Edoardo Sanguineti

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  • PROFILO
    Dai versi al Gruppo 63, la passione di capire
    Edoardo Sanguineti è nato a Genova nel dicembre 1930, e a Genova è morto ieri, al termine di un intervento per un aneurisma, che era parso inizialmente riuscito (per questo la procura del capoluogio ligure ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, disponendo il sequestro delle cartelle cliniche). Ma gli anni della formazione, quelli in cui ha cominciato l'opera che sarebbe diventata «Laborintus», Sanguineti li ha trascorsi a Torino, dove si è laureato (con Giovanni Getto) e dove ha iniziato a insegnare. Risale al '61 l'antologia dei «Novissimi» (dove Sanguineti pubblica i suoi versi insieme a quelli di Balestrini, Pagliarani, Porta e Giuliani), mentre due anni dopo lo scrittore sarà tra i «fondatori» del Gruppo 63, sigla che ha unito intellettuali diversi tra loro, ma uniti dal desiderio di rivisitare la modernità, ripercorrendola senza pregiudizio e con molta passione di capire. Una passione che segna la cultura di quel periodo, e che sembra poi essersi smorzata ma che in Sanguineti è rimasta viva fino all'ultimo, come testimoniano, accanto ai versi, alle traduzioni, ai saggi, due testi ibridi e, appunto, appassionati come l'«Abecedario» (DeriveApprodi) e il «Ritratto del Novecento» (Manni).
Niva Lorenzini
È scomparso Edoardo Sanguineti, politico prestato alla poesia
non dico avere pena, compassione,
pietà, cordoglio, commiserazione,
misericordia con compatimento,
con condoglianza, con rincrescimento:
non dico avere tormento, corruccio,
tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio:
ma goduria e tripudio, in buona fede,
perché solo chi muore si rivede...


L’estremo sberleffo, Edoardo. Poco può la morte contro chi la sa costringere, come in questa ottava del tuo Novissimum Testamentum, a uscire allo scoperto, esibire il proprio cerimoniale di lutto in rime baciate, sfidando il tragico sino a depotenziarlo, a consegnarlo inebetito, parodizzato, al ribaltamento irriverente.

Non so perché mi sono venuti in mente quei versi mentre cercavo conforto alla notizia, e mentre cerco ora di scrivere queste righe difficili. Non so scriverle senza il tuo aiuto. Ho conosciuto l’intellettuale di caratura rarissima, il letterato dalla cultura senza confini e insieme il politico prestato alla letteratura, come amavi definirti, tu che non tolleravi la desolazione dei tempi, la osteggiavi con ferocia, indignato contro il revisionismo ipocrita, la svendita delle ideologie.   
Ti amavano per questo, i giovani, sentendoti giovane con loro, disposto come loro a reinventare ogni volta il mondo, in odio ai conformismi. Magari era giunta sino a loro l’eco mediatica di chi ti identificava con l’enfant terrible della letteratura, e stigmatizzava le tue prese di posizione drastiche. Ma poi ti leggevano e imparavano davvero a conoscerti, e ti fermavano per strada – è successo ancora pochi giorni fa a Bologna – chiamandoti per nome, per farsi firmare da te un foglietto strappato lì per lì.
Tu eri felice di questo. Avevi attraversato il Novecento da protagonista, venendo a contatto con i più grandi artisti e intellettuali del secolo, amato da musicisti, da Luciano Berio a Stefano Scodanibbio, registi come Luca Ronconi, pittori come Enrico Baj. Ungaretti aveva sponsorizzato il tuo Laborintus presentandolo e sostenendolo per il premio Viareggio, Roland Barthes aveva steso una presentazione per te, nel catalogo Feltrinelli 1967, Enzesberger aveva collaborato alla traduzione tedesca di Purgatorio de l’Inferno. E ci sono state le tue straordinarie traduzioni per teatro, dai classici greci a Shakespeare, Brecht, Goethe, e a traduzioni stavi ancora adesso lavorando, e le tue finissime pagine di critico letterario, esperto di tutto lo sviluppo secolare della cultura, da Dante a Leopardi a Foscolo al pieno Novecento.
Non si può raccontarti così, racchiudere in parole tirate via la tua passione di vivere, che conosceva abissi di depressione e momenti di assoluta accettazione fisica, corporea, dell’esistere. L’insensatezza della felicità, ci  eravamo scritti: tu la sapevi trasmettere, al di là delle regole, fino a godere infantilmente di una torta Sacher e commuoverti – come ancora pochi giorni fa – leggendo una tua traduzione di Neruda.
Devo scriverlo che ci mancherai? In questi casi si dice che resta l’opera, e quella resterà, di sicuro. Ma mancherà l’umanità, mancherai all’umanità, dove questa ancora si annidi. Mancherà la tua straordinaria capacità di usare la parola, da lessicologo magistrale, trasformarla in gesto, in sonorità, farne vibrare la corporeità e poi spegnerla nel silenzio, nientificarla. Edoardo Sanguineti è “il più musicale, il più musicato e possibilmente anche il più musicista dei poeti”, ha scritto con felice invenzione Scodanibbio.
Ora si è fatto buio in scena, come nella tua Commedia dell’Inferno. Ma sarà ancora un travestimento. Ti aspettiamo, Edoardo, ti seguiremo, ti chiederemo lumi. -- il manifesto  

 

di Massimo Raffaeli
UN «CHIERICO ROSSO» TRA MARX E GOZZANO
EDOARDO Sanguineti
Sebbene amasse definirsi «un politico prestato alla poesia», Sanguineti, scomparso ieri a Genova a 79 anni, è stato tra i protagonisti della vita culturale del '900, con una produzione in cui si alternano versi e prose di invenzione, traduzioni e saggi. E il suo testo di esordio, «Laborintus», rimane uno snodo essenziale della letteratura italiana contemporanea
Non ho creduto in niente. Uno dei suoi versi più celebri, scritto quarant'anni fa e leggibile alla stregua di un virtuale testamento, può davvero colpire se lo si riferisce a quanto Edoardo Sanguineti rappresenta nel senso comune della nostra letteratura: cioè il poeta della Neoavanguardia, l'intellettuale materialista (anzi materialista storico e orgogliosamente comunista) nella cui costellazione si iscrivono da subito non solo i classici (né si dimentichi che Dante è la sua prima stella fissa) ma, appunto, Pound, Brecht e Artaud come Marx, Freud, Groddeck e l'amatissimo Antonio Gramsci, cui ha dedicato alcune delle sue pagine più nette. Quella aperta dichiarazione di miscredenza sembra contraddire, dunque, l'altra non meno celebre dove il poeta rivendica di essere un chierico rosso. Ma si tratta, per lui, di una contraddizione necessaria. Il dato di necessità si deve al fatto che, rigettando la nozione di engagement, egli percepisce appena ventenne qualcosa che i futuri postmodernisti, suoi nemici giurati, avrebbero invece accettato con cinismo e falsa coscienza: sua è da subito la piena consapevolezza che Mercato e Museo alla fine si traguardano e, pertanto, non è più possibile una pratica dell'absolument moderne se non nei modi dello straniamento.
La poesia di Sanguineti si origina da tale gesto primordiale di critica, da una vera e propria tabula rasa il cui residuo è un paesaggio di rovine o insomma lo specchio allegorico del qui-e-ora neocapitalista: è la Palude Putrescente del nudo valore di scambio, l'archeologia che dissimula uno sterminato catalogo di merci. Perciò il suo ostinarsi a «non credere» equivale paradossalmente alla sola certezza tangibile: la parola innocente non esiste, ma può solo riscattarsi nel gesto che la illumina per quello che in effetti essa è, una solenne mistificazione ma, insieme, la chance di una sempre possibile negazione (quella che un tempo si chiamava, nel lessico marxista, la «negazione di una negazione»).
Oggi non occorre sottoscrivere i protocolli del Gruppo 63 per riconoscere tutto il rilievo di Laborintus (56), poemetto giovanile che, senza essere il suo massimo esito poetico, rimane uno snodo essenziale del nostro Novecento, pari a uno scarto deragliante o a una permuta secca del paradigma. Fausto Curi, un grande studioso e suo compagno di via che gli ha dedicato pagine essenziali, non a caso rileva (in La poesia italiana nel Novecento, Laterza 1999) che Laborintus nella seconda metà del secolo ha una funzione simile a quella, nella prima metà, dell'Allegria ungarettiana. Dall'universo amniotico di Laborintus non è possibile comunque recedere, come fosse una pietra di paragone per i Novissimi e tutta l'area della sperimentazione ma anche una sponda polemica o un bersaglio utile agli autori di parte avversa (su tutti Pier Paolo Pasolini, che mantiene Sanguineti sempre nel suo sguardo e pubblica, ad esempio, Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar); scrive Curi, al riguardo: «Sanguineti si rende conto che la questione del rinnovamento della poesia riguarda in primo luogo il linguaggio ma, a differenza di altri, comprende che non di rinnovamento si tratta ma di crisi, e che la crisi è radicale, passa cioè per il linguaggio e in esso si manifesta, ma ha origine da una condizione che è esterna al linguaggio, e dunque esterna alla poesia». Ciò chiarisce l'impronta militante, alla lettera, di una produzione che davvero ha pochi eguali fra partiture saggistiche, prose d'invenzione, traduzioni (si pensi al Satyricon, a Baccanti di Euripide, alla Fedra di Seneca) nonché la lunga lista delle sue collaborazioni artistiche (da Enrico Baj a Luca Ronconi, da Stefano Scodanibbio a Carol Rama di cui è stata ultima testimonianza la splendida mostra genovese, a quattro mani, del 2008).
Ma ciò spiega soprattutto come da quel palinsesto giovanile e nichilista Edoardo Sanguineti abbia poi dedotto la voce che rimane sua e solo sua, la medesima che abita Postkarten ('78) e dintorni, uno dei libri certi del nostro dopoguerra, il diagramma personale di un chierico tardo marxista e inopinatamente gozzaniano alle prese con la normalità omicida del neocapitalismo, il referto lacerato e graffiato di un uomo che si trovi a navigare solo, suo malgrado, e a scontare la qualità dei tempi che gli sono dati.
Lì ci sono i suoi versi più indiziati, tuttora i più amati anche da chi sentiva di ammirarlo da lontano: «... moglie mia, figli miei: / il mio cuore è nero, peso 51 chili// ho messo la mia pelle / sopra i vostri bastoni: e già vi vedo agitarvi come vermi: adesso/ vi lascio cinque parole, e addio:// non ho creduto in niente://».


COMMENTO   |   di Niva Lorenzini
RICORDO
La musica della parola
«non dico avere pena, compassione,
pietà, cordoglio, commiserazione,
misericordia con compatimento,
con condoglianza, con rincrescimento:
non dico avere tormento, corruccio,
tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio:
ma goduria e tripudio, in buona fede,
perché solo chi muore si rivede:»
L'estremo sberleffo, Edoardo. Poco può la morte contro chi la sa costringere, come in questa ottava del tuo Novissimum Testamentum, a uscire allo scoperto, esibire il proprio cerimoniale di lutto in rime baciate, sfidando il tragico sino a depotenziarlo nell'esubero lessicale, a consegnarlo inebetito, parodizzato, al ribaltamento irriverente.
Non so perché mi sono venuti in mente quei versi mentre cercavo conforto alla notizia, e mentre cerco ora di scrivere queste righe difficili. Ho conosciuto l'intellettuale di caratura rarissima, il letterato dalla cultura senza confini e insieme il politico prestato alla letteratura, come amavi definirti, tu che non tolleravi la desolazione dei tempi, la osteggiavi con ferocia, indignato contro il revisionismo ipocrita, la svendita delle ideologie. Ti amavano per questo, i giovani, sentendoti giovane con loro, disposto come loro a reinventare ogni volta il mondo, in odio ai conformismi. Magari era giunta sino a loro l'eco mediatica di chi ti identificava con l'enfant terrible della letteratura, e stigmatizzava le tue prese di posizione drastiche. Ma poi ti leggevano e imparavano davvero a conoscerti, e ti fermavano per strada - è successo ancora pochi giorni fa a Bologna - chiamandoti per nome, per farsi firmare da te un foglietto strappato lì per lì.Tu eri felice di questo. Avevi attraversato il Novecento da protagonista, venendo a contatto con i più grandi artisti e intellettuali del secolo, amato da musicisti, da Luciano Berio a Stefano Scodanibbio, registi come Luca Ronconi, pittori come Enrico Baj. Ungaretti aveva sostenuto il tuo Laborintus al premio Viareggio, Roland Barthes aveva steso una presentazione per te, nel catalogo Feltrinelli 1967, Enzensberger aveva collaborato alla traduzione tedesca di Purgatorio de l'Inferno.
E ci sono state le tue straordinarie traduzioni per il teatro, dai classici greci a Shakespeare, Brecht, Goethe, e a traduzioni stavi ancora adesso lavorando, e le tue finissime pagine di critico letterario, esperto di tutto lo sviluppo secolare della cultura, da Dante a Leopardi al pieno Novecento. Non si può raccontarti così, racchiudere in parole tirate via la tua passione di vivere, che conosceva abissi di depressione e momenti di assoluta accettazione fisica, corporea, dell'esistere. L'insensatezza della felicità, ci eravamo scritti: tu la sapevi trasmettere, al di là delle regole, fino a godere infantilmente di una torta Sacher e commuoverti, come ancora pochi giorni fa, leggendo una tua traduzione di Neruda.
Devo scriverlo che ci mancherai? In questi casi si dice che resta l'opera, e quella resterà, di sicuro. Ma mancherà l'umanità, mancherai all'umanità, dove questa ancora si annidi. Mancherà la tua straordinaria capacità di usare la parola, da lessicologo magistrale, trasformarla in gesto, in sonorità, farne vibrare la corporeità e poi spegnerla nel silenzio, nientificarla. Edoardo Sanguineti è «il più musicale, il più musicato e possibilmente anche il più musicista dei poeti», ha scritto con felice invenzione Scodanibbio.
Ora si è fatto buio in scena, come nella tua Commedia dell'Inferno. Ma sarà ancora un travestimento. Ti aspettiamo, Edoardo, ti seguiremo, ti chiederemo lumi.


 

  di Gilda Policastro
MATERIALI
Pratiche di straniamento sotto il segno di Brecht
Continuità e discontinuità di un'opera che ha attraversato tutte le arti nella seconda metà del Novecento
Ha fatto in tempo ad assistere, lo scorso 8 maggio, alla prima, a Siracusa, della sua ultima fatica: una traduzione «a calco» dell'Ippolito di Euripide, tragedia da lui rinominata Fedra, per la centralità in essa del personaggio femminile: quasi un paradosso, per un traduttore-traditore (secondo il noto manifesto teorico del 1979), giungere a un rispetto quasi «superstizioso» del testo antico, quella superstizione da filologo deprecata proprio nell'introduzione alla Fedra, in quel caso da Seneca, nel '69.
Ma meno paradossale è questa inedita pratica (di cui sanguinetiani e classicisti attendono con pari trepidazione il testo, in uscita, purtroppo postumo, per Carocci) se si guarda all'estetica più profonda del «tradimento», ovvero la rottura della deprecata mimesi e la sollecitazione nello spettatore di una reazione cerebrale, nient'affatto immediata ma il più possibile partecipata, ovvero brechtianamente straniata (in omaggio a un mai smentito modello di scrittura teatrale e altresì poetica, se si pensa al celebre verso dell'82 «scrivere in prima persona, vivere in terza, alla Brecht», appunto).
E poi lo scorso 13 maggio, a Roma, prima della rappresentazione di Incastro, l'opera del musicista Fausto Razzi che ricombinava, secondo l'altro principio a Sanguineti carissimo della simultaneità, due suoi testi meno noti, eppure di grandissimo interesse come L'Arpa magica (rivisitazione parodica di motivi cavallereschi, in venti ottave) e Dialogo (un «monologo a due voci», anch'esso, come il primo testo, degli anni Ottanta).
Sanguineti ha in quell'occasione introdotto la messinscena con un discorso lucidissimo, teso a ribadire il proprio assenso alla libertà incondizionata del musicista di fare del testo un materiale per le proprie esigenze espressive, senza nessuno scrupolo filologico, di nuovo. Il risultato sarà magari poco fedele alle intenzioni dell'autore, ma avrà comunque a che fare con il testo, per ciò che esso ha da dire a chi lo riceve, contro ogni gerarchia o copyright autoriale e anche in un senso molto libero della proprietà delle idee e delle parole.
Quelle parole che mi ricordava passare di bocca in orecchio in senso «molecolare», come nella lezione gramsciana dei Quaderni a lui cara. Era un discorso soprattutto politico, quello di Sanguineti, e con lui se ne va, sì, l'enorme poeta-intellettuale che ha attraversato il Novecento a partire dal capo d'opera del '56, Laborintus, non lasciando scoperto nessuno dei campi dell'arte, dalla poesia al teatro alla musica alle traduzioni alla critica alla saggistica accademica, ma se ne va soprattutto, come a lui piacerebbe ripeterci, «un politico prestato alla poesia».