Django Reinhardt, il dio zingaro della chitarra
di Giordano Montecchitutti gli articoli dell'autoreLa storia è di quelle che fanno palpitare: avventura e
sventura mescolate insieme, di quelle storie che non basta un film
per raccontarle. Perché è vita vera, sofferenza, passione,
sogni, miseria, fortuna, genio e sregolatezza. Insomma: Django
Reinhardt. Era il 23 gennaio di cent’anni fa. A Liberchies,
qualche centinaio di anime poco a nord di Charleroi, Belgio,
faceva un freddo cane. Appena fuori dal villaggio da qualche
giorno c’era una carovana di zingari, cinque o sei roulottes
malandate, coi loro cavalli smagriti, i falò per scaldarsi, e, al
centro, una piccola tenda da circo. Quel giorno, in una delle
roulotte, Laurence Reinhardt partorì un maschietto. Laurence era
così scura di pelle da essere soprannominata «Negros». Era
l’acrobata del circo ed rimasta incinta di Jean Vées, acrobata
anche lui e, quando poteva, musicista: chitarra, violino, un po’
di tutto. Lei però non volle saperne di sposarlo. Il bambino si
chiamò Jean-Baptiste, ma presto gli fu affibbiato l’immancabile
soprannome: Django.
IL BANJO A DODICI ANNI. La carovana viaggò ancora molto.
Girovagarono per l’Italia, poi furono in Algeria e infine si
fermarono alla periferia di Parigi. Sua madre gli regalò un
banjo, e a dodici anni Django accompagnava già suo padre e suo
zio che si esibivano al caffé del mercato delle pulci di
Clignancourt, poco fuori Parigi. Django era bravo, molto bravo,
suonava la chitarra con una grinta e una velocità da lasciare a
bocca aperta. A diciotto anni aveva già registrato qualche
traccia, aveva la sua piccola fama, ma era e restava uno zingaro e
ogni notte tornava a dormire nella sua vecchia roulotte. La sua
seconda nascita avvenne nel 1928 e fu tragica. Era ottobre, il 26.
Jack Hylton, leader di un’orchestra alla Paul Whiteman piuttosto
famosa, gli offrì di entrare nella sua band per una tournée in
Inghilterra. Era fatta!
Forse quella sera Django era eccitato, fatto sta che rovesciò la
candela accesa e i fiori di celluloide da vendere l’indomani
davanti al cimitero presero fuoco e in un baleno la roulotte fu
avvolta dalle fiamme. Bella Baumgartner, la sua compagna, se la
cavò con poco, ma Django riportò ustioni gravissime sul lato
destro del corpo e alla mano sinistra. Diciotto interminabili mesi
di ospedale, e alla fine, mignolo e anulare della mano sinistra
rimasero paralizzati. I medici furono unanimi: la sua carriera di
musicista era finita. Ma non sapevano con chi avevano a che fare.
Perché da quel rogo di miseria ed emarginazione, qualcosa che ben
conosciamo ancora oggi, era nato Django Reinhardt, il dio zingaro
della chitarra. Dio, perché nessun essere umano avrebbe potuto
essere così testardo, inventarsi un modo di suonare con solo due
dita e diventare un virtuoso impressionante, rivoluzionando la
tecnica e il destino della chitarra.
La carriera fu sfolgorante. Incontrò il suo alter ego in Stéphane
Grappelli, violinista tanto per bene quanto Django fu sempre
imprevedibile, sbruffone, spendaccione. Col loro celeberrimo
Quintette du Hot Club de France furono i protagonisti assoluti del
trapianto del jazz in Europa, con Monsieur Grappelli perennemente
imbarazzato per le figuracce cui lo costringeva Django: analfabeta
vero, per il quale un contratto era solo carta; nomade
nell’anima, bisognoso ogni tanto di sparire per tornare alla sua
roulotte e alle sue radici. Django era fin troppo «fenomeno» per
accodarsi a una musica altrui qual era in fondo il jazz. Andò in
America, ma il suo idolo Duke Ellington fu una delusione: tutto
troppo ordinato, ufficiale, per lui che non volle mai leggere una
nota di musica. Django era un sinti, che in Francia sono detti
manouche, ricchi come tutte le etnie zingare di una loro
tradizione musicale tutta chitarre e violini. Django la «contaminò»
e nacque il jazz manouche, jazz portatile: chitarra e violino
solisti, niente batteria ma due chitarre e contrabbasso per la
pompe, così si chiama quel ritmo indiavolato che ti scortica e
sale su dalle piante dei piedi.
INCIDENTE PITTORESCO Curioso sfogliare le pagine di allora. Per
André Hodeir, grande jazzologo, Django non era jazz, ma solo un
«incidente pittoresco». Ma girate oggi per dischi, o per locali.
I gruppi di giovani e giovanissimi, calamitati da questo modo
sfrenato di scoparsi la chitarra, sono una schiera e gli scaffali,
quelli che restano, pieni di questa musica, un po’ jazz un po’
world music, con protagonisti dai nomi così inesorabilmente
diasporici: Bireli Lagrène, Stochelo Rosenberg, Angelo Debarre,
Tchavolo Schmitt ecc. Hodeir toppò, ma non Eric Hobsbawm, che
nascosto dietro lo pseudonimo di Francis Newton nel 1959
pubblicava The Jazz Scene, magnifica storia del suo oggetto amato.
Dice Hobsbawm: «è significativo che Reinhardt sia fino ad ora il
solo europeo che abbia conquistato un posto nell’Olimpo del
jazz... ed è significativo che si tratti di uno zingaro». Perché
insistere su quel «significativo»? Perché un grande storico
come Hobsbawm aveva capito che il destino del jazz non era quello
di essere solo la musica dei neri. Il jazz era l’annuncio che
una nuova musica alzava la voce: la musica di quelli che il «primo
mondo» ha sempre ignorato o odiato. Django è storia di adesso.
