LA STAMPA
Prima Pagina
(Del 8/11/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)
Mario Deaglio
L’UOMO NERO IL ROM E IL ROMENO
All’incirca un romeno su quaranta appartiene all’etnia rom (affine
agli zingari italiani), mentre all’incirca trentacinque su quaranta
appartengono all’etnia romena che parla una lingua neolatina, affine
all’italiano. In Romania, in modo non troppo dissimile all’Italia i
rom vivono nelle periferie, mantengono una distinta identità, parlano una
lingua di origine indiana, diversa da quella nazionale, fanno registrare
un elevato tasso di microcriminalità, non sono ben visti dal resto della
popolazione. Questa realtà differenziata dovrebbe far riflettere prima di
tutto sui motivi della resistenza dei rom all’integrazione nelle società
moderne, premessa per una politica di sicurezza e tranquillità per tutte
le etnie. Un efferato delitto compiuto da un rom di cui è stata vittima
un’italiana, preceduto da un incidente stradale con terribili
conseguenze, provocato da un rom ubriaco hanno invece provocato un
pericoloso appiattimento dell’opinione pubblica. A
nche a seguito dell’impostazione di cronaca data dai mezzi di
informazione, l’opinione diffusa tra gli italiani è: a) che tutti i
romeni siano rom; b) che tutti i rom siano dei criminali, per lo meno in
potenza; c) per conseguenza che tutti i romeni siano dei criminali in
potenza e in particolare che la microcriminalità sia prevalentemente da
attribuirsi ai romeni. Questo appiattimento di una realtà complessa ha
indotto moltissimi italiani e anche molti segmenti del mondo politico,
alla conclusione che, cacciando i romeni, l’Italia ricupererebbe
tranquillità e felicità; ha determinato una rara risposta immediata del
governo con un decreto di emergenza; ha obbligato il ministro
dell’Interno all’incredibile dichiarazione che non si pensa a «espulsioni
di massa», impensabili in un civile Paese europeo, quasi che la
democrazia italiana fosse diventata la brutta copia del nazismo e
naturalmente incompatibile con la posizione italiana di Paese fondatore
del Consiglio d’Europa.
Il mondo dell’informazione dovrebbe farsi l’esame di coscienza e
domandarsi se il pericoloso sentiero di semplificazioni sul quale è
avviata l’Italia con l’emergere di un arroventato clima anti-romeno
(che ha provocato, o quanto meno fatto da sfondo a sporadici attentati
contro cittadini romeni) non derivi almeno in parte dalla presentazione
che vien fatta della cronaca e dallo scarso approfondimento di ciò che
sta dietro la cronaca per cui si sono esasperate situazioni di fatto e si
rischia di fare del «romeno» qualcosa di equivalente all’«uomo nero»
delle favole. L’attenzione estrema a fatti di cronaca che coinvolgono
negativamente i romeni si accompagna all’estrema disattenzione a ciò
che succede in Romania, sicuramente il Paese dell’Europa Orientale più
prossimo all’Italia non solo per i legami antichi della lingua ma anche
per quelli recenti dell’economia. Tra Italia e Romania si è verificata
una straordinaria integrazione, in quanto la Romania è l’unico Paese al
mondo in cui le imprese italiane, soprattutto quelle medio-piccole, hanno
trovato un humus favorevole alla crescita. È l’unico Paese nel quale è
stato possibile trapiantare il modello italiano del «distretto
industriale». Decine di voli al giorno collegano gli aeroporti di
Bucarest e Timisoara con i principali scali aerei italiani; circa
ottocentomila romeni lavorano nel loro Paese per imprese italiane, più
delle svariate centinaia di migliaia che lavorano in Italia. Una parte
della prosperità di alcune zone d’Italia dipende in maniera cruciale
dalla delocalizzazione parziale in Romania che ha consentito loro di
restare sul mercato e recuperare quella competitività di prezzo che
diventa sempre più difficile con la localizzazione in Italia. Per
conseguenza, l’Italia è divenuta il principale partner economico della
Romania. Eppure la Romania va sulle prime pagine solo in occasione di
fatti criminali, forse un italiano su mille conosce il nome del suo
presidente o del suo primo ministro, forse uno su diecimila sa qualcosa
dei suoi problemi e delle sue politiche. Gli inviati si mandano sulle
scene dei delitti e degli incidenti che fanno notizia mentre abbiamo
perduto la nostra capacità di osservazione spassionata di aspetti meno
appariscenti e solo apparentemente lontani della realtà. L’Italia
sostanzialmente si disinteressa del resto del mondo se la sua attenzione
non è richiamata da qualche fatto sensazionale; questo disinteresse è
una forma di miopia, una mancanza di curiosità che ci porta a fare errori
gravi, a perdere occasioni, a spingerci verso la strada
dell’intolleranza. mario.deaglio@unito.it
Noi romeni e il
razzismo In attesa degli «europei»
di Mihai Mircea
Butcovan
su Il Manifesto
del 06/11/2007
Le parole della tv, quelle dei
politici e della «gente comune». Considerazioni a briglia sciolta di un
«osservatore romeno» che vive in Italia. E attende i prossimi campionati
di calcio
C'è stato un delitto. E la
vittima, donna, ha nome e cognome. Italiano. L'autore del reato, uomo,
anch'egli ha nome e cognome, romeno. Se da qui si può desumere che in
qualche modo è stato offeso l'intero popolo italiano e le donne non si può
certamente ritenere che il delitto sia stato commesso dall'intero popolo
romeno o da tutti gli uomini. Questa facile equazione «romeni =
delinquenti», dove la variabile romeno non è incognita ma semplicemente
soluzione di tutti i mali, non rende onore all'intelligenza delle persone
che la praticano.
Vorrei «sprecare» una riga del già esiguo spazio editoriale assegnato
agli immigrati per esprimersi. Una riga di silenzio a commento e sgomento
di fronte a frasi scritte sui forum del terzo millennio da persone che si
ritengono dei bravi, quando non ottimi, cittadini. E questa volta chi
inneggia a «stermini, roghi, fucilazioni» non è cresciuto, per sua
fortuna, in baracche come quelle che vorrebbe bruciare, non è vissuto in
condizioni di miseria e degrado come quelle che ci mostra la televisione
in questi giorni. No, da quelle situazioni non possiamo aspettarci grandi
impianti filosofici, nemmeno programmi di politiche sociali. Ma da chi
invece è cresciuto in ambienti puliti, è andato a scuola in un paese
democratico, ha studiato, ha fatto sport e viaggiato per diletto, da chi
vota liberamente i suoi rappresentanti e può farsi eleggere come
rappresentante, non ci aspettavamo frasi razziste, disumane, che spesso
fanno da anticamera o motore ad aggressioni tanto ingiustificate e orrende
quanto l'uccisione della signora Giovanna Reggiani.
***
Un importante telegiornale si esprimeva così mentre descriveva i funerali
di Giovanna: «Nella basilica tanti rappresentanti delle istituzioni ma
anche tanta gente comune». Quale sarà la differenza tra i primi e i
secondi? I secondi, attraverso l'espressione del voto libero e
democratico, deliberano chi non debba essere più «gente comune» come
loro e diventi rappresentante delle istituzioni, quindi del popolo, della
gente comune. Oppure quel voto rinforza la condizione di quelli che poi
diventano rappresentanti?
«Il marito di Giovanna arriva con una rosa», prosegue il telegiornale
nella descrizione dei funerali. Al marito di Giovanna, gente comune, non
rimane che la parola o il silenzio che può esprimere una rosa. Ha perso
la moglie eppure trova la forza per non lasciarsi andare in frasi di odio
e si prodiga per fermare quella crescente ondata di razzismo che anche la
sua Giovanna avrebbe disapprovato. E non si fa scappare facili equazioni
del tipo «romeni = delinquenti».
I politici «sfilano davanti alla bara». Termine che fa pensare ancora a
una passerella funebre, utilizzata per esprimere un doveroso cordoglio ma
che appare una cosa già vista troppe volte per credere che sarà seguita
da impegni concreti, volti a cercare soluzioni ai problemi e non rattoppi,
più o meno virtuali. Nelle dichiarazioni che precedono la sfilata, e
anche in quelle che seguono, appaiono tardive e hanno sapore di
autoassoluzione certe esternalizzazioni della responsabilità e certe
colpevolizzazioni. Ma non si può lasciare un vuoto nel campo delle
responsabilità. Ecco allora che si offre un'alternativa alla «gente
comune», una soluzione facile-facile per i malanni di questa società: i
rom, anzi i romeni, colpevoli ormai di tutto...
***
Oggi qualcuno diceva ancora che «servono più forze di polizia». Forse
perché buona parte sono impegnate a scortare i tifosi e a difendere le
città e i treni dalla furia distruttiva di certe tifoserie? Ma
prospettare come soluzione uno stato di polizia non sarebbe risolutivo di
un bel niente. Se c'è un problema chiamato «sicurezza» tanto grave da
fare scendere in campo più forze dell'ordine, allora si predispongano le
scorte, una volta al mese, per gli anziani che vanno a ritirare la
pensione agli uffici postali. Ma le forze dell'ordine da chi difendono i
tifosi che scortano allo stadio? Dagli immigrati?
Non possono i romeni e nemmeno i rom spiegare alla gente comune il
fallimento delle politiche dell'immigrazione. Nessuno ha la soluzione in
tasca ma la domanda bisogna porla. Troppo facile puntare il dito e sparare
nel mucchio. Come se tutti i mali dell'Italia provenissero dalla Romania.
Noi, gente comune, se non vogliamo restare senza parole e doverci affidare
ai fiori e a qualche applauso, è a loro, ai rappresentanti delle
istituzioni che dobbiamo chiedere conto della gestione della cosa
pubblica.
***
Un anno fa a Milano un certo don Colmegna aveva sollecitato le istituzioni
a prendere in considerazione la questione rom con progetti di inclusione
sociale. E affermava: «Gli sgomberi privi di un conseguente piano sociale
non servono a nulla se non a spostare il problema da un'altra parte». Chi
avrebbe dovuto raccogliere quel drammatico appello? La Casa della Carità
di Milano aveva attuato un progetto di inserimento sociale basato su
convivenza, condivisione e costruzione di reciproca fiducia. Oggi i
risultati dimostrano che in due anni, con il patto di socialità e legalità
come strumento di relazione sociale e mediazione culturale, si è potuto
ridare dignità ad alcune famiglie di rom provenienti dalla Romania.
Qualcuno, durante i presidi di gennaio contro il campo di Opera, alle
porte di Milano, aveva gridato: «Don Colmegna, vattene in Romania con i
tuoi rom!». Frase ripetuta durante le manifestazioni al Parco Lambro di
Milano. Don Colmegna in Romania? La Romania ne avrebbe sicuramente da
guadagnare.
***
Mi chiedo anche perché nel resto d'Europa non c'è ancora l'allarme
romeni. O tutti i delinquenti romeni sono in Italia e le eccellenze romene
vanno altrove oppure... Qui mi pare che si parli di «fuga di cervelli»
per altrove. Non è la gente comune, quella che vive senza scorta e senza
sconti «onorevoli», a dover dare una risposta. «Non si dovrà ripetere
mai più». Stesse parole sentite durante i roghi dei campi rom di un anno
fa, stesse parole sentite in occasione del ritrovamento dei 17 morti del
Mediterraneo - già dimenticati - ultimi di una strage che non ha fine.
Forse non conosceremo mai i loro nomi.
***
Un rappresentante delle istituzioni dichiara ai microfoni il giorno dopo
il funerale: «Stanno arrivando da tutte le parti perché qui c'è
maggiore tolleranza verso l'illegalità». Si riferiva agli immigrati. «Stanno
arrivando da tutte le parti...» «...Perché qui c'è maggiore tolleranza
verso l'illegalità». Detto da uno che da oltre 20 anni è nel parlamento
italiano ha un certo significato. La sicurezza non è solo una questione
di luce nelle strade di periferia. Ma l'antirazzismo è questione di luce
nelle menti delle persone. Ora alcune persone inneggiano a roghi,
fucilazioni, sterminio, espulsioni. Si dimenticheranno in fretta anche di
noi... sappiamo che è consuetudine. Altrimenti aspetteremo con fiducia i
prossimi campionati di calcio. Gli «europei».
Bombe carta e sputi, romeni nel
mirino
di Eleonora Martini
su Il Manifesto del 06/11/2007
Una croce celtica e la scritta
«ve bucamo la testa». Poi un ordigno contro la vetrata. Nel mirino un
alimentari rumeno a Monterotondo, alle porte di Roma. E nella capitale
Forza Nuova sfida i divieti
«Ve bucamo la testa». La
minaccia, siglata con una croce celtica, era stata tracciata già la notte
precedente sul muro a fianco del negozio di «Alimentari tipici rumeni»
situato nel centro storico di Monterotondo, comune satellite a nord di
Roma. Era stata notata domenica mattina e solo poche ore dopo, la sera
alle 20.20, un ordigno rudimentale è esploso all'ingresso dell'alimentari
causando fortunatamente solo alcuni danni, molta paura, ma nessun ferito.
In frantumi la vetrata fissa del negozio, piegata la sua saracinesca.
Molta paura per gli abitanti della palazzina a due piani che sovrasta «Dmd
Transilvania», l'esercizio commerciale aperto da un anno da Diana Stetula
Mailat, una ragazza rumena di 29 anni, in Italia da 8, che non ha mai
avuto problemi né di integrazione né giudiziari. È casuale l'omonimia
con Nicolae Romulus Mailat, l'uomo accusato dell'omicidio di Giovanna
Reggiani ma che continua a dirsi innocente.
Dalle parole insomma qualcuno è passato ai fatti. E deve essere successo
tutto in pochi secondi perché a quell'ora di domenica la strada, via
Gramsci, che porta dritto in centro, non è proprio deserta. Quel qualcuno
ha lasciato cadere da un'altezza di circa un metro e mezzo all'interno
della saracinesca, che per metà è a maglie larghe, un cilindro di 3
centimetri di diametro e lungo 20 (un razzo di segnalazione marina)
riempito con polvere da sparo e una bottiglia di plastica piena di
benzina. L'intento era chiaro ma non ha avuto successo perché la
bottiglia è caduta troppo distante dal candelotto: volevano provocare un
incendio, noncuranti delle famiglie che abitano in quella palazzina.
Sul caso stanno indagando i carabinieri di Monterotondo, che sembrano
escludere al momento la pista politica. Ma la cittadina, che conta poco più
di 30 mila abitanti e che è sempre stata orientata a sinistra negli
ultimi anni, è stata teatro di alcuni episodi violenti come l'esplosione
di colpi di pistola e una molotov lanciati contro le sedi del Prc e del
Pdci nel 2005. Eppure secondo i militari dell'Arma «si tratta piuttosto
di un episodio di emulazione dovuta a tutto questo parlare di rumeni da
cacciare via», come racconta il luogotenente Carlo Giannini. I rumeni che
lavorano nella zona sono circa mille, la metà dei residenti stranieri, e
sono «ben integrati e con buoni rapporti con il resto della cittadinanza»,
assicura il sindaco Tonino Lupi (Ulivo), che «condanna fermamente
l'ignobile atto intimidatorio» al pari del «linciaggio di cittadini
rumeni ad opera di una squadraccia razzista» avvenuto venerdì sera a Tor
Bella Monaca, periferia est di Roma. Purtroppo non basta constatare che a
Monterotondo le formazioni di estrema destra non siano presenti con le
loro sedi sul territorio. La cultura razzista o xenofoba non ha bisogno di
tessere per sedimentarsi e si nutre piuttosto di tristezza che di povertà.
Anche se Forza Nuova non perde l'occasione e domenica malgrado il divieto
impostogli ha manifestato indisturbata contro gli immigrati a Ponte
Milvio. Sicuramente triste infatti era l'uomo che ieri in autobus, sempre
a Roma nella periferia est, ha insultato e sputato addosso ad una donna
per aver riconosciuto, sentendola parlare al telefono, che si trattava di
una rumena. «Vattene puttana, tornatene a casa tua», le ha urlato dando
più di una ragione alla ministra Barbara Pollastrini quando chiede di
estendere (e di applicare) la legge Mancino all'odio di genere e di
orientamento sessuale. L'episodio è stato riferito dalla comunità
Sant'Egidio e ha riguardato una collaboratrice domestica a loro vicina.
Nessuno tra i passeggeri è intervenuto in suo aiuto, solo l'autista l'ha
rassicurata dicendole di stargli vicino. E mentre ieri a leggere i titoli
di cronaca ci si poteva fare l'idea che a commettere crimini in Italia
siano ormai solo i rumeni, un allarme è stato lanciato dall'Arci Toscana,
dalla Caritas e dal Cnca che in una nota congiunta scrivono: «Il clima
che sta montando nell'opinione pubblica e in parti significative e ampie
del mondo della politica rischia di degenerare in una situazione che non
ha niente a che fare con la solidarietà per le vittime e la giustizia».
E aggiungono: «Si può davvero pensare che la quasi totalità di una
popolazione, in questo caso i rumeni, siano portati per natura o
formazione culturale a commettere atti feroci e criminali?».Inoltre
secondo quanto riportato da Paolo Ciani, responsabile rom e sinti per la
comunità Sant'Egidio, e da Opera Nomadi sarebbero pochi gli immigrati
rumeni e rom che in queste ore hanno lasciato davvero l'Italia spaventati
dagli episodi di razzismo. Soprattutto chi lo ha fatto non è certo tra
coloro che sono abituati a delinquere. «La vera criminalità invece ha già
lasciato i campi nomadi - spiega Massimo Converso - perché di solito
quelli hanno appartamenti affittati e mezzi più che sufficienti». Gli
altri si allontaneranno per un po', in direzione sud. Ma poi torneranno,
spiegano i responsabili delle due associazioni, in insediamenti più
frammentati e clandestini di prima.
Sicurezza sì,
ma in concreto
di Paolo Beni
e altri
su Il
Manifesto del 30/10/2007
Il tema della sicurezza ha
assunto una crescente centralità nella discussione politica italiana e
influenza sempre più scelte e orientamenti di amministrazioni pubbliche,
enti locali e governi. I mezzi di informazione hanno riservato a questo
tema uno spazio enorme, determinando vere e proprie campagne di allarme
sociale che, partendo da singoli episodi, descrivono le nostre città come
invivibili e insicure. L'insicurezza e la paura viene quasi sempre
ricondotta alla presenza di emarginati, poveri e migranti, associando in
maniera discutibile i comportamenti illegali alle categorie socialmente
più deboli e ai soggetti che vivono in condizioni di disagio abitativo e
sociale. Siamo molto preoccupati per la tendenza a individuare nei più
emarginati, rom e migranti in primo luogo, i facili capri espiatori di
questo crescente sentimento di insicurezza.
Da anni le organizzazioni sociali laiche e religiose partecipano con
impegno e competenza alla individuazione e alla sperimentazione di
percorsi di inclusione sociale per superare in maniera positiva le tante
situazioni di disagio nelle città, collaborando con le amministrazioni
pubbliche e mettendo a disposizione il proprio radicamento territoriale e
il lavoro di tanti operatori e di tante operatrici. Occorre costruire
opportunità e spazi di cittadinanza per tutte e tutti. Un welfare
adeguato significa rendere i diritti esigibili e universali,
indipendentemente dalle condizioni sociali, dai comportamenti e dalle
possibilità di ogni individuo. C'è bisogno di un intervento che metta al
centro le persone, con i loro percorsi e i loro diritti, senza rinunciare
a dare risposte alle paure di tante e tanti nostri concittadini, ma
ricercando soluzioni concrete, seppur più difficili e complesse.
La repressione di comportamenti illegali non può tradursi in persecuzione
del disagio sociale. Accanto a una giusta attività di repressione, che
deve però svolgersi nel rispetto dell'art. 3 della nostra Costituzione e
prevedendo le giuste garanzie per le persone più deboli, va messa in
campo una attività diffusa e radicata, di mediazione sociale e
accompagnamento per la risoluzione dei conflitti, che impedisca la
crescita di razzismo e frammentazione sociale. L'impegno straordinario di
personale di pubblica sicurezza per affrontare il disagio sociale e
abitativo si traduce in minori forze impegnate contro la grande e la
piccola criminalità e un progressivo intasamento del sistema giudiziario.
Chiediamo alle forze politiche, al Parlamento, al Governo e a tutti coloro
che hanno responsabilità di governo del territorio di riportare la
discussione sul disagio sociale e sulla sicurezza su un terreno
costruttivo e di confronto che veda protagoniste tutte le forze sociali, i
cittadini e le cittadine, compresi migranti e minoranze, ricercando
soluzioni condivise e sostenibili che abbiano il segno della giustizia e
della solidarietà. Le città aperte sono più sicure.
Il razzismo rende tutte e tutti più insicuri.
*** Primi firmatari: Paolo Beni (Arci), Stefano Rodotà, Don Luigi Ciotti
(Gruppo Abele e Libera), Livio Pepino (Md), Lorenzo Trucco (Asgi), Sergio
D'Angelo (Drom)
Interni
(Del 6/11/2007 Sezione: Interni Pag. 3)
La libera circolazione dei
cittadini europei non permette di controllare i flussi
ROMA
E adesso il prossimo tabù che sta per cadere si chiama Schengen.
Sull’altare della sicurezza che non c’è, due autorevolissimi
esponenti della maggioranza e dell’opposizione, Piero Fassino e
Gianfranco Fini, dal salotto di Bruno Vespa, Porta a Porta, mandano a
Bruxelles un messaggio forte e per ora poco chiaro: «La Commissione Ue
rifletta sugli accordi di Schengen», che permettono la libera
circolazione degli individui all’interno di tutti i paesi Ue, vero
caposaldo dell’Europa unita. Una riflessione preventiva, naturalmente,
mirata a tentare di disincentivare la calata dei barbari, ovvero
l’invasione dei rumeni. Un invito corale che Bruxelles, probabilmente
non intenderà sentire, giacché è pronta - lo farà già giovedì - ad
accogliere nella casa comune di Schengen, a partire dal prossimo 21
dicembre, tutti quei paesi (eccetto Cipro) che hanno aderito all’Unione
Europea nel maggio del 2004. Tra questi, non ci sono la Romania e la
Bulgaria, che alla Ue hanno aderito dopo. Ma il loro turno arriverà e
Bruxelles darà - è scontato - il semaforo verde. Il laboratorio
bipartisan italiano è solo al suo primo tentativo di elaborazione di
un’offensiva politico-diplomatica comune. E siccome la materia è
incandescente, l’importante è mandare un messaggio anche correndo il
rischio di complicare le cose. Dunque, è stato Piero Fassino a parlare
per primo: «E’ giusto che si ponga una riflessione sui flussi che
arrivano dalla Romania e credo che dobbiamo proporre in chiave europea una
rivisitazione degli spazi di Schengen». Gli ha fatto eco Gianfranco Fini:
«Questo è sacrosanto, e l’Italia deve essere tra i Paesi che chiedono
che gli spazi di Schengen vengano rivisti. Anche la Germania e l’Austria
- ha detto il leader di An - hanno sospeso alcune parti dell’accordo di
Schengen. Quando noi abbiamo governato, abbiamo un po’ sottovalutato
questo aspetto». Schengen e le negoziazioni bilaterali dei flussi sono
questioni diverse. Perché, per esempio, le limitazioni imposte da
Germania e Austria all’ingresso dei rumeni nei rispettivi Paesi
riguardano l’aspetto dei flussi di lavoratori (rumeni), non il diritto a
quei cittadini europei di circolare nella Comunità Europea. E poi
Schengen vuol dire abolizione dei controlli sistematici alle frontiere, ma
sono previsti (e praticati) controlli a campione dei passaporti e la
stessa Commissione Ue ha impartito direttive di controlli più attenti in
quelle frontiere ritenute «calde». Più che «rivisitazione», Fassino e
Fini sembrano interessati a trovare una intesa comune sulla possibilità
di rivedere i trattati, magari - è questa una delle ipotesi in cantiere -
per poter certificare quando un cittadino rumeno è effettivamente entrato
in Italia, per poterlo allontanare dopo 90 giorni qualora non abbia
trovato un lavoro.
L’Italia dovrebbe portare sul tavolo della «riflessione» motivi molto
convincenti per adottare questo straordinario strumento di revisione dei
trattati per i cittadini rumeni. Sapendo che Bruxelles, soltanto ieri ha
lanciato un monito a Roma sulle espulsioni collettive (che tali non sono)
che il decreto del Consiglio dei ministri ha approvato la settimana
scorsa.
la stampa
-Italia, porti
in Europa un'era di intolleranza
di Peter
Popham
su
Liberazione del 04/11/2007
The
Independent contro il decreto-sicurezza
Pubblichiamo amplissimi stralci
di questo articolo, che è stato messo ieri in prima pagina, a tutta
pagina, dal giornale inglese, di orientamento democratico-liberale, «The
Independent». Il titolo è: «Emarginati: l'Italia si rivolta contro i
suoi immigrati sulla spinta di un omicidio». Il sommario è durissimo: «Sono
le prime vittime di un brutale giro di vite. Mentre migliaia aspettano di
essere deportati senza processo. C'è da chiedersi se stiamo entrando in
una nuova era di intolleranza in Europa».
Stavano seduti tristemente sulle rive del Tevere, ieri, mentre le loro
baracche - che loro chiamavano casa, appena poche ore prima - venivano
demolite. Già esclusi dal corso principale della vita italiana, ora sono
stati banditi anche da qualsiasi rifugio temporaneo. E la città ha gioito
alla loro sfortuna. Solo tre piccoli gattini e un cane bastardo affamato
restano lì: sono gli ultimi abitanti di questo campo profughi alla
periferia di Roma. Il campo è a pochi metri dalla stazione di Tor di
Quinto, ma nascosto da alberi e cespugli. Sta in una stretta gola. E'
invisibile fino a quando non ti sporgi dalla boscaglia ed entri dentro. E
allora incontri le prime linee di queste baracche. Messe su con cartoni,
pezzi di legno e stoffe, e che tuttavia appaiono pulite e curate.
All'interno molte di queste baracche hanno tappeti sul pavimento, piccoli
fornelli a gas, armadietti con ornamenti, letti e una sedia rotta. Fuori,
su un vecchio sofà, c'è un vecchio ombrello mangiato dalle tarme, che fa
ombra a un vecchio tavolo: questa è la dolce vita romana per questi
residenti, che sono i più poveri ed emarginati dell'Italia.
Il campo è vuoto perché mercoledì una signora, moglie di un capitano di
vascello, Giovanna Reggiani, 47 anni, ritornando a casa è stata attaccata
e derubata e gettata in un dirupo. La notte successiva è morta in
ospedale. E' stato un crimine terribile, e ha alimentato un crescente
clima nazionale di rabbia ed esasperazione sull'immigrazione.
Improvvisamente il sistema politico italiano, di solito così sonnacchioso
e lento, è tornato vitale, reattivo. L'Italia in poche ore ha fatto
quello che milioni di persone in Europa - aizzate da politici populisti e
da media xenofobici - vorrebbero veder fatto dai loro governi: prendere
misure rapide, risolute e draconiane per dare agli immigrati
un'indimenticabile lezione.
Una nuova legge sulla sicurezza ha fatto breccia nel governo. Uno dei suoi
punti centrali è che gli stranieri che appartengono ai paesi dell'Unione
europea, e sono residenti in Italia, possono essere espulsi su ordine dei
prefetti locali, se essi sono considerati una minaccia alla
"sicurezza pubblica". Nessun processo è necessario. Mercoledì
sera, su richiesta di Walter Veltroni (sindaco di Roma e leader del nuovo
partito centrista, il Partito democratico) questi provvedimenti sono
diventati decreto legge, cioè una sorta di diktat, e sono stati firmati
nella notte dal Presidente della Repubblica.
Per essere stata la più "mollacciona" dell'Europa,
improvvisamente l'Italia si è trovata all'avanguardia. Il giornale
"la Repubblica" prometteva le prime 5000 espulsioni. Il decreto
legge è entrato in vigore da ieri. La scorsa notte il prefetto di Milano
è stato il primo ad applicarlo, chiedendo l'espulsione di quattro rumeni.
I rumeni sono il primo gruppo di stranieri ad essere indicati come
colpevoli e vilipesi quando i sentimenti anti-immigrati si infiammano. E
così, mentre i politici e gli avvocati stavano lavorando sulla legge, il
governo ha "baypassato" e pesantemente colpito sui baraccati di
Tor di Quinto.
Una lunga fila di macchine della polizia sono arrivate sul posto e i
poliziotti hanno cacciato i rumeni dalle loro povere case. Hanno
perquisito il campo alla ricerca di indizi di reato. Ci si si aspettava
che le case fossero rase al suolo dai bulldozer in poche ore (...)
* * *
Ieri l'opinione prevalente per le strade di Roma era che il giro di vite
era atteso da tempo. Una donna a Ponte Milvio commenta sprezzantemente: «Sarebbe
meglio che tornassero tutti a casa. Qui abbiamo tutti paura...». Un'altra
donna: «Non ho nessuna obiezione che essi siano qui, ma se non hanno un
lavoro e un salario regolare, se devono rubare e uccidere per
sopravvivere, sarebbe meglio che tornassero a casa». Poi c'è un'altra
donna che dice che il signor Veltroni non può sfuggire alla responsabilità:
«E' stato un buon sindaco, per molti aspetti, ma non ha mai avuto
interesse nell'affrontare questo problema...».
Se l'assassinio della signora Reggiani ha gettato l'Italia in un panico
morale, questo era da lungo tempo atteso. Politici, come Veltroni e il
leader dei postfascisti Gianfranco Fini, si sono messi alla testa del
gruppo, e hanno fatto tutto quello che potevano per dimostrare che sono
duri contro i crimini degli immigrati. Fini ha accompagnato i giornalisti
su un aereo la scorsa settimana per mostrare dall'alto i campi profughi
dei rumeni; mentre Veltroni è volato a Bucarest per chiedere al
presidente rumeno di mettere un freno all'immigrazione.
I continui servizi televisivi e dei giornali - razzisti nel modo di
riportare violenze, rapine e omicidi - hanno costruito un clima di isteria
nazionale. In Italia si ha l'impressione che il paese sia invaso dagli
emarginati. Circa 700 mila immigrati sono arrivati recentemente. Più che
in qualunque altro paese dell'Europa. Ma c'è un fatto: in dieci mesi, cioè
da quando la Romania è entrata in Europa, sono solo nove i casi nei quali
dei rumeni sono stati accusati di omicidio contro Italiani: un numero
insignificante se messo a confronto con gli omicidi della camorra a Napoli
(...).
Giocare col fuoco
Marco Revelli- il manifesto 4.11.07
Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti
non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per
orrendo che sia - e l'assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca
come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle
istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un'intera
popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana.
Che la colpa «personale» dell'autore del crimine venga fatta pagare
sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a
vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non
sollevare un senso di desolazione e disgusto.
Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare
gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le
irruzioni un po' in tutta Italia nei «campi nomadi», le
identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente
da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone
scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino
all'aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti,
d'altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di
ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata
della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza.
Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività,
neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di
chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva».
Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come
organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella
politica», come ama chiamarla Veltroni). E invece la politica, da cura
del male si trasforma oggi in fattore di contagio.
Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l'odio. Per quotarlo alla
propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto
dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini,
perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando
il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il
carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli
altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L'hanno seguito a testa
bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando
così di contendergli lo spazio. Di parare il colpo, in una rincorsa
sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a
legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l'ostilità
preconcetta. Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune,
qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano», sgomberando a
colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando,
a coltellate, qualche «abusivo» dell'umanità.
Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri
che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho
paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e
dell'amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi
mediatica e dall'urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un
futuro che vada oltre il prossimo sondaggio
Rodotà: «Come
sono lievi le differenze con la destra...»
di Davide Varì
su
Liberazione del 04/11/2007
Intervista
al giurista: «La sinistra italiana ha rinunciato al suo patrimonio di
comprensione relegandolo a mero problema di ordine pubblico»
Stefano Rodotà è duro. Pacato
ma duro: «In questo momento l'Italia è governata dalla politica della
paura, anzi, dalla "fabbrica della paura". Il modo in cui si
affronta il tema della sicurezza è centrale per distinguere la politica
della destra da quella di sinistra. Ecco, in questo momento mi sembra che
questa distinzione non sia così netta».
Reduce da un articolo uscito ieri sulla prima pagina di Repubblica , nel
quale parlava esplicitamente di «clima pericoloso», il professor Rodotà
non fa sconti e in queste ore di caccia alle streghe - di caccia al romeno
- rintraccia la data simbolo, il momento esatto in cui in tutto il mondo
occidentale è partita "l'operazione paura": «Non c'è dubbio
che dall'11 settembre in poi - dice a Liberazione - la paura è stata
messa al centro dell'attenzione. Un evento che le società occidentali non
sono riuscite a metabolizzare democraticamente e dal quale sono nate
politiche di allarme che hanno generato provvedimenti che restringono
l'area dei diritti e delle libertà», decreto "caccia-romeni"
incluso. E in tutto questo, secondo Rodotà, «la sinistra italiana ha
rinunciato al suo patrimonio di comprensione del disagio relegandolo a
mero problema di ordine pubblico e adottando liste di proscrizione ed
espulsioni di massa mascherate».
Professor Rodotà, questo Paese, almeno a leggere i giornali, si sente
assediato dal "pericolo romeni". Come è possibile che un
singolo fatto di cronaca, per quanto grave e brutale, generi decreti
speciali, ronde e spedizioni punitive?
Non voglio imputare a nessuno propositi antidemocratici, però è indubbio
che il tema della sicurezza è diventato il tema centrale che ha oscurato
anche i problemi più gravi che vive il Paese.
Eppure al governo c'è una coalizione di centro-sinistra che per storia,
tradizione e cultura dovrebbe affrontare in modo diverso queste ondate
emotive e xenofobe...
La sinistra dovrebbe far riferimento al proprio patrimonio di valori che
indica una via diversa di intervento sulle situazioni di disagio e
pericolosità sociale. Il fatto è che nel giro di pochi anni il
linguaggio politico è stato attraversato e inquinato da nuovi soggetti
politici, pensiamo alla Lega Nord, che hanno prodotto e introdotto un
linguaggio politico xenofobo.
E il centrosinistra gli è andato dietro...
Si, invece di contrastarlo ha scelto di assecondarlo e di accettarlo
arrivando fino al limite, a volte superandolo, del razzismo.
Ed è così che si è arrivati al decreto anti-romeni?
Certo, il decreto che permette espulsioni dei cittadini comunitari deriva
proprio da questa perdita di orientamento. Dirò di più, siamo arrivati a
questa situazione proprio perchè da anni si segue la politica della
tolleranza zero che non solo non ha dato risultati ma ha anche trasformato
molti problemi sociali in problemi di ordine pubblico. A questo punto, da
un governo di centrosinistra dovrebbe venir fuori una differenza culturale
in grado di comprendere che alcuni reati provengono da una situazione di
di degrado umano e culturale.
Quindi cosa dovrebbe fare il governo?
Dovrebbe investire in politiche di integrazione piuttosto che organizzare
liste di proscrizione ed espulsioni di massa mascherate. Ho sentito che a
Roma ci sarebbero 20mila romeni da espellere. Ecco, vorrei ricordare che
le espulsioni di massa sono vietate.
Ma da dove nasce tutta questa paura?
Questo è un fenomeno che riguarda quasi tutti gli Stati occidentali. E'
indubbio che dall'11 settembre in poi la paura è stata posta al centro
dell'attenzione. Un evento che non è mai stato metabolizzato
democraticamente e che ha prodotto una serie di misure che hanno ristretto
il campo dei diritti fondamentali. Di fatto, molte comunità sono
governate dalla politica della paura, Italia compresa.
Qundi, all'inizio di tutto c'è un data: l'11 settembre 2001?
Certo, non c'è dubbio che dopo l'11 settembre, negli Stati Uniti ma non
solo - pensiamo anche alla Francia e all'Inghilterra - sono state prodotte
misure che vanno ben al di là di quello che è strettamente necessario
per un contrasto al terrorismo. Una crescita progressiva e inarrestabile
della società della sorveglianza e del controllo
E le schegge di quell'esplosione sono arrivate fin qui?
Si, anche qui ci sono state risposte emotive che in qualche modo hanno
prodotto una omologazione di politiche. Il modo con cui si affronta il
tema della sicurezza è centrale per distinguere la politica della destra
da quella di sinistra. Ecco, in questo momento mi sembra che questa
distinzione non sia così netta. Uno dei caratteri fondamentali e
costitutivi dei Paesi democratici è un sano sistema di pesi e contrappesi
dei poteri: nessun potere deve essere incontrollabile. In questo momento
mi sembra invece che ci siano poteri fuori controllo: un recente articolo
del New York Times parlava esplicitamente della "fabbrica della
paura" come metodo attraverso cui la nuova politica governa e
controlla. Tutto questo in una società di diritto non è ammissibile.
(Del 4/11/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)
Barbara Spinelli
L’EUROPA E IL TABU’ DEI ROM
L
a risposta delle autorità pubbliche al massacro di Giovanna Reggiani è
stata ferma, netta: non c’è spazio in Italia per chi vive derubando,
violando, uccidendo. C’è qualcosa di sacro nel bisogno di sicurezza
sempre più acutamente sentito dagli italiani, così come c’è qualcosa
di sacro nell’ospitalità, nell’apertura al diverso, nella
circolazione libera dentro l’Unione. Quest’antinomia permane ma
comincia a esser vissuta come un ostacolo, anziché come una convivenza di
norme contrastanti (di nòmos) che vivifica l’Europa pur essendo ardua.
È un’antinomia che educa a vivere con due imperativi: l’apertura
delle porte ma anche la loro chiusura se necessario. Molti chiedono negli
ultimi giorni di «interrompere i flussi migratori»: la collera suscitata
dal crimine di Tor di Quinto ha rotto un argine, anche nel nuovo Partito
democratico, e d’un tratto sembra che solo un imperativo conti: le porte
chiuse.
Su un quotidiano di sinistra, l’Unità, sono apparse parole strane. Si
è parlato, a proposito del quartiere del delitto, di «tutta un’umanità
brutta sporca e cattiva»; si è parlato di «città italiane che
funzionano come miele per le mosche di uno sciame incontrollato che viene
dall’Est Europa». L’umanità sporca, lo sciame di mosche: è vero, un
tabù cade a sinistra e tanti se ne felicitano, constatando che finalmente
il buonismo è stato smesso e che la sinistra non va più alla ricerca dei
motivi sociali della delinquenza ma si concentra sulla repressione e le
vittime.
G
li imperativi dell’apertura s’appannano, la tensione vivificante fra
norme diverse svanisce, entriamo in un mondo che promette certezze
monolitiche: basta interrompere i flussi, e il male scompare. Spesso il
capro espiatorio nasce così, con questa riduzione a uno del molteplice,
del complesso. Spesso nascono così i pogrom, come quello scatenato venerdì
sera contro i romeni nel quartiere romano di Tor Bella Monaca:
dall’Ottocento hanno questo nome, in Europa, le spedizioni punitive
contro i diversi. Anche le ideologie nascono così, fantasticando
scorciatoie che risolvono tutto subito. Oggi è la destra a sognare utopie
simili, e la sinistra riformatrice s’accoda sperando di ricavare
guadagni elettorali. La distruzione dei campi rom è parte di
quest’ideologia. Un’ideologia irrealistica perché l’immigrazione
non sarà fermata e l’Europa ne ha bisogno. La Spagna sembra esserne
consapevole e non a caso è diventata il Paese con il più alto numero di
immigrati e progetti d’integrazione. La ripresa della natalità iberica
è dovuta a questo. Chi parla dell’immigrazione come di male evitabile
sbaglia due volte: perché non è evitabile, e perché in sé non è un
male. Se non si vuole che sia un male occorre governarlo bene, il che vuol
dire: non solo reprimendo, ma reinventando politiche in Italia e
nell’Unione. Perché europei sono i dilemmi ed europeo sarà l’inizio
della soluzione. Perché il tabù di cui tanto si discute non è quello
indicato (buonismo, tolleranza). Il vero tabù, che impedisce con i suoi
interdetti di vedere e dire la realtà, è un altro: è la questione Rom
ed è l’inerzia con cui la si affronta nel dialogo con l’Est da dove
vengono i cosiddetti nomadi. Fuggiti dall’India nell’anno 1000, giunti
in Europa nel Trecento, i Rom assieme ai Sinti sono chiamati
spregiativamente zingari, parlano una lingua derivata dal sanscrito, in
genere sono cristiani (la parola Rom, come Adamo, significa «persona». I
più vivono in Romania). Siamo in emergenza, è vero. Ma non è solo
emergenza sicurezza. C’è emergenza europea sui diritti dell’uomo e
delle minoranze. C’è una doppia inerzia: nelle strategie
d’integrazione e nei rapporti tra Stati europei. Quest’emergenza è
acuta a Est, da quando è finito il comunismo: in Romania è specialmente
vistosa ma la malattia s’estende a Slovacchia, Ungheria, Repubblica
ceca, Kosovo. Al concetto unificatore di classe è succeduto dopo l’89
il senso d’appartenenza alle etnie, e vecchie passioni come xenofobia e
razzismo, non superate ma addormentate durante il comunismo, sono
riapparse: i più invisi sono i Rom - oltre agli ungheresi che non vivono
in Ungheria - e il loro migrare a Ovest è intrecciato a questa ostilità
dentro i Paesi dell’Est e fra diversi emigrati dell’Est. È quello che
i rappresentanti Rom in Europa denunciano ultimamente con forza (sono
circa 8 milioni, su 15 nel mondo). La Romania, in particolare, è accusata
di attuare un politica sistematica di espulsione di Rom, da quando è
entrata nell’Unione all’inizio del 2007. Il ministro dell’Interno,
Amato ha evocato a settembre un «vero e proprio esodo di nomadi dalla
Romania», e di esodo in effetti si tratta: ma esodo forzato,
nell’indifferenza europea. Dicono i rappresentanti Rom che i membri
della comunità in Romania son cacciati dagli alloggi, dai lavori, dalle
scuole, e per questo preferiscono le topaie italiane. Il ministro Ferrero,
responsabile della Solidarietà sociale, dice il vero quando nega che
l’esodo sia essenzialmente economico: la Romania non è più così
povera, sono xenofobia e razzismo a colpire oggi i Rom. Queste cose
andrebbero ricordate a Bucarest, cosa che hanno tentato di fare Amato e
Ferrero in un recente incontro con il ministro romeno dell’Interno,
David. Ferrero ha cercato lumi presso il Forum europeo dei Rom e tentato
di mettere alle strette David. Dall’incontro è nata la convocazione di
un tavolo permanente di negoziato: presto si riunirà a Bucarest. Proprio
perché è nell’Unione, la Romania deve rispondere di quel che fa con i
propri Rom (2 milioni, secondo stime ufficiose). Discutere di queste cose
con Bucarest e altri governi dell’Est è urgente. Un patto è stato
infatti rotto, che pure era assai chiaro. Ai tempi dei negoziati
d’adesione, i candidati si erano impegnati a rispettare i criteri di
Copenhagen, che non riguardano solo l’economia ma le «istituzioni
capaci di garantire democrazia, primato del diritto, diritti dell’uomo,
rispetto delle minoranze e loro protezione». Ingenti fondi son devoluti
da anni a tale scopo (il programma europeo Phare, cui si aggiungono
finanziamenti della Fondazione Soros, della Banca Mondiale) intesi a
frenare la «discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica».
È accaduto tuttavia che una volta entrati, numerosi governi dell’Est
hanno fatto marcia indietro (il regime Kaczynski in Polonia è stato un
esempio). Ed è così che si è riaccesa l’ostilità verso i Rom: questa
etnia perseguitata da un millennio e decimata nei campi nazisti.
Paragonarli a uno sciame di mosche non è anodino. Significa che
l’Italia (per come parla o chiede azioni) comincia ad assomigliare a
quegli europei dell’Est che stanno arretrando e riproponendo, ancora una
volta nel continente, il dramma Rom. Certo urge controllare meglio i
flussi migratori: ma non si può farlo accusando intere etnie (Rom,
Romeni, Albanesi) per il delitto di alcuni. Non si può governare alcunché
se non si prende distanza dalla strategia di cui Bucarest è oggi
sospettata.
La caduta dei tabù comporta anche il formarsi di idee completamente
false. Con disinvoltura i Rom son descritti come non integrabili, nomadi,
dediti al furto. I dati smentiscono queste nozioni. In Italia la comunità
Rom è composta in stragrande maggioranza di sedentari, non di nomadi. E
tentativi molto validi di integrazione hanno dimostrato che quest’ultima
può riuscire. Ci sono iniziative della Chiesa: le ha spiegate sul
Corriere don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a
Milano. E ci sono iniziative pubbliche preziose: a Pisa, Napoli, Venezia.
Pisa è esemplare perché i risultati sono eccezionali: nei campi vivevano
700 Rom, dieci-dodici anni fa. Solo due bambini erano scolarizzati. Il
Comune si è incaricato di trovar loro lavoro e alloggi, scegliendo un
mediatore per negoziare con i vicini. Appena emancipati, i Rom uscivano
dal programma d’assistenza e i fondi servivano a integrare altri loro
connazionali. Nel frattempo, si spingevano le famiglie a scolarizzare i
figli. In dieci anni, 670 Rom su 700 sono stati inseriti, e tutti i
bambini vanno a scuola. Certo la comunità in Italia è divisa: alcuni
chiedono più campi, mentre i più vogliono superarli proprio perché il
nomadismo è meno diffuso di quel che si dice: il 90 per cento dei Rom
(140 mila nel 2005, in parte italiani) non sono camminanti bensì - da
decenni - sedentari.
Per riuscire in simili operazioni bisogna abbandonare l’utopia,
privilegiando fatti ed esperienze. Ambedue confermano che l’integrazione
resta indispensabile, che chiuder le porte non basta, che è necessario
far luce sui pericoli che corre non solo la sicurezza ma la democrazia.
Dice Franz Kafka: «Bisognerà pure che nel campo dei dormienti qualcuno
attizzi il fuoco nella notte». Questo invito a far luce sui veri tabù
vale per i dormienti dell’Est e per l’Europa. Vale per i Rom (il loro
faro non dovrebbe esser la figura della vittima ma la donna Rom che s’è
sdraiata sull’asfalto davanti a un autobus per denunciare il Rom
assassino di Giovanna Reggiani) e vale per la destra come per la sinistra
italiana.
Gravissime le condizioni della donna aggredita da un romeno
I medici: "La situazione è stazionaria". Proseguono le
indagini
Roma, Giovanna Reggiani in coma
"C'è una flebile attività cerebrale"repubblica 1.11.07
Fiori nel luogo dell'aggressione
ROMA - "Flebile attività cerebrale". Una frase che
spiega quanto siano disperate le condizioni di Giovanna Reggiani, la
47enne seviziata
l'altro ieri sera da un romeno (per cui è stata chiesta la
convalida del fermo per omicidio volontario) a Roma. La donna, dunque,
è ancora in vita, anche se, a quanto si apprende da fonti sanitarie, la
situazione dal punto di vista clinico, per quanto stazionaria, è sempre
gravissima. "La terapia intensiva sta proseguendo ma non ci sono
ipotesi su possibili riprese. Se non ci saranno novità nelle prossime
ore - si legge nel bollettino medico comunicato alle 12 - il prossimo
bollettino è previsto per domani".
Martedì sera Giovanna Reggiani era stata aggredita da un
ventiquattrebbe romeno. Il suo corpo esanime era stato abbandonato in un
fossato nelle campagne che circondano la stazione in via di
Camposampiero, non lontano dall'accampamento rom dove vive l'uomo
arrestato. Le manette per il romeno erano scattate la sera stessa.
Sul fronte processuale la donna rom che ha dato l'allarme sarà
probabilmente ascoltata venerdì prossimo, nell'ambito dell'inchiesta
aperta sulla vicenda dalla Procura di Roma. La donna ha raccontato alla
polizia di aver visto un uomo allontanarsi "in un campo con una
donna sulle spalle come se fosse svenuta". E grazie alle sue
indicazioni la polizia ha trovato prima il corpo nel fossato, poi la
baracca dove il romeno ha trascinato Giovanna Reggiani. All'interno
dell'alloggio la polizia ha trovato la borsa della vittima. E da
stamattina alle 5 sono in corso controlli da parte della polizia nel
campo rom di Tor di Quinto a Roma e negli insediamenti abusivi della
zona lungo il Tevere. Mentre sono arrivati a Roma i primi tre
investigatori rumeni richiesti espressamente ieri sera dal capo della
Polizia, Antonio Manganelli. Altri due arriveranno domani.
L'interrogatorio del presunto assassino si svolgerà domani alla
presenza dei Pm davanti al Gip Claudio Mattioli. Nel frattempo si è
saputo che Nicolae Romulus Mailat era stato ricoverato nel 1997, quando
aveva 14 anni, in un centro di rieducazione per i minorenni, dopo aver
commesso diversi reati. Nel 2006 un tribunale di Sibiu lo aveva
condannato a tre anni di reclusione per furto, ma fu graziato nello
stesso anno. Subito dopo, era partito per l'Italia.
(
1 novembre 2007
)
commento
Dagli all'albanese. E ora al rumeno.
Enrico Pugliese- il manifesto 1.11.07
Il fatto accaduto a Roma è orribile come pochi. Lo sdegno e
l'angoscia che determina sono naturali, così come è naturale che
si faccia qualcosa. Ma la cosa che più preoccupa è che, più che
la pietà per la povera vittima, ha dominato il senso di vendetta,
la volontà di punizione. Che un criminale di tal fatta debba essere
punito secondo le leggi dello Stato mi sembra più che ovvio e
naturale. Non mi sembra né ovvio né naturale che si riunisca per
questo il Consiglio dei ministri. Qualcosa sta cambiando nella
società italiana, non so se in peggio o in meglio. So solo che
qualcosa sta cambiando e sicuramente in peggio nell'atteggiamento
rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali. A partire dal
leader del Pd Walter Veltroni.
Proprio l'altro ieri è stato presentato il rapporto Caritas che ha
sottolineato il notevole incremento del numero degli immigrati nel
nostro paese e l'esistenza di processi enormi di stabilizzazione,
espressi dalla presenza crescente dei ragazzi nelle scuole. Sono
stati sottolineati i processi di inserimento a livello lavorativo e
sono state denunciate le pratiche discriminatorie. Non si è invece
soffermato, il rapporto, su su un'emergenza che non c'è, quella
criminalità. Che ci siano dei fenomeni di devianza e criminalità
tra gli immigrati, in tutti i paesi, è notorio. Che il rischio di
imboccare un percorso di devianza sia elevato soprattutto all'inizio
dell'esperienza migratoria, cioè quando spesso sono clandestini, è
altrettanto noto. Ma quello che mi pare evidente è che non è
questo il dato più importante. Quanto poi ai rumeni, certamente gli
arrestati sono tantissimi, ma questo è comprensibile perché in
alcune città sono in assoluto il primo gruppo ed è chiaro che in
numero assoluto i reati si registrano di più tra di loro. Ora
parlano tutti dei rumeni e danno la croce a loro, prima è toccato
agli albanesi che ora sono divenuti brave persone. Speriamo che tra
poco anche i rumeni diventino brave persone.
Il governo espelle per decreto
Un consiglio dei ministri straordinario dà il via
libera ai prefetti per espellere i cittadini comunitari. Amato:
«Diamo la caccia ai delinquenti, non a tutti i rumeni». Napolitano:
«Profondamente impressionato da quanto accaduto»
Leo Lancari
Roma
Da oggi i prefetti potranno espellere i cittadini comunitari che
cometteranno reati. La misura, inizialmente inserita in uno dei
cinque disegni di legge che costituiscono il pacchetto sicurezza
approvato martedì da palazzo Chigi, ieri è stata stralciata e resa
immediatamente operativa attraverso un decreto legge. A deciderlo è
stato un consiglio dei ministri straordinario convocato a sera da
Romano Prodi in seguito all'indignazione suscitata dallo stupro
compiuto da un giovane rumeno a Tor di Quinto. Un episodio di una
brutalità tale da spingere anche il presidente della repubblica
Giorgio Napolitano - «profondamente impressionato» da quanto
accaduto - a prendere la parola per sollecitare il governo a
«compiere ogni sforzo per garantire il bene prezioso della
sicurezza e della vita dei cittadini». E l'esecutivo, per una volta
all'unanimità e senza litigi, ha agito di conseguenza: «Non ci
muoviamo sull'onda della rabbia» ha tenuto a precisare Prodi al
termine della riunione. «Quanto accaduto a Roma è gravissimo e di
fronte ai ripetuti atti di violenza è necessario dare una risposta
concreta», ha poi proseguito il premier garantendo sull'impegno
assunto dal Quirinale per firmare immediatamente il decreto legge.
Vista l'eco suscitata, per i governo era impossibile non reagire di
fronte a un episodio di violenza come quello compiuto martedì sera.
Eppure, perché qualcosa si muovesse è dovuta passare quasi
l'intera giornata. Il primo a reagire, a dare la spinta, è Walter
Veltroni. Il sindaco della capitale, e leader del Pd, si reca al
Viminale per un vertice con Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca.
Un'ora di colloquio al termine del quale palazzo Chigi comunica di
aver convocato un consiglio dei ministri staordinario. Quale sono i
provedimenti da prendere è chiaro. E' da questa estate che i
sindaci chiedono di avere maggiori poteri e tra questi di
riconoscere ai prefetti la possibilità di espellere i cittadini
comunitari, come previsto da una specifica normativa dell'Unione
europea. Provvedimenti sui quali Amato è d'accordo e che sono
inseriti in uno dei disegni di legge che danno corpo al pacchetto di
sicurezza varato solo ventiquatto ore prima. Ma i ddl dovono essere
discussi dal parlamento e richiedono quindi tempi lunghi perché
diventino operativi. Veltroni invece ha fretta e sollecita il
governo a muoversi. Da qui la decisione diconvocare un consiglio
straordinario, riunendo i ministri presenti a Roma e sentendo al
telefono tutti gli altri.
Prodi sente il premier rumeno Calin Popescu Tariceanu, al quale
spiega i provvedimenti che il governo italiano si prepara ad
adottare e dal quale riceve la promessa di massima collaborazione. E
come primo atto concreto già nelle prossime ore dovrebbe arrivare a
Roma una task force di poliziotti rumeni specializzati nel contrasto
della criminalità organizzata e nel controllo del territorio.
Il rischio, comunque, e che sull'onda della giusta indignazione per
quanto accaduto, possa crearsi un'ingiustificata caccia alla
streghe. Un rischio evidentemente percepito dal titolare degli
Interni, che infatti fa molta attenzione a spiegare lo spirito con
cui il governo ha deciso di agire: «Dobbiamo dare la caccia ai
delinquenti, anche rumeni. Ma non dobbiamo dare la caccia ai
rumeni», spiega infatti a un certo punto della sera Amato. «E'
stata proprio una rumena che ha messo la polizia sulle tracce del
delinquente», ci tiene a ricordare. Per quanto riguarda il decreto
legge, aggiunge, si è trattato di una necessità dettata dai tempi:
«Vogliano essere in condizione di espellere prima che accadano
ancora episodi simili - prosegue -. ma serve il potere di espulsione
urgente per evitare che cose del genere possano ripetersi». Per il
ministro sia a Roma che in altre città «si sono formati
sottoboschi di persone che vivono in realtà di delinquenza. Noi
vogliano essere in condizione di espellerli prima che altri fatti
accadano».
Il decreto legge adottato ieri potrebbe essere solo il primo di una
serie di provvedimenti analoghi. Fin da subito dopo l'approvazione
del pacchetto sicurezza, infatti, palazzo Chigi aveva sottolineato
come il via libera ai ddl da parte del parlamento debba avvenire in
tempi rapidi. «Altrimenti si torna all'ipotesi del decreto legge»,
aveva avvertito Amato. Lo stesso concetto ieri è stato ripetuto
anche da Francesco Rutelli. «Se i disegni di legge del pacchetto
sicurezza non saranno approvati entro la metà di dicembre - ha
ripetuto infatti il vicepremier - occorrerà inserire gran parte
delle norme previste in un decreto legge ad hoc per dargli certezza
di operatività».
LE
HOMEPAGE DEI QUOTIDIANI ROMENI
Dopo l'aggressione della donna a Tor di Quinto il sindaco della
capitale duro con Bucarest
"No a flussi incontrollati di immigrati". Napolitano:
"Una barbara aggressione"
Sicurezza, Veltroni contro la Romania
Per le espulsioni varato un decreto legge
Consiglio dei ministri straordinario, convertita in dl parte del
pacchetto sicurezza
Fini: "Demolire le baraccopoli, mandare via i clandestini".
Derby Roma-Lazio con lutto
Walter Veltroni
ROMA - "E' necessario assumere iniziative straordinarie e
d'urgenza sul piano legislativo in materia di sicurezza". Lo ha
detto il sindaco di Roma e leader del Pd Walter Veltroni durante una
conferenza stampa improvvisata in Campidoglio dopo l'aggressione
della donna a Tor di Quinto. Veltroni ha avuto parole dure
contro Bucarest: "Non si possono aprire i boccaporti", ha
detto, ricordando che Roma era la città più sicura del mondo
"prima dell'ingresso della Romania nell'Ue". Oggi Prodi ha
chiamato il premier romeno, mentre Napolitano ha parlato di
"barbara aggressione". I giocatori di Roma e Lazio sono scesi
in campo con il lutto al braccio.
Prodi. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha convocato un
Consiglio dei ministri straordinario in serata a Palazzo Chigi. E il
governo ha trasferito in un decreto legge le norme sulle espulsioni
contenute nel ddl del pacchetto sicurezza. Norme che tra l'altro
attribuiscono ai prefetti il potere di espellere dall'Italia i cittadini
comunitari per motivi di pubblica sicurezza. Il presidente della
Repubblica, ha spiegato Prodi, è d'accordo sul "contenuto e
l'urgenza" del decreto legge sulle espulsioni. Via libera anche dai
"ministri della sinistra radicale", ha spiegato il capo
dell'esecutivo.
Al ministero dell'Interno si è svolta una riunione dei vertici della
Polizia per pianificare l'attività, a livello nazionale, anche alla
luce del decreto legge varato dal governo. Il capo della Polizia,
Antonio Manganelli, si è messo in contatto con il nuovo capo della
polizia romena, George Popa, che recentemente è stato in visita a Roma.
Come prima misura, è stato deciso dalla Romania l'invio di una task
force di investigatori specializzati in criminalità e controllo del
territorio, attesi a breve in Italia. Alla riunione ha partecipato anche
il capo della Polizia criminale, Nicola Cavaliere, vicecapo della
Polizia di Stato.
"Non agiamo sull'onda della rabbia - ha detto Prodi - ma siamo
determinati a mantenere un livello di sicurezza giusto e alto per i
nostri cittadini". Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha
voluto sottolineare che "non è caccia ai romeni, ma ai delinquenti
romeni". "Oggi - ha ricordato - è stata una donna romena che
ha messo la polizia sulle tracce del delinquente romeno che ha seviziato
una donna a Roma: un fatto quasi simbolico e molto importante".
Il presidente del Consiglio ha anche chiamato il premier romeno, Calin
Popescu Tariceanu per chiedergli "un impegno molto fermo di
cooperazione". Tariceanu ha replicato, esprimendo
"dolore" e accogliendo "la richiesta di inviare a Roma
una delegazione romena per permettere che si attivi una collaborazione
forte, organica e duratura nel tempo".
Napolitano. "Profondamente impressionato per la barbara
aggressione criminale", è il messaggio che il presidente della
Repubblica ha inviato al marito di Giovanna Reggiani. "L'episodio
di efferata violenza - ha detto ancora Napolitano - richiama ancora una
volta l'attenzione delle istituzioni sulla necessità di compiere ogni
sforzo per garantire il bene prezioso della sicurezza e della vita dei
cittadini."
Veltroni. Il sindaco di Roma ha parlato di "un vero,
autentico orrore" e ha aggiunto che "si tratta di
un'espressione di violenza che da qualche mese ha cominciato a
manifestarsi in questa città e che testimonia che c'è stato un
cambiamento di clima".
"Non ci si può girare intorno - ha ribadito il leader del Pd - la
sicurezza è una grande questione nazionale che chiama in causa
iniziative d'urgenza sul piano legislativo: i prefetti devono poter
espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e
persone". Su questi temi Veltroni ha incontrato al Viminale il
ministro dell'Interno Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca.
"Credo che l'Italia debba porre la questione" riguardo ai
flussi migratori provenienti dalla Romania "in sede europea: è un
problema di natura politica. Ritengo che l'Europa debba chiamare in
causa le autorità romene", ha detto il sindaco di Roma. "Se
si sta in Europa - ha aggiunto determinato - bisogna starci a certe
regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare
migliaia di persone da un Paese europeo all'altro". Infine Veltroni
ha ricordato che "prima dell'ingresso della Romania nell'Unione
europea, Roma era la città più sicura del mondo".
Il sindaco ha citato gli episodi di criminalità. Da quello del " ciclista
ucciso all'aggressione al regista Tornatore,
a una consigliera municipale, alla violenza sessuale verso una ragazza e
questo episodio orrendo. In questa città da diversi mesi c'è un arrivo
di persone che vengono da Paesi comunitari. Non si tratta di immigrati
che vengono qui per 'campare', ma di un'altra tipologia di immigrazione
che ha come sua caratteristica la criminalità". Veltroni ha
precisato di non fare "generalizzazioni verso un singolo
Paese", ricordando tuttavia che "il 75% di arresti effettuati
l'anno scorso hanno riguardato i romeni.
An: "Governo in Aula". Il portavoce di Alleanza
nazionale, Andrea Ronchi, ha chiesto a Prodi e Amato "di riferire
con urgenza alla Camera". Il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco
Fini, ha invitato sindaco e prefetto a fare "quello che la
legge impone: demolizione delle baraccopoli abusive, identificazione e
espulsione dei clandestini e dei cittadini comunitari privi di fonte
certa di sostentamento, come espressamente previsto dalle normative
europee".
"Si vergognino i coccodrilli della sinistra tipo Veltroni, che oggi
piangono e chiedono immediati interventi - ha detto Roberto Calderoli,
coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord - la
responsabilità di quanto sta accadendo nelle nostre città è di questa
maggioranza e di questo governo".
"Siamo alla farsa: dopo aver spacchettato i provvedimenti sulla
sicurezza in ben cinque disegni di legge e in tre emendamenti alla
Finanziaria, senza riuscire a varare alcuna decisione immediatamente
operativa a causa delle insanabili divisioni fra ministri, Prodi ora ha
convocato un consiglio straordinario proprio sulla sicurezza, alla luce
della tragica aggressione di Tor di Quinto", è stato il commento
di Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia.
"Di fronte a una tragedia come quella di Roma la
strumentalizzazione da parte della destra risulta davvero
incredibile", ha detto il ministro della Solidarietà sociale, Paolo
Ferrero. "Un episodio orrendo. Siamo d'accordo con Veltroni e
condividiamo la necessità di coinvolgere l'Unione Europea e la Romania
per regolare i flussi indiscriminati ed affrontare con efficacia il tema
della sicurezza nelle nostre città", è stato il commento del
presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio.
(
31 ottobre 2007
)
E' l'articolo dedicato alle espulsioni
Sicurezza, la parte varata per decreto
(Parte ddl varata trasfornata in dl Cdm 31.10.2007)
Parte del pacchetto sicurezza trasformato in decreto
legge. - repubblica 1.11.2007
Dopo i gravi episodi di cronaca avvenuti a Roma, il governo nel
Consiglio dei Ministri straordinario del 31 ottobre 2007 ha trasformato
le misure di espulsione dei cittadini comunitari e le conseguenti
competenze dei prefetti, contenute nel disegno di legge in materia di
sicurezza urbana in un decreto legge. Con il decreto legge approvato si
modifica la disciplina sull’allontanamento dei cittadini comunitari
per morivi di pubblica sicurezza, prevista dal decreto legislativo 30
del 2007. In pratica i prefetti avranno il potere di allontanamento dal
territorio nazionale di cittadini comunitari, sulla base della normativa
comunitaria, per motivi di pubblica sicurezza. I motivi sono però
imperativi, come prevede la normativa comunitaria, quando il
comportamento del comunitario compromette la dignità umana, i diritti
fondamentali della persona, oppure compromette l’incolumità pubblica
, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con
l’ordinaria convivenza. La violazione del divieto di reingresso viene
trasformata da contravvenzione in delitto e punita con la reclusione
fino a tre anni. Resta di esclusiva competenza del Ministro
dell’interno l’allontanamento per i cittadini dell’Unione che
soggiornano nel nostro Paese da più di dieci anni o sono minori e per
motivi di sicurezza dello Stato. Il decreto dovrà ora essere pubblicato
in Gazzetta Ufficiale, per poi venire convertito in legge dalle Camere. (31
ottobre 2007)
Parte del ddl sulla sicurezza urbana dedicata alle
espulsioni testo di base del decreto-legge del 31 ottobre 2007
(…)
Articolo 13
(Modifiche al decreto
legislativo 6 febbraio 2007, n. 30)
1. All’articolo 20 del decreto legislativo 6
febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modifiche:
- l’intitolazione dell’articolo è
sostituita dalla seguente: "(Limitazioni
al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico
o di pubblica sicurezza)";
- al comma 4 le parole "solo per gravi
motivi di ordine e di sicurezza pubblica" sono sostituite dalle
seguenti: "solo per gravi motivi di ordine pubblico o di
pubblica sicurezza";
- al comma 5, le parole "possono essere
allontanati solo per motivi di pubblica sicurezza che mettono a
repentaglio la sicurezza dello Stato," sono sostituite dalle
seguenti: "possono essere allontanati solo per motivi di
sicurezza dello Stato e per motivi imperativi di pubblica
sicurezza,";
- il comma 7 è sostituito dal seguente:
"7. I provvedimenti di allontanamento
dal territorio nazionale per motivi di ordine pubblico o di
sicurezza dello Stato nonché i provvedimenti di allontanamento dei
cittadini dell’Unione di cui al comma 5 sono adottati dal Ministro
dell’interno con atto motivato, salvo che vi ostino motivi
attinenti alla sicurezza dello Stato, e tradotti in una lingua
comprensibile al destinatario, ovvero in inglese. Il provvedimento
di allontanamento è notificato all’interessato e riporta le
modalità di impugnazione e la durata del divieto di reingresso sul
territorio nazionale, che non può essere superiore a 3 anni. Salvo
quanto previsto al comma 9, il provvedimento di allontanamento
indica il termine stabilito per lasciare il territorio nazionale,
che non può essere inferiore ad un mese dalla data della notifica,
fatti salvi i casi di comprovata urgenza.";
- dopo il comma 7, sono inseriti i seguenti:
"7-bis. Il provvedimento di
allontanamento dal territorio nazionale per motivi di pubblica
sicurezza è adottato con atto motivato dal prefetto
territorialmente competente secondo la residenza o dimora del
destinatario, e tradotto in una lingua comprensibile al
destinatario, ovvero in inglese. Il provvedimento di allontanamento
è notificato all’interessato e riporta le modalità di
impugnazione e la durata del divieto di reingresso sul territorio
nazionale, che non può essere superiore a 3 anni. Il provvedimento
di allontanamento indica il termine stabilito per lasciare il
territorio nazionale, che non può essere inferiore ad un mese dalla
data della notifica, fatti salvi i casi di comprovata urgenza. Per
motivi imperativi di pubblica sicurezza il provvedimento di
allontanamento è immediatamente eseguito dal questore e si
applicano le disposizioni di cui all’articolo 13, comma 5-bis, del
decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
7-ter. I motivi di pubblica sicurezza sono
imperativi quando il cittadino dell’Unione o un suo familiare,
qualunque sia la sua cittadinanza, abbia tenuto comportamenti che
compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti
fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica,
rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile
con l’ordinaria convivenza.";
- al comma 8, le parole "è punito con
l'arresto da tre mesi ad un anno e con l'ammenda da euro 500 ad euro
5.000" sono sostituite dalle seguenti: "è punito con la
reclusione fino a tre anni";
- al comma 9, le parole "nel
provvedimento di cui al comma 7," sono sostituite dalle
seguenti: "nei provvedimenti di cui ai commi 7 e 7-bis," e
le parole "quando il provvedimento è fondato su motivi di
pubblica sicurezza che mettano a repentaglio la sicurezza dello
Stato," sono sostituite dalle seguenti: "quando il
provvedimento è fondato su motivi di sicurezza dello Stato o su
motivi imperativi di pubblica sicurezza,".
2. Al decreto legislativo 6 febbraio 2007, n.
30, dopo l’articolo 20 è inserito il seguente:
"Articolo 20-bis, (Allontanamento
del cittadino dell’Unione o di un suo familiare sottoposto a
procedimento penale )
1. Qualora il
destinatario del provvedimento di allontanamento per motivi imperativi
di pubblica sicurezza sia sottoposto a procedimento penale si applicano
le disposizioni di cui all’articolo 13, commi 3, 3-bis, 3-ter,
3-quater e 3-quinquies del decreto legislativo 25 luglio 1998,
n.286."
3. All’articolo 21 del decreto legislativo 6
febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 2, dopo le parole " che non
può essere inferiore ad un mese." e prima delle parole "Il
provvedimento di allontanamento di cui al comma 1" sono inserite le
seguenti: "Unitamente al provvedimento di allontanamento è
consegnata all’interessato una attestazione di obbligo di adempimento
dell’allontanamento, secondo le modalità stabilite con decreto del
Ministro dell’interno e del Ministro degli affari esteri, da
presentare presso il consolato italiano del Paese di cittadinanza
dell’allontanato.";
b) dopo il comma 2, è aggiunto il seguente:
"2-bis. Qualora il cittadino
dell’Unione o il suo familiare allontanato sia individuato sul
territorio dello Stato oltre il termine fissato nel provvedimento di
allontanamento, senza aver provveduto alla presentazione
dell’attestazione di cui al comma 2, è punito con l’arresto da un
mese a sei mesi e con l’ammenda da 200 a 2.000 euro.".
4. All’articolo 22 del decreto legislativo 6
febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modificazioni:
- al comma 1, le parole "di cui
all'articolo 20" sono sostituite dalle seguenti: "di cui
all'articolo 20, comma 7,";
- al comma 3, sono soppresse le seguenti
parole "pubblica sicurezza che mettano a repentaglio la";
- al comma 4, le parole "di cui
all'articolo 21" sono sostituite dalle seguenti: "di cui
all'articolo 20, comma 7-bis, e all’articolo 21";
- i commi 7 e 8 sono sostituiti dai seguenti:
"7. Contestualmente al ricorso di cui al
comma 4 può essere presentata istanza di sospensione dell’esecutorietà
del provvedimento di allontanamento. Fino all’esito dell’istanza di
sospensione, l’efficacia del provvedimento impugnato resta sospesa,
salvo che il provvedimento di allontanamento si basi su una precedente
decisione giudiziale ovvero su motivi imperativi di pubblica sicurezza.
8. Al cittadino comunitario o al suo
familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, cui è stata negata la
sospensione del provvedimento di allontanamento è consentito, a
domanda, l’ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale per
partecipare alle fasi essenziali del procedimento di ricorso, salvo che
la sua presenza possa procurare gravi turbative o grave pericolo
all’ordine pubblico o alla pubblica sicurezza. L’autorizzazione è
rilasciata dal questore anche per il tramite di una rappresentanza
diplomatica o consolare su documentata richiesta dell’interessato.".
dal manifesto del 31.10.07
Sicurezza, il governo approva
Palazzo Chigi vara le nuove norme. Adesso i
disegni di legge passano all'esame del parlamento
Mussi, Ferrero e Pecoraro Scanio si astengono sulle misure
riguardanti i sindaci. E la sinistra radicale promette battaglia
C. L.
Roma
Alla fine possono dirsi contenti tutti. Di certo il ministro degli
Interni Giuliano Amato e quello della Giustizia Clemente Mastella,
che dopo ben tre rinvii in consiglio dei ministri vedono finalmente
passare il pacchetto sicurezza. Ma anche Prodi, che vede il suo
governo superare l'ennesimo scoglio senza traballare più di tanto.
Così come, soddisfatti, possono dirsi tre dei sei ministri
dissidenti (Ferrero, Mussi e Pecoraro Scanio), che dopo aver
incassato qualche modifica di sostanza sulle nuove norme, si sono
astenuti sul disegno di legge più spinoso, quello che assegna nuovi
e maggiori poteri ai sindaci. E infine loro, i sindaci, che dopo
aver passato l'estate a combattere mendicanti e lavavetri a colpi di
ordinanza, alla fine incassano quasi tutto quello che avevano
chiesto a Prodi, a partire da una discutibilissima possibilità di
adottare provvedimenti urgenti in caso di non meglio specificati
pericoli per la sicurezza pubblica, possibilità fino a oggi
prevista solo di fronte a gravi pericoli per l'incolumità pubblica.
E infatti è proprio da loro che arrivano i primi apprezzamenti. «Sicuramente
l'approvazione del pacchetto sicurezza è un passo importante che ci
consentirà di dare risposta alla forte domanda di sicurezza dei
nostri cittadini», è il commento di uno dei protagonisti delle
polemiche di questa estate, il presidente dell'Anci e sindaco di
Firenze Leonardo Domenici.
Difficile dire se da oggi l'Italia è davvero un paese più sicuro,
come promette Palazzo Chigi. Di certo è un paese in cui le pene
detentive sono aumentate notevolmente grazie ai cinque disegni di
legge approvati. «Abbiamo dato un segnale concreto ai cittadini sul
tema della sicurezza», ha spiegato Prodi, sicuro che nessuna delle
nuove norme «danneggia le garanzie per i cittadini».
E' un premier tranquillo quello uscito ieri mattina da palazzo Chigi,
al punto da arrivare a sfidare l'opposizione. Nonostante le
insistenze di Di Pietro, che spingeva perché almeno una parte dei
provvedimenti viaggiasse con un decreto, l'esecutivo ha infatti
scelto la strada del disegno di legge, in modo da permettere al
parlamento di esprimersi. Ma anche - spiega chi è vicino al premier
- nella speranza di far uscire allo scoperto la Casa delle libertà,
tastando la sua disponibilità ad approvare in tempi rapidi le nuove
norme «invece di fare solo ostruzionismo». In caso contrario, ha
spiegato Amato, nel caso cioè «i ddl non dovessero essere
approvati rapidamente, il governo dovrà riconsiderare la scelta
fatta», valutare cioè la possibilità del decreto legge.
Assente il ministro per le Politiche comunitarie Emma Bonino, a New
York, che aveva annunciato il suo voto contrario, il pacchetto ha
dunque preso il via. Oltre ad affidare più poteri ai sindaci, le
nuove norme rimettono mano alla legge sul falso in bilancio e alla
Cirielli sui tempi della prescrizione, prevedono anche
l'introduzione di una nuova fattispecie di reato per chi impiega
minori nell'accattonaggio (punita con la reclusione fino a 3 anni),
assegna ai prefetti la possibilità di espellere cittadini
comunitari (a parte i minori e quanti risiedono in Italia da più di
dieci anni), insieme a misure a favore delle le donne
extracomunitarie che subiscono violenza in famiglia, pene più
severe chi guida sotto l'effetto di alcool e droga, e per le
tifoserie violente. Ma anche l'introduzione della banca dati del
Dna, la repressione della pedofilia via internet e misure più
severe nei confronti dei mafiosi. Provvedimenti sacrosanti accanto
ad altre decisamente più discutibili. E proprio su quest'ultime si
concentrano le critiche della sinistra radicale. Più chiaro di
tutti, è Giovanni Russo Spena: «La nuova versione del pacchetto
sicurezza contiene alcuni elementi positivi in più, purtroppo però
restano inalterati quella nagativi», ha spiegato il capogruppo di
Rifondazione al Senato. «In particolare sono inaccettabili le norme
sull'espulsione degli immigrati comunitari, l'eccesso di poteri
conferito ai sindaci e la cancellazione della legge Simeone-Saraceni.
L'obbligo di custodia cautelare per i minori poi - ha concluso Russo
Spena - oltre che molto grave è a mio parere chiaramente
anticostituzionale. E' evidente che queste norme dovranno essere
attentamente vagliate e modificate in parlamento».
Sicurezza/1. Il falso in bilancio
Il gran ritorno. Vincono Di Pietro e Ferrero
Chi si rivede, la vera novità del pacchetto sicurezza varato ieri
dal consiglio dei ministri è il falso in bilancio. Vecchia
conoscenza degli italiani, il reato era stato depenalizzato nella
scorsa legislatura dal governo Berlusconi. Ora ritorna, voluto
fortemente dal ministro Di Pietro (era un suo vecchio cavallo di
battaglia) ma anche da Ferrero (che incassa anche una riduzione
delle pene per la contraffazione e il no alle espulsioni dei bambini
da parte dei prefetti). La misura innalza le pene che nella scorsa
legislatura erano state alleggerite. La pena per chi falsifica i
bilanci sale fino a quattro anni e vengono cancellati i commi che
escludono la punibilità se le falsità o le omissioni non alterano
in modo sensibile il quadro societario. In caso di società quotate
in Borsa, la reclusione passa da un massimo di tre a sei anni.
Sicurezza/2. Sindaci e prefetti sceriffi
Più poteri di polizia. Vincono Cofferati e Domenici
Oltre a Di Pietro, vincono i sindaci come Cofferati e Domenici
che avevano chiesto poteri speciali contro le piccole illegalità.
E li hanno ottenuti. Il provvedimento estende anche ai pericoli
per la sicurezza urbana la facoltà del sindaco di adottare
provvedimenti urgenti, oggi prevista solo per gravi pericoli
all'incolumità pubblica. Si rafforza inoltre la collaborazione
tra sindaco e prefetto. Ai prefetti è inoltre attribuito il
potere di allontanare dal territorio nazionale cittadini
comunitari per motivi di pubblica sicurezza. L'allontanamento
resta di esclusiva competenza del ministro solo per chi risiede
in Italia da oltre dieci anni o per i minorenni, e per i motivi
di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato. La violazione del
divieto di reingresso viene trasformata da contravvenzione in
delitto e punita con la reclusione fino a tre anni.
Sicurezza/3. Arriva la banca dati del Dna
Contro la recidiva dei reati. Vince Rutelli
Un altro che esce vincente è il vicepremier Francesco Rutelli.
Che è sì ministro dei Beni culturali ma ha anche fortemente
voluto l'approvazione della banca dati del Dna. Per questo è
stato messo a punto un disegno di legge apposito che istituisce
presso il Dipartimento della Pubblica sicurezza un archivio in cui
confluiranno i profili del Dna, che saranno conservati «per 40
anni dall'ultima circostanza che ne ha determinato l'inserimento».
Una misura molto discussa, in particolare per quanto riguarda
l'aspetto della violazione della privacy, ma che a detta degli
esperti ha consentito di dimezzare la recidiva dei reati nei paesi
in cui è già applicata (Francia, Inghilterra, Stati Uniti).
Previsto anche il divieto di impiegare i minori
nell'accattonaggio: 3 anni di reclusione e la perdita della patria
potestà nel caso in cui i reati di riduzione in schiavitù o di
tratta siano commessi dal genitore o dal tutore.
Sicurezza/4. Stadi, alcol e droghe
No ubriachi al volante. Vince Amato
Ulteriore giro di vite anche contro la violenza negli stadi. La
stretta repressiva era già cominciata a partire dall'omicidio
dell'ispettore Raciti lo scorso anno durante Catania-Palermo. Ora si
prevede che chiunque venga trovato in possesso di razzi, bengala,
petardi e bastoni nei pressi dello stadio è punito con la
reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 1.000 a 5.000
euro. Idem per droghe e alcol. Oltre al test per i lavoratori di cui
parliamo sotto, chiunque al volante sotto l'effetto di alcol o
droghe provoca un omicidio colposo è punito con la reclusione da
tre a 10 anni (oggi ci sono pene da uno a cinque anni). Nel caso di
condanna per omicidio colposo o lesioni colpose a più persone, poi,
«è sempre disposta la confisca del veicolo salvo che appartenga a
persona estranea al reato». Su queste misure decisivo il ministro
dell'Interno Giuliano Amato.
Sicurezza/5. Prescrizione dei reati
Modificata la ex Cirielli. Vince il programma
Viene riscritta la legge cosiddetta ex Cirielli, allungando
sostanzialmente i tempi della prescrizione, che vengono calcolati
con un riferimento esclusivo alla pena massima prevista dal codice,
aumentata della metà. I delitti si prescrivono in un tempo comunque
non inferiore a sei anni. Quanto ai delitti di maggiore gravità, è
previsto un termine massimo per cui essi si prescrivono dopo 30
anni. I responsabili di delitti puniti con l'ergastolo non
beneficiano in alcun modo della prescrizione. La modifica della
legge Cirielli faceva parte (come pure, a dire la verità, il falso
in bilancio), della cancellazione delle «leggi-vergogna» del
centrodestra prevista dal programma dell'Unione. Uno dei pochi casi
in cui viene applicato. Per un'altra legge da cancellare, la
Fini-Giovanardi sulle droghe, il ministro Ferrero ha minacciato: o
la nuova legge si fa entro marzo o non sarò più ministro.
Sicurezza/6. Le altre misure
Stop a sospensione pene e norme antimafia
Una rapida carrellata di altre misure. Per i reati che provocano
allarme sociale viene esclusa la possibilità di sospensione
dell'esecuzione della pena, al fine di consentire al condannato la
presentazione di una istanza di misura alternativa alla detenzione.
Per tutti i reati per i quali è oggi previsto l'arresto in
flagranza si prevede la possibilità di applicare misure cautelari
se c'e un pericolo concreto e attuale della loro commissione, anche
se si procede per altro titolo di reato. Per le fattispecie più
gravi si prevede l'applicazione della sola misura di custodia in
carcere, salvo che emerga l'insussistenza di esigenze cautelari. Si
introduce la possibilità di aggredire il patrimonio mafioso anche
in caso di morte del soggetto a cui il bene è stato confiscato.
Viene inoltre introdotta una tutela per gli imprenditori e le
imprese sotto il ricatto della mafia che hanno il coraggio di
denunciare l'interferenza della criminalità.
droghe/lavoro
Obbligo di test, rischio licenziamento
Eleonora Martini
Non sono tutti uguali i lavoratori che «svolgono mansioni
particolarmente delicate per la sicurezza collettiva». Almeno
quando di mezzo ci sono le droghe. C'è una grande differenza per
esempio tra un taxista che metterebbe a repentaglio l'incolumità di
terzi anche se si fa una canna nel giorno libero, e un chirurgo che
opera sotto l'effetto di cocaina. La differenza la fanno i titoli di
giornale, evidentemente.
Deve essere per questo che ieri la Conferenza Stato-Regioni ha
ratificato un'intesa che prevede l'obbligo di test antidroga per
coloro che sono addetti alla guida di autobus, taxi, treni, navi,
aerei, e macchinari di movimentazione terra o merci, per i
controllori di volo e i collaudatori di veicoli, per chi è addetto
alla circolazione ferroviaria e marittima, per chi lavora in
impianti nucleari o maneggia sostanze pericolose come gas tossici,
esplosivi e fuochi d'artificio. Sono esclusi invece tutti gli altri,
tranne le forze dell'ordine e i vigili del fuoco che saranno
sottoposti ai controlli previsti nei rispettivi ordinamenti.
L'intesa, ratificata senza alcun accordo con i sindacati e
fortemente voluta dalla ministra della salute Livia Turco, dà
attuazione con decreto ministeriale all'articolo 125 del testo unico
delle droghe 309/90. Forse non è un caso se da ben 17 anni
quell'articolo era per così dire dormiente e nessuno aveva mai
pensato di applicarlo. Prevede test obbligatori e periodici per
accertare l'assunzione da parte dei lavoratori di «sostanze
stupefacenti e psicotrope» a spese del datore di lavoro che se non
provvede rischia la reclusione e pene pecuniarie. Controlli che in
caso di positività, sia per i tossicodipendenti che per i
consumatori occasionali, hanno come conseguenza addirittura il
licenziamento del lavoratore che non accetti un percorso di
riabilitazione. Il ministero della salute, punto assai rilevante,
definirà in dettaglio entro 90 giorni le procedure diagnostiche con
cui procedere ai test. Sì, perché questo è il vero scoglio da
superare in questo tipo di legislazione, come si è già visto nel
caso del decreto Bianchi sulla sicurezza stradale che ha dovuto
prevedere una commissione ad hoc per studiare il problema. C'è
infatti una difficoltà oggettiva a trovare test che funzionino come
gli etilometri per l'alcol, ovvero che riescano a stabilire quando
esattamente è stata assunta la sostanza, visto che nel sangue
rimangono a lungo le tracce, e più nel caso dell'hashish che della
cocaina. Inoltre, come dice l'onorevole Daniele Farina, «si
dovrebbero considerare le almeno 40 sostanze psicotrope censite dal
ministero della sanità che hanno effetto debilitante nel rapporto
uomo-macchina». «Se si avesse come vero obiettivo la sicurezza -
aggiunge Farina - ci sarebbero almeno 15 milioni di lavoratori
italiani che perderebbero il posto, ma siccome si farà riferimento
solo alle sostanze stupefacenti il fine punitivo è evidente».
Tutto questo senza aver «mai convocato formalmente i sindacati»,
secondo quanto denuncia Paola Agnello Modica, responsabile Salute e
sicurezza sul lavoro nella segreteria confederale Cgil. «Hanno
atteso 17 anni - accusa - potevano trovare almeno qualche ora per un
confronto vero con il sindacato, è molto grave che ciò non sia
avvenuto». Non che Cgil-Cisl-Uil si oppongano in via di principio
alle verifiche ma avrebbero voluto discutere di come fare i test, su
chi farli e chi deve eseguirli, delle procedure di verifica, e del
perché si lascia una materia così importante solo ad interventi
unilaterali del datore di lavoro. «È importante poi differenziare
droghe leggere da pesanti - aggiunge Agnello Modica - perché è
come se si volesse usare la stessa strumentazione in un cantiere o
in un ufficio per salvaguardare la salute dei lavoratori». «Se il
governo affronta un tale argomento in modo unilaterale - conclude -
sa che si prende anche le contestazioni».
Intervista
Ferrero: «Pacchetto indigesto ma non si può fare di più»
Il ministro della Solidarietà sociale si è astenuto su alcuni
punti di un progetto che sembra scritto dal centrodestra Ci vuole
una grande mobilitazione nel paese, sul piano politico non ci sono i
rapporti di forza
Luca Fazio
«La realtà è un disastro». Parte da qui, anzi termina qui, la
chiacchierata con il ministro della Solidarietà sociale Paolo
Ferrero che ieri, dovendolo digerire, si è astenuto sul cosiddetto
«pacchetto sicurezza» del governo. Intende dire che su un tema
delicato come la sicurezza bisogna necessariamente graduare il
conflitto, «perché devo sapere fino a dove posso portare la mia
gente». Spiccato senso della realtà, nodo impossibile da
sciogliere per chi da un anno e mezzo sbatte la testa sulla stessa
domanda: «E l'alternativa qual è?».
Ministro, perché si è astenuto?
Il «pacchetto» è nato male perché è il risultato di
una campagna messa in piedi da alcuni partiti del centrosinistra per
sdoganare la questione della sicurezza declinandola come ha sempre
fatto la destra. Abbiamo litigato a lungo e abbiamo corretto alcuni
errori macroscopici (e non dimentichiamo la reintroduzione del falso
in bilancio), ma l'impianto è rimasto tale e quale: si continua a
confondere la marginalità con l'ordine pubblico e non si distingue
tra repressione e politiche di inclusione. Il punto non è aumentare
le pene, lo sanno tutti che l'80% dei reati in Italia resta
impunito.
Nel merito, cosa non le piace?
Le misure per la sicurezza urbana, tra cui è prevista la
procedibilità di ufficio per i writers, e più in generale la
costruzione di nuovi poteri per i sindaci che mescolano
amministrazione locale e ordine pubblico, una strada pericolosa
perché l'insicurezza verrà agitata da chi avrà il problema di
farsi eleggere. Semmai c'è un problema di democratizzazione della
polizia. E poi i venditori di griffe false: era previsto addirittura
l'arresto immediato e siamo arrivati ad un inasprimento delle pene,
è comunque una cosa che non sta né in cielo né in terra. Inoltre,
sono convinto che sia un errore escludere le pene alternative per
certi reati: sono i classici reati commessi dai più poveri e credo
che queste persone si potrebbero più facilmente recuperare
tenendole fuori dal carcere.
Mastella le ha definite «astensioni benevole», insultante
se significa che non cambiano il provvedimento.
Altrimenti sarebbe stato un voto contrario, intendeva dire
che sulla sicurezza abbiamo portato a casa risultati importanti ma
ancora non basta. Così possiamo continuare a incidere, la
discussione continuerà.
Di questo governo rimarrà nella memoria la propaganda
securitaria che colpisce i marginali, e poco altro. Di fronte a
questa deriva, il Prc cosa è riuscito a ottenere?
Fino ad oggi noi abbiamo prodotto la politica della
riduzione del danno, e per me questa azione non è sganciata dal
fatto di poter approvare in tempi brevi la nuova legge
sull'immigrazione, spero entro la fine dell'anno. Non dimentichiamo
il punto di partenza, la furibonda campagna sicuritaria dei sindaci
del centrosinistra, e posso assicurare che il governo ha saputo
mediare e di molto rispetto alle loro richieste. E non dimentichiamo
che questo è il governo che con l'indulto ha svuotato le carceri.
Il Partito democratico è nato sotto l'egemonia culturale di certi
sindaci e a noi è toccato il compito di limitare i danni. Inoltre,
tenuta del governo permettendo, sto portando avanti una guerra di
trincea anche per cercare di modificare la legge sulle droghe
Fini-Giovanardi, se entro marzo non ci riesco non sarò più
ministro. Si tratta di due passaggi fondamentali per riuscire a
gestire il disagio nelle città.
Gli elettori si aspettavano di più.
Dati i rapporti di forza, il punto è come riusciamo a
portare a casa il massimo possibile. Sul tema della sicurezza,
attorno cui la destra ha svolto e svolge un lavoro sulla sua massa,
la sinistra non c'è mai stata: e certi errori si pagano. A volte
siamo un po' troppo idealisti, pensiamo che basti avere ragione per
ottenere le cose, e invece non è così.
Dato per perso il Pd, la cosiddetta «cosa rossa» sarà
capace di presentarsi come alternativa sul tema della sicurezza?
Non do per perso il Pd. E noto che sul «pacchetto»
sicurezza in parte si sono astenuti anche Pecoraro Scanio e Mussi,
ed è la prima volta che succede. Si tratta di un fatto che fa ben
sperare, anche se in termini politici sappiamo che paga poco essere
alternativi a chi ha una visione prettamente sicuritaria della
società.
Forse non è un caso che proprio oggi, mentre il governo
approva il «pacchetto», a Bologna vengano sgomberate le case
occupate.
Sono errori gravi. Affrontare i conflitti urbani generati
dalla mancanza di case con una politica repressiva non fa che
aumentare il livello di insicurezza, i cittadini si sentiranno
sempre più insicuri e non basterà sistemare un poliziotto ogni tre
portoni. Ieri a Roma, per banali questioni di traffico, un
automobilista quasi è stato ammazzato a colpi di mazza, e un altro
è stato accoltellato. L'aumento della paura crea solo tensioni e
porta all'imbarbarimento della società.
A proposito di case, l'Unione Inquilini sostiene che il
provvedimento recentemente approvato dal Cdm, trattandosi di un
disegno di legge, non blocca gli sfratti esecutivi nella capitale.
E' emergenza?
Ci vogliono due mesi per riconvertire un decreto legge, ma
abbiamo ottenuto garanzie sul fatto che le forze dell'ordine non
procederanno agli sgomberi, esattamente come è accaduto lo scorso
anno. Anzi, invito le organizzazioni di categoria a segnalarci
eventuali problemi.
La Commissione d'inchiesta per il G8, fortemente voluta dal
Prc, è stata affossata da Di Pietro e Mastella. Un altro schiaffo.
Può il Prc limitarsi a dire che così non va perché quella
Commissione era prevista nel programma?
E l'alternativa qual è? Qui ci vorrebbe una riflessione più
ampia. Gli altri, il centrodestra di Berlusconi, li abbiamo già
visti all'opera...Noi dobbiamo affrettarci a fare una legge
elettorale che ci permetta di non essere più in questa
situazione...molto brutta. E' un fatto gravissimo la bocciatura
della Commissione sui fatti di Genova, tanto più se pensiamo che un
agente torturatore di Bolzaneto rischia 30 mesi di galera e un
venditore di borsette false 24. Ci vuole una mobilitazione forte nel
paese, dobbiamo riprendere il lavoro di insediamento sociale, sul
piano politico non ci sono i rapporti di forza.
Cofferati gioisce e sgombera tutti
Il sindaco di Bologna anche senza i nuovi poteri sfratta undici
case occupate in un colpo solo. Tensioni e proteste: «Torneremo
a occupare»
Giusi Marcante
Bologna
«Case e reddito per tutti, resisteremo un minuto più di voi».
Alle sette di sera lo striscione del collettivo Passepartout è
zuppo di pioggia, quella che ha continuato a scendere per tutta la
giornata iniziata dodici ore prima con lo sgombero di undici case
popolari occupate in questi anni dai collettivi bolognesi. Il
mandante è Sergio Cofferati, il «sindaco degli sgomberi»
scandiscono una cinquantina di manifestanti nel pomeriggio quando
tentano di raggiungere l'aula magna dell'università dove è in
corso un incontro cui partecipa l'assessore alla casa, il diessino
Virginio Merola. Infatti la massiccia operazione è stata eseguita
dal nucleo sicurezza dei vigili urbani. Non c'è stato bisogno di
un'ordinanza. L'amministrazione ha segnalato all'autorità
giudiziaria le occupazioni e la procura ha risposto che per liberare
gli immobili, che sono di proprietà del comune e gestiti
dall'azienda dell'edilizia pubblica, la stessa amministrazione
poteva agire in «autotutela». A coprire le spalle alla polizia
municipale per eventuali problemi di ordine pubblico erano presenti
in modo decisamente evidente blindati dei carabinieri e uno anche
della guardia di finanza che chiudevano le strade dove gli
appartamenti sono stati sgomberati. In una casa tra gli occupanti c'è
anche un ragazzo appena operato al ginocchio che non si può
muovere, e la madre che è arrivata ad assisterlo è stata
addirittura denunciata per invasione di edifici come tutte le
persone identificate. L'offerta arrivata dal comune di quindici
giorni di ospitalità in un albergo è stata rifiutata, visto che il
ragazzo dovrebbe stare a riposo per almeno due mesi: «Pagavo 320
euro per una stanza senza finestra in centro», racconta Fabiano
bloccato sul divano mentre attorno gli smontano quello che i due
anni di occupazione ha fatto, compresa l'installazione della caldaia
«io questa casa l'ho recuperata dall'abbandono». Studenti
universitari e lavoratori precari dei collettivi cittadini, è
questo l'identikit degli occupanti che sottolineano come siano
diverse anche le famiglie che fanno occupazioni silenziose per
l'impossibilità di pagare un affitto. La prima reazione arriva in
tarda mattinata, un corteo improvvisato in cui vengono rovesciati
alcuni cassonetti e campane del vetro e della carta, blindati della
polizia si mettono davanti al comune temendo un assedio al palazzo
che non si verifica. Ma i collettivi annunciano nuove occupazione e
azioni a partire dal primo appuntamento utile, quello dello sciopero
generalizzato del prossimo nove novembre. Mentre la «sua» polizia
municipale sgomberava le case, Sergio Cofferati ieri era a Roma dove
è stato approvato il pacchetto sicurezza con maggiori poteri per i
sindaci. Il primo cittadino che da venti giorni non ha più una
maggioranza ha rivolto di recente ai partiti della sinistra l'invito
a ritornare nella coalizione. Di questo hanno parlato proprio ieri
consiglieri comunali e segretari dei partiti in una riunione che è
durata due ore ed è servita a sfrondare quell'unità a sinistra
guadagnata solo tre settimane fa. Perché se Rifondazione Comunista
continua a ribadire che non rientrerà in maggioranza, Sinistra
democratica è molto più sensibile dall'invito del sindaco. E se i
due consiglieri mussiani rientrassero in maggioranza i voti
tornerebbero a essere sufficienti a Cofferati atteso alla prova
dell'approvazione del bilancio. Il Prc è tornato a criticare anche
ieri gli sgomberi: «Se questo è il viatico per aprire una
trattativa con la sinistra allora partiamo male», ha detto in
mattinata il segretario Tiziano Loreti. In una settimana infatti è
stato sgomberato probabilmente tutto quello che era possibile. Dalla
casa autorecuperata da un collettivo libertario in periferia al
nuovo spazio che era stato occupato da Open the space, il cartello
di gruppi e associazioni che ha organizzato la street space parade
di fine settembre. Fino alle ruspe che sono tornate in azione sul
lungoreno e che ieri hanno abbattuto alcune baracche dove vivevano
cittadini rumeni. Sono state allontanate una cinquantina di persone
pronte ovviamente a tornare ad accamparsi, visto che non hanno altre
soluzioni.
I numeri
Mondo migrante
Sul territorio
La ripartizione territoriale dei soggiornanti stranieri a
fine 2006 vede 6 immigrati su 10 inseriti nel settentrione, 1
milione di presenze nel centro e più di mezzo milione nelle regioni
del sud.
I nuovi cittadini
Nel periodo '95-2005 sono state presentate 213.047 domande
per ottenere la cittadinanza italiana e ne sono state definite
135.496, il 92,5% concluse positivamente.
Pochi universitari
Gli studenti universitari di origine starniera sono il
21,6% negli Usa, l'11,3% in Gran Bretagna, il 9,8% in Germania, il
9% in Francia. In Italia sono l'1,5%
Le rimesse
Nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i
4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%
Italia terza in Europa per presenza di immigrati
I dati del dossier Caritas: un quarto sono rumeni e polacchi
Messaggio di Napolitano: «No ai rigurgiti razzisti»
Cinzia Gubbini
Roma
Inutile l'attesa del ministro dell'Interno Giuliano Amato alla
annuale presentazione del Dossier Caritas sull'immigrazione:
impegnato nella conferenza stampa sulla approvazione del pacchetto
sicurezza, il ministro ha tenuto sulle spine fino all'ultimo
monsignori, ospiti vari e il folto pubblico che come ogni anno si è
ritrovato al teatro don Orione di Roma. Fino alla fine ha cercato di
non mancare all'appuntamento con la Caritas. E con la platea del
dossier, certo non favorevole alle politiche da pacchetto sicurezza.
Evidentemente il ministro voleva presentare a modo suo la scelta del
governo. Sarebbe stato un dibattito interessante, perché gli
interventi dei rappresentanti della Chiesa - a partire dal vescovo
di Terni e Amelia monsignor Vincenzo Paglia - come quelli degli
ospiti «esterni» - ad esempio le parole dell'imprenditore
camerunense Otto Bitjoka, erano tutti tesi a rovesciare
completamente l'ottica del dibattito corrente. «La sicurezza è una
cosa buona, la vogliono gli italiani e gli immigrati. Ma occorre
essere sereni, e sapere che la repressione fine a se stessa non è
mai servita», ha detto Franco Pittau, curatore del dossier. Stralci
di questo spirito possono essere letti anche nel messaggio inviato
dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però non si
sbilancia: chiede «diminuzione della faziosità politica», ma si
sofferma anche troppo sulla «difficoltà a incanalare
l'immigrazione nell'alveo degli accessi regolari», della «troppo
ampia presenza di devianza e criminalità nell'immigrazione
clandestina» pur citando quella «vasta maggioranza di immigrati
laboriosi e onesti» e ribadendo il «rifiuto di ogni nuova
manifestazione di razzismo».
Insomma, ogni anno la presentazione del dossier ha un «tono»
determinato dal contesto politico. E quest'anno è il tono di chi
deve ribadire che gli immigrati non sono pericolosi. Mentre, secondo
i dati del dossier, l'Italia si pone ormai come terzo paese in
Europa per numero di persone di origine straniera, dietro alla
Germania e quasi ex aequo con la Spagna. Sono 3.690.000 i cittadini
stranieri, considerando anche i bambini nati in Italia (60 mila) e
le domande di regolarizzazione presentate nel 2006 (540 mila quelle
effettive, 486 mila quelle conteggiate). Italia e Spagna sono
inoltre i paesi con il più alto incremento annuale di immigrazione.
Anche se oggi parlare di «immigrazione» tout court può essere
fuorviante: innanzitutto il dato tiene dentro i 60 mila nati in
Italia, che incidono per il 22% sugli immigrati. E poi ci sono anche
rumeni, bulgari e polacchi che rappresentano ben un quarto delle
presenze ma sono a tutti gli effetti europei. L'est europeo,
d'altronde, è la parte del mondo più rappresentata in Italia: ogni
10 presenze immigrate 5 sono europee, 4 suddivise tra africani e
asiatici e 1 americana. Il che ha anche causato - per la prima volta
- il sorpasso degli ortodossi sui cattolici: se nel 2005 le due
religioni cristiane erano alla pari, oggi gli ortodossi contano 233
mila unità in più. I musulmani sono invece il 33%. Innegabile e
d'altronde ampiamente riconosciuta la loro incidenza sul Pil (6%),
il loro impatto irrinunciabile sul pagamento delle tasse (versano
1,87 miliardi) e il loro maggiore tasso di attività (supera di 12
punti quello degli italiani). Ma gli immigrati sono anche altro: i
279 scrittori censiti dalla banca dati «Basili», le 200 mila
coppie miste, il mezzo milione di studenti. Eppure i processi di
informazione non aiutano a guardare questa realtà: secondo una
ricerca commissionata dal ministero dell'Interno gli intervistati si
fanno un'idea degli immigrati, nell'85% dei casi, sulla base dei
telegiornali e ritengono che gli irregolari superino i regolari del
50%. Nulla di più falso. Anzi, con l'annessione della Romania in
Europa quest'anno gli irregolari scendono per la prima volta sotto
le 100 mila unità. Comunque, come è stato ribadito più volte dal
palco, i problemi creati dall'immigrazione sono anche legati «alle
lungaggini e lentezze burocratiche», che nessun governo si è
preoccupato di eliminare. «Siamo il 6% della popolazione - ha detto
Otto Bitjoka - ebbene, non ho mai conosciuto nessuna azienda in cui
il socio al 6% non ha neanche il diritto di voto».
L'insostenibilità
del pacchetto sicurezza
di
Giuliano Pisapia *
su
Liberazione del 30/10/2007
Non è
ragionevole pensare di risolvere problemi sociali col diritto penale.
E' necessario, invece, approvare al più presto pochi interventi,
efficaci
Sono ben note, ormai, le
critiche al cosiddetto "pacchetto sicurezza", da molti
definito, non solo propagandistico e demagogico, ma anche, e
soprattutto, iniquo e inefficace. Giudizio non derivante da schemi
ideologici ma fondato su dati oggettivi e sull'analisi delle politiche
di prevenzione e repressione e degli strumenti utilizzati per
garantire la sicurezza dei cittadini (basta citare, del resto, il
totale fallimento del cd. "pacchetto sicurezza", approvato
nel 2001 con la sola contrarietà della sinistra). Già altri si sono
soffermati sull'inutilità di misure che equiparano i venditori di
borse contraffatte ai boss mafiosi, e sull'assurdità di proposte,
tanto roboanti quanto inconsistenti, che non inciderebbero minimamente
sul dovere di garantire la sicurezza (problema reale che tocca
soprattutto, ma non solo, i soggetti più deboli); e che, anzi,
farebbero diventare preda delle associazioni criminali chi criminale
non è. Il programma dell'Unione dava, anche su questo tema, risposte
precise e concrete: ma quel programma, come ben sappiamo, è
quotidianamente tradito da non pochi che sono stati eletti proprio
sulla base di quel programma.
Se si prende quindi atto che, purtroppo, data la situazione politica,
sono illusorie riforme complessive, diventa ineluttabile ragionare su
pochi interventi, purché realmente efficaci. Perseverare in proclami,
politicamente e giuridicamente inaccettabili, minerebbe ulteriormente
la credibilità del governo e dell'intero centrosinistra. Si esca,
quindi, dalla "logica" che ha ispirato il cd.
"pacchetto sicurezza" e ci si impegni per una rapida
approvazione di poche e incisive norme, che abbiano anche capacità
propulsiva per una riforma organica dell'intero sistema penale.
Per garantire la sicurezza è indispensabile una razionale politica di
prevenzione e controllo del territorio (in un rapporto solidaristico
con i cittadini) e che, in presenza di condotte illegali, vi siano
sanzioni tempestive e proporzionate all'effettivo livello di
colpevolezza. Minacciare, come avviene oggi, pene draconiane, per lo
più ineseguite e ineseguibili (oltre il 90% dei reati rimane
impunito), rafforza il senso di impunità, causa principale della
recidiva. Ecco perche Rifondazione condivide la proposta di
"giudizio immediato" (non a scapito delle garanzie!) per chi
si trova in stato di detenzione: una sentenza in tempi brevi, limita i
danni per gli innocenti e, oltre a incidere positivamente sulla
recidiva, restituirebbe fiducia nella giustizia, soprattutto se, con
la condanna, saranno previste condotte risarcitorie e riparatorie a
favore delle vittime del reato. E' evidente, però, che un processo
celere sarà possibile solo se diminuiranno (contrariamente a quanto
vorrebbero alcuni sindaci) i fatti-reato, prevedendo immediate
sanzione amministrative per chi non lede beni giuridici che
necessitano di una tutela penale. Dimezzerebbero gli oltre 5 milioni
di processi pendenti, i giudici potrebbero occuparsi dei fatti
realmente gravi e diminuirebbero le sacche di impunità. Lo stesso si
può dire per la proposta di estendere ai prefetti l'espulsione di
stranieri per "motivi di sicurezza" (termine la così vago
che potrebbe includere la mera partecipazione a assemblee o
manifestazioni). Quale significato, se non propagandistico, può avere
una simile proposta se non si è oggi neppure in grado di eseguire le
espulsioni disposte dall'Autorità Giudizaria, dopo un regolare
processo e una motivata condanna? Valida alternativa, e non vano
esercizio muscolare, potrebbe essere quella di prevedere che la
condanna sia scontata nel Paese d'origine o, per i reati non gravi,
sostituire (come già oggi è possibile) la pena con l'espulsione.
Per quanto concerne una efficace lotta alla mafia, bisogna accelerare
i tempi di destinazione a fini sociali dei beni sequestrati (oltre il
47% non è stato ancora assegnato) e approvare le altre norme,
previste nel disegno legge, tese a rafforzare la lotta alla criminalità
organizzata. Provvedimenti, però - ed è questo uno dei punti
discriminanti - che sarebbero neutralizzati dall'approvazione, pure
prevista nel "pacchetto", dell'obbligatorietà (di fatto)
della carcerazione preventiva per reati che già oggi, in caso di
pericolosità sociale, prevedono la custodia cautelare in carcere.
E che dire del fatto che circa la metà dei processi viene rinviato
per errori o ritardi nelle notifiche? Perché allora - invece di
parlare di "sociologia d'accatto" - non approvare subito una
semplice modifica legislativa - quale quella delle notifiche anche via
internet - unanimemente condivisa, da tempo all'esame del Parlamento e
che porterebbe a risultati sorprendetemente positivi! E,
parallelamente, inviare in Parlamento, dove già ne è stata
calendarizzato la discussione, le proposte che prevedono, per molti
reati, pene diverse dal carcere (interdittive, prescrittive,
risarcitorie ecc.) e introducono nel codice penale istituti che
renderebbero più celeri i processi e più facile il reinserimento
sociale, con conseguente diminuzione dei reati e, quindi, maggiore
sicurezza per tutti. Ragionevolezza vorrebbe, quindi che - oltre a non
pensare di risolvere problemi sociali col diritto penale - si
accantonassero proposte inique, inutili e irrealizzabili e si
approvassero, invece - e al più presto - poche norme, in grado però
di assicurare più giustizia e più sicurezza. No, quindi, al
"pacchetto" prospettato dal Governo; sì, a interventi
realmente in grado di incidere sul livello, sia reale che percepito,
di insicurezza dei cittadini, senza però abbandonare la prospettiva
di riforme organiche e complessive. Solo così, ne sono convinto, sarà
possibile recuperare quel consenso ampiamente - ma non definitivamente
- perduto.
* presidente della commissione del Ministero della Giustizia per la
riforma del codice penale
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