Non so perché mi sono venuti in mente quei versi mentre cercavo
conforto alla notizia, e mentre cerco ora di scrivere queste righe
difficili. Non so scriverle senza il tuo aiuto. Ho conosciuto
l’intellettuale di caratura rarissima, il letterato dalla cultura
senza confini e insieme il politico prestato alla letteratura, come
amavi definirti, tu che non tolleravi la desolazione dei tempi, la
osteggiavi con ferocia, indignato contro il revisionismo ipocrita, la
svendita delle ideologie.
Ti amavano per questo, i giovani, sentendoti giovane con loro,
disposto come loro a reinventare ogni volta il mondo, in odio ai
conformismi. Magari era giunta sino a loro l’eco mediatica di chi ti
identificava con l’
enfant terrible della letteratura, e
stigmatizzava le tue prese di posizione drastiche. Ma poi ti leggevano
e imparavano davvero a conoscerti, e ti fermavano per strada – è
successo ancora pochi giorni fa a Bologna – chiamandoti per nome,
per farsi firmare da te un foglietto strappato lì per lì.
Tu eri felice di questo. Avevi attraversato il Novecento da
protagonista, venendo a contatto con i più grandi artisti e
intellettuali del secolo, amato da musicisti, da Luciano Berio a
Stefano Scodanibbio, registi come Luca Ronconi, pittori come Enrico
Baj. Ungaretti aveva sponsorizzato il tuo
Laborintus
presentandolo e sostenendolo per il premio Viareggio, Roland Barthes
aveva steso una presentazione per te, nel catalogo Feltrinelli 1967,
Enzesberger aveva collaborato alla traduzione tedesca di
Purgatorio
de l’Inferno. E ci sono state le tue straordinarie traduzioni
per teatro, dai classici greci a Shakespeare, Brecht, Goethe, e a
traduzioni stavi ancora adesso lavorando, e le tue finissime pagine di
critico letterario, esperto di tutto lo sviluppo secolare della
cultura, da Dante a Leopardi a Foscolo al pieno Novecento.
Non si può raccontarti così, racchiudere in parole tirate via la tua
passione di vivere, che conosceva abissi di depressione e momenti di
assoluta accettazione fisica, corporea, dell’esistere.
L’insensatezza della felicità, ci eravamo scritti: tu la
sapevi trasmettere, al di là delle regole, fino a godere
infantilmente di una torta Sacher e commuoverti – come ancora pochi
giorni fa – leggendo una tua traduzione di Neruda.
Devo scriverlo che ci mancherai? In questi casi si dice che resta
l’opera, e quella resterà, di sicuro. Ma mancherà l’umanità,
mancherai all’umanità, dove questa ancora si annidi. Mancherà la
tua straordinaria capacità di usare la parola, da lessicologo
magistrale, trasformarla in gesto, in sonorità, farne vibrare la
corporeità e poi spegnerla nel silenzio, nientificarla. Edoardo
Sanguineti è “il più musicale, il più musicato e possibilmente
anche il più musicista dei poeti”, ha scritto con felice invenzione
Scodanibbio.
Ora si è fatto buio in scena, come nella tua
Commedia
dell’Inferno. Ma sarà ancora un travestimento. Ti aspettiamo,
Edoardo, ti seguiremo, ti chiederemo lumi. -- il manifesto
di Massimo Raffaeli
UN «CHIERICO ROSSO» TRA MARX E GOZZANO
EDOARDO Sanguineti
Sebbene amasse definirsi «un politico prestato
alla poesia», Sanguineti, scomparso ieri a Genova a 79 anni, è stato
tra i protagonisti della vita culturale del '900, con una produzione
in cui si alternano versi e prose di invenzione, traduzioni e saggi. E
il suo testo di esordio, «Laborintus», rimane uno snodo essenziale
della letteratura italiana contemporanea
Non ho creduto in niente. Uno dei suoi versi più celebri, scritto
quarant'anni fa e leggibile alla stregua di un virtuale testamento, può
davvero colpire se lo si riferisce a quanto Edoardo Sanguineti
rappresenta nel senso comune della nostra letteratura: cioè il poeta
della Neoavanguardia, l'intellettuale materialista (anzi materialista
storico e orgogliosamente comunista) nella cui costellazione si
iscrivono da subito non solo i classici (né si dimentichi che Dante
è la sua prima stella fissa) ma, appunto, Pound, Brecht e Artaud come
Marx, Freud, Groddeck e l'amatissimo Antonio Gramsci, cui ha dedicato
alcune delle sue pagine più nette. Quella aperta dichiarazione di
miscredenza sembra contraddire, dunque, l'altra non meno celebre dove
il poeta rivendica di essere un chierico rosso. Ma si tratta, per lui,
di una contraddizione necessaria. Il dato di necessità si deve al
fatto che, rigettando la nozione di engagement, egli percepisce appena
ventenne qualcosa che i futuri postmodernisti, suoi nemici giurati,
avrebbero invece accettato con cinismo e falsa coscienza: sua è da
subito la piena consapevolezza che Mercato e Museo alla fine si
traguardano e, pertanto, non è più possibile una pratica dell'absolument
moderne se non nei modi dello straniamento.
La poesia di Sanguineti si origina da tale gesto primordiale di
critica, da una vera e propria tabula rasa il cui residuo è un
paesaggio di rovine o insomma lo specchio allegorico del qui-e-ora
neocapitalista: è la Palude Putrescente del nudo valore di scambio,
l'archeologia che dissimula uno sterminato catalogo di merci. Perciò
il suo ostinarsi a «non credere» equivale paradossalmente alla sola
certezza tangibile: la parola innocente non esiste, ma può solo
riscattarsi nel gesto che la illumina per quello che in effetti essa
è, una solenne mistificazione ma, insieme, la chance di una sempre
possibile negazione (quella che un tempo si chiamava, nel lessico
marxista, la «negazione di una negazione»).
Oggi non occorre sottoscrivere i protocolli del Gruppo 63 per
riconoscere tutto il rilievo di Laborintus (56), poemetto giovanile
che, senza essere il suo massimo esito poetico, rimane uno snodo
essenziale del nostro Novecento, pari a uno scarto deragliante o a una
permuta secca del paradigma. Fausto Curi, un grande studioso e suo
compagno di via che gli ha dedicato pagine essenziali, non a caso
rileva (in La poesia italiana nel Novecento, Laterza 1999) che
Laborintus nella seconda metà del secolo ha una funzione simile a
quella, nella prima metà, dell'Allegria ungarettiana. Dall'universo
amniotico di Laborintus non è possibile comunque recedere, come fosse
una pietra di paragone per i Novissimi e tutta l'area della
sperimentazione ma anche una sponda polemica o un bersaglio utile agli
autori di parte avversa (su tutti Pier Paolo Pasolini, che mantiene
Sanguineti sempre nel suo sguardo e pubblica, ad esempio, Poesia in
forma di rosa e Trasumanar e organizzar); scrive Curi, al riguardo: «Sanguineti
si rende conto che la questione del rinnovamento della poesia riguarda
in primo luogo il linguaggio ma, a differenza di altri, comprende che
non di rinnovamento si tratta ma di crisi, e che la crisi è radicale,
passa cioè per il linguaggio e in esso si manifesta, ma ha origine da
una condizione che è esterna al linguaggio, e dunque esterna alla
poesia». Ciò chiarisce l'impronta militante, alla lettera, di una
produzione che davvero ha pochi eguali fra partiture saggistiche,
prose d'invenzione, traduzioni (si pensi al Satyricon, a Baccanti di
Euripide, alla Fedra di Seneca) nonché la lunga lista delle sue
collaborazioni artistiche (da Enrico Baj a Luca Ronconi, da Stefano
Scodanibbio a Carol Rama di cui è stata ultima testimonianza la
splendida mostra genovese, a quattro mani, del 2008).
Ma ciò spiega soprattutto come da quel palinsesto giovanile e
nichilista Edoardo Sanguineti abbia poi dedotto la voce che rimane sua
e solo sua, la medesima che abita Postkarten ('78) e dintorni, uno dei
libri certi del nostro dopoguerra, il diagramma personale di un
chierico tardo marxista e inopinatamente gozzaniano alle prese con la
normalità omicida del neocapitalismo, il referto lacerato e graffiato
di un uomo che si trovi a navigare solo, suo malgrado, e a scontare la
qualità dei tempi che gli sono dati.
Lì ci sono i suoi versi più indiziati, tuttora i più amati anche da
chi sentiva di ammirarlo da lontano: «... moglie mia, figli miei: /
il mio cuore è nero, peso 51 chili// ho messo la mia pelle / sopra i
vostri bastoni: e già vi vedo agitarvi come vermi: adesso/ vi lascio
cinque parole, e addio:// non ho creduto in niente://».
COMMENTO | di
Niva Lorenzini
RICORDO
La musica della parola
«non dico avere pena, compassione,
pietà, cordoglio, commiserazione,
misericordia con compatimento,
con condoglianza, con rincrescimento:
non dico avere tormento, corruccio,
tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio:
ma goduria e tripudio, in buona fede,
perché solo chi muore si rivede:»
L'estremo sberleffo, Edoardo. Poco può la morte contro chi la sa
costringere, come in questa ottava del tuo Novissimum Testamentum, a
uscire allo scoperto, esibire il proprio cerimoniale di lutto in rime
baciate, sfidando il tragico sino a depotenziarlo nell'esubero
lessicale, a consegnarlo inebetito, parodizzato, al ribaltamento
irriverente.
Non so perché mi sono venuti in mente quei versi mentre cercavo
conforto alla notizia, e mentre cerco ora di scrivere queste righe
difficili. Ho conosciuto l'intellettuale di caratura rarissima, il
letterato dalla cultura senza confini e insieme il politico prestato
alla letteratura, come amavi definirti, tu che non tolleravi la
desolazione dei tempi, la osteggiavi con ferocia, indignato contro il
revisionismo ipocrita, la svendita delle ideologie. Ti amavano per
questo, i giovani, sentendoti giovane con loro, disposto come loro a
reinventare ogni volta il mondo, in odio ai conformismi. Magari era
giunta sino a loro l'eco mediatica di chi ti identificava con l'enfant
terrible della letteratura, e stigmatizzava le tue prese di posizione
drastiche. Ma poi ti leggevano e imparavano davvero a conoscerti, e ti
fermavano per strada - è successo ancora pochi giorni fa a Bologna -
chiamandoti per nome, per farsi firmare da te un foglietto strappato lì
per lì.Tu eri felice di questo. Avevi attraversato il Novecento da
protagonista, venendo a contatto con i più grandi artisti e
intellettuali del secolo, amato da musicisti, da Luciano Berio a
Stefano Scodanibbio, registi come Luca Ronconi, pittori come Enrico
Baj. Ungaretti aveva sostenuto il tuo Laborintus al premio Viareggio,
Roland Barthes aveva steso una presentazione per te, nel catalogo
Feltrinelli 1967, Enzensberger aveva collaborato alla traduzione
tedesca di Purgatorio de l'Inferno.
E ci sono state le tue straordinarie traduzioni per il teatro, dai
classici greci a Shakespeare, Brecht, Goethe, e a traduzioni stavi
ancora adesso lavorando, e le tue finissime pagine di critico
letterario, esperto di tutto lo sviluppo secolare della cultura, da
Dante a Leopardi al pieno Novecento. Non si può raccontarti così,
racchiudere in parole tirate via la tua passione di vivere, che
conosceva abissi di depressione e momenti di assoluta accettazione
fisica, corporea, dell'esistere. L'insensatezza della felicità, ci
eravamo scritti: tu la sapevi trasmettere, al di là delle regole,
fino a godere infantilmente di una torta Sacher e commuoverti, come
ancora pochi giorni fa, leggendo una tua traduzione di Neruda.
Devo scriverlo che ci mancherai? In questi casi si dice che resta
l'opera, e quella resterà, di sicuro. Ma mancherà l'umanità,
mancherai all'umanità, dove questa ancora si annidi. Mancherà la tua
straordinaria capacità di usare la parola, da lessicologo magistrale,
trasformarla in gesto, in sonorità, farne vibrare la corporeità e
poi spegnerla nel silenzio, nientificarla. Edoardo Sanguineti è «il
più musicale, il più musicato e possibilmente anche il più
musicista dei poeti», ha scritto con felice invenzione Scodanibbio.
Ora si è fatto buio in scena, come nella tua Commedia dell'Inferno.
Ma sarà ancora un travestimento. Ti aspettiamo, Edoardo, ti
seguiremo, ti chiederemo lumi.
di Gilda Policastro
MATERIALI
Pratiche di straniamento sotto il segno di
Brecht
Continuità e discontinuità di un'opera che ha
attraversato tutte le arti nella seconda metà del Novecento
Ha fatto in tempo ad assistere, lo scorso 8 maggio, alla prima, a
Siracusa, della sua ultima fatica: una traduzione «a calco»
dell'Ippolito di Euripide, tragedia da lui rinominata Fedra, per la
centralità in essa del personaggio femminile: quasi un paradosso, per
un traduttore-traditore (secondo il noto manifesto teorico del 1979),
giungere a un rispetto quasi «superstizioso» del testo antico,
quella superstizione da filologo deprecata proprio nell'introduzione
alla Fedra, in quel caso da Seneca, nel '69.
Ma meno paradossale è questa inedita pratica (di cui sanguinetiani e
classicisti attendono con pari trepidazione il testo, in uscita,
purtroppo postumo, per Carocci) se si guarda all'estetica più
profonda del «tradimento», ovvero la rottura della deprecata mimesi
e la sollecitazione nello spettatore di una reazione cerebrale,
nient'affatto immediata ma il più possibile partecipata, ovvero
brechtianamente straniata (in omaggio a un mai smentito modello di
scrittura teatrale e altresì poetica, se si pensa al celebre verso
dell'82 «scrivere in prima persona, vivere in terza, alla Brecht»,
appunto).
E poi lo scorso 13 maggio, a Roma, prima della rappresentazione di
Incastro, l'opera del musicista Fausto Razzi che ricombinava, secondo
l'altro principio a Sanguineti carissimo della simultaneità, due suoi
testi meno noti, eppure di grandissimo interesse come L'Arpa magica
(rivisitazione parodica di motivi cavallereschi, in venti ottave) e
Dialogo (un «monologo a due voci», anch'esso, come il primo testo,
degli anni Ottanta).
Sanguineti ha in quell'occasione introdotto la messinscena con un
discorso lucidissimo, teso a ribadire il proprio assenso alla libertà
incondizionata del musicista di fare del testo un materiale per le
proprie esigenze espressive, senza nessuno scrupolo filologico, di
nuovo. Il risultato sarà magari poco fedele alle intenzioni
dell'autore, ma avrà comunque a che fare con il testo, per ciò che
esso ha da dire a chi lo riceve, contro ogni gerarchia o copyright
autoriale e anche in un senso molto libero della proprietà delle idee
e delle parole.
Quelle parole che mi ricordava passare di bocca in orecchio in senso
«molecolare», come nella lezione gramsciana dei Quaderni a lui cara.
Era un discorso soprattutto politico, quello di Sanguineti, e con lui
se ne va, sì, l'enorme poeta-intellettuale che ha attraversato il
Novecento a partire dal capo d'opera del '56, Laborintus, non
lasciando scoperto nessuno dei campi dell'arte, dalla poesia al teatro
alla musica alle traduzioni alla critica alla saggistica accademica,
ma se ne va soprattutto, come a lui piacerebbe ripeterci, «un
politico prestato alla poesia».