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L’intervento
politico nell’esercito ha le sue origini nel movimento sessantottesco.
Questa origine è ben sintetizzata in un documento del
“collettivo esercito” – movimento studentesco di Pinerolo – del
marzo 1970: “ … perché
operai, studenti e braccianti che hanno fatto le lotte in questi anni non
devono considerare il militare come una parentesi nella loro vita, ma
devono poter continuare a lottare, dentro le caserme, così come hanno
lottato a scuola, nelle fabbriche, nelle campagne”.
Concretamente, l’intervento politico nelle caserme è nato per
iniziativa di un gruppo di militanti dell’organizzazione “Lotta
continua”, che si trovano a fare il servizio militare tra la fine del
1969 e l’inizio del ’70. Essi,
infatti, nel vivere l’esperienza del servizio di leva, da un lato
colgono la potenziale disponibilità dei soldati a lottare, dall’altro
portano nell’esercito la loro esperienza di movimento studentesco, con
tutta la carica antiautoritaria e antistituzionale che esso aveva. Saranno
questi soldati a dare vita al primo nucleo di “Proletari in Divisa”,
organizzazione legata a “Lotta Continua”, che realizzerà il più
grosso intervento politico tra i soldati a livello nazionale.
L’intervento politico nell’esercito, quindi, ha importanti
legami con i contenuti presenti nelle lotte all’interno delle
istituzioni (carceri, ospedali psichiatrici …) e nell’analisi di
quanto stava accadendo nel movimento dei soldati americano, ma –
soprattutto – nasce come estensione e generalizzazione dei contenuti
presenti nel movimento studentesco.
Tutta l’analisi sull’esercito è influenzata dalle elaborazioni
presenti nel movimento degli studenti; ecco perché
- per esempio – assume grande importanza la funzione
“educativa” dell’esercito, visto come scuola di individualismo, di
carrierismo, di ubbidienza, cioè gli stessi principi che erano stati
bersaglio della contestazione studentesca.
Il programma politico del movimento dei soldati si articola attorno
ad alcuni nodi centrali: innanzi tutto la lotta contro la nocività delle
condizioni di vita in caserma e contro le gerarchie militari e i loro
abusi di potere (sostanzialmente le contraddizioni più sentite dalla
maggior parte dei soldati); poi la lotta per alcune fondamentali conquiste
materiali, per l’egualitarismo e per la possibilità di fare politica in
caserma e di esprimersi liberamente. Infine,
il rifiuto ad essere usati in azioni di “crumiraggio” e di ordine
pubblico; questo aspetto, soprattutto in un secondo momento, ha
rappresentato il tentativo di politicizzare gli obiettivi del movimento,
collegandoli in modo più diretto alle prospettive della lotta di classe
in Italia.
I primi tre episodi di ribellione più significativi avvengono a
Casale, Udine e Pinerolo. A Pinerolo, il 31 maggio 1970, un alpino muore
in un’esercitazione con l’esplosivo. E’ gravissima la responsabilità
dell’ufficiale che, per il “gusto” di filmare l’esercitazione, e
per renderla più “emozionante”, ha abbondantemente oltrepassato i
limiti di sicurezza nell’uso degli esplosivi. Gli alpini, per protesta,
sospendono le esercitazioni per la parata del 2 giugno, rifiutandosi di
scendere in adunata.
Con molta probabilità già prima del
1969-70 sono scoppiati momenti di ribellione, ma dopo il 1970 è
diversa la situazione politica generale ed è presente una volontà di
continuità, di generalizzazione e di organizzazione. In
questo senso il ruolo di PID è un ruolo di rottura rispetto ad una certa
tradizione di lotta contro l’esercito (quando perlopiù ci si limitava
alla denuncia di singoli episodi) e il principale risultato che i PID
ritengono di aver raggiunto, in quanto organizzazione, è quello di aver
portato la politica nelle caserme. E così ciò che rende “diversi”
gli episodi avvenuti dopo i 1970 è proprio la consapevolezza, da parte
del movimento dei soldati, che non sono più momenti locali e isolati,
bensì l’inizio di una lotta generalizzata nelle caserme. Si
lavora per vere e proprie “campagne nazionali” e verso la fine del
1971 e l’inizio del 1972 l’intervento dei PID si sviluppa e assume
nuove dimensioni. Si moltiplicano i nuclei di PID nelle
caserme e si estendono anche nel Sud-Italia; il lavoro acquista una
dimensione più ampia e complessiva, con momenti organizzativi sia
regionali sia nazionali.
L’esigenza di generalizzare l’intervento nell’esercito è
comunque fortemente sentita, e a questo proposito il giornale “Proletari
in divisa” è stato forse, pur nella sua vita breve e irregolare (tre
numeri nella primavera 1971, due nell’autunno del 1971 e uno nel 1972)
lo strumento che è riuscito, almeno parzialmente, a mettere in
comunicazione i soldati di diverse caserme, muovendosi così nella
direzione indicata dalla proposta delle “campagne nazionali”. Il
successo di questo giornale (valutabile dal grande numero di lettere che
vi affluiscono e che narrano episodi di lotta, denunciano ufficiali,
dichiarano solidarietà e impegno politico) è indubbiamente
significativo, anche se in quel momento non c’è la capacità di operare
una sintesi politica che permetta di individuare delle proposte unificanti
in grado di generalizzare le analisi e le lotte. Sul
piano degli strumenti di controinformazione, poi, ricordiamo – oltre
alla notevole proliferazione di materiale locale (bollettini di singole
caserme o di raggruppamenti di caserme, anche a livello regionale) – la
pagina settimanale su “Lotta Continua” e la pubblicazione del libro
“Da quando son partito militare …” (edizioni Lotta Continua –
Savelli, Roma 1973). A Pinerolo si discute di un progetto analogo alle “coffee houses” americane per i soldati … In realtà questo progetto non si realizzerà, mentre si concretizza (dopo il 1972) la proposta di aprire ai soldati la sede locale dell’ANPI per alcune sere alla settimana
Dopo il 1972 inizia una fase di ripensamento e di autocritica,
soprattutto rispetto a ciò che non è stato possibile realizzare e perché. Negli
anni seguenti ci sono avvenimenti indubbiamente rilevanti, che modificano
il contesto precedente: -
cambia il rapporto tra PID e LC; -
nel lavoro politico sull’esercito entrano altre organizzazioni della
sinistra rivoluzionaria; -
una fase di profondissima crisi investe tutta l’area della “nuova
sinistra”. A
partire dal 1973, quindi, una serie di fattori nuovi muta la situazione
del movimento dei soldati e, di conseguenza, l’intervento politico
praticato. Vivina
Forgia 25aprile1975.
Alle manifestazioni in Italia per l’anniversario della Liberazione
partecipano centinaia di soldati di leva in divisa (allora erano proibiti
gli abiti borghesi nella libera uscita) e col volto mascherato (era
proibito ai militari partecipare alle manifestazioni), protetti dai
servizi d’ordine. Quel giorno i giornali e l’opinione pubblica
scoprono le lotte per i diritti dei militari di leva, già iniziate a
partire dai primi anni ‘70 e promosse da organizzazioni quali i
Proletari in Divisa, i Collettivi Militari Comunisti ed i Collettivi
Proletari Antimilitaristi, sostenuti rispettivamente da Lotta continua,
Manifesto e Avanguardia operaia. Sulla base del successo delle
manifestazioni del 25 aprile viene indetta una assemblea generale del
movimento in novembre, cui parteciparono 220 delegati di 133 caserme.
L’assemblea indice una giornata di lotta per il 4 dicembre, cui
partecipano migliaia di soldati in 74 caserme. Il Pci si schiera
nettamente contro e boicotta la lotta del 4 dicembre. Il Pci è favorevole
a una riforma della Leva e del regolamento di disciplina, ma la affida al
parlamento e non vuole le lotte dei soldati, che li espone alla
repressione, pur contribuendo con volantini a informare i soldati dei loro
diritti. Un
volantino firmato invece da sindacati, CDF di fabbriche, Coordinamento
studenti e coordinamento quartieri, e dai gruppi extraparlamentari
appoggia a Pinerolo la giornata di lotta. Lotta Continua cercherà
senza successo di portare gli studenti in piazza il 4. Le
richieste del movimento dei soldati riguardano la riforma del regolamento
di disciplina, il rifiuto dell’autoritarismo degli ufficiali, il diritto
di assemblea, il riconoscimento della libertà di pensiero e di
espressione, la tutela della sicurezza e della salute dei soldati dagli
infortuni. Già a partire dal ‘76 il movimento declina, sia per il
parziale riconoscimento di alcune richieste, sia per la spoliticizzazione
delle giovani generazioni che giungono in caserma, sia perché i giovani
più politicizzati vengono lasciati a casa con la scusa del sovrannumero. P.B. Sul
movimento ‘Proletari in divisa’ esiste la tesi a Magistero. in
Pedagogia, di Vivina Forgia: “Nuovi
problemi sociali e istituzionali nelle caserme dal 1968 al 1972. Dalle
lotte nelle istituzioni all’intervento politico nell’esercito: il
movimento dei soldati e l’organizzazione' ‘Proletari in divisa’”-
Relatore prof.Sergio Bova – Anno 79-80.
La naia ‘bella’ Quando parto per la naia l’8 febbraio del 1969 ho 21 anni, sono in ritardo di due anni per via dell’università. Parto così col I-1949. Mi trovo a Savigliano nella nebbia e nell’inverno, mi ha accompagnato in auto lo zio Giovanni. Sono in un Car dell’artiglieria Alpina. Non avendo lavorato prima della naia e non avendo chiesto soldi in casa mi trovo a sperimentare le dolcezze del vitto militare - alla lunga questo fatto riuscirò a valorizzarlo. Sono pronto per la naia? Qualche lettura, esperienze giovanili studentesche, nessuna appartenenza politica. A casa non ci siamo dilungati, sono leggermente antimilitarista – ‘voglio fare il soldato semplice’ – e ho scarse notizie sui precedenti famigliari. Mio padre ha fatto sette anni di naia, volontario nel ’38 nel Genio (sergente maggiore), ma ha evitato il fronte. Suo fratello è stato sergente negli alpini e prigioniero in Yugoslavia (medaglia d’argento). Un fratello di mio nonno è morto in guerra nel 1915, medaglia di bronzo. Il nonno e lo zio prete hanno fatto la prima guerra mondiale. Nessuno in famiglia è stato partigiano, anche se mia madre c’è vissuta in mezzo, mentre era alla miniera di Fontane. Il servizio militare obbligatorio mi sembra un dovere e un’opportunità per conoscere la mia generazione. Ho rispetto per i primi obiettori, ma ritengo che si possa fare molto dall’interno pagando meno di persona. ‘Lettera a una professoressa’ e la ricerca di Capitini sulla nonviolenza mi stimolano… e il vuoto di racconti famigliari mi spinge a conoscere di persona qualcosa dell’esercito. Mi presento in magazzino per ritirare il corredo con le mie scarpe pesanti ,le calze di lana pelosa e un impermeabile del nonno; il magazziniere mi dice :’ci guadagni’. La divisa non è male, certo ci sono molte mostrine e stemmi da cucire ma mia madre mi ha insegnato. Per la prima settimana niente libera uscita, in attesa che tutto il vestiario sia in ordine. Dal barbiere porto il rasoio lucente che mi sono fatto regalare dallo zio prete Dionisio. Ho provato a radermi ma l’acqua è fredda e ho paura di tagliarmi. Così contratto col barbiere che mi faccia la barba gratis in cambio del rasoio[1]. La cucina non si può giudicare in questa stagione: è servita su vassoi d’acciaio e col freddo la minestra si gela sul fondo, il vino non capirò quanto sia ‘potabile’ che al momento di lasciare il Car in primavera. Mi capitano servizi in cucina a pulire pentoloni, ma almeno c’è l’acqua calda. La doccia velocissima una volta la settimana. La paga, allora si chiamava decade, poche lire sufficienti per comperare allo spaccio un cartoccio di budino. Alla libera uscita giro per Savigliano curiosando e stando alla larga dalle piole, non ho soldi per mangiare a mie spese. Molti compagni hanno invece anni di lavoro alle spalle e oltre a considerare la naia una perdita di tempo e di soldi, si consolano con qualche cenetta. Una sola cena fuori a Savigliano, quando viene a trovarmi Lella con Elio Salvai. Sono qui al CAR con suo fratello minore. I compagni di naia li conosco un po’ alla volta senza approfondire troppo, a cominciare dai vicini di camerata. La pulizia e l‘ordine sono maniacali. Bisogna fare il ‘cubo’, cioè smontare in parte il letto e formare con materasso lenzuola e coperte un cubo perfetto su cui i caporali fanno saltare una monetina e se non è a posto si deve rifare. La disciplina si divide in due categorie: quella logica di una grande comunità e quella odiosa dei piccoli soprusi dei pochi vecchi presenti al CAR e dei caporali. Bisogna sapersi destreggiare senza impuntarsi sulle bazzecole. Non sopporto una sera la presa in giro di un contadinotto costretto a masturbarsi davanti a tutta la camerata. Scendo dal tenente a rapporto e lui interviene prontamente. Comincio a tenere dei diari di piccole cose che succedono ma non li ho conservati. Io non fumo, comincerò a fumare la pipa a 30 anni. E’ particolarmente odioso il rito quotidiano di raccolta cicche avanti e indietro nel cortile, naturalmente senza scope. La ginnastica non è il male peggiore, ma qualcuno poco abituato la troverà dura e ancora di meno gradirà le marce che ci aspettano finito il CAR. Con l’addestramento alle armi comincia l’ideologia ‘sentimentale’, tanto che compongo una canzone usando le parole del tenente che dice che il fucile è come la morosa , che bisogna tenerlo e volergli bene. Monto e rimonto il vecchio Garand che deve arrivare dal Vietnam. Si va a sparare una sola volta e io brillo per insipienza, facendo fare un salto a pancia a terra al capitano quando mi giro verso di lui chiedendo se devo fare il colpo di prova. Non ho capito quanti colpi mi hanno messo nel fucile e in definitiva faccio una figura da fesso. Il capitano risale nel poligono verso la compagnia in attesa e minaccia punizioni se qualcun altro ci riprova. Siamo appena dopo il ’68 e anche in caserma si sentono prudenti discussioni sulle lotte degli studenti. Un operaio di Milano mi chiede se ho letto il libro di Rossana Rossanda ‘L’anno degli studenti’. Durante le uscite frequento qualcuno del paese con cui si parla criticamente di naia e di diritti dei soldati. Sono in contatto con chi in altre caserme sta facendo proselitismo ed inchiesta in vista di un movimento dei soldati, ma io sono troppo individualista per lavorare con metodo e poi sto attento alla repressione. Sento la mancanza di democrazia. Soprattutto non mi rendo conto di cosa è possibile fare: ad esempio cerco di tener conto della quantità e del tipo di armi presenti in caserma, o di strappare notizie sui fornitori della mensa. Mi concentro poi su quel che ho capito e so contrastare: il potere dei veci. Poco racconto nelle lettere a casa o ai parenti. Verso la fine del CAR arriva una mattina lo zio Giovanni, parla col capitano e vengo chiamato a rapporto. E’ morto lo zio prete Dionisio e vado in licenza per un giorno a Perosa. Forse è questa morte dello zio Monsignore a farmi dirottare - con altri - dall’artiglieria alpina agli alpini, infatti alla fine del Car vengo spostato a Pinerolo alla caserma Berardi. Saluto con un po’ di vergogna gli amici che andranno lontano, ai confini con l’Austria. Poco prima della fine del Car c’è il giuramento. Io non voglio giurare ma non intendo farmi prendere di punta. Così escogito l’espediente di marciare male, non stare al passo ecc. Dopo inutili tentativi mi lasciano in caserma a pulire sgabelli con altri due o tre. All’arrivo a Pinerolo, un furiere grida quando mi vede per le scale: “Quello è figlio Mao”. Balengo, è il figlio del direttore del cotonificio di Perosa e svela ai veci della compagnia che ho un passato nel movimento studenti di Pinerolo. Così si gioca allo scoperto a Pinerolo. La sera arrivano i veci della compagnia, che sono poi tre o quattro più scalmanati,a farci fare ‘le aquile’ sulle mensole,a fare la’comunione’ con la fetta di patata bagnata nell’urina ecc. Io sopporto qualcosa ma quando mi sbrandano, cioè ribaltano il letto con me sopra decido di resistere. Così resto sotto il letto disfatto finche arriva l’ufficiale di picchetto per l’ispezione notturna. ‘Alzati’. – ‘NO, mi devono rifare i letto i veci’. L’ufficiale mi porta al posto di guardia e mi fa la ramanzina, deve mediare con i veci ma io resto fermo e dormo al posto di guardia. Avrò anch’io un vecio ma non gli farò mai la branda, si rassegna e mi tollera. Quando ci spostano per la scuola mortai ad Aosta ci segue un caporale vecio incaricato di raccogliere la ‘religione’, la tassa che si paga ai vecchi perché facciano festa. Io non la pagherò nonostante le sbrandate e le corvee nei cessi che immancabilmente mi rifilano. Ad Aosta sono quasi sempre punito o di guardia tanto che quando una volta vengono a trovarmi amici da Pinerolo devo trovare un sostituto per il pomeriggio della domenica. Uno dei divertimenti dei veci è farci fare ‘le pince’ cioè i sollevamenti da terra sulle mani. A forza di farne si arriva alle trenta quaranta per volta, il vecio è soddisfatto, ma si soffre. I veci sono un po’ la cinghia di trasmissione nella gerarchia interna alla caserma. In cambio di minori compiti nella gestione (pulizie e guardie) tengono sotto tiro i giovani in modo da accelerare e lubrificare il processo di apprendimento delle regole militari. Dalla loro parte sta la tradizione: hanno subito a loro volta, si sono ‘inquadrati’ e vedono solo questa prospettiva per i nuovi arrivati. Gli ufficiali in fondo hanno fatto la stessa scuola e fanno finta di non vedere salvo quando capitano casi gravi di nonnismo. Una unica soluzione comincia a intrigarmi: ottenere che la naia sia ridotta a due-tre mesi, magari con richiami periodici come in Svizzera, in modo da impedire la segregazione e l’impermeabilità di questo mondo con la società civile. Il vitto comincia ad avere qualche gusto, siamo già in primavera inoltrata, ma non abbonda, una volta - di guardia notturna- mi bevo un mezzo bicchiere di latte condensato rubato in cucina. Al corso mi fanno fare lo specialista al tiro per i mortai, seguo e imparo, poi col tempo capirò quanto è assurdo. Infatti un giorno il tenente ci dice che il tempo di risposta italiano a una invasione è di una decina di minuti. Tempo massimo oltre il quale ‘l’invasore’ acquisisce un vantaggio insuperabile. Ebbene alle manovre, prima si sparare coi mortai ci mettevamo tre giorni, altro che dieci minuti entro cui rispondere. Dopo Aosta rientro a Pinerolo e subito si va in val Thuras per i campi estivi. La vita dei campi dei campi è meno ostica, si tratta di camminare, soffrire magari, ma è una cosa più comprensibile della prigionia in caserma. Nel mezzo delle camminate e delle esercitazioni, brilla però il raid notturno di alcuni esaltati, ufficiali e capitano compreso. che vanno di notte all’assalto di un campo della fanteria in un vallone vicino, con colpi a salve. Una domenica vado in esplorazione con un altro soldato di Torino, su per un canalone della Val Thuras. Saliamo imprudentemente nella gola franosa e ci fermiamo abbastanza in alto, ci diciamo entrambi che siamo un po’ matti e piano piano ritorniamo in basso al campo. Poi parte la marcia di avvicinamento alla val Maira zona di manovra estiva. Abbiamo anche i muli che portano pezzi del mortaio, altri pezzi sono invece sulle spalle degli alpini. Io ho solo la cartella dello specialista al tiro, oltre lo zaino e il fucile, ma un giorno faccio un turno col treppiede del mortaio. Di solito marcio volentieri,e alcuni vecchi per ripicca dicono al capitano che ho nello zaino il libro di Mao. Perquisizione e saltano fuori vari libretti fra cui la raccolta in inglese di canzoni folk di Lomax e una Bibbia. Il capitano è imbarazzato e i vecchi si mordono la lingua. Sovente i piedi cuociono nelle lunghe marce e imparo a passare un filo di cotone nelle bolle. Si sta bene in montagna, si vedono bei paesaggi, ma quelli che arrivano dalle città cercano in tutti i modi di farsi mandare in infermeria. Una sera montiamo la tenda nel vallone di Massello, sotto la cascata del Pis. E’ un tendone, a cui ognuno contribuisce con un piccolo telo e qualche ferro. Nella notte sogno che cadono delle rocce e sveglio tutti. Ci agitiamo nella tenda finche crolla e ci troviamo sotto le stelle. Una sera ad Elva un sergente mi chiede se so portare un fascio di fieno e io dico di sì. purtroppo non me lo posiziono bene sul capo e mi scende sul fondo schiena, faccio una fatica incredibile ad arrivare al paese. Così dopo sono stracco morto e al mio turno di guardia non esco nemmeno dal sacco a pelo. La mattina il capitano chiede chi era di guardia. ‘Non abbiamo avuto la sveglia in tempo per fare il colle!’. Ormai ci si avvia per l’asfalto sperando di non incontrare superiori nel fondo valle. Io medito su cosa mi faranno: una guardia non fatta è un reato grave!. Per fortuna arriviamo al posto tappa e il capitano esce a cercare un TV portatile. Quella sera c’è lo sbarco sulla luna, ma io sto nella mia tenda, non mi interessa, aspetto guai. Il capitano dirà poi :’vedremo quanta CPR darti’… E finisce lì. La cucina ci aspetta ad ogni tappa dove arriva la carrozzabile, C’è anche un magazziniere e poco alla volta la truppa si spoglia dei carichi ingombranti, addirittura i fucili vengono consegnati all’armiere. Il capitano se ne accorge l’unica volta che vuole schierare la guardia, quando ormai siamo in val Varaita. Non si riesce a formare il picchetto, il capitano minaccia sanzioni. La tappa precedente dovevamo scavalcare il colle della Gianna ma la compagnia nel pomeriggio era sgranata per chilometri sulla salita. Io in precedenza avevo rifornito una decina di borracce d’acqua dei rii e adesso molti hanno le gambe tagliate. Quando si arriva a Chiappera ci troviamo con le altre compagnie di alpini. Ricordo che mi rifiuto di andare alla messa al campo. Si fanno le manovre, tre giorni di preparazione prima di sparare i colpi giusti. Vengono sospese perché un fulmine ha colpito degli esploratori in cresta e c’è un ferito. In quei giorni, mi riparo con chiodi da mulo gli scarponi che ormai si aprono a forza di frenare i muli in discesa tenendoli per la coda. Un giorno sono di guardia lontano dal campo, alla polveriera. Una marmotta si avvicina alla parete dove sono nascosto e si infila sotto di me. Ho pensato di sparare ma ho lasciato perdere, mi avrebbero sentito dal campo. Così ricorro alla baionetta e riesco a catturarla non senza averla fatta soffrire. Ma è cibo per me, la spello e la metto al fresco in un torrentello. Dopo pochi giorni vado in licenza e la porto a casa, mia madre saputo come l’ho presa fa una brutta faccia ma la cucina. Qualche timida riunione in caserma di due o tre compagni critici ma nessuna iniziativa. In caserma adesso comincia la preparazione per le manovre Nato in Danimarca. Io faccio sapere che non ci voglio andare. Il capitano non dice niente e mi spedisce con uno strumento topografico a Bousson , per tracciare il poligono di tiro per le Gare militari invernali. Sono sotto un capitano della squadra sportiva e alloggio nella caserma del Genio. E’ una caserma senza mura, molto tranquilla. Circolano atleti e specialisti in vari settori del genio. Traccerò lungo il corso del torrente il poligono, mentre un altoatesino con la escavatrice devia il torrente, costruisce la pista e i rialzi per i bersagli. Questo altoatesino mi insegna a pescare a mani nude le trote nel torrente freddissimo. Ce n’è un bel po’ intrappolate nelle anse sbarrate dal poligono. Vado a casa ogni sabato in licenza. Rientrato a Pinerolo, monto sovente di guardia alla polveriera: le guardie non le digerisco, il sonno rotto, le ispezioni col mitico ufficiale che cerca di sorprenderti ecc. Un alpino di Torino , Clerico, ha deciso di togliersi la divisa, ce l’aveva detto e adesso è in prigione. Un giorno mentre passeggia per l’ora d'aria insieme alle guardie mi avvicino e gli dico qualche parola. Il giorno dopo mi convocano al comando e mi interrogano. Spiego che volevo salutarlo e che mi piace la sua scelta ma io non me la sento . Poi sbotto raccontando una serie di magagne della caserma, dai pasti senza carne da un mese, al capitano che intasca i soldi della decade di chi è in licenza e quelli del lavaggio vestiario che nessuno fa fare. Così finisco dal colonnello Fregosi che mi ascolta tutto gentile, a lui aggiungo che in caserma ci vorrebbe la tv e i giornali per stare informati su cosa succede fuori, qualche assemblea ecc. Non mi ricordo i suoi commenti, ma mi dice che posso andare di ispezione alle cucine. Io lo farò per un giorno ma no so dove mettere il naso e finisce lì. La carne ritorna ma siamo sempre pochi a mangiare in mensa. Il capitano mi tiene una lunga chiacchierata passeggiando in cortile e dicendo che non sapeva che mi interessassero certe cose, mi parla dell’EST Europa e dei fatti di Praga, mi chiede se voglio andare più spesso a casa..,. Esco da questa esperienza sconcertato, non ho realizzato niente movendomi da solo, la struttura è sclerotizzata ma è di gomma in questi casi. In questi mesi c’è l’autunno caldo operaio del 1969 ma io seguo con distacco, non ho ancora esperienze di lavoro alle spalle. In Camerata ci si limita a cantare qualche canzone di sinistra accompagnandosi con la chitarra e l’armonica a bocca. In seguito vado alla scuola sci a Ulzio. Lì finisce la mia esperienza di contestazione nonviolenta. Infatti ormai son un vecchio, ma mi accorgo che sono sempre isolato. La sera i vecchi di Ulzio particolarmente accaniti fanno sfilare i giovani nelle camerate e io dopo aver detto loro si smettere, mi unisco, fra i sorrisini e i commenti dei vecchi e lo stupore dei giovani. Quando un vecio dice a un giovane di buttare il suo materasso in cortile e quello tentenna, io prendo il mio e dico ‘guarda è facile’ e lo scaravento giù’. Il giovane ha una crisi di nervi e lo portano in infermeria. Poi arriviamo dove c’è un sottotenente sdraiato e un vecchio mi dice ‘sbrandalo’. Io afferro il letto e butto per terra l’ufficiale. Finisco in cortile a palare neve. La mattina arriva il capitano vede il materasso e fa una sfuriata. Tutto quell’episodio verrà commentato in libera uscita da alcuni giovani favorevolmente. Dicono che bisogna reagire. Ma ci sarà solo un’inchiesta perché un giovane ha telefonato a un suo zio generale. Io smetto praticamente di intervenire, non voglio che qualcuno subisca repressione e mi dedico allo sci. Dopo la scuola sci si va ai campi invernali a Bousson. In una escursione sopra Sauze d’Oulz ci svegliamo la mattina con la neve fresca sulle tende termiche. Partiamo in gran fretta rinunciando a fare un colle, ma anche scendendo si fa fatica per la neve alta. Il capitano minaccia con la pistola uno che non va avanti…Penso: ‘Se spara gli salto addosso!’ Una sera siamo in rifugio e io intrattengo alcun soldati con chiacchiere sulle donne nella Bibbia. Leggiamo il cantico dei cantici. Faccio vedere il testo di un profeta che da della prostituta al suo popolo. Sono stupiti di questo linguaggio. Il capitano, seduto poco lontano, mi chiede se sono valdese. Ricordo una salita alla Terra Nera in val Thuras, dopo una notte in una stalla sullo sterco gelato. Al ritorno ( si è interrotto l’insieme delle escursioni per una bufera) il capitano mi chiede di cercare una via alternativa di discesa. Vado avanti e trovo degli esploratori fermi con degli sci. Chiedo se posso prenderne un paio, saprò poi che sono del colonnello e scendo con dei compagni. Arriviamo a Ponte Ciataniera presto, non si vedono rifornimenti. Io trovo la chiave della baita dove han dormito gli ufficiali e mi servo di un panino. Più tardi arriva la compagnia e mi presento al colonnello con un panino dicendo’ lo offre il tenente Rossi’. Naturalmente il tenentino fa buon viso ( è il conte di Montelera - della Martini&Rossi) ex studente di destra a Torino. Al ritorno dai campi invernali parte la preparazione per le manovre Nato in Norvegia. Io questa volta ci andrei, per non passare per uno che ha paura del freddo, ma il capitano ormai mi conosce e non mi porterà. Scrivo un messaggio in inglese da dare a un soldato Usa di colore e lo affido a un trasmettitore che conosco e che va in Norvegia. Arrivano i giovani dalla scuola mortai e i miei coetanei mi dicono che ho anch’io un giovane. Dico di non fare i fessi ed esco a comprare un pacco di opuscoli della Claudiana sull’esercito. Riunisco tutti i giovani e li distribuisco. La sera mi trovo il letto fatto. Vado a cercare il mio giovane e lo obbligo a dormirci dentro . Io vado nel suo. Nel buio si sente una discussione esilarante dei miei compagni che si dividono sul giudizio dei miei mesi di caserma. Gli ultimi mesi passano senza storia, mi limito a scrivere alcuni articoletti su ‘Il giornale di Pinerolo e valli’ sulla caserma. Parlo di una messa in caserma e di come ci abbiano fatto fare le pulizie visto che non volevamo andarci. Di una cena dei congedanti con la presenza della mula Gloria reduce dalla Russia. La vigilia del congedo a maggio del 1970, il capitano ci convoca uno per uno in ufficio e chiede se vogliamo iscriverci all’ANA. Ringrazio e dico che ne ho avuto abbastanza. Il cappello da alpino lo regalo a uno zio pescatore che lo perderà in un torrente. Lo stemma della compagnia mortai ad un cugino che non ha fatto il militare. Piero Baral [1]
1 I
capelli corti non mi preoccupano, li portavo cortissimi da anni. Erano
spiazzanti, nel
momento alto dei ‘capelloni’ e li accompagnavo a scarpe da
ginnastica con scritto ‘Yankee go home’ e ‘No bomb in
Vietnam’
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