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L'Egitto in
rivolta al centro di un ampio marasma sociale
Fin dall'immediato secondo dopoguerra la nostra
corrente ha tenuto d'occhio gli avvenimenti riguardanti il
Mediterraneo, i suoi paesi rivieraschi e in fin dei conti l'Europa e
il Medio Oriente, che dal punto di vista geopolitico insistono su
questo mare.
Così come tutti gli
schemi geopolitici antichi e recenti anche i governi e gli stati
maggiori dei più importanti paesi imperialistici ritengono cruciale
quest'area complessiva. Qui la
concentrazione di capitale per Kmq abitato, che va dalle vecchie
metropoli industrial-finanziarie ai nuovi pozzi di petrolio, è la
più alta del mondo, e ciò ha a che fare direttamente con il
maturare delle condizioni rivoluzionarie. La presenza stabile
della Sesta Flotta americana lo testimonia.
Le mappe "nazionali" del Nordafrica e
del vicino Oriente sono state talmente sconvolte dal pesante
intervento coloniale, e la presenza
degli ex colonialisti è così persistente (petrolio o meno), che
ogni turbamento dello statu quo ha, dal dopoguerra in poi,
notevoli effetti globali (Il terremotato Medio Oriente). Non
si tratta solo degli intrecci di interessi fra paesi imperialisti
alleati, concorrenti o decisamente nemici, bensì dei riflessi
locali di un assetto globale del mondo capitalistico. Non si
spiegherebbe altrimenti l'oggettiva concentrazione delle rivolte
sociali nei punti di maggiore
accumulazione, cioè oltre che
nell'area in questione, anche in Cina. Riteniamo che le stesse
rivolte urbane scoppiate in Francia fossero i prodromi di
queste successive, perché la base da cui scaturiscono moti sociali
differenziati è unitaria (Banlieue è il mondo). Gli Stati
Uniti, pur essendo un potente polo di accumulazione, rappresentano
un'eccezione, ma solo perché la loro posizione dominante permette
un drenaggio di risorse dal resto del mondo. Se l'andamento globale
dovesse rimanere quello che abbiamo sotto agli occhi, anche negli
Stati Uniti dovranno scoppiare rivolte sociali.
Osserviamo una mappa della situazione sociale di
questo inizio 2011:

In rosso i paesi in cui sono scoppiate rivolte
urbane contro i regimi polizieschi, parassitari e corrotti; in rosa
i paesi in cui i regimi esistenti hanno promesso in via preventiva,
per paura, riforme economiche e sociali; in viola i paesi europei in
cui sono scoppiate recenti rivolte contro la mancanza di
prospettiva, specie giovanile.
Una tale concentrazione
di situazioni in cui è possibile individuare un'invarianza sociale
ridicolizza di per sé la tendenza dei media a considerare ogni
episodio come se fosse a sé stante, anche se ovviamente viene fatto
il collegamento fra paesi che hanno una situazione interna
"analoga", caratterizzata da mancanza di democrazia,
inefficienza, corruzione, ecc. Quella che stiamo analizzando è
un'onda sismica la cui energia sotterranea è uguale per tutti i
differenti fenomeni di superficie, dove qua crolla un muro, là si
apre una voragine e altrove cade una frana.
Entro questo panorama, l'Egitto ha potenzialità
sufficienti per sconvolgere da solo gli assetti interimperialistici
attuali e influire in modo decisivo su quella che per adesso è
un'evidente mancanza di sbocchi della grande rivolta. È un paese
con circa 85 milioni di abitanti (alcuni ipotizzano 100), che vivono
concentratissimi in una stretta fascia di terra abitabile circondata
dal deserto. Si tratta di 40.000 chilometri quadrati sul milione
complessivo, quindi la densità demografica reale è di 2.000
abitanti per chilometro quadrato, sei volte quella più alta
d'Europa (Olanda). La capitale, Il Cairo, ha 15 milioni di abitanti
(secondo altri dati 20). Il 40% della popolazione vive con meno di
due dollari al giorno. Ma già nei primi decenni dell'800 c'era un
notevole proletariato d'industria che oggi conta 7 milioni di
lavoratori. I quali, pur rappresentando solo il 18% degli occupati,
producono il 37% del Prodotto Interno Lordo. Alla vigilia della
prima grande manifestazione di piazza Tahrir era stato proclamato lo
sciopero generale a oltranza, cosa che può venire in mente soltanto
se nella folla indistinta il proletariato rappresenta una forza
decisiva. Lo stillicidio di lotte industriali che s'è manifestato
in parallelo alle grandi manifestazioni dimostra la mancata
saldatura, ma anche il movimento comune, passibile di essere
indirizzato dalla classe più forte.
Bastano i pochi dati riportati
per descrivere, all'interno della pax americana, la
potenzialità destabilizzatrice di questo paese, imperniata
sull'apporto di classe che il proletariato ha saputo dare in un
passato anche recente, ad esempio nel 1977 e nel 2008, quando
scoppiarono rivolte analoghe a quella di oggi, allora sostenute
chiaramente da scioperi nelle fabbriche. Che ne sia cosciente o no,
il proletariato egiziano è in grado di far saltare l'intero
equilibrio del Mediterraneo e del Medio Oriente. L'Egitto è infatti
uno dei cardini su cui gravita la politica di stabilizzazione
imperialistica, come sta dicendo giustamente il governo di Israele
(che sosteneva Mubarak come garante di tale equilibrio). Si capisce
bene, quindi, come vi sia stata una globale convergenza di interessi
nel suggerire transizioni morbide, affinché il proletariato,
rimasto per ora poco attivo, non si muovesse con la sua forza
dirompente.
Se partiamo dal punto di vista della rivoluzione,
cioè del movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, al
di sopra di ciò che dicono i protagonisti di sé stessi e di ciò
che vivono al momento, è chiaramente individuabile un movimento
generale che cerca faticosamente i punti deboli del sistema globale
per far leva e scardinare l'ordine sociale. La cartina lo evidenzia,
ma anche singoli borghesi lo stanno avvertendo, come l'avverte
l'esercito, che durante i 18 giorni di rivolta ha evitato di fare
mosse false che sarebbero state fatali per quel che restava del
regime.
In mancanza di una corrente rivoluzionaria in
grado di orientare l'energia sociale, questa finisce
dissipata. Perciò il sistema in subbuglio è meglio descrivibile
con un'analogia di fisica termodinamica che con una di politica
sovvertitrice. Di qui l'esito più probabile, quello delle riforme
che garantiranno l'ulteriore sopravvivenza del sistema, un
rinnovamento del termostato che lo stabilizza. Finché esploderà di
nuovo. Infatti, la crescita economica, accompagnata dal crescente
divario fra salari, redditi vari e profitti, non può avere basi
stabili di sviluppo, specie se si pensa che l'andamento demografico
ha un impatto devastante su un territorio abitabile così limitato.
Sarebbe tuttavia errato immaginare che questi limiti fisici siano
prerogativa del solo Egitto: tutto il mondo capitalistico ne soffre,
anche se non ha a che fare con l'assedio di sterili deserti,
crescita demografica e satrapie particolarmente avide. Il fenomeno
ha una sola origine: difetto di accumulazione, vale a dire
sovrapproduzione, caduta tendenziale del saggio di profitto, dominio
del lavoro morto (macchine, impianti, capitale finanziario) sul
lavoro vivo (forza lavoro in atto).
Le difese della borghesia
Carri armati, fucilate, arresti in massa e
torture sono buoni deterrenti tradizionali di cui l'Egitto faceva
sfoggio anche prima della rivolta, ma non sono le uniche armi di
difesa della borghesia in genere. Spionaggio, intercettazioni e
disinformazione sono strumenti complementari. Prima dei moti in
Egitto, si dibatteva, specie su Internet, se potesse funzionare una
censura totale sulla Rete. Alcuni sostenevano che sarebbe stato
sufficiente staccare la spina. Noi eravamo piuttosto scettici per
via del fatto che la totalità delle transizioni industriali e
finanziarie avviene per via telematica, telefono, cellulare,
Internet. Quindi anche l'amministrazione e una gran quantità di
altri servizi verrebbero bloccati da un black out totale.
Ovviamente occorre far la tara dell'alone mistico che pervade la
rete quando si parla di democrazia diretta, partecipazione attiva
per la libertà e la giustizia, tutte categorie senza significato
empirico. È vero che i simpatici hackers ne sanno una più
del diavolo, ma i governi, dopo ogni attacco, ne sanno una più di
loro. Anche perché non bisogna dimenticare che i migliori hackers
lavorano in proprio nella prospettiva di andare a lavorare per la
"sicurezza" di governi, banche, industrie, ecc. Ogni arma
può essere puntata in direzioni opposte. Internet è uno strumento
che anticipa caratteri della società futura, ma nello stesso tempo,
proprio per questo, diventa essenziale terreno di guerra
antiproletaria per ogni borghesia.
Comunque sia, l'Egitto ha dimostrato che il
blocco telematico totale è possibile. Per la prima volta al mondo
in un paese importante sono state spente le strutture nazionali di
Internet, della telefonia fissa e di quella mobile. Per
soprammercato sono stati bloccati anche i treni e gli autobus. Un
auto-sciopero-generale pazzesco. Infatti è successo anche ciò che
ipotizzavamo: l'intera economia è risultata congelata. Qualcuno ha
fatto i conti in tasca al nuovo governo gestito dai militari:
calcolando anche i tempi futuri di recupero, sarebbe andato in fumo
almeno il 10% del PIL. Il terrore della borghesia egiziana per la
rivolta ha prodotto un magnifico risultato con effetti pratici
niente male dal punto di vista degli insegnamenti per i rivoltosi:
senza la realizzazione di reti alternative come quelle dei militari
non sarà mai possibile congelare le comunicazioni per diversi
giorni senza devastare l'economia. Ci vuol poco a immaginare
l'effetto amplificato di uno sciopero generale proletario indetto
contemporaneamente al blocco governativo delle comunicazioni.
Sarebbe un disastro. Perciò gli occhi delle borghesie del mondo
sono certamente puntati su questo esperimento. Anche ad ogni
rivoluzionario interessa assai. Sembra comunque che gli egiziani
siano riusciti a comunicare lo stesso, tanto che nei diciotto giorni
di mobilitazione, la partecipazione alle manifestazioni è andata in
crescendo.
Chi c'è dietro ai rivoltosi egiziani?
Il Mossad, cioè il servizio segreto israeliano,
esprime la propria preoccupazione per l'attività americana in
sostegno dei rivoltosi. Israele si fidava più di Mubarak che degli
americani per quanto riguarda la stabilità al suo confine
meridionale. Sembra che giovani rappresentanti del movimento di
protesta egiziano siano stati
contattati dalla CIA già un paio di anni fa. Almeno uno sarebbe
stato scoperto dai servizi egiziani e arrestato. Se così fosse,
l'intera storia della mobilitazione contro la tirannia e la fame
sarebbe una favola. La rivolta avrebbe dei burattinai occulti che
tirano i fili delle masse popolari. Sarebbe anche pronto un leader
da tirar fuori al momento opportuno.
Crediamo che le "rivelazioni" del
Mossad possano essere veritiere. Se fossimo nei panni degli
americani faremmo esattamente così. Niente funziona meglio, per
rivitalizzare una stabilità compromessa, del gattopardesco
"cambiare tutto affinché nulla cambi". I successori di
Mubarak starebbero dunque aspettando il momento favorevole per
presentarsi al popolo come la soluzione dei problemi. E naturalmente
i dollari aiutano. Persino la Fratellanza Musulmana ha aderito al
programma di transizione pacifica, e al momento nessun leader
carismatico è stato espresso dalla massa in rivolta.
A parte qualche venatura romanzesca, la cosa non
ci stupisce neanche un po'. L'operazione di Lenin e Parvus, che
misero in moto tutte le loro energie per ottenere il famoso treno
blindato, fu sostenuta caldamente dal ministro degli esteri tedesco
tramite il generale Ludendorff. Ora, la Germania era nemica della
Russia e Lenin fu accusato di intelligenza col nemico in tempo di
guerra (un capo d'accusa da fucilazione). Ma lo scopo dei tedeschi
era di chiudere un lunghissimo fronte per cercare di vincere la
guerra sugli altri fronti, mentre quello dei bolscevichi era di
prendere in mano le sorti della rivoluzione per vincere tutte
le borghesie. In Egitto non c'è stata alcuna rivoluzione, è ovvio.
Ma se ci fosse stata e l'elemento decisivo fosse stato un treno
blindato americano, un Lenin egiziano non l'avrebbe perso di sicuro.
Stando le cose come stanno, il treno l'hanno preparato solo gli
americani e il "popolo" si farà trasportare sui binari
prefissati.
Tutto quadra, e il discorso vale anche per tutti
i paesi al momento raffigurati sulla
cartina che abbiamo presentato, specie per l'Iran la cui popolazione
urbana sta scendendo in piazza in ripetuti tentativi di rivolta. Ciò
non toglie nulla al significato profondo dell'ondata di sollevazioni
che sta scuotendo il mondo da qualche anno a questa parte. In
Algeria e Tunisia esse continuano, le agenzie annunciano altri
morti, feriti, arrestati. Sommosse sono ancora segnalate in
Mauritania, in Yemen, nel Bahrein, in Sudan, in Libia. Non esistono
misteriosi infiltrati di potenti servizi imperialistici che possano
"creare" e scatenare tutto ciò. Le rivoluzioni marciano
da sé e hanno sempre utilizzato chi credeva di utilizzarle.
Effetti collaterali
Non c'erano cartelli "politici" nelle
piazze d'Egitto gremite di "popolo" e l'Islam era solo in
sottofondo. Le richieste erano elementari: pane, latte, zucchero,
trasporti, ma soprattutto: via il dittatore corrotto. Non c'erano
gli onnipresenti appelli a favore della Palestina, marchio obbligato
di ogni protesta araba. Senza proclami altisonanti, le rivolte in
Medio Oriente e in Nordafrica stanno sconvolgendo quella parte del
pianeta. Dietro le quinte, non sono solo attivi gli americani, anche
i combattenti palestinesi si mobilitano tentando
di alleggerire la pressione sui loro traffici vitali. Hamas ha
inviato alcuni suoi gruppi armati nel Sinai settentrionale per
saggiare la consistenza del pattugliamento militare egiziano di
confine. Tribù beduine alleate dei palestinesi hanno attaccato
delle località di frontiera saccheggiando i negozi egiziani armi
alla mano e scontrandosi con reparti del Cairo. Scontri fra soldati
egiziani e gruppi armati di Hamas sono avvenuti anche nel Sinai
meridionale, presso El Arish e Rafah. Può darsi che Hamas tenti di
approfittare della situazione per riprendere il controllo del
confine tra Gaza e l'Egitto, dove il traffico un tempo intensissimo
di merci consentite e illegali era ormai contrastato troppo
efficacemente da Egitto e Israele. E secondo Gerusalemme anche la
Fratellanza Musulmana sarebbe molto attiva nella ripresa dei
collegamenti nella zona, a cominciare da un rinsaldato rapporto con
Damasco. Persino i saccheggi ai musei e ai siti archeologici
mostrano quanto possa precipitare la situazione e perciò quanto sia
precario l'equilibrio pluridecennale basato su sostegni, accordi e
alleanze scaturiti per le esclusive esigenze dei paesi imperialisti
e dei loro servizievoli clienti in zona.
E' naturale, ad esempio, che l'equilibrio
garantito dal trattato del 1979 fra Egitto e Israele sia perlomeno
in discussione. Nel punto più sensibile del dispiegamento sul
terreno, il confine con Gaza, la Forza Multinazionale degli
Osservatori (in gran parte americani e canadesi) è in allerta rossa
e quindi in procinto di essere evacuata. Può darsi persino che
Washington utilizzi questo momento di passaggio per far pressione su
Israele dopo il suo atteggiamento negativo sul problema degli
insediamenti. Per rintuzzare i piccoli attacchi di Hamas contro le
proprie truppe, l'esercito egiziano, senza avvisare Israele, ha
attraversato il canale con un numero sproporzionato di carri armati,
violando il Trattato che dal 1979 prevedeva un Sinai smilitarizzato.
Sul fronte interno, gli "effetti
collaterali" della rivolta hanno prodotto un affinamento
organizzativo di alcuni nodi della rete logistica o perlomeno
informativa. La "Rete 6 aprile", considerata un network
giovanile senza troppo peso politico, ha contribuito massicciamente
alla logistica delle manifestazioni. Ma la cosa più interessante è
che la data del "6 aprile" da cui prende il nome tale
movimento è quella di un durissimo sciopero generale partito due
anni fa dalle fabbriche tessili, metallurgiche e cementiere, le
stesse che diedero fuoco alle polveri nel 1977. E nelle stesse città,
specie Mahalla, ma anche Heluan, dove è concentrata l'industria
dell'acciaio. Mahalla è una città industriale con mezzo milione di
abitanti. Heluan è un ex sobborgo del Cairo diventato municipalità.
Ha 700.000 abitanti in gran parte proletari. Sono città-paradigma
dell'Egitto: capitalismo industrial-finanziario che vive come un
vampiro sul proletariato. È interessante notare il fatto che,
nonostante tutto, il divario egiziano tra i redditi (indice di Gini)
è uguale a quello dell'Inghilterra e della Svizzera. Ciò significa
che un forte proletariato, pur con salari bassi, alza la media dei
redditi e attenua l'effetto estremo che invece è ben presente in
quei paesi dove ci sono moltitudini di miserabili che muoiono di
fame e minoranze ultra ristrette di parassiti ricchissimi (spesso
solo in confronto alla miseria estesa). Una razionalizzazione
sociale potrebbe elevare questo potenziale, cioè portare a una
proletarizzazione di parte della massa sottoproletaria (nei paesi a
capitalismo avanzato ormai succede il contrario).
Interessante anche un altro fatto: nei primi
video apparivano folle eterogenee, con donne che
emettevano il tradizionale grido di battaglia modulato dalla
lingua e bambini (in genere sulle spalle del padre con bandiera o
ritratto di Mubarak "annullato"). Nei filmati delle
manifestazioni centrali, con duri scontri anche con i sostenitori
del regime, non comparivano che uomini. Nelle oceaniche
manifestazioni finali donne e bambini erano presenti di nuovo in
gran numero. Nelle foto si vedevano anche (riconoscibili dalla loro
"divisa", una tonaca bruna) gruppi di mullah di Al-Azhar,
la millenaria università-moschea da cui irradia l'ortodossia
islamica. Il che potrebbe significare una sovrapposizione
dell'ortodossia musulmana all'integralismo della Fratellanza con
scopi ammortizzatori, ma potrebbe nel contempo significare che
l'Islam ufficiale toglie il suo appoggio ai regimi dissipativi che
affamano la popolazione.
Per quanto riguarda l'esito futuro, anche se le
manifestazioni e gli scioperi sono tuttora in corso, esso è
conosciuto: in Iran nel 1979 le masse urbane si sfiancarono in una
manifestazione continua ma, senza guida, furono brutalmente
represse. La piccola borghesia democratica non poté approfittare
dell'abbattimento dello Scià per insipienza totale. Vinse il
pretume nero che era l'unica forza già organizzata. Appoggiandosi
bonapartisticamente alla massa contadina ebbe il suo 18 Brumaio.
Oggi il mondo borghese trema per la paura di una
guerra civile internazionale nelle zone del mondo che si stanno
surriscaldando. L'Egitto è troppo importante per lasciare che
manifestazioni di massa condizionino i disegni imperialistici.
Certamente Washington e Gerusalemme, pur colte di sorpresa, hanno già
i piani a, b, c, insomma, tutti quelli che occorrono. L'Europa, per
quanto inesistente, ha in questo caso gli stessi interessi, come
bovinamente va ripetendo Frattini. Di qui l'unità internazionale
CONTRO gli egiziani e tutti i rivoltosi che oggi
scendono in piazza sfidando i proiettili. I giochi sembrano
fatti, ma non s'è ancora espresso il proletariato, non almeno con
l'intensità del '77 in Egitto. La borghesia alternativa dei Baradei
è troppo vile e comunque non è organizzata e tantomeno armata.
Come al solito diventa arbitro l'esercito, l'unica forza in grado di
arginare gli islamici. Il simbolo del "tiranno" è normale
che sia utilizzato per cementare le masse, anche se siamo fuori
tempo: dopo Luigi XVI ci fu il Terrore, qui l'unica speranza
popolare espressa è la democrazia
ultramistificante d'oggi, mentre l'ipotesi più probabile sono
ancora altri tiranni.
Risvolti politico-sociali
Il tempo delle semplici jacqueries è
tramontato. Quando si muovono masse di milioni di uomini in contesto
urbano moderno si presenta prepotentemente sulla scena un connotato
proletario. In Egitto è stato evidentissimo, anche se la protesta
proletaria non ha potuto influenzare l'intero movimento ed è stata
significativamente costretta a manifestarsi in azioni parallele e
distinte. Ciò è normale. Sulla nostra stampa notammo in passato
come le ultime rivoluzioni nazionali borghesi (Congo, Algeria,
Angola, Mozambico), nonostante i dati economici e demografici
fossero allora da "questione agraria", avessero carattere
urbano e fossero improntate a metodi proletari più che contadini
(scioperi generali ecc.). Nel 1979 la rivolta contro lo Scià in
Iran ebbe un'impronta decisamente proletaria e noi producemmo con
alcuni esuli iraniani un opuscolo contro la concezione
piccolo-borghese che auspicava una rivoluzione a tappe (prima la
democrazia parlamentare poi il socialismo). Teniamo presente che in
Iran nel '79 erano riemerse memorie storiche della piccola, effimera
Repubblica Socialista Sovietica di Persia del 1920, e che molti
organismi spontanei proletari erano stati chiamati
"soviet".
Tale è dunque il contesto dei 18 giorni di
rivolta. Nella mattina del 13° giorno di agitazioni, s'era raccolta
per la seconda volta, sia al Cairo che ad Alessandria, una massa di
rivoltosi che Al-Jazeera stimava a un milione in risposta
soprattutto agli attacchi dei filogovernativi che avevano provocato
morti e feriti (domenica dei martiri), ma anche in risposta alla
contemporanea prospettiva di un "comitato di unità
nazionale" che avrebbe dovuto rappresentare l'alternativa di
governo. Nella capitale l'odiata polizia s'era defilata,
probabilmente per ordine dell'esercito, il quale non si era ancora
schierato ufficialmente con la popolazione, come avrebbe fatto nei
giorni successivi. A questo tipico vuoto di potere la piazza aveva
risposto bene. In molte città aveva incendiato i simboli dello
Stato, cioè gli uffici governativi, le sedi del partito mubarakiano
e tutte le stazioni di polizia, dalle quali erano state prelevate
almeno 20.000 armi con le relative munizioni (Limes, The
Economist). Particolare che fa sorgere qualche domanda. Ad
esempio: Suez e Port Said, città con circa mezzo milione di
abitanti ciascuna e lontane dai luoghi del potere centrale, secondo
le cronache erano state conquistate completamente dai rivoltosi, che
avevano insediato il loro quartier generale nei palazzi governativi
devastati. La polizia era stata evacuata. Per non aumentare la
tensione, come recitava la versione ufficiale, o a causa di rapporti
di forza militari? E con quali conseguenze?
Nel giorno della spallata finale, il "venerdì
della sfida", avevano manifestato 20 milioni di persone in
tutto l'Egitto mentre gli scioperi proletari raggiungevano l'apice,
rendendo ormai chiaro che, qualunque fosse l'esito delle rivolte, il
loro significato trascendeva i confini politici delle
"nazioni". Non si trattava di un semplice "effetto
domino" ma di un accumulo di tensione entro il fenomeno
generale della tettonica rivoluzionaria. L'effetto politico-sociale
di un'ondata che ha coinvolto Algeria, Tunisia, Egitto, Libia,
Giordania, Yemen, Libano, Bahrein, Sudan, Malaysia, Marocco,
Mauritania Siria, Arabia Saudita, persino Perù e forse altri paesi
meno soggetti all'osservazione da parte dei media, non è quello di
un terremoto, come hanno scritto i giornali ma quello dell'energia
che si accumula prima di un terremoto. Stanno circolando sul
Web strane teorie dietrologiche sui manovratori delle rivolte. Una
è quella "del calendario", così chiamata perché proprio
sul web sono stati proclamati "flashmob della
collera" in giorni prefissati delle settimane passate e anche
per quelle prossime (dal momento in cui scriviamo). In pratica ci si
chiede anche in questo caso: quale potenza occulta sta dietro al
calendario? Come se non ci fosse materia sociale esplosiva a
sufficienza in questo mondo.
18 febbraio 2011
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