Posso dire di aver avuto la fortuna di conoscere, anche se solo
dopo la sua morte e attraverso i racconti di amici e conoscenti,
una persona che ha lavorato alla Fiat a Torino.
La persona in questione è Enzo Caiazza, un giovane del Sud
emigrato al Nord Italia per cercare condizioni di vita migliori.
Nel '73 cominciò a lavorare alla Meccaniche di Mirafiori, nella
fase culminante della grande lotta contrattuale. Il clima delle
rivendicazioni sindacali era ancora infuocato. Enzo si inserì
ben presto da protagonista nelle lotte sindacali, fu licenziato,
ma non abbandonò mai la militanza sindacale né quella
politica.
Un passo del libro - ricordo a lui intitolato riporta le sue
prime impressioni quando iniziò a lavorare:
"Il primo impatto con la grande fabbrica fu terribile. La
catena di montaggio dei cambi della 127 mi sembrò mostruosa,
come una forza nemica sconosciuta ed oppressiva. Passai tre
giorni a piangere di nascosto. Non capivo ciò che dicevano gli
altri e non mi sentivo se cantavo una canzone…"
Al tredicesimo giorno, scaduto il periodo di prova, era già in
prima fila in quei cortei interni che nelle officine della
grande fabbrica organizzate come caserme facevano
"respirare" gli operai; nel silenzio delle macchine,
le voci e gli slogan della libertà. Dopo la metà degli anni
'70 nelle fabbriche si diffuse la violenza armata: erano gli
anni di piombo quando le Brigate Rosse diffondevano volantini,
operavano attentati, erano presenti nelle fabbriche e sembravano
inarrestabili.
In quel contesto le lotte per il rinnovo del contratto nazionale
dei metalmeccanici si conclusero a Torino in un clima
esasperato, con cortei dentro le fabbriche e ripetuti blocchi
stradali nella città. Chi era troppo vivace e impulsivo nelle
lotte, nell'organizzare picchetti e cortei correva seri rischi
di venire additato come un provocatore e fiancheggiatore, e
anche disfattista.v In questo clima di tensioni, nel '79 maturò
il tempo per i licenziamenti. Venne stilata una lista di 61
operai della Fiat accusati di violenze e sospetti di far parte
dell'eversione armata brigatista. Enzo Caiazza, come gli altri
60, ricevette una lettera di sospensione immediata dal lavoro.v
I giornali dell'epoca riportarono questi titoli: "Nel clima
di tensione di una Torino sconvolta dal terrorismo sospesi 61
operai" o ancora "La Fiat e il terrorismo: con i 61 se
ne andrà la paura?"
Vennero portati avanti solo 4 processi. Si trattava di lotte e
picchettaggi ben lontani dal terrorismo! Enzo era anche il
giovane operaio che prese una multa quando lavorava in Fiat per
una farfalla che si era posata su un cardine pieno di grasso:
s'era sporcata e lui l'aveva presa e portata fuori.
Una sola cosa è certa: nessuno di loro è rientrato mai più in
fabbrica


dal libro su
Enzo Caiazza
'Ne
è valsa la gioia..'.
ed Grafica nuova- torino:
la sua vita nel suo tempo
- 1970-1985: impegno politico
e soggettività
In quei
quindici anni la fabbrica e la campagna, la società, il
movimento operaio, le donne e i giovani sono cambiati con
rapidità ed intrecci impressionanti trasformando comportamenti
e cultura. La politica è rimasta confinata alla rappresentanza
ed al potere subendo un deterioramento che si evidenzia con la
forte diminuzione dei votanti nelle competizioni elettorali e la
diminuzione degli iscritti ai partiti politici. Anche il
sindacato non è in gran salute.
Ora
all’inizio del 2000 l’impegno militante sindacale e politico
sembra out mentre in quel periodo Enzo Caiazza, come molti altri compagni e
compagne, era sulle ali di un vento impetuoso e portatore di
speranze, quel vento che soffia a volte impetuoso a volte tenue.
Quel vento che è tornato a spirare impetuoso con il nuovo
movimento per la pace e contro “quella” globalizzazione
delle multinazionali. Un movimento internazionale che fa gran
uso di Internet e MSS, che ha organizzato all’inizio del 2003
grandi manifestazioni nelle principali città del mondo (stimate
in 100 milioni di persone) per rivendicare il diritto
internazionale, per sostenere il ruolo dell’ONU contro la
teoria del governo Bush della guerra preventiva decisa da un
solo paese. Un movimento in cui Enzo c’era ben vivo anche se
ci aveva lasciato da qualche mese…..
- Dai
campi al chiuso della “feroce”officina.
Enzo Caiazza
arrivò a Torino nel ‘73 ed abitò in una soffitta di via
Sacchi.
In
quell’anno iniziò a lavorare alle Meccaniche di Mirafiori
nella fase culminante della grande lotta contrattuale
(inquadramento unico, diritto allo studio e 150 ore).
“Il primo impatto con la grande fabbrica
fu terribile. La catena di
montaggio dei cambi della 127 mi sembrò subito mostruosa, come
una forza nemica, sconosciuta ed oppressiva. Passai tre giorni a
piangere di nascosto. Non capivo ciò che dicevano gli altri e
non mi sentivo se cantavo una canzone. Provenivo da Siano, un
centro dell’agro nocerino-sarnese, in provincia di Salerno,
dove mio padre, prima calzolaio e poi lavoratore edile, era
riuscito a tirare su una modesta proprietà agricola combattendo
la fillossera e l’accanimento delle stagioni ostili”.
- Il
suo primo sciopero al Sud, a quindici anni
Al sud Enzo ha
conosciuto “la faccia più
feroce del padronato, quello della camorra e del caporalato” che
porta sui campi di raccolta, in cambio della metà del salario,
il proletariato precario e giovanile reclutato all’alba nelle
piazze e poi caricato per il trasporto su furgoncini
traballanti. “Il primo
sciopero della mia vita l’ho
fatto perché a Boscotrecase, in provincia di Napoli, era da un
pò che il padrone non ci pagava il lavoro di confezione delle
nocciole. Gliele abbiamo lasciate sui banchi e sotto le piante.
Il caporale, per rappresaglia, ci ha lasciato a piedi. Venti
chilometri in compagnia degli altri lavoratori per tornare a
casa. Avevo quindici anni. A Nocera, davanti a una industria
conserviera per uno sciopero, arrivano i mazzieri, mi strappano
di mano i volantini, li accartocciano e me li cacciano in bocca
a viva forza. Hai capito? Un modo rude per dirmi di imparare a
stare zitto onde evitare, la prossima volta, di incontrare una
palla di piombo al posto di una palla di carta”.
- Il
primo corteo interno alla Fiat di Mirafiori
Far tacere
Enzo era un’impresa ardua, anche a Torino. Alla Fiat, al
tredicesimo giorno, scaduto il periodo di prova, era già in
prima fila in quei cortei interni, che nelle officine della
grande fabbrica organizzate come una caserma, facevano respirare
– come scrivevano allora i giornali della sinistra – agli
operai, nel silenzio delle macchine, le voci e gli slogan della
libertà, una sensazione liberante di potere.
Ripeteva che:
“la fabbrica è stata
per me un’università popolare”.
Come è
accaduto a tanti! A Mirafiori Enzo cambia e si arricchisce, ha
voglia di protagonismo, di conoscere, di trasformare per
contare. Incontra nuovi compagni. Sceglie la militanza sindacale
nella Fim Cisl e quella politica in Avanguardia Operaia. Alle
Presse di Mirafiori, ove la Fiom-Cgil ed il PCI esercitavano un
ruolo di monopolio sul movimento organizzato, Enzo sceglie
l’organizzazione sindacale “più piccola” ma – in quel
periodo- la più aperta e “contro corrente”. Carmelo Inì,
allora responsabile di Lega della Fim-Cisl per le Presse,
intervenendo nell’in-contro del 2 dicembre 2002, ha rimarcato
che “aveva gli occhi ed il viso che sorridevano, un’intensità che
contagiava”, “avia
i lampi nall’uocchi”come dicono i siciliani, cioè “aveva i lampi negli occhi”.
È il periodo
della strategia del controllo operaio e dell’egualita-rismo.
- I
nuovi assunti nella grande fabbrica
Dopo la metà
degli anni ‘70, una generazione “non operaia” di giovani e
di donne varca i cancelli della Fiat con motivazioni diverse. È
la seconda società
che Asor Rosa distingue da quella tradizionale dei lavoratori
della Fiat e del loro orgoglio d’essere tali.
Sono i nuovi
assunti che provengono da un collocamento non più condizionato
(per norme e per l’impennata della produzione auto) dalla
rigidità delle selezioni Fiat, sono giovani
lavoratori/lavoratrici, o lavoratori con altre esperienze in
Europa, che sottopongono a critica impietosa la rigidità degli
orari e dei turni, dissacrano l’etica del lavoro, scuotono
sindacati e forze politiche.
E nella grande
fabbrica torinese entrano anche le “scorciatoie
militaristiche”, i miti della violenza armata di “colpire al
cuore lo Stato”: erano gli anni di piombo quando le “Brigate
Rosse” diffondevano volantini, operavano attentati, presenti
nelle fabbriche e sembravano inafferrabili.
In questo
contesto le lotte per il rinnovo del contratto nazionale dei
metalmeccanici si concludono a Torino in un clima esasperato con
cortei dentro le fabbriche e ripetuti blocchi stradali nella
città.
Sono anche gli
anni dell’unità nazionale per la politica (il PCI sostiene il
governo Andreotti), prende piede la cultura del sospetto e la
caccia al fiancheggiatore dei “brigatisti rossi”. Chi era
troppo vivace ed impulsivo nella contestazione, nel guidare le
lotte, nell’organizzare picchetti e cortei correva seri rischi
di venire additato come un “provocatore
e fiancheggiatore” ed anche
“disfattista”.
Enzo,
come molti altri, fu inserito in questo elenco.
la sconfitta dei cabinisti e poi
la lista dei 61
Alla
verniciatura di Rivalta e di Mirafiori, le lotte dei cabinisti
(che dal 68 in poi avevano sempre trovato un accordo sindacale)
vengono isolate, la Fiat “fa muro” e non accetta mediazioni
su punti che riguardano le nuove tecnologie e le
ristrutturazioni negando che siano portatrici di “effetti
antioperai”.
E’ stato
questo, forse, il primo vero passo falso della strategia
contrattuale della FLM a Torino, ma allora si preferì
ridimensionare e sottovalutare l’accaduto.
I verniciatori
erano stati per dieci anni tra i protagonisti dei “blocchi”
alle linee della carrozzeria Mirafiori, e la Fiat, che non aveva
dimenticato la drammatica ed inedita conclusione del contratto
nazionale dell’estate, decise di sperimentare la nuova
strategia del comando sull’organizzazione del lavoro messo in
discussione dalla conflittualità continua.
Così è
maturato il clima ed il tempo per il licenziamento dei 61
nell’autunno ‘79.
Il 9 ottobre
‘79 Enzo Caiazza riceve la lettera con l’accusa di violenze
ed il sospetto di far parte dell’eversione armata brigatista. “Si
trattava di rifiutare la nostra iscrizione d’ufficio al
partito armato. Sapevamo – osservava
Enzo – che quella
era una battaglia più grande di noi, ma abbiamo deciso di farla
lo stesso.
Tra i partiti politici solo Dp fu apertamente al
fianco dei 61.
Tra tanti intellettuali ammutoliti, l’avv. Bianca
Guidetti Serra fu tra le poche a levarsi in nostra difesa. Il
sindacato tentennò manifestando insicurezza, pesanti e severe
erano state le ammonizioni del PCI (in particolare quelle di
Giorgio Amendola e di Adalberto Minucci con il “dai fondi del
barile”).
“L’Espresso”
costruì in un suo articolo l’immagine di un Caiazza
brigatista, travestito da simpatico operaio. “Fu
costretto a ritrattare e a risarcire con due milioni. Magra
soddisfazione”.
- E’
tra i primi a capire il “siamo
tutti licenziabili”
Enzo incontra
Igor Staglianò (Segretario della Federazione Provinciale di
Torino) nei giorni in cui arrivano le lettere dei 61. Si
trattava di fare conoscere un punto di vista del partito. Si
discusse a lungo e poi venne stampato un volantino con il titolo
“Siamo tutti
licenziabili” per far capire che il vento era mutato, che
nubi fosche si addensavano su tutti.
Dopo pochi
mesi, nell’ottobre dell’80, Torino registra la sconfitta dei
“35 giorni” e la marcia dei 20.000 ( poi detta dei 40.000)
capeggiati dal cavalier Arisio.
Bianca
Guidetti Serra ha così scritto su Le
schedature Fiat (Rosemberg, 1984):
“Il 9 ottobre 1979 viene consegnata a 61 dipendenti Fiat una lettera di
sospensione immediata dal lavoro. La motivazione è generica e
uguale per tutti. I sospesi chiedono che il provvedimento sia
annullato, ma vengono licenziati (…). Parallelamente alla
distribuzione delle prime lettere di licenziamento, viene
diramato (dalla Fiat, n.d.r.) un comunicato che dice tra
l’altro: ‘Gli episodi di conflittualità violenta, di
sopraffazione, di minacce, di rappresaglie sono diventati una
triste costante che dirigenti, capi e lavoratori tutti subiscono
quotidianamente e che tende a destabilizzare l’ambiente di
lavoro’.
I giornali escono con questi titoli: ‘Nel clima di
tensione di una Torino sconvolta dal terrorismo sospesi 61
operai’, ‘La Fiat e il terrorismo: con i 61 se ne andrà la
paura?’
Che possono dedurne i lettori? I ‘61’ non sono
solo i responsabili della cosiddetta ‘ingovernabilità’
aziendale, ma anche dei terroristi, o quantomeno dei loro
sostenitori e fiancheggiatori. (…).
Chi sono questi 61? Per ciascuno di loro la Fiat
esibisce, nel processo per “antisindacalità” instaurato
dalla Flm, una scheda personale in cui sono descritte le
mancanze addebitate (…). Cinque o sei dei licenziati avrebbero
rifiutato le mansioni assegnate e arbitrariamente “autoridotto
i tempi” di lavorazione. A questi tutti vengono attribuiti,
atti di subordinazione, ingiurie, minacce nei confronti di
superiori gerarchici. Una quindicina avrebbe preso parte a
picchettaggi. Tra le accuse ve ne e' alcuna con più diretto
riferimento all'eversione.
Le accuse sono di natura e gravità ben diverse.
Quante vere, quante false? Una risposta completa ed esauriente
forse non l'avremo mai. Dopo le prime reazioni, politiche e
processuali, è stata un po’ la diaspora dei licenziati e
delle loro iniziative. Una cosa è certa: nessuno è rientrato
in fabbrica. Anche quelli che, iniziata causa di opposizione
contro il licenziamento illegittimo, si sono visti dare ragione
dal giudice (…).
Solo quattro processi (penali, per le accuse Fiat,
n.d.r.) sono stati celebrati: le accuse contestate agli altri
sono state coperte dall'amnistia e non si potrà mai conoscere
il loro fondamento. Ora, se si trattava di reati coperti da
amnistia, non dovevano essere tanto gravi. E infatti leggiamo di
violenza privata (il famoso picchettaggio), di minacce, di
violazione di domicilio (la cosiddetta invasione degli uffici):
siamo comunque ben lontani dal terrorismo! Secondo un metodo
antico e collaudato, si coglie l’occasione offerta da
drammatici avvenimenti (il terrorismo, n.d.r.), per additare dei
“responsabili” in momenti di difficoltà dell'azienda”.
- Il
‘79 fu duro anche per DP
ed Enzo diventa il….dodicesimo
apostolo
Il 1979 fu un
anno duro anche per Democrazia Proletaria. Una stagione acida di
scissioni con le “sante” ragioni, le meschinità ed i colpi
bassi. Non ha fortuna la nuova formazione politica della Nuova
Sinistra Unita (N.S.U.) sostenuta da sindacalisti ed
intellettuali per reagire alle divisioni: si presenta alla
competizione elettorale ma non raggiunge il quorum. Altre
polemiche.
A Torino si
contano molti ed amari abbandoni da DP che avvia un’ardua
operazione di ricostruzione organizzativa e politica. Si va
controcorrente e Enzo si butta nella vita del partito: “Ero
tra i quattro gatti che si impegnarono per il rilancio del
partito, poi avvenuto con i referendum sulle liquidazioni e lo
Statuto dei lavoratori. Da allora il mio ruolo è via via
cresciuto di responsabilità: era cominciato il giorno
dopo il licenziamento, quando Dp mi venne a prendere e mi portò
ad intervenire in un’assemblea svoltasi davanti ad una
fabbrica milanese”
La pesante
sconfitta dei “35 giorni” alla Fiat sancisce anche
l’esaurimento (avvenuto qualche anno prima) della spinta
propulsiva di quell’egualitarismo troppo arroccato entro i
confini della fabbrica, una politica cioè che ci ha visti e
resi uguali davanti alla pressa ed alla catena di montaggio ma
non ha saputo analizzare il moltiplicarsi di tante altre
disuguaglianze operaie: tra chi ha la moglie che lavora e chi
no, tra chi ha la casa e chi paga l’affitto, tra chi ha figli
sistemati e chi li ha invece disoccupati dopo il militare, tra
chi deve aver cura di anziani e soggetti con handicap e chi no,
tra chi vuole studiare e chi non può farlo.
Forse anche
per questo in quel periodo Enzo è frenetico: legge, interviene,
coordina, conosce ed incontra Ludovico Geymonat, Norberto Bobbio,
Nuto e Marco Revelli, Giangiulio Ambrosiani, Clemente Previti.
E’ quel
dodicesimo…apostolo che Igor Staglianò mette insieme per non
accettare il “colpo di grazia” a DP ben evidenziato
dall’incendio appiccato alla sede torinese.
Dodici
compagni che hanno saputo reggere e reagire, ricucire le file e
ripartire; “dodici apostoli” che hanno fatto quel miracolo
sul quale ancora s’interroga, a distanza di oltre 23 anni, il
senatore Lorenzo Gianotti, allora segretario della Federazione
Torinese del PCI.
Ecco, quel
miracolo fu fatto grazie alla generosità di tanti compagni come
Enzo, ma anche da una caparbia volontà di continuare a guardare
nella società, nella fabbrica, nella condizione di quelli che
vivono male. E allora la nostra sfida fu sempre quella di legare
l’analisi, la disamina dei movimenti, anche degli avversari,
gli avversari di classe dicevamo allora, degli altri soggetti
politici, del sindacato, eccetera, di tenere insieme il filo
dell’analisi politica, se volete, della teoria, per quanto
n’erava-mo capaci, alla concretezza dell’iniziativa. Più
che miracolo fu la volontà di esserci! Certo a giugno ‘79
eravamo in 11, a settembre in 12, poi di lì a due quattro mesi
molti di più e al primo maggio dell’anno successivo sfilarono
migliaia sotto le nostre bandiere.
- “Aguirre”
non rimane disoccupato
Licenziato
dalla Fiat e senza stipendio e “assunto” (senza stipendio)
da DP. Per tirare avanti si adatta a più mestieri:
l’imbianchino, il muratore, l’uomo di fatica.
Al Palazzetto
dello Sport, promuove l’organizzazione dei disoccupati, fa
tutti i concorsi che gli passano sotto il naso, entra alle
Molinette a tempo determinato e poi, finalmente viene assunto a
tempo indeterminato (al Sud) nelle Ferrovie, quindi chiede il
trasferimento al deposito locomotive di Porta Nuova e poi ad
Orbassano dove ha lavorato fino ai suoi ultimi giorni.
- Alcune
riflessioni di Enzo
sulle lotte degli anni ‘70
Dopo la
sconfitta degli anni ‘80 Cesare Romiti definì quel periodo
gli “anni della follia”; ma non era certo folle lottare “perché
il rumore delle presse non superasse la soglia prescritta degli
85 decibel, per evitare che si producessero ogni anno troppi
casi di lesioni all’udito, o per praticare -sosteneva
Enzo- il diritto di
leggere il “Quotidiano dei Lavoratori”
quando la pressa si fermava per manutenzione”.
Dopo la
sconfitta alla Fiat disse: “La
cultura operaia di quegli anni andava bene per le lotte, ma non
per riconoscere ed accettare il diritto alla diversità di
ciascun individuo. Ricordo di un operaio omosessuale che si è
dovuto licenziare a un mese dalla sua assunzione. Intorno a lui
l’ambiente era diventato infernale. Non lo lasciavano in
pace”.
“In questi quindici anni decisivi della mia vita
ho capito che se si lavora si ottengono dei risultati. Il
difficile viene quando si tratta di gestire gli spazi che hai
conquistato. Niente può costituire la pazienza e la tenacia del
militante, la sua capacità di stare in mezzo alla gente
interpretandone le esigenze, insegnando e imparando tutti i
giorni”.
Dopo
l’esperienza alla Fiat intensifica gli antichi sogni per il
Sud. tra i suoi progetti per il futuro, poche e chiare cose: “rafforzare
Dp nel salernitano, completare il ciclo di studi per tecnico
agrario già iniziati, trascorrere due anni in Nicaragua e
valorizzare le ciliegie di Siano. E' il sogno che mio fratello
ed io coltiviamo da anni. Ho già preso contatti con le
cooperative emiliane”.
- Pendolare
Torino-Salerno,
con un progetto ed un sedile come
casa…
Come per i
grandi alberi che tra le tante radici c’è quella principale
così per Enzo quella principale era Siano, forse perché
pensava che lì dove concludersi un suo lungo percorso che era
passato per Torino, lì voleva testimoniare e raccogliere i
frutti di una ricca esperienza umana, sociale e politica. Enzo
usava molto le metafore sugli alberi (i ciliegi!) oltre ad
innestare alberi un po’ ovunque.
Dopo il
licenziamento alla Fiat (‘80) ha intensificato questo
collegamento, tanto da riprendere un lavoro con contratto
indeterminato nelle Ferrovie al Sud. Poi chiese il distacco per
lavorare allo scalo di Orbassano. In questo periodo è tra i 17
fondatori della cooperativa di cassaintegrati (Fiat, Lancia,
Singer, Bertone, Pininfarina ed altre) promossa da Salvatore
Merola nel marzo del 1982, che oggi occupa nove dipendenti, due
sedi, ed un bilancio di oltre 2 miliardi di vecchie lire; la
COAP è una cooperativa di consumo, di prodotti biologici e
co-fondatrice della CTM (Cooperative Terzo Mondo) per il
commercio equo-solidale.
E’ stata una
delle iniziative più complesse per uscire dall’attesa della
cassintegrazione e le divisioni sono state marcate sia
all’interno del movimento dei cassintegrati che gestivano un
loro periodico “La spina
nel fianco” sia in DP. Enzo allora era nella Segreteria
Provinciale di DP e andava e veniva, la sua casa era un sedile
di un treno e molte volte quando era in consiglio di
amministrazione della COAP, ma anche quando andava alla
cooperativa La Grafica Nuova, a volte quando gli si parlava lui
si addormentava e allora si capiva che quello era l’attimo del
suo riposo della giornata.
Enzo diventò
un pendolare stabile delle lunghe distanze, una dinamica che
solo la sua grande energia e la sua voglia di fare potevano
sostenere.
Enzo aveva il
progetto di ritornare alla sua terra, al suo paese, nei luoghi
dell’infanzia e degli anni giovanili, dove aveva toccato con
mano anche molte ingiustizie.
Non a caso ha
“trascinato” a Siano, per questa o quell’iniziativa o
occasione, molte persone collegate alla sua vita sociale e
politica al Nord, ricordiamo tra i tanti alcuni che hanno svolto
o svolgono tutt’ora incarichi di rappresentanza: Salvatore
Merola, Igor Staglianò, Adriano Serafino, Mario Capanna, Russo
Spena, Alì Rashid e Fausto Bertinotti.
Tanti “trascinati”
a Siano “per fare in
modo che quel paese non fosse come si suol dire, un paese
abbandonato da Dio e dagli uomini..”.
- La
commercializzazione delle ciliegie
e la cooperativa “SIANESE 77”
La raccolta e
la prima commercializzazione (con nuovi criteri) delle ciliegie
avvenne nel 1997, un paio d’anni prima del licenziamento alla
Fiat, fu un successo: circa 3.000 quintali assicurando un prezzo
di 1.500 lire/kg ai contadini, quando negli anni precedenti
l’intermediazione tra produttori e consumatori le acquistava
per sole 500 lire/kg e spesso tale basso prezzo (tre volte in
meno!) induceva i contadini a non raccoglierle, una risorsa che
andava persa. In quell’occasione la raccolta fu fatta da sei
donne (in difficoltà economiche) che guadagnarono
l'equiva-lente di due mesi di duro lavoro nelle fabbriche
conserviere. Una parte di quelle ciliegie arrivarono a Torino ed
alla COAP. Un successo dovuto in gran parte all’intraprendenza
di Enzo che si ricordò di un amico commerciante -conosciuto nel
periodo di ferma militare- il quale mise a disposizione la sua
logistica. organizzazione associata al nostro impegno offerto
gratuitamente. Si conquistò la fiducia di 40 contadini e
nell'estate dello stesso anno si costituì la Cooperativa
Agricola “SIANESE ‘77” aderente alla Lega Nazionale delle
Cooperative Agricole, con l’apertura di un punto vendita di
prodotti agricoli e zootecnici. Enzo, nel suo pendolare, portava
anche le esperienze ed (ancora) i successi delle lotte operaie
alla Fiat. A volte, da solo, la domenica mattina al mercato
settimanale del paese imbandierava il mercato, distribuiva
volantini e con un megafono a tracolla raccontava delle cause
giuste, lontane dalla cultura sianese, portate avanti nelle
fabbriche del nord.
- Politica
e lotte a Siano e dintorni
Diverse volte
fu capolista per Democrazia Proletaria alle elezioni comunali,
ma non raggiunse mai il quorum per l’elezione tranne a metà
degli anni '80, quando per pochi voti non divenne consigliere
provinciale a Salerno.
A Siano,
Democrazia Proletaria conquistò il 14%, la più alta
percentuale in Italia del partito. In quel piccolo paese
dell’entro-terra del nocerino-salernitano padroneggiava come
Sindaco un noto esponente della Democrazia Cristiana l’avv.
Luigi Tenore, affermato penalista e intimo amico dell’allora
Presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, ai vertici della vita
amministrativa del paese per circa 20 anni, disponendo di 17
consiglieri su 20.
La vita
pubblica a Sarno era intrisa di clientelismo ed affarismo. A metà
degli anni 70 il Sindaco favorì la proposta per la costruzione
di una fabbrica di amianto, la Bendel Martigny che i lavoratori
della cava di Balangero (Valle di Lanzo) contestavano. Enzo
lavorava in Fiat e si collegò con i sindacalisti ed esponenti
di DP (Pasquale Cavaliere) che avevano seguito le lotte nelle
valli torinesi alle cave dell’amianto dove è stata accertata
la più alta concentrazione di tumori dovuti alle fibre di
amianto. Enzo mise in guardia dal reale pericolo che correva la
popolazione di Siano con la costruzione di questa fabbrica ed
iniziò una delle più grandi battaglie politiche di quel paese.
Sì sensibilizzò la popolazione con spettacoli teatrali,
volantinaggi e comizi itineranti. Alla fine l’Amministrazione
Comunale fece retromarcia dal suo intendimento nonostante avesse
già provveduto ad espropriare i terreni dei contadini.
Altre
difficili lotte nella zona furono quelle contro il caporalato e
per i diritti delle donne che lavoravano quali stagionali nelle
industrie conserviere della zona. In un picchettaggio, insieme
ad altri compagni, sfidò apertamente i camorristi davanti ai
cancelli dell’industria conserviera “Chiavazzo” di
Scafati: lo sciopero era contro il padrone che il giorno prima
aveva fatto azzannare dai cani due operai rei di aver richiesto
un aumento del salario.
- Quel
memorabile comizio dell’88
e la consegna del premio
“Attila”
Memorabile fu
quell’appassionato comizio del 20 maggio 1988, quando Enzo
accusò il Sindaco di Siano, Luigi Tenore, di mal governo e
chiamò in causa anche i carabinieri per i mancati controlli nei
cantieri del dopo terremoto del 1980. Il maresciallo dei
carabinieri mal sopportò quelle accuse e ordinò di spegnere il
microfono e di portare l’oratore in caserma. Enzo imperterrito
continuò il comizio alzando la voce.
Quel venerdì
sera la piazza era piena per un comizio elettorale che era stato
preannunciato “caldo” (DP aveva preparato un dossier di
precise accuse) di quelli da non perdere e ci fu una ferma
reazione al sopruso dei carabinieri. A rinforzo arrivarono
camionette a sirene spianate ed i carabinieri scesero con il
mitra spianato! Un clima acceso che certamente risentiva delle
campagne contro Enzo, cioè uno dei pseudo-terroristi inventati
dalla Direzione Fiat.
Le oltre
trecento persone che in piazza protestano impediscono che Enzo
venga portato via, lo spingono prima in un bar, poi di nuovo sul
palco. Tutto il paese è in subbuglio, la piazza si riempie
ancora di più, sul palco arrivano per solidarietà comunisti,
socialisti, i cattolici democratici. Una ventina di carabinieri
si schierano agitando le bandoliere.
Dal palco, Enzo continua ed infine si rivolge al capitano
dei carabinieri avvertendolo che se voleva arrestarlo doveva
procedere anche contro tutta la gente che si era stretta
attorno. Quel capitano intuì il rischio ed ordinò ai militi di
arretrare, quindi il comizio si scioglie ed i carabinieri
rimangono soli a presidiare la piazza ed il palco.
Il giorno dopo
DP organizzò una “camminata”- il corteo era vietato - che
si concluse con la consegna al Sindaco Luigi Tenore del
“Premio Attila” come riconoscimento delle sue malefatte
amministrative e politiche.
Si sfilò per
le strade cittadine con canti e tammuriate, con il noto artista
Marcello Colasurdo dei Zezi di Pomigliano d’Arco, e
concentramento finale davanti alla casa del sindaco. Il
“Premio Attila” consisteva in una pergamena di gomma piuma
con il disegno di un elmo dei barbari e la descrizione dei vari
scempi perpetrati ai danni del territorio e della popolazione.
Nelle parole che Enzo pronunciò consegnando il premio c’erano
la sfrontatezza, la fierezza e la tenacia di chi a viso aperto -
per la prima volta - aveva messo a nudo il “re” che fino ad
allora nessuno aveva osato affrontare.
Nonostante
questi conflitti così aspri Enzo raccoglieva stima anche presso
gli avversari politici, per i suo modo d’agire franco e
schietto.
Lo stesso
maresciallo dei carabinieri rimase molto scosso alla notizia
della morte di Enzo (e di Pinelli) in quanto, dopo l’episodio
del comizio del 20 maggio ’88, instaurò un rapporto di
amicizia e di stima reciproca con Enzo ed in seguito confidò
che fu proprio Enzo a svolgere con lui un duro lavoro notturno
per pulire fogne e tombini in occasione delle calamità (frane
ed alluvione) che nel 1988 colpì Siano ed altri tre Comuni.
- Il
vescovo ed il tha-tze-bao
Un altro
episodio emblematico con lo zampino di Enzo capitò quando il
parroco locale fu nominato vescovo. Nel giorno in cui, nella
piazza gremita, moltissimi lo osannavano i movimentisti (ovvero
DP) di Siano scrissero un tha-tze-bao elencando l’inoperosità
degli anni passati di quel prete di fronte alle tante
ingiustizie ed illegalità ben visibili nel paese. In quel caso
il popolo in piazza reagì molto negativamente e gli autori del
tabellone rischiarono il linciaggio.
Un’iniziativa
troppo “controcorrente” ed atipica per quel paese ma
certamente motivata perché quei contestatori, e particolarmente
Enzo, molto si erano prodigati per risolvere i problemi di
famiglie in gravi difficoltà.
- Oltre
i confini nazionali
I confini
dell’impegno politico spaziarono anche verso il Nicaragua,
dove si recò per un campo di lavoro, e soprattutto verso il
popolo palestinese (ricordiamo tra tutte l’adozione a distanza
di una bambina palestinese, e le ben note colombe della pace
(due popoli due stati, disegnate da Piero Gilardi) ad ogni
manifestazione pubblica.
Fu tra i
promotori per il riconoscimento della cittadinanza onoraria di
Siano a Nelson Mandela quando il leader africano era ancora in
carcere in Sud Africa.
Una persona
che ha conosciuto Enzo solamente attraverso un poster
raffigurante Enzo che spinge un carrello con dietro una grossa
colomba lungo il viale della Marcia per la pace Perugia-Assisi
del ‘93, saputo della sua morte ha inviato questa breve
poesia:
Ad Enzo
Caiazza
Pur non
conoscendo
il tuo destino,
anche se
con i piedi
a terra,
con le ali
della colomba,
inconsapevole,
verso il cielo
t'avviavi gioioso