Impiegato Fiat «solidale» con i colleghi
di Pomigliano: giudice ordina reintegro
Era stato licenziato per aver inoltrato una mail delle tute blu polacche sulla questione dello stabilimento campano
IL CASO
Impiegato Fiat «solidale»
con i colleghi
di Pomigliano: giudice ordina reintegro
Era stato licenziato per aver inoltrato una mail delle tute blu polacche sulla questione dello stabilimento campano
TORINO - Deve essere reintegrato al
lavoro a Mirafiori Pino Capozzi, l'impiegato
di alto livello licenziato a luglio dalla
Fiat. Lo ha deciso il giudice del lavoro di
Torino, accogliendo il ricorso della Fiom
contro l'azienda per comportamento
antisindacale. Lo annuncia la stessa Fiom in
una nota, precisando che il dispositivo della
sentenza stabilita dal magistrato Patrizia
Visagi sarà pubblicato giovedì.
IL CASO - Capozzi era stato licenziato
per aver inviato ai colleghi torinesi tramite
la casella di posta elettronica aziendale un
messaggio di solidarietà delle tute blu
polacche dello stabilimento di Tichy ai
colleghi di Pomigliano, alla vigilia del
referendum nello stabilimento campano. La Fiom
e il dipendente torinese avevano presentato
ricorso, accusando l’azienda di
comportamento antisindacale.
LA FIOM - «Capozzi, delegato della
Fiom di Mirafiori - dice il segretario
nazionale Giorgio Airaudo - era stato
licenziato a luglio per aver utilizzato la
posta elettronica aziendale per diffondere un
volantino sindacale. Siamo soddisfatti,
sapevamo di avere ragione, ma è importante
che l’abbia riconosciuto anche un tribunale
della Repubblica. La Fiat sta sbagliando a
perseguire lo scontro, è stata chiaramente
svolta un’azione intimidatoria nei confronti
dei lavoratori che, come Capozzi, hanno avuto
la sola responsabilità di rappresentare, con
la Fiom, i propri compagni di lavoro».
13 ottobre 2010
FIAT
Giudice del lavoro: "Inammissibile
ricorso Fiom
sui lavoratori reintegrati in stabilimento
Melfi"
Il sindacato aveva contestato la decisione dell'azienda di riammettere i tre licenziati permettendo loro di svolgere attività sindacale, ma non di tornare al lavoro sulle linee produttive. La rappresentanza prepara un'istanza per chiedere chiarimenti"
MELFI (Potenza) - Ricorso 'inammissibile'.
Così il giudice del lavoro di Melfi Emilio
Minio, lo stesso che aveva emesso il
provvedimento di annullamento
dei licenziamenti dei tre operai Fiat 1,
ha giudicato l'istanza presentata dalla Fiom
sulle modalità con cui la Fiat aveva attuato
il reintegro dei tre lavoratori dello
stabilimento di Melfi (Potenza) licenziati nel
luglio scorso.
L'udienza durante la quale la Fiom aveva
presentato la sua istanza si è svolta il 21
settembre scorso. Il sindacato aveva
contestato la decisione della Fiat di
riammettere i tre licenziati permettendo loro
di svolgere attività sindacale ma non di
tornare al lavoro sulle linee produttive.
In una nota, i legali della Fiat hanno
evidenziato che "nel dichiarare
inammissibile l'istanza della Fiom, il
Tribunale di Melfi ha confermato trattarsi di
richiesta estranea al nostro ordinamento
processuale, sottolineando che la stessa
costituisce 'tentativo, che oltrepassando i
limiti dell'analogia, si caratterizza per
essere un'iniziativa creativa e di politica
legislativa, inibita all'ordine giudiziario'".
La reazione della Fiom.
Immediata la reazione di Fiom-Cgil che ha
annunciato che domani presenterà un'istanza
al giudice dell'esecuzione del Tribunale di
Melfi ''per la definizione delle modalità di
attuazione''
del decreto di reintegro
emanato ad agosto dal giudice del
lavoro Minio. ''Il giudice del lavoro - ha
spiegato l'avvocato Lina Grosso - ha
dichiarato inammissibile la nostra istanza,
dichiarandosi incompetente, perché non in
presenza di un provvedimento di natura
cautelare. Stiamo già preparando l'atto di
precetto da presentare domani mattina al
giudice dell'esecuzione del Tribunale di
Melfi, per ottenere i necessari chiarimenti
sulle modalità del reintegro dei tre
lavoratori''.
( 29 settembre 2010 ) © Riproduzione riservata
http://www.youtube.com/watch?v=mLFoIw6vnjE video
Melfi-Roma,
3 operai Fiat
in viaggio tra le fabbriche
Video-diario:
1 | 2 | 3 | 4
Carniti, c'è qualche similitudine tra la situazione dell'autunno '80 e quella attuale, che vede l'ultimo assalto ai residui diritti sindacali, un'altra volta da parte della Fiat?
Certamente sì. I problemi strutturali dell'azienda torinese erano analoghi a quelli di oggi: un eccesso di capacità produttiva non utilizzata rispetto a una caduta della domanda e, al tempo stesso, un sottodimensionamento della Fiat in rapporto alla concorrenza internazionale. Oggi come allora l'azionista privato, la famiglia Agnelli, aveva deciso di non mettere un soldo nell'auto e i ricavi degli anni precedenti li aveva dirottati sulla speculazione finanziaria. Anche allora c'era una scarsità di nuovi modelli. L'altra similitudine è che, così come ieri Romiti se la prendeva con gli operai e il conflitto sindacale, oggi Marchionne se la prende con la Fiom. Le cause dello stato precomatoso dell'azienda andavano e vanno ricercate altrove.
Torniamo all'80, e alla sconfitta ai cancelli. Vuoi tentare un bilancio di quell'esperienza?
In gioco c'erano le cose che dici tu, la percezione di un attacco inedito al potere in fabbrica. E in Italia, si sa, la Fiat fa sempre scuola. Dunque, c'era la crisi della quantità e della qualità della produzione, i piazzali erano pieni di macchine invendute e le modalità con cui l'azienda decise di affrontare la situazione determinò una reazione uguale e contraria. Fu scelto il blocco a oltranza della produzione, una forma di lotta che non avrebbe aiutato un risultato positivo: gli scioperi a oltranza, salvo casi eccezionali, portano alla sconfitta. L'unico risultato che ragionevolmente avremmo potuto ottenere era la cassa integrazione a rotazione per evitare quelle liste di proscrizione che poi arrivarono. È più facile da dire che da fare, me ne rendo conto, con un'azienda portata al disastro dalla proprietà e dai dirigenti e un'esasperazione comprensibile dei lavoratori. Ma quella forma di lotta, alla lunga portò divisioni tra operai e impiegati e tra gli stessi operai. Chi partecipò alla marcia dei 40 mila pagò successivamente quella scelta antioperaia e gli impiegati fecero la stessa fine degli operai. Fuori dalla fabbrica.
Una volta dicesti al manifesto che tu non avresti voluto firmare un testo d'accordo, scritto da Romiti, lo stesso giorno della marcia.
Con grande difficoltà, alla fine lo firmai per solidarietà con Lama. Eravamo all'hotel Bristol, il povero segretario della Cgil era tempestato di telefonate dal gruppo dirigente del Pci che era andato in confusione e temeva effetti negativi sul terreno elettorale. Sicuramente Chiaromonte, poi Berlinguer e credo anche Fassino misero Lama alle corde. Che mi disse: «Non ho alcun margine di manovra». Io ripetevo che avremmo dovuto aspettare 3-4 giorni, facendo passare l'impatto simbolico della marcia dei capi e discutendo e trattando il testo. Alla fine accettai, perché quando si perde si perde insieme.
Insieme a Lama e Benvenuto; e insieme agli operai? Le assemblee furono contestate dai lavoratori e voi tre vi beccaste qualcosa di più dei fischi.
Io ero all'assemblea delle meccaniche, il casino scoppiò alla fine quando i militanti che avevano sostenuto la lotta ed erano sotto il palco chiesero che quelli in fondo, impiegati e capi, non avessero diritto al voto perché non avevano partecipato alla protesta. Non era una posizione plausibile. Poi ci fu un voto nettamente maggioritario a favore del sedicente accordo, ma anche questo dato fu contestato. Io uscii tra le urla e qualche strattone e fuori dai cancelli, sulle rotaie del tram c'erano gruppi esterni di contestatori, c'erano pezzi di porfido... Fui salvato da due uomini robusti, il dirigente del Pci Giuliano Ferrara e un capo operaio di Mirafiori, Sabbatini.
Ricordo quella giornata terribile. Io ero all'assemblea di un altro settore dove le contestazioni toccarono a Giorgio Benvenuto. Furono due giornalisti a metterlo in salvo, chi scrive e Salvatore Tropea di Repubblica. Non ricordo però parole di fuoco, né che chiamasti squadristi i contestatori.
Certo che no, quegli operai erano esasperati, altro che squadristi. Operai che vedevano la fine al termine della cassa a zero ore. Non condividere certe forme di lotta non può far venir meno la solidarietà con la tua gente che le ha condotte. Ero ragazzino quando, nel pieno di una divisione nel movimento bracciantile, assistetti a un comizio di Di Vittorio in Puglia. Salì sul palco e iniziò così: «Compagni abbiamo sbagliato».
Ti piacerebbe sentire i segretari dei sindacati firmatari del sedicente accordo di Pomigliano dire «Compagni abbiamo sbagliato»?
(Carniti si fa una grassa risata, ndr). A Pomigliano, l'ho già detto sul manifesto, sotto tiro è il contratto nazionale di lavoro e la Fiat fa da apripista per tutte le aziende che, una dopo l'altra, cominceranno a piangere miseria: la concorrenza internazionale, il costo del lavoro... e chiederanno deroghe e riduzione dei diritti. Quello di Pomigliano, però, non è che l'atto conclusivo del processo di smantellamento del contratto nazionale messo in atto da questo governo, senza adeguate reazioni da parte dei sindacati e della politica. Hanno detassato gli aumenti aziendali per determinare anche tra i lavoratori una spinta a incentivare il contratto aziendale, trascurando il sistema di solidarietà garantito dal contratto nazionale; hanno detassato gli straordinari, misura demenziale in una fase recessiva; idem con le turnazioni particolari e il lavoro domenicale. Marchionne ha solo formalizzato la fine del contratto nazionale. Mi dicano i sindacati: cosa c'è dopo il contratto nazionale? Me lo spieghino, io non vedo nulla, nessun disegno strategico plausibile.
di Antonio Sciotto
ARBITRATO
Riecco la legge «brucia-lavoro»
Al Senato il ddl rinviato
dal Quirinale
Il disegno di legge che brucia i diritti, il
cosiddetto «Collegato lavoro» approntato dal
governo e in special modo dal ministro Sacconi,
torna alle Camere: il Presidente della
Repubblica lo aveva respinto a fine marzo,
decidendo di non promulgarlo. Soprattutto in
forza dello squilibrio tra impresa e lavoratore
nel momento della firma per la scelta di un
arbitro, di fatto obbligata, e la rinuncia al
giudice del lavoro. È l'«arbitrato», di cui
tanto si è discusso nell'inverno scorso, che ha
diviso la Cgil da Cisl e Uil, e che nella
versione rivista non riguarda più i
licenziamenti e l'articolo 18, ma resta in piedi
per tutte le altre cause. E non è l'unico punto
negativo del Collegato: la Cgil segnala tanti
pericoli e si prepara a una campagna di
mobilitazione, con l'obiettivo di ricorrere alla
Corte costituzionale a legge approvata.
Il ddl è calendarizzato per oggi al Senato, e
se passerà dovrà andare alla Camera per
l'approvazione definitiva: ovviamente a questo
punto il Presidente Napolitano dovrà
promulgarlo. «La parte centrale della legge
riguarda la certificazione e l'arbitrato - dice
Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil - La
certificazione di fatto è già in vigore, ma
fino a oggi serviva solo per identificare il
tipo di contratto, se fosse a termine o a
progetto ad esempio. La novità è che il ddl
adesso permetterà di entrare nel merito del
rapporto, e si potrà far siglare al lavoratore
tutta una serie di clausole in deroga al
contratto nazionale, firma di cui poi il giudice
dovrà tenere conto. Si ottengono così due
risultati: si introduce una prima forma di
contratto individuale, e si indebolisce la
funzione del giudice».
Fammoni spiega che «la Cgil sarà sempre a
disposizione, con i suoi sindacalisti e legali,
per consigliare e informare i lavoratori, ma non
avallerà mai questo tipo di contratti nè farà
mai parte di una commissione di certificazione».
«Anzi - aggiunge - una volta che la legge
dovesse essere approvata, nonostante gli sforzi
che stiamo facendo e faremo perché non lo sia,
distribuiremo un vademecum per spiegare tutti i
rischi e offriremo sostegno».
Ancora, c'è l'arbitrato: «È una clausola
compromissoria che si fa firmare al lavoratore -
continua il segretario Cgil - imponendogli di
fatto di rinunciare per sempre e senza
possibilità di ritorno ad avvalersi di un
giudice. Si indebolisce così non solo, ancora
una volta da parte di questo governo, la
magistratura, ma anche la forza e la centralità
della legge. Si deve notare poi che l'arbitro
che sostituirà il giudice dovrà emettere una
sentenza "secondo equità": anche in
deroga alle leggi e ai contratti nazionali. Sono
evidenti tutti gli elementi di incostituzionalità
della legge, e per questo forniremo ai
lavoratori tutti gli strumenti utili per il
ricorso alla Corte costituzionale».
Ancora, segnala la Cgil, il ddl contiene
l'apprendistato a 15 anni, «che in un colpo
solo abbassa l'obbligo scolastico e la soglia
del lavoro minorile»; viene inoltre rimessa in
piedi la delega sugli ammortizzatori sociali, già
prevista nel Protocollo welfare del 2007: «Ma
in questo caso è utilizzata per scavalcare il
Parlamento e approvare una legge diversa da
quello spirito, con differenziazioni a seconda
dei settori di lavoro e dei territori».
Peggiorano anche le norme sulla sicurezza del
lavoro: diventerà obbligatorio denunciare gli
infortuni solo con prognosi superiore a 14
giorni, e non più a 3. Inoltre, si abolisce il
«registro infortuni» che doveva essere tenuto
da ogni impresa. Secondo la Cgil, è solo
l'anticipo di altre «controriforme»
annunciate: la modifica dell'articolo 41 della
Costituzione sulla libertà di impresa e la
destrutturazione dello Statuto dei lavoratori.
Il diktat dell'azienda:
no a scioperi di sabato
Imperversa la linea Marchionne. La Ferrari ha
inviato ieri una lettera ai rappresentanti di
Fiom e Fim diffidandoli dal proclamare scioperi
durante i sabati di straordinario già
concordati. I sindacati avevano proclamato lo
sciopero nei sabati lavorativi. La stessa cosa
sta succedendo anche alla Sevel dove a
proclamare sciopero è stata la sola Fiom. Anche
lì sono stati programmati 4 sabati lavorativi.
La risposta è arrivata la Confindustria di
Chieti che ha parlato di possibili azioni legali
«per ottenere l'accertamento dell'illegittimità»
del comportamento della Fiom e «la condanna dei
responsabili al risarcimento danni».
MECCANICI /AL VIA IL
TAVOLO SULLE DEROGHE
Landini (Fiom) propone «nuove
regole»
Alla vigilia dell'incontro sulle deroghe ai
contratti tra Fim, Uilm e Federmeccanica -
previsto per oggi - la Fiom avanza una sua
proposta, sulle regole per evitare d'ora in poi
contratti separati: «Avanziamo a Federmeccanica
una precisa proposta con l'obiettivo di
superare, nella nostra categoria, la pratica
degli accordi separati», ha detto ieri in una
nota il segretario generale della Fiom, Maurizio
Landini, ed è tornato a chiedere che si fermi
il negoziato, a cui la Fiom comunque non
parteciperà. La proposta è dunque che «si
attivi una specifica trattativa tra le parti per
definire un accordo sulla rappresentanza e sulla
validazione delle piattaforme e delle intese
tramite l'esercizio del referendum, da
effettuare tra tutte le lavoratrici e i
lavoratori iscritti e non al sindacato».
Secondo il leader della Fiom Cgil, «regole
democratiche condivise ed esigibili sono la
condizione affinché i negoziati sindacali si
possano realizzare e concludere con accordi
rispettosi delle leggi e dei contratti in
vigore, anche in presenza di diverse posizioni
tra le organizzazioni sindacali, sulla base del
pronunciamento vincolante delle lavoratrici e
dei lavoratori metalmeccanici, sia su base
nazionale che aziendale. Naturalmente - ha
concluso Landini - ciò significa sospendere
negoziati che possono solo portare ad altre
intese separate».
Intanto Fim e Uilm sono pronte a sedersi, oggi,
al tavolo con Federmeccanica: dicono di voler
scambiare «la flessibilità con l'occupazione»:
«Deroghe sì - è il messaggio dei due
sindacati - ma solo con uno scambio flessibilità-occupazione».
La nuova trattativa è stata originata dallo «strappo»
compiuto dalla Fiat a guida Sergio Marchionne
nello stabilimento di Pomigliano: il nuovo
accordo per quel sito - e per gli altri Fiat in
futuro - necessita di un diverso contratto
nazionale alla base, che dovrà andare in vigore
dal 2012.
14 set
MELFI/FIOM
I lavoratori licenziati in
marcia per i diritti
È iniziata ieri la «Marcia per il lavoro» che
vedrà Giovanni Barozzino e Antonio Lamorte - i
due delegati Fiom Cgil della Sata licenziati
dalla Fiat
e reintegrati dal Tribunale di Melfi - impegnati
nei prossimi giorni in una iniziativa itinerante
che si concluderà dopodomani, giovedì 16, a
Roma. Barozzino e Lamorte ieri hanno fatto tappa
alla Iveco Sofim di Foggia. Oggi parteciperanno
all'assemblea che si terrà alle 12 di fronte
allo stabilimento Fiat di Cassino (Roma). Domani
saranno presenti alla fabbrica Fiat di
Pomigliano d'Arco (Napoli). Giovedì, come
detto, concluderanno la loro marcia nella
Capitale.
«L'obiettivo - ha spiegato Emanuele De Nicola,
segretario Fiom lucana - è quello di
rivendicare i diritti dei lavoratori, la
democrazia, il rispetto delle leggi e delle
decisioni della magistratura. La tappa clou è
quella di Roma: dopo aver partecipato al
direttivo Fiom del Lazio e a un attivo nazionale
Cgil, andranno a manifestare sotto il ministero
della Giustizia».
Intanto il segretario Fiom Maurizio Landini ieri
era a Bologna, per il direttivo Fiom: «Usano la
crisi per cancellare i diritti, in modo che
quando sarà finita non ci sarà più il
contratto nazionale - ha detto attaccando Fiat e
Confindustria - L'accordo di Pomigliano verrebbe
applicato nella primavera 2012, perché da qui
ad allora
i lavoratori sono in cassa: ti chiedono di
firmare un nuovo modello due anni prima, e nel
contempo ti fanno firmare che non lo puoi più
contestare, e che se scioperi ti licenziano».
«SCOOP»
DI PANORAMA SUI LICENZIATI FIAT
«Quel giorno ci fu
sabotaggio». E la Fiom presenta querela
Una copertina per demolire gli operai licenziati
di Melfi, e un servizio che ricostruirebbe il «sabotaggio»
compiuto ai danni della Fiat: la «verità» di
alcuni colleghi operai che finora avrebbero
avuto paura di parlare. È lo «scoop»
dell'ultimo numero di Panorama (gruppo Mondadori),
ripreso ieri anche da Libero e il Giornale. La
Fiom ha dato mandato ai suoi legali per querela.
Intanto ieri si è saputo che la Fiom non è
stata invitata al confronto che si aprirà il
prossimo 15 settembre tra Federmeccanica e gli
altri sindacati sulle possibili deroghe al
contratto nazionale dei metalmeccanici, dato che
non è firmataria dell'ultimo contratto
separato.
4 set
- di lo. c.
FIAT/CONTRATTI
Lo spirito di Marchionne soffia sul lago
Il fresco del lago aiuta la riflessione e il vento spazza via ogni ipocrisia. A Cernobbio il metalmeccanico Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, ieri ha detto senza giri di parole quello che pensa. Pensa che ci siano «cose più importanti» di cui occuparsi che non i tre licenziati dalla Fiat a Melfi: «Il fatto che per tutto agosto la storia dei tre operai abbia scomodato i vertici dello Stato e della Chiesa lo guardo con simpatia, ma credo che abbiamo problemi più importanti da seguire». Bombassei, dopo aver richiamato all'ordine il presidente Giorgio Napolitano e il cardinale Bertone, aggiunge che Marchionne «non chiede di eliminare diritti acquisiti ma è chiaro che in un momento così difficile, non dico un po' di diritti in meno, ma forse qualche richiamo in più sui doveri non farebbe male».
In casa Confindustriale si moltiplicano, tra Cernobbio, Roma e Milano le richieste di deroghe al contratto dei metalmeccanici. Tale accanimento lascia intendere che anche all'interno del mondo padronale vi sia chi non è convinto della linea bellica che Marchionne vorrebbe imporre alla Confindustria, una linea foriera di maggiore e non minore «lotta di classe». Gli imprenditori sanno che sicuramente una linea di rottura verticale con la Fiom avrebbe pesanti ricadute in fabbrica che non farebbero bene né alla produzione né alla produttività. Dunque, serve un tormentone per convincere anche gli scettici. Chi certamente non è scettico è il presidente di Telecom Gabriele Galateri di Genola, formato a una lunga scuola Fiat, che sempre da Cernobbio ritiene «opportuno rivedere le regole delle relazioni industriali per un recupero di produttività del sistema industriale».
La parola d'ordine è il «nuovo» contrapposto all'«antico». Antico è il sistema di regole sancite dalla Costituzione, dallo Statuto dei lavoratori e dai contratti nazionali. Anche il segretario del Fismic - sindacato aziendale Fiat con una storia quasi sessantennale di subalternità - Roberto Di Maulo, se l'è presa ieri con la «rigidità di norme contrattuali vecchie». Di Maulo va oltre, e chiede alla Fiat di ripristinare l'ordine a Melfi, turbato dai sabotaggi e dalle ritorsioni di quei demoni della Fiom. Infine, sempre dal Fismic, un caldo ringraziamento a Marchionne per le sue promesse di investimenti in Italia.
- di Lo.C.
Lotta di classe/1
«Ha ragione Damiano. La ragione del coraggio. Quello di chi affronta... la fatica del riformismo». «Il Sole 24 ore» commenta con questo peana l'intervista al dirigente Pd pubblicata il giorno prima sulla stessa testata. Damiano denunciava il doppio estremismo di Fiat e Fiom e chiedeva ai meccanici della Cgil di accettare il verdetto del diktat del Lingotto a Pomigliano: «Vuoi i diritti o il lavoro?». Nello stesso giorno il giornale confindustriale ospitava un articolo di Innocenzo Cipolletta che invitava i suoi colleghi padroni e manager a farla finita con gli accordi separati e a battersi per una legge sulla rappresentanza sindacale. Un articolo fuori linea. La linea è quella di Damiano che, commenta «Il Sole», «Susanna Camusso sembra aver condiviso». Datemi un martello.
Fiat, il Pd richiama la Fiom: «Dovete digerire Pomigliano»
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 03/09/2010
Giorgio Cremaschi: «E' un ricatto, discussione chiusa»
La Fiom
deve digerire a tutti i costi l'accordo di
Pomigliano? Stando a quanto sostiene il
capogruppo dei deputati del Pd Cesare Damiano,
sembra proprio di sì. La sollecitazione arriva
direttamente dalle colonne del "Sole 24
ore" che ieri ha ospitato l'opinione
dell'ex ministro. Una intervista che arriva in
un momento piuttosto delicato del confronto su
"deroghe e modelli contrattuali". Il
prossimo 7 settembre è prevista la riunione
della Giunta di Federmeccanica che quasi
sicuramente deciderà di disdettare l'accordo
dei metalmeccanici del 2008 e chiederà la
definizione di numerose deroghe nell'ambito del
modello contrattuale avviato con l'accordo
separato del 2009. In pratica, si apre la strada
alla generalizzazione del modello Pomigliano,
sui cui la Fiom aveva più volte richiamato
l'attenzione.
E il Pd, dopo aver sofferto le pene dell'inferno
proprio su questo punto sceglie nei fatti di non
contrastare più di tanto le scelte
dell'amministratore delegato della Fiat Sergio
Marchionne. Anzi, alla domanda se siamo in
presenza di una sorta di "autoesclusione"
della Fiom da quell'accordo, Damiano risponde:
«E' vero, a Pomigliano si è espressa la
maggioranza dei lavoratori e tutti devono tenere
conto del risultato». Damiano propone anche la
formula più adeguata per il "rientro"
della Fiom, a cui chiede di inviare «segnali
distensivi»: «Gli accordi - dice - si possono
anche sottoscrivere con un atto di condivisione
critica, come si è fatto in passato».
«La sfida della competitività va accettata con
alcuni suggerimenti - continua Damiano -. Un
patto sociale presuppone un intervento
propositivo del governo, come è accaduto nel
1993 o nel 2007 negli accordi sulla
concertazione. Il governo deve avere un ruolo,
non può fare da arbitro sugli spalti».
A rispondere a Damiano è Giorgio Cremaschi,
presidente del Comitato centrale della Fiom e
leader della "Rete 28 aprile".
«Naturalmente non siamo assolutamente d'accordo
con il dirigente del Partito Democratico, Cesare
Damiano - dichiara Cremaschi -. La Fiom ha già
deciso che non sottoscrive un accordo che è un
ricatto nei confronti dei lavoratori e che viola
elementari norme contrattuali, della legge e
principi della Costituzione. Lo aveva deciso già
prima del referendum, e dopo ha confermato la
decisione. Su questo la discussione è
semplicemente chiusa». «Quello che però
consigliamo a Cesare Damiano e a tanti della
sinistra è di riflettere su cosa vuol dire oggi
in Italia distruggere il contratto nazionale.
Perchè di questo si tratta, come chiariscono
bene tutti coloro che considerano la proposta di
Marchionne un modello -continua Cremaschi- La
distruzione del contratto nazionale chiesta
dalla Fiat e avviata dalla Confindustria
significa mettere in discussione uno dei
principali legami sociali del paese. E far
sprofondare il lavoro in una competizione
selvaggia sul piano aziendale e territoriale che
porterà a un degrado ulteriore della società e
della stessa economia. È da trent'anni che gli
industriali propongono il patto sociale,
ottengono risultati rilevanti a danno del
lavoro, eppure siamo sempre più in difficoltà
nella competizione internazionale».
A spezzare una lancia a favore della Fiom è
anche la neo-segretaria dalla Fp-Cgil Rosanna
Dettori.
La Dettori prende spunto dal mancato reintegro
dei tre lavoratori di Melfi. «Oggi è chiaro a
tutti che quanto sostenuto dalla Fiom mentre era
in atto lo scontro sull'accordo separato di
Pomigliano, ovvero che in quel momento si
gettavano le basi per scardinare il contratto
nazionale, era vero», dice. La segretaria della
Fp-Cgil va oltre la pura difesa dei
metalmeccanici e ribadisce il concetto che «la
difesa del contratto nazionale riguarda tutti i
lavoratori, pubblici e privati» e che,
chiamando in causa la Cgil, «non può essere
lasciata alla sola Fiom».
- di Loris
Campetti
FIOM - Il 16 ottobre manifestazione a Roma. Nessuna deroga al contratto unitario
Legalità metalmeccanica
Landini a Marchionne: «Si al confronto, no ai diktat e ai licenziamenti»
I metalmeccanici tornano a Roma in massa. Al 16 ottobre manca un mese e mezzo ma nei meandri e nelle periferie dell'organizzazione già si fanno i conti dei treni e dei pullman necessari a portare una boccata d'ossigeno - o lotta di classe? - nella Capitale. Non saranno soli, se i movimenti, le forze sociali e politiche e tanti uomini e donne di buona volontà risponderanno positivamente all'appello della Fiom-Cgil a battere un colpo contro lo smantellamento della costituzione materiale (e formale) dell'Italia afflitta dal Berlusconi quater e dal Marchionne bis (del primo, quello che «il costo del lavoro non è un problema, non licenzierò nessuno e non chiuderò stabilimenti», si son perse le tracce. Tre voci su tutte rimbomberanno nelle strade di Roma: lavoro, democrazia, diritti.
Ieri il segretario della Fiom Maurizio Landini ha fatto il punto sul presente (Fiat e contratti) e sul futuro (l'appuntamento del 16 ottobre). Sullo scontro in atto con il Lingotto ha ribadito punto per punto la posizione dei metalmeccanici Cgil: pronti a una trattativa vera con l'azienda, anche per discutere orari, turnistica e utilizzo degli impianti. Naturalmente nel rispetto delle regole e del contratto esistente che è quello unitario del 2008, approvato dalla maggioranza dei lavoratori e valido fino al 2012 e che consente di rispondere alle esigenze produttive e competitive della Fiat senza violazioni, deroghe e pretese anticostituzionali. «Noi siamo per il rispetto delle regole, della democrazia e del mandato dei lavoratori», ha detto Landini, la Fiat invece no: «c'è una sentenza che la condanna per antisindacalità e ordina il reintegro dei tre licenziati di Melfi, ma Marchionne si rifiuta di ottemperarvi». A chi parla di atti di «sabotaggio» la Fiom, e la Cgil nel caso del ministro Gelmini, risponde per vie legali. «Rispettare leggi, Costituzione e contratti è legale e moderno, l'illegalità è quella della Fiat», ed è una malattia antica. L'illegalità Fiat fa scuola, come dimostra il caso (raccontato ieri dal manifesto) dei due operai ammalati per cause di lavoro, avvelenati dalle sostanze usate, e licenziati dal fornitore Fiat Commer Tgs a Melfi, una fabbrica a 150 metri dalla Fiat-Sata. Landini spera in un ripensamento di Marchionne a Melfi come a Pomigliano ma ci crede poco e ricorda al Lingotto che la Fiom non si piega a prepotenze, ricatti e unilateralità.
La musica non cambia se si parla di contratti. Quello del 2008 che ora Federmeccanica vuol cancellare è l'unico valido, approvato dai destinatari mentre quello separato firmato da Fim e Uilm un anno dopo non è stato sottoposto al giudizio dei lavoratori. Non è che uno dei contraenti un contratto si sveglia al mattino e dice: non vale più. Se Federmeccanica il 7 di questo mese farà un passo falso gli imprenditori dovranno vedersela con i giudici, e con i lavoratori che non hanno dato alcuna delega a disfare quel che hanno votato. La Fiom non farà sconti, ma Landini non si stanca di ripetere che la sua è l'organizzazione che ha firmato più accordi, altro che il sindacato del no. Vuole discutere, trattare e decidere insieme, senza diktat.
Il punto centrale, dunque, torna essere la democrazia alla luce del progetto di Marchionne che l'associazione degli imprenditori dice di voler far proprio: lo smantellamento del contratto nazionale. Democrazia vuol dire che non si può decidere sulla pelle di chi lavora, servono mandati chiari e verifiche altrettanto chiare. Serve soprattutto una legge sulla rappresentanza per sapere chi rappresenta chi ed evitare che una minoranza si imponga su tutti, come avviene con gli accordi separati, ai livelli confederale e di categoria. La Fiom ha racconto oltre 100 mila firme consegnate agli organismi competenti di Camera e Senato per una legge che stabilisca regole democratiche e pratiche trasparenti.
Se passasse la logica delle deroghe salterebbe la ragion d'essere del contratto nazionale che stabilisce una soglia di diritti al di sotto della quale non si può scendere. La Fiat le pretende per fare ovunque quel che prevede la tagliola della newco di Pomigliano, ma le chiede al fine di realizzare un contratto specifico per l'auto. Federmeccanica, per bocca del suo presidente, vorrebbe estendere le deroghe a tutto il settore metalmeccanico. Due linee diverse - e i conflitti non mancano - anche se entrambe antisindacali. Fiat e federmeccanica sono d'accordo sul fatto che il comando d'impresa debba tornare per intero nelle mani dei padroni. Le aziende vogliono abolire il ruolo di rappresentanza dei sindacati tornando a un rapporto diretto con i singoli dipendenti. I sindacati imbrigliati in enti bilaterali si ridurrebbero a fornitori di servizi e ammortizzatori sociali scaricati dallo stato. Qualche sindacato è già così. Il governo ha lo stesso progetto dei padroni.
Per tutte queste ragioni il 16 ottobre i metalmeccanici torneranno a Roma. In tanti e, probabilmente, non da soli.
IL SINDACATO SERBO
«Non ci lasceremo usare contro gli operai italiani»
Sono un migliaio, assemblano 15 mila vecchie Punto l'anno con i pezzi provenienti da Torino e guadagnano, in teoria, 320 euro al mese. In pratica in busta paga se ne ritrovano 270 perché da mesi il mercato è saturo, la crisi picchia duro e una settimana al mese sono in cassa integrazione. Eccoli gli operai della Fiat Auto Serbia, figli della già gloriosa Zastava con cui pure la Fiat, fino agli anni Novanta, aveva avuto molto a che fare. Altri operai sono ancora parcheggiati in una sorta di bad company che continua a chiamarsi Zastava con lavoratori inattivi, in attesa di entrare in Fiat quando (e se) si materializzerà il nuovo progetto del Lingotto: 300 mila vetture - una low cost di fascia B e una city car per complessive 200 mila unità annue e un modello di fascia C per altre 100 mila - alla fine del 2012, un organico di 2.540 dipendenti. Se i progetti di Marchionne incontreranno la domanda, naturalmente. E allora molte cose cambieranno, dai ritmi agli orari (oggi 40 ore settimanali su 5 giorni), ai salari.
Mihajlovic Zoran è il segretario generale del sindacato Samostalni alla Fiat Auto Serbia, a cui aderisce il 75% dei dipendenti, e ricopre numerose altre cariche sindacali. Lo intervistiamo con l'aiuto di Rajka Veljovic, più che traduttrice cuore della Zastava che collabora con il manifesto dal '99 per le traduzioni e le adozioni a distanza dei figli degli operai «licenziati» dalle bombe «umanitarie». «Siamo rimasti molto sorpresi dalle decisione Fiat di spostare da noi la produzione destinata a Mirafiori e ci teniamo a sottrarci dal gioco sporco che vorrebbe schierare operai contro operai. Naturalmente abbiamo bisogno di lavoro come il pane, ma non togliendolo a degli altri lavoratori. Siamo fiduciosi, ma non comprendiamo fino in fondo la logica della Fiat né si possono dare per scontati i numeri di vetture e di operai previsti nal mercato. L'allestimento delle nuove linee è già in ritardo. Preciso che i motori delle future vetture arriveranno dall'Italia, così come le piattaforme comuni ad altri modelli».
Mihajlovic è in Italia dove ha incontrato, tra gli altri interlocutori, il gruppo dirigente Fiom, proprio per stabilire un legame e condividere alcune scelte. «In Serbia abbiamo poche informazioni, è importante per capire con chi abbiamo a che fare sapere come la Fiat si muove, a Melfi o a Pomigliano. Abbiamo molte cose in comune con voi: in Serbia stanno passando tre leggi pesanti che colpiscono le pensioni, il lavoro e il diritto di sciopero». Quel che si è scritto sull'interesse della Fiat per la Serbia - l'assenza di tasse doganali con la Russia faciliterebbe l'esportazione in quel mercato - non risponde al vero: «Tasse doganali non esistono (c'è un 1% simbolico) per prodotti le cui componenti siano costruite in Serbia al 70%. Per le auto Fiat non è così, noi assembliamo pezzi italiani». Mille operai per 15 mila auto l'anno, 2.540 per farne 300 mila: non pensi che dietro questa sproporzione si celi una radicale modifica delle condizioni, turni e straordinari? «Certo, ma il problema d'oggi è la cassa integrazione, non gli straordinari».
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Fiom: «Non accetteremo nessun ricatto da Fiat»
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 02/09/2010
«Vogliono la derogabilità più completa. Se passa questa linea non c'è più il contratto nazionale». Folla di giornalisti delle grandi occasioni ieri alla conferenza stampa convocata dalla Fiom nella sede nazionale di corso Trieste a Roma. E Maurizio Landini, segretario generale del sindacato dei metalmeccanici della Cgil, non ha deluso certo le attese. Dietro la prossima disdetta del contratto nazionale delle tute blu, che Federmeccanica dovrebbe formalizzare il 7 settembre nel corso della giunta, c'è la "manina" della Fiat, ovvero una nuova puntata dell'attacco dell'amministratore delegato Sergio Marchionne ai diritti dei lavoratori.
E dopo l'intervista del presidente degli imprenditori del settore, Pier Luigi Ceccardi, sul "Sole 24 ore" di martedì scorso, che ha preteso l'estensione di deroghe (così come prevede l'accordo separato del gennaio del 2009) a tutto il settore metalmeccanico, la Fiom non ha più dubbi, ed è pronta ad affrontare la sfida a tutto campo. In preparazione della manifestazione del 16 ottobre su "lavoro, dignità e diritti", intanto, svolgerà assemblee in tutti i luoghi di lavoro. L'obiettivo è quello di mettere mano a una nuova piattaforma di rinnovo del "vecchio contratto" dei metalmeccanici e di sviluppare azioni legali per pretenderne l'esigibilità, essendo «l'unico contratto dei metalmeccanici firmato con il consenso di tutti i lavoratori». Quello "nuovo", nato dall'accordo quadro del 2009, non è mai stato fatto votare da Fim e Uilm. E' a loro che la Fiom ha lanciato ieri la sfida del cconsenso. «Oppure la consultazione democratica vale solo quando lo impone la Fiat?», ha chiesto Landini riferendosi al referendum di Pomigliano e sollecitando l'approvazione di una legge sulla rappresentanza sindacale. A Fim e Uilm, la Fiom chiede una battuta d'arresto: «Chi gli ha dato mandato a cancellare, in peggio, il contratto di 2 milioni di persone?».
Nel merito, il leader delle tute blu della Cgil ha spiegato che la Fiom intende avvalersi dell'ultrattività del vecchio contratto. A giudizio dei legali può essere richiesta una volta che nel 2012 saranno scaduti sia il contratto unitario del 2008 sia quello separato del 2009, e dovranno essere presentate le piattaforme di rinnovo.
In serata è arrivata la risposta della Fim. «Alla Fiom che ci invita a fermarci nella trattativa con Federmeccanica e Fiat rispondiamo che la Fim non sta facendo altro che il sindacato metalmeccanico e l'interesse dei lavoratori», ha replicato Giuseppe Farina, segretario generale dei metalmeccanici della Fim. «Chi si ferma quando tutto va avanti in realtà sta andando all'indietro, ed è quello che sta capitando alla Fiom che sembra rincorrere il proprio passato con scelte che rischiano di danneggiare i lavoratori e il sindacato metalmeccanico», ha aggiunto. Quanto alle azioni contro il contratto nazionale firmato separatamente, «sono le stesse che la Fiom continua a ripetere stancamente da mesi ma al momento di ricorsi presentati non ne risulta neanche uno, forse perchè la Fiom sa che sarebbero destinati all'insuccesso».
Al diktat della Fiat la Fiom non intende sottomettersi. «Scegliere la strada dello scontro non fa bene nè al Paese nè alle fabbriche che, senza consenso, fanno fatica a produrre», dice Landini, preannunciando anche una querela contro il ministro Gelmini, che su Melfi ha difeso l'operato di Sergio Marchionne a Melfi.
«Siamo assolutamente disponibili a sviluppare una vera trattativa, ma siamo convinti che sia possibile farlo applicando i contratti e le leggi esistenti», ha ribadito con forza la Fiom che, intanto, riunirà l'8 settembre il suo Comitato centrale per mettere a punto la strategia di difesa. Applicare leggi e contratti, che la Fiom ha comunque sempre firmato, «è un atto di modernità vero», ha aggiunto Landini. «Ribadiamo - ha detto riferendosi alla vicenda dei tre operai Fiat di Melfi licenziati dall'azienda per cui la magistratura ha deciso il reintegro - l'importanza che le leggi siano rispettate, chi sta commettendo un reato oggi è la Fiat che paga i lavoratori senza farli lavorare». Per Landini non è modernità l'idea che sia possibile non applicare le leggi, che si possa licenziare un lavoratore dalla sera alla mattina. «Siamo di fronte a procedure che sono contrarie e al di fuori del diritto del nostro Paese. Non le accettiamo e non abbiamo nessuna intenzione di cambiare idea». Altro capitolo delicato, quello della "NewCo" di Pomigliano. «La Fiat deve sapere che si pone al di fuori del diritto di questo Paese», e che la Fiom la contrasterà, anche se, proprio oggi (ieri, ndr), a Termini Imerese la Uilm ha sfidato l'azienda a restare in cambio della firma proprio di un accordo come quello di Pomigliano.
Per quanto riguarda la manifestazione del 16 ottobre prossimo, ha aggiunto, la Fiom porterà il messaggio che «il lavoro è un bene comune ed è interesse generale del Paese difendere il lavoro. Chi sostiene che per uscire dalla crisi sia necessario ridurre diritti e salari sbaglia, questo è il modo di arretrare». - di Francesco
Piccioni
MELFI
Melfi, la democrazia si ferma ai cancelli
L'assemblea indetta dalla Fiom sui tre operai licenziati e reintegrati, ma anche sul «modello Pomigliano e le «deroghe» al contratto, impedita dall'opposizione di Cisl, Uil e Fismic
Se uno vuol capire cosa significa la definizione di «sindacati complici» (la cui paternità risale al ministro anti-lavoro Maurizio Sacconi) basta guardare quel che è successo ieri, alla Fiat Sata di Melfi. Un'assemblea per spiegare a tutti i lavoratori cosa sta succedendo tra l'azienda e tre di loro è stata impedita con il concorso decisivo di Cisl, Uil, Ugl e Fismic, che hanno trasformato un'occasione di democrazia in una querelle burocratica degna del peggior ceto politico...
L'assemblea era stata convocata dai delegati rsu di Fiom Cgil, Cub e Failm sulla vicenda dei tre licenziati con l'accusa di aver volontariamente bloccato la produzione durante uno sciopero, pienamente scagionati dalla ricostruzione fatta in tribunale e quindi reintegrati in fabbrica con sentenza del giudice. L'azienda pretende però di tenerli fuori dai reparti. I tre chiedono di tornare al loro lavoro, non di girarsi i pollici in stanzetta sindacale, per quanto pagati fino al 6 ottobre (giorno del ricorso Fiat in tribunale). Si sarebbe parlato anche di «Fabbrica Italia», «modello Pomigliano», deroghe al contratto» chieste non solo dalla Fiat ma ormai da tutta Federmeccanica (e a seguire, facile previsione, da tutta Confindustria). Secondo il contratto nazionale, il diritto di convocare «assemblee retribuite» spetta alle rsu aziendali, a maggioranza.
A Melfi i metalmeccanici Cgil sono «soltanto» il primo sindacato, ma non hanno la maggioranza assoluta. Si era fatto però affidamento sull'«accordo tra gentiluomini», sull'importanza oggettiva dello scontro in atto e sul fatto che nello stabilimento non se fanno da almeno otto mesi (6 ore e 50 minuti ancora inutilizzati, dopo che già lo scorso anno erano state «regalate» ore all'azienda)). La Fiat stessa non aveva trovato da eccepire, dopo che ben quattro richieste avanzate in precedenza erano rimaste senza risposta. Forse consapevole di rischiare un'altra denuncia per «comportamento antisindacale», si era limitata a segnalare - con una nota scritta - in suo consenso se «la maggioranza della rsu» non si opponeva. Detto fatto: niente assemblea, ma una «riunione» della rsu domani per «decidere come condurre un'assemblea con 5.000 persone». Un evento davvero inusuale, per dei sindacalisti all'oscuro del fatto che quei 5.000 vanno divisi su tre turni. Le lettere «anti» erano addirittura due: una che parlava di questa riunione, l'altra che «spostava» l'assemblea a data da definire. Se uno ha l'abitudine e l'interesse per la democrazia...
Dalle motivazioni portate dai rappresentanti di Fim-Cisl e Uilm, in effetti, si capisce che i lavoratori in carne e ossa si preferisce non incontrarli. Per Vincenzo Tortorelli, segretario Uilm regionale, infatti, «è capitato più volte che siamo stati attaccati durante un confronto democratico». Antonio Zenga,collega Cisl, batte sullo stesso tasto: «vogliamo evitare assemblee che devono essere sospese perché dirigenti sindacali contestano e non fanno parlare altri colleghi». Insomma, dipingono un quadro interno quasi da anni '70, con platee tumultuanti e loro presi di mira dagli «estremisti». Un autentico controcanto alle accuse dell'azienda, ripetute a Rimini da Marchionne. Nella foga del voler corrispondere ai desiderata aziendali, al dunque, non si accorgono di dipingere se stessi come un'entità estranea (se non addirittura ostile) agli interessi dei lavoratori.
Come fanno notare diversi delegati Fiom, «l'assemblea è un diritto dei lavoratori, non dei sindacati». Annullarle di fatto - perché non vengono convocate, o addirittura si impedisce ad altri di farlo - è un «dispetto» a loro, non a una sigla concorrente.
Le tre assemblee previste a fine o inizio turno - presente il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini - si sono perciò trasformate in un presidio all'inizio del secondo turno, con tanto di sciopero di un'ora per poter incontrare gli operai. Com'è ovvio in casi del genere, la partecipazione è stata più ristretta (circa 200 lavoratori) e non ha potuto coinvolgere la totalità (800, al reparto montaggio). E proprio questo era l'obiettivo di chi - azienda e/o sindacato - ha voluto impedire l'assemblea generale.
Perché il problema vero è esattamente questo: oltre ai tre licenziamenti, i lavoratori di tutto il gruppo Fiat sono aggrediti da un progetto di ristrutturazione generale che ne mette radicalmente in discussione diritti, norme contrattuali (ben 8 «deroghe» ognuna delle quali disegnerebbe già da sola un altro vivere in fabbrica). I sindacati «aziendalisti» - accusano diversi delegati - non hanno fin qui fatto neppure un volantino da appendere in bacheca. Tutta l'informazione sul proprio futuro, quindi, dipende dal lavoro di chi cerca di metterli al corrente dei fatti, giorno per giorno, persona per persona. Un'assemblea retribuita» (come da contratto, si diceva) permetterebbe a tutti di sapere cosa sta accadendo. Chi si oppone, quindi preferisce di fatto il silenzio. L'ignoranza che lascia il lavoratore da solo, nella debolezza più assoluta.
Tra le cose che stanno cambiando c'è anche il contratto. Fiat ne vuole uno tutto nuovo per l'auto (sagomato sul «modello Pomigliano). Con una curiosa contraddizione: nel prossimo consiglio di Federmeccanica, martedì prossimo, il Lingotto dovrebbe disdettare il contratto unitario del 2008 (firmato anche dalla Fiom), riconoscendolo quindi tuttora in vigore. Ma «chiede deroghe» che sarebbero invece discutibili secondo il «contratto separato» firmato solo dai «complici». Chi è che «non rispetta gli accordi sottoscritti»?
di
Loris Campetti
DEROGHE AL CONTRATTO
Marchionne detta legge,
Federmeccanica trema
Nel suo partito l'amministratore delegato Fiat
può iscrivere i ragazzi e le ragazze plaudenti
di Comunione e liberazione, e magari anche i
suoi compagni di barbecue, gli operai Usa della
Chrysler sopravvissuti alla cura Marchionne (e
agli hamburger aziendali). Più, naturalmente,
l'immarcescibile ministro Sacconi. Il fatto che
dovrebbe preoccuparlo, però, è che nel partito
avverso, o comunque dei critici della sua
filosofiat post-lotta di classe, le fila degli
adepti si stanno pericolosamente allungando.
Passi la Fiom, passino i partiti
extraparlamentari e qualche minoranza Pd,
passino il giudice di Melfi e il presidente
Napolitano, ma che a gufare ci si metta anche il
vescovo Bagnasco con la sua vecchia dottrina
sociale, è troppo. Persino Cesare Romiti,
predecessore di Marchionne, lancia strali;
Corrado Passera (Intesa San Paolo, banca di
riferimento Fiat) storce il naso e commentatori
ieri amici prendono le distanze. Il massimo
sarebbe che persino i sodali di Confindustria e
Federmeccanica si mettessero a mugugnare.
Effettivamente Marchionne chiede molto alle
associazioni padronali, usando come fa con gli
operai il ricatto «prendere o lasciare». Se
agli operai e ai sindacati chiede di scegliere
tra i diritti e il lavoro, a Confindustria e
Federmeccanica fa sapere che la Fiat è pronta a
dare forfait perché non è più disposta a
sopportare il peso del contratto dei
metalmeccanici, meglio uno del settore auto, cioè
un contratto speciale per la sola Fiat che
dell'auto è monopolista. A meno che
Federmeccanica non faccia sue tutte le pretese
Fiat e di deroga in deroga svuoti il contratto
dei meccanici, in combutta con Fim e Uilm. Una
richiesta esosa per gli stessi padroni, che si
troverebbero ad affrontare in tutte le fabbriche
l'opposizione dura del sindacato più
rappresentativo: la Fiom di Landini che sta
facendo vedere i sorci verdi al Lingotto.
Una richiesta esosa per la natura e il peso
specifico delle deroghe. Il primo passo che
Federmeccanica si è detta disposta a compiere
è la disdetta dell'ultimo contratto unitario,
quello del 2008, per assumere quello separato
sigliato un anno dopo da Fim e Uilm, ma non
dalla Fiom. Contratto tutt'ora in vigore perché
mai disdettato. Ma a Marchionne non basta, perché
lui quel contratto lo aveva già rottamato
unilateralmente. E qui arriva la parola magica:
deroga. Per consentire la permanenza della newco
di Pomigliano in Confindustria, di deroghe al
contratto (quello separato) ne servono
moltissime. Analizziano le otto principali.
1) Le ore annue di straordinario non concordate
con le Rsu dovrebbero passare da 40 a 120 (cioè
da 5 a 15 giorni, magari di sabato).
2) Ora, se le linee si fermano per cause di
forza maggiore (temporali, alluvioni,
incendi...) l'azienda può chiedere agli operai
di recuperare un'ora. La Fiat vorrebbe inserire
tra le cause di blocco anche il ritardo (magari
per sciopero) di componenti da parte dei
fornitori e pretende di disporre di un giorno di
recupero ogni sei mesi da pescare tra i riposi o
di computare come straordinari.
3) Nuova normativa sulla malattia al fine di non
pagare i primi tre giorni di assenza.
4) Regolamentazione del diritto di sciopero, per
fare come negli Usa in cui lo sciopero è
vietato fino al 2014, e come nell'«accordo»
separato di Pomigliano imposto con un referendum
militarizzato.
5) Ora i dipendenti hanno diritto ad almeno 11
ore di riposo al momento del cambio turno, per
esempio dal pomeridiano al notturno. La
richiesta è di ridurlo, in modo che chi smonta
alle 22 possa riattaccare alle 6 del mattino
successivo. Magari dormendo in automobile, visto
che molti dipendenti sono costretti a ore di
viaggio per il trasferimento casa-lavoro e
viceversa.
6) La mezz'ora di pausa mensa (per di più a
fine turno) può essere abolita e trasformata in
mezz'ora di lavoro straordinario.
7) Sanzioni a chi non rispetta le suddette
deroghe, per esempio sul divieto di sciopero, e
taglio dei permessi sindacali ai sindacati
dissidenti.
8) Disdettate le ore di permesso sindacale
aggiuntive, conquistate negli anni Settanta, ai
sindacati non firmatari del nuovo contratto
capestro.
La parola passa a Federmeccanica che il 7
settembre dovrà decidere se perdere la Fiat o
piegarvisi, e prepararsi a una stagione di dura
lotta di classe, quella che Marchionne vorrebbe
abolire per decreto. I padroni sono divisi, e
del resto persino nello stato maggiore del
Lingotto non tutti condividono la crociata del
capo.
- di Francesco
Piccioni
MELFI - Oggi presidio e (forse) assemblea con Landini. Azienda ambigua fino all'ultimo
Ha riaperto solo mezza Fiat È la crisi a scaldare l'autunno
L'autunno è cominciato ieri. Perlomeno nelle fabbriche Fiat che hanno riaperto, e non sono nemmeno tante. A Mirafiori hanno ripreso ieri il lavoro solo gli impiegati, mentre per gli operai (5.450 oggi, erano circa 50.000 alla fine degli anni '70) se ne riparlerà lunedì 6 a causa del prolungarsi della cassa integrazione. Era successo lo stesso in luglio, dove le linee di produzione di Punto, Idea, Musa e Mito erano vuote già il 29 e 30, mentre quelli che lavorano alla Multipla non entrano in fabbrica dal 12. Ma sono già in vista altre settimane di cig entro fine settembre, per tutte le linee. Stesso discorso a Melfi (nuova Punto Evo), dove tutti i 5.500 dipendenti staranno a casa dal 22 settembre al 1 ottobre; mentre a Pomigliano (dove si sta ormai in cassa «straordinaria») in tutto settembre si lavorerà solo cinque giorni. Il problema è per ora sapere quali. C'è insomma la forte impressione che tutte le chiacchere Fiat, ripetute dai media, su «assenteismo», ecc, servano in realtà a coprire un vuoto di produzione che riguarda soprattutto le difficoltà di mercato del marchio a causa di modelli (quasi tutti quelli prodotti in Italia) poco «fortunati».
Nel frattempo il management si prepara all'incontro con il consiglio direttivo di Federmeccanica (sempre il sei settebre) per mettere in chiaro i contenuti del richiesto «contratto auto», uscendo da quello storico dei metalmeccanici (un classico caso di «non rispetto degli accordi sottoscritti»; ma praticato dalla Fiat). Il giorno dopo, a Torino, la Fiom prenderà le contromisure con l'attivo nazionale dei delegati - circa 300, in rappresentanza di tutti i settori della categoria.
Ma il primo appuntamento è quello previsto per oggi a Melfi, dove i delegati rsu della Fiom hanno convocato un «presidio per i diritti» alle 13,30, cui interverrà anche il segretario nazionale Maurizio Landini. Qui si vedrà quali sono le intenzioni dell'azienda e anche degli altri sindacati presenti nello stabilimento. E' stata infatti richiesta un'assemblea retribuita in orario di lavoro, che in linea teorica presuppone la convocazione da parte della maggioranza della Rsu. La Fiom, seppure per poco, non è qui il sindacato maggioritario (come avviene a livello nazionale) e quindi - spiega la Fiat nella sua nota di risposta alla richiesta - il consenso dell'azienda è condizionato solo dalla possibilità che tutti gli altri sindacati insieme (Cisl, Uil e Fismic) non convochino a loro volta un'assemblea interna nel prossimi giorni.
Impotesi peregrina, se si volesse stare alla pratica degli ultimi tempi (a Melfi non si convocano assemblee da 10 mesi almeno, a causa della divisione tra i sindacati). E infatti neppure l'azienda se l'è sentita di dire no. Fino a sera, quindi, si è rimasti in attesa di avere la certezza che non venisse creata ad hoc una «sovrapposizione» di richieste, all'unico scopo di impedire l'assemblea convocata dalla Cgil. La formula usata nella nota dell'azienda ricorda un po' il tortuoso lessico democristiano d'altri tempi («l'assemblea potrà essere tenuta se dalla maggioranza dei componenti della Rsu non perverrà una formale comunicazione di diverso avviso»), a dimostrazione forse della difficoltà tutta politica in cui si è venuta a trovare. Ma c'è anche una lettura più pessimista: «stanno facendo i furbi», per creare caos stamattina davanti ai cancelli. Secondo le regole, infatti, a 24 ore dall'assemplea dovrebbe essere tutto già deciso, ma non si risponde a una richiesta dicendo che «siamo in attesa» di pareri diversi.
Intanto lo stabilimento Sata, da quieto «prato fiorito» di cui non si sentiva mai parlare, sembra diventato uno degli epicentri della politica italiana. Ieri sera, all'ingresso del turno delle 21, ha portato la propria solidarietà ai lavoratori anche il presidente della Regione Puglia, Niky Vendola. A sottolineare che in quella fabbrica - quasi sul confine tra le due regioni - si sta giocando una partita che riguarda tutti. Non tre operai soltanto.
GUIDO VIALE: I DIRITTI DEI PADRONI E QUELLI DEGLI OPERAI
L'accondiscendenza politica e sindacale verso il primato assoluto dell'impresa - che è l'ideologia sottostante a queste prese di posizione - ha impregnato talmente il sentire comune che nell'affrontare questi temi i loro corifei non si rendono nemmeno più conto di quel che dicono. Sentite Marchionne al meeting di Rimini: «Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti». Pensa di parlare di tre degli operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma la stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo. Quali sono «i diritti di pochi»? Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica? O, meglio, degli azionisti di riferimento (gli altri sono «parco buoi») e dei manager che si sono scelti e che guadagnano, tutti quanti, milioni di euro all'anno: 3-400 volte di più dei «molti» che lavorano per loro. E chi sono quei «molti» i cui diritti vengono «piegati» dai «pochi»: quelli che un picchetto o un'assemblea in fabbrica ha magari dissuaso dal cedere al ricatto dell'azienda? O quelli «piegati» a dire di sì in un referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di lavoro? E ancora (è sempre Marchionne che parla): «La dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Certo la dignità e i diritti di alcuni «tre», per esempio Marchionne, Elkann e Montezemolo, oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi in discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al diktat di accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla loro dignità (ma si è mai vista la «pausa mensa» a fine turno, dopo otto ore di lavoro quasi senza pause? E perché non li si lascia andare a mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il lavoro straordinario) e contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un brandello di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di scioperare). Questa storia della fine della lotta tra operai e padroni, con cui i vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i diritti dei perdenti come carta straccia, ricorda da vicino la storia della «fine delle ideologie». In realtà, a scomparire dai radar è stata solo l'ideologia socialista, con le sue varianti anarchica e comunista. Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in «pensiero unico» è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina). E la dottrina della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico («diritto alla vita» contro i diritti di chi vive), anche.
Fonte: il manifesto, 31 agosto 2010
PUBBLICHIAMO LA LETTERA DEI GRUISTI DELLA INNSE AGLI OPERAI DI MELFI Avete la nostra più completa solidarietà e con questa alcune osservazioni che speriamo vi possano servire. Ci siamo già passati, nel 2001 la direzione aziendale licenziò 3 operai, 3 delegati della Fiom. Il giudice li reintegrò al lavoro, condannando l’azienda per attività antisindacale. Il padrone decise di lasciarli a casa, pagando loro lo stipendio. Gli operai licenziati chiesero comunque di essere accompagnati in fabbrica dall’ufficiale giudiziario. Il capo del personale con i suoi avvocati li ricevette in una stanza isolata, ripeteva che non li avrebbe fatti entrare. Fu a quel punto che gli operai in corteo uscirono dall’officina, presero i 3 delegati e li accompagnarono in reparto. La direzione dovette accettare il dato di fatto, ma per sei mesi ancora li tenne al confino, in un angolo del reparto, senza dargli il lavoro. I delegati riuscivano lo stesso a fare attività sindacale, il loro rapporto con gli operai era sempre più forte, alla fine la direzione dovette cedere ed ognuno tornò a fare il proprio lavoro. L’esperienza ci ha insegnato che senza l’intervento diretto degli operai non è possibile difendersi. Ora che a Melfi si è provato a chiedere sostegno ai grandi capi delle istituzioni, ora che anche eminenti rappresentanti della chiesa hanno manifestato la loro compassione, ma non è successo niente, non è meglio abbandonare queste illusioni? Cinquemila operai non contano niente? Siamo al punto che per riportare in fabbrica 3 operai che hanno in tasca una sentenza di reintegro bisogna mettersi nelle mani di chi non ha nessuna intenzione di inimicarsi la Fiat ed a mezza voce chiede come buona azione di trovare una soluzione? Chi può imporre a Marchionne il reintegro reale al lavoro? Forse la legge? Ma la legge si è fermata davanti ai cancelli di Melfi. Chi comanda in fabbrica è il padrone, è sua proprietà. Ma una possibilità c’è: una ribellione degli operai di Melfi. La produzione non la fanno quelli che applaudono Marchionne a Rimini, i giornalisti e i politici che appoggiano le sue scelte. La produzione la fanno notte e giorno sulle linee gli operai e la possono fermare in qualunque momento, devono solo trovare l’unità e l’organizzazione per farlo. Si è fatto un gran parlare di questioni di dignità. Ma la dignità noi come operai la perdiamo quando siamo costretti , in migliaia, a passare di fronte ai nostri compagni licenziati senza muovere un dito, sapendo che non hanno commesso niente, che erano in sciopero per una ragione collettiva e che lo stesso giudice gli ha dato ragione. Di fronte a questa realtà è la nostra dignità di operai che è messa in discussione. La dignità degli operai è la ribellione, altrimenti è solo paura, sottomissione, non avere più la forza di guardarsi in faccia. Non serve cercare giustificazioni. E’ vero, ci sono sindacalisti collaborazionisti, che svolgono un lavoro per dividerci, ricattarci, giocano a chi si fa più bello con la Fiat per ricavarne favori e privilegi. Ma è così difficile metterli in un angolo, superarli con la nuova unità costruita fra gli operai stessi? E’ vero, la repressione colpisce chi si espone, ma se ad esporsi sono centinaia se non migliaia, la musica cambia. La paura deve finire, voi siete gli operai di Melfi, 21 giorni di sciopero non li abbiamo dimenticati, la Fiat fu costretta ad abbassare la cresta e così ci avete reso tutti più forti. Il coraggio e la forza non vi manca, il giudice ha deciso il rientro dei 3 operai, tocca a voi riportarli dentro.
I gruisti della INNSE
Ai compagni di Operai Contro di Napoli, un ringraziamento per aver reso possibile far giungere agli operai di Melfi questo comunicato dei gruisti della INNSE.(30 ago)
29 ago-FIAT Landini
(Fiom): «Contratto in vigore fino al 2012, non
c'è bisogno di disdirlo»
«No alle deroghe»
Se Fiat e Federmeccanica andranno avanti con le
deroghe dovranno fare i conti con il vecchio
contratto, che resta in vigore fino alla fine
del 2011. Lo dice il segretario generale della
Fiom Maurizio Landini in una intervista
all'Ansa, secondo il quale «Federmeccanica può
disdire il contratto del 2008, ma quell'accordo
può essere sostituito solo da un nuovo
contratto firmato da tutti i soggetti. Il
problema di un contratto normativo resta». «Ci
sono regole precise nel contratto 2008 che
indicano quando si può presentare una
piattaforma, e da questo punto di vista noi
abbiamo intenzione di stare dentro le regole»,
spiega il segretario della Fiom. Se
Federmeccanica dovesse decidere di non convocare
nelle prossime settimane la Fiom e di disdire il
contratto del 2008, quello firmato anche dalla
Fiom, a scadenza «avremo la possibilità di
decidere cosa fare, compresa la possibilità di
presentare una nuova piattaforma. A quel punto
decideremo con i lavoratori la strada migliore
da seguire». Nel caso in cui, invece,
Federmeccanica convocasse le tute blu della
Cgil, «dobbiamo capire su cosa discutere e in
applicazione quale contratto. Per noi c'è un
contratto che scade nel 2011 ed è chiaro che in
quello c'è una normativa che non permette
deroghe, ma permette di fare accordi
sull'utilizzo degli impianti. Anche la Fiat
potrebbe seguirlo, aumentando la flessibilità e
l'utilizzo degli impianti. Se si vuole discutere
di aumento dei turni la normativa del 2008
permette di farlo. Quindi - ribadisce - mi
permetto di sostenere, con il contratto in mano,
che non c'è bisogno di deroghe per fare più
turni. La necessità di derogare al contratto
nazionale non la vedo e i sindacati che lo
vogliono devono spiegare ai lavoratori perchè
vogliono peggiorare le loro condizioni di lavoro».
«Nelle aziende si può contrattare e cercare
condizioni e soluzioni innovative stando nel
contratto e nelle leggi che ci sono, e questo
vale anche per la Fiat. Abbiamo fatto migliaia
di accordi, anche di recente, e anche in grandi
aziende e multinazionali, che vanno in questa
direzione. Non è vero - conclude - che in
Italia per investire si devono fare le deroghe».
Landini rilancia, dunque, mentre il ministro per
il Welfare Maurizio Sacconi sembra in confusione
quando dice che «il dibattito è consolidato,
nel senso che c'è un tavolo permanente presso
il ministero del Lavoro».
Nel frattempo i lavoratori dello stabilimento
Fiat di Kragujevac in Serbia non si fanno
dividere dalla decisione dei vertici aziendali
di portar lì la produzione della nuova
monovolume, spostandola da Mirafiori. Dove
domani riaprono i cancelli, ma i cinquemila
operai restano ancora una settimana in cassa
integrazione. «Non vogliamo compromettere la
situazione di nessun lavoratore italiano», ha
detto ieri a Trieste Zoran Mihajlovic, del
sindacato Samostalni (Autonomi), incontrando la
stampa assieme alla Fiom Cgil e La Sinistra e
l'Arcobaleno, e la scelta di spostare alcune
produzioni in Serbia è «una punizione per i
lavoratori italiani». E infatti, aggiunge, a
Kragujevac «si è molto indietro» per l'avvio
della produzione della nuova monovolume,
prevista per «la fine del 2011 ma secondo il
sindacato non potrà avvenire prima della metà
del 2012».
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Sergio, il marziano tra Hegel e Pavese
Repubblica — 27 agosto 2010 pagina 113 sezione: PRIMA PAGINA
SAPIENTE e immaginifica, la sequenza delle diapositive che scorrono dietro alla polo
nera di Sergio Marchionne sul palco riminese, ne esalta il profilo avveniristico,
extraitaliano, ma non ne stempera la tensione. ORME sulla sabbia dirette verso l'
ignoto quando racconta la sua emigrazione in Canada a 14 anni, e poi la catena
spezzata di una palla al piede da cui non riesce ancora a liberarsi. Messaggi
subliminali, niente foto di operai o di scocche alla catena di montaggio. E' offeso
Marchionne, non solo affaticato, e vuole darlo a vedere. Descrive con brutalità
inedita "il grande male della Fiat" cui approdò nel 2004, rinunciataria al confronto
col resto del mondo, chiusa in se stessa, come la penisola che adesso non saprebbe
rendergli il giusto merito per i risultati conseguiti. Poco gli importa se già prima
di lui, a partire dal 1980, altre generazioni di manager avevano ottenuto la
flessibilità del lavoro che oggi invoca, e l' abbattimento delle ore di sciopero,
senza però che la Fiat ne abbia tratto vantaggio rispetto ai concorrenti. Forte del
suo indubbio fascino, è come se tutto potesse ricominciare da lui, incarnazione della
metamorfosi dal locale al globale, in uno sforzo titanico ma incompreso.
«Sfortunatamente ho l' impressione che in Italia non ci siano interesse o fiducia»,
lamenta, verso una Fiat trasformata nell' intreccio salvifico con Chrysler. Cita
subito l' incidente di Melfi come episodio meschino, trascurabile, che però lo
costringe a sorvolare sui veri temi sociali, la «violenza della povertà», il suo
incontro a Davos con Nelson Mandela. Rivolgendosi alla platea evita di chiamare in
causa il presidente Napolitano e i vescovi italiani tra i colpevoli dei "fischi" che
bersagliano la Fiat. Solo più tardi, davanti alle telecamere, scenderà sul terreno
della diplomazia riconoscendo la legittimità della lettera inviata dal Quirinale ai
licenziati di Melfi, e l' onestà intellettuale di Guglielmo Epifani con cui è pronto
a incontrarsi. Parole importanti che lasciano aperta la via del dialogo, ma che non
attenuano il suo bisogno di sfidare Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco
Pignatelli anche sul terreno dell' etica: «Non credo sia onesto usare il diritto di
pochi per piegare il diritto di molti», dice fra gli applausi della folla ciellina,
antisciopero per indole genetica. E' come se quella sua maglietta stropicciata, non
così dissimile dalla blusa celeste indossata dagli operai che lo seguono in diretta
dal cancello di Melfi, e la fatica evidente nel suo sguardo di eterno viaggiatore
trasandato, così diverso dagli altri damerini dell' establishment nostrano,
pretendessero di colmare anche il divario del suo reddito, 435 volte più elevato del
loro. Ma la verità è che la neonata Fabbrica Italia neppure dal palco di Rimini è in
grado di delineare un' evoluzione migliorativa della condizione operaia. L'
imprenditore aspira a salvare il comparto italiano dell' auto, e non sarebbe poco, ma
gli resta precluso un intervento trasformatore del lavoro di fabbrica già tanto
sacrificato. Ricorda «la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo
illecito» come un torto intollerabile. Fu a Melfi, una notte d' aprile in cui i
critici della Fiom Cgil per lo più dormivano, certo non lavoravano in turni a ciclo
continuo. Ma questo rimane scontato per tutti, com' è inevitabile, Fiom Cgil
compresa. Meno scontato è il riferimento che Marchionne ha voluto fare,
raccogliendone il più caldo dei consensi riminesi: «Non siamo più negli Anni
Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia
una lotta tra ' capitale' e ' lavoro, tra ' padroni' e ' operai' ». Musica per le
orecchie del cattolicesimo conservatore italiano. Solo che Marchionne parlava di
mezzo secolo fa, di un' epoca conflittuale da cui peraltro trassero benefici sia l'
azienda che le sue maestranze. Gli operai incorsero poi nella sconfitta del 1980,
seguita da un trentennio senza lotta di classe. Riesce difficile considerare inedita
la pur sensata proposta che Marchionne ne ha fatto derivare, mostrando la diapositiva
di un albero, la Fiat, germogliato su radici tricolori: «Quello di cui ora c' è
bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere
gli impegni, le responsabilità e i sacrifici». Ieri ad ascoltare in prima fila l'
appello alla concordia del manager italo-canadese-statunitense c' era pure Giampaolo
Pansa, che nel 1988 celebrò in un libro trionfale, con Cesare Romiti, la fine della
lotta di classe alla Fiat. Neppure allora mancò la promessa di un "patto sociale",
stipulato sotto l' egida di Ciampi qualche anno dopo, e seguito dalle dimissioni di
Bruno Trentin da segretario della Cgil. Ne scaturì un' ulteriore compressione del
reddito operaio, senza peraltro riscuotere dagli industriali la contropartita degli
investimenti pattuiti. Ciò non invalida la fondatezza della richiesta di Marchionne,
ma spiega lo scetticismo che lo indispettisce, radicato in chi dovrebbe accoglierla.
L' amministratore delegato della Fiat ha letto un discorso onesto e chiaro, in cui
non gli bastava presentarsi come l' imprenditore capace meglio di chiunque altro di
fronteggiare le dinamiche della competizione spietata tra i gruppi automobilistici
superstiti. Ha citato Pavese sulla fatica del viaggiare, Hegel sulla fatica della
conoscenza, Machiavelli sulla fatica della virtù. Ha rivendicato la sua onestà
intellettuale e il suo disinteresse per le schermaglie politiche italiane. Niente a
che vedere con le malizie di un Geronzi o di un Tremonti, lui si colloca altrove. Ma
proprio questa sana ingenuità lo ha condotto a riproporre uno schema logico che in
Italia ha già subito troppe smentite: «Rifiutare il cambiamento a priori significa
rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci
ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato». Piace sempre, al
pubblico consenziente, l' idea che dare addosso agli oppositori ci nobiliti quali
paladini del domani. Ma quante volte se lo sono già sentiti ripetere, i lavoratori
dipendenti, dalle più diverse campane, che le rinunce odierne avrebbero generato
benefici futuri, che la flessibilità concessa sarebbe stata a buon rendere, che i
sacrifici sarebbero stati equamente ripartiti? La crescita delle disuguaglianze e l'
arricchimento spropositato dei manager sono rimasti tabù, nel discorso umanistico del
laureato in filosofia all' università di Toronto divenuto capo-azienda. Mentre si
abbattevano sul padiglione fieristico due affermazioni pesanti come macigni, scandite
in quanto verità inconfutabili. La prima: «La veritàè che l' unica area del mondo in
cui l' insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo Fiat è in perdita è
proprio l' Italia». La seconda: «La verità è che la Fiat è l' unica azienda disposta
a investire 20 miliardi di euro in Italia, l' unica disposta a intervenire sulla
debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre
bisogno di interventi d' emergenza». Due volte «la verità», per ribadire un concetto
ben conosciuto nella storia di questo paese: cioè la pretesa coincidenza fra gli
interessi della Fiat e gli interessi della nazione. Il senno di poi ci raccomanda di
sottoporre a esame critico tale assunto. Ma i ciellini ieri a Rimini parevano credere
davvero che se in Italia la Fiat ha i bilanci in rosso ciò dipende da eccessi di
conflittualità sindacale e dalla prepotenza di operai "rossi" come i licenziati di
Melfi. Accompagnando Marchionne all' uscita, qualcuno lo incoraggiava a guidare una
riscossa ideologica sulle anacronistiche pretese della Cgil: «Sergio, siamo tutti con
te!». «Siamo pronti a rifare la marcia dei quarantamila!». Lui se ne compiace, si
ferma a stringere mani, ma è troppo intelligente per cascare in questa tentazione di
revival. Conosce meglio di noi i limiti attuali della gamma di modelli Fiat e le vere
ragioni che determinano una grave contrazione delle sue vendite, anche in rapporto
alla concorrenza. Quanto ai 20 miliardi di investimenti programmati in Italia, non
dipendono certo da generositào vocazione patriottica del Lingotto: il mercato
italiano dell' auto vale tuttora il 40% sul totale del fatturato Fiat. Sarebbe
irresponsabile rinunciarvi, viste le incognite che si addensano sul futuro. Ha deciso
di «passare per rude», non è certo un arringatore di folle. Marchionne legge nel suo
italiano con accento yankee e sembra aver fretta di risalire sull' aereo. Un marziano
a Rimini. Avrà pure la tentazione di sottrarsi al groviglio sociale del lavoro
italiano, ma ormai ha capito che non gli sarà possibile. - GAD LERNER
|
di Tommaso De
Berlanga- 28 ago
MARCHIONNE
Un «nuovo patto
sociale» per arretrare come paese
Quando Sergio Marchionne prese il timone
della Fiat, nel giugno 2004, la sua «estraneità»
alla mentalità italiana ne faceva quasi
un campione liberal. In una delle prime
apparizioni dichiarò che per la Fiat il
costo del lavoro - intorno al 6-7% dei
costi - non era il problema principale,
promettendo che non avrebbe chiuso nessuno
stabilimento in Italia. Apparve come
l'esatto contrario di Berlusconi. Il
prototipo dell'imprenditore serio
contrapposto all'impresario.
Oggi chiede un «nuovo patto sociale»,
basato sull'abbandono dell'idea «che ci
sia una lotta tra capitale e lavoro, tra
padroni e operai». Rispolverando infine
l'antica favola - questa, sì, molto «padronale»
- del «stiamo tutti sulla stessa barca»
(«l'unica vera sfida è quella che ci
vede di fronte al resto del mondo», non
è chiaro se come azienda o come paese).
Cos'è cambiato in cinque anni?
La crisi, indubbiamente. L'auto ne paga le
conseguenze più di ogni altra merce: c'è
una sovracapacità produttiva spaventosa
(un 35% di troppo). E' la merce-pilota del
dopoguerra, con un indotto incalcolabile,
da vero «moltiplicatore» keynesiano
dell'economia reale e finanziaria (la si
compra a rate, per lo più). Il suo
declino - nelle economie «mature» -
trascina con sé benessere, occupazione,
modelli di vita, garanzie sociali, «costituzione
materiale».
Il «patto sociale» che Marchionne ha in
testa è quello anglosassone («tra
proprietari», non «tra produttori»,
com'è in Europa). Soprattutto non è in
vista di uno sviluppo impetuoso; non
abbiamo davanti un «nuovo boom», ma una
lunga fase di stagnazione. E la Fiat si
trova a competere con poche chance di
vittoria (pochi modelli davvero
convincenti e dimensione aziendale
insufficiente), stretta tra il predominio
nippo-tedesco nei segmenti «di qualità»
e l'aggressività crescente degli «emergenti»
asiatici a basso costo. Non può neppure
contare - come avviene invece per francesi
e tedeschi - su una presenza importante
del «socio pubblico». Preferisce perciò
gli stati che «regalano» stabilimenti,
soldi e condizioni di lavoro «protette»
(Usa, Serbia, ecc).
Finiti due anni di eco-incentivi, che la
Fiat ha potuto sfruttare meglio grazie
agli impianti a gas «di fabbrica», il
gap tecnologico con i migliori e quello di
prezzo con i «low cost» è tornato ad
essere insuperabile. E siccome i costi
industriali (materie prime, energia) sono
incomprimibili, ecco che il costo del
lavoro - per quanto minimo, in
un'industria altamente automatizzata -
torna l'unica variabile che si può
cercare di spremere.
Quasi involontariamente, quindi, la Fiat
è tornata ad essere la punta di lancia di
un'imprenditoria manifatturiera povera di
innovazione. Quella, insomma, per la quale
il costo del lavoro rappresenta una
percentuale assai più alta e che fin qui
è stata «sussidiata» dalla politica -
in modo bipartisan - con la
precarizzazione dei nuovi assunti quando i
più anziani vanno in pensione. E' una
strada che non porta da nessuna parte,
come ogni economista onesto sa. I salari
pagati negli stabilimenti «concorrenti»
(Polonia, Serbia, Romania, Turchia), per
quanto in rapida crescita, saranno ancora
per parecchi anni lontani dagli standard
contrattuali italiani.
Ecco dunque che il «nuovo patto sociale»
in stile Pomigliano arriva a sanzionare,
in modo irreversibile e «costituente»,
il lungo sfarinamento degli istituti
conquistati all'inizio degli anni '70.
Anticipata in modo rozzo da Sacconi e
Brunetta, annunciata con toni
raccapriccianti da Tremonti («la legge
sulla sisurezza del lavoro è un lusso che
non ci possiamo permettere»), la «spallata
finale» ai sistemi delle garanzie e della
rappresentanza è diventata l'ultima
speranza degli imprenditori per raccattare
qualche punto percentuale di «competitività»
raschiando l'osso. Un obiettivo esiguo per
cui si chiede di pagare un prezzo sociale
- e istituzionale - altissimo.
Sopravvivenza dell'impresa e progresso
civile di un paese entrano in
contraddizione. «La barca» non è la
stessa. A chi si oppone, quindi, non basta
più attestarsi nella difesa dei diritti,
lungo una linea di «riduzione del danno».
Dopo 30 anni, non abbiamo più alle spalle
un terreno su cui arretrare.
'Quel giorno in cui Romiti mi cacciò'.
- 27 ago
- di Daniela
Preziosi - INVIATA A RIMINI
FALCE E MARCHIONNE
«Un nuovo patto sociale»
«Basta con il conflitto tra padroni e operai». Invitato di punta del meeting di Cl, Sergio Marchionne chiede un cambio a tutto tondo delle relazioni industriali, «perchè l'Italia è l'unico paese dove la Fiat è in perdita». E su Melfi parla di «boicottaggio» e di giudici «condizionati dalla campagna mediatica»
Arriva al Meeting di Rimini con mezz'ora in ritardo, accigliato, sudato nella sua polo nera marchiata Marchionne. Si scusa, aveva preparato un discorso che sarebbe volato alto sui cuori dei cinquemila di Comunione e liberazione, per lo più ragazzini affettuosi ed entusiasti un po' con tutti. Lui non ha paura di volare, giura l'amministratore delegato Fiat; e pure alto, come il jet che lo ha riportato da da Detroit, dove ha festeggiato con gli operai Chrysler e con Joe Biden, il vice di Obama, il primo anno di «rifondazione dell'auto americana»: pic nic a birra e salsicce, e lui a fare il cameriere, ma che simpatico questo Sergio, e quanto lo amano questi operai americani a cui ha tagliato a metà il salario e cancellato il diritto di sciopero fino al 2014. Però Sergio fa l'americano anche a Pomigliano, o meglio fa il serbo e un po' il polacco a Melfi e a Termini Imerese. E non si capacita che qui niente birra e salsicce, qui l'accoglienza è tutta un'altra: il presidente della Repubblica esprime «profonda comprensione» per gli operai accusati di sabotaggio (a Melfi), licenziati, reintegrati dal giudice e subito mobbizzati; i vescovi e mezzo Vaticano lo ammoniscono di rispettare la «dignità della persona e del lavoro». Sergio non ci sta, stiracchia Pavese, Hegel e Machiavelli per dire che non torna indietro di un millimetro: «La Fiat è sempre la stessa che la si guardi in Europa, Stati uniti o in Sudamerica. I nostri principi sono uguali dovunque nel mondo». Appunto, la Fiat vorrebbe essere la stessa, potesse, in Italia come in Cina. Poi, all'uscita, aggiusta: chiede di lasciare Napolitano fuori dalla mischia politica (il Colle apprezza), annuncia che è disponibile a incontrare Guglielmo Epifani, il segretario Cgil, il maggiore sindacato italiano: e mancherebbe dicesse il contrario. Insorgerebbero, ancor prima che gli operai, i suoi colleghi di Confindustria.
Davanti alla platea di Rimini - che gli tributa venti dicasi venti applausi - il manager italo-canadese dall'approccio globale, che è di Chieti ma parla inglese anche quando parla italiano, è costretto «a dirottare il discorso a livello locale»: chiude le ali e sale sul caterpillar. Intanto, come aveva fatto Emma Marcegaglia il giorno prima, dichiara che la lotta di classe è finita, basta con il vecchio conflitto «fra capitale e lavoro e fra padroni e operai». E snocciola la sua idea «nuovo patto sociale». Idea modernissima, assicura. Frutto di anni e anni di top management trascorsi fra l'America, la Francia, la Svizzera, mica in Italia, il paese della «conservazione, della paura di cambiare», insomma questo posto di trogloditi indietristi. Ma devono esser stati anni di insonnia e mostri, se questo suo nuovo patto sociale è una roba ottocentesca, cupa, popolata di spettri, ombre, incubi oscuri: fancazzisti, operai pronti a sabotare il padrone, a scioperare, a rubacchiare. Piombo nelle ali per l'ad che vuole volare, anche se non ce la fa. «L'Italia - avverte - è l'unico paese dove la Fiat è in perdita». Lui ringrazia pubblicamente la Cisl e la Uil per aver «accompagnato questo percorso di rifondazione dell'auto italiana», quello verso il nuovo sistema di relazioni industriali prefigurato il giorno dell'accordo separato di Pomigliano. Un sistema come lui lo vuole, dove è «indispensabile colmare il divario competitivo» con i paesi in cui il costo del lavoro è più basso (quindi in Italia va tagliato), dove «l'unica cosa che chiediamo è che gli accordi firmati vengano rispettati» (quindi va abolito il diritto di sciopero), dove anche il contratto nazionale avrebbe vita breve. Dove non è giusto usare «il diritto di tre contro il diritto di molti», come se i diritti di tutti non corrispondessero a quelli di ciascuno.
Quando il discorso arriva sui tre operai di Melfi, Marchionne perde il navigatore, rivendica la dignità dell'impresa contro la dignità dei suoi lavoratori, dice che la Fiat rispetta la legge, che i giudici che fin qui le hanno dato torto sono stati «condizionati dalla campagna mediatica», ripete quella parola «boicottaggio», che è un marchio d'infamia e ignora ben due sentenze. E qui l'ex «borghese buono», l'ex «manager socialdemocratico» (le definizioni, datate 2006, sono di leader della sinistra radicale e moderata) compie la trasformazione in falco e avverte: «Nel limite del possibile riteniamo sia nostro dovere privilegiare il Paese in cui la Fiat ha le proprie radici». Sorvolando sul fatto che l'Italia è anche il paese in cui la Fiat vende il 70 per cento delle sue auto in Europa; sorvolando che a Termini Imerese sono in ballo 3 mila persone; e che a Pomigliano la futura Newco è in contrasto con il diritto del lavoro e rischia di scatenare una valanga di ricorsi. Ma il messaggio è: o così o niente, o così o la Fiat molla. E non c'è politica («non ci faremo trascinare in teatrini»), non c'è democrazia, contratto o costituzione che tenga. Perché è in atto «la contrapposizione fra due modelli: uno che difende il passato e uno che guarda il futuro». Lui guarda il futuro: anche se a guardarlo bene, questo futuro è vecchio di almeno un secolo.
- di Fr. Pi.
LA SENTENZA
Il documento che scagiona i tre operai Fiom
Mentre le quote di mercato della Fiat declinano rapidamente, l'a.d. Sergio Marchionne non lesina parole al limite - e forse oltre - della diffamazione verso i suoi dipendenti e la Fiom Cgil. Nel suo discorso riminese è infatti tornato sui licenziamenti di Melfi con questo passaggio: «è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio».
Forse consigliato dei legali dell'azienda è rimasto sul vago, quanto a nomi, date, fatti; ma l'impatto era comunque studiato perché tutti capissero che si parlava proprio «di quei tre». Riportiamo perciò i passaggi più significativi della sentenza che ordina il reintegro degli operai accusati dall'azienda di aver bloccato la produzione durante uno sciopero, impedendo il passaggio dei carrelli.
In primo luogo, il giudice constata che la Fiat ha dato due diverse versioni dei fatti; una nel provvedimento disciplinare e un'altra nel corso del dibattimento in tribunale. Ma decisiva è l'analisi di merito: «La documentazione prodotta da entrambe le parti e la sommaria istruttoria orale svolta hanno permesso di acclarare, con sufficiente grado di certezza, le seguenti circostanze: - quando gli scioperanti si sono riniti in assemblea nei pressi del carrello, quest'ultimo era già fermo; - i lavoratori si sono fermati a una distanza dal mezzo superiore a quella necessaria per l'attivazionedel radar (che blocca il movimento quando rileva un ostacolo, ndr); - i responsabili aziendali, al loro arrivo, hanno contestato ai lavoratori che la loro posizione fosse di ostacolo al transito degli Agv (i carrelli, ndr), senza paventare in alcun modo un blocco dovuto a un precedente contatto».
I primi due punti accertano che la presenza degli operai non erano la causa del blocco del carrello; il terzo è importante perché riscontra invece l'intenzionalità (premeditata, verrebbe da aggiungere) dell'accusa di «sabotaggio» ancor prima di aver potuto verificare le cause reali del blocco. Ma non è finita: «quando tutti i lavoratori scioperanti si sono allontanati dall'area riservata al transito dei carrelli Agv, il carrello fermo non ha automaticamente ripreso la sua marcia, essendosi pacificamente reso necessario il ripristino manuale del veicolo; solo in questo momento i responsabili aziendali anno preso consapevolezza in ordine alla causa immediata del blocco». Riassumendo per i non specialisti di carrellistica Fiat: se a fermare il movimento fossero stati i lavoratori, entrando nel raggio del radar, il carrello sarebbe ripartito da solo. Se non lo ha fatto (come hanno dichiarato gli stessi «responsabili aziendali»), la causa è ovviamente un'altra. Chi parla di «sabotaggio», dunque, o è disinformato oppure mente sapendo di mentire.
Per curare la disinformazione basta eseguire l'ultimo paragrafo della sentenza: il giudice infatti «ordina la pubblicazione, entro 30 gg. dalla sua comunicazione, a cura della società resistente (la Fiat, ndr), sui quotidiani Il Corriere della Sera e Repubblica».
- di f. pat.
SINDACATI Il segretario confederale: pronti a discutere ma a Melfi si rispetti la sentenza
Scudiere (Cgil): «È Fiat a produrre conflitti»
Vincenzo Scudiere è segretario confederale della Cgil, con delega alle relazioni industriali e alle attività produttive.
L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne dice basta ai conflitto operai-azienda in Italia. Fine della lotta di classe?
Veramente, Marchionne è stato un produttore di conflitti in questo ultimo mese. Soprattutto quando mette in discussione una decisione della magistratura, come a Melfi. Deve sapere che il conflitto esiste finché esiste un'azienda, o finché esistono aziende che dimostrano di voler imporre le loro decisioni senza un dialogo.
Poi risponde sì al capo dello stato per un «confronto pacato», salvo ribadire che a Melfi ha ragione lui.
Bisogna rispondere positivamente all'appello del presidente della repubblica e cogliere ogni occasione possibile per riaprire il confronto. Su basi serie, nel rispetto reciproco delle posizioni e per ricercare soluzioni condivise. Ma a Melfi sarebbe il caso che si fermasse l'orologio alla decisione della magistratura e si reintegrassero i lavoratori per riaprire il confronto.
Federmeccanica studia un nuovo contratto separato per l'auto. La Cgil cosa ne pensa?
La nostra posizione è che non possiamo aumentare il numero di contratti di lavoro, ma diminuirli. Certamente bisogna rivedere quel sistema contrattuale che noi non abbiamo condiviso per contraddizioni che oggi vengono al pettine. Anche se sarebbe stato meglio che fossero uscite quando si è fatto l'accordo senza di noi. Nel momento in cui si riaprisse la discussione, la Cgil sarà comunque totalmente disponibile a riaffrontare i problemi che tutte le aziende e tutti i settori pongono.
Il ministro Tremonti giudica un lusso la legge sulla sicurezza sul lavoro. C'è sintonia con la fine della lotta di classe annunciata unilateralmente da Marchionne?
C'è una tendenza che sembra voler cancellare tutto quel che è stato fatto nel corso degli ultimi anni. Non solo per le grandi conquiste sindacali degli anni Settanta, ma anche per leggi recenti come la 626 che pure, nonostante la sua attivazione, non ha potuto evitare tante altre morti sul lavoro. Il fatto è che in questo paese ci sono delle convergenze per tornare indietro su diverse leggi. Ed questo non va bene.
LA
RIVISTA FORTUNE
«Marchionne superveloce»
Ha ragione l'amministratore delegato della
Fiat Sergio Marchionne a guardare soltanto
all'estero, perché lì continua a piacere
molto. Il manager, scrive la rivista Fortune,
letta solo da gente che conta, «unisce lo
charme di un venditore con le capacità
analitiche di un attuario (la figura che,
nelle aziende, valuta i rischi e le tendenze
future, ndr) e non è timido nel dimostrare la
propria incrollabile fiducia nelle sue
capacita». A prima vista, si legge ancora, «potrebbe
passare per un insegnante di materie
umanitarie in un piccolo college: con i suoi
capelli neri, il suo abbigliamento casual e
che non cambia (camicia a quadretti blu e
maglione nero), e il suo attaccamento alle
sigarette (Marlboro negli Stati Uniti e
Muratti in Italia)». «Ma non bisogna
lasciarsi ingannare dall'apparenza. Marchionne,
58 anni, non è un bohèmien, colleziona
orologi svizzeri e diverse Ferrari. E mentre
il suo cuore potrebbe essere accademico, la
sua testa è guidata dal business».
Marchionne ha salvato la Fiat prendendola nel
2004, «da quel momento l'ha tenuta a galla
con il suo stile manageriale non ortodosso in
un mercato europeo sovraffollato». E ancora:
«La velocità è stata una pietra miliare
della teoria del management per due decenni.
Ma Marchionne sta assumendo un approccio molto
più personale alla velocità».
26 ago
- di Francesco
Piccioni
AL CONFINO
Una battaglia per tutti
Melfi, dopo Pomigliano, è il nuovo fronte dell'offensiva Fiat contro la legislazione sul lavoro. Intervista a Giovanni Barozzino, delegato Fiom licenziato e reintegrato a metà. «Siamo in un vortice molto più grande di noi, ma non per colpa nostra. Questa è una battaglia per i diritti e per la nostra dignità»
Giovanni Barozzino, delegato Fiom, è uno dei tre operai licenziati e reintegrati a Melfi.
Come ci sente il giorno dopo che il presidente della Repubblica si è occupato di voi?
È una grande soddisfazione. Anche perché era inaspettata la rapidità con cui è arrivata. È una gran bella risposta, da vero presidente della Repubblica. Abbiamo stampato 500 copie della risposta e le abbiamo volantinate agli altri lavoratori. Noi condividiamo tutto con gli altri, siamo in contatto praticamente sempre.
Cosa farete di qui al 6 ottobre?
Noi ci presentiamo davanti alla fabbrica tutti i giorni. Ma non ci facciamo umiliare più di quanto abbiano già fatto. Nel momento in cui si voglia far rispettare la dignità e i diritti, noi siamo lì. Noi vogliamo entrare per lavorare, non stare in una stanza a non far niente a cinquecento metri dai nostri colleghi.
Quanto pesa questa vicenda sulla vostra vita?
Per Antonio (Lamorte, ndr) oltre al danno c'è stata la beffa. Aveva prenotato il viaggio di nozze, e non lo ha fatto; ed ha dovuto pagare una penale di oltre 2.000 euro. Però noi stiamo organizzando una raccolta per aiutarlo; non lo lasceremo solo, ci mancherebbe...
Tu, che situazione hai?
Sono sposato, con due figli, uno all'università. Sono in Fiat da 15 anni. Sono al quarto mandato come delegato Rsu, in pratica da 10 anni.
Ti era mai successa una cosa del genere?
Ma no! Ti svegli una mattina e ti ritrovi «sabotatore» (ride, ndr); senza saperlo per giunta.
Vogliamo ricordare la dinamica del fatto?
Non c'è stata nessuna dinamica. Abbiamo fatto uno sciopero spontaneo, come altre volte; unitario, insieme a Cisl, Uil, ecc. Tutti abbiamo firmato un documento, la sera prima dell'«incidente», per denunciare un preposto aziendale per «atteggiamenti provocatori». Aveva alzato un polverone assurdo, chiedevamo per iscritto all'azienda di «richiamarlo all'ordine». E invece il giorno dopo non ci hanno fatto entrare.
Ma di fatto cosa era successo?
Noi abbiamo fatto sciopero e corteo. I carrelli erano già fermi perché si erano fermate le linee. Quando le linee si fermano quei carrelli vengono bloccati dai responsabili aziendali, altrimenti non si troverebbero più in sincrono con il «sequenziamento» della vettura. Faccio il delegato da dieci anni. Non è che una sera dimentico quali sono i miei doveri. Non fa parte del nostro carattere; né della nostra storia.
Qual'è ora la situazione interna?
Il clima non è buono. Non voglio fare retorica, su questo. Ma uno deve lavorare con lo spirito giusto. È vero che la catena di montaggio può non essere la massima aspirazione nella vita, ma è un lavoro dignitoso. Il lavoro è diritti, democrazia, libertà. Se invece vai a lavorare con la paura addosso, tutte queste qualità che dovrebbero esserci scompaiono.
Siete preoccupati per il vostro futuro in Fiat?
Abbiamo la serenità e la forza di chi sa di non aver commesso nessuna infrazione. Da questo punto di vista siamo tranquillissimi. Però sappiamo bene - lo hanno ormai capito anche le pietre - che siamo dentro un vortice molto più grande di noi. Sento tanto parlare di democrazia, rispetto, regole, dignità... Belle parole: ma se chi può fare non fa nulla, per noi diventa molto più difficile.
Alcuni commentatori minimizzano, «si tratta solo di due o tre operai, in fondo»
Sarebbe già finita da un pezzo... Chi dice che tutto questo è successo solo per «tre operai», o è fuori dal mondo o parla per conto terzi. Qui c'è in ballo ben altro. La Fiat vuole modificare le relazioni sindacali, in modo che non trovino più spazio i diritti e la demcrazia.
Melfi era il simbolo della produttività Fiat...
Questo è quello che ci fa più rabbia. Tre mesi fa Marchionne ci manda una lettera in cui ci ringrazia per essere «il fiore all'occhiello» del gruppo; qui si sono festeggiati i 5 milioni di vetture prodotte. Un piccolissimo contributo va riconosciuto anche a un sindacato responsabile come la Fiom. Con il «muro contro muro» non si sarebbero davvero raggiunti certi risultati.
Ma alcuni dicono «la Fiat vuol essere sicura che gli accordi vengano rispettati»...
Tutti gli accordi sindacali qui sono stati firmati anche dalla Fiom. E non ce n'è uno che non sia stato rispettato. Siamo sereni, come dicevo. Stiano facendo una battaglia per la nostra dignità. E per la mia dignità darei anche la vita.
di f.p.
MARCHIONNE - Mons.
Bregantini: «Errore etico»
Marcegaglia plaude a
Fiat Cassa integrazione a Melfi
Aspettando che l'amministratore delegato della
Fiat Sergio Marchionne risponda questa mattina
dal meeting di Cl a Rimini, la decisione
dell'azienda di non far tornare al lavoro i
tre operai di Melfi licenziati continua a
dividere. «La Fiat sta compiendo un errore
etico e nega i diritti della persona», ha
detto all'agenzia AdnKronos monsignor
Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di
Campobasso-Boiano e Presidente della
Commissione episcopale per i problemi sociali
e il lavoro, la giustizia e la pace,
commentando la sentenza del tribunale di Melfi
sul reintegro dei tre lavoratori e la risposta
negativa del Lingotto. «Non si vede perché -
ha detto l'arcivescovo - la Fiat non debba
osservare la decisione del tribunale. E in
effetti non la osserva se riduce tutto a una
questione di carattere economico-finanziario,
negando allo stesso tempo i diritti della
persona. Non basta dire: 'ti pago lo
stipendio', tale comportamento dell'azienda
denota, dal punto di vista della dottrina
sociale della Chiesa, un errore etico. La
sentenza ha dato un'indicazione ma la Fiat ha
deciso di attuarla in questa modalità
minimalista. In tal modo si priva il
lavoratore della sua dignità, non basta
soddisfare l'aspetto economico, c' è la
dignità della persona». Il giorno
precedente, l'Avvenire, quotidiano della Cei,
aveva definito in un editoriale «sbagliata»
la decisione della Fiat.
Se il segretario del Pd, Pierluigi Bersani,
sottolinea quanto sia «indispensabile non far
cadere il senso profondo dell'appello del
presidente Napolitano sul caso Fiat di Melfi»,
con quel «richiamo a un confronto pacato e
serio sull'evoluzione delle relazioni
industriali nel contesto del mercato globale»
e all'«esigenza di un dialogo di cui Fiat e
sindacati, senza esclusioni o posizioni
pregiudiziali, devono trovare la chiave», la
presidente di Confindustria Emma Marcegaglia -
che questa mattina sarà a Rimini con
Marchionne - sta da una sola parte: «Quello
che ha fatto Fiat è in linea con la legge e
con la prassi, il vero tema -è l'esigenza di
cambiare radicalmente le relazioni industriali».
Per questo, si riunirà martedì 7 settembre
il Consiglio direttivo di Federmeccanica,
mentre il tavolo con i sindacati di categoria
sarà convocato per la metà di settembre per
definire una normativa specifica per il
settore auto, con deroghe al contratto
nazionale dei metalmeccanici. In vista
dell'incontro, già a partire dalla prossima
settimana la Fim riunirà la segreteria il
primo settembre e il 6 l'esecutivo nazionale;
la Uilm ha invece convocato la segreteria
nazionale per l'8 settembre. Anche la Fismic
ha fissato una riunione per l'8, mentre l'Ugl
metalmeccanici ha in calendario il direttivo
il 31 agosto.
Ma la caduta della domanda di automobili in
Italia e in Europa per la fine degli incentivi
statali complica ulteriormente la situazione.
I lavoratori dello stabilimento di Melfi -
dove si produce la Punto Evo - saranno
collocati in cassa integrazione dal 22
settembre all'1 ottobre prossimo, a causa -
conferma l'azienda - della «discesa della
richiesta di mercato». Il calo delle vendite
per Fiat viaggia sudue cifre.
Intanto prosegue la battaglia legale. La
sentenza d'appello sul reintegro dei tre
lavoratori di Melfi è attesa per il 6
ottobre. Ieri gli avvocati della Fiat hanno
fatto sapere che a loro avviso «non è
possibile per il magistrato che ha pronunciato
il decreto intervenire nuovamente su un
provvedimento già emesso, modificandone il
contenuto o determinando le modalità di
attuazione. Si tratterebbe di un atto compiuto
al di fuori di qualsiasi regola processuale ed
anzi estraneo al nostro ordinamento». I
legali si riferiscono alla decisione degli
avvocati della Fiom di depositare un'istanza
per chiedere al giudice del lavoro di definire
le modalità di attuazione del reintegro dei
tre operai licenziati.
Marchionne: «A Melfi illeciti inammissibili. La Fiat ha rispettato la legge»di Claudio Tucci- il sole 24 ore 26 ago
A Melfi la Fiat ha rispettato la legge, dando «pieno seguito alla prima pronuncia della magistratura». A parlare, dal palco di Rimini, al meeting di Comunione e Liberazione, è l'amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, che ha evidenziato come «dignità e diritti non possano essere un patrimonio esclusivo di tre persone: sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Il manager ha poi parlato di Alfa e conti, assicurando che la casa del Biscione non sarà venduta e si prospetta un rialzo dei target.
L'amministratore
delegato di Fiat ha dichiarato di avere
«grandissimo rispetto per il
presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, come persona e per il suo ruolo
istituzionale». E «per la sua posizione
istituzionale», ha aggiunto, «accetto quello
che ha detto come un invito a trovare una
soluzione» alla vicenda di Melfi.
Marchionne
(leggi
il discorso integrale) ha comunque
definito «innammissibili» gli illeciti e i
comportamenti commessi a Melfi, «che sono
arrivati anche al sabotaggio», e si è poi
augurato che «il secondo grado di giudizio
sia meno condizionato» del primo e riconosca
le ragioni di Fiat. «Non mi aspettavo certo
segnali di distensione», ha commentato Marco
Pignatelli, uno dei tre operai di Melfi
reintegrati dal giudice. «Marchionne - ha
detto - vuol portare avanti il suo disegno di
fabbrica, ma non è giusto che si metta in
dubbio lo statuto dei lavoratori».
Per Marchionne, ascoltato in diretta anche dai tre lavoratori di Melfi, «è finito il tempo in cui le relazioni industriali si debbano basare sul conflitto tra operai e padroni». Serve andare avanti, ha detto, e costruire nuovi modelli di relazioni industriali. Del resto, ha aggiunto, «fino a quando non ci lasciamo alle spalle vecchi schemi non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti».
Marchionne, applaudito più volte dalla platea riminese, ha sottolineato che l'unica cosa che interessa a Fiat è «la garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in maniera affidabile e normale». Credo, ha aggiunto, che ogni imprenditore «se non stima, meriti almeno rispetto».
Il
manager del Lingotto ha poi parlato delle
difficoltà di investire nel Belpaese:
«la sola area del mondo dove il gruppo
torinese è in perdita». La Fiat, ha
ricordato Marchionne, «é l'unica azienda
disposta a investire 20 milioni di euro in
Italia, ma questo sforzo viene visto da alcuni
con la lente deformata del conflitto». Di
qui, l'invito a fare «un grande sforzo
collettivo, un patto sociale che condivida
impegni, sacrifici e dia al Paese la
possibilità di andare avanti». Perché, ha
sottolineato davanti ai tanti giovani presenti
in platea, forse «in Italia ci manca la
voglia e abbiamo paura di cambiare».
Marchionne ha ringraziato apertamente i leader di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, per la collaborazione dimostrata nel processo di rilancio della Fiat. E ha ricordato numeri e obiettivi del Lingotto. La Fiat, ha detto, è presente in tutti i continenti e ha rapporti commerciali con oltre 190 Paesi. Fiore all'occhiello, il recente accordo con Chrysler, con la quale, ha concluso, «ci siamo posti il traguardo di produrre 6 milioni di auto nei prossimi cinque anni».
Marchionne scrive a Napolitano: «Rispetto per le decisioni della magistratura»
- LA LETTERA
«Signor presidente richiami Fiat alla legge»
Ill.mo Presidente, ci rivolgiamo a Lei, quale massima carica dello Stato e supremo garante della Costituzione, per sottoporre alla sua attenzione una vicenda che non lede soltanto i nostri diritti di cittadini e di lavoratori ma colpisce direttamente i diritti collettivi e generali degli operai e dello stesso sindacato a cui siamo iscritti.
Siamo i tre operai, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, iscritti alla Fiom Cgil, licenziati dalla Fiat Sata di Melfi in occasione di uno sciopero indetto unitariamente da tutte le sigle sindacali facenti parte della rsu aziendale. Per l'azienda, ci saremmo resi responsabili di un reato avendo deliberatamente ostruito il transito a dei carrelli che servono la linea di produzione all'interno dello stabilimento. In verità, non vi è mai stato alcun blocco dei predetti carrelli da parte nostra.
(...) Tuttavia, sebbene il decreto del Tribunale di Melfi abbia immediata efficacia esecutiva e non sia revocabile fino alla conclusione del giudizio di opposizione, l'azienda in un primo momento ci ha comunicato la reintegra sul posto di lavoro e, successivamente, con un telegramma, ci ha dato notizia della sua volontà di non avvalersi delle nostre prestazioni lavorative. (...) In pratica, secondo l'azienda, potremmo continuare a percepire la sola retribuzione ma non avremmo il diritto ad essere reintegrati nella nostra postazione lavorativa. Allo stesso tempo, la Fiat sostiene che potremmo svolgere regolarmente la nostra attività sindacale rimanendo confinati nella saletta sindacale la quale, sia detto per completezza di esposizione, è distante circa quattrocento metri dal luogo in cui svolgono il lavoro i nostri compagni. Non sia senza significato precisare che soltanto due di noi sono rsu mentre Marco Pignatelli è un mero iscritto alla Fiom e non avrebbe «prerogative sindacali» da svolgere all'interno della saletta.
(...) Signor Presidente, per sentirci uomini e non parassiti di questa società vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la retribuzione senza lavorare. Questo non è mai stato un nostro costume, né come semplici operai né come delegati sindacali aziendali, avendo sempre svolto con diligenza e professionalità il nostro lavoro. Ci rivolgiamo a Lei, Presidente, perché richiami i protagonisti di questa vicenda al rispetto delle leggi e perché nel suo ruolo di massima carica dello Stato sia da garanzia del rispetto della democrazia, della Costituzione e dello stato di diritto in modo da ripristinare e garantire il libero esercizio dei diritti sindacali nonché dei diritti costituzionalmente riconosciuti a tutti, all'interno dello stabilimento Fiat Sata. Signor Presidente, le chiediamo di farci sentire lavoratori, uomini e padri.
Il capo dello Stato: «Superare questo grave episodio»
Cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ho letto con attenzione la lettera che avete voluto indirizzarmi e non posso che esprimere il mio profondo rammarico per la tensione creatasi alla Fiat Sata di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi.
Anche per quest'ultimo sviluppo della vicenda è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l'autorità giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch'io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate.
Comprendo molto bene come consideriate lesivo della vostra dignità «percepire la retribuzione senza lavorare». Il mio vivissimo auspicio - che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della Fiat - è che questo grave episodio possa essere superato, nell'attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria, e in modo da creare le condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell'attività della maggiore azienda manufatturiera italiana e dell'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale.
- LA POLITICA
Coro di critiche alla Fiat. Il
quotidiano Avvenire: «Ha sbagliato»
Il ministro Matteoli: «Rispettare le sentenze»
La Fiat è un po' più sola dopo il mancato pieno reintegro dei tre operai a Melfi. «Le sentenze vanno rispettate anche quando non ci fanno piacere», ha detto il ministro Altero Matteoli al meeting di Comunione e liberazione a Rimini - se il nostro è uno stato di diritto non lo può essere a fasi alterne. C'è una sentenza e va rispettata». «Credo che la Fiat debba applicare le sentenze della magistratura come necessario e continuare a rimanere dalla parte della ragione», ha detto ancora il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, intervenendo a «Radio anch'io» su RadioUno sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Melfi e del reintegro dei tre operai deciso dalla magistratura. «Il problema - ha proseguito Saglia - è che con questa vicenda, così come a Pomigliano, si stanno riscrivendo le regole delle relazioni industriali secondo una decisione che è stata condivisa da tutti e non dalla Cgil. Ora Fiat non deve mettere in imbarazzo una parte importante del sindacato che ha condiviso questo percorso».
«Il governo Berlusconi, oltre al ministro per lo Sviluppo Economico, ha perso anche il ministro del Lavoro? Finalmente un ministro di questo governo richiama la Fiat al rispetto delle regole, ma non è Sacconi. È Matteoli», dice Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd. Mentre per l'ex presidente della Camera e leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, la Fiat di oggi «è una grande azienda multinazionale a baricentro nordamericano che pensa che nella sfida della globalizzazione vada assunto un modello di organizzazione dell'impresa intrinsecamente autoritario, accompagnato da una logica autoritaria». Aggiungendo che «il metro di misura della produzione spinge verso un meccanismo autoritario in cui non è accettato nè il conflitto sociale nè il comportamento individuale». «Questa azienda è perciò - ha sottolineato - un'azienda non union per definizione. Il sindacato o è una funzione dell'impresa oppure bisogna cacciarlo». Contro la decisione dell'azienda si è schierato anche il quotidiano della chiesa Avvenire. In un editoriale uscito ieri, si legge che la Fiat, rifiutandosi di far lavorare i tre operai licenziati e poi reintegrati dal giudice, «ha sbagliato».
di Francesca Pilla
SERGIO MATTONE
L'ex magistrato: Fiat
rischia una condanna penale
«Il mancato reintegro sul luogo di lavoro è
illegale sotto il profilo penalistico,
continuando a non dare esecuzione a un
provvedimento giudiziario i vertici Fiat si
espongono a una condanna penale, anche nel
caso in cui nel ricorso della casa torinese,
il Tribunale dovesse sovvertire la sentenza di
reintegro per i tre lavoratori di Melfi».
Sergio Mattone non ha dubbi, lui che è stato
presidente della sezione lavoro della Corte di
Cassazione e ora è presidente
dell'Associazione per i diritti sociali e di
cittadinanza, sa bene che Marchionne e con lui
la Fiat sono obbligati a «restituire» il
lavoro a questi dipendenti perché un giudice
ha così stabilito. Ma è pur vero che spesso
gli imprenditori fanno orecchie da mercante
perché sperano di sbarazzarsi con successivi
ricorsi dell'organico «indigesto», mentre
sul ripristino coattivo delle mansioni perdute
i giudici possono ben poco.
Dottor Mattone ci spieghi meglio, la
Fiat può decidere di versare stipendi e
arretrati, ma di impedire ai tre lavoratori
della Sata di tornare alle linee di
produzione?
È un comportamento illegittimo sotto
il profilo penalistico, e per questo i
sindacati hanno già sporto denuncia, però
sul come si possa eseguire poi coattivamente
una sentenza di reintegro, che non riguardi la
parte economica, la materia si fa complicata.
Il codice civile è infatti chiaro se si
stratta di demolire un balcone o di un
sequestro, perché i beni e gli interessi a
carattere patrimoniale sono più facilmente
tutelabili. Nel periodo successivo allo
statuto dei lavoratori, negli anni 70, c'era
una giurisprudenza di merito che non dubitava
assolutamente che anche il ritorno alle
proprie mansioni fosse un obbligo da
assolvere. Tutta una serie di pretori
coraggiosi stabilivano le modalità precise
del reintegro, nonché la presenza
dell'ufficiale giudiziario per dare esecuzione
alle sentenze. Ma anche in questi casi è
sempre stato difficile poi garantire il
ritorno effettivo nel luogo di lavoro. Per
questo credo che oltre alla richiesta dei
danni risarcitori e la denuncia penale, i
lavoratori di Melfi possano poco.
Quindi accade spesso che un'azienda
rifiuti di ridare il lavoro al proprio
dipendente anche a dispetto della legge?
Ahinoi sì, accade, e non è solo la
Fiat. Dopo la sentenza di un giudice
monocratico, le parti padronali investono
sempre un tribunale collegiale sperando che
una nuova decisione possa sovvertire il primo
provvedimento e nel frattempo decidono di
eseguire la parte economica, ma non quella
lavorativa. La giurisprudenza e più di una
sentenza della Corte di Cassazione ha escluso
che l'integrazione sia attuabile
coattivamente. È vero che una buona parte di
giuristi ha puntato il dito sulla necessità
di pervenire a un ordine di reintegrazione che
non realizzi solo una parte dei diritti,
mortificando il lavoratore costretto a casa
quasi come un cassintegrato, ma fino a questo
momento si tratta di riflessioni.
È proprio questo il punto: c'è un
vuoto legislativo che permette al Lingotto di
isolare e mortificare lavoratori che pure
hanno avuto ragione in un tribunale...
Tutti si sorprendono oggi del
comportamento di Marchionne, ma mi pare che
dopo l'accordo di Pomigliano sia avvenuto quel
salto di paradigma nelle relazioni sindacali.
La parte imprenditoriale tenta di fiaccare i
sindacati ribelli come la Fiom, e i lavoratori
disobbedienti, e questo è un altro modo per
dettare le regole e compiere quel disegno
diretto a rivendicare l'ampiezza dei poteri
padronali. Non dimentichiamo che è ancora
alle Camere il disegno di legge, restituito da
Napolitano, che intende abolire l'articolo 18
con un arbitrato secondo equità.
di Francesco
Piccioni
AL CONFINO
Un Presidente con gli
operai
Giorgio Napolitano
risponde in poche ore alla lettera dei tre
operai di Melfi licenziati e reintegrati dal
giudice, ma non ammessi in fabbrica dalla
Fiat. Una censura autorevole che arriva nel
giorno in cui l'azienda rincara la dose
contestando ad altri operai «l'assenza
ingiustificata» proprio nel giorno di uno
sciopero di otto ore
A tempo di record, il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, ha risposto ai
tre operai di Melfi licenziati dall'azienda e
reintegrati dal giudice del lavoro. La lettera
gli era stata inviata solo ieri mattina. In
serata, quasi inattesa, è arrivata la
risposta. «Anche per quest'ultimo sviluppo
della vicenda è chiamata a intervenire, su
esplicita richiesta vostra e dei vostri
legali, l'Autorità Giudiziaria: e ad essa non
posso che rimettermi anch'io, proprio per
rispetto di quelle regole dello Stato di
diritto a cui voi vi richiamate». Sarebbe
insomma sorprendente se «a non rimettersi» a
questo giudizio fosse un'azienda, anche la
principale industria del paese.
Tanta sollecitudine dice molto anche della
preoccupazione che semina un atteggiamento
esibito di «superiorità» rispetto alle
leggi esistenti (non è il Lingotto il primo a
comportarsi così, come ben sanno sul Colle).
Questo e non altro ha fatto la Fiat
opponendosi al rientro dei tre operai sulla
linea di produzione, per «confinarli» invece
alla nuda saletta sindacale. Pagati, sì, ma
per girarsi i pollici, in attesa che «il
ricorso» dell'azienda venga esamniato - il 6
ottobre - da un altro giudice del lavoro.
Quella che sembrava essere solo una giornata
di «decantazione» si è trasformata quindi
in una svolta - auspicata, naturalmente - in
un breccio di ferro tra «la potenza»
torinese e tre operai difesi solo dalla Fiom
Cgil.
E non era cominciata bene. «La Fiat vuole
sempre avere l'ultima parola, anche quando sa
di aver perso». La reazione operaia e
sindacale di fronte all'ennesimo «rilancio»
dell'azienda era stato quasi filosofica.
Specie se paragonata al nuovo gesto
dell'azienda: una comunicazione inviata ad
alcuni operai (sembra tre, per ora) per «assenza
ingiustificata». Un'accusa che può portare
anche conseguenze pesanti e che in un primo
momento aveva preoccupato i delegati sindacali
dello stabilimento Sata. Poi, leggendo una
delle lettere, la cosa ha assunti contorni un
po' diversi. La Fiat, infatti, pretende
spiegazioni sul perché «il 12 luglio 2010»
l'operaio Tizio (come altri colleghi), non si
è presentato ai cancelli. Ma per quel giorno
era stato proclamato uno sciopero di otto ore
su tutti e tre i turni. Difficile che
l'azienda non se ne fosse accorta.
Un diversivo o una escalation? Più probabile
il primo, nelle valutazioni a caldo. Dal punto
di vista del «merito» questo secondo
provvedimento sembra ancor meno sostenibile di
quello ormai famoso verso Barozzino, Lamorte e
Pignatelli. Ma «dimostra che l'azienda è
nervosa. Loro sanno forse meglio di noi che il
loro ricorso ha poche possibilità di
rovesciare la sentenza sul reintegro degli
operai licenziati. Ma non vogliono passare per
sconfitti e quindi se ne inventano un'altra...».
A ben guardare - soprattutto prima della
risposta di Napolitano - dimostrava anche che
la Fiat sta forzando «politicamente» la
situazione. Sa benissimo che a legislazione
attuale queste iniziative verranno poi
azzerate dai giudici. Ma l'obiettivo è
proprio cambiare le leggi sul lavoro, quel
retaggio di conquiste del movimento operaio
che - come recitano i media padronali - «impediscono
alle imprese di competere». Non importa che
anche questo sia falso: lo scopo (non solo
della Fiat) è fare un salto di qualità nel
«comando» sul lavoro, ripristinando
condizioni di subordinazione assoluta che non
si vedevano dagli anni '50. La valutazione dei
«rapporti di forza» è peraltro spietata: ha
dalla sua un governo debole, un «ministro del
lavoro» che non vede l'ora di eliminare il
sindacato, un'opposizione parlamentare muta o
(nel caso dell'Udc o di parte del Pd)
addirittura consenziente.
Tornando ai tre protagonisti della vertenza in
atto, ieri sono tornati davanti ai cancelli,
ma hanno alla fine preferito non entrare.
Faranno così tutti i giorni, anche per
volantinare e spiegare ai compagni di lavoro
quel che sta avvenendo. Ieri, per esempio,
hanno distribuito copie della lettera inviata
al Presidente della Repubblica. Nella
valutazione ha influito anche il consiglio
degli avvocati della Fiom (ricordiamo che la
causa vinta condanna la Fiat per «comportamento
antisindacale»). I quali presenteranno oggi
ulteriori memorie a sostegno
dell'esposto-denuncia penale (il non rispetto
di una sentenza è reato penale), mentre
stanno valutando la soluzione migliore - sul
piano civilistico - per ottenere il rientro a
pieno titolo dei tre operai in reparto.
Naturalmente, tra le fila della Fiom, non
manca chi fa notare come la Fiat, «invece di
investire i propri soldi per quel che è
necessario a lei e ai dipendenti (nuovi
investimenti, corrispondere i premi di
risultato, le malattie, ecc) li butta via per
pagare fior di avvocati». Ma, come diciamo da
tempo, in questa partita la Fiat non gioca
come semplice «azienda produttiva» con
obiettivi industriali; ma come capofila
politico di un mondo imprenditoriale in crisi.
di Francesco Paternò
LA CARTA DI MELFI- 25
ago
Il messaggio della massima autorità dello
stato è chiaro: la Costituzione esiste,
abbiano cittadinanza i diritti e non gli
insulti. Al di là di quel che fanno i
Berlusconi sulla scena politica o i Marchionne
nel mondo del lavoro. Il presidente Napolitano
ha risposto subito e pubblicamente - non era
scontato - alla lettera dei tre operai della
Fiat di Melfi. Che avevano scritto al capo
dello stato dopo essere stati licenziati
dall'azienda, reintegrati da una sentenza del
giudice del lavoro, impediti dalla stessa
azienda a tornare alle proprie mansioni.
Napolitano usa parole nette. Per i vertici
Fiat e per il governo, innaturalmente gemelli
in queste settimane nel procedere per strappi
e nel disprezzo delle regole verso l'obiettivo
che ritengono lecito. Per gente come Bonanni,
secondo cui quel che è successo a Melfi
sarebbe stata solo una «provocazione» della
Fiom in cui la Fiat non sarebbe dovuta cadere.
Per chi ancora tace, a sinistra.
Napolitano ricorda che sono in ballo diritti e
sentenze da rispettare. E infatti sottolinea
di rimettersi anche lui all'autorità
giudiziaria, «proprio per rispetto di quelle
regole dello Stato di diritto a cui voi vi
richiamate». Scrive «voi» operai, non cita
Fiat che non ha eseguito per intero la
sentenza del tribunale di Melfi. Anzi, alla
grave decisione dell'azienda riserva ben altre
parole, parlando sempre a quei «voi»: «Comprendo
molto bene come consideriate lesivo della
vostra dignità percepire la retribuzione
senza lavorare».
Il capo dello stato chiede «condizioni per un
confronto pacato e serio», così come aveva
chiesto a più riprese alla politica. «Il mio
vivissimo auspicio - che spero sia ascoltato
anche dalla dirigenza della Fiat - è che
questo grave episodio possa essere superato»,
scrive Napolitano. E insiste per un «confronto
pacato e serio su questioni di grande rilievo
come quelle del futuro dell'attività della
maggiore azienda manifatturiera italiana e
dell'evoluzione delle relazioni industriali
nel contesto di una aspra competizione sul
mercato globale».
E' il confronto chiesto in questi mesi dalla
Fiom a un'azienda più globalizzata dopo la
presa della Chrysler. E da quei lavoratori di
Pomigliano che nel referendum hanno detto no
al contratto aziendale con meno diritti.
Adesso è Napolitano a chiederlo a Marchionne.
He can?
Melfi, la Fiat agli operai reintegrati: “Non presentatevi a lavoro”
di m.
cat. - VARSAVIA
TYCHY
«La Fiat non mantiene le
promesse, perfino sul premio di produzione»
La festa per la 500
rovinata dalla decisione di spostare la Panda in
Italia, Parla Wanda Strozyk, a capo di
Solidarnosc
Nel marzo scorso, si è fatta anche grande festa
per la nuova 500, prodotta nello stabilimento di
Tychy, che ha raggiunto quota 500 mila. Ma la
festa è durata poco. Anche se la decisione di
spostare la produzione della nuova Panda a
Pomigliano d'Arco era stata presa da tempo, gli
operai polacchi l'hanno presa male. «Confidiamo
che la produzione della nuova Panda accompagni
l'efficace e pieno sfruttamento delle nostre
possibilità produttive», diceva Wanda Strozyk
all'indomani dell'esito del referendum a
Pomigliano, auspicando un ripensamento dei
vertici del gruppo e lanciando un invito
esplicito a produrre la nuova Panda anche in
Polonia. Le cose però sono andate diversamente
e la presidentessa del sindacato Solidarnosc a
Tychy ha dovuto prenderne atto: «Il referendum
così come l'intero accordo di Pomigliano è un
problema dei lavoratori italiani e delle
organizzazioni sindacali che li rappresentano.
Per questo accettiamo e capiamo ogni loro
decisione». «Adesso ciò che non deve
succedere - continua - è un aumento del
conflitto delle organizzazioni di ognuno degli
stabilimenti. Solo collaborando in modo solidale
possiamo tutelare i diritti dei lavoratori in
ciascuno stabilimento e nell'intero gruppo».
Parole di circostanza che stridono con l'umore
(nero) dei lavoratori polacchi. Solidarnosc è
il maggiore dei sindacati presenti a Tychy ma,
come tutte le altre organizzazioni sindacali
polacche, ha pochi margini di manovra e con la
Fiat ha mantenuto sempre un profilo basso. Tanto
da ricevere aspre critiche dagli stessi iscritti
che, dopo la vicenda di Pomigliano, hanno
scritto due lettere agli operai italiani
chiedendo scusa per il loro atteggiamento
remissivo e di sudditanza nei confronti del
Lingotto: «I nostri sindacati, i nostri
lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la
sensazione di non essere in condizione di
lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo
implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo
lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci
i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo
nella loro stessa situazione».
Oggi Wanda Strozyk lascia da parte la diplomazia
e parte all'attacco del gruppo torinese: «La
Fiat aveva fatto delle promesse. Ci aveva detto
che il livello produttivo dello stabilimento di
Tychy sarebbe rimasto tale e quale e invece non
è così». L'ufficio stampa della Fiat a Torino
tiene a precisare che la dirigenza di Fiat Auto
Poland non aveva fatto alcuna promessa sulla
produzione, impegnandosi a mantenere stabili i
livelli di occupazione. Ma la Strozyk continua a
battere il martello sulla questione delle
promesse non mantenute: «I lavoratori polacchi
hanno ragione ad essere arrabbiati. I bonus
promessi per l'anno 2009 sono stati pagati al
40%. Noi su questo non possiamo soprassedere e
accontentarci delle giustificazioni della Fiat».
L'impressione è anche qui, da ora in avanti, la
Fiat dovrà fare i conti con dei lavoratori che
hanno imparato la lezione, meno disposti a farsi
ammaliare dalla «voce del padrone».
di Mauro
Caterina - VARSAVIA
REPORTAGE
Tychy-Pomigliano, ecco i
«polacchizzati»
La preoccupazione e la
rabbia degli operai della fabbrica dei record,
che temono il dopo Panda e la crisi dei mercati
I manager Fiat chiedevano, loro obbedivano. Nel
2009 hanno lavorato 48 ore a settimana senza
fiatare per poco più di 580 euro netti al mese
(compresi turni di sabato e domenica). E adesso?
Poco meno di due settimane fa, sulla prima
pagina di uno dei più grandi e autorevoli
quotidiani polacchi compariva, stampata a
caratteri cubitali, una parola scritta in
italiano: «Polacchizzati». Era il titolo di un
lungo reportage che l'inviato di Gazeta Wyborcza
ha fatto fra famiglie e gli operai di Pomigliano
d'Arco. Un racconto dettagliato dello stato
d'animo di coloro i quali, dopo le giornate
bollenti del referendum, hanno toccato con mano
gli effetti delle politiche industriali di nuova
generazione, tra cui la riduzione di diritti che
ritenevano acquisiti e per questo inalienabili.
Molti hanno detto no, molti hanno chinato la
testa. In una parola, secondo il quotidiano,
hanno capito di essersi «polacchizzati».
Alle vicende italiane i media polacchi hanno
sempre riservato ampi spazi di analisi e
approfondimento, ma la vicenda di Pomigliano è
stata diversa da tutte le altre, perché li ha
toccati da vicino. «Il fatto che un'azienda
importante come la Fiat licenzi gli operai
polacchi e minacci quelli italiani è una
pesante forma di ricatto sociale, che cancella
molti diritti dei lavoratori conquistati negli
ultimi anni», scriveva una giornalista durante
quelle giornate di apprensione. La decisione del
Lingotto di spostare la produzione della nuova
Panda dall'impianto polacco di Tychy a quello di
Pomigliano ha sollevato preoccupazione tra gli
operai. D'improvviso si è materializzato lo
spettro di perdere il posto di lavoro. Ma tra i
lavoratori polacchi non c'è solo solo paura, c'è
anche tanta rabbia.
La rabbia di chi nel 2009 ha lavorato 48 ore a
settimana senza fiatare per poco più di 580
euro netti al mese (compresi turni di sabato e
domenica). Era questo quello che gli chiedevano
i manager Fiat e loro hanno seguito le
direttive. Gli operai polacchi sono meno
tutelati rispetto a quelli italiani e hanno una
mentalità diversa, che li spinge a non opporsi
mai alle richieste dei datori di lavoro. Sono
circa 6.500 i lavoratori della Fiat a Tychy,
senza calcolare l'indotto. Un impianto moderno
ed ultraefficiente, considerato a Torino un vero
e proprio gioiello produttivo, la punta di
diamante del gruppo assieme al vicino impianto
di Bielsko Biala, dove vengono assemblati i
motori. La maxi fabbrica vanta numeri da record
non solo nella produzione ma anche nelle
dimensioni: lo stabilimento di Tychy, nato negli
anni '70, ha una superficie di 1.895.000 metri
quadrati, di cui 380.000 al coperto, e fa parte,
con la fabbrica di Bielsko Biala, di Fiat Auto
Poland.
A Tychy viene prodotta anche la nuova Ford Ka,
grazie ad un accordo di joint venture tra le due
case automobilistiche. Il veicolo viene
realizzato sulla stessa linea di produzione
della nuova 500. I lavoratori di Fiat Auto
Poland lavorano, in genere, 6 giorni alla
settimana, con straordinari di sabato che
superano le 400 ore annuali. È un modello
diverso da quello adottato a Pomigliano dove,
con il nuovo accordo, sono stati inseriti anche
i turni di sabato, ma le ore di straordinario
sono molte di meno.
La presenza di Fiat in Polonia risale agli inizi
del secolo scorso. La prima filiale commerciale
è stata aperta negli anni '20 mentre la
produzione è arrivata negli anni '30. Ma è
durante gli anni '60 e '70 che la Fiat fa qui
numeri importanti con la produzione della 126p.
Da allora la presenza in Polonia del gruppo
torinese è stata in continua ascesa. Vuoi per
la fiscalità agevolata adottata dai governi che
si sono succeduti dopo il collasso del regime
comunista, vuoi per il basso costo della
manodopera e il personale qualificato e ben
istruito, la Polonia è diventata negli anni la
«terra promessa» per le multinazionali di
mezzo mondo: dalle auto all'elettronica, dalla
siderurgia ai prodotti sanitari all'informatica
per finire agli elettrodomestici.
Tychy, nel sud-ovest della Polonia, è la città
della birra con uno dei più grandi birrifici
del Paese, oltre che della Fiat. Fuori dai
cancelli gli operai hanno poca voglia di
parlare. «Quelli non parlano con la stampa - ci
dice uno di loro - sono a tempo determinato e
hanno paura di non vedersi rinnovato il
contratto». Dei 6.500 operai che lavorano nello
stabilimento, circa 1.000 hanno contratti a
tempo determinato che vengono rinnovati di anno
in anno. Negli ultimi due mesi, molti di loro
non hanno avuto il rinnovo perché la Ford ha
annunciato un taglio alla produzione.
Un'ulteriore tegola sulla testa dopo la
dipartita della nuova Panda per Pomigliano.
L'arrivo della Lancia Y non fa dormire sonni
tranquilli. La Fiat prevede di lanciare la
produzione nel primo quadrimestre del 2011. Gli
obiettivi sono di raggiungere la quota di
100/120 mila unità all'anno. Il costo
dell'operazione industriale si aggira intorno ai
582 milioni di euro e a metà luglio, il
ministro dell'economia polacco ha stanziato 10
milioni di euro.
Secondo Enrico Padovani, responsabile di Fiat
Polonia, per il 2011 è prevista una produzione
complessiva di 500.000 unità. Nel 2009,
nell'impianto di Tychy si è avuta una
produzione record di 605.797 veicoli, 298.020
dei quali erano Panda. Fatti i calcoli, si
capisce bene il timore degli operai polacchi di
perdere il lavoro. A luglio, Padovani ha
rassicurato governo e sindacati polacchi che non
ci sarebbero stati in futuro tagli alla
produzione nello stabilimento di Tychy. Ma la
crisi del mercato europeo dell'auto è un'altra
realtà.
- di Loris
Campetti
UNA BOCCATA D'OSSIGENO
Il comportamento della Fiat di Sergio Marchionne è antisindacale. A dirlo non è più soltanto la Fiom, con noi del manifesto e pochi altri nello scenario politico e, ahinoi, sindacale italiano, ottenebrato dalla subalternità a un'idea del progresso e del mercato che per farsi strada ha bisogno di cancellare leggi, diritti e Costituzione. Il giudice del lavoro di Potenza ha annullato i tre licenziamenti fatti dalla Fiat a Melfi, condannando l'azienda per il suo comportamento antisindacale nei confronti della Fiom e ordinando l'immediato reintegro di un operaio e due delegati. È una vittoria di straordinaria importanza per i lavoratori e per la Fiom che ha intentato causa, ma è anche una boccata d'ossigeno per la nostra sanguinante democrazia perché ribadisce che in Italia il diritto di sciopero è tutelato per legge, e condanna chi tenta di impedirlo con il ricatto e la repressione. È una sentenza tanto più importante in quanto alla prepotenza della Fiat, che pretende di dettare ordini a operai, sindacati e Confindustria, si affianca un'azione governativa tesa a demolire la Costituzione formale e quella materiale del paese.
I tre operai erano accusati dagli uomini di Marchionne di aver bloccato un carrello automatizzato nel corso di uno sciopero, impedendo così ad altri operai più «virtuosi» di lavorare. Sono volate parole grosse, fino all'accusa insensata di sabotaggio della produzione fatta propria da qualche solerte ministro, dalla cupola di Confindustria e persino da dirigenti sindacali di massimo livello. Ora costoro dovrebbero chiedere scusa agli operai reintegrati dal giudice.
O forse accuseranno quel giudice di essere un comunista, o un sabotatore? Siamo al paradosso che a essere considerati illegali non sono coloro che violano le leggi, ma chi ne pretende il rispetto. Chi non accetta lo scambio tra diritti e lavoro e per questo sciopera è vilipeso dai vertici della Fim e della Uilm, persino nel commento alla sentenza di ieri, di essere almeno corresponsabile della Fiat, in base alla teoria degli opposti estremismi. Infine c'è chi, persino nello schieramento democratico, condanna il ricorso alla magistratura per conflitti sul lavoro e teorizza, in sintonia con il governo, l'esclusività del confronto tra le parti senza impicci e terzi incomodi. Cioè senza leggi e giudici tra i piedi. Dovremmo chiederci cosa ne è, oggi, delle forze democratiche se l'unica tutela dei lavoratori dev'essere cercata in magistratura. Melfi oggi è in festa, per la seconda volta. La prima vittoria contro la prepotenza padronale gli operai lucani - e la solita Fiom «estremista» - l'avevano conquistata sul campo qualche anno fa con una lotta durata 21 giorni. La seconda è arrivata dalla legge e dalla Costituzione. Teniamoci cara l'una e l'altra, e teniamoci cari gli operai.
RICOMINCIO DA TRE
Melfi, la nuova primavera
Gli operai licenziati dalla Fiat vanno reintegrati. La sentenza del giudice dà ragione alla Fiom e torto all'azienda: «Azione illegittima e antisindacale». Risolto il «giallo» del robot bloccato. Landini: «Adesso il Lingotto cambi strada e accetti di trattare»
I tre operai Fiat licenziati a Melfi il 14 luglio scorso devono essere reintegrati. È bastato meno di un mese al giudice del lavoro di Potenza, Emilio Minio, per stabilire che l'azione del Lingotto nei confronti di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte (delegati Fiom) e Marco Pignatelli è stata «illegittima» e «antisindacale». Molto importante il dispositivo della sentenza emessa, che fa riferimento esplicito al diritto di sciopero, «costituzionalmente tutelato», e alla Fiom, «organizzazione fra le più attive nel particolare momento storico».
Il licenziamento dei tre si basava sull'accusa di aver ostacolato, durante uno sciopero interno, la marcia di un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano. Il giudice Minio ha evidenziato che «la tesi sostenuta da Fiat-Sata nel corso del giudizio appare parzialmente diversa rispetto a quella ostentata nel corso del procedimento disciplinare», che portò prima alla sospensione dei tre operai e poi al loro licenziamento. Insomma, la Fiat ha sostenuto tesi in contraddizione (almeno parziale) all'atto della motivazione del licenziamento e poi durante il processo.
La chiave sta nel carrello bloccato: un radar speciale lo ferma quando un ostacolo si pone davanti, ma poi esso riparte automaticamente quando l'ostacolo è rimosso. Al contrario, se qualcosa urta materialmente il carrello, o se viene spinto un bottone, esso si ferma del tutto e va fatto ripartire manualmente. Ecco, nelle memorie presentate nel corso del processo, a differenza di quanto sostenuto nelle lettere di licenziamento, Fiat ammette che il carrello fu fatto ripartire manualmente: e dunque contraddice quanto contestato all'inizio agli operai, appunto nelle lettere, che essi si fossero messi davanti al carrello (senza toccarlo) per bloccarne il passo (se fosse stato così, infatti, sarebbe ripartito una volta che gli operai si fossero spostati, e invece ci volle un intervento manuale per riattivarlo).
Il carrello robot, dunque, non si bloccò per la posizione degli scioperanti ma per il contatto di un sensore con un ostacolo. Quando gli scioperanti si riunirono in assemblea «nei pressi del carrello - è scritto nelle motivazioni della sentenza - quest'ultimo era già fermo» e riprese la marcia non automaticamente (come avviene quando il campo del radar viene invaso e poi «liberato») ma dopo un intervento manuale. Oltretutto, i lavoratori «si sono fermati a una distanza dal mezzo superiore a quella necessaria per l'attivazione del radar. Di conseguenza, gli scioperanti (e i tre poi licenziati in particolare) non ebbero il «deliberato intento (contestato nel procedimento disciplinare) di arrestare la produzione».
Ma al di là del problema di merito, sul carrello e sulle parziali contraddizioni della Fiat, è importante la parte della sentenza in cui si parla dell'anti-sindacalità delle sanzioni aziendali: secondo il giudice del lavoro di Potenza, «il licenziamento ha interessato attivisti e militanti della Fiom, organizzazione notoriamente protagonista, a seguito di determinate scelte di politica industriale e di organizzazione del lavoro, operate dal gruppo Fiat (in particolare, l'"accordo di Pomigliano"), di una serrata critica sindacale nei confronti di tutte le società facenti capo al gruppo medesimo».
Soddisfazione è stata espressa dai lavoratori - Lamorte si è sposato appena 5 giorni fa - che per protesta avevano anche stazionato due giorni sulla Porta Venosina di Melfi, mentre i colleghi e altri cittadini manifestavano in loro sostegno, durante uno sciopero indetto dalla stessa Fiom. Per Emanuele De Nicola, Fiom Basilicata, «è la prova che non c'è stato nessun sabotaggio, e anzi adesso chi ha accusato gli operai di questi atti deve chiedere scusa». Tra gli altri, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, aveva parlato proprio di sabotaggio. Secondo De Nicola «ora Fiat deve tornare a trattare: e redistribuire i profitti al lavoro, investendo e pagando il premio».
«I licenziamenti - dice il segretario generale Fiom Maurizio Landini - sono arrivati dopo il voto di Pomigliano e le elezioni delle Rsu a Melfi, dove per la prima volta la Fiom è diventata primo sindacato. Si tratta di forzature che dimostrano l'intenzione dell'azienda di superare il contratto. Adesso Fiat si fermi e cambi strada: applicando il contratto che c'è, si possono creare le condizioni per difendere il lavoro e i diritti». Landini ricorda quindi la manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il 16 ottobre, su legalità, diritti e contratto.
di a. po.
L'OPERAIO LICENZIATO
«Lavoro in cambio di
diritti, l'azienda non può pretenderlo»
Licenziati dalla Fiat il 13 e 14 luglio
scorsi per un presunto «sabotaggio della
produzione», reintegrati ieri dal giudice
del lavoro di Melfi, che ha accolto il
ricorso della Cgil per comportamento
antisindacale, disponendo l'immediato
reintegro. Secondo l'azienda, Antonio
Lamorte, Giovanni Barozzino (delegati della
Fiom) e Marco Pignatelli (iscritto Fiom)
durante lo sciopero del 6 luglio avevano
bloccato alcuni carrelli automatici che
trasportavano componenti provocando il fermo
della catena di montaggio. «Che fosse un
motivo del tutto inventato per licenziarci
lo sapevano tutti - spiega Antonio Lamorte -
la Fiom ha citato quaranta testimoni a
riprova del fatto che non avevamo bloccato i
carrelli». La vicenda, quindi, va
inquadrata a livello nazionale, dopo lo
scontro su Pomigliano d'Arco, con il piano
Marchionne per comprimere il diritto di
sciopero. Secondo i delegati, si tratta di
un nuovo tentativo di delegittimare la Fiom:
«Il sei luglio avevamo incrociato le
braccia perché il Lingotto ci chiedeva di
produrre 120 vetture al giorno in più senza
aumentare di una sola unità i lavoratori
alla catena di montaggio. Nessuno si è
chiesto cosa significa questo rispetto alla
salute degli operai».
Le altre sigle sindacali plaudono alla
sentenza per poi prendere le distanze dalla
Fiom: la Uilm accusa i colleghi della Cgil
di aver provocato 15 giorni di sciopero
inutili dopo la sospensione, dando loro un
po' di colpa per la delocalizzazione in
Serbia del nuovo modello L0. La Fim gli
addebita l'estremizzazione del confronto:
«Scordano di dire, però, che gli scioperi
furono spontanei - ribatte Lamorte -. I
colleghi decisero di incrociare le braccia
senza essere stati sollecitati da noi, nel
silenzio di gran parte della stampa, troppo
occupata a lodare Marchionne. Per questo
decidemmo di salire per alcuni giorni sul
tetto di Porta Venosina, nel centro storico
di Melfi, per alzare il livello di
attenzione lasciandoli liberi di riprendere
il lavoro. Tirare in ballo, poi, il modello
L0, pretendendo di dare a noi la colpa di
decisioni già prese in casa Fiat, è
veramente il colmo».
Ricucire lo strappo con Fim e Uilm oggi
sembra davvero difficile: «Hanno firmato
l'accordo su Pomigliano d'Arco - prosegue
Lamorte - di fatto disdettando il contratto
nazionale di lavoro. Adesso cercano di
sottolineare ancora la loro disponibilità a
qualsiasi flessibilità. Sono su un'altra
galassia. In pratica sono diventati enti
bilaterali che si occupano di burocrazia
aziendale, non hanno idea di cosa sia la
fabbrica, cosa sia vivere in cassa
integrazione mentre contemporaneamente ti
chiedono di aumentare i ritmi di lavoro fino
al limite, senza mai discutere di temi come
la sicurezza».
Una certa distanza si misura anche rispetto
alla politica, a cominciare dagli enti
locali: «Il presidente della regione -
sottolinea ancora - è sempre corso in
soccorso della Fiat, anche economicamente
attraverso varie forme di finanziamento, ma
quando si è trattato di chiedere il
rispetto dei diritti sanciti dallo statuto
dei lavoratori ha assunto un atteggiamento
poco chiaro. L'azienda non può pretendere
di stabilire relazioni basate sul ricatto,
lavoro in cambio di diritti». Lo
stabilimento di Melfi è stato uno dei
motori della ripresa della Fiat, producendo
oltre 5 milioni di vetture, i lavoratori
quindi aspettano un cambio di marcia dalla
proprietà: «La sentenza che ci reintegra
è un segnale ma non sarà certo questo a
modificare le relazioni impresa-sindacati in
Italia».
di Francesco
Paternò
FIAT
Da Torino il silenzio
dei non innocenti
La Fiat non commenta la sentenza del giudice
di Melfi. Il silenzio rimbalza fra le sponde
dell'Atlantico giungendo fino ad Auburn
Hills, quartier generale di Chrysler, dove
l'amministratore delegato del gruppo Sergio
Marchionne ha appena finito di celebrare
conti in miglioramento della controllata
americana. Anche se la strada da percorrere
è ancora lunga così, dopo le perdite 2009
pari a 3,7 miliardi di dollari.
L'Italia del giudice di Melfi e di
Pomigliano e della borsa di Milano, che nel
giorno della trimestrale Chrysler ha punito
il titolo Fiat perché semplicemente si
aspettava di più, deve sembrare a
Marchionne una placca tettonica in
movimento. Che terremota i suoi piani e che
alza il livello di tensione sugli obiettivi
da lui indicati per il 2014, oggettivamente
più complicati da raggiungere. Non però
per la banca centrale norvegese, Norges, che
è appena diventata azionista di Fiat con il
2%.
Melfi viene dopo Pomigliano. Marchionne dà
il via al lo scontro con i metalmeccanici
della Fiom non nella fabbrica lucana - dove
pure il sindacato di categoria della Cgil è
maggioritario - ma in Campania. Qui vuole
imporre un nuovo contratto che di fatto
cancella alcuni diritti. Si fida di chi gli
racconta, in azienda come negli stessi
sindacati, che attraverso un referendum tra
i lavoratori il contratto può passare a
schiacciante maggioranza. Il risultato, è
noto, dirà un'altra cosa. E allora in
luglio, l'azienda sembra prendersi una
vendetta: nel giro di due settimane vengono
licenziati 5 lavoratori tutti
sindacalizzati, 3 a Melfi, 1 a Mirafiori e 1
a Termoli. Per la fabbrica di Pomigliano, il
19 luglio, Marchionne vara una nuova
società, in modo da poter licenziare e
riassumere soltanto chi accetterà le nuove
regole. E infine toglie a Mirafiori la
produzione della nuova monovolume,
spostandola in Serbia, così come la nuova
Chrysler non si farà più da Bertone ma
resterà negli Stati Uniti.
Nello stabilimento campano dovrebbero
cominciare i lavori per portare la linea
della produzione della Panda, trasferita
dalla fabbrica polacca di Tychy. Marchionne
investe 700 milioni di euro nell'operazione,
ma fa capire che questi potrebbero essere i
primi e gli ultimi. Se il sistema paese
(sindacati, governo e adesso, par di capire,
giudici) continuerà a dare scosse ai suoi
progetti, gli altri 19,3 miliardi di
investimenti promessi il 21 aprile scorso
potrebbero non arrivare più. Marchionne non
perde occasione, in interviste alla stampa
straniera, di dichiarare che i sindacati
italiani sono «inaffidabili». Un modo per
preparare una exit strategy, se le cose si
mettessero male?
Perché le cose dell'auto Fiat e Chrysler
vanno ma non volano, come gli obiettivi
esigerebbero. Chrysler deve raddoppiare le
vendite nei prossimi quattro anni e mezzo,
è salita in sei mesi del 9,4%. Per tornare
in borsa nel 2011 e agguantare circa 20
miliardi (molti dei quali necessari ai
lavoratori-azionisti per recuperare soldi
per sanità e pensioni) deve correre di
più. E tagliare ancora il debito, su cui le
agenzie di rating basano giudizi
fondamentali per la borsa. Il gruppo Fiat ha
chiuso il primo semestre con 92 milioni di
utile, ma l'auto perde colpi sui mercati
italiano ed europeo, privi di incentivi
statali. Rispettivamente -9,72% (6 mesi
Europa), intorno al -11% per Fiat e Alfa (7
mesi Italia), -2,31% Lancia. Con un luglio
italiano che segnala la tendenza ad andare a
picco del mercato, se un governo distratto
non metterà una toppa: -39,53% Fiat,
-32,40% Lancia, -4,85% Alfa Romeo.
- di Giorgio
Salvetti
MILANO
Innse, una vittoria che ha fatto scuola
Un anno di protesta sui tetti
Rubattino beach. Un anno fa eravamo tutti lì, con i 4 operai dell'Innse e con il sindacalista della Fiom saliti sul carroponte per difendere i macchinari della loro fabbrica. Dopo 10 giorni sono scesi da vincitori. Da allora ogni giorno un lavoratore disperato decide di salire sul tetto o su una gru. Oppure, come all'Asinara, si inventa l'isola dei cassaintegrati. Sono persone costrette a difendere con il proprio corpo il posto di lavoro. Non solo un diritto, né tanto meno un reality show, ma un luogo fisico e vitale. Pochi però hanno avuto lo stesso successo dell'Innse. Il segreto di quella vittoria infatti non sta nella forma estetica della protesta. Non è un format che ha bucato lo schermo nel palinsesto deserto dello scorso agosto. L'Innse è un simbolo. Oscilla tra il reale e l'immaginario grazie alla forza autentica di quegli operai capaci di dimostrarecoi fatti che dire no alla logica del profitto può pagare.
Un anno dopo quel no è cresciuto insieme alla crisi e all'escalation dell'offensiva padronale contro i diritti dei lavoratori. E' lo stesso no di Pomigliano al diktat di Marchionne. Un anno dopo l'Innse lavora a pieno regime. Dopo la dipartita dell'ex proprietario, il rottamatore Genta, e l'acquisto del gruppo Camozzi, la fabbrica funziona. Tutti gli operai hanno mantenuto il lavoro, e ci sono state 7 assunzioni . A settembre verrà concluso l'accordo con la Aedes, l'immobiliare proprietaria dell'area di via Rubattino che ha dovuto rinunciare a speculare su quel territorio. Un fatto eccezzionale nella Milano del mattone.
Tutto perché quei cinque sono saliti sul carroponte? «No - risponde secco Luigi - noi eravamo in lotta da 15 mesi, quella è stata solo la fase finale. Il punto è un altro, bisogna mettersi in testa che quando un imprenditore vuole chiudere non bisogna andarsene a casa. Noi sapevamo che la fabbrica aveva mercato e siamo rimati lì, abbiamo fatto funzionare le macchine e abbiamo mandato a casa il padrone, lo abbiamo sostituito. Salire sul tetto è solo un modo per ottenere questo obiettivo, non è la sostanza. Noi l'abbiamo fatto per impedire che smantellassero l'impianto, all'aspetto mediatico non ci abbiamo neanche pensato. E' venuto da solo».
«Se davanti alla fabbrica ci fossero stati dieci poliziotti invece di 300 - spiega Roberto Giudici, il sindacalista della Fiom salito sul carroponte - saremmo entrati tutti ad occupare la fabbrica, siamo andati in 5 lassù solo perché non potevamo fare altrimenti. Una lotta sindacale non è fatta di escamotage estetici. All'Innse conoscevano tutti i bulloni della fabbrica, se ne sono presi cura e non l'hanno mai lasciata. Non hanno mai ammesso come base della trattativa l'ipotesi al ribasso secondo cui bisognava pensare a come sistemare chi perdeva il lavoro. Il lavoro c'era e andava mantenuto per tutti. Insomma, il punto di vista del padrone non è stato accettato come se fosse un dato di fatto oggettivo. Questa è la novità».
Il modello Innse ha spopolato. Solo nel milanese ci sono state decine di casi simili. Gli operai della Yamaha sono saliti sul tetto in pieno inverno, dentro tende da Everest, solo per avere la cassa integrazione. Gli operai della Maflow, dopo che Bmw ha riportato la produzione in Germania, benché non avessero la stessa storia politica dei colleghi dell'Innse, hanno imparato come fare e sono ancora in lotta. Alla sede ex Eutelia di Pregnana milanese tecnici informatici che difficilmente scioperavano si sono ritrovati a occupare. Jessica, autista precaria dell'Azienda di trasporti di Milano (Atm) per mesi ha bivaccato davanti al deposito di Lambrate. «Gli operai mettono sempre in gioco il corpo - non si stupisce Roberto Giudici - quando lavorano in catena di montaggio o muoiono sul lavoro. E lo mettono in gioco quando protestano, non hanno altro. Qui di virtuale non c'è nulla, chi ha i soldi e gioca con la finanza si gingilla con 'cose' virutali».
«L'Innse - spiega Luciano Muhlbauer, l'ex consigliere regionale del Prc che si è trovato a mediare sotto tanti tetti - è stata una lotta basata su due punti: il legame forte con la fabbrica e la coscienza che si può vincere. Il corpo senza dignità non basta. L'Innse non è un modello da imitare, ma un esempio da comprendere». All'inizio nessuno aveva compreso. Anche la Fiom era scettica: «Dove pensano di arrivare?». Ma non ha smesso di ascoltare quei lavoratori anche se rompevano schemi consolidati. E' stata al loro fianco, gli è andata dietro e ha vinto con loro. Ieri Susanna Camusso, segretaria Cgil, pur con qualche critica allo spontaneismo di simili proteste, ha rivendicato la presenza della Fiom su quel carroponte. La Cgil però in Rubattino beach non c'era.
- di An. Sci.
IL GIUSLAVORISTA
«Statuto e articolo 28 il tesoro che li ha difesi»
Roccella: norme da tutelare
«Lo Statuto dei lavoratori si conferma una legge straordinaria, e straordinariamente moderna: non a caso tanti la vogliono abbattere. È stato quell'insieme di norme, scritte nel 1970 ma ancora oggi attualissime, a ristabilire la giustizia in pochi giorni a Melfi». Massimo Roccella, ordinario di diritto del Lavoro a Torino, non ha dubbi: «Quei licenziamenti avevano tutte le caratteristiche dell'atto antisindacale, e dunque era prevedibile che il giudice ordinasse il reintegro. Grazie all'articolo 28 dello Statuto, in condizioni simili, il fatto che il lavoratore ingiustamente licenziato debba rientrare è pressoché scontato».
In cosa si evidenzia l'antisindacalità dei licenziamenti di Melfi?
Io ovviamente non posso entrare nei dettagli del singolo fatto, non avendo tutti gli elementi. Ma certamente il giudice ha agito non superficialmente, e dopo aver acquisito quaranta testimonianze di operai presenti il giorno del fatto contestato ai tre licenziati (erano accusati di aver bloccato un robot in produzione, ndr). Ha soppesato queste testimonianze con quelle portate dall'altra parte, e ha avuto alla fine un quadro fattuale completo, su cui ha emesso la sentenza. E questa dice che l'azione dei tre operai era pienamente legittima, e svolta nell'esercizio dei propri diritti sindacali: tanto che il loro licenziamento è stato condannato, appunto, come misura anti-sindacale.
In forza dello Statuto dei lavoratori, dell'articolo 28 in particolare.
Certamente: l'articolo 28, insieme all'articolo 18, si conferma come uno dei capisaldi dello Statuto e in generale dei diritti del lavoro nel nostro Paese. L'articolo 18 tutela contro ogni forma di licenziamento illegittimo, mentre il 28, in particolare, agisce per tutelare in primo luogo l'interesse collettivo, quello delle organizzazioni sindacali, contro ogni forma di attività anti-sindacale: quindi non solo il licenziamento, ma anche ad esempio un trasferimento da un'unità produttiva a un'altra. Il singolo può dunque adire la causa facendo appello al 18, ed è quello che avrebbero potuto fare i tre di Melfi: ma si è scelto di appellarsi all'articolo 28, non solo per dare un significato più ampio, ma anche perché permette di avere la sentenza in pochi giorni.
In che senso un significato più ampio? E il lavoratore da solo non può fare causa per articolo 28?
La grandezza e la modernità dello Statuto stanno in questo: il legislatore instaurò un equilibrio nei rapporti di lavoro, non solo sul piano individuale, ma anche collettivo. Così se il singolo vede leso un proprio diritto, nel licenziamento, si appella al 18; ma se è il sindacato a veder messi in gioco interessi collettivi, allora potrà fare ricorso all'articolo 28. E potrà farlo anche se il lavoratore si disinteressa totalmente, non serve la sua firma e anzi proprio non c'è mai: è l'organizzazione che fa causa, elencando i nomi dei singoli danneggiati. Ecco, per questa sua originalità e per la sua forza, oggi il governo, come la Confindustria, vogliono smontare lo Statuto: dicono che non è «moderno», ma questa critica andrebbe bene se quegli stessi ambienti lo avessero apprezzato 40 anni fa. E invece fu subito avversato, sin dalla sua nascita.
Come sarà il nuovo «Statuto dei lavori» annunciato da Sacconi?
Sarebbe bello saperlo, ma finora dobbiamo basarci sulle dichiarazioni del ministro. Un giorno dice che vuole sostituire del tutto lo Statuto del 1970, altre pare di capire che solo lo integrerà, su nuovi lavori e precari. Certo, conoscendo la sua propensione a destrutturare le regole del lavoro, non c'è da essere ottimisti. Ma dall'altro lato, chissà se questo governo durerà, e quindi non bisogna perdere le speranze.
Certo, incrociamo le dita. Passando proprio alla Fiat, e alle imprese: non sono diventate particolarmente aggressive con la crisi? E attaccano proprio i diritti «basici» del lavoro.
Sì, è un fenomeno legato alla globalizzazione, ma non solo. La gran parte dei governi europei, e la stessa Commissione Ue, restano fedeli all'ideologia neoliberista, nonostante essa abbia mostrato come sia fallimentare e feroce. Così è contesto politico generale chiedere al mondo del lavoro di pagare il prezzo della crisi: basti pensare che a Grecia e Spagna, accanto ai programmi di tagli, hanno chiesto di allentare le tutele contro i licenziamenti. Come dire: approfittiamo della crisi per liberarci del welfare state europeo, e anzi facciamolo perché proprio quello frena la ripresa. Dall'altro lato, la Ue, così rigida su un fronte, è «cieca» davanti ad altri fenomeni: la Serbia fa ponti d'oro alla Fiat con soldi anche della Banca europea degli investimenti, ed è essa stessa candidata a entrare nella Ue. Ma se queste facilitazioni si facessero in Italia o in altri paesi Ue, si bollerebbero come «aiuti di Stato».
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FIAT
Melfi, reintegrati gli operai licenziati
Il giudice: "Provvedimento antisindacale"Annullata la decisione dell'azienda nei confronti dei tre dipendenti "espulsi" perché, durante un corteo interno, bloccarono un carrello robotizzato. La Fiom: "La sentenza conferma che si voleva solo dare una lezione a chi protesta"
POTENZA - Erano stati sospesi l'8 luglio e poi licenziati dalla Fiat il 13 e il 14 successivi 1, ma ora un giudice del lavoro ha deciso che possono tornare a lavoro. I tre operai dello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza, (due dei quali delegati della Fiom), hanno quindi vinto la loro battaglia. Il giudice ha annullato il provvedimento, ritenendolo "antisindacale", ed ha ordinato l'immediato reintegro dei tre nelle rispettive mansioni professionali.
Secondo il segretario regionale Fiom della Basilicata, Emanuele De Nicola, "la sentenza indica che ci fu da parte della Fiat la volontà di reprimere le lotte a Pomigliano d'Arco e a Melfi e di 'dare una lezione' alla Fiom".
Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino (entrambi delegati della Fiom) e Marco Pignatelli furono licenziati perché durante un corteo interno bloccarono un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano regolarmente. Ai licenziamenti seguirono scioperi, proteste e una manifestazione della Fiom: i tre operai occuparono per alcuni giorni il tetto della Porta Venosina, un antico monumento situato nel centro storico di Melfi.
"La sentenza - dice Emanuele De Nicola - dimostra che le lotte democratiche dei lavoratori non hanno nulla in comune con il sabotaggio. Il teorema 'lotte uguale eversione o sabotaggio' è stato di nuovo smontato e ci aspettiamo le scuse di quanti vi hanno fatto riferimento, a cominciare da personalità istituzionali o rappresentanti degli imprenditori. Speriamo - conclude il dirigente lucano della Fiom - che la Fiat torni al tavolo per discutere dei temi che stanno a cuore ai lavoratori, a cominciare dai diritti e dai carichi di lavoro".
"La condanna della Fiat - afferma Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom Cgil - è la dimostrazione che la Fiat sta agendo in violazione delle leggi e dei contratti". "A questo punto è chiaro che la linea della Fiat in Italia deve cambiare - prosegue Cremaschi - visto che, per fortuna, l'ordinamento costituzionale italiano è ancora in vigore. A tutti coloro che hanno supinamente sposato le posizioni dell'azienda è rivolto l'invito a cambiare posizione". In particolare, secondo il sindacalista, "sarebbe un fatto di buon gusto se il ministro Sacconi, la presidente della Confindustria Marcegaglia e il segretario della Cisl Bonanni chiedessero scusa per le loro dichiarazioni ai lavoratori licenziati che oggi vengono reintegrati". - 3 agosto
- di Loris
Campetti
MERCATO
Dietro Marchionne l'autunno dell'auto
Crollo del 28% in Italia, ma la Fiat perde il 36%
Ci va una bella fantasia, accompagnata da un'overdose di ottimismo, a prendere per buone le promesse di Sergio Marchionne, secondo cui la Fiat costruirà in Italia 1,4 milioni di automobili, quasi il triplo della produzione attuale. L'ennesimo capitombolo del mercato interno a luglio, che segna una riduzione delle immatricolazioni del 28%, conferma la crisi del settore destinata a durare per tutto il 2010 e, secondo le previsioni degli esperti del settore, per buona parte del prossimo anno. Dentro questo crollo da astinenza di incentivi che coinvolge tutti i marchi la Fiat riesce a far peggio, immatricolando quasi il 36% di vetture in meno, con la conseguende perdita di una quota dell'1,4%, dal 30,4 al 29,1%. Nei primi sette mesi i marchi Fiat hanno perso per strada quasi il 3%, scendendo dal 33,4 al 30,7%.
Per invertire questa tendenza che dura ormai da alcuni mesi, il Lingotto dovrebbe buttare sul mercato modelli nuovi e competitivi con una concorrenza agguerritissima e molto più impegnata sul terreno della ricerca, dell'ambiente e delle innovazioni. Purtroppo le cose non stanno così, e ci vorrà un anno e mezzo prima che arrivino dei nuovi modelli che neanche saranno targati Fiat ma Chrysler. Di conseguenza fino all'avvio della nuova Panda, la cui produzione partirà non prima dell'autunno 2011, i concessionari avranno ben poco da offrire alla clientela: la vecchia Panda che è il modello più richiesto insieme alla Punto, un po' di fascia C con Bravo e Giulietta. Niente vetture di fascia alta, niente ammiraglie, niente sportive, niente grandi monovolumi. In poche parole, niente modelli ad alto valore aggiunto.
La crisi della Fiat viaggia di pari passo in Europa, per le stesse ragioni che la vedono battere in testa in Italia. L'insieme dei marchi italiani sono scesi al sesto posto in classifica, e le prospettive non sono migliori. Se la domanda dovesse mantenersi su questi livelli bassi per tutto il 2010 senza peggiorare, le immatricolazioni scenderebbero a 1,9 milioni di vetture, dai 2,5 milioni del 2009. Ciò comporterà un'ulteriore mazzata sui salari con l'aumento della cassa integrazione.
Dentro questo scenario si svela il senso dei diktat dell'amministratore delegato della Fiat, iniziati con l'accordo separato e il referendum imposti a Pomigliano e proseguiti con la minaccia di uscire da Confindustria per cancellare il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Marchionne pretende diritti e cieca obbedienza in fabbrica in cambio di una promessa di lavoro non sostanziata dall'andamento dei mercati italiano ed europeo e dalle performances dei suoi marchi. Quel che l'amministratore delegato vorrebbe è dunque chiarissimo: trovarsi al nastro di partenza, quando e se arriverà una ripresa della domanda, con le fabbriche italiane orientalizzate in quanto a diritti, salari e orari, con la personalizzazione dei rapporti di lavoro epurati dalle classiche funzioni sindacali. Se volete che resti in Italia, dice Marchionne, queste sono le mie condizioni e chi ha ancora in testa contratti, Costituzione e conflitti per difenderli può andare a far la coda davanti all'ufficio di collocamento. Ai sindacati che resistono va tolta la terra sotto i piedi, con tutti i mezzi, anche sfoderando forme di ricatto e repressione degni del peggio Valletta.
Marchionne se la prende con la Fiom per nascondere i suoi ritardi nella ricerca e nei nuovi modelli, pronto a gridare all'occorrenza che in Italia non ci sono le condizioni di competitività, flessibilità e disciplina quindi arrivederci. La Confindustria e la Federmeccanica sono nude di fronte al ricatto Fiat: una rappresentanza delle imprese metalmeccaniche privata dell'intero settore automobilistico sarebbe ben poca cosa. Per questo Emma Marcegaglia e i suoi corrispondenti di categoria sono pronti a modificare non solo l'ultimo contratto unitario dei meccanici, risalente al 2008 e mai disdettato, ma anche tutti i successivi accordi separati senza la Fiom per svuotare, deroga dopo deroga, il contratto e fare ovunque come a Pomigliano. Le rappresentanze padronali preferirebbero lasciare una porta accostata, perché sanno quanto complicato sia governare le fabbriche con la Fiom contro ma non hanno la forza, il coraggio e l'intelligenza di dire no a Marchionne. Del resto, ce l'hanno forse i sindacati «collaborativi»?
1 agosto
FIAT
Federmeccanica: ok alla
deroga del contratto
La Federmeccanica è pronta ad aprire «al più
presto il tavolo con i sindacati che hanno
firmato il contratto Fim, Uilm,Ugl e Fismic».
Ad annunciarlo è il presidente di
Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, in
un'intervista a Il Sole 24 Ore, indicando che un
primo incontro potrebbe tenersi già la prossima
settimana. La marcia serrata della Fiat di
Sergio Marchionne insomma va avanti. E siccome
non è pensabile una Federmeccanica senza la
Fiat, si cambia.
L'obiettivo, dice ancora Ceccardi, è la
definizione di una «normativa specifica per il
comparto dell'auto». «La Fiat - sottolinea
Ceccardi - è la nostra principale associata,
vogliamo individuare tutti gli strumenti utili
necessari per garantire l'efficienza delle
fabbriche e renderle più competitive. Abbiamo
lavorato in questi giorni in perfetta sintonia
con la presidente di Confindustria, Emma
Marcegaglia, e con il suo staff per trovare una
soluzione ai problemi posti dal gruppo torinese».
Il contratto - non firmato dalla Cgil-Fiom - si
può cambiare allegramente, le deroghe non
mancano: «La possibilità di disciplinare
specifiche settoriali- spiega Ceccardi- è una
tradizione che già esiste nel nostro sistema
contrattuale. Per esempio, ci sono da decenni
per la siderurgia, dove va tenuto conto della
specificità del lavoro a ciclo continuò. Anche
l'auto ha le sue caratteristiche particolari».
Risponde a lui e ai sindacati che hanno firmato
quel pezzo di carta Enzo Masini, responsabile
Auto della Fiom: «Le altre organizzazioni
sindacali hanno perso il senso della misura. È
la fine del contratto nazionale. È necessario
che se ne rendano conto e si fermino perché
questa strada sarebbe pericolosissima».
Commentando la possibile apertura del tavolo tra
Federmeccanica, Fim, Uilm e Fismic per una nuova
normativa del settore auto, Masini sottolinea
che «quando hanno firmato il contratto dei
metalmeccanici del 2009 hanno detto ai
lavoratori che non avrebbero mai fatto deroghe
al contratto. Le hanno fatte per Pomigliano e
ora si pensa di allargare a tutte le aziende
italiane, che si pensi solo alla Fiat e all'Auto
è una barzelletta». Secondo Masini, «ci sarà
un indebolimento dei lavoratori con gli
stabilimenti della Fiat in concorrenza tra loro,
Chi concede di più, almeno sulla carta otterrà
di più».
Per avere plausi da tutti, Marchionne dovrebbe
comunque restare negli Stati Uniti. A Detroit,
venerdì il presidente Barack Obama gli ha detto
«hai fatto un gran lavoro» e lo stesso dicono
i sindacati. Qule che di buono si sta facendo in
Chrysler è dovuto «in larga parte ai tremendi
sacrifici e agli sforzi dei membri del sindacato
per favorire la produttività dell'impianto» di
Streling Heights, quello che a dispetto delle
previsioni di chiusura nel 2012 resterà aperto
e vedrà l'introduzione di una seconda linea di
produzione. Lo ha detto - riporta il Detroit
News - il numero uno del sindacato dei
metalmeccanici americano, United Auto Workers (Uaw),
Bob King.
«Ridategli il lavoro, ci penso io a strappargli la tessera Fiom»
di Ulderico Pesce
su il manifesto del 31/07/2010
Appello della mamma di un licenziato
Caro
Presidente Napolitano,
sono la mamma di un operaio della Fiat Sata di
Melfi, Antonio, sposato con Angela, casalinga,
hanno tre figli belli come il sole. Io sono
stata e tutt'ora sono contadina, tengo un pezzo
di terra vicino alla Fiat di Melfi, coltivo
grano e quando lavoro vedo l'inceneritore «La
Fenice» dove, dicono, la Fiat brucia gli scarti
di lavorazione. Pure mio marito era contadino.
E' morto l'anno scorso con un cancro ai polmoni.
Molti mi dicono che è potuto morire proprio per
i fumi che emana la ciminiera dell'inceneritore,
che dicono che ha inquinato tutte le acque
sotterranee ma io non ci credo perché se uno è
destinato che deve morire muore e basta. Quando
arrivò la Fiat ad aprire lo stabilimento di
Melfi nel 1993, che lo Stato pagò seimila
miliardi di vecchie lire per farli venire in
Basilicata, ci espropriarono un pezzo di terra
pure a noi che mio marito si prese un'avvelenata
ma poi presero nostro figlio a lavorare e allora
fummo felici. Era meglio operaio che contadino.
Ché il contadino se la natura un anno diventa
cattiva non produce niente e non mangia e invece
la Fiat non poteva mai e poi mai essere cattiva,
noi credevamo. A me già mi puzzò assai la cosa
che la Fiat veniva a Melfi e non si chiamava più
Fiat, come veramente si chiamava, ma Sata. Poi
mio figlio mi fece capire che cambiava nome
perché così non era costretta a rispettare il
contratto dei lavoratori, poteva stabilire i
turni di notte anche per le donne, e poteva
chiedere finanziamenti nuovi che col nome
vecchio non ne aveva diritto e col nuovo sì. La
stessa cosa che fanno alla Fiat di Pomigliano,
dice mio figlio, che non si chiamerà più Fiat
ma «Forza Fabbrica Italia» che così pure là
faranno cosa vogliono.
Caro Presidente, vi voglio dire che mio figlio
Antonio è stato licenziato senza che ha fatto
niente. È un bravo ragazzo, non ha mai fatto
male a una mosca e tiene i figli che chiedono il
pane. Mio figlio è rimasto male quando qualche
mese fa è morto un amico suo operaio, è morto
di infarto nel turno di notte, e l'ambulanza,
dice mio figlio, che è arrivata dopo mezz'ora
che se il medico era là nella fabbrica Paolo
Naglieri, l'amico suo, non moriva.
E dopo 'sto fatto è cambiato.
Io glielo dissi che lui non si doveva iscrivere
a 'sto sindacato, tiene una tessera sopra al
comodino, c'è scritto Fiom-Cgil. È rossa. Noi
della famiglia siamo stati sempre demogratici
cristiani di Emilio Colombo, sta tessera non mi
piace. Ma lui si è iscritto e basta. L'hanno
licenziato per questo, lo sento.
Ora, caro Presidente, io lo so che voi non
potete fare niente, nè tantomeno può fare
qualche cosa il Presidente Berlusconi, che noi
l'abbiamo votato che vediamo sempre Emilio Fede
alla televisione e ci abbiamo ubbidito. E allora
visto che non potete fare niente voi, mi dovete
far parlare con i capi della Fiat che gli devo
dire che ce la strappo a mio figlio 'sta tessera
basta che me lo fanno faticare un'altra volta.
Oppure, caro Presidente, fatemi dare un'altra
volta il pezzo mio di terra che ora è
ingabbiato tra i cancelli della Fiat di Melfi,
pure se sono vecchia lo campo io a mio figlio e
alla famiglia sua con la fatica mia, col grano
che facevo fino al 1993 e che poi non ho fatto
più. Ancora tengo forza tornerò a fare grano
come a prima.
* La lettera l'ha scritta Ulderico Pesce,
attore-autore teatrale che porta in scena «FIATo
sul collo: i 21 giorni di lotta degli operai di
Melfi», iscritto «ad onorem» alla Fiom Cgil.
Sul sito www.uldericopesce.it raccoglie firme
per portare un medico nel turno di lavoro
notturno degli operai della Fiat di Melfi. Ieri,
30 luglio, era davanti al Tribunale di Melfi a
chiedere la reintegrazione al lavoro dei tre
operai, due iscritti alla Fiom Cgil, licenziati
senza giusta causa.
«Fiat, un modello contro il lavoro»
di Francesco Piccioni
su il manifesto del 31/07/2010
Landini (Fiom): «azzerano ogni contratto»
Non è
sfuggito a nessuno il «doppio colpo» -
l'abbraccio convinto di Confindustria alla
strategia Fiat e la mossa del ministro Sacconi
per favorirle - teso a completare la «rivoluzione
industriale» avviata dal Lingotto. Tantomeno
poteva sfuggire alla Fiom, il sindacato dei
metalmeccanici impegnato in questi giorni a
contrastare quella che si presenta come una
valanga inarrestabile. La conferenza stampa,
nella sede nazionale della Cgil in Corso Italia,
era stata convocata per chiarire il «no» fermo
al progetto Fiat di «cancellare il contratto
nazionale di lavoro», ossia «la possibilità
di contrattare collettivamente le proprie
condizioni di lavoro». L'accavallarsi delle
notizie e delle iniziative, già da solo, basta
a evidenziare una tempistica da «tempi di
guerra», in cui la posta in gioco è il diritto
ad esistere del sindacato - qualunque sindacato
- in questo paese.
Il segretario generale della Fiom, Maurizio
Landini, cerca le parole più equilibrate a sua
disposizione e un tono di voce calmo che
nasconde a fatica l'indignazione. Invita tutti
ad «avere consapevolezza della gravità della
situazione», perché «quello che ci faceva
considerare inaccettabile l'accordo su
Pomigliano» ora diventa «indicazione generale»;
un «modello di uscita dalla crisi» che può
solo «portare a un arretramento del nostro
sistema industriale».
Fiat ha di fatto detto anche all'associazione
degli imprenditori «o accettate le nostre
richieste» (considerare «in deroga», ma
dentro il quadro contrattuale, ciò che vuole
imporre in tutto il settore auto) «oppure
usciamo da Confindustria e non facciamo gli
investimenti». Anche il «sindacato» delle
imprese, dunque, viene ricattato quanto
quelli
dei
lavoratori. Ovvio che gli strumenti - e il
potere - è ben diverso. E le imprese hanno còlto
al volo l'occasione per «mettersi in scia»
all'azienda-pilota della sempre più povera
manifattura italiana.
Fiat, in altri termini, «non persegue obiettivi
di maggiore produttività» (che sarebbero
possibili con il contratto attuale e un accordo
«normale»); vuole soltanto cancellare il
diritto alla contrattazione alla pari. Dice di
volere la «garanzia di poter produrre tutte le
auto che ha in programma», ma di fatto «è da
un anno che non ci sono nuovi modelli da mettere
in linea». L'unico che c'era finirà in Serbia,
mentre Termini Imerese verrà chiusa.
La stessa delocalizzazione è «una scelta senza
costrutto». In un settore altamente
automatizzato, dove il lavoro rappresenta solo
il 7-8% dei costi, «l'elemento che fa la
differenza» in termini di redditività «sono i
soldi pubblici, quelli che Usa, Polonia e
persino Serbia hanno messo sul tavolo». Strano
capitalismo, insomma; stranissima idea di «mercato».Il
ritardo e le responsabilità del governo - che
ha eliminato, come gran parte delle forze
politiche, qualsiasi idea di «politica
industriale» - è evidente. Con l'occhio
puntato a «ridimensionare la Fiom» sta
semplicemente assistendo al degrado della
capacità produttiva della manifattura
nazionale. La stessa insistenza sulla possibilità
di «sanzionare» comportamenti sindacali o dei
singoli - ma non quelli delle imprese - sta ad
indicare che non è «la produzione» il primo
problema degli imprenditori; ma «il disporre
completamente della prestazione lavorativa».
Senza doverla discutere mai. E' uno scontro tra
capitale e lavoro, come sempre. «E non servono
arbitri alla Sacconi, che ci sembra assai poco
super partes». Tutt'altro discorso nei
confronti dell'interessamento di Giorgio
Napolitano, «che si è sempre interessato ai
problemi produttivi, specie intorno al nodo di
Pomigliano».
Conforta però la reazione dei lavoratori. «In
tutte le nostre iniziative degli ultimi tempi la
partecipazione è stata ben più ampia della
nostra rappresentanza». Reazione che fa ben
sperare per la grande manifestazione nazionale,
a Roma, convocata per il 16 ottobre e che
dovrebbe vedere in piazza la composizione di «un'opposizione
sociale» a questa Confindustria e a questo
governo. Non c'è, e lo si ripete,« nessuna «sensazione
di isolamento». Anzi, visto che il nuovo
orientamento delle imprese «riguarda tutte le
categorie», il complesso del lavoro dipendente
in questo paese, ci si aspetta che «la Cgil dia
continuità alle iniziative prese in giugno, con
lo sciopero generale e altre manifestazioni».
All'indomani della giornata di mobilitazione
europea - il 29 settembre - ci sarà anche
l'incontro del sindacato metalmeccanico europeo
(compreso quello serbo) per decidere una
strategia continentale.
Tutti contro il colpo di stato di Marchionne
di Paolo Ferrero
su il manifesto del 31/07/2010
Quello
che Marchionne sta tentando è un colpo di
stato. Nell''80 Romiti riprese il pieno
controllo dello sfruttamento della forza lavoro
all'interno delle regole date. Oggi Marchionne
vuole cambiare le regole, tutte. Il suo è un
disegno costituente a tutto tondo.
A livello dei rapporti sociali, dove l'impresa
deve diventare una comunità combattente in cui
vige il codice di guerra e dove ogni obiezione
è un'insubordinazione e come tale da punire con
la fucilazione, cioè con il licenziamento. Non
è prevista la democrazia in una pattuglia al
fronte. A livello statale, perché la
Costituzione italiana è fondata sul
bilanciamento dei poteri e sul riconoscimento
del valore positivo del diritto del lavoro,
tutte cose incompatibili con lo «stato di
eccezione» dato dalla «guerra» in corso. Lo
stato non può essere sopra le parti ma deve
schierarsi con l'impresa, che incarna lo spirito
del tempo e non può certo essere imbrigliata da
norme di responsabilità sociale.
Il disegno di Marchionne - di cui non sfuggirà
la sintonia con quello di Berlusconi - consiste
dunque nella fuoriuscita dal modello sociale e
istituzionale costruito dopo la seconda guerra
mondiale. E non si dica che Marchionne è
obbligato dalla situazione. La sua azione -
lungi da essere una risposta all'accresciuta
aggressività di altri produttori - è una vera
e propria azione di dumping sociale che non ha
corrispettivi negli altri produttori europei.
Sul mercato dell'auto la Fiat non è l'aggredita
ma l'aggressore. Marchionne usa la crisi come «crisi
costituente» per attuare il ridisegno dei
rapporti sociali, delle regole contrattuali e
del quadro costituzionale italiano. Un vero e
proprio colpo di stato quindi che ha il suo
punto di forza in tre elementi.
In primo luogo, nell'ignavia dei sindacati «complici»,
che non so se sono venduti o regalati ma che un
tempo venivano chiamati sindacati gialli. In
secondo luogo, nel fatto che larga parte del
centrosinistra condivide l'idea che la
globalizzazione sia un fenomeno oggettivo e che
questo comporti un livellamento al ribasso dei
diritti dei lavoratori. Basti pensare a cosa
hanno detto Veltroni e Scalfari su Pomigliano.
Una parte consistente di coloro che combattono
Berlusconi sono sostenitori di Marchionne, sono
la sinistra confindustriale che tanti danni ha
prodotto ai lavoratori. In terzo luogo,
Marchionne non fa che applicare in modo brutale
ciò che è già previsto dai trattati europei,
da Maastricht a Lisbona. Tutta la costruzione
europea, prodotta in modo bipartisan da
popolari, liberali e socialdemocratici, è
basata sull'assolutizzazione della libera
concorrenza, sulla centralità dell'impresa
socialmente irresponsabile e sulla riduzione del
lavoro a merce. Marchionne attua, quindi, un
colpo di stato tirando le conseguenze logiche
dell'ideologia neoliberista propagandata a piene
mani dal centrodestra e dal centrosinistra ed
oggi largamente egemone nell'immaginario
sociale.
Questo attacco politico complessivo non può
essere fermato solo sul terreno sindacale.
Occorre allargare il fronte, costruendo la
manifestazione convocata dalla Fiom per il 16
ottobre come grande movimento di popolo contro
le politiche del governo, della Fiat e
dell'Unione Europea. Costruiamola da subito nei
territori e nei luoghi di lavoro, nella forma più
unitaria e più larga possibile, con l'obiettivo
dell'aggregazione, in questa battaglia
fondamentale, di una sinistra unita autonoma ed
indipendente dalla sinistra confindustriale.
La spugna di Sacconi
di Antonio Sciotto
su il manifesto del 31/07/2010
«Via lo Statuto dei lavoratori, riflette una cultura antica». Contratti light, derogabili il più possibile. Sindacati negli enti bilaterali, a gestire il welfare. La «rivoluzione» in un Piano che cancella i diritti. No da Cgil e opposizioni, la Confindustria dà l'ok
Arriva
una nuova ondata di attacchi ai diritti: a
sferrarla è sempre il ministro del Lavoro,
Maurizio Sacconi, che continua a deregolamentare
e a insistere sulle «deroghe» a leggi e
contratti, una vera e propria ossessione
ideologica fattasi più forte dopo l'accordo
separato di Pomigliano, che di quella filosofia
è un esempio pratico. E infatti, con una
tempistica che non sembra casuale, ieri Sacconi
ha presentato alla stampa il suo nuovo «Piano
per il lavoro», in realtà un testo non ancora
uscito nella sua completezza, ma che
evidentemente il ministro aveva desiderio di
annunciare nelle sue linee guida prima ancora di
incontrare i sindacati (con loro è previsto un
faccia a faccia il 3 agosto).
E proprio a voler dimostrare il link tra la sua
legge delega (che Sacconi vuole sia approvata
entro l'anno, ma che si svilupperà per i
prossimi tre) e il caso Fiat, il ministro ha
annunciato che detasserà quelle ore di lavoro
che gli operai di Pomigliano faranno in
straordinario e in turno notturno (avranno un'impsizione
del 10%). Il messaggio, prettamente politico,
insomma è questo: al governo piace molto
l'accordo di Pomigliano, perché è realizzato
in deroga a leggi e contratti, dunque va
incentivato con risorse pubbliche. Lo stesso
accadrà, ha detto ieri Sacconi, «per tutti
quegli accordi territoriali o aziendali che
consentiranno di aumentare la produttività o
gli utili della società in cui si lavora».
Subito dopo, è arrivata la conferma che lo
Statuto dei lavori sostituirà quello dei
lavoratori: la legge oggi vigente, secondo
Sacconi «riflette un'immagine del lavoro del
1970». Il ministro aggiunge che «l'attuale
centralismo regolatorio riflette assetti di
produzione propri della vecchia economia,
dominati dalla grande fabbrica industriale».
Mentre «l'istanza di cambiamento non può
essere affidata a soluzioni semplicistiche, che
ipotizzano di ricondurre forzatamente la
multiforme e dinamica realtà del lavoro in un
unico schema contrattuale, il cosiddetto
"contratto unico". Sarebbe un modello
di regolazione ancora più rigido di quelli del
passato, tanto è vero che non è stato
ipotizzato neppure nell'epoca in cui imperava
l'impresa fordista».
Qualsiasi tutela viene cassata dal ministro come
semplicemente «rigida» e perciò «ingessante»,
così come diventa un tabù aspirare a un posto
stabile: «Al lavoro stabile e per una intera
carriera - si legge nel Piano triennale per il
lavoro - si contrappongono oggi sempre più
frequenti transizioni occupazionali e
professionali che richiedono diritti e nuove
tutele anche per l'inoccupato, il disoccupato e
quanti sono coinvolti in processi di
riconversione e ristrutturazione aziendale».
L'attuale sistema di tutele del mondo lavoro
risulta pertanto «ingessato» e «spiazzato» a
causa di norme «rigide applicabili in modo
indifferenziato a tutti i datori di lavoro di
qualunque territorio o settore produttivo». Via
dunque agli enti bilaterali, estesi il più
possibile; arbitrato invece delle cause di
lavoro; una nuova legge sugli scioperi (per
limitarli il più possibile, ovviamente: anche
quelli "ingessano"); via alle deroghe;
leggi e contratti diventeranno solo e sempre più
«quadri light», cornici, su cui poter ricamare
la qualsiasi.
Il Piano triennale vien attaccato dalla Cgil e
dalle opposizioni, mentre trova il plauso di
Confindustria e Confcommercio. Per Danilo Barbi
e Fulvio Fammoni della Cgil, «il piano
determina una impresa sostanzialmente svincolata
da obblighi sociali, un sindacato relegato a una
concezione di bilateralità che deve gestire il
ritrarsi dello stato, una continua derogabilità
dei diritti». «Non lasceremo che lo Statuto
dei lavoratori venga stravolto», concludono
alla Cgil. Per Cesare Damiano (Pd), «la
derogabilità di leggi e contratti renderà
incerto il livello delle tutele, mentre si dà
il via libera a sindacati di comodo nel
territorio».
di
Antonio Sciotto
STEFANO FASSINA (PD)
«Governo assente Noi
sapremmo far ragionare Fiat»
«Sicuramente il momento è pesante e ci sono
tensioni, ma l'elemento che salta più agli
occhi è la gravissima assenza del governo da
una trattativa che ha una rilevanza
importantissima per l'Italia, non solo per i
lavoratori della Fiat». Così Stefano Fassina,
responsabile Economia del Pd, legge l'incontro
di ieri a Torino: «Non è possibile che non sia
il premier Silvio Berlusconi in persona a
occuparsi di una vicenda così delicata, e che
tutto sia organizzato alla Regione Piemonte,
quando si doveva fare a Palazzo Chigi. E chi
gestisce il tavolo? Il ministro del Welfare
Sacconi, uno che si occupa di ammortizzatori
sociali. Non danno peso alla questione, e non
hanno un'idea di politica industriale».
Perché non ha condotto tutto
Berlusconi? Il Pd ha un'idea al riguardo?
Io credo per varie ragioni.
Innanzitutto perché questo governo non crede
nell'intervento pubblico, nella politica
industriale. Un esempio? Ha smantellato
Industria 2015, un programma che stanziava
centinaia di milioni di euro sull'industria, per
coprire il taglio dell'Ici ai ricchi. Poi,
comunque, non ha competenze specifiche in questo
campo: prova ne sia che fa gestire tutto a
Sacconi. In questi mesi il ministro non ha fatto
altro che utilizzare la vicenda Fiat, e in
particolare Pomigliano, per portare avanti la
sua agenda di arretramento dei diritti dei
lavoratori, dallo smantellamento del contratto
nazionale al Collegato lavoro: quella legge
permette di derogare al contratto nazionale per
mezzo di accordi con sindacati rappresentativi
anche solo territorialmente. Ecco dunque che il
caso Pomigliano per loro deve diventare la
regola, e non l'eccezione.
E invece se voi foste stati al governo
cosa avreste fatto? Perché, diciamocelo chiaro,
non è che Marchionne avanzi più di tanto
richieste all'esecutivo: piuttosto ha incentrato
tutto il suo discorso sui sindacati e la
«malleabilità» dei lavoratori.
Senza dubbio il centro del suo discorso
sta in quei temi. Ma ricordiamoci anche che
Obama ha trattato con Marchionne, e in prima
persona: grazie al suo intervento, si sono
risollevati colossi quasi decotti come Gm e
Chrysler. Lo stesso hanno fatto, nei loro paesi,
con attive politiche industriali, Merkel,
Sarkozy, Brown. Credo che una politica
industriale forte, che crei un contesto diverso,
in questo momento potrebbe allentare le tensioni
e portare il discorso di Marchionne su altri
temi. La competitività non si fa solo o
soprattutto sull'organizzazione del lavoro, ma
puoi costruirla su un indotto più efficiente,
su più bassi costi dell'energia, le
infrastrutture, finanziando la ricerca sulla
mobilità sostenibile. Mi si potrà rispondere
che non ci sono soldi, che c'è il debito
pubblico: ma ripeto, si fossero fatte altre
scelte ad esempio sull'Ici, le risorse per
l'industria ci sarebbero. Poi, per inciso, non
è vero che Marchionne non abbia parlato di
soldi pubblici: oggi a Torino (ieri per chi
legge, ndr) ha trattato i rappresentanti del
governo come «pezzenti», ricordando che ancora
aspetta i rimborsi delle rottamazioni dell'anno
scorso.
E i sindacati non hanno responsabilità?
Fassino e Chiamparino, ad esempio, in recenti
interviste caricano parecchio la mano su di
loro: di fatto, anzi, praticamente solo sulla
Fiom. Come la vede la segreteria Bersani?
Io non dò pagelle ai sindacati. Però
dico una cosa: al di là delle posizioni della
Fiom, ben il 40% dei lavoratori di Pomigliano ha
detto no all'accordo. Vorrà dire che c'è un
dissenso interno molto rilevante, che non si è
inventato il segretario Fiom Landini. Quei
carichi di lavoro, magari necessari, cambiano
notevolmente le condizioni nella fabbrica, e
allora non puoi gestire tutto senza il consenso
delle persone che se ne devono fare carico.
Quindi è necessario, senza dubbio, riaprire il
tavolo a Pomigliano, e tenere conto di quei no.
Relazioni sindacali «moderne», a mio parere,
significa «fatte per cooperare» e non in base
a ultimatum. Sembra invece che Marchionne abbia
un'idea unica, deterministica della
«modernità»: più lavoro e meno diritti.
Siete d'accordo con la newco, con
l'uscita dal contratto nazionale?
Io penso che la newco non risolva
granché, e non vedo come positivo lo
smantellamento del contratto nazionale. Tra
l'altro ci avevano raccontato l'accordo sul
modello contrattuale del 22 gennaio 2009 come
«innovatore», e così quello separato dei
metalmeccanici, siglato solo pochi mesi fa. E
oggi già vogliono riscrivere tutto. Comunque
anche la sinistra, le forze riformiste, il
sindacato, dovrebbero avere uno sguardo più
«europeo»: intendo dire che non dobbiamo
fermarci a chiederci se Marchionne sia buono o
cattivo, semplicemente fa gli interessi dei suoi
azionisti. Piuttosto facciamo in modo che la Ue,
mentre dà finanziamenti alla Serbia, chieda
anche standard del lavoro più uniformi nel
continente.
di
Francesco Paternò
LINGOTTO
L'art. 16 del contratto
prevede già la deroga Marchionne
Marcegaglia: «Soluzione in tempi brevi». In
Confindustria si studia il modo di evitare la
disdetta
Deroga e non disdetta del contratto nazionale.
Se Confindustria e sindacati accettano la prima,
non ci sarà la seconda. Per la deroga, si può
usare l'articolo 16 del contratto firmato nel
2009 da sindacati e industriali (ma non dalla
Cgil); per il tipo di contratto, c'è già il
modello Fiat da applicare alla nuova società di
Pomigliano. Da estendere agli altri stabilimenti
e, se sarà il caso, al resto della categoria,
senza bisogno di aspettare la scadenza del 31
dicembre 2012. Nel caso l'articolo 16 non
bastasse, Fiat e Confindustria riterrebero il
contratto comunque «aggiornabile» senza farlo
decadere. L'importante è che i sindacati
firmatari continuino a dire sì.
L'amministratore delegato della Fiat Sergio
Marchionne tira dritto. Oggi l'azienda lo dirà
ai sindacati, dopo aver minacciato di ritenere
«praticabile» la disdetta, ieri lo ha detto
alla presidente di Confindustria, Emma
Marcegaglia. In un vertice poco diplomatico
tenuto per coincidenza al ministero degli
esteri, a margine di un incontro
industria-diplomazia italiana.
All'uscita, dichiarazioni concilianti di
entrambi, che non cancellano la paura con cui
Confindustria ha dovuto far buon viso a cattivo
gioco per non farsi lasciare da Fiat. «Abbiamo
definito un impegno per trovare al più presto
una soluzione», ha detto Marcegaglia, affinché
la Fiat «possa raggiungere i suoi obiettivi
restando all'interno di Confindustria». «È un
impegno comune, cerchiamo di trovare una
soluzione anche con Emma», le ha fatto eco
Marchionne, confermando di volere arrivare
rapidamente a una soluzione sul suo progetto
industriale, valida «anche per il bene del
Paese. Se poi non ci arriviamo - precisa - c'è
sempre un piano B. Ma per il momento parliamo
del piano A che è più importante». Il piano B
significa abbandonare l'Italia e andare a
produrre altrove, minaccia tornata di moda
affinché pesi per tutti, Confindustria
compresa.
Le soluzioni di deroga sono studiate in queste
ore dai tecnici. Tutto potrebbe passare per
l'articolo 16 del contratto firmato dai
sindacati (ma non dalla Cgil) con l'associazione
industriale, nell'aprile del 2009. Recita il
testo: «Per consentire il raggiungimento di
specifiche intese per governare, direttamente
nel territorio o in azienda, situazioni di crisi
o per favorire lo sviluppo economico ed
occupazionale, le specifiche intese potranno
definire apposite procedure, modalità e
condizioni per modificare, in tutto o in parte,
anche in via sperimentale e temporanea, singoli
istituti economici o normativi dei contratti
collettivi nazionali o di categoria». Un
articolo che sembra fatto su misura per la
richiesta pressante di Marchionne. Già firmato
dalle parti e che dà carta bianca all'impresa
associata, si chiami Fiat o con altro nome. Il
resto, a questo punto, potrebbero essere solo
chiacchiere.
di
Joseph Halevi
LUOGHI COMUNI
Così la Fiat rovina il
mercato
Dal contratto capestro di Pomigliano alla
delocalizzazione della produzione in Serbia, pur
di giustificare l'operato della Fiat è stato
detto tutto ed il suo contrario, in barba ai
fatti. La Stampa di Torino ha colpevolizzato i
governi passati per aver abbandonato ogni
politica industriale. Verissimo, scordandosi però
di menzionare che quando due decenni fa Romano
Prodi prese in mano la direzione dell'Iri per
smantellarne e privatizzarne le diverse
componenti, ricevette il plauso dell'intero
establishment economico e politico italiano. La
débâcle dell'Alitalia, che fu una compagnia
tecnicamente stellare nel campo dell'aviazione
civile, è riconducibile a quelle sciagurate
privatizzazioni. Tuttavia è Gianni Riotta sul
Sole 24 Ore del 25 luglio a superare ogni
cantore dell'azienda che nacque a Torino. Il suo
messaggio ha il dono, ma non il merito, di
trasformare una questione complessa in una serie
di asserzioni dirette imperniate sulla frase che
la Fiat «chiunque la guidi, come qualunque
altra fabbrica, produrrà o no in Italia se, e
solo se, le condizioni di mercato lo
consentiranno». Secondo Riotta «anche se
Marchionne decidesse 'Mirafiori non si tocca',
se il governo stanziasse i più pingui sussidi
(stroncati presto dall'Europa)... il risultato
non muterebbe».
Eccovi serviti, l'oggettività economica è
inalterabile ed insindacabile. Solo che non si
tratta per niente di oggettività. L'attuale
fase della politica Fiat corrisponde ad una
situazione in cui il mercato viene 'rovinato'
dal fondere la crisi con le modalità con cui il
gruppo dell'auto vi sta reagendo. Ciò significa
che l'effetto cumulativo sarà probabilmente
negativo sia per il mercato che per i dipendenti
e settori affini. Nessuna condizione di mercato,
nemmeno quella dei salari cinesi, può competere
con le condizioni ottenute dalla Fiat in Serbia:
aiuti pubblici europei e del governo di Belgrado
pari a 600 miliardi di euro, ristrutturazione
totale del sito serbo, bonifica del territorio
dalle bombe lanciate dalla Nato nel 1999 e
l'esenzione dal pagamento delle tasse per 10
anni. È falso quindi dire che l'Europa boccia
gli aiuti, anzi li sostiene, bisogna vedere dove
però. Ma non finisce qui. Ad ogni nuova
assunzione effettuata nello stabilimento serbo,
e gran parte delle assunzioni saranno per
definizione nuove, il governo di Belgrado pagherà
all'azienda emigrata da Torino 10 mila euro.
Dato che lo stipendio medio sarà di 400 euro al
mese, la Fiat otterrà un sussidio pari a due
anni di stipendio per ciascun nuovo assunto. In
altri termini i costi del lavoro verranno
azzerati per due anni. Come ha già
opportunamente osservato Luciano Gallino si
tratta di puro dumping sociale. Si tratta anche
di ciò che gli economisti di un tempo, come
Alfred Marshall e Knut Wicksell, avrebbero
definito come spoiling the market, rovinare il
mercato. Ed infatti così si rovinano sia le
condizioni produttive a Torino che in Serbia
perchè colà si istituzionalizzano condizioni
drogate soprattutto quando l'entità che
investe, la Fiat, non è un'industria nascente
bensì un organismo altamente oligopolistico che
opera in un settore maturo e saturo.
FIAT
Pomigliano, newco fuori da Confindustria
Disdetti accordi su monte ore e permessi
I lavoratori saranno riassunti a settembre, ma lo stabilimento campano non sarà iscritto all'Unione Industriali. Sospesa per due mesi la decisione sulla permanenza del Lingotto nell'associazione imprenditori. Incontro con i sindacati, la Fiom non c'è
TORINO - Fabbrica Italia
Pomigliano, la nuova
compagnia 1 nella quale saranno
riassunti i lavoratori dello stabilimento
campano Fiat, non sarà iscritto a
Confindustria. È uno dei punti emersi
dall'incontro a Torino tra i rappresentanti di
Fiat (la delegazione è guidata dal capo delle
relazioni industriali Paolo Rebaudengo) e dei
sindacati dei metalmeccanici. Nel corso del
vertice, i rappresentanti del Lingotto hanno
reso noto, attraverso una lettera, di voler
mette in stand by la decisione di uscire dalla
Confindustria e di disdire il contratto
nazionale. La lettera di disdetta dal cnl dei
metalmeccanici e quindi dal sistema
confindustriale era già pronta: la Fiat l'ha
letta ai sindacati. L'azienda, però, ha
spiegato che la lettera è stata congelata per
un paio di mesi in attesa di verificare se ci
sono le condizioni per raggiungere un'intesa con
Confindustria che permetta deroghe al contratto
evitando la disdetta. L'azienda ha comunicato
anche la disdetta degli accordi sul monte ore
dei permessi sindacali in tutto il
gruppo Fiat Group Automobiles. L'intesa, che
risale al 1971 sarà valida fino al 31 dicembre.
Entro l'anno dovrebbe esserne definita una nuova
con l'obiettivo di ridurre in modo significativo
il numero di ore di permessi considerato
eccessivo dall'azienda.
Fabbrica Italia al centro dell'incontro.
All'ordine
del giorno dell'incontro di oggi il
progetto 'Fabbrica Italia' sul quale ieri
l'amministratore delegato del Lingotto ha
chiesto al sindacato un
sì o un no 2. Al centro della
riunione anche le problematiche relative allo
stabilimento di Pomigliano d'Arco, dopo la
costituzione di una newco registrata alla Camera
di commercio di Torino il 19 luglio.
La newco fuori da Confindustria. Roberto
Di Maulo, poi, ha comunicato che la newco
Fabbrica Italia non sarà iscritta all'Unione
Industriale di Napoli. Della nuova compagnia,
controllata da Fiat Partecipazioni, faranno
parte anche i mille lavoratori della Ergom,
azienda dell'indotto Fiat. All'incontro non ha
partecipato la Fiom. Da fine settembre tutti i
lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano
saranno riassunti dalla newco costituita per
gestire l'accordo del 15 giugno. ''Sono partiti
gli ordini degli investimenti - ha aggiunto Di
Maulo -. Ad agosto verrà avviata la pulitura
dell'area della nuova lastratura per la Panda a
Pomigliano e da fine settembre la newco potrà
assumere il personale. Non ci saranno
licenziamenti - ha spiegato - e il personale
passerà da Fiat Group Automobiles alla newco''.
Ai lavoratori di 'Fabbrica Italia Pomigliano'
non sarà dunque applicato il contratto
nazionale dei metalmeccanici. Resta comunque
vincolante per l'azienda riassumere tutti i
lavoratori in organico, con l'eccezione di
quelli in mobilità, ai quali sarà garantita la
continuità di trattamento per quanto riguarda
l'anzianità.
Fiat vuole accordo quadro. La
Fiat vorrebbe un accordo quadro che definisca le
condizioni per attuare il progetto Fabbrica
Italia: massimo utilizzo degli impianti,
flessibilità, garanzie. Nell'ambito di questo
verrebbero poi definite intese specifiche a
livello di stabilimento. I sindacati non hanno
dato una risposta, ma Fim, Uilm e Fismic hanno
ribadito la disponibilità a lavorare per
realizzare Fabbrica Italia.
Assunzioni a Fabbrica Italia dal 2011.
Le assunzioni dei lavoratori nella newco
inizieranno a settembre 2011, quando partirà la
produzione della Futura Panda e avverranno
attraverso la 'cessione dei contratti
individuali'. I 5.200 lavoratori dello
stabilimento Gian Battista Vico, oggi tutti in
cassa integrazione straordinaria (poi diventerà
cassa in deroga), passeranno gradualmente da
Fiat Group Automobiles alla newco. Sarà quindi
necessario l'assenso dei lavoratori. Se qualcuno
dovesse non accettare resterà in cassa
integrazione e poi andrà in mobilità perdendo
quindi il posto di lavoro.
"Fiat non rinuncia a
Confindustria". "La Fiat non
rinuncia ad essere associata a Confindustria e
non cerca strade al di fuori delle relazioni
industriali". Lo aveva detto in mattinata
il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che si
è dichiarato molto soddisfatto in merito
all'incontro di ieri sul futuro del sito di
Mirafiori e del progetto Fabbrica Italia
"perché ha riconfermato che c'è una
piattaforma riformista pronta a sostenere le
politiche di investimento nel nostro Paese. Una
piattaforma - ha proseguito il ministro a
margine di un incontro a Unioncamere - fatta da
tutte le grandi organizzazioni sindacali e
vorrei tanto che partecipasse anche la Cgil. E
poi, in relazione all'incontro di oggi, il
ministro auspica che "le parti
firmatarie vadano avanti per individuare modi e
tempi in cui effettuare l'investimento e insieme
affidabili relazioni industriali e un pieno
utilizzo dell'impianto".
Fiom: "Deroghe a contratto
nazionale? Terreno non praticabile".
"La Fiat pensa che il modello Pomigliano
debba valere per tutti, conferma l'idea che sia
stata una prova generale. Su questo non li
seguiamo. Così l'azienda rischia di buttare
benzina sul fuoco''. Enzo Masini, responsabile
Auto della Fiom, commenta così quanto discusso
nel corso della prima parte dell'incontro
odierno.''Per noi quello delle deroghe al
contratto nazionale - ha aggiunto - non è un
terreno praticabile, ci sono le condizioni per
affrontare i problemi di flessibilità e
raffreddamento del conflitto. Dobbiamo costruire
insieme un meccanismo''. Masini ha aggiunto che
si rischia di avere una situazione di
conflittualità alta negli stabilimenti:
"Fiat - ha aggiunto - sta usando nel modo
del tutto spregiudicato la crisi per cambiare i
rapporti di forza tra azienda e sindacati".
Uilm: "Flessibilità e 18 turni per
tutti''. La Uilm, attraverso il
responsabile Auto, Eros Panicali, fa sapere che,
nel corso dell'incontro, è è stata ribadita la
disponibilità a rivedere organizzazione di
lavoro e turni: "Abbiamo ribadito alla Fiat
- dice Panicali - la nostra disponibilità fino
a un massimo di 18 turni, a una nuova
organizzazione del lavoro e alla flessibilità
necessaria per i picchi di mercato. Partiremo a
settembre da Mirafiori per raggiungere accordi
che non saranno una fotocopia di quello di
Pomigliano''. I sindacati hanno chiesto anche
all'azienda un incontro a settembre per
ridiscutere le nuove regole dopo la disdetta
dell'accordo sul monte-ore di permessi
sindacali che sarà valida dal primo gennaio
2011.
Dalle parole ai fatti.
Soddisfatto per l'incontro di oggi il segretario
generale della Fim-Cisl di Napoli, Giuseppe
Terracciano: ''Finalmente siamo passati dalle
parole ai fatti - ha detto, commentando la
notizia dell'avvio dell'investimento da 700
milioni di euro per la produzione della Nuova
Panda a Pomigliano d'Arco -. Possiamo dire che
finalmente i lavoratori di Pomigliano e quelli
dell'indotto posso tirare un respiro di sollievo
e stare tranquilli - ha aggiunto Terracciano -
apprezziamo, come Fim, inoltre, la decisione di
Fiat di sospendere il ricorso alla
disdetta del Ccnl accogliendo le nostre
richieste. Siamo impegnati a seguire
l'evoluzione del processo''.
IL COMMENTO
I rischi del Lingotto
di LUCIANO GALLINO
Da qualche tempo le mosse di Fiat Auto stanno
diventando frenetiche. A fine aprile è arrivato
il piano per trasferire a Pomigliano una quota
della produzione della Panda che ora si fa in
Polonia. Una settimana fa, l'annuncio che un
modello di notevole peso industriale e
commerciale sarebbe stato costruito in Serbia e
non a Mirafiori. Poco dopo si è saputo che è
già stata costituita una nuova società per
gestire lo stabilimento campano, nonché per
assumere con un nuovo contratto i lavoratori che
accetteranno in toto di lavorare secondo i
drastici standard indicati nel piano di aprile.
Infine ieri l'Ad di Fiat ha avanzato come
affatto realistica l'ipotesi di uscire dal
contratto nazionale dei metalmeccanici, ed ha
ribadito che ciò che vuole sono comportamenti
dei lavoratori che non mettano mai, in nessun
modo, a rischio la produzione e l'azienda.
In altre parole, niente scioperi, niente
vertenze sindacali, assenteismo meglio se vicino
a zero, massima disciplina in fabbrica. A queste
condizioni Fiat auto potrebbe anche restare in
Italia.
La sequenza di queste mosse rientra chiaramente
in una precisa strategia: portare per quanto
possibile nel nostro Paese le condizioni di
lavoro dei paesi emergenti, e in prospettiva i
salari che in quelli prevalgano, perché ciò
appare indispensabile allo scopo di reggere alla
competizione internazionale. Se questa come
sembra è la strategia Fiat, bisogna chiedersi
dove essa potrebbe portare il Paese, ma anche la
Fiat, e se la strategia stessa non avesse
o non abbia ancora delle alternative.
Nel nostro Paese la strategia Fiat potrebbe in
realtà non diminuire, grazie agli investimenti
promessi, bensì aumentare il rischio di
un marcato inasprimento e diffusione del
conflitto sociale. Non può esservi dubbio,
quali che siano le previsioni in contrario di
questo o quel ministro o sindacalista, che
migliaia di aziende le quali hanno sussidiarie
all'estero chiederanno quasi subito, ove la
strategia del Lingotto si affermasse, di
adottarle a loro volta. è vero che c'è la
crisi, che ha indebolito allo stesso tempo i
sindacati e i singoli lavoratori; per cui molti
di questi, dinanzi allo spettro della
disoccupazione, accettano qualsiasi condizione
pur di mantenere od ottenere un lavoro.
Tuttavia non è affatto detto che in tutte le
categorie, in tutte le zone industriali, in
tutte le fabbriche e in tutti gli uffici, la
grande maggioranza dei lavoratori accetti senza
fiatare i dettami dell'organizzazione del lavoro
"di classe mondiale". Ivi compreso il
divieto di far sciopero, di manifestare, di
aprire vertenze e perché no di ammalarsi. È
questo uno scenario che l'amministratore
delegato Sergio Marchionne parrebbe aver
notevolmente sottovalutato, nella sua foga di
giocatore che punta soprattutto a vincere la
partita, quali che siano le conseguenze per gli
spettatori. Dovrebbe essere il governo a
ricordarglielo con una certa fermezza; ma dove
stiano il governo, i ministri competenti,
i politici che non si limitino a dire di
supporre che tutto finirà bene, nessuno lo sa.
Avrebbe potuto adottare altre strategie la Fiat,
dinanzi a quella che senza perifrasi va definita
come la crisi mondiale dell'autoindustria? La
risposta è sì, alla quale è doveroso
aggiungere che forse è troppo tardi. In primo
luogo, anziché battersi per portare da noi le
aspre condizioni di lavoro, i bassi salari,
l'assenza di diritti dei paesi emergenti, Fiat
avrebbe potuto battersi per addivenire ad
accordi internazionali intesi a portare
gradualmente in questi ultimi condizioni di
lavoro, salari e diritti vigenti nei nostri
paesi. Non è roba da fantapolitica. In molti
settori, dall'abbigliamento all'industria
mineraria, accordi del genere sono stati
sottoscritti, e miglioramenti non trascurabili
conseguiti per i lavoratori di entrambe le
sponde. Naturalmente, in una simile operazione
strategica Fiat avrebbe dovuto di nuovo avere
dietro o accanto un governo capace di muoversi
su questa complessa scacchiera.
Anche in tema di strategie industriali la Fiat
avrebbe potuto imboccare strade diverse. L'autoindustria
mondiale soffre di tre gravi problemi: un
eccesso enorme di capacità produttiva, un serio
ritardo tecnologico, e una sostanziale incapacità
di affrontare lo snodo cruciale della mobilità
sostenibile (ad onta di quel che dice il sito
dell'Associazione europea costruttori d'auto).
In una simile situazione l'autoindustria avrebbe
dovuto scegliere la strada schumpeteriana della
concorrenza cooperativa, in luogo della
concorrenza distruttiva. La prima prevede lo
sviluppo di oligopoli che sappiano mettere in
comune piani di produzione e tecnologie,
oltre a dividersi saggiamente aree
di mercato. La seconda prevede la guerra di
tutti contro tutti, nella quale mors tua vita
mea.
Anche in questo caso la Fiat non poteva
sviluppare da sola forme di cooperazione
internazionale, ma con il suo peso industriale e
il suo prestigio poteva almeno provarci. Per
contro ha imboccato con eccezionale tenacia e
durezza la strada della guerra a oltranza dei
costruttori. Essere costretti a sperare, come
capita ora con le sue ultime mosse, che
Fiat nei prossimi anni vinca almeno qualche
battaglia, se non la guerra, non aiuta a
formarci una visione serena né di quel che
resta o potrebbe restare dell'industria
italiana, né delle virtù competitive
di cui parrebbe doversi universalmente
dotare la società in cui viviamo. Quella che si
diceva fosse fondata sul lavoro.
- di Loris
Campetti
LA FIOM Il segretario Landini: «La Cgil decida subito un'iniziativa»
«Un atto senza precedenti Da oggi cambia tutto»
«La radicalità dei processi in atto avrebbero dovuto mettere tutti sull'avviso, non solo la Fiom. La situazione è gravissima e l'ultima mossa di Marchionne fa cadere il velo sulle risposte che le imprese intendono dare alla crisi. La politica, almeno quella che ha ancora a cuore il lavoro, e l'intero mondo sindacale non possono chiamarsi fuori. In gioco c'è un pezzo fondativo della democrazia: i diritti dei lavoratori, il sistema di regole costruito nel dopoguerra e la Costituzione». Maurizio Landini è molto preoccupato, non se la cava con un facile «noi l'avevamo detto» e da buon sindacalista cerca le soluzioni dei problemi. A questo servono i conflitti: per riaprire il confronto e trovare soluzioni condivise «nell'ambito delle regole date, senza deroghe e senza cancellazione dei diritti individuali e collettivi».
Quel che si temeva è avvenuto e la Fiat, alla vigilia del tavolo convocato dal ministro Sacconi e dell'incontro con Fim, Fiom e Uilm, ha preso a schiaffi tutti annunciando che ha già costituito la newco a Pomigliano e che intende disdire il contratto dei meccanici. Come risponde il segretario della Fiom?
E' un atto gravissimo e inedito nella storia dell'Italia repubblicana, tantopiù se la costituzione della newco dovesse comportare la disdetta del contratto nazionale. Una decisione senza precedenti per noi, e spero non solo per noi, inaccettabile.
Cosa dirai all'incontro di domani (oggi per chi legge) a Torino, il cui valore già discutibile è stato azzerato dal proclama di Marchionne?
Dirò che vogliamo garanzie certe sui progetti industriali della Fiat. Che tutti gli stabilimenti devono essere salvati, sì, anche quello di Termini Imerese riaprendo un confronto alla ricerca di una soluzione produttiva da cui il Lingotto non può chiamarsi fuori. Se come dice Lombardo c'è un'offerta concreta e interessante siamo pronti a sederci al tavolo. Diremo che i licenziamenti fatti dalla Fiat per rappresaglia vanno ritirati. La pratica autoritaria non è tollerabile, se si parte dal principio della parità tra i soggetti che si confrontano. Anche a Pomigliano è possibile trovare soluzioni condivise per migliorare la qualità e la produzione degli impianti, anche rimettendo mano alla turistica con un accordo. Soluzioni pure migliori di quelle imposte con un accordo separato, un referendum imposto sotto minaccia, addirittura una newco. La verità è che Marchionne non cerca soluzioni condivise, vuole tutto il potere nelle sue mani per umiliare chi lavora spogliandolo di diritti, regole e contratti. Noi da questi punti non deroghiamo.
Lo schiaffo di Marchionne colpisce la Fiom ma colpisce anche chi, come Fim e Uilm, ha firmato l'accordo separato di Pomigliano. Sarà uno schiaffo salutare?
Vedremo domani. Se la Fiat confermerà la sua pretesa di aver mano libera sulla forza lavoro, fino alla cancellazione del contratto, tutti dovrebbero fare una riflessione. Non c'entra essere moderati o radicali, la realtà è che insieme ai diritti di tutti vogliono cancellare i sindacati, non solo la Fiom. Se oggi si consentirà che ciò avvenga in Fiat, domani avverrebbe in tutte le aziende. Mi fa ridere chi diceva che Pomigliano avrebbe rappresentato un'eccezione.
Il nuovo scenario potrà aiutare un confronto più sereno anche tra la Fiom e la Cgil?
La bomba atomica lanciata da Marchionne cambia tutto e rende non più rinviabile un cambiamento delle strategie, sindacali e politiche. Nell'ultima intervista rilasciata da Guglielmo Epifani, il segretario Cgil chiedeva a Marchionne di non procedere sulla strada della newco a Pomigliano, riaprendo un confronto ma senza pretendere di mettere mano ai diritti e ai contratti. Marchionne ha scelto la strada opposta e ripeto che questo è un segnale generale, alle imprese, ai sindacati, alla politica. Mi aspetto che la Cgil decida subito un'iniziativa forte in difesa dei diritti e dei contratti. Il lavoratore titolare dei diritti deve tornare a essere il centro, anche della battaglia politica per costruire una diversa risposta alla crisi e un diverso modello di sviluppo.
E la politica intanto resta latitante...
C'è il problema di un governo assente, privo persino di un ministro che oggi dovrebbe essere centrale, subalterno alle imprese, senza una politica economica. Non è così in Germania, o in Francia dove pure esistono più produttori auto e la delocalizzazione è molto inferiore a quella della Fiat, l'unica azienda auto che produce nel proprio paese solo il 25% delle vetture totali. Per quanto riguarda le opposizioni, penso che non possano più giocare con il piede in troppe scarpe: se hanno a cuore chi lavora e un'idea diversa di società, battano un colpo. Ora.
di
Francesca Pilla - NAPOLI
POMIGLIANO D'ARCO
No anche della Fim «Il
contratto resti»
La notizia è arrivata e non ha sorpreso
Pomigliano dove la possibilità di costituire
una new company in cui riassumere tutti i 5000
dipendenti dello stabilimento Gianbattista Vico
era sul piatto da tempo.
Il Lingotto tenta di aggirare il contratto
nazionale, arginare il dissenso del mancato
plebiscito referendario del 22 giugno e
costringere le tute blu a giungere a più miti
consigli, cedendo sui diritti per non finire in
mezzo alla strada. Ma anche le modalità di
comunicazione sono quelle a cui Sergio
Marchionne ha abituato da qualche tempo a questa
parte il popolo dei dipendenti: la società è
stata siglata il 19 luglio, ma le informazioni
sono state diramate solo ieri tramite gli organi
di stampa, senza nemmeno avvisare i sindacati.
«C'è poco da dire - ci spiega subito Giovanni
Sgambati segretario regionale Uilm - è l'unico
modo per mettere in sicurezza l'accordo per la
nuova Panda. La colpa di questa decisione non può
non ricadere sulla Fiom per la mancata
sottoscrizione dell'accordo. Ma i lavoratori non
hanno nulla da temere perché saranno mantenuti
gli organici e i livelli di reddito, saranno i
sindacati invece a doversi riorganizzare e a
dovere rinunciare ai vecchi privilegi. Per il
resto vorrei dire alla Fiom di non invocare
sempre un contratto nazionale che non ha
sottoscritto».
Immediata la risposta di Maurizio Mascoli
segretario Campania dei metalmeccanici Cgil: «Sgambati
deforma le posizioni degli altri, noi non ci
riferiamo al contratto firmato da Fim, Uilm e
Fismic, ma a quello collettivo che scade nel
2011». Quanto ai pericoli che si nascondo
dietro la costituzione di una nuova compagnia,
per la Fiom riguardano la volontà di non
riconoscere più il contratto nazionale e di
estorcere il consenso a un piano industriale che
ha ottenuto il 40% dei no tra i dipendenti: «Il
rischio - continua Mascoli - come ha anche
sostenuto Sergio Bonanni della Cisl proprio sul
manifesto è che venga messa in discussione la
libertà dei lavoratori che sotto ricatto siano
costretti a cedere i propri diritti. Noi ci
opporremo con tutti gli strumenti di cui siamo
in possesso». Oggi a Torino si discuterà della
questione Mirafiori, giovedì del futuro
dell'assetto industriale del settore auto in
Italia, la Fiom e la Cgil ne sono coscienti, gli
altri invece si sentono rassicurati dalle
promesse fatte dall'ad Marchionne. «La Fiat ha
intenzione di mantenere altre le produzioni a
Mirafiori - dice sicuro Sgambati - ma anche a
Torino devono adeguarsi, mica a Pomigliano sono
fessi, i 18 turni valgono per tutti se ci sono
picchi di mercato».
Per la Fim c'è qualche perplessità in più,
anche se resta la convinzione che la
responsabilità della scelta Fiat per Pomigliano
sia interamente della Fiom: «A forza di tirarla
prima o poi la corda si spezza - spiega Giuseppe
Petracciano segretario regionale - Se tutti
avessero contribuito a siglare l'intesa
non saremmo arrivati a questo punto. Chiediamo
alla Fiom di ripensarci e alla Fiat di fermarsi
qui, perché il contratto nazionale non deve
essere modificato. Il sogno dell'azienda è da
sempre uscire da Federmeccanica e stipulare un
contratto a sè, ma non è questa la strada e
serve un confronto serrato».
Dalla Cgil il segretario campano Michele Gravano
preferisce aspettare il confronto di giovedì
prima di esprimersi: «Siamo profondamente
preoccupati, in discussione c'è la presenza del
gruppo in Italia, su questo siamo d'accordo con
la Fiom, non serve trattare le condizioni di uno
stabilimento alla volta, altrimenti perdiamo
tutti. Su Pomigliano credo che la Fiat abbia
sbagliato e invece di recuperare consenso
risponde con un nuovo contratto. Non va, noi ci
aspettiamo la riapertura del confronto».
Ground
zero Fiat
Costituita già da una
settimana, ma rivelata solo ieri, la newco per
«comprare» Pomigliano. Domani a Torino vertice
con i sindacati per la disdetta del contratto
nazionale. Un'uscita di fatto da Confindustria,
e un azzeramento delle relazioni industriali
Un tir carico di dinamite sotto il patto sociale
che ha retto l'Italia nel dopoguerra. Fatto da
chi, se sta seguendo una logica, ha
evidentemente deciso di considerare questo paese
una location minore per la sua attività
produttiva. La Fiat ha preparato la trappola
esplosiva in poche mosse, mentre in tanti si
affannavano a darle una mano e a maledire chi «non
capiva» che il mondo è cambiato. Oggi siamo già
nel «dopo Cristo».
La prima mossa si realizza una settimana fa, il
19 luglio, iscrivendo al registro delle imprese
della Camera di commercio di Torino la «Fabbrica
Italia Pomigliano». Una società completamente
controllata dalla Fiat, con appena 50.000 euro
di capitale e Sergio Marchionne come presidente.
Attenzione: non amministratore delegato, come in
Fiat spa. È la newco che dovrà «acquistare»
lo stabilimento campano, senza nemmeno
iscriversi all'associazione di categoria
(Federmeccanica), assumendo ex novo soltanto
quei lavoratori che accetteranno il contratto di
lavoro che la «Fip» gli metterà sotto il
naso, prendere o lasciare. Un contratto tutto
nuovo, diverso da quello nazionale dei
metalmeccanici, sottoscritto soltanto pochi mesi
fa con i «complici» di Cisl, Uil e Fismic. Per
questi non sarà un problema insormontabile
cavar di nuovo di tasca la penna per una nuova
firma. Naturalmente, si deve prevedere che oggi
Marchionne non si farà neppure vedere per
l'incontro di Torino con Regione, sindacati,
enti locali, ecc.
La soluzione societaria ricalca del resto in
modo quasi fedele lo schema seguito da Roberto
Colaninno (e dal governo) per la privatizzazione
di Alitalia. Solo che in quel caso c'era una
vendita formalmente «vera» - dallo stato,
ossia dal ministero dell'economia, a una cordata
di privati convocati personalmente da Silvio
Berlusconi - mentre questa volta bisognerà
ricorrere a qualche altro «inguacchio»
giuridico (ma il codice societario italiano è
una miniera inesauribile), visto che venditore e
acquirente sono anche formalmente le stesse «persone».
La seconda mossa è ancora più pesante. I
sindacati presenti in Fiat - tutti, Fiom
compresa - sono stati convocati domani a Torino,
nella sede dell'Unione industriali, con
all'ordine del giorno (quasi certamente) la
disdetta del contratto nazionale dei
metalmeccanici. Questo è anche un passo formale
indispensabile per uscire da Federmeccanica e
quindi dalla confederazione delle imprese
italiane, ossia Confindustria. In un solo colpo
la Fiat mette in soffitta tutte le
rappresentanze collettive - sia dei lavoratori
che delle imprese - aprendo una fase di
conflitto sociale senza regole riconosciute e
valide su tutto il territorio nazionale.
Da Confindustria, fin qui, nessuna reazione. Per
statuto, infatti, le imprese possono essere
iscritte solo se rispetto del contratto
nazionale di lavoro che, nel caso della
metalmeccanica, scade il 31 dicembre 2012. Fiat
non ha fatto mistero, in questi giorni, di
volere un «contratto auto» separato;
praticamente un monopolio. Ma è chiaro che,
senza la prima impresa industriale italiana,
anche Confindustria diventerà rapidamente
un'altra cosa. Lo dimostra la «svolta serba»,
in pochi giorni imitata dal altre aziende
italiane (Omsa, Daytech): la strada tracciata
dai «grandi» diventa un richiamo irresistibile
anche per i piccoli e medi.
Più facile capire lo spiazzamento di tutti i
sindacati. I «complici» diventano di fatto
inutili (e in ogni caso troppi): adattatisi a
gestire la «normalità a-conflittuale» dei
luoghi di lavoro (favori sui turni, le
assunzioni, le promozioni, enti bilaterali, ecc)
non hanno quasi più senso in un ambiente che
non prevede nessun possibile conflitto (se non
quelli imprevisti...). Ma anche per chi ha
mantenuto un profilo di rappresentanza reale dei
lavoratori (parti consistenti della Cgil come la
Fiom, i sindacati di base, ecc) si prospetta una
lunga e difficile fase di ripensamento e
riorganizzazione. Tra i primi effetti della
disdetta contrattuale e dell'uscita da
Confindustria c'è infatti il rifiuto, da parte
dell'impresa, di girare le trattenute degli
iscritti ai sindacati. Un modo come un altro di
strangolare - economicamente - le sigle «scomode».
La politica - tutta - appare trasognata. A parte
le reazioni critiche attese in questi casi
(Paolo Ferrero, segretario Prc, parla di «ulteriore
colpo di mano» e di «interessi della Fiat e
quelli dell'Italia che non collimano»), o dell'Idv
che vede «un golpe che tira l'altro», il resto
è imbarazzo imbarazzante. Teniamo da parte
anche il solito ministro del lavoro, Maurizio
Sacconi, che vede nelle mosse Fiat il
grimaldello per sradicare il sindacato dal
paese, a cominciare dalla Fiom. Gli altri
parlano d'altro, come sembra ormai loro
abitudine. Volete in piccolo florilegio? Eccolo.
Il governatore leghista del Piemonte, Roberto
Cota, si è detto «fiducioso, perché il piano
presentato in aprile è ancora valido e lì sono
previsti più posti di lavoro a Mirafiori in 5
anni». Il segretario della Uil, Luigi Angeletti,
a proposito di una Fiat fuori dai
metalmeccanici, ha detto che si tratta di
un'ipotesi che «non voglio nemmeno prendere in
considerazione». Dalla sponda Pd si continua a
criticare l'immobilismo del governo, ma nemmeno
una parola su (contro) Fiat. Fino a Piero
Fassino che invita i lavoratori a obbedire
comunque («anche loro hanno bisogno di
un'azienda sana») e Marchionne a «esser
consapevole che senza la Fiat l'Italia sarebbe
un'altra cosa». In effetti, se non se ne
rendesse conto, sarebbe grave; ma è lampante il
contrario.
di
Francesco Paternò
L'ULTIMO MODELLO
L'ultimo modello di Marchionne è uno schiaffo
in faccia a sindacati amici e nemici, al governo
ombra di se stesso, a tutti i lavoratori. Un
modello che impone una nuova società per la
fabbrica di Pomigliano d'Arco, disdetta il
contratto dei metalmeccanici e porta di fatto la
prima industria del paese fuori dalla
Confindustria. Una Fiat rivoltata sottosopra,
come fosse finita in bancarotta alla stregua
della controllata Chrysler e della General
Motors.
Marchionne fa tutto questo alla vigilia
dell'incontro di stamane a Torino tra le parti,
governo e regioni, svuotato di qualsiasi
significato (se mai ne avesse avuto) e dove
presumibilmente non si presenterà. Tanto domani
a Detroit avrà un bagno di folla con il
presidente Obama, per la prima volta in visita a
una fabbrica della Chrysler salvata proprio con
l'aiuto del manager. Una coincidenza molto
simbolica, perché al di qua dell'Atlantico
Marchionne continua a ignorare l'inutile governo
Berlusconi e vuole mandare in bancarotta i
diritti dei lavoratori italiani. Non a caso
l'unico a dirsi ottimista è il ministro
Sacconi.
La newco a Pomigliano permetterà alla Fiat di
licenziare tutti e riassumere solo chi è
d'accordo con il nuovo contratto. La disdetta
del vecchio contratto - dovrebbe essere
comunicata domattina ai sindacati, nuovamente
convocati a Torino - significherà imporre le
nuove regole in tutti gli stabilimenti italiani
del gruppo. Senza bisogno di fare un referendum,
che poi per lui vale zero come si è visto nella
fabbrica campana. L'uscita obbligata da
Confindustria, causa disdetta unilaterale del
contratto nazionale con i lavoratori, sarà
invece il modo dell'amministratore delegato del
Lingotto di festeggiare il centenario
dell'associazione. Marcegaglia e altri suoi
colleghi non saranno contenti.
John Elkann, il presidente della Fiat e
principale azionista del gruppo, lo dovrebbe
essere ancora meno: è appena diventato
vicepresidente di una Confindustria che il suo
manager ridicolizza. Ma forse a Elkann va bene
così. Perché a lui e al resto della famiglia
al volante, l'automobile interessa sempre meno.
Messe via in un'altra società le parti più
solide del gruppo con lo spin off, operativo dal
prossimo gennaio, le quattro ruote saranno
vendute, più prima che poi.
Sarebbe riduttivo pensare che questo Marchionne
spaccatutto abbia in mente soltanto di far fuori
la Fiom. Il nuovo contratto nazionale scade il
31 dicembre 2012 e formalmente la Fiat uscirà
da Confindustria il primo gennaio 2013. Lo
stesso anno entro il quale Marchionne si è
impegnato a restituire ai governi statunitense e
canadese i 7,4 miliardi di dollari in prestiti
agevolati. A quel punto, se la Chrysler sarà
davvero rilanciata, il patto di ferro con la
Casa Bianca risulterà onorato. E il manager
italiano potrebbe anche andarsene alla Ben Hur,
con un bel bye bye all'auto del Lingotto e ai
diritti calpestati dei suoi lavoratori.
di
Antonio Sciotto
ARRIVA LA BOMBA
Fiat, i sì e i no di
Bonanni
«Sì alla monovolume in
Serbia, ma se si portano modelli più
prestigiosi a Torino». «Sì alla newco a
Pomigliano, ma assumendo tutti». Un grosso «no»
all'uscita dal contratto dei metalmeccanici. Il
segretario Cisl si prepara all'incontro di
domani
«Quello che faremo al tavolo con la Fiat è
molto semplice: noi chiederemo di sapere se ha
ancora intenzione di produrre 1,4 milioni di
auto in Italia, e di investire 20 miliardi in 6
anni, come Sergio Marchionne ha scritto nero su
bianco nel suo progetto Fabbrica Italia. Perché,
se in caso contrario si va a una riduzione di
quelle cifre, noi non siamo per nulla d'accordo:
e in quell'evenienza saremo conseguenti, il
nostro dissenso sarà forte». Il segretario
generale della Cisl, Raffaele Bonanni, parla con
il manifesto alla vigilia dell'incontro di
domani, a Torino: «Un faccia a faccia che dovrà
essere di chiarimento», sottolinea, a segnalare
l'importanza del vertice convocato dal governo
«in giorni di una confusione che non finisce più,
in cui tutti hanno alzato i toni, e le
preoccupazioni vanno a mille».
Ma voi come vedete l'annuncio di
Marchionne che la nuova monovolume Fiat andrà
in Serbia? Mette a rischio Mirafiori?
Io dò una risposta che potrà sembrare
strana: può addirittura essere una cosa
positiva, e non mettere a repentaglio il futuro
di Mirafiori. Ma solo a particolari condizioni:
quella monovolume, pur essendo importante e
interessante come prodotto, non è però a
nostro parere così remunerativa come potrebbero
essere altri modelli, magari più prestigiosi. E
allora io dico: Fiat è una multinazionale, ha
fabbriche a Detroit, Belo Horizonte, in Polonia,
in Serbia, in Turchia, e può decidere dove
posizionare meglio le sue auto. Però,
dall'altro lato, ha diversi stabilimenti in
Italia, e allora voglio augurarmi che spostare
la monovolume a Kraguievac possa voler dire che
porta modelli più prestigiosi e remunerativi a
Torino, come merita per storia e professionalità
quella fabbrica. In caso contrario non capirei
di che cosa stiamo parlando.
Come mai anche voi della Cisl, che avete
un dialogo più continuo con la Fiat,
soprattutto dopo Pomigliano, dovete arrivare a
un tavolo convocato in extremis dal governo per
avere informazioni così importanti?
Della monovolume in Serbia abbiamo
saputo come un fulmine a ciel sereno, da
un'intervista: e certamente questa cosa non ci
ha fatto piacere. Il fatto è che nell'ultimo
mese e mezzo, per i fatti che tutti conosciamo,
la confusione è arrivata a mille, e così tutti
ci si sono buttati sopra. E allora certo,
sinceramente questo non era proprio il momento
di farci arrivare via stampa informazioni così
delicate. Ma questo caos purtroppo nasce dalla
strenua opposizione fatta da una parte
minoritaria del sindacato, che crede di avere
sempre la posizione giusta, e ritiene quelle
degli altri addirittura superflue.
Stiamo parlando della
Fiom?
Se c'è un obiettivo che la Fiom ha
ottenuto, è l'esasperazione della Fiat: azienda
che poi, quando perde la pazienza, diventa
l'esatto speculare della Fiom. Ma io credo al
contrario che il sindacato, in questa fase di
crisi, dovrebbe avere tutt'altro obiettivo.
Stiamo perdendo migliaia di posti di lavoro, e
allora il mio dovere in questo momento è
mantenere il lavoro dove c'è e favorire gli
investimenti: con realismo.
Ma a Pomigliano vi accusano di aver
rinunciato ad alcuni diritti per salvare la
fabbrica. Ad esempio il diritto di sciopero.
Io sono nato nella Val di Sangro, e lì quando
avevo vent'anni non c'erano nè fabbriche, nè
diritti sociali e del lavoro. I diritti sono
arrivati con le industrie. Se io favorisco oggi
il consolidamento della Fiat in Italia, dicendo
sì all'investimento di Pomigliano, darò
oltretutto un segnale alle altre multinazionali:
nel nostro Paese si può investire. Al
contrario, se la Fiat va via, cosa rimarrebbe a
Napoli? La camorra e la disoccupazione, che
certo non portano con sè i diritti sociali e la
democrazia sindacale. E sullo sciopero consiglio
agli amici della Fiom di leggere bene l'accordo:
riguarda solo il diciottesimo turno del sabato,
non tutta la settimana.
Però a Pomigliano obiettivamente
l'accordo resta difficile da gestire: ha votato
no quasi il 40% dei dipendenti, quando gli
iscritti Fiom sono il 17% Chi sono gli altri?
Lì c'è stata soprattutto cattiva
informazione, perché molti in quei giorni non
andavano in fabbrica. Io dico, e vi prego di
scriverlo, che la nostra vittoria a Pomigliano
è stata «cla-mo-rosa». Sì: è la prima volta
in assoluto che vinciamo di gran misura in un
referendum che riguarda delicate questioni
normative. E invece cosa mi devo sentir dire
l'indomani? Che ha vinto chi ha avuto il 40%, e
che rivuole indietro i giocattoli per
ricominciare il gioco. La Cisl, quando ha perso,
ha sempre accettato il risultato.
Allora la soluzione può essere la «newco»,
magari assumendo solo chi è d'accordo con voi?
O l'uscita dal contratto dei metalmeccanici, per
uno nuovo dell'auto?
Qui ci sono i miei grossi no: nel senso
che non sono affatto contrario a una newco, ma
si dovranno assumere tutti gli operai, e alle
stesse condizioni precedenti. Nè si possono
imporre firme individuali: la tua libertà di
oggi, è la mia di domani. Un altro no - ed è
ancora più notevole se si considera che io di
solito non uso mai negazioni definitive - è
all'uscita dal contratto dei metalmeccanici. Non
è possibile che uno solo dei contraenti decida:
la Cisl è contraria.
Nell'incontro di Torino dite di sperare
che Epifani «porti a giudizio» la Fiom. Vi
siete sentiti in questi giorni con lui? Siete
ottimisti?
Io avevo formulato quell'auspicio dopo aver
letto un'intervista di un mese fa al Corriere
della Sera, in cui Epifani di fatto sconfessava
la Fiom. Ma ieri è tornato a dichiarare che con
Fiat bisogna azzerare tutto e ritrattare da
capo, e questa frase perciò non mi fa sperare
che si stia andando nella direzione da me
auspicata.
di
Loris Campetti
VERTICE - La politica (e
Cisl e Uil) chiedono un aiutino a Marchionne
Sul tavolo di Sacconi solo
piatti freddi
A cosa serve il tavolo sulla Fiat convocato dal
ministro Sacconi per domani a Torino? Intanto va
detto che si tratta di una convocazione tardiva,
preceduta da mesi di silenzio del governo sulle
scelte solitarie e imposte a tutti da Sergio
Marchionne sul futuro dell'auto italiana. A
rendere obbligatoria la mossa di Sacconi è
stato l'ultimo annuncio-shock
dell'amministratore delegato sul trasferimento
in Serbia dei modelli L0 e L1, originariamente
destinati a Mirafiori. Una doccia gelata per i
lavoratori torinesi, ma anche per i sindacati «complici»
che avevano accolto passivamente tutte le
richieste dell'azienda, proseguendo sulla strada
pericolosa degli accordi separati. Una doccia
gelata anche per la politica, tutta, che aveva
salutato con entusiasmo metodi e contenuti della
politica di Marchionne. Ora il sindaco di Torino
e il presidente del Piemonte temono le ricadute
sociali di una fuga delle quattro ruote dalla
città dell'auto.
Per rispondere alla domanda «a cosa serve la
riunione di domani» che vedrà allo stesso
tavolo del ministro i segretari confederali e di
categoria dei sindacati, Sergio Marchionne e i
responsabili istituzionali, è necessario
analizzare alcuni elementi di contesto. La
prossima primavera si voterà per eleggere il
nuovo sindaco di Torino e non è escluso che
tutti i piemontesi possano essere richiamati
alle urne, qualora l'esito dei ricorsi, e la
decisione del riconteggio delle schede deciso
dal Tar, dovessero dimostrare la non validità
della vittoria del leghista Cota. Ciò spiega
l'imbarazzo e il protagonismo di Sergio
Chiamparino - dato per candidato certo del Pd
alle eventuali elezioni regionali - e del
presidente Cota. Chiamparino ripete nelle sue
quotidiani interviste l'apprezzamento per
l'amico Marchionne, lo invita a non esagerare
nella spregiudicatezza e soprattutto invita la
Fiom al realismo, dunque al
ritorno nel consesso dei sindacati
collaborativi, meno ossessivamente legati a
regole, diritti, contratti e Costituzione perché
il mercato è il mercato. I maligni sostengono
che a spingere su questa strada Chiamparino sia
il suo vicesindaco, Tom De Alessandri, ex
dirigente Cisl e Fim. Quelli ancor più maligni
dicono invece che il sindaco di Torino non ha
bisogno di sollecitazioni per collocarsi in
un'area politica moderata e centrista a cui
appartiene da sempre. È ovvio che Chiamparino
si aspetti la disponibilità di Marchionne a
concedere qualcosa, più che agli operai di
Mirafiori al Comune, alla Provincia e alla
Regione che solo 5 anni fa aprirono le casse
alla Fiat finanziando la salvezza di una linea
produttiva nella fabbrica torinese.
Anche Cota ha bisogno di qualcosa da vendere al
suo elettorato. In nome del federalismo, il
presidente del Piemonte rivendica la salvezza di
Mirafiori e, come catava Guccini nell'«Avvelenata»,
«a culo tutto il resto», cioè Termini Imerese,
Pomigliano, Melfi, Cassino, per non parlare di
quegli slavi della Zastava. La convocazione del
tavolo il ministro Sacconi glie la doveva, e
naturalmente la riunione si svolgerà a casa di
Cota, in Regione.
Probabilmente Marchionne, che non pensa di
chiudere Mirafiori perché non può
permetterselo ma solo di «svuotarla»
progressivamente, qualcosa dirà o farà
intendere per tacitare i suoi agitati
interlocutori. Confermerà l'intenzione di
portare la produzione di auto in Italia da 5-600
mila a 1,4 milioni di «pezzi» - ma il mercato
si muove in tutt'altra direzione, per il 2010 e
il 2011 è previsto un calo di 7-800 mila
vetture in Italia - ma a condizione che i
sindacati si comportino con ragionevolezza.
Insomma, dipende tutto dalla Fiom. Poi potrebbe
tirar fuori dal cappello quel che aveva già
promesso prima delle elezioni, sia alla
candidata Bresso che al candidato Cota: un
motore ibrido, cioè già vecchio, simile a
quello della prima Toyota Prius, con una
batteria che si ricarica durante il viaggio con
i propulsori tradizionali. C'è chi lascia
trapelare l'ipotesi di vetture destinate al
mercato Usa: una Mito a 5 porte, forse la
Giulietta. Tutte chiacchiere per ora, che nella
migliore delle ipotesi garantirebbero
un'occupazione decisamente inferiore a quella
richiesta per la L0 e la L1.
L'impressione di alcuni protagonisti
dell'incontro di domani è che il tavolo di
Sacconi è poco più di un'operazione di
facciata, per venire incontro ai problemi di
Chiamparino, Cota, Bonanni e Angeletti.
Difficilmente questa riunione verrà incontro ai
problemi di Epifani, consentendogli di ricucire
le smagliature dei rapporti tra confederazione e
meccanici. C'è un particolare non secondario
rimasto fuori dal dibattito di questi giorni: la
Fiat aveva già convocato una riunione con Fim,
Fiom e Uilm per venerdì 29, sempre a Torino,
sulla Fabbrica Italia in cui dovrebbero essere
presantate le ultime variazioni del piano
industriale presentato il 21 aprile e che di
fatto non esiste più. La riunione di giovedì
è confermata e non è escluso che proprio in
questa sede gli uomini di fiducia di Marchionne
annuncino ai sindacati l'intenzione di
realizzare il minacciato progetto di cessione
del ramo d'impresa a Pomigliano: chiusura dello
stabilimento e vendita a una nuova società di
uomini, aree, macchine, impianti. Tutti assunti,
ma alle condizioni fissate dall'accordo separato
sottoscritto da Fim, Uilm, Fismic e Ugil.
FIAT
Marchionne vuol lasciare Federmeccanica
e dire addio al contratto nazionale
L'ad punta a nuove regole sulla base del modello Pomigliano. L'annuncio domani al vertice con il governo o giovedì con una lettera a Bombassei. Potrebbe avvenire assieme alla decisione di creare una new company per Pomigliano
di SALVATORE TROPEATORINO - La Fiat ha intenzione di uscire dalla Federmeccanica e disdire il contratto di lavoro nazionale che regola il rapporto con i suoi dipendenti. L'annuncio potrebbe essere dato già domani se Sergio Marchionne deciderà di partecipare alla riunione congiunta di Torino con governo e sindacati o slittare a giovedì se sceglierà di farlo con una lettera al presidente della Federazione delle aziende metalmeccaniche, Alberto Bombassei, e ciò potrebbe avvenire insieme alla decisione di creare una new company per Pomigliano. Nel primo caso l'ad del Lingotto andrà al tavolo dell'incontro per ribadire la scelta di mettere in stand by il futuro di Mir


29 luglio