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di Loris
Campetti
RINALDINI
La Cgil di fronte al «bivio-Marchionne»
«I padroni vogliono tutto»
È impensabile un'intervista a Gianni Rinaldini che non abbia al centro la
Fiom, e la Fiat. Non è sufficiente passare il testimone di segretario per
cambiare l'agenda e le passioni. Ma anche a voler parlare, come si diceva
una volta, di fase politica e nostri compiti, non si può eludere il
conflitto scatenato dalla rivoluzione - o restaurazione? - delle relazioni
sindacali imposta da Sergio Marchionne.
Nel difficile confronto che la Fiom sta sostenendo alla Fiat il
rischio più grande è l'isolamento. Cosa pensi del silenzio, quando va
bene, dell'opposizione politica su Pomigliano, Melfi, sulla cancellazione
del contratto? Il Pd non sembra in grado di reggere la divisione
sindacale.
È evidente che, a partire dal Pd, c'è un'incapacità a prendere
posizione su qualsiasi cosa. Ed emerge una diffusa subalternità alla Fiat
che arriva al punto di far digerire persino la cancellazione del contratto
nazionale conquistato grazie alle lotte dei lavoratori. Una cancellazione
che è il prodotto degli accordi seperati. Sta passando un nuovo sistema
di regole, per aggiunta neutralizzabile con le deroghe, senza che
quest'impianto venga sottoposto al voto delle persone interessate. Chi si
oppone a Berlusconi trova difficoltoso pronunciarsi sul superamento del
diritto del lavoro, e questo la dice lunga sulla crisi delle forze
democratiche. Sapendo di mentire, dicevano che il ribaltamento della
democrazia a Pomigliano, con il diktat Fiat «o il lavoro o i diritti»
sarebbe rimasto un caso isolato. Oggi è difficile negare che la Fiat
voglia estendere d'ufficio il modello Pomigliano a tutti gli stabilimenti
e per questo, oltre alle deroghe contrattuali promesse da Federmeccanica
con il sostegno e la disdetta del contratto unitario da parte di Fim e
Uilm, Marchionne pretende anche deroghe specifiche per sé.
Ti sembra che la Cgil abbia un ruolo attivo e di sostegno nella
partita che sta giocando la Fiom?
Il virulento assalto contro la Fiom è un aspetto del quadro
generale in cui ci sono una Finanziaria che umilia la Cgil e l'atteso
collegato sul lavoro di Sacconi con un avviso comune con Cisl e Uil.
Mentre la Cgil auspicava un piano del lavoro si sono messi in tasca il
blocco delle assunzioni nel pubblico impiego e la strage dei precari, a
partire dalla scuola. E la Fiat detta a tutti le sue regole: vuole
affermare un rapporto diretto tra mercato e condizioni lavorative, con le
imprese trasformate in macchine da guerra. Basta con il conflitto tra
padroni e operai, l'unico conflitto è quello tra imprese senza più la
mediazione sociale e dunque il ruolo contrattuale del sindacato. La
pretesa abolizione del diritto di sciopero è la conseguenza del fatto che
l'azienda deve poter decidere tutto unilateralmente, ritmi, cadenze,
condizioni non negoziabili su cui pretende la firma dei sindacati
trasformati in garanti nei confronti dei lavoratori. Il conflitto sociale
è ridotto a fatto eversivo. Se è questo lo scenario, dalla Cgil mi
aspetto un giudizio netto, sulla Confindustria e su Marchionne. Non è in
gioco solo la Fiom con i metalmeccanici ma l'insieme delle relazioni
sociali e delle regole democratiche.
Chiedi lo sciopero generale?
Ci sono tutte le condizioni per un'iniziativa forte, di lotta,
della Cgil. Vedremo cosa uscirà dal direttivo della prossima settimana in
cui si discuterà anche del meccanismo per l'elezione della persona che
prenderà il posto di Guglielmo Epifani. Devo dire che stiamo assistendo,
per la prima volta nella nostra storia, a un'elezione mediatica del nuovo,
anzi della nuova segretaria. La Cgil deve prendere atto che la situazione
è cambiata, anzi è precipitata dal Congresso, quindi anche le politiche
vanno riviste. È in atto un'operazione che, insieme alla precarizzazione
di massa, punta alla distruzione del ruolo storico della Cgil, e noi che
diciamo? Sostenere il «patto sociale» o «di solidarietà» è parlar
d'altro. Serve un sindacato che scelga di muoversi su un terreno
rivendicativo, non concertativo e si batta per la definizione di regole e
leggi realmente democratiche che consentano di certificare la
rappresentanza dei sindacati e restituisca, finalmente, la parola ai
lavoratori che devono poter decidere sugli accordi e i contratti che
riguardano la loro vita e il loro lavoro. L'assenza di regole nel lavoro
ha qualcosa a che fare con la torsione delle regole democratiche e
l'assalto alla Costituzione. La Fiom sta facendo la sua parte, con la
grande manifestazione del 16 ottobre che riguarda tutti. Anche la Cgil
deve fare le sue scelte.
Il modello sociale di Marchionne rimanda all'esperienza Usa.
Siamo alla beffa: gli Usa sono capofila di questa crisi mondiale
distruttiva. La crisi delle big three dell'auto, senza la tutela del
contratto nazionale e senza welfare, è stata devastante per i lavoratori.
Nelle 3 realtà in cui il sindacato è presente i lavoratori hanno sanità
e previdenza, e sappiamo quali prezzi hanno pagato, per esempio alla
Chrysler. In tutte le altre realtà non hanno nulla e nulla hanno salvato.
L'assalto di Federmeccanica,
disdetta del contratto metalmeccanico
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del 08/09/2010
Fiom: «Decisione gravissima,
irresponsabile, illegittima». Oggi il sindacato di categoria della Cgil
deciderà le iniziative
Federmeccanica a testa bassa
contro il contratto dei metalmeccanici. Ieri il direttivo
dell'associazione imprenditoriale ha deciso di recedere dagli impegni
dell'accordo siglato nel 2008 e ancora vigente. Il recesso, ha spiegato il
presidente, Pierluigi Ceccardi, avviene «per ragioni cautelative» e «per
garantire la migliore tutela delle aziende». Cautele da chi e da cosa?
Semplice, dall'azione legale e dall'iniziativa sindacale della Fiom che,
non avendo firmato l'intesa del 15 ottobre 2009 che si rifà all'accordo
quadro firmato solo da Cisl e Uil nel gennaio dello stesso anno, intende
mantenere in vigore le regole della concertazione del 1993. Regole che
rispetto al rinnovo del 2009 prevedono un regime normativo migliore almeno
fino al 2012 quando, stando alla deliberazione di Federmeccanica, si
passerà al nuovo modello.
Intanto, il presidente di Federmeccanica ha rimandato tutto alla riunione
del 15 settembre a Roma, definita «ricognitiva e progettuale», solo con
chi ha firmato l'accordo del 2009. Il merito di questa vicenda arriverà
direttamente nelle aule di tribunale.
L'aspetto politico, invece, fa parte di una partita più complessa che si
gioca su più tavoli e chiama in causa direttamente la Fiat. Proprio ieri
il segretario Cisl Raffaele Bonanni ha sostenuto la necessità di
generalizzare il modello di "Fabbrica Italia", che Sergio
Marchionne vuole sperimentare a Pomigliano, praticamente in tutti i
settori produttivi del Paese. Il presidente di Federmeccanica, invece,
tiene a spiegare che «Fiat non ha spinto» per la disdetta, «ma si
tratta di un'esigenza di tutto il settore metalmeccanico». Federmeccanica
sa benissimo che con questo atto ha di fatto aperto un periodo di scontro
duro nei luoghi di lavori. E ha accompagnato la disdetta unilaterale con
la richiesta «urgente» di una regolamentazione «condivisa del sistema
di rappresentanza, sulla cui necessità esiste generale consenso e
disponibilità dichiarata dalle parti». Una strizzatine d'occhio alla
Cgil e al Pd, che in questa fase, secondo l'impostazione di
Federmeccanica, sono chiamati a fare da cuscinetto tra gli imprenditori e
la Fiom. Quale sistema di rappresentanza potrà mai uscire da un alveo in
cui l'attacco ai diritti dei lavoratori è stato portato avanti ad alzo
zero? Gli imprenditori metalmeccanici temono che l'"atto dovuto"
della disdetta (Fim e Uilm l'avevano già fatto lo scorso anno) porti non
poche grane sotto il profilo della gestione della conflittualità
quotidiana nei luoghi di lavoro. Duro il commento della Fiom: «Quella
assunta da Federmeccanica è una decisione gravissima e irresponsabile,
che lede i principi democratici del nostro Paese. Si decide, infatti, di
cancellare il contratto nazionale di lavoro, in accordo con sindacati
minoritari e impedendo alle lavoratrici e ai lavoratori di potersi
esprimere sul loro contratto», afferma in una nota il segretario generale
della Fiom Cgil, Maurizio Landini. «Si tratta di una violazione delle
regole e della rottura dei principi democratici alla base degli equilibri
sociali», aggiunge. Oggi stesso il Comitato centrale della Fiom «assumerà
tutte le decisioni necessarie». La Fiom ha rivolto una semplice quanto
imbarazzante domanda alle altre organizzazioni sindacali. «Chi ha dato il
mandato di cancellare il contratto nazionale?».
La disdetta da parte di Federmeccanica del contratto dei
metalmeccanici/versione 2008 non piace al Pd. «È stato un errore, non
sono decisioni utili, ci stiamo mettendo su una strada che non porta alla
soluzione dei problemi», ha commentato Pierluigi Bersani, a margine di un
convegno del suo partito. «Siamo tutti d'accordo sul fatto che bisogna
riconoscere relazioni sociali nuove, e prendere atto di dover ragionare in
maniera aperta - ha aggiunto il segretario del Pd -, la chiave è chiedere
una sponda nella normativa, una legislazione nuova, e dall'altro
assicurare percorsi di partecipazione ai lavoratori. La partecipazione
deve essere assicurata. Se poi non ci fosse accordo interfederale allora
ci potrebbe essere la normativa».
Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, la disdetta di Federmeccanica
«è la dimostrazione che in questo paese sono le imprese a non voler
rispettare gli accordi liberamente sottoscritti. La loro unica
preoccupazione è quella di scaricare per intero i costi della crisi sui
lavoratori dipendenti, con il miraggio di recuperare competitività
tramite il congelamento dei salari e la cancellazione dei diritti
conquistati in decenni di lotte». «Si tratta di un atto arrogante e
irresponsabile, - prosegue Ferrero - in piena sintonia con le politiche
del lavoro di un governo reazionario come quello Berlusconi». Il Prc
rilancia il sostegno e invita alla partecipazione della manifestazione
nazionale a Roma, indetta per il 16 ottobre dalla Fiom Cgil, «capace di
bloccare questa distruzione continua del tessuto sociale. Il primo passo
è quello di mandare immediatamente a casa questo governo e di affrontare
quanto prima nuove elezioni, mettendo fine al berlusconismo sia sul piano
politico che su quello sociale».
Il pugno di ferro degli
industriali
di Luciano Gallino
su la Repubblica del 08/09/2010
Il contratto nazionale di lavoro
dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire una distribuzione
del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali
sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori. Diritti e
doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in
vigore. La disdetta dei contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di
Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei
lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno
infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a
favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di PiI, va
notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai
primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l'alto ha
impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda
interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in
corso. Quanto al diritti, sono sotto attacco sin dal primi anni 90 e la
loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici
che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui
lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro
discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni,
gli orari, l'intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la
durata del contratto. Si potrebbe obbiettare che il contratto dei
metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni
di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che
altrisettori dell'industria e dei servizi seguiranno presto l'esempio di
Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non
l'ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello
per le relazioni industriali. Le conseguenze? Ci si può seriamente
chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come
possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i
costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e
Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani
mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto
ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in
reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di
competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non
sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché
sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe
aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che
ora vedono l'Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta
il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come
fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di
competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli
stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e
l'università, invece di tagliarli con l'accetta come si sta facendo. A
fronte di ci che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente
con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al
contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la
temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i
lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli
anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché
non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto
vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super
tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.
"Federmeccanica ha violato
la legge pronti alla denuncia"
di Paolo Griseri
su la Repubblica del 08/09/2010
Intervista a Maurizio Landini
PAOLO GRISERI
Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia
legale».
Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice
Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa
riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido
fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido,
non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver
violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E' il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».
Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi
convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole
dell'accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di
Pomigliano un contratto».
Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di
Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori
metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per
modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo chel'accordo del 2008 era
stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che
dunque possono trattare a nome di tutti...
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per
tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché
l'anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al
referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le
aziende. Non siete d'accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di
lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono
chiederci per di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero.
L'idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è
sbagliata. Negli Usa l'assenza di un contratto nazionale ha consentito ai
giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così
la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi...
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista:
vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è
l'unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile peri titolari di
quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti
imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata
dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E
che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum,
come vuole la democrazia».
Il retroscena
Marcegaglia dice sì a Marchionne
così la Fiat resterà in Confindustria
L'ad del Lingotto ha posto un ultimatum preciso: "Le nuove
regole entro due mesi" di
ROBERTO MANIA
ROMA - Sono Emma Marcegaglia e
Sergio Marchionne ad aver imposto la linea dello scontro alla
Federmeccanica. È il compromesso tra il leader degli industriali e il
capo della Fiat siglato a Roma il 28 luglio che ha portato alla decisione
clamorosa di ieri: il "recesso" dal contratto nazionale dei
metalmeccanici. Non da quello che si applica effettivamente nelle grandi
blasonate multinazionali come nelle piccole officine del nord-est e del
Mezzogiorno italiano, bensì da quello che solo la Fiom-Cgil considera
ancora in vigore e che è anche l'ultimo contratto nazionale sottoscritto,
nel 2008, da tutti i sindacati. Allora c'era il vicentino Massimo Calearo
alla guida della Federmeccanica e soprattutto c'era Luca Cordero di
Montezemolo al vertice di Viale dell'Astronomia. Un'altra epoca per le
relazioni industriali, quella della rappacificazione dopo l'ondata di
accordi separati, frutto del Patto per l'Italia del 2002 con la regia del
governo Berlusconi II.
Poi, però, è venuta la riforma del modello contrattuale senza la firma
della Cgil, la grande crisi che ha sconvolto il globo, e pure il
caso-Pomigliano. Perché da lì, dal mancato plebiscito dei riottosi
operai campani, sotto la spinta del no della Fiom, alla nuova
organizzazione del lavoro nello stabilimento Fiat che dovrà produrre a
ritmi polacchi la Panda, che nasce tutto. E che porta al patto estivo in
extremis Marcegaglia-Marchionne. Un compromesso per salvare la
Confindustria, proprio nell'anno del suo centenario, ma non il contratto
nazionale e forse nemmeno la pace sociale. Anzi.
Sergio Marchionne era pronto a far uscire la Fiat dalla Confindustria
quando si è accorto che al Giambattista Vico di Pomigliano d'Arco avrebbe
avuto non pochi problemi ad applicare le nuove regole. Non tanto i 18
turni di lavoro, con meno pause e ritmi accelerati; quanto le 80 ore di
straordinario comandato aggiuntive alle 40 già previste, il mancato
pagamento dei primi tre giorni di malattia in coincidenza di un
assenteismo anomalo, le sanzioni per chi non rispetta i patti. Insomma le
materie che secondo la Fiom, ma non solo, incrociano le tutele previste
dalle leggi e, forse, anche dalla stessa Costituzione, a cominciare
dall'esercizio del diritto di sciopero, e che derogano - appunto - le
norme fissate nel contratto del 2008. D'altra parte la Fiom l'aveva detto:
passeremo alle vie legali. Una guerra giudiziaria lunga, sfibrante, dagli
esiti assolutamente incerti. Basti vedere cosa sta accadendo a Melfi dopo
il licenziamento dei tre delegati della Fiom. Una battaglia incompatibile
con la cultura manageriale di Marchionne abituato a decidere in tempi
rapidi per risolvere i problemi, allergico alla decantazione dei problemi.
Due mosse servivano per uscire dall'impasse a meno di lasciare ai polacchi
di Tichy la produzione della Nuova Panda e tradire così l'accordo firmato
con Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil). Da una parte, dunque,
la costituzione a Pomigliano d'Arco di una new company (cosa che è poi
accaduta con Fabbrica Italia Pomigliano) e l'uscita dalla Federmeccanica
per applicare non più il contratto nazionale bensì l'accordo per
Pomigliano. Uno strappo, ma anche uno schiaffo alla Confindustria. Perché
la tentazione di Marchionne di fare da sé, di cancellare le antiche
liturgie dei grandi tavoli sindacali, avrebbe fatto senz'altro la
Confindustria come prima vittima, non più uno strumento per tutelare
meglio gli interessi delle imprese, bensì, più o meno, un ostacolo nella
realizzazione dei piani aziendali. Ma una Confindustria senza la Fiat
sarebbe stata un'altra cosa. Una piccola Confindustria.
Di fronte all'allarme di Viale dell'Astronomia, Marchionne ha chiesto una
soluzione alternativa, purché rapida. Dalla Confindustria è arrivata la
proposta: cambiamo le regole del gioco attraverso le deroghe previste dal
contratto separato del 2009. Un pezzo del "modello tedesco" -
perché anche lì ci sono le clausole d'uscita dal contratto - che però
rischia di portare al conflitto anziché alla partecipazione. Marchionne
ha accettato ponendo un ultimatum: "Tutto entro due mesi". La
Marcegaglia ha salvato la sua Confindustria. E la Fiom si prepara alla sua
lotta vecchio stile.
di Loris
Campetti
STRAPPO SUICIDA
Marchionne comanda, Ceccardi obbedisce. Il modello di relazioni sociali in
Italia dev'essere quello imposto a Pomigliano d'Arco, senza scioperi e
senza mensa, senza orari e senza diritti sindacali e chi si mette di
traverso fuori dai piedi. O così o me ne vado da Federmeccanica, dal
contratto, dall'Italia, aveva minacciato l'uomo forte del Lingotto. E
Federmeccanica ha eseguito, tra gli applausi del governo e i brindisi dei
sindacati complici, eccitati dall'esclusione della Fiom da ogni confronto.
Fatta la legge, trovato l'inganno. Traduzione della Federmeccanica: fatto
il contratto, trovata la deroga. Tutto sta a scegliersi il contratto
giusto, quello che già contenga in sé la possibilità di disattenderlo.
Sulla base di questo presupposto, ieri l'organizzazione delle imprese
metalmeccaniche ha decretato la morte del contratto nazionale di lavoro
siglato unitariamente da tutti i sindacati di categoria e sottoscritto con
un referendum dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. E una volta
cancellato unilateralmente il contratto legittimo, che per comune
decisione di tutti i contraenti deve restare in vigore fino al 31 dicembre
del 2011, Federmeccanica ha deciso di riconoscersi in quello separato del
2009 che la Fiom non ha firmato e la cui legittimità continua e continuerà
a contestare, anche perché quel testo non è mai stato sottoposto al
giudizio degli interessati.
La ragione della scelta è semplice: riconvocare i firmatari dell'accordo
separato e decidere «insieme» le deroghe necessarie a neutralizzarlo.
Con una fava si prendono due piccioni: si espelle la Fiom dalla trattativa
e si obbedisce al diktat Fiat che pretende un contratto per sé, vale a
dire per il solo settore auto. Di deroga in deroga, i contenuti del futuro
contratto sono già scritti, ben prima della finta trattativa con i
sindacati compiacenti già chiamati a corte e sono in tutto e per tutto
eguali a quelli imposti con il famigerato referendum truccato agli operai
di Pomigliano d'Arco. Per la precisione, siccome Marchionne voleva un
contratto personalizzato mentre lo stato maggiore delle imprese di
categoria voleva estendere le deroghe a tutti i settori, alla fine
Federmeccanica ha fatto il più uno, deroghe per tutti e qualche
supplemento per l'auto per consentire alla Fiat di estendere la vergogna
di Pomigliano a tutti i suoi stabilimenti italiani.
Il presidente di Federmeccanica Pierluigi Ceccardi ha rasentato il comico,
quando al termine del direttivo della sua organizzazione ha dichiarato ai
giornalisti che «Fiat non ha spinto per niente». Infatti non ha spinto,
Sergio Marchionne ha semplicemente ordinato a Federmeccanica di fare «in
piena autonomia» tutto quel che ha fatto per evitare la fuoriuscita del
socio principale dalla cricca padronale in tuta blu. I consigli
ragionevoli di ex soci e dirigenti di Federmeccanica non sono stati
minimamente presi in considerazione. Eppure dicevano che dividere i
sindacati non conviene perché non aiuta a sconfiggerli (Cesare Romiti), e
che la strada dei contratti separati senza la Fiom genera conflitto e
dunque non va percorsa (Innocenzo Cipolletta). Sarà interessante vedere
cosa succederà in quelle fabbriche, e sono tantissime, in cui l'unico
sindacato presente è la Fiom e in quelle, e sono la maggioranza, in cui
la Fiom è l'organizzazione che rappresenta la maggioranza assoluta dei
dipendenti. Se cercano la rissa, la troveranno. In alcune regioni, a
partire dall'Emilia e dalla Toscana, alla vigilia dell'annunciato «recesso»
dal contratto 2008 da parte della Federmeccanica, alcuni imprenditori
hanno già sottoscritto accordi con la Fiom che ne prevedono
l'applicazione.
Contraddizioni in seno al padronato. Il cui vertice chiede ai
metalmeccanici Cgil di «ravvedersi», e raccoglie con grossolana
soddisfazione la capitolazione subalterna dei sindacati «complici» che
ringraziano a ogni schiaffone che ricevono da Marchionne e dalla
Federmeccanica. Il prossimo passo - assai probabile, visti gli andamenti
delle ultime elezioni delle Rsu in molte fabbriche che premiano la Fiom e
penalizzano in particolare la Fim - sarà il premio padronale agli operai
che si iscriveranno al sindacato giusto. In qualche posto sta già
capitando. Sarebbe interessante se chi sogna il dopo Berlusconi si
interrogasse su quel che sta succendendo in Italia. |
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