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11 TESI DOPO LO TSUNAMI - PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE
Quando la politica non sa più parlare, il ceto politico parla solo a se stesso di se stesso, non interpreta la società e ne rincorre le pulsioni
Centro Studi per la riforma dello Stato

1. CAMBIO DI PASSO
Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall'heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell'iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c'erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D'altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C' è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.

2. DOPPIO FALLIMENTO
Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l'opinione di centro si è avvicinata all'opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l'illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C'era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell'iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l'Ulivo, poi l'Unione, poi il Partito democratico. Che quest'ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra.

3. POLITICA MUTA
Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l'equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l'equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L'equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com'è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se lo assumi così com'è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, inneschi un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l'antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.

 4. DECIFRARE E TRADURRE
Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto.. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell'agire politico, vero e proprio fatto d'epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E' la politica che deve interrogare la società, e il dato che c'è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.

 5. COSTRUIRE IL SOCIALE
Quale, su questo punto, la differenza tra adesso e ieri? In passato c'erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c'è più quindi voce sociale, aumenta l'obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.

6. DISAGIO E PAURA
C'è un'ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall'America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E' una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell'animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c'è la sinistra. E' una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell'evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.

7. IL CONVITATO DI PIETRA
C'è un retroterra di questo discorso,che funge un po' da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c'è da capire dove cadrà l'accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c'è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C'è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l'emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c'è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.

8. SINISTRA, CHI SEI?
Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l'Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l'anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell'eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.

9. LAVORO E SAPERE
La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un'idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l'esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C'è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po' la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E' prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c'è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo «mondo del lavoro». Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel «fare popolo» come «soggetto politico». Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.

10. IL VECCHIO CHE AVANZA
Diceva Brecht: sul muro sta scritto "viva la guerra"/ chi l'ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti.

11. TRACCE DI CIVILTA'
Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un'operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell'avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l'ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti, si diventa un'altra cosa.

 

'Semplificato' il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua rifondazione ,senza rappresentanla classe   .  Perciò, prepariamoci  a tempi duri, che già sono lì presenti nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza.

Destra e sinistra sono dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le contraddizioni della società , che  restano tutte- dall'ambiente  alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e alla pace - rendono necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non abbiamo fretta di dargli un volto.  (piero)



Campagna elettorale a vignette

il commento di Ezio Mauro- video-

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risultati locali 2008- link

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combatir a los patrones, como sea y donde sea, es la unica ley que tenimos nos explotados

e questo sarebbe la classe 'digerente'?

 

  

Riportiamo qui sotto la denuncia dell’Adusbef. In 4 anni gli utili delle banche italiane sono praticamente raddoppiati, mentre le tasse sono salite a passo di lumaca, protette da una “rete di protezionismo scandaloso”. Lo sostiene l’Associazione dei consumatori, Adusbef: in base ai dati di Bankitalia tra il 2002 e il 2006 l’utile lordo del sistema bancario è passato da 15,9 a 30,5 miliardi di euro (+ 91,5%) quello netto è passato da 9,9 a 22,7 miliardi (+ 129%). Ciò che “meraviglia” prosegue l’Adusbef, è l’andamento delle incidenze delle imposte dirette sull’utile lordo: da 6 miliardi di euro nel 2002 (37,8%) a 7,7% miliardi nel 2006 (25,4%), “con un aumento pari al 28,9%, quando l’utile lordo è variato del 91,5%”. Stesso andamento per le imposte indirette, aumentate da 2,3 a 2,6 miliardi di euro circa + 11,7%.

   

Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia.

 

 

La Vignetta di Mauro Biani

(male)Pensate sparse circa le elezioni politiche 2008

Dopo 5 anni di governo di berlusca finalmente si torna se non a vivere almeno a vivacchiare. l’Unione vince, di poco ma vince, e poi questa volta “abbiamo” anche il programma.  Certamente nessuno si aspetta che si faccia la rivoluzione ma sicuramente qualche aspettativa troverà soddisfazione.  Magari su qualche fronte il sole torna a risplendere.  Inoltre questa volta siamo forti anche del supporto di un gruppo di economisti “la rive gauche” capaci di fare delle proposte non ideologiche (si sa che la sinistra e quella radicale in particolare non capisce nulla di economia salvo qualche rara eccezione).  Propongono di stabilizzare il debito pubblico per non rischiare di ammazzare l’ammalato (i lavoratori ma non solo loro) da curare.  E invece nulla, le loro proposte, già dalla prima finanziaria, sono completamente ignorate sia dal governo che dagli esponenti della sinistra radicale. Si torna alla politica dei due tempi, in realtà, come quasi sempre negli ultimi trent’anni, è la politica di un solo tempo: quello dei sacrifici. Mah!!!

                  Il tempo passa.  Da un lato siamo letteralmente bombardati dalle notizie: sull’aumento del prezzo del petrolio e quindi della benzina e quindi dei prezzi; dall’aumento dei morti sul lavoro; dall’aumento dei tassi di interessi e quindi delle rate dei mutui della casa che si sta acquistando;  dall’aumento della munnezza di Napoli; dall’aumento del numero dei precari; dall’aumento dei reati degli immigrati e dagli zingari. C’è né anche per lo strapotere della casta. 

Dall’altro lato Prodi distribuisce ottimismo sui conti dello stato, sui tesoretti che spuntano come funghi.  Ferrero da Santoro farfuglia di un piano casa in procinto di essere emanato e di agevolazioni fiscali per gli affittuari.  Come si suol dire “tanto fumo e poco arrosto”.

Anche la voce sindacale è piuttosto silente: c’è il governo amico.

Ci provano i precari a disturbare i manovratori governativi con una manifestazione piuttosto numerosa a Roma. Niente, neanche loro riescono scalfire il tran-tran delle pseude scaramucce intergovernative intraprese dalle menti pensanti della sinistra radicale.

 Nessun rifugio alle mille paure che serpeggiano. Ci sentiamo soli. Disperazione. Angoscia. Senso di impotenza.  Paura. “Paura liquida  o della modernità (liquida)” in cerca di un contenitore che le dia forma.  Le vecchie forme almeno al momento sembrano non “funzionare” più, per fortuna che c’è la Lega, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.  Almeno loro, quelli della Lega, un nemico lo individuano.  Un sogno lo prospettano. E’ vero che non propongono chessò di aumentare gli asili nido, di fatti non lo propone nessuno e tantomeno li aumentano anche le amministrazioni di sinistra, ma “almeno” loro chiedono di favorire i bambini nostrani rispetto ai bambini esteri.

 Si può dire che le ultime elezioni politiche abbiano realizzato il motto di Cetto Laqualunque di Albanese : ciao, ciao, ciao sinistra radicale, in’t’ culo a la sinistra radicale.

 p.s.1. non mi sembra che la giunta Bresso abbia “sconvolto” la vita degli abitanti del Piemonte su qualche fronte: sanità (code esami sanitari,…), trasporti, …    

e l’amministrazione di pinerolo … sembra sia stata condannata per comportamento antisindacale, lungaggini burocratiche sempre vessatorie “nonostante” le “pregiate” consulenze esterne, ecc… 

 p.s.2. a proposito di “ sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle casalinghe cittadini che abbandonano la sinistra” a me sembrerebbe che sia avvenuto l’esatto contrario; le strutture, siano esse materiali o culturali, devono essere utili agli individui-lavoratori ai ceti alle classi e non viceversa o no???    

   

Michele

La Vignetta di Molly Bezz

Un arcobaleno sfumato
 
Nino Lisi,   18 aprile 2008, 12:44
 
 L'intervento     Il 14 aprile è finito il secolo breve. Non la storia. Il pianeta è a un bivio: o la disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla
follia dell'Occidente e gli imporrà di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli assetti delle società (leggi società di mercato), oppure
gli equilibri ambientali si romperanno irrimediabilmente.  Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre fine alla propria follia.
La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe
 
Il 14 aprile 2008, il 900 è finito. Socialismo e Comunismo, le grandi correnti culturali ed i grandi movimenti di lotta che i due termini evocano e che
hanno caratterizzato e dato senso al secolo breve, sembrano usciti dall'orizzonte politico del nostro paese. La terza repubblica, di cui la tornata elettorale
pare segnare l'inizio, nasce senza una sinistra politica.
Ciò è avvenuto negli stessi giorni in cui la FAO denuncia allarmata che in tutto il mondo c'è carestia - fenomeno che ci avevano detto che nella modernità
non si sarebbe presentato - e i media, anche se relegandole in terzo e quarto piano, danno notizia di sommosse e morti per il pane in diversi paesi di
questo pianeta. Senza dire che anche in questi giorni all'ininterrotta catena delle morti sul lavoro in terra italiana si sono saldati altri anelli.
 
Sembra dunque uno scherzo della Storia che la sinistra esca dalla scena parlamentare italiana proprio quando, per scongiurare la tragedia che incombe sul
mondo ed anche sul nostro paese, di lei c'è maggiormente bisogno.
Il soprassalto d'ordine che sta sotto i risultati elettorali del nostro paese, in particolare delle regioni "ricche", segnala che, di fronte all'annuncio
che la pressione sui paesi "ricchi" delle migrazioni dei poveri è destinata ad aumentare e di fronte alla constatazione che gli effetti della recessione
innescata dai sub prime statunitensi si scaricano anche su di noi, la tendenza a rinchiudersi nel proprio individualismo sta contaminando anche le fasce
sociali in cui la solidarietà era più di casa. Non è una novità: quando si prevedono tempi tristi, se non nasce a sinistra la prospettiva di una risposta,
la si cerca a destra. Il che - lo insegna la storia - è irto di rischi.
 
Sui motivi per i quali una risposta plausibile non la si è apprestata a sinistra si aprirà un dibattito ed un regolamento di conti che è facile prevedere
sarà tanto più inconcludente quanto più feroce sarà. Bisognerebbe invece evitare di appuntarsi su ragioni contingenti, più di tattica che di strategia,
più di breve momento che di respiro ampio, per cercare in profondità le ragioni per le quali l'Arcobaleno non si è presentato credibile.
La prima e più evidente è che il tentativo è stato strozzato sul nascere dal precipitare della crisi di governo e dallo scioglimento delle Camere. Bisogna
riconoscere però che le formazioni che hanno promosse questa esperienza si sono presentate all'appuntamento, quale più, quale meno, largamente impreparate.
Perché l'esigenza d'innovazione c'è.
La crisi della democrazia, quella della rappresentanza, l'indebolimento dello stato-nazione non sono fatti contingenti; sono tra gli esiti della fase calante
della parabola della modernità.
 
Siamo ad un passaggio di epoca: paradigmi interpretativi, categorie concettuali e forme dell'agire, quali la forma partito, valide un tempo, sono oggi sorpassate.
In una società complessa, nella quale l'intreccio delle relazioni cresce ed il numero delle decisioni si moltiplica, i tempi di reazione si allungano mentre
la rapidità è un'esigenza, il problema del funzionamento delle istituzioni si pone.
 
Veltroni e, al suo seguito, Berlusconi hanno presentato la loro soluzione. Ambedue, pur con qualche differenza, vanno nella medesima direzione: a livello
di società, la liquefazione delle soggettività e la loro confluenza in un'unica ed indistinta identità, quella della cittadinanza; a livello politico,
la semplificazione del quadro mediante la formazione di aggregazioni non uniformi, ma compatte, in cui le identità si diluiscono sino a sfumare, ed imperniate
sulla figura del leader come condizione perché il bipolarismo funzioni.
Delle due soluzioni possibili hanno scelto quella di rastremare la piramide del potere, concentrandolo. Potremo chiamare questo modello della democrazia
dispotica oppure del dispotismo democratico, a seconda di come verrà gestito. Di questo si tratta.
 
L'altra soluzione, quella di rompere la chiusura individualistica in cui la società si è frammentata sotto la spinta dell'iperliberismo, altro frutto avvelenato
della crisi della modernità, e di rinverdire la forza delle soggettività, esaltare la ricchezza della diversità dei soggetti sociali, strutturare a rete
il potere moltiplicando i punti in cui si decide, facendo della partecipazione quindi un dato concreto ed efficace, quest'altra soluzione la sinistra non
l'ha proposta. Nemmeno, forse, l'ha pensata. Qui sta a mio avviso la causa profonda della sconfitta dell'Arcobaleno. Le altre, la fallita esperienza di
governo, lo scarso entusiasmo di alcune componenti, le rivalità e quant'altro, che pure ci sono state, contano assai meno.
 
Da qui dobbiamo partire.
L'innovazione che Veltroni e Berlusconi hanno proposto aderisce al vecchio paradigma della modernità e ne accetta tutte le conseguenze, cercando il primo
solo di attenuarne l'impatto, se può; proponendo l'altro l'esaltazione dell'individualismo, crepi chi non ce la fa. Ambedue invocano la "crescita", negandone
la carica distruttrice per le persone e per l'ambiente.
La sfida che la sinistra ha di fronte è apprestare e praticare un paradigma nuovo della modernità. Su questo la sinistra deve rifondare la sua cultura.
Un paradigma nel quale convergano gli apporti della lezione marxiana e quella del femminismo, l'apporto fondamentale dell'ecologismo e quello non meno
importante del pacifismo; un paradigma capace di finalizzare scienza e tecnologia alla liberazione delle donne, degli uomini e della natura, sottraendoli
al dominio del capitale. Un paradigma che serva a leggere la realtà e a trasformarla.
 
Il 14 aprile è finito il secolo breve. Non la storia.
Il pianeta, per dirla con Domenico De Masi, è a un bivio,: o la disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla follia dell'Occidente e gli imporrà
di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli assetti delle società (leggi società di mercato), oppure gli equilibri ambientali si romperanno
irrimediabilmente.
Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre fine alla propria follia.
La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe. La strada certo è in salita. Ma la natura che geme e le donne e gli uomini che soffrono chiedono di percorrerla.
Dobbiamo cominciare dunque da capo. Ma non da zero, perché energie, movimenti, saperi per ricostruire la sinistra ci sono.
 

La Vignetta di Molly Bezz

Credo che dovremmo tentare di riprendere ragionamenti molto più semplici e legati al vissuto delle persone, di ciascuno di noi. Non si tratta più solo di uno scontro ideologico tra chi crede in una visione liberista e utilitaristicamente globalizzata del mondo e chi vuole il rispetto dei diritti delle persone, dei territori in cui vivono, delle loro risorse Tutto questo lo voglio mettere sullo sfondo. Dobbiamo riconoscere che la nostra è una visione privilegiata del mondo, di chi ha tempo, testa e cuore per riconoscere soprusi e violenze. Chi vive un quotidiano di paure, di minacce alla propria vita, che siano vere o presunte, che siano fondate su basi xenofobe o meno, che non ce la fa con lo stipendio, che lavora come un dannato, non ha tempo testa e cuore per guardare altrove. Non mi sento di colpevolizzare nessuno, rispetto l'espressione di un voto, tanto più se questo è numeroso, perché mi sta dicendo qualcosa. Mi sta dicendo che non siamo riusciti a comunicare cose semplici che interessano tutti anche se accadono dall'altra parte del mondo. Una amica mi ha raccontato oggi che ha visitato una classe per parlare di consumo critico. Durante l'incontro si è parlato di petrolio, delle guerre nel mondo. Ha avuto la prontezza di porli di fronte alla domanda 'se il campo di calcio di fronte fosse su un pozzo di petrolio cosa fareste? e se venisse una compagnia straniera dicendo che il pozzo è suo cosa direste? e se tutta l'italia fosse sopra un enorme pozzo di petrolio cosa accadrebbe?' domande semplici, i bambini hanno capito quanto realtà lontane potessero avvicinarsi alla nostra. Dovremmo spogliarci della presunzione di possedere verità morali, come la giustizia ad esempio, un concetto astratto se visto da lontano, e tentare di mostrarlo per quello che è, un principio che ha a che fare con l'esistenza di ciascuno di noi nel quotidiano. credo che sia superata la visione ideologica del ventesimo secolo. non perché non sia più valida ma perché ha esaurito la sua funzione storica. oggi sappiamo che abbiamo un pianeta da difendere, che ha risorse limitate che devono bastare a tutti, che alcuni devono rinunciare al proprio stile di vita, perché le conseguenze le pagheremo tutti, chi prima chi dopo. dobbiamo tornare a spiegarlo senza presunzione, senza arroganza, accettando il principio dell'interesse personale come motore dell'azione. Solo allora, quando avremo svelato che l'interesse dei pochi non corrisponde all'interesse di tutti, forse, dico forse, cominceremo a ritrovare il senso del nostro agire. Vi sembra un linguaggio da preti? Se si, vi prego non sparate sul pianista.... bruna

 

'Semplificato' il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua rifondazione ,senza rappresentanti, deve ripartire dalla classe   .  Perciò, prepariamoci  a tempi duri, che già sono lì presenti nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza.

La vignetta (maschilista) coglie bene la situazione, destra e sinistra sono dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le contraddizioni della società , che  restano tutte- dall'ambiente  alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e alla pace - rendono necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non abbiamo fretta di dargli un volto.  (piero)

La Vignetta di Mauro Biani

CON IL 13 APRILE SCOMPARE LA SINISTRA?

 

Il 13 aprile non è stato un imprevisto, ma una catastrofe, un’esplosione nucleare, un’apocalisse. Il voto popolare ha appena disposto non la sconfitta, ma la cancellazione della sinistra dalla scena parlamentare e ti pare che io possa tirare dritto e fare finta di niente?

Si apre una fase estesa, approfondita e radicale di ripensamento che in cuor mio sento come necessaria da tempo. Non so prevederne esiti, sviluppi e tempi. Ogni tanto mi guardo indietro, dopo tanti anni di alti e bassi nell’impegno politico, delle volte mai riuscissi a distinguere quel che resta (se resta) e merita di essere salvato.

Resta l’idea che è importante conquistare il diritto-dovere di governare. Ma anche se non si hanno tra le mani le leve del potere, si può operare lo stesso per migliorare e democratizzare la vita quotidiana. Non è saggio dilapidare il proprio tempo nell’attesa dell’ora X, ingannata con i linguaggi dell’intransigenza. L’illusione rivoluzionaria ha in questo senso lo stesso difetto dell’illusione governativa: entrambe sono alimentate e alimentano la convinzione che per cambiare bisogna prima conquistare il potere. Ma così, nel frattempo, si bruciano energie, si gira a vuoto, si preparano grandi frustrazioni e cocenti delusioni. Per questo la politica, secondo me, ha perduto il suo fascino: non suscita gli slanci della partecipazione perché è diventata lotta per accaparrarsi il consenso elettorale.

Il tuo partito lotta come il mio per avere più voti, più assessori, sindaci, consiglieri, parlamentari e distribuisce posti di funzionari e di sottogoverno a favore di chi è disposto a lavorare nella grande fabbrica sempre aperta per la manutenzione e la conquista dei consensi. Tutto ciò che si produce in quella fabbrica, in quella stessa fabbrica viene adoperato e consumato. Mi si può obiettare che non c’è un altro modo per contare di più. Ma nel 1998 Rifondazione provò a influenzare le scelte del governo facendo leva sul trauma della rottura e sull’appello alle lotte di opposizione. Passammo il tempo a difenderci dall’accusa di aver affossato il governo Prodi. Dieci anni dopo, abbiamo tentato di influenzare le scelte governative combinando la via della contrattazione quotidiana con la successiva retromarcia in nome del fedele sostegno alla maggioranza. Chi può resistere a pressioni così perentorie e contraddittorie? Il nostro destino era segnato: abbastanza forti per far saltare il governo (esperimento che ci ha condotto all’isolamento), ma troppo deboli per imporre misure ragionevolmente incisive di giustizia sociale. La rissosità quotidiana che ne è derivata ha fatto il resto e ha sancito agli occhi di molti (e non solo dei miei) la scarsa utilità rifondarola. Io non so come uscire da questo cappio.

Per questa ragione, la gara fra gli apparati delle aziendine politiche che si illudono di andare avanti se rosicchiano qualcosa al vicino con un’azzeccata operazione di marketing, mi sembra una dilapidazione insopportabile di risorse umane e materiali. Altro che Flm: con questo ceto politico al massimo possiamo puntare ad una grande Uil. Con tutto il rispetto, è come succhiare un chiodo.

Per dimostrare che non si accontentano di guardare solo al presente e a se stessi, ma anche agli altri e al domani, la sinistra avrebbe dovuto avere il coraggio di una poderosa autoriforma interna. Avrebbe dovuto dare agli iscritti il diritto e il potere di concorrere con il voto alla scelta dei candidati. Si è preferito alla democrazia la designazione contrattata degli eletti sicuri, per tutelare le posizioni acquisite dalle aziende già presenti sul mercato. Si sarebbe dovuto destinare una quota significativa del finanziamento pubblico verso organizzazioni del volontariato e della cooperazione incaricate di realizzare quelle misure parziali ma concrete di solidarietà, uguaglianza e progresso. Questi segnali non sono arrivati. L’insuccesso elettorale ci leva l’incomodo problema e ci lascia sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle casalinghe, mentre i loro entourage sono affollati da un ceto vorace di clienti, di aspiranti alla sistemazione o di cercatori di raccomandazione.

Da tempo, mi vado convincendo che la produttività, l’efficacia e l’utilità sociale del partito non si misura contando voti e assessori, ma i giovani che si sono istruiti, gli anziani che hanno viaggiato, i malati che si sono assistiti, i poveri che si sono emancipati, gli stranieri che si sono integrati, i pozzi che si sono scavati in Eritrea, i bambini soli che hanno trovato famiglia, le mense popolari che si fondano, i libri e i giornali che si leggono, scrivono e discutono, le belle feste in cui si sta allegri e si raccolgono soldi per opere concrete di solidarietà sociale.

 Mario Dellacqua

LUCA RICOLFI- la stampa 17-04
Il risultato elettorale ha preso alla sprovvista un po’ tutti, ma fra i cosiddetti osservatori - giornalisti, commentatori, studiosi, sondaggisti - lo sgomento è particolarmente acuto. Possibile che nessuno avesse intuito che cosa bolliva nella pentola della società italiana? Come mai, a due soli anni dalla catastrofe del 2006, la maggior parte degli exit-poll e dei sondaggi non sono riusciti a prevedere il risultato finale?

Ma soprattutto: perché, nelle previsioni, la sinistra è spesso sopravvalutata e la destra sottovalutata? Nel 2006 i sondaggi prevedevano una comoda vittoria di Prodi, mentre il risultato è stato un pareggio quasi perfetto. Nel 2008 i sondaggi degli ultimi giorni prevedevano una vittoria risicata di Berlusconi, o addirittura un pareggio, mentre il risultato finale è stato un trionfo della destra. Perché?

La risposta più onesta è che non lo sappiamo, e possiamo solo fare delle congetture. Fra le molte ragioni che possono aver determinato questi due scacchi consecutivi, tuttavia, ve n’è una che a me pare più importante delle altre. Gli psicologi sociali la chiamano «desiderabilità sociale», Marcello Veneziani parecchi anni fa parlò - più crudamente - di «razzismo etico». In breve si tratta di questo: quando una persona viene intervistata le sue risposte non sono influenzate solo da quel che l’intervistato pensa, ma anche da quel che l’ambiente intorno a lui gli suggerisce di pensare. Proprio così. La società, il gruppo di riferimento, i media definiscono continuamente ciò che è bene, ciò che è appropriato, ciò che è corretto, ciò che è «in». Simmetricamente definiscono ciò che è male, ciò che è inappropriato, ciò che è scorretto, ciò che è «out». Se in una società le istituzioni richiamano continuamente determinati valori (ad esempio la solidarietà) e stigmatizzano sistematicamente determinati atteggiamenti (ad esempio l’ostilità verso gli immigrati), una parte degli intervistati preferisce non rivelare le proprie preferenze se esse sembrano confliggere con ciò che è considerato socialmente desiderabile.

Che centra tutto questo con il voto di domenica? C’entra, ma bisogna far intervenire nel discorso il razzismo etico. Una parte della società italiana è afflitta da razzismo etico, nel senso che considera moralmente inferiore chi vota per forze politiche cui essa - la parte sana del Paese - non riconosce piena legittimità democratica. Specie fra coloro che esercitano professioni artistiche o intellettuali dichiararsi di destra, o peggio votare un partito come la Lega, o Forza Italia, o la Destra provoca imbarazzo, sdegno, costernazione, incredulità. Di fronte a certe persone, confessare di aver insidiato una bambina è meno imbarazzante che confessare di aver votato per il partito di Calderoli.

Questo sentimento di disapprovazione non è quasi mai esplicito, ma genera un clima che definirei di intimidazione dolce. Tutti possono dire e fare quel che vogliono, ma sanno anche che - in molti contesti - saranno giudicati severamente se confesseranno di aver votato determinati partiti. In breve, c’è una parte del Paese che si sente nella posizione di giudicare gli altri, e c’è una parte del Paese che - proprio per questo - si sente permanentemente sotto esame. In questo diabolico meccanismo è caduto persino Veltroni, che pure aveva fatto del rispetto dell’avversario una delle novità fondamentali della sua campagna elettorale: qualche giorno prima del voto, sfidando Berlusconi a sottoscrivere quattro principi di «lealtà repubblicana», si è posto nella posizione di chi, in quanto depositario del bene, si sente autorizzato a fornire patenti di legittimità democratica all’avversario politico (da questo punto di vista le posizioni girotondine appaiono molto più coerenti, o meno insincere: chi pensa che Bossi e Berlusconi siano due pericoli mortali per la democrazia, giustamente considera un errore politico la linea del pieno rispetto dell’avversario).

Può sembrare incredibile, ma le ricerche degli studiosi dimostrano che - quando è intervistata - la gente si vergogna di un sacco di cose, comprese le più innocenti (ad esempio guardare parecchia televisione). Del resto ce l’aveva già spiegato Altan molti anni fa, con la famosa vignetta in cui il militante di sinistra confessa a se stesso: «A volte mi vengono delle idee che non condivido». Se le cose stanno così, il fallimento dei sondaggi diventa meno inspiegabile. Nella cultura italiana i luoghi comuni della sinistra «politicamente corretta» sono diffusi in modo leggero ma capillare. Per molti cittadini progressisti o illuminati se voti Forza Italia come minimo sei un affarista, un mafioso, o un abbindolato. Se voti Lega sei una persona rozza, egoista e intollerante. Se voti i post-fascisti non hai diritto di sedere al desco dei veri democratici. Se sei di sinistra e ti capita di comprare il Giornale ti guardano come se avessi acquistato un rotocalco pornografico (è successo a me).

Insomma, non è sempre e ovunque così ma lo è spesso, specie nei luoghi che contano. Molti elettori di destra se ne infischiano, ma una parte non trascurabile di essi preferisce tenere coperte le proprie carte. Sul lavoro, nelle cene, al bar, ma anche nei sondaggi. Se pensi di votare un partito «democratico» o pienamente sdoganato non hai seri timori a rivelare la tua scelta, ma se hai in animo di votare un «partito maledetto» - ossia un partito di cui i «sinceri democratici» dicono tutto il male possibile - puoi essere tentato di non scoprirti, magari dichiarandoti indeciso, o astensionista, o sostenitore di un partito né carne né pesce (è per questo che, in passato, i Verdi erano sempre sopravvalutati nei sondaggi). Qualche anno fa mi è capitato di scrivere, anche sulla base di una analisi degli atteggiamenti dell’elettorato italiano, che il «complesso dei migliori» era una delle grandi malattie della cultura di sinistra. Il fatto che ancor oggi tante persone preferiscano non rivelare il loro voto quando esso si indirizza verso i «partiti maledetti» mi fa pensare che, nonostante Veltroni (o grazie a lui?), da quella malattia l’Italia non sia ancora uscita.

 

Il realismo dell'utopia. Elezioni: chi conta e chi viene contato- u.nova


Su un muro della piazza del mercato di S. Ambrogio campeggia una scritta rossa in campo bianco: "scegli di contare, non votare!". Una bella scritta, che capovolge il senso comune e induce alla riflessione. Il mito democratico ha il suo fulcro nel rito elettorale, nell'urna come emblema di libertà. Il discrimine tra i regimi dittatoriali e quelli liberali è dato dalla possibilità di effettuare elezioni. Le elezioni sono il momento supremo in cui si esercita la cittadinanza, in cui il proprio parere "conta". Si tratta di un inganno che gli anarchici denunciano da sempre e che tanti, forse i più, riconoscono come tale. Chi crede, votando, di contare davvero qualcosa? Chi crede di incidere sulle scelte che vengono effettuate in suo nome e senza il suo consenso? Pochi, pochissimi. I più esprimono la rassegnata ed impotente sapienza da bar del "sono tutti uguali", del "non ce n'è uno che non mangi e si faccia i propri interessi", e così via. Sono i rassegnati al sistema, quelli che ogni giorno recitano la stessa litania in strada, nelle pause del lavoro, con amici e parenti. Quelli che si credono furbi perché sanno che il mondo è dei furbi. Quelli che poi votano e passano i successivi quattro anni a lamentarsene, a promettere che non lo faranno più, che è stata l'ultima volta. Sono quelli del "non mi fregano più" e passano il tempo in ginocchio.
Oltre ai disincantati da bar ci sono i disincantati impegnati, quelli che passano mesi a rosicare se andare o non andare, se turarsi il naso o fuggire alla puzza. Sono il tristissimo popolo della sinistra, quello dei sempre traditi, quelli delle speranze imbalsamate come la mummia di Lenin, quelli che non vorrebbero ma alla fine ci vanno lo stesso, perché il meno peggio e meglio del peggio. Sono gli stessi che magari ti trovi insieme nelle assemblee, nelle lotte, quelli che, quando possono, scelgono di agire in prima persona, di non delegare, di fare della politica il luogo della partecipazione diretta. Brave persone schiacciate da maldipancia morali. Le stesse che poi bestemmiano santi e madonne quando Fausto va alla parata del 2 giugno con il distintivo arcobaleno, quando ti aprono un nuovo cpt, quando cacciano i poveri dalle strade, quando bruciano i campi rom, quando la guerra va avanti con il voto dei loro "rappresentanti". Li anima l'imperativo del "realismo", la necessità di fermare le destre, andando sempre più a destra, accettando, sia pure cristonando, le peggiori porcherie: dalla devastazione e saccheggio del territorio alla rapina quotidiana della servitù salariata, dalla guerra vestita da pace alla pace sociale, la guerra non dichiarata che ogni giorno ammazza sul fronte del lavoro.
L'imperativo del "realismo" rende ciechi. Una follia che affonda le radici nella convinzione che il disordine in cui siamo forzati a vivere, l'orrore statuale e capitalista, sia intrascendibile, uno spazio chiuso, dove non è possibile il conflitto, dove persino l'esodo pare negato.
La grande capacità plastica della democrazia è riuscita là dove hanno fallito le più feroci dittature. La democrazia non spezza ma piega, rende duttili ad un mondo che – astutamente - non pretende il essere il migliore di quelli auspicabili ma il solo decente tra quelli possibili. La democrazia è costitutivamente il "meno peggio", il luogo della rassegnazione inevitabile, programmata, e, alla fin fine, scelta. Fuori, oltre, c'è il caos. Così in troppi finiscono con il decidere scientemente di non contare ma di essere contati. Ogni quattro anni.
Questa situazione interroga la nostra capacità critica come anarchici, la mette costantemente alla prova, pretende che sappia farsi più acuta. Di fronte allo stridere isterico delle sirene del "realismo" fantastico, della democrazia trionfante, di fronte alla politica del maldipancia, all'etica del meno peggio, il duro realismo dell'utopia, che si esalta nelle lotte quotidiane, nelle esperienze di autonomia dall'istituito, fa fatica a rompere la rassegnazione all'oggi. Non la rompe perché si scontra con la convinzione che non vi sia spazio per un altro mondo. L'altro mondo possibile echeggiato nelle lotte del movimento no global si è in fretta acquattato tra le pieghe della compatibilità con l'esistente: si è così frantumata una carica sovversiva che non poteva che andar oltre, alludere ad una trasformazione rivoluzionaria o decadere.
La rassegnazione all'oggi è figlia dell'incapacità ad aprire – nell'immediato – spazi di sottrazione conflittuale alla morsa del dominio.
Chi si tura il naso andando a votare, non sa poi prescindere dalla scelta istituzionale, a ricorrere, non foss'altro come garante e paraculo, al solito santo in paradiso, magari operaio, magari no global, magari "compagno". Così movimenti di lotta, che, talora, sul territorio, sanno esprimere cariche decisamente radicali, finiscono con l'essere invischiati nella logica della fedeltà, dell'amico buono, che magari vorrebbe ma non può, anche se fa il ministro o il deputato. Sempre vergini anche dopo aver affondato le mani nella merda del palazzo.
Chi sceglie di votare sceglie di porsi sotto tutela, e di porre sotto tutela i movimenti sociali. Lo fa per realismo, ma il suo è il realismo dei suicidi. Meglio, decisamente meglio, navigare nelle acque poco note dell'utopia, per contare, non per essere contati.

Ma.Ma.

da riforma:

 

Ora finiranno di bisticciare sulla nostra pelle?

Abbiamo sempre detto e scritto che era eccessiva la frantumazione partitica in Italia. Quindi, almeno di questo, al di là delle opinioni personali, dovremmo essere pienamente soddisfatti. Pochi partiti in Parlamento, un bipolarismo - per ora non ancora perfetto -, comunque una semplificazione della vita politica italiana. Il prossimo passo dovrebbe essere la semplificazione della vita amministrativa dei vari enti periferici (Regione, Province e Comuni) per non dover più assistere in futuro alle diatribe di chi detiene il tre per cento e mantiene sotto ricatto la maggioranza di cui fa parte.

Anche perché dobbiamo abituarci - e questo è il grande merito di Veltroni, che ha perso ma ha semplificato la vita politica italiana - all'alternanza. Oggi ha vinto Berlusconi (grazie ad una Lega a valanga) e Berlusconi governi per cinque anni perché non abbiamo proprio bisogno di dover andare alle urne ogni biennio. Tra cinque anni Berlusconi non piacerà più? Basterà scegliere un altro partito perché ci convince di più, perché il precedente Governo riteniamo che abbia governato male (d'altronde è un po' questo il senso del voto contrario al Governo Prodi).

Tutto questo senza traumi, anche se la scelta che abbiamo fatto è quella perdente.

Oltre alla semplificazione della vita politica occorrerebbe anche una maggiore serenità. Per troppi anni hanno bisticciato sulla nostra pelle. È un clima che non regge più. Penso - e probabilmente non sarò l'unico - che il dialogo, il confronto anche serrato, talora polemico, siano necessari ma con un obiettivo finale: saper fare delle scelte, anche difficili, rendendoci ben conto che le cose da noi non vanno granché… bene. C'è da recuperare una maggiore produttività, capire che i doveri non sono disgiunti dai diritti. Capire che questa legge elettorale va modificata perché gli italiani nelle ultime due tornate hanno dovuto sempre scegliere la classe politica a scatola chiusa. Capire che la "casta" - trasversale a tutti gli schieramenti - deve fare un passo indietro ed esercitare un po' di umiltà.


Pier Giovanni Trossero- eco del chisone

 

Elezioni 2008, ed ora, per gli operai, una nuova rappresentanza politica.

 

Quasi 2 milioni di operai non sono andati a votare. La sinistra cosiddetta antagonista, da Rifondazione ai Verdi, sono fuori dal Parlamento. La loro forza politico – parlamentare si è dissolta.

Li hanno abbandonati gli operai disertando le urne, li hanno abbandonati quei borghesi radicali da salotto, che hanno preferito Veltroni e la sua modernizzazione di un capitalismo che fa acqua da tutte le parti.

S’aspettavano forse che gli operai più arrabbiati riconoscessero nella sinistra radicale una qualche rappresentatività, dopo aver subito l’attacco ai salari, l’allungamento dell’età pensionabile, l’incapacità governativa a mettere un qualche limite ai morti sul lavoro?

Illusi anche, ma scemi no.

 

Ora raccontano la classica menzogna, che l’astensionismo operaio ha regalato il governo a Berlusconi. Prodi, la sinistra di Bertinotti in 2 anni di governo non hanno toccato in nessun modo il potere di Berlusconi, né sono intervenuti sul conflitto d’interesse. Hanno regalato settori importanti di piccola borghesia immiserita alla Lega, con una politica fiscale da capestro. Ma il problema era servire Montezemolo, riempire le casse dello Stato per l’avvento di Berlusconi, che ora saprà a chi distribuire quei soldi.

 

Sono loro che hanno preparato la vittoria di Berlusconi, scaricando gli operai, loro potenziali elettori, hanno fatto delle scelte per favorire i dirigenti statali, grandi capitalisti e banchieri, comprimendo salari e condizioni di lavoro.

 

Ora si apre uno spazio nuovo, la rappresentanza diretta degli operai in Parlamento, come Partito politico indipendente. Lo costruiremo nelle fabbriche senza delegare nessuno, il suo programma va ben oltre il parlamentarismo: la liberazione degli operai dalla loro condizione di schiavi salariati. La sinistra radicale borghese, con le sue fanfaronate ed illusioni è in crisi, operai, forse è venuto il nostro momento.

 

Associazione per la Liberazione degli Operai

Fotocopiato in proprio. 15/04/08          Per contatti scrivere: Via Falck, 44          20099 Sesto San Giovanni (MI)

http://www.asloperaicontro.org             e-mail:  operai.contro@tin.it                     http://www.operaicontro.it                                                                            

 

 

Mettendo a tacere scoramento ed amarezza, provo ad intervenire nel dibattito usando la lucida ragione più dei sentimenti.

Premetto che da due anni sono ipercritico, esponendo le mie ragioni in ambito locale ed in quello nazionale, verso la frammentazione della sinistra e l’ammucchiata elettorale che ha partorito ed è per questo che ho tenuto un basso profilo nella campagna elettorale.

Era opinione diffusa negli ambienti della sinistra che sarebbe stato un insuccesso, ma nessuno, nemmeno io, poteva immaginare questo risultato disastroso.

Nessuno gioisca, poiché il danno non è solo per la casta di sinistra, che può averlo meritato, né per la sinistra ideologica, ma per tutta la società italiana a partire da quella che si vorrebbe proteggere ed aiutare.

Non credo, infatti, che le stesse sensibilità per le classi subalterne si possano trovare nelle altre forze politiche, ivi compreso il PD.

Per cui il mio motto continua ad essere “maledetti, vi amerò” cioè vi amerò malgrado voi e gli errori che fate, starò con voi a costruire dialetticamente un percorso alternativo per rappresentare i non rappresentati, superando la mia irrefrenabile voglia di mandarvi al diavolo e di andare a coltivare il mio orto.

Turandomi il naso ho deciso di non astenermi ed ho votato Arcobaleno, per questo ho le carte in regola per analizzare criticamente la situazione.

Cosa è avvenuto: semplicemente il PD ha vampirizzato la Sinistra e non ha battuto la destra.

Veltroni ha prima rimesso in sella Berlusconi, quando questi stava per sparire dalla scena politica, indicandolo come interlocutore privilegiato, ha lanciato poi l’idea della vocazione a governare, spampinando l’Unione ed infine con un atto proditorio con il voto utile, ha mistificato che i sondaggi lo davano ad un’incollatura  dal PDL, mentre, come diceva Berlusconi, era a 9/10 punti di distacco.

Hanno risposto all’appello direttamente il comunista Bertolucci, Nanni Moretti, Flores D’Arcais, Dario Fo e indirettamente, con il voto a IDV Pardi ed una parte dei girotondi, Travaglio, le liste civiche del Piemonte di Mariano Turigliatto, l’Art.21, per citare i più noti.

Non si tratta di giustificare una sconfitta, che ci stava tutta, ma il crollo.

Per usare bene la ragione prendiamo in considerazione i dati concreti ovvero i risultati.

Come sapete contemporaneamente alle politiche si sono tenute regionali, provinciali e comunali, ognuno di voi può andare a controllare i risultati, io, a mo’  d’esempio, ne riporto alcuni a confronto:

 

                           CAMERA      PROVINCIA

 

Friuli (regione)        3,1             5,7

Sicilia (regione)       2,6             4,9

Udine                     2,7             4

Asti                        2,7            4,1

Foggia                    2,6             5,3

Massa                     6,1             8,7

Varese                    2,5             4,1

 

Si tratta del 50 per cento in meno alle politiche rispetto alle amministrative e la percentuale cresce al Senato nella più fondata, ma ingannevole, speranza di frenare il berlusconismo.

PD e IDV non hanno ottenuto un voto di consenso alla loro proposta politica, ma un voto di paura.

Il berlusconismo àltera il quadro democratico, ma Veltroni lo sottovaluta.

Il berlusconismo è un modello di società e di cultura agli antipodi di quella che auspichiamo e, quindi, la battaglia culturale è essenziale per vincere.

Quindi, la sinistra non è ancora sparita.

Dico ancora, poiché, senza volere essere apocalittico, secondo me, l’americanizzazione del sistema politico italiano, se consolidato da riforme costituzionali, farà sparire non solo la sinistra ma la rappresentazione delle istanze sociali di cui parliamo.

Il sistema bipartitico non ammette interferenze della società, che viene ascoltata solo alla vigilia di elezioni, senza potere di controllo sulle scelte successive.

Già ora, di fronte a giuste richieste, basta che un politico di governo si presenti in televisione, parlando a milioni di persone, per motivare con crisi economiche, belle parole o altre scuse che non ci sono soldi e l’opinione pubblica abbozza e tace.

Abbiamo due anni di tempo ed alcune contingenze favorevoli per scongiurare questa evenienza.

I dati oggettivi dei risultati ci dicono due cose:

1.    Senza l’ansia per il voto utile la sinistra avrebbe raccolto il 6/7 per cento ed oggi non staremmo a disperarci, ma semplicemente a trovare qualche plausibile giustificazione al moderato insuccesso. Facciamo di necessità virtù e attraverso il trauma dell’esclusione dal Parlamento e affrontiamo un ragionamento più approfondito e complessivo sull’essere della sinistra e sul suo possibile futuro.

Cominciamo a riflettere sulla permeabilità dell’elettorato della sinistra alle sirene allarmistiche di Veltroni.

Forze dipinte come identitarie (PdCI, Rifondazione, Verdi) in realtà non dispongono di alcun solido voto di appartenenza ossia si sono trasformate in larga misura in un movimento d’opinione soggetto per questo agli umori dei media.

Quale radicamento hanno?

Abbiamo potuto verificare anche noi come i rappresentanti della sinistra e lo stesso sindacato siano stati accolti come corpi estranei nelle fabbriche in occasione dell’ultimo rinnovo contrattuale dei metalmeccanici e l’accusa principale era di esserci solo in ben determinate occasioni non per ascoltare le istanze dei lavoratori, ma per orientare il loro voto. Per non parlare dell’immagine di litigiosità offerta ai lavoratori. Mi ha stupito che lo stesso Ferrero si sia stupito  e solo in quell’occasione abbia preso coscienza di come la sinistra venisse percepita come lontana ed assente. Ovviamente lo stesso ragionamento lo possiamo applicare ad altri luoghi di lavoro, come le scuole ed in generale ai luoghi del lavoro dipendente.

Leggevo che Chiamparino, rivolgendosi alla sua classe politica invitava a “meno convegni e più mercati”, ritengo che questo invito lo debba raccogliere a maggior ragione la sinistra.

Dobbiamo essere meno radical-chic, meno intellettualoidi  e stare di più tra la gente comune, ascoltare le loro richieste e le loro ansie, tradurle in aggregazione sociale ed in proposta politica.

Mi ha colpito la frase di una mail di un altro Massimiliano “SIAMO ANTIPATICI NEL NOSTRO VOLER SEMPRE INDICARE UN MODELLO DI VITA CHE NEMMENO NOI SEGUIAMO (CHI PIU' CHI MENO..)”.

Non dobbiamo calare nelle loro teste i nostri utopistici progetti di società ideali o idealizzate, ma costruire i progetti sulla base di bisogni concreti, reali e verificati.

Non si può prospettare l’Eden a chi ogni giorno deve fare i conti con la fame, la povertà e l’incertezza di futuro.

Chi ha la pancia piena può, in alternativa a Porta a Porta, venire ai convegni, ma gli altri….

Gli studi ed i seminari sono utili, ma non possono diventare l’unica forma della politica.

I partiti della sinistra, come tutti gli altri partiti, si sono trasformati in un  mero aggregato di cariche elettive, in un ceto blindato autoreferenziale. Solo così si spiega il modo con cui si sono fatte le candidature, senza nessuna discussione, senza aperture, cioè liste costruite a tavolino.

Alla scelta, secondo me, irresponsabile, del PD di spazzare via la sinistra non è stato contrapposto nulla, preoccupandosi solamente di blindare e perpetuare la nomenclatura.

Così era e così è stato percepito: un cartello elettorale per superare la soglia di sbarramento.

Il trauma elettorale dovrebbe servire almeno a smascherare cosa c’era dietro i simulacri.

Servono regole nuove, capaci di restituire visibilità, partecipazione e coinvolgimento alla sinistra diffusa che esiste e che va coinvolta e responsabilizzata in un processo costituente.

Un processo di reale democrazia partecipata, solido nei contenuti, capace di farsi ascoltare dal paese reale ossia è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale.

 

2.    L’altra cosa che emerge dal risultato elettorale è che il cittadino predilige l’azione di governo, quella che incide direttamente sulla vita di tutti i giorni e che, tra una proposta-testimonianza ampia ma non realizzabile ed un suo surrogato praticabile, l’elettorato sceglie il secondo.

Pertanto, poiché credo che nessuno di noi voglia trasformarsi in un’associazione di volontariato cominciamo ad evitare di dire “la nuova sinistra è bene che stia fuori dal parlamento per divenire soggetto di persone e non soggetto di partiti”.

Se non vi si riesce pazienza, ma se si vuole avere seguito e se si vogliono veramente realizzare miglioramenti della vita delle persone dobbiamo avere anche noi la “vocazione maggioritaria” pur sapendo che siamo alla partenza una minoranza, ma non siamo minoritari.

 

Il risultato elettorale ha creato, tuttavia, un contraccolpo psicologico che si manifesta con due temibili rischi: la fuga nel movimentismo e quella nella nicchia identitaria.

 

a)    La fuga nel movimentiamo

 

Sono il primo a criticare il sistema dei partiti e la loro organizzazione interna, ma trovo sbagliato la demonizzazione del partito.

In origine i partiti di massa nascono dal basso come momento di riunificazione e di sintesi delle istanze popolari e per decenni hanno seguito la via dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso.

Negli ultimi 20/30 anni è iniziata una progressiva degenerazione di essi per cui la via rimasta è quella dall’alto verso il basso.

Se non si vuole scivolare nel movimentismo, la problematica sul partito non può essere elusa.

I movimenti nascono, hanno una loro autonomia ed una loro identità NO TAV, NO DAL MOLIN, NO GLOBAL e muoiono quando la loro ragion d’essere si esaurisce (ovviamente ne sorgono altri) un partito può essere sensibilizzato da essi, ma non può identificarsi in essi né egemonizzarli.

Se li egemonizza li fa morire e se si identifica si sclerotizza e muore con essi.

Teniamo, quindi, separati ma vicini partito e movimenti.

Rispolveriamo, se necessario, la teoria del partito come intellettuale organico.

I movimenti nascono su temi specifici, su questi si fonda la loro identità e la loro radicalità fino alle estreme conseguenze.

Facciamo  l’esempio dei no tav: sull’alta velocità sono tutti d’accordo e pronti a tutto.

Ma sugli immigrati? E sulla fecondazione assistita? E sull’indicizzazione  di salari e pensioni?

Su tutto ciò che va oltre l' identità, il movimento, tutti i movimenti, si frammenta.

Inoltre, se il nuovo governo, con la forza, portasse  a termine i lavori che fine farà il movimento?

Un partito deve essere più di un movimento ed andare oltre e comprendere tutte le esigenze e portarle a sintesi.

Un partito deve sapere selezionare ciò che si può fare e soprattutto ciò che non si può non fare.

Rifondazione ha vissuto nei movimenti e con i movimenti una stagione felice, anche elettoralmente, solo che quando il movimento ha esaurito la sua spinta propulsiva e Rifondazione si è confrontata con la scelta governativa è entrata in crisi irreversibile.

Non sarebbe opportuno ripetere un’altra stagione di entusiasmi a cui seguiranno le delusioni.

Questo finirebbe per sfiancare la sinistra e la sua residua credibilità.

Un partito che voglia avere un futuro per trasformare la società italiana deve conquistarsi la credibilità, così come se l’era conquistata lo storico PCI, attingere linfa dai movimenti, ma non confondersi con essi.

Che cosa ha diritto di stare in cima alle priorità?

È, forse, meno impellente affrontare il tema di chi è costretto a frugare tra i rifiuti dei mercati per recuperare un po’ di orto-frutta commestibile o di chi, con pochi soldi, è sotto sfratto o delle crisi psicologiche dei giovani precari a vita senza speranza di futuro?

Tra queste ce n’è una  in testa al non si può non fare?

Ecco perché non ci si può settorializzare su un tema ed è necessario un luogo in cui le varie istanze si trasformino in programma politico.

Non trascurando che se si vuole evitare il libro di sogni è necessario individuare dove, come e a scapito di chi trovare le risorse economiche per realizzare il programma.

Ricordiamoci che non è all’ordine del giorno la rivoluzione socialista e, ad essere ottimisti, non lo sarà più per lunghissimo tempo.

Uno dei limiti di questa sinistra è stato l’avere posto quasi esclusivamente l’attenzione sulle ricorrenti emergenze, senza guardare la  quotidiana vita normale nel suo complesso, quella che riguarda la stragrande maggioranza dei cittadini.

Oggi sentiamo parlare molto degli incapienti: giustissimo parlarne e risolvere, ma pian piano, aggiustamento dietro aggiustamento, la consistenza dell’assegno di sostentamento degli incapienti si sta avvicinando al valore di salari e pensioni, cioè tra non molto la stragrande maggioranza dei cittadini, circa 30 milioni, precipiterà nella povertà o nell’incapienza.

La sinistra ha un progetto, una proposta credibile per evitare la catastrofe?

Nel 1946, Togliatti, per ampliare la sfera d’influenza del partito sui ceti medi si inventò il sistema cooperativo, che in Emilia consentì di costruire un blocco sociale progressivo, offrì lavoro ai disoccupati e salari decenti.

Oggi dopo più di 60 anni le coop le troviamo attente alle scalate bancarie, accanto ai furbetti del quartierino, ma allora fecero diventare l’Emilia rossa un fiore all’occhiello dei comunisti e sancirono una fedeltà al partito di larghe masse, malgrado le vicissitudini, ancora intatta.

Non si tratta di riproporre un modello già diffuso e deteriorato, ma di avere idee creative ed una visione ampia delle dinamiche sociali e un progetto di società, se non alternativo, almeno complementare.

Questa dovrebbe essere la nuova sinistra italiana.

 

b)    La fuga nella nicchia identitaria

Ci può essere ancora qualcuno non offuscato dall’insuccesso che possa ritenere che si siano perse le elezioni poiché nei simboli era assente la falce e martello  o perché abbiamo mimetizzato la nostra natura di comunisti? C’è qualcuno che può, con mente serena, affermare che in Sicilia al posto di Lombardo o in Padania al posto di Bossi avremmo vinto con la identità sbandierata?

Eppure, oltre a Massimiliano, ce ne sono tanti  altri così convinti: da Diliberto e Rizzo a Ferrando a Ferrero a Turigliatto . Mettendoli tutti assieme, ovviamente senza Sinistra democratica e Verdi, sotto un simbolo glorioso  si raggranellava un voto in più o al contrario si precipitava oltre il fondo?

Non si potrebbe questa convinzione ascrivere nel novero dell’autoreferenzialità, della lontananza dalla realtà oppure nel regresso nostalgico e nell’ideologismo astratto?

Dove sono, Massimiliano, i comunisti, in Italia e nel resto del mondo, e dove la coscienza di classe e soprattutto dove la lotta di classe in una società altra dal Novecento?

In Italia, ma non solo,  il conflitto è sociale, la linea della oppressione è interclassista, passa tra i ricercatori universitari e i precari. Non c'è più una classe offesa e oppressa: a vivere il fenomeno della pauperizzazione e dello sfruttamento sono i ceti medi, è la piccola e media borghesia, pensionati, operai, giovani laureati, immigrati.

La chiave di lettura del marxismo che ci è stata utile a decodificare le società dei secoli scorsi è spuntata, non serve più o non basta se non per categorie generali, anche se alla vista non ne abbiamo altre.

Intestardirsi sul vecchio forse sarà consolatorio, ma non serve alla bisogna.

Non si è comunisti per appuntarsi il distintivo all’occhiello, ma per rispondere alle sofferenze degli infelici a noi contemporanei.

Per cui, rimettiamo nel baule i cari attrezzi che ci sono stati tanto utili e, puliti gli occhi dalle lacrime, attrezziamoci con nuovi ed idonei strumenti per affrontare l’arduo cammino.

Questo vuol dire essere comunisti oggi!

 

 Giuseppe Buzzanga

   

La Vignetta di Walter Musacchi

Spariti in un baleno

Per la prima volta dal dopoguerra non ci sono più comunisti e socialisti in parlamento! Ma come faranno i lavoratori adesso che nessuno li rappresenta più?” Questa patetica buffonata è l’ennesima mistificazione uscita dalla bocca dei dirigenti della “sinistra radicale”. Fa il doppio con quella del risarcimento sociale, imminente, che il governo Prodi avrebbe predisposto, ma che non ha potuto elargire per responsabilità di Dini, Mastella ecc.

In parlamento non siederanno più, tra gli altri, quei determinati bolscevichi del tipo di Pecoraro Scanio, Giordano, Borselli ecc.

In realtà se nessuno rappresenta oggi i lavoratori in parlamento, nessuno li rappresentava neppure nel parlamento uscente: quasi centocinquanta parlamentari di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno votato e rafforzato le politiche padronali liberiste, sono stati fedeli scudieri degli interessi dei banchieri (si pensi al TFR dei lavoratori regalato alla speculazione di borsa), hanno canalizzato la protesta verso la resa (vedi la “grandiosa” marcia del 20 ottobre contro il protocollo sul welfare ed il successivo voto a favore del provvedimento) e regalato un fiume di miliardi alle imprese. Hanno riconfermato le leggi sulla precarietà (che peraltro avevano già contribuito a varare), votato per finanziare l’acquisto di armi per le FF.AA., (il più alto stanziamento per la Difesa della storia repubblicana), hanno pagato missioni militari all’estero (e vere e proprie guerre d’aggressione, come la guerra “umanitaria” contro Belgrado). Hanno regalato la rappresentanza garantita ai sindacati di regime. Hanno avvallato la prosecuzione del patto militare segreto con Israele. Hanno accettato la NATO. Sono stati (al di là della propaganda ufficiale di Veltroni) i più fedeli sostenitori di Prodi, al punto di cacciare anche chi timidamente si opponeva a qualche sconcezza.

I maggiordomi fedeli della borghesia non servono più, oggi la borghesia si rappresenta da sola nelle sue istituzioni. La bancarotta bertinottiana è totale, è arrivata al capolinea del travaso di voti verso la destra populista e xenofoba della Lega. (Questo la dice lunga sulla capacità di convincimento ideologico dei fautori dell’”altro mondo possibile”).

Il re è nudo.

Per l’ennesima volta si evidenzia quanto sia illusoria l’idea che sia possibile, tramite la collaborazione di classe, rappresentare gli interessi dei lavoratori, strappare conquiste o, quantomeno, “ridurre il danno” delle politiche padronali. Per anni ed anni i gruppi dirigenti di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno fatto credere che la politica “responsabile” della sinistra fosse questa. E non si è trattato solo di una scelta politica “dissennata”, alla base di questo agire politico sta la scelta opportunista di garantirsi la prebenda personale, di tenere il fondoschiena sul calorifero protettivo delle istituzioni. Perché alla base di questo modello politico, di co-gestione del potere, sta l’accettazione del modello statuale  -l’idea della neutralità delle istituzioni, cardine della mitologia resistenziale- e dei suoi organi di rappresentanza, le uniche tribune dove valesse davvero (per Bertinotti & soci) spendere il proprio genio.

I dirigenti a palazzo e la base a mescolare il minestrone e a friggere le cotolette, perché altro non ci si aspetta (anzi, così si vuole) dal militante di base. Non credo peraltro ad una base “sana” contrapposta ad una direzione “corrotta”; la collaborazione opportunista per Rifondazione  ecc. è sorta prima in periferia (da subito collusi con le amministrazioni locali diessine e le loro porcherie liberiste, privatizzazioni, esternalizzazioni e creazione di precariato) sin dalla nascita di questo partito e senza soluzione di continuità. Per anni chi si opponeva a questo, in buona fede, dall’interno del partito, è stato deriso, emarginato, epurato. E non poteva essere altrimenti, disturbava i manovratori.

 All’interno di Rifondazione (ma anche degli altri partiti più piccoli della coalizione arcobaleno), esistono vere proprie lobbies, cordate di potere spesso in lotta fra di loro per assicurarsi il posto nell’azienda municipalizzata, nel consiglio di amministrazione, l’assessorato o lo scranno di parlamentare. Questo è speculare e corrispondente a quanto avviene in tutti gli altri partiti borghesi.

Se una base elettorale, “educata” all’unità  strategica con la borghesia, disillusa sulla possibilità di ricevere qualche briciola, ingannata quotidianamente per anni, ha voltato le spalle a questo carrozzone di falsari, preferendo votare direttamente per i partiti della borghesia, come ci si può rammaricare? Hanno affermato per anni che in primis occorreva battere Berlusconi, nel frattempo hanno dispensato legnate (non raccontino che è solo colpa di Prodi) a quella classe sociale che millantavano di rappresentare. Hanno dimostrato di essere un ente inutile, anzi dannoso,  e così sono stati percepiti dagli elettori.

E’ prevedibile che un’ondata di roditori abbandoni la carcassa del galeone naufragato per altri lidi più remunerativi,  e che altri riprovino a  ripercorrere le stesse strade, con un puntiglio patetico (Bertinotti che punta ancora a costruire l’Arcobaleno, Diliberto che vuol tornare alla falce e martello, come se camuffare l’opportunismo lo rendesse ancora presentabile,) ma questo è per me del tutto irrilevante. E’ un passo avanti che il carrozzone dei falsari non sia più lì a mistificare una rappresentanza che non gli compete. Certo, oggi pensare di costruire una sinistra di classe opposta agli interessi della borghesia non è uno scherzo, ma era una priorità anche prima, e comunque senza questi illusionisti tra le scatole c’è qualche possibilità in più.

L’aggressione padronale continuerà con vigore, ed i lavoratori sono oggi politicamente inermi, come lo erano ieri,  ma il fatto che si sia azzerato tutto potrebbe rimettere in movimento quelle spinte sane all’aggregazione di lavoratori sulla base di programmi di classe che per troppi anni non hanno funzionato. Naturalmente starà ai compagni di rimboccarsi le maniche perché questo possa avvenire.

Umberto Cotogni

 

Qualcos'altro si può fare
Gabriele Polo

Lacrime e sangue. La promessa fatta da Churchill agli inglesi difronte al pericolo nazista è l'attuale condizione di ciò che resta della sinistra politica italiana dopo le elezioni. Le lacrime sono state abbondantemente versate, anche in diretta televisiva, con annesse sfottenti condoglianze. Il sangue è quello - fortunatamente solo metaforico - che si sta spargendo in un conflitto interno ai gruppi dirigenti della Sinistra-l'arcobaleno. Chi se ne è andato un minuto dopo la chiusura dei seggi per preservare all'ombra di gloriosi simboli e nomi il proprio ruolo, chi quatto quatto si sta rifugiando nelle braccia onnicomprensive di Veltroni, chi si dilania in lotte incomprensibili ai più. Un panorama da guerra civile, in cui prevale il respiro corto e manca quasi del tutto il ragionamento sugli errori commessi, su uno stravolgimento sociale compiuto, sul collasso della rappresentanza. Le paure e i rancori sordi che hanno inquinato il vivere civile, determinando l'esito elettorale, sono dilagati nella società politica avvelenandone i pozzi. Nel migliore dei casi lo shock elettorale si trasforma in inviti al tornare alle proprie origini culturali e al «popolo» come fosse un demiurgo. Il «popolo», invece, non può far altro che aggirarsi affranto, chiudere le sedi appena aperte, o al più perseverare nelle pratiche alternative disperse e frammentate dal trionfo del mercato.
Questo è il quadro, da qui si parte. Inutile continuare a piangere su una rappresentanza parlamentare dissolta, inutile andare a piccole rese dei conti, inutile pensare di ritrovare subito una sintesi generale ignorando il terremoto avvenuto. La «morte della sinistra» era in corso da tempo, le elezioni le hanno solo dato ratifica istituzionale. Non pensiamo nemmeno di concentrarci principalmente sulle battaglie quotidiane o di trincea. Non consoliamoci con i risultati delle amministrative (appena decenti), cerchiamo d'evitare che il governo di Roma cada nella mani dei nipotini di Salò, ma sapendo che l'enfasi antifascista di Rutelli è come un contratto di lavoro a tempo determinato: lo sottoscriviamo, ma è a scadenza. Non passiamo i prossimi cinque anni a scandalizzarci per le sparate di Berlusconi o a esaltarci per le sue gaffe e i piccoli litigi quotidiani dentro il centrodestra. Il Cavaliere ha promesso lacrime e sangue molto concrete, gestirà la recessione senza troppi scrupoli e farà nel pubblico impiego ciò che gli imprenditori hanno fatto (complice l'ex sinistra) nel lavoro privato, perché gli operai non sono più un problema economico né politico: continueranno a crepare e a faticare, quelli dei vecchi mestieri come quelli dei nuovi lavori, nell'indifferenza della politica che lascia spazio solo alla rabbia sorda. Quanto a Veltroni, il suo progetto è chiaro: troverà uno spazio di dialogo con l'avversario e aspetterà tempi per lui migliori, convinto che arriveranno.
Non è detto che sarà così, ma di sicuro continuerà a cercare di desertificare a sinistra, proponendosi come il «rappresentante» di tutto ciò che non è di estrema destra, dall'Udc in qua.
Concentriamoci, invece, su ciò che esiste. Perché la sinistra non scompare con la sua rappresentanza istituzionale: pensare che il gioco si teneva principalmente nel palazzo è stato l'errore di fondo, ritenere di conoscere a memoria la società e le sue contraddizioni la tragedia più vera. Fermiamoci un attimo, senza rese dei conti e apriamo un confronto vero, ricostruiamo un linguaggio non stereotipato e comune, misuriamolo con le condizioni materiali e le aspirazioni politiche delle persone in carne e ossa, diamo battaglia a partire da queste, mettiamo - ciascuno di noi - a disposizione ciò che siamo e i ruoli che ricopriamo; a iniziare da chi si è dato responsabilità dirigenti. Questo non è ricominciare da zero, è ripartire dalla realtà. La «ricetta» non si può inventare a tavolino: confessiamo apertamente le reciproche parzialità.
Ps: Poiché siamo tutti in gioco, meglio precisare che il gioco riguarda anche questo giornale. Che si è speso molto per una sinistra possibile (dall'assemblea dell'Eur del 15 gennaio 2005 alla manifestazione dello scorso 20 ottobre, fino a una campagna elettorale svolta in «stato di necessità») e continuerà a farlo, con disponibilità e autonomia. Ma visto che in tempi di carestia anche i più piccoli bocconi sembrano un fiero pasto, nessuno provi a divorarci. Come cibo serviremmo a poco, solo a prolungare le agonie.

 

 

 

 

Elezioni non proprio normali (n+1)

 

 

"Il nostro metodo considera ogni moto 'a destra' della borghesia, nel senso di buttare la maschera, come una previsione verificata, una 'vittoria teorica' (Marx, Engels) e quindi un'utile occasione rivoluzionaria. Di contro sta il metodo opposto per cui ad ognuna di quelle svolte si smobilita il fronte di classe e si corre al salvataggio, come pregiudiziale tesoro, di quanto la borghesia ha smantellato e schifato: democrazia, libertà, costituzione, parlamento" (Amadeo Bordiga, 1953).

 

 

Siete fuori dal mondo!

Ci piace Dante che colloca gli ignavi nell'anti-inferno, neppure degni di essere giudicati. Quindi abbiamo sempre avuto rispetto per coloro che credono in qualcosa e soprattutto che per l'affermazione o realizzazione di questo qualcosa militano e lottano, fossero pure avversari. Ma quando li vediamo omologarsi alla massa che ogni cinque anni va a deporre una scheda credendo con questo di contribuire al "cambiamento" ci cadono le braccia. La nostra avversione per la mistica elettorale non discende da questioni di principio: se nell'ottica del processo rivoluzionario votare servisse a qualcosa voteremmo. Ma è da un secolo e mezzo che il meccanismo democratico non produce che nefasta ideologia controrivoluzionaria. Perciò non solo va ignorato ma va strenuamente combattuto. La democrazia schedaiola è la madre di tutte le ignavie politiche.

Specialmente in occasione di queste ultime elezioni abbiamo ricevuto via Internet molta corrispondenza sull'argomento. In alcune e-mail si arriva ad affermare che noi astensionisti avremmo regalato il governo a Berlusconi. Ci dicono che siamo fuori dal mondo come se fosse un insulto. Ma noi da questo mondo vogliamo tenerci fuori, non ci teniamo affatto che sopravviva. Con il nostro aiuto per giunta. Per ogni rivoluzionario comunista è un delitto accorrere in soccorso dello Stato borghese. Crepi lo Stato. Diceva Lenin che la democrazia è il miglior involucro per il dominio borghese. Crepi la democrazia. Ci dicono che Lenin fu in polemica con la nostra corrente sulla questione del parlamentarismo: no, era in polemica con chi ne faceva una questione di principio; per parte sua dissolse con battaglioni di operai armati l'Assemblea Costituente che stava per dare inizio all'eterna chiacchiera. Negli scritti della Sinistra Comunista "italiana", specie dal 1919 in poi, si sostiene chiaramente che quando il proletariato rivoluzionario si costituisse in partito, non sarebbe già più classe di questa società, non avrebbe nulla a che fare con i suoi mistificanti organi rappresentativi in via del tutto naturale. La partecipazione a tali organi provocherebbe un indebolimento della sua preparazione rivoluzionaria. Quando, invece della classe che si eleva al Partito, si ha la classe che si abbassa al Capitale, gli effetti del parlamentarismo sono ancor peggio.

Ad ogni modo la depressione degli sconfitti durerà poco. Siccome offrono un servizio utile alla borghesia, risorgeranno, magari come corrente all'interno del PD, nuovo partito-minestrone. Al di là delle autocritiche e delle reciproche accuse, dei calcoli e delle inutili strategie per il futuro, le elezioni di aprile non hanno cambiato proprio niente dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni borghesi. Quando mai le decisioni della borghesia vengono prese per via parlamentare? Basta che qualche indicatore dell'economia globalizzata oscilli di mezzo punto e non c'è governo di qualsivoglia paese che non si allinei agli ordini del Capitale.

Nel piccolo dell'italietta qualche bell'allineamento c'è già stato. Non erano ancora finiti i conteggi delle schede che Montezemolo e Marcegaglia, capo uscente e capo entrante di Confindustria, dettavano già, a un governo che non c'era ancora, la scaletta delle misure politiche ed economiche da varare. I mercati lo esigono. Eppure la grande borghesia aveva appena sostenuto sui suoi giornali, sulle sue radio e televisioni, anche a livello internazionale, la frazione risultata perdente. Un momento: perdente?

In realtà il veltrusconismo ha vinto. Lasciamo perdere per un momento chi siederà sugli scranni della maggioranza a causa della legge elettorale. E anche i numeri che danno ai destri un vantaggio di 3 milioni e mezzo di voti. E trascuriamo anche gli 8,2 milioni di astenuti e il milione e mezzo di schede bianche o nulle, numeri non ancora significativi. Quello che ha vinto è un enorme centro, un amalgama dai contorni indefiniti, dai componenti assolutamente intercambiabili, cui si accoderanno le frange oggi escluse, se non vogliono rimanere escluse per sempre. Possiamo sembrare poco gentili. Addirittura insultanti. Ma come trattare gente così masochista da essere presa continuamente a pesci in faccia dai suoi capi per poi farsi venire il mal di fegato con noi che non votiamo? Sveglia! Sapete quanti voti avremmo portato al vostro mulino a chiacchiere? Suvvia, un po' di buon senso, prendetevela con chi vi rende cornuti e mazziati, smettete anche voi di servire lo Stato e i suoi funzionari.

Dinamica di piccola catastrofe

Comunque sia, da Cacciari a Cossiga, da Epifani a Fini, da Scalfari a Mentana, c'è stato un coro unanime nel considerare grave l'esclusione della sinistra dal parlamento. Il ritornello è stato per tutti quasi identico: ridotta allo stato extraparlamentare, la sinistra potrebbe ritornare alle fabbriche e alla piazza. Che cosa può fare la sinistra odierna nelle fabbriche lo si è visto da quanto fece la sinistra precedente, riuscita al massimo a formare sindacatini fotocopia che aumentano il disorientamento dei lavoratori senza risolvere alcun problema inerente al sindacalismo tricolore. La piazza, poi, è ormai quella che da Seattle a Genova ha reso evidentissimo un miscuglio inoffensivo di incazzatura nichilista e di riformismo, di new age e mistica ecologista, di sindacalismo corporativo e di parlamentarismo. E naturalmente di movimentismo gruppettaro codista, pronto a correre dietro a tutto ciò che la borghesia gli mette davanti per tenerlo occupato.

Questa sinistra non dà fastidio a nessuno, e oltre tutto anch'essa pende in massa verso il cretinismo parlamentare. Le si fa digerire di tutto, la si fa spostare dove si vuole. Dicevamo che abbiamo rispetto per il militante incazzato, ma perdìo, che si accorga almeno che per uno scranno governativo nel tempio della chiacchiera non c'è capetto dei suoi partiti che non rifarebbe quello che hanno fatto i D'Alema e i Prodi a capo di una coalizione di centro-sinistra: inchinarsi alle ragioni del Capitale, peggiorare le condizioni del proletariato e partecipare alle guerre imperialistiche.

La piazza ideologica non ha mai disturbato l'andamento del profitto. È bene che si semplifichi un po' la giungla del nemico, specie quando questi si veste di rosso. La catastrofe elettorale dei sinistri è la vittoria dei destri, intendendo con ciò non tanto la destra ufficiale quanto il baraccone veltroniano. Il resto non conta se non, appunto, solo in Parlamento. Ma è puro folklore. Berlusconi non è stato che il catalizzatore di una reazione chimica. E, come si sa, il catalizzatore è quell'elemento che permette il processo senza prendervi parte. La realizzazione vera è dunque l'eliminazione delle frange, l'avvio di un bipartitismo fra due schieramenti simili che ha bisogno soltanto di qualche ritocco alla legge elettorale. Pensate alle elezioni per il sindaco di Roma: fra Rutelli e Alemanno quello di sinistra è il fascista che ha perlomeno una parvenza di programma sociale, debolissima eco di quello mussoliniano.

L'eliminazione delle frange non si era verificata la volta scorsa, nonostante il meccanismo fosse lo stesso. Ciò è una bella dimostrazione del salto dialettico che interviene quando materialmente si accumulano le contraddizioni. La quantità si tramuta in qualità e la continuità si muta in rottura. Ancora niente in confronto a ciò di cui il mondo avrebbe bisogno, ma intanto si è semplificato il panorama: non c'è più spazio per mantenere in vita forze politiche ormai inutili dopo che hanno svolto il lavoro sporco, quello di intossicare il proletariato etichettando come rivoluzionarie tutte le categorie borghesi. Un mero assestamento interno alle forze borghesi, dunque, ma significativo a causa della sua dinamica di tipo "catastrofico".

Se da una parte queste elezioni non hanno fatto che confermare l'immane coglionamento del "popolo", dall'altra sono state istruttuve per alcune novità. La scomparsa della sinistra parlamentare cosiddetta radicale è certamente avvenuta in modo indolore nell'indifferenza totale delle "masse". Le quali, ignave per conto loro, si sono mostrate vendicative nei confronti dell'ignavia dei loro aspiranti capi. Ma non ha tutti i torti chi paragona l'evento a un piccolo "crollo del muro". La dinamica è la stessa, anche se ovviamente cambia la scala. C'è quindi un motivo supplementare per rallegrarci: ci sono voluti un paio di decenni per metabolizzare il crollo del Muro di Berlino e conseguente sfascio dell'immane baluardo controrivoluzionario sovietico, ma oggi s'è messa una pietra sopra anche ai suoi poco imponenti ma subdoli residui. La piccola borghesia continuerà ad avere il compito di produrre ideologia conservatrice per il proletariato, ma dovrà utilizzare altri schemi, altri simboli, altri percorsi.

Lo Stato sempre più invasivo

Di fatto è scomparso in Italia il ruolo che per più di sessant'anni era stato svolto dal partito togliattiano e dai rimasugli lasciati dalla sua scomparsa. Nessuna rottura rivoluzionaria è possibile finché esistono le condizioni favorevoli all'adozione, da parte del proletariato, delle istanze borghesi avversarie, e certo la semplificazione del panorama politico potrebbe aiutare anche la polarizzazione di classe. Da questo punto di vista lavora per noi meglio Berlusconi che Veltroni. Non è un caso che un elemento come Cossiga, ben addentro agli affari segreti della borghesia, si dica molto preoccupato per la scomparsa dei sinistri dal parlamento, facendosi portavoce di un arco politico trasversale che copre tutti i partiti. Con la scomparsa della sinistra "radicale" verrebbe a mancare uno dei cuscinetti fondamentali per mediare il conflitto, sempre presente, tra capitale e lavoro. Secondo Cossiga, la semplificazione del quadro parlamentare ha degli aspetti paradossali perché complica il quadro sociale, soprattutto in previsione del peggioramento sul fronte della crisi economica, che un numero crescente di economisti ritiene non più solo congiunturale ma sistemica.

Di fronte ad una situazione mondiale di estrema tensione dovuta non solo alla crisi finanziaria ma anche allo sbriciolamento dell'euforia liberista post-keynesiana e alle sempre più estese rivolte del pane, quella compagine riformista non aveva più alcuna possibilità di leggere gli eventi e quindi nemmeno di comportarsi di conseguenza, cioè di adeguarsi ai tempi con il suo proverbiale atteggiamento codista. È curioso che proprio nella fase storica nella quale il comunismo si afferma come esigenza reale, quando il cervello sociale esplode nella sua massima potenza e il lavoro associato fa il giro del mondo prefigurando chiaramente una nuova forma economica e sociale, scompaiano ingloriosamente gli ultimi epigoni del vecchio opportunismo (beh, c'è ancora la Corea del Nord, il Nepal…).

D'altronde il proletariato e le mezze classi rovinate, immiserite e preoccupate dalla crisi non più strisciante ma manifesta, non hanno tempo da perdere con l'eclettismo rifondarolo o con il buonismo radical-chic veltroniano. Non c'è da stupirsi che facciano molto più presa elettorale questioni concrete come la sicurezza, le tasse, gli immigrati, affrontate con un lessico ultra-semplificato, studiato apposta per il telerincoglionimento e quindi efficace. Né c'è da stupirsi di conseguenza, che abbia un successo specifico un partito come la Lega, l'unico che sia ancora formato da una base reale, che sia esente da ideologia e quindi, in fondo, l'unico partito vero sulla scena (Mussolini, che non era scemo, rifiutò sempre, di fronte a tutti gli aspiranti ideologi del fascismo, di dare al fascismo stesso un'ideologia).

Conservazione e rivoluzione sono due poli opposti, ma ciò non toglie che abbiano bisogno entrambi di strumenti adeguati. Il comunismo vincerà perché non è un movimento ideologico ma materiale, un cambiamento che avviene nella struttura della società umana e che farà esplodere i suoi necessari (determinati) strumenti politici. La realtà sta lavorando per la loro formazione e sviluppo, perché se da una parte semplifica gli esecutivi politici potenziandoli (lo Stato diventa sempre più invasivo), dall'altra restringe gli spazi di mediazione sociale ed elimina le fronde che rappresentano false alternative al sistema, ormai non solo inutili ma ingombranti.

Il nuovo parlamento dovrà risolvere un problema che è sul tappeto da anni: dato che in ultima istanza qualunque esecutivo dovrà agire sulla forza-lavoro e sulla possibilità di cavarne maggiore plusvalore, occorrerà liberarla completamente da ogni vincolo, estendere la mobilità dei lavoratori, legare il salario minimo alle esigenze dell'economia, controllare la sua tendenza a crescere. Insomma, c'è bisogno di rilanciare un nuovo e più forte "patto fra i produttori". La sovrastruttura politica che serve a tutto ciò è una democrazia sempre più blindata, con un esecutivo forte e "snello", cioè non troppo intralciato da chiacchiere parlamentari e disfunzioni varie. Non a caso si sta producendo ideologia apposita (come quella sui costi sociali della "Casta") veicolata da efficaci manipolatori mediatici.

Che cosa può rivelare una semplice elezione

La discussione sul parlamentarismo fra la Sinistra Comunista "italiana" e l'Internazionale, con gli interventi diretti di Lenin, era basata sul presupposto che nei parlamenti occidentali vi fosse ancora la possibilità del loro utilizzo rivoluzionario, se non altro come "tribuna" da cui lanciare la nostra critica alla società borghese. I compagni russi ponevano il problema con qualche ingenuità, ma gli squali democratici di quasi tutti i partiti "comunisti" occidentali sapevano benissimo che nei parlamenti ci andavano a fornicare con la borghesia, altro che "tribuna". Non eravamo d'accordo con l'IC ma, non trattandosi di una questione di principio, ci adeguammo per disciplina e partecipammo alle elezioni con le cautele che ci permettessero di non essere trascinati nel cretinismo parlamentare. In seguito denunciammo apertamente l'uso del metodo elettoralistico e parlamentare in una Internazionale che si allontanava sempre più dai suoi presupposti programmatici per adeguarsi alla forma sociale borghese.

L'immane paradosso fu che, mentre l'Internazionale e i partiti aderenti si parlamentarizzavano sempre di più, la borghesia si parlamentarizzava sempre di meno, giungendo alla fine a varie forme di fascismo. Contro questa moderna forma di dominazione borghese l'Internazionale parlamentarizzata non seppe far altro che accorrere in difesa del parlamento con una marcia indietro generale dagli effetti catastrofici: la classe si sentì chiamata, in pochissimi anni, prima all'abbattimento dello Stato borghese, poi alla sua difesa parlamentare, poi addirittura al combattimento a favore dei paesi imperialisti democratici o ritenuti comunisti in una guerra imperialista.

Alla fine della guerra le necessità economiche imperanti e l'autonomizzarsi del capitale sempre più spersonalizzato, imposero l'adozione dell'essenza politica ed economica dei fascismi sconfitti militarmente. Per cui il parlamento diventò un organismo ancora più inutile di quello che combattemmo fin dall'inizio del '900, più mistificante per la sua presunta importanza partecipativa. In realtà una semplice camera notarile in cui vengono registrate formalmente le esigenze operative di decisioni prese altrove. Naturalmente con la fine della funzione legislativa reale, emerse dal profondo della società una nuova e più potente necessità di conservazione della forma sociale dominante, per cui prese il sopravvento lo strumento esecutivo di governo e di controllo.

Berlusconi, o chi stava dietro di lui, percepì con tempismo questa opportunità, non ha importanza se a fini personali o altro. L'unione degli strumenti mediatici con la mentalità dell'imprenditore che rozzamente mette in condizione di non nuocere chi disturba la linea di comando aveva spazio elettorale effettivo, nascente da effettive esigenze economiche e produttive. Era difficile prevedere Berlusconi, ma intitolammo una nostra pubblicazione del 1992 Il 18 brumaio del partito che non c'è. Poco dopo il partito ci fu, anche se non fu esattamente quello di cui il Capitale aveva bisogno (allora l'accoppiata Segni-Prodi sarebbe stata tecnicamente più consona, ma la borghesia se la lasciò sfuggire). In effetti era già allora necessaria una struttura che fosse strumento efficiente di controllo economico, potenzialmente in grado di passare alla repressione sociale quando necessario. Che rendesse possibile una gestione unitaria del fatto economico e "plastica" l'aderenza delle forme alla sostanza. Che liberasse anche la forza-lavoro dai vincoli sindacali e politici, non ancora del tutto aderenti ad un moderno corporativismo demo-fascista. Sia la forma esecutiva dello Stato che l'assetto giuridico-formale dello sfruttamento dovevano essere adeguati alla realtà globalizzata dei mercati, vale a dire impostati direttamente sulle esigenze produttive e non attraverso la mediazione dell'ambiente parlamentare, non solo impotente per sua costituzione, ma anche abissalmente ignorante di fronte a problemi di così vasta portata.

La borghesia italiota, pasticciona in quanto rappresentante di un capitalismo millenario, più putrefatto di quello tedesco o cinese proprio perché così vecchio, non fu in grado di cogliere l'occasione essendosi la società fossilizzata intorno alla girandola parlamentare. Esperimenti economici e sociali furono tentati (ad esempio il protocollo del 1992-93), ma come di consueto ciò che nell'italietta si inventa, altrove si applica, con più serietà e razionalità, quindi con più successo.

Oggi il problema si ripresenta, come ribatte da anni The Economist nella sua testarda campagna contro l'illiberista e rozzo Berlusconi. Vi è certamente la necessità di uno sfrondamento di quegli orpelli che dissipano le già poche energie residue del capitalismo italico. Ciò significa che anche i rappresentati del Capitale globalizzato si rendono conto che bisogna fare sul serio, e il caso Italia è attentamente seguito anche se l'immagine stereotipa è sempre mafia-spaghetti. Per noi è chiaro che si va verso un chiarimento dello scontro fra classi. E ciò ha il suo risvolto in un enorme aumento di responsabilità per tutte le forze che si oppongono, o dicono di opporsi, alla forma sociale vigente. Non vale ormai, e varrà sempre meno, la spiegazione basata sulla "situazione sfavorevole" dovuta, oltre che alle determinazioni di tipo generale, anche alla presenza dei "rinnegati opportunisti traditori". Una elezione non provoca un cambiamento storico, è ovvio, ma se ciò che è stato sancito in aprile diverrà un fatto permanente, il risultato non sarà semplicemente un allineamento ad altri grandi paesi democratici alle prese con un bipartitismo più o meno perfetto. Qui il bipartitismo l'abbiamo già avuto al tempo della destra storica e della sinistra di Depretis, quando quest'ultima rinvigorì il parlamentarismo proprio per confondersi con la prima (dal 1876). Di fronte agli inventori del trasformismo Veltroni è un dilettante. E neppure è pensabile una coalizione alla tedesca. Qui, se la serie storica continua, il bipartitismo significherà altro. E se il fascismo non è un ritorno al bonapartismo, come credette qualche sciocco, ma un fenomeno modernissimo, allora qui dovremmo vedere qualcosa di interessante.

Non azzardiamo ipotesi, ma vediamo che i maggiori rappresentanti della destra sono portati a fare strani discorsi. Il commercialista liberista Tremonti sta sussurrando tesi di utilizzo pesante dello Stato per drizzare l'economia e per opporsi nientemeno che alla globalizzazione; Alemanno assume toni sociali da Programma di Sansepolcro, base della "rivoluzione fascista"; Berlusconi proclama che vuol passare alla storia come l'uomo che cambierà radicalmente le istituzioni; Bossi giura che federalizzerà la Penisola semplificando lo Stato padrone; la Confindustria chiede aumenti salariali in cambio di aumenti di produttività e di gestibilità infrastrutturale (avete letto bene, prima gli aumenti di salario per stimolare i consumi). Il tutto mentre sta scomparendo la mediazione corporativa con i sindacati tricolore e persino l'assetto classico del proletariato di fabbrica, che aumenta di numero ma si precarizza, e sarà perciò costretto a darsi nuove reti organizzative di tipo territoriale scavalcando la Triplice.

Se aggiungiamo che a livello mondiale stanno accumulandosi tensioni tremende in diversi campi, vediamo che ce n'è abbastanza per mettere alla prova le giovani leve proletarie che saranno costrette a riscoprire forme di lotta classista o addirittura a inventarne. Ce n'è anche abbastanza per cancellare spietatamente dalla scena tutti coloro che, nella feroce giungla darwiniana prossima ventura, non si dimostreranno adatti all'ambiente. Forse siamo troppo ottimisti (comunque non fa male alla salute), ma si sente nell'aria che è finito un periodo storico durante il quale si erano sviluppati fino alle estreme conseguenze (compreso l'operaismo 1960-1968-1980) i caratteri della controrivoluzione stalinista. Sulle spalle della gioventù proletaria pesano un compito e una responsabilità enormi, specie per quanto riguarda l'eterno problema della bussola, cioè del programma politico. Se prima abbiamo usato qualche cautela a proposito della prospettiva rivoluzionaria futura, abbiamo però una certezza: l'umanità non ha ancora visto niente con la rivoluzione del 1917-23, pur così densa di scontri titanici e insegnamenti per il futuro. Il crollo rivoluzionario del capitalismo sarà un cataclisma quale l'umanità non ha mai conosciuto nella sua storia.

Qualcuno potrà pensare che da un infimo episodio elettorale si traggano da parte nostra esagerazioni indebite. Può darsi. Ricordiamo però che anche prima del crollo epocale del Muro di Berlino e dell'URSS nessuno immaginava quel che sarebbe così repentinamente avvenuto a causa della concatenazione di insignificanti episodi. Le condizioni materiali c'erano, solo che nessuno le vedeva. Questo perché in generale c'è un divario crescente fra la realtà e la sua rappresentazione nella testa degli uomini, mentre chi si abitua a non ascoltare le sirene del simbolico guarda ai numeri e alle tabelle della produzione, dello sfruttamento, del movimento di materie prime, della formazione e ripartizione del plusvalore. Se fossimo dei capitalisti saremmo assai preoccupati. Siamo dei rivoluzionari e siamo ottimisti. Anche l'infimo episodio elettorale può essere il foruncolo dovuto a una malattia profonda che si manifesta improvvisamente.

 

 

LETTURE CONSIGLIATE

 

(tutti i testi segnalati si trovano sul nostro sito: www.quinterna.org)

 

  • O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale, Quaderno di n+1, 1919-53.

  • Amadeo Bordiga, "Nostalgie astensioniste", in Lo Stato operaio n. 5 del 1924.

  • Partito Comunista Internazionale, Il cadavere ancora cammina, opuscolo, 1953.

  • Il 18 brumaio del partito che non c'è, Quaderno di n+1, 1992.

  • La questione italiana, Quaderno di n+1, 1995.

  • Padania e dintorni, Quaderno di n+1, 1998.

 

 

Lettera a Michele
Ivan Della Mea

Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo il testo di Luciano e Ivan Della Mea, febbraio 1972, tratto dal disco di Ivan Della Mea «Se qualcuno ti fa morto», Dischi del Sole, Edizioni Bella Ciao, 1972

Mio caro Michele
ricordi la lotta
le grida infuocate
«la fabbrica è nostra
così è la città
è nostra la vita»
ma poi qualcosa è cambiato, Michele.
E dopo la lotta
ricordi Michele
con giusta premura
si fecero i quadri
del nuovo partito
e il termine nuovo
non fu così nuovo, non troppo Michele.
Mio caro Michele
nel nuovo partito
la nuova avanguardia
di fatto sono io
ti dò la teoria
e la strategia
non è presunzione, Michele, ma è mia.
Mio caro Michele
qui scopri l'errore
e dici convinto:
- se non sono io
da oggi in eterno
per scelta di classe
la vera avanguardia, può tutto avvenire -.
Può tutto avvenire
magari il partito
magari il potere
ma ciò che non viene
che non può venire
sarà il comunismo
tu per questo per oggi hai capito Michele.
E allora Michele
rifammi compagno
e uniti e insieme
lottiamo l'errore
per essere nuovi
per essere diversi
e comunisti, da oggi, Michele.
Da oggi sappiamo
che questo programma
avrà tempi lunghi
e non si farà
se chi è compagno
non imparerà
a vivere da compagno, Michele.
Pigliarsi la fabbrica
e poi la città
far nostra la vita
vuol dire imparare
da oggi tra noi
il nuovo rispetto
il solo rispetto che è comunista.
E questo rispetto
tra liberi e uguali
non è un merletto
o un fatto formale
è violenza di classe
rifiuto totale
del vecchio errore nascosto tra noi.
L'errore che ormai
possiamo vedere
l'errore del tuo,
del mio potere
e d'ogni potere
un po' personale
per oggi è tutto; avanti, Michele.

La Vignetta di Matteo Colombo

Per una rivoluzione copernicana del sindacato e della sinistra
Intervista a Dino Greco, della Camera del Lavoro di Brescia
Dal voto di domenica ad oggi inizia a frapporsi un lasso di tempo sufficiente ad approfondire l’analisi del voto.
Partirei dal risultato di Brescia non solo perché è la tua città, ma anche perché è – a quanto pare – uno dei simboli di questa Italia uscita dalle urne: un Paese che svolta a destra, che subisce lo sfondamento della Lega Nord soprattutto nell’elettorato operaio, che vede scomparire dal Parlamento la sinistra.


L’esito del voto è così eloquente da non lasciare margini di equivoco. Il cartello della Sinistra Arcobaleno, unita sotto il nuovo simbolo, raccoglie a Brescia e provincia il 2,6%, la Lega il 27,2: dieci volte tanto. E sono, in gran parte, voti di popolo, voti operai. Ma non è un fulmine a ciel sereno.
Simone Oggionni :: redazionale 18/4/2008  continua...