza, privatizza funzioni, smagrisce. L'Istat non
dice proprio così, ma si limita a segnalare che "nel corso
del decennio le Amministrazioni pubbliche hanno costantemente
ridotto il personale occupato, diminuendone la consistenza di ben
250.000 unità fra il 1991 e il 1999 e rinunciando, pertanto a
svolgere quel ruolo di ammortizzatore delle tensioni
occupazionali assunto negli anni precedenti". Nella figura 1
fornita dall'Istat si vedono le curve rappresentative degli altri
settori della società: imprese, famiglie, società finanziarie
(banche) che vano su e giù; invece la curva delle Amministrazioni
pubbliche perde quota, diritta come un fuso, da quota 100 a
quota 94, raggiunta nel 1999.
La perdita di quota più fantastica del decennio è però quella
relativa ai risparmi (e viceversa una salita vertiginosa quella
della propensione ai consumi). Da quota 27,3% si precipita a 15,
3% con una breve inversione di tendenza nel 1996, primo anno di
Prodi. All'inizio del decennio vi era un consistente risparmio in
Bot e le banche o la posta pagavano un interesse apprezzabile.
Poi tutto questo è venuto meno; perfino il risparmio è
diventato, da atteggiamento apprezzato dalla società, una
pratica detestabile, contraria al buon senso e alla salute
pubblica. Al contrario, il consumo individuale è stato inteso
come conveniente alla società, prova di capacità personali,
ottimo surrogato del welfare dei piagnoni.
Un capitolo importante riguarda il prelievo fiscale che all'inzio
del periodo equivale al 39,4% del Pil per arrivare al 43,3% del
1999, dopo essere passato però dal 44,6% del 1999. Al
riconoscimento alla crescita del 1994, si affianca quello al
respiro fiscale dell'epoca di Visco-D'Alema-Amato.
C'è infine la ripartizione del prodotto nazionale tra lavoratori
dipendenti e imprese. "La dinamica meno sostenuta del
reddito da lavoro rispetto a quella del prodotto ha provocato una
significativa riduzione della quota di reddito da lavoro
dipendente sul totale del reddito nazionale netto del Paese: 46%
nel 1990 contro 41,4% circa dell'ultimo triennio".