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mercoledì, dicembre 24, 2008

La storia complicata degli operaisti

C'era una volta l'operaismo. Oggi può suonare strana una tale parola, “operaismo”, visto che gli operai si danno per scomparsi o in fuga e di loro si parla solo quando muoiono sul lavoro. Per molti sarà una scoperta sapere che c'è stata un’epoca, negli anni 60, in cui gruppi d’intellettuali si riunivano per dare vita a riviste particolari. Le testate erano "Quaderni rossi" e poi "Classe operaia". Ora è uscito un poderoso volume, circa 900 pagine, che raccoglie cronache, epistolari, documenti, testimonianze con un Cd allegato che presenta l'intera collezione di "Classe operaia".

Il principale esponente dell'operaismo era ed è Mario Tronti oggi presidente del Centro per la riforma dello Stato. Ma con lui troviamo nella prima redazione di “Quaderni rossi" altri come Raniero Panzieri, Emilio Agazzi, Luciano Della Mea, Alberto Asor Rosa, Vittorio Rieser e in seguito Bianca Beccalli, Rita Di Leo, Antonio Negri, Massimo Paci, Michele Salvati. Tra i primi collaboratori, Vittorio Foa, Sergio Garavini, Emilio Pugno, Umberto Coldagelli, Goffredo Fofi, Paolo Santi. Ebbe una vita lunga due anni, dal 1961 al 1963, ma nel 1964 nacque “Classe operaia”, con alcuni dei partecipanti alla prima esperienza. E qualche aggiunta, come Massimo Cacciari e Aris Accornero (allora giornalista al”l’Unità”) che firmava per “Classe operaia” con uno pseudonimo e faceva in qualche modo da ponte con la sinistra ufficiale del Pci.

Ma chi erano e che cosa volevano questi "operaisti"? Nel volume in questione (L'operaismo degli anni 60, da Quaderni rossi a Classe operaia, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milan, edizioni Derive-Approdi) c’è un lungo saggio introduttivo di Mario Tronti. Qui si spiegano le caratteristiche di quell'area politico-culturale: "Solo gli operai del 900 hanno potuto mettere all'ordine del giorno l'utopia concreta della cuoca come uomo di Stato ...Noi operaisti il problema lo vedemmo allora; nè allora nè dopo lo abbiamo risolto. Abbiamo impiegato tutto il nostro tempo intellettuale a cercare di imparare l'arte politica in grado di risolverlo. E non è finita".

Fatto sta che in quegli anni quelle riviste avevano cercato un ruolo in mezzo agli operai, analizzando le loro lotte e soprattutto sottolineando il carattere politico, inteso come avvio di un processo rivoluzionario e non riformista, di un movimento che preludeva al grande scossone dell'autunno caldo. Scrive ancora Tronti: "Non ho francamente mai pensato che potessimo organizzare noi gli operai per scagliarli, duri e puri, contro il capitale. In mezzo c'era un passaggio che non si poteva saltare, anche se essere operaisti allora e dopo, ha sempre simbolicamente significato sostenere che si trattava di saltare questo passaggio". E ancora: “La mia idea era la costruzione di un gruppo dirigente, un modello di ceto politico alternativo a quello del movimento operaio cosiddetto ufficiale". Erano partiti con la parola magica di "controllo operaio" coniata da Panzeri, ma poi era nato il dissenso con Panzieri. Da qui la nascita di “Classe operaia”. Agli operaisti non interessavano tanto le indagini sulla condizione operaia care ad esempio a Vittorio Rieser. “Ci muoveva non la rivolta etica per lo sfruttamento che gli operai subivano, ma l'ammirazione politica per le pratiche d’insubordinazione che si inventavano... Fu la nostra vera università: ci laureammo in lotta di classe”. Sono approdi che fanno molto discutere così come fanno discutere gli interventi su "Classe operaia". Qui appare una concezione strumentale del sindacato, concepito come un soggetto secondario rispetto al Partito. E criticato magari perché preferisce le lotte articolate invece dello sciopero generale, perché valorizza le qualifiche invece degli aumenti eguali per tutti. Sono posizioni che trovano un contrasto in uomini come Bruno Trentin, accanito contestatore delle idee dei teorici dell’”autonomia del politico”. Ma il bersaglio principale degli “operaisti” è il Pci, accusato di non saper dare una direzione politica alle lotte. Scrive Tronti: "Il Pci non assolse allora alla sua naturale funzione, quella di tradurre in grande politica le grandi lotte operaie dei primi anni 60 ... Era più disponibile ad ascoltare il ‘68 degli studenti che il ‘69 degli operai".

Un’esperienza, quella degli operaisti, finita in una sconfitta. E’ vero però che le loro idee influenzarono la nascita di movimenti come Lotta Continua e Potere Operaio. Non riuscirono però a far deviare il corso delle lotte operaie che contrassegnarono il 1969 e gli anni seguenti, prima di precipitare sotto i colpi dell'ingresso furente di altri teorici, gli uomini della lotta armata. Oggi Tronti annota: "Alla rude razza pagana (gli operai, ndr) è mancato lo 'spirito che soffia dove vuole' ma che non ha voluto soffiare da quella parte. Il punto d vista operaio non ha prodotto troppa ideologia, ha prodotto troppo poca fede…La lotta operaia ha fatto storia ma non ha creato mito". E però non demorde e scrive: "Rimane tuttora insoluto il problema se la classe operaia fosse essa, o potesse diventare, quel soggetto rivoluzionario moderno in grado di confrontarsi alla pari con la soluzione capitalistica della questione sociale, per combatterla prima ancora che abbatterla". E così ammette: "Il tentativo di abbattimento è risultato prematuro" anche se "l'ultimo capitalismo si presenta con lo stesso segno dell'ultimo socialismo: è irriformabile".

Un viaggio ricco di stimoli che percorre anni lontani. E vien da ripensare al mondo curioso d’intellettuali che spesso andavano davanti alle fabbriche a distribuire volantini e questionari, per scoprire una realtà prima che esplodesse. E viene da paragonare tale esperienza a quanto succede adesso. Con i piazzali davanti ai cancelli delle fabbriche rimaste, o delle cattedrali dei call center, dove si affollano solo occasionali venditori ambulanti.