INTERVENTO
Dismissioni. La logica della Fiat
OSVALDO SQUASSINA *
La Fiat, nei giorni scorsi, ha presentato il
suo piano di ristrutturazione e riorganizzazione.
Ora, anche se gli annunci "ufficiali" parlano di
ricadute occupazionali limitate per gli stabilimenti italiani, in
realtà molti sono i segnali preoccupanti per i lavoratori sui
quali è bene fermarsi a riflettere, sia per quanto riguarda la
tenuta dell'occupazione, sia per le conseguenze sulle condizioni
di lavoro in fabbrica.
E' evidente che siamo in presenza di una crisi che la Fiat pensa
di fronteggiare mediante:
chiusura di 18 stabilimenti nel mondo, di cui 2 in Italia;
espulsione dalle fabbriche di circa 6.000 lavoratori;
riorganizzazione dell'attività produttiva, mediante
trasferimento di produzioni e flessibilizzazione totale
dell'utilizzo del personale e degli impianti.
L'annuncio di queste scelte descrive solo il quadro iniziale di
un processo che sarà, a mio parere, più profondo.
Oggi la scelta immediata è quella di tagliare tutto ciò che
viene considerato un costo per la Fiat e contemporaneamente, per
reperire risorse economiche, viene varato un piano di cessioni
che passa anche dalla vendita di intere società. La scelta di
cessare l'attività in due importanti stabilimenti a Torino è
esemplare per due ragioni: la prima perché corrisponde
all'esigenza di reperire risorse mediante la vendita delle aree;
la seconda, ancora più importante, perché queste chiusure si
collocano nel processo di progressivo abbandono degli
stabilimenti collocati al nord, per concentrare progressivamente
le attività produttive al sud d'Italia, dove le condizioni del
mercato del lavoro rendono più ricattabili i lavoratori, dove il
livello d'utilizzo degli impianti è maggiormente soggetto al
potere discrezionale dell'azienda e dove i salari medi sono più
bassi. Tutto questo in un ambiente dove la presenza del sindacato
è più debole.
Non possiamo illuderci che un processo di questo genere possa
fermarsi qui. Dopo il sud d'Italia, ci sarà sempre un altro sud
nel mondo, perchè lo sviluppo di un'impresa non avviene più
attorno ad un progetto che combina prodotto, mezzi di produzione
e capacità umane, in una dinamica che la lega al sistema sociale
in cui è inserita, ma diventa un puro mezzo di ricerca della
massima resa finanziaria di chi controlla la proprietà.
Sulla base di questa logica, non solo cambia l'organizzazione
della fabbrica e del modo di produrre, ma la stessa
localizzazione delle attività si modifica. Infatti, la scelta
Fiat di esternalizzare parti del processo produttivo e dei
servizi si muove nella stessa logica, quello che oggi viene fatto
dentro gli stabilimenti, da società distinte dalla Fiat, domani
potrebbe essere prodotto in altri paesi.
Mentre il governo promette il proprio sostegno politico ed
economico alla Fiat, mettendo a disposizione del piano aziendale
risorse e strumenti, che rischiano di andare sprecate, dobbiamo
interrogarci sulle scelte discriminanti indispensabili. Una
strategia come quella delineata dalla Fiat significa meno
prodotti di qualità, abbattimento dei costi a spese
dell'occupazione e delle condizioni di lavoro, riduzione dei
diritti e delle libertà individuali e collettive, perdita delle
fasce di mercato.
Di fronte a questa situazione quali sono le risposte?
Il sindacato dovrebbe costruire una linea alternativa basata
sulla richiesta di un piano industriale che preveda elevati
investimenti finalizzati all'ampliamento della gamma dei prodotti
con maggiore valore aggiunto, e contemporaneamente assicurare
continuità produttiva a tutti i siti produttivi attraverso
investimenti mirati. E' necessario valorizzare il lavoro degli
operai e delle operaie assicurando loro una formazione
professionale permanente, e nello stesso tempo i salari dei
lavoratori dipendenti devono essere rivalutati e aumentati.
Bisogna riprendere con forza la strategia della riduzione degli
orari di lavoro, affinché una parte dei benefici derivanti
dall'innovazione tecnologica e dalla maggiore produttività
vadano a migliorare la qualità della vita di chi lavora e, nello
stesso tempo, a difesa dei posti di lavoro.
Nell'ambito di una strategia della riduzione degli orari di
lavoro, un reale investimento può essere quello che vede
intrecciarsi la riduzione del tempo di lavoro con il tempo
dedicato alla formazione ed alla crescita professionale, portando
l'orario di lavoro settimanale verso le quattro giornate
lavorative, retribuite cinque, anche utilizzando il contributo
pubblico che può venire attraverso forme nuove di
decontribuzione, contrastando la logica perversa di destinare
risorse economiche alla "rottamazione" dei lavoratori e
dei posti di lavoro.
Qualche commentatore potrà obiettare che si tratta di una
ricetta vecchia. Io, invece, vorrei invitare tutti a riflettere
sul fatto che in questi ultimi anni la Volkswagen, praticandola,
ha guadagnato in competitività e in quote di mercato, mentre la
Fiat scegliendo la strada opposta le ha perse.
Il piano della Fiat, per essere seriamente respinto, necessita di
una riflessione che coinvolga tutto il sindacato per costruire
una piattaforma rivendicativa e avviare seriamente una lotta
unitaria al fine di mettere insieme i lavoratori degli
stabilimenti Fiat del Sud d'Italia - per migliorare le loro
condizioni di vita e di lavoro - con i lavoratori del Nord
d'Italia per respingere la chiusura delle aziende e la
cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Tutto questo
dovrebbe, a mio parere, essere accompagnato da una forte
iniziativa politica e culturale per un diverso sviluppo
economico.
* Segretario generale della Fiom di Brescia