Skf, si volta pagina?

di Lucia Sorbino

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SOMMARIO: Nel 1906 il sen. Giovanni Agnelli e Roberto Incerti fondano la Riv: nel ’65 la Skf acquista i due terzi delle azioni e nel ’79 le rimanenti quote. Nel 2000 la multinazionale svedese vende lo stabilimento di Pinerolo. Pochi mesi fa cede alla Cmsp un reparto di Airasca, mentre continua la ricerca di un acquirente per la Omvp di Villar. Sono le premesse di un progressivo (e totale) disimpegno? I vertici dell’Azienda assicurano di no. Ma le preoccupazioni, di sindacalisti e dipendenti (circa 2.600 solo nel Pinerolese), rimangono

Un buon posto di lavoro, questo sì. Ma per un bel pezzo di secolo la Riv ha significato molto di più. Case, cinema, bagni pubblici, biblioteca, colonie, sport, pellegrinaggi e gite domenicali, assistenza mutualistica e integrazioni pensionistiche. Un abbraccio a 360°, capace di offrire una protezione totale: dal posto in fabbrica al tempo libero. Un abbraccio che non ammette ribellioni. Come quello delle madri-chiocce, che creano intorno ai figli una trama fitta di amore, riconoscenza e impalpabili ricatti.

Per tutti era (e per molti è ancora), Mamma Riv. E se Torino sarebbe poca cosa senza la Fiat, Pinerolo e le sue valli sarebbero ancor meno senza la "loro" gloriosa industria di cuscinetti a sfera. Quella che ha segnato profondamente la storia economica, sociale e culturale del territorio, dettandone in (buona) parte le direttrici, incidendo i cuori, plasmandone i pensieri, permeandone le scelte.

Generazioni di operai e impiegati sono passati da lì e hanno speso la vita tra i suoi torni e nelle sue fucine. Generazioni di bambini hanno atteso con trepidazione la festa natalizia: quando la fabbrica si apriva e dal suo ventre generoso uscivano pacchi dono destinati a rimpinguare le (spesso magre) risorse dei babbi natale casalinghi. Altrettanto folte le schiere di ragazzini in divisa, pronti a partire alla volta di Tirrenia o Pramartino. In migliaia di album dei ricordi, la Riv è una di famiglia.

Siamo tutti (o quasi) figli suoi. E quando si tratta di tagliare il cordone ombelicale, la forbice ci scappa di mano. Quasi dovessimo saldare un inestinguibile debito di gratitudine. Anche oggi che da 20 anni la Riv è scomparsa, assorbita da una multinazionale come la Skf. Un colosso da oltre 38.500 dipendenti, con produzioni in 22 Paesi e nessun azionista italiano.

Un colosso che guarda al mondo, per il quale Pinerolo, Villar Perosa e Airasca non sono che microscopici puntini sulla carta. Ma noi siamo qui. Ed "egoisticamente", non solo Massa e Cassino sono la nostra periferia ma perfino Göteborg. Pur sapendo bene che la stanza dei bottoni è lassù. E che quando una multinazionale "riorganizza", va giù pesante. Senza sconti per nessuno. In Polonia si è passati da 1.400 a 500 dipendenti in 4 anni, triplicando nel contempo la produttività. In Spagna le ferie tengono conto delle esigenze dei clienti e il precario sfiora l’l1%. In Bulgaria e Cina i cuscinetti "a catalogo" costano meno che in India.

Noi però siamo qui e ci chiediamo dove stia andando la Skf, quali scenari si stiano profilando per gli stabilimenti di Villar e di Airasca. Quale destino attende quei "puntini" che ci stanno tanto a cuore.

Ce lo chiediamo e l’abbiamo chiesto ai vertici della transnazionale svedese, senza velleità donchisciottesche di fermare la globalizzazione: mulino a vento con solide basi e luminoso futuro. Senza pretendere che qualcuno del grande Nord possa guardare con occhio di riguardo alla dedizione-devozione dimostrata per anni da tanti pinerolesi o all’odio-amore che da sempre li ha uniti a Mamma Riv. Ma se è impossibile contrastare la globalizzazione, subirla è un errore ancor più grande: occorre capire e discuterne i meccanismi per saperla governare e mettere a punto strategie capaci di aprire nuovi scenari.

IL PRESENTE

È finita un’era? Si sta profilando un progressivo disimpegno della Skf, almeno per quanto riguarda il Pinerolese? Se è così, cosa ne sarà di Airasca e Villar e dei loro 2.600 (circa) dipendenti? Domande certo non peregrine se si guarda alla situazione e alle scelte aziendali dell’ultimo decennio.

Nel 2000 lo stabilimento di Pinerolo, produttore di sfere, muta la ragione sociale e diviene NN Euroball Aps: una joint venture tra la statunitense NN Ball & Roller Inc. (che detiene il 54% delle azioni), la tedesca Fag e la Skf (che si dividono a metà il restante 46%).

Villar Perosa. Attualmente i reparti di fucinatura, torneria e trattamenti termici fanno parte della Omvp (Officine meccaniche Villar Perosa): in vendita da tre anni, è diretta dall’ing. Dario Bertorelli. Le boccole ferroviarie (Tbu) sono Skf (e già si mormora di un ipotetico trasferimento in Germania), così come le linee integrate (altrimenti dette rettifiche o small lots), che dipendono da Massa. Avio e Precisi: due i direttori, l’ing. Angelo Varvello all’Avio e Alfred Vogel alla Precisi. A fine 2001 i dipendenti dello stabilimento villarese erano 1.361: 510 all’Avio-Precisi, 715 all’Omvp e 136 all’Skf.

Airasca. Il 22 novembre 2001 da Goteborg arriva la notizia che la Skf ha venduto alla Cmsp di Frossasco il settore componenti di lamiera stampata (gabbie e schermi) per cuscinetti. Poco più di un centinaio i dipendenti interessati dal passaggio di proprietà, avvenuto a gennaio. Le attività continuano ad essere svolte ad Airasca ma per conto dalla Cmsp. Le forniture a Skf da parte dell’unità ceduta saranno dell’ordine di 100 milioni di corone svedesi all’anno.

Direttore dello stabilimento di Airasca (oggi anche sede centrale della Skf italiana), l’ing. Alberto Mondelli. Direttore della "Car business unit" (divisione auto sovranazionale), dott. Riccardo Dell’Anna. Circa 1.300 i dipendenti, tra Magazzino prodotti (per il quale qualcuno già ipotizza una probabile terziarizzazione), Car Automotive ed enti centrali.

Il 9 gennaio la Skf industrie e le quattro organizzazioni sindacali Fiom, Fim, Uilm e Fali hanno siglato un accordo che prevede la messa in mobilità con accompagnamento alla pensione di 284 lavoratori: metà di questi negli insediamenti di Villar e Airasca. Un riassetto della produzione e tagli del personale (sia pure "morbidi" e spalmati in un anno), resi necessari da problemi congiunturali e strutturali, aggravati dall’attentato dell’11 settembre.

IL SINDACATO: UNA SITUAZIONE INQUIETANTE

E ALCUNE SCELTE STRATEGICHE CHE OGGI SI PAGANO

 

"Nel giro di 4-5 anni non so quanto di Skf rimarrà in Val Chisone": considerazione amara, quella di Enrico Tron, sindacalista Fim-Cisl da anni in "trincea" sul fronte caldo dell’occupazione. Uccellaccio del malaugurio, potrebbe replicare qualcuno, ma sarà solo il prossimo futuro a dire la parola definitiva. "In un’ottica di riduzione dei costi, la struttura Skf oggi è sovradimensionata: ci sono figure destinate a sparire, stabilimenti che passeranno di mano, altri che verranno ridimensionati".

È preoccupato Tron. Ed è in buona (e nutrita) compagnia. Con lui gente come i rappresentanti sindacali Fim-Cisl della Omvp, Renzo Ghigo e Alberto Ghilotti, che non da oggi avanzano perplessità su alcune scelte strategiche che l’Azienda ha fatto in passato. Per non andare troppo lontano, negli ultimi 10-12 anni.

"Essenzialmente due - riassume Ghigo -: la rinuncia al prodotto finito e la vendita delle centrali idroelettriche". La prima risale a fine Anni ’80, quando l’azienda decide, tra molti contrasti anche interni, che Villar Perosa abbandoni il prodotto finito in favore dei black rings (anelli torniti). Ancora Ghigo: "Oggi lavoriamo le barre d’acciaio, in buona parte provenienti dall’azienda svedese Ovako". Ma ormai l’acciaio, lo dice la stessa Skf, non rientra più nel core business del Gruppo. Così come i componenti e i servizi interni. Insomma, un bel pezzo di Villar.

La seconda è dei primi anni ’90: le centraline idroelettiche della Val Chisone (che avevano fatto la fortuna della Riv) vengono cedute, per una cifra sui 30 miliardi, alla Energie Spa. Vendute per finanziare il piano di ristrutturazione intrapreso in quegli anni. Vendute, insieme a molti altri gioielli di famiglia (ville, colonie, grattacielo di via Mazzini a Torino), che però, a differenza delle centrali, non avevano alcun ruolo produttivo.

"Non aver più le centrali ci rende molto meno competitivi" interviene Alberto Ghilotti. Tanto più che per far girare lo stabilimento di Villar (escluso Avio), occorrono in media 10mila kw/ora al giorno di energia: per intenderci, l’intero Comune di Villar, da stime Enel, ne consuma 25mila al giorno.

Tron: "Non abbiamo mai capito perché sia stato fatto quel passo. Quegli impianti portavano utili (dai 6 agli 8 miliardi annui), con poche spese: perché la Skf se ne è sbarazzata?".

Decisioni fondamentali, che hanno inciso fortemente sul presente, contribuendo ad impoverire il decano degli stabilimenti già Riv e a renderlo debole sul mercato.

Scelte che oggi si pagano e gettano un’ombra sul presente, dipinto da Tron & C. come "inquietante". "L’abbiamo detto anche in Polonia, nel corso del vertice mondiale dell’Skf che si è tenuto a Poznan dal 7 al 10 gennaio". Lassù c’erano i sindacati metalmeccanici di mezzo mondo e tutto il management del gruppo: Sune Carlsson, Lars G. Malmer, Christer Gyberg e Bengt-Olof Hansson. Si è parlato di vendite, di terziarizzazioni (l’outsourcing) e di problemi specifici sollevati dai rappresentanti dei vari Paesi.

Quando è toccato alla delegazione italiana di Fim-Fiom-Uil (tra cui Ghigo, Ghilotti e Tron), il rospo è saltato fuori e il grido d’allarme è stato lanciato: "La Skf vuole andarsene dal nostro Paese?" Poi l’attenzione si è concentrata sugli stabilimenti più penalizzati: la divisione "Forcing & Rings" di Villar Perosa (Omvp) e quella dei Precisi. Due nodi, due destini che reputano a rischio, su cui i nostri hanno chiesto chiarimenti.

Ghigo: "Situazione difficile quella di uno stabilimento in cui convivono tre lavorazioni: due di prodotti finiti, le rettifiche e le boccole ferroviarie (che però rappresentano solo una piccolissima percentuale del fatturato, ndr), entrambe Skf, e la terza di componenti, ossia l’Omvp. Il trasferimento a Massa degli small lots riguarda ben 78 compagni di lavoro ed è evidente la preoccupazione del loro ricollocamento. Come resta il disagio dei lavoratori Omvp: stabilimento in vendita da tre anni".

Di rispondere sulla situazione della Omvp, si è incaricato personalmente il capo dei capi, Sune Carlsson: "Il presidente – fa sapere Tron – ci ha detto che non è stata presa una decisione definitiva e non essendoci 'una fila di compratori' verrà valutato entro la primavera un progetto per l’investimento in presse verticali". Una sorta di piccola ma positiva marcia indietro (cui fa cenno anche l’accordo del 9 gennaio) che lascerebbe spazio ad un prossimo rilancio dello stabilimento villarese?

Sulla Precisi, che quest’anno trasferirà in Germania il Canale 1 (una perdita di 105mila ore di lavoro, l’equivalente di 72 dipendenti: il 30% della lavorazione attuale), ha replicato seccamente Gyberg: "Malgrado gli investimenti fatti in passato non ci sono stati risultati positivi. Vi è un pessimo servizio nei confronti dei clienti, sia come tempi di consegna che come qualità del prodotto, dovuto ad "una dirigenza incapace, ai quadri e alle maestranze non volenterose". Parole durissime, quelle di Gyberg, che i delegati sindacali hanno riportato testuali in un ciclostilato fresco di stampa.

"La speranza di oggi – concludono Ghigo e Ghilotti - è che qualcuno creda nella componentistica e acquisti lo stabilimento. L’alternativa (da più parti auspicata, ndr) è che Villar resti alla Skf e che questa investa. In ogni caso, tutti dobbiamo cambiare mentalità: fare i pezzi è importantissimo ma non basta più. Bisogna farli bene. Serve più professionalità, dal manager all’operaio".