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11 TESI DOPO LO TSUNAMI -
PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE
Quando la politica non sa più parlare, il ceto politico parla solo a
se stesso di se stesso, non interpreta la società e ne rincorre le
pulsioni
Centro Studi per la riforma dello Stato
1. CAMBIO DI PASSO 2. DOPPIO FALLIMENTO 3. POLITICA MUTA 4. DECIFRARE E TRADURRE 5. COSTRUIRE IL SOCIALE 6. DISAGIO E PAURA 7. IL CONVITATO DI PIETRA 8. SINISTRA, CHI SEI? 9. LAVORO E SAPERE 10. IL VECCHIO CHE AVANZA 11. TRACCE DI CIVILTA'
'Semplificato' il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua rifondazione ,senza rappresentanla classe . Perciò, prepariamoci a tempi duri, che già sono lì presenti nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza. Destra e sinistra sono dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le contraddizioni della società , che restano tutte- dall'ambiente alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e alla pace - rendono necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non abbiamo fretta di dargli un volto. (piero)
il commento di Ezio Mauro- video- spezzone analisi voto lega audio wav risultati locali 2008- link
combatir a los patrones, como sea y donde sea, es la unica ley que tenimos nos explotados
e questo sarebbe la classe 'digerente'?
Riportiamo qui sotto la denuncia dell’Adusbef. In 4 anni gli utili delle banche italiane sono praticamente raddoppiati, mentre le tasse sono salite a passo di lumaca, protette da una “rete di protezionismo scandaloso”. Lo sostiene l’Associazione dei consumatori, Adusbef: in base ai dati di Bankitalia tra il 2002 e il 2006 l’utile lordo del sistema bancario è passato da 15,9 a 30,5 miliardi di euro (+ 91,5%) quello netto è passato da 9,9 a 22,7 miliardi (+ 129%). Ciò che “meraviglia” prosegue l’Adusbef, è l’andamento delle incidenze delle imposte dirette sull’utile lordo: da 6 miliardi di euro nel 2002 (37,8%) a 7,7% miliardi nel 2006 (25,4%), “con un aumento pari al 28,9%, quando l’utile lordo è variato del 91,5%”. Stesso andamento per le imposte indirette, aumentate da 2,3 a 2,6 miliardi di euro circa + 11,7%. Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia.
(male)Pensate sparse circa le elezioni politiche 2008 Dopo 5 anni di governo di berlusca finalmente si torna se non a vivere almeno a vivacchiare. l’Unione vince, di poco ma vince, e poi questa volta “abbiamo” anche il programma. Certamente nessuno si aspetta che si faccia la rivoluzione ma sicuramente qualche aspettativa troverà soddisfazione. Magari su qualche fronte il sole torna a risplendere. Inoltre questa volta siamo forti anche del supporto di un gruppo di economisti “la rive gauche” capaci di fare delle proposte non ideologiche (si sa che la sinistra e quella radicale in particolare non capisce nulla di economia salvo qualche rara eccezione). Propongono di stabilizzare il debito pubblico per non rischiare di ammazzare l’ammalato (i lavoratori ma non solo loro) da curare. E invece nulla, le loro proposte, già dalla prima finanziaria, sono completamente ignorate sia dal governo che dagli esponenti della sinistra radicale. Si torna alla politica dei due tempi, in realtà, come quasi sempre negli ultimi trent’anni, è la politica di un solo tempo: quello dei sacrifici. Mah!!! Il tempo passa. Da un lato siamo letteralmente bombardati dalle notizie: sull’aumento del prezzo del petrolio e quindi della benzina e quindi dei prezzi; dall’aumento dei morti sul lavoro; dall’aumento dei tassi di interessi e quindi delle rate dei mutui della casa che si sta acquistando; dall’aumento della munnezza di Napoli; dall’aumento del numero dei precari; dall’aumento dei reati degli immigrati e dagli zingari. C’è né anche per lo strapotere della casta. Dall’altro lato Prodi distribuisce ottimismo sui conti dello stato, sui tesoretti che spuntano come funghi. Ferrero da Santoro farfuglia di un piano casa in procinto di essere emanato e di agevolazioni fiscali per gli affittuari. Come si suol dire “tanto fumo e poco arrosto”. Anche la voce sindacale è piuttosto silente: c’è il governo amico. Ci provano i precari a disturbare i manovratori governativi con una manifestazione piuttosto numerosa a Roma. Niente, neanche loro riescono scalfire il tran-tran delle pseude scaramucce intergovernative intraprese dalle menti pensanti della sinistra radicale. Nessun rifugio alle mille paure che serpeggiano. Ci sentiamo soli. Disperazione. Angoscia. Senso di impotenza. Paura. “Paura liquida o della modernità (liquida)” in cerca di un contenitore che le dia forma. Le vecchie forme almeno al momento sembrano non “funzionare” più, per fortuna che c’è la Lega, se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Almeno loro, quelli della Lega, un nemico lo individuano. Un sogno lo prospettano. E’ vero che non propongono chessò di aumentare gli asili nido, di fatti non lo propone nessuno e tantomeno li aumentano anche le amministrazioni di sinistra, ma “almeno” loro chiedono di favorire i bambini nostrani rispetto ai bambini esteri. Si può dire che le ultime elezioni politiche abbiano realizzato il motto di Cetto Laqualunque di Albanese : ciao, ciao, ciao sinistra radicale, in’t’ culo a la sinistra radicale. p.s.1. non mi sembra che la giunta Bresso abbia “sconvolto” la vita degli abitanti del Piemonte su qualche fronte: sanità (code esami sanitari,…), trasporti, … e l’amministrazione di pinerolo … sembra sia stata condannata per comportamento antisindacale, lungaggini burocratiche sempre vessatorie “nonostante” le “pregiate” consulenze esterne, ecc… p.s.2. a proposito di “ sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle casalinghe cittadini che abbandonano la sinistra” a me sembrerebbe che sia avvenuto l’esatto contrario; le strutture, siano esse materiali o culturali, devono essere utili agli individui-lavoratori ai ceti alle classi e non viceversa o no???
Michele
Un arcobaleno sfumato
Nino Lisi, 18 aprile 2008, 12:44
L'intervento Il 14 aprile
è finito il secolo breve. Non la storia. Il pianeta è a un bivio: o la
disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla
follia dell'Occidente e gli imporrà di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli assetti delle società (leggi società di mercato), oppure gli equilibri ambientali si romperanno irrimediabilmente. Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre fine alla propria follia. La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe
Il 14 aprile 2008, il 900 è finito. Socialismo e
Comunismo, le grandi correnti culturali ed i grandi movimenti di lotta
che i due termini evocano e che
hanno caratterizzato e dato senso al secolo breve, sembrano usciti dall'orizzonte politico del nostro paese. La terza repubblica, di cui la tornata elettorale pare segnare l'inizio, nasce senza una sinistra politica. Ciò è avvenuto negli stessi giorni in cui la FAO denuncia allarmata che in tutto il mondo c'è carestia - fenomeno che ci avevano detto che nella modernità non si sarebbe presentato - e i media, anche se relegandole in terzo e quarto piano, danno notizia di sommosse e morti per il pane in diversi paesi di questo pianeta. Senza dire che anche in questi giorni all'ininterrotta catena delle morti sul lavoro in terra italiana si sono saldati altri anelli.
Sembra dunque uno scherzo della Storia che la sinistra
esca dalla scena parlamentare italiana proprio quando, per scongiurare
la tragedia che incombe sul
mondo ed anche sul nostro paese, di lei c'è maggiormente bisogno. Il soprassalto d'ordine che sta sotto i risultati elettorali del nostro paese, in particolare delle regioni "ricche", segnala che, di fronte all'annuncio che la pressione sui paesi "ricchi" delle migrazioni dei poveri è destinata ad aumentare e di fronte alla constatazione che gli effetti della recessione innescata dai sub prime statunitensi si scaricano anche su di noi, la tendenza a rinchiudersi nel proprio individualismo sta contaminando anche le fasce sociali in cui la solidarietà era più di casa. Non è una novità: quando si prevedono tempi tristi, se non nasce a sinistra la prospettiva di una risposta, la si cerca a destra. Il che - lo insegna la storia - è irto di rischi.
Sui motivi per i quali una risposta plausibile non la si
è apprestata a sinistra si aprirà un dibattito ed un regolamento di
conti che è facile prevedere
sarà tanto più inconcludente quanto più feroce sarà. Bisognerebbe invece evitare di appuntarsi su ragioni contingenti, più di tattica che di strategia, più di breve momento che di respiro ampio, per cercare in profondità le ragioni per le quali l'Arcobaleno non si è presentato credibile. La prima e più evidente è che il tentativo è stato strozzato sul nascere dal precipitare della crisi di governo e dallo scioglimento delle Camere. Bisogna riconoscere però che le formazioni che hanno promosse questa esperienza si sono presentate all'appuntamento, quale più, quale meno, largamente impreparate. Perché l'esigenza d'innovazione c'è. La crisi della democrazia, quella della rappresentanza, l'indebolimento dello stato-nazione non sono fatti contingenti; sono tra gli esiti della fase calante della parabola della modernità.
Siamo ad un passaggio di epoca: paradigmi interpretativi,
categorie concettuali e forme dell'agire, quali la forma partito, valide
un tempo, sono oggi sorpassate.
In una società complessa, nella quale l'intreccio delle relazioni cresce ed il numero delle decisioni si moltiplica, i tempi di reazione si allungano mentre la rapidità è un'esigenza, il problema del funzionamento delle istituzioni si pone.
Veltroni e, al suo seguito, Berlusconi hanno presentato
la loro soluzione. Ambedue, pur con qualche differenza, vanno nella
medesima direzione: a livello
di società, la liquefazione delle soggettività e la loro confluenza in un'unica ed indistinta identità, quella della cittadinanza; a livello politico, la semplificazione del quadro mediante la formazione di aggregazioni non uniformi, ma compatte, in cui le identità si diluiscono sino a sfumare, ed imperniate sulla figura del leader come condizione perché il bipolarismo funzioni. Delle due soluzioni possibili hanno scelto quella di rastremare la piramide del potere, concentrandolo. Potremo chiamare questo modello della democrazia dispotica oppure del dispotismo democratico, a seconda di come verrà gestito. Di questo si tratta.
L'altra soluzione, quella di rompere la chiusura
individualistica in cui la società si è frammentata sotto la spinta
dell'iperliberismo, altro frutto avvelenato
della crisi della modernità, e di rinverdire la forza delle soggettività, esaltare la ricchezza della diversità dei soggetti sociali, strutturare a rete il potere moltiplicando i punti in cui si decide, facendo della partecipazione quindi un dato concreto ed efficace, quest'altra soluzione la sinistra non l'ha proposta. Nemmeno, forse, l'ha pensata. Qui sta a mio avviso la causa profonda della sconfitta dell'Arcobaleno. Le altre, la fallita esperienza di governo, lo scarso entusiasmo di alcune componenti, le rivalità e quant'altro, che pure ci sono state, contano assai meno.
Da qui dobbiamo partire.
L'innovazione che Veltroni e Berlusconi hanno proposto aderisce al vecchio paradigma della modernità e ne accetta tutte le conseguenze, cercando il primo solo di attenuarne l'impatto, se può; proponendo l'altro l'esaltazione dell'individualismo, crepi chi non ce la fa. Ambedue invocano la "crescita", negandone la carica distruttrice per le persone e per l'ambiente. La sfida che la sinistra ha di fronte è apprestare e praticare un paradigma nuovo della modernità. Su questo la sinistra deve rifondare la sua cultura. Un paradigma nel quale convergano gli apporti della lezione marxiana e quella del femminismo, l'apporto fondamentale dell'ecologismo e quello non meno importante del pacifismo; un paradigma capace di finalizzare scienza e tecnologia alla liberazione delle donne, degli uomini e della natura, sottraendoli al dominio del capitale. Un paradigma che serva a leggere la realtà e a trasformarla.
Il 14 aprile è finito il secolo breve. Non la storia.
Il pianeta, per dirla con Domenico De Masi, è a un bivio,: o la disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla follia dell'Occidente e gli imporrà di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli assetti delle società (leggi società di mercato), oppure gli equilibri ambientali si romperanno irrimediabilmente. Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre fine alla propria follia. La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe. La strada certo è in salita. Ma la natura che geme e le donne e gli uomini che soffrono chiedono di percorrerla. Dobbiamo cominciare dunque da capo. Ma non da zero, perché energie, movimenti, saperi per ricostruire la sinistra ci sono. Credo che dovremmo tentare di riprendere ragionamenti molto più semplici e legati al vissuto delle persone, di ciascuno di noi. Non si tratta più solo di uno scontro ideologico tra chi crede in una visione liberista e utilitaristicamente globalizzata del mondo e chi vuole il rispetto dei diritti delle persone, dei territori in cui vivono, delle loro risorse Tutto questo lo voglio mettere sullo sfondo. Dobbiamo riconoscere che la nostra è una visione privilegiata del mondo, di chi ha tempo, testa e cuore per riconoscere soprusi e violenze. Chi vive un quotidiano di paure, di minacce alla propria vita, che siano vere o presunte, che siano fondate su basi xenofobe o meno, che non ce la fa con lo stipendio, che lavora come un dannato, non ha tempo testa e cuore per guardare altrove. Non mi sento di colpevolizzare nessuno, rispetto l'espressione di un voto, tanto più se questo è numeroso, perché mi sta dicendo qualcosa. Mi sta dicendo che non siamo riusciti a comunicare cose semplici che interessano tutti anche se accadono dall'altra parte del mondo. Una amica mi ha raccontato oggi che ha visitato una classe per parlare di consumo critico. Durante l'incontro si è parlato di petrolio, delle guerre nel mondo. Ha avuto la prontezza di porli di fronte alla domanda 'se il campo di calcio di fronte fosse su un pozzo di petrolio cosa fareste? e se venisse una compagnia straniera dicendo che il pozzo è suo cosa direste? e se tutta l'italia fosse sopra un enorme pozzo di petrolio cosa accadrebbe?' domande semplici, i bambini hanno capito quanto realtà lontane potessero avvicinarsi alla nostra. Dovremmo spogliarci della presunzione di possedere verità morali, come la giustizia ad esempio, un concetto astratto se visto da lontano, e tentare di mostrarlo per quello che è, un principio che ha a che fare con l'esistenza di ciascuno di noi nel quotidiano. credo che sia superata la visione ideologica del ventesimo secolo. non perché non sia più valida ma perché ha esaurito la sua funzione storica. oggi sappiamo che abbiamo un pianeta da difendere, che ha risorse limitate che devono bastare a tutti, che alcuni devono rinunciare al proprio stile di vita, perché le conseguenze le pagheremo tutti, chi prima chi dopo. dobbiamo tornare a spiegarlo senza presunzione, senza arroganza, accettando il principio dell'interesse personale come motore dell'azione. Solo allora, quando avremo svelato che l'interesse dei pochi non corrisponde all'interesse di tutti, forse, dico forse, cominceremo a ritrovare il senso del nostro agire. Vi sembra un linguaggio da preti? Se si, vi prego non sparate sul pianista.... bruna
'Semplificato' il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua rifondazione ,senza rappresentanti, deve ripartire dalla classe . Perciò, prepariamoci a tempi duri, che già sono lì presenti nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza. La vignetta (maschilista) coglie bene la situazione, destra e sinistra sono dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le contraddizioni della società , che restano tutte- dall'ambiente alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e alla pace - rendono necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non abbiamo fretta di dargli un volto. (piero) CON
IL 13 APRILE SCOMPARE LA SINISTRA? Il
13 aprile non è stato un imprevisto, ma una catastrofe, un’esplosione
nucleare, un’apocalisse. Il voto popolare ha appena disposto non la
sconfitta, ma la cancellazione della sinistra dalla scena parlamentare e
ti pare che io possa tirare dritto e fare finta di niente? Si
apre una fase estesa, approfondita e radicale di ripensamento che in cuor
mio sento come necessaria da tempo. Non so prevederne esiti, sviluppi e
tempi. Ogni tanto mi guardo indietro, dopo tanti anni di alti e bassi
nell’impegno politico, delle volte mai riuscissi a distinguere quel che
resta (se resta) e merita di essere salvato. Resta
l’idea che è importante conquistare il diritto-dovere di governare. Ma
anche se non si hanno tra le mani le leve del potere, si può operare lo
stesso per migliorare e democratizzare la vita quotidiana. Non è saggio
dilapidare il proprio tempo nell’attesa dell’ora X, ingannata con i
linguaggi dell’intransigenza. L’illusione rivoluzionaria ha in questo
senso lo stesso difetto dell’illusione governativa: entrambe sono
alimentate e alimentano la convinzione che per cambiare bisogna prima
conquistare il potere. Ma così, nel frattempo, si bruciano energie, si
gira a vuoto, si preparano grandi frustrazioni e cocenti delusioni. Per
questo la politica, secondo me, ha perduto il suo fascino: non suscita gli
slanci della partecipazione perché è diventata lotta per accaparrarsi il
consenso elettorale. Il
tuo partito lotta come il mio per avere più voti, più assessori,
sindaci, consiglieri, parlamentari e distribuisce posti di funzionari e di
sottogoverno a favore di chi è disposto a lavorare nella grande fabbrica
sempre aperta per la manutenzione e la conquista dei consensi. Tutto ciò
che si produce in quella fabbrica, in quella stessa fabbrica viene
adoperato e consumato. Mi si può obiettare che non c’è un altro modo
per contare di più. Ma nel 1998 Rifondazione provò a influenzare le
scelte del governo facendo leva sul trauma della rottura e sull’appello
alle lotte di opposizione. Passammo il tempo a difenderci dall’accusa di
aver affossato il governo Prodi. Dieci anni dopo, abbiamo tentato di
influenzare le scelte governative combinando la via della contrattazione
quotidiana con la successiva retromarcia in nome del fedele sostegno alla
maggioranza. Chi può resistere a pressioni così perentorie e
contraddittorie? Il nostro destino era segnato: abbastanza forti per far
saltare il governo (esperimento che ci ha condotto all’isolamento), ma
troppo deboli per imporre misure ragionevolmente incisive di giustizia
sociale. La rissosità quotidiana che ne è derivata ha fatto il resto e
ha sancito agli occhi di molti (e non solo dei miei) la scarsa utilità
rifondarola. Io non so come uscire da questo cappio. Per
questa ragione, la gara fra gli apparati delle aziendine politiche che si
illudono di andare avanti se rosicchiano qualcosa al vicino con
un’azzeccata operazione di marketing,
mi sembra una dilapidazione insopportabile di risorse umane e materiali.
Altro che Flm: con questo ceto politico al massimo possiamo puntare ad una
grande Uil. Con tutto il rispetto, è come succhiare un chiodo. Per
dimostrare che non si accontentano di guardare solo al presente e a se
stessi, ma anche agli altri e al domani, la sinistra avrebbe dovuto avere
il coraggio di una poderosa autoriforma interna. Avrebbe dovuto dare agli
iscritti il diritto e il potere di concorrere con il voto alla scelta dei
candidati. Si è preferito alla democrazia la designazione contrattata
degli eletti sicuri, per tutelare le posizioni acquisite dalle aziende già
presenti sul mercato. Si sarebbe dovuto destinare una quota significativa
del finanziamento pubblico verso organizzazioni del volontariato e della
cooperazione incaricate di realizzare quelle misure parziali ma concrete
di solidarietà, uguaglianza e progresso. Questi segnali non sono
arrivati. L’insuccesso elettorale ci leva l’incomodo problema e ci
lascia sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle
casalinghe, mentre i loro entourage sono affollati da un ceto vorace di
clienti, di aspiranti alla sistemazione o di cercatori di raccomandazione. Da
tempo, mi vado convincendo che la produttività, l’efficacia e
l’utilità sociale del partito non si misura contando voti e assessori,
ma i giovani che si sono istruiti, gli anziani che hanno viaggiato, i
malati che si sono assistiti, i poveri che si sono emancipati, gli
stranieri che si sono integrati, i pozzi che si sono scavati in Eritrea, i
bambini soli che hanno trovato famiglia, le mense popolari che si fondano,
i libri e i giornali che si leggono, scrivono e discutono, le belle feste
in cui si sta allegri e si raccolgono soldi per opere concrete di
solidarietà sociale. Mario Dellacqua
Il realismo dell'utopia. Elezioni: chi conta e chi viene contato-
u.nova
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| Ora finiranno di bisticciare sulla nostra
pelle? |
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Abbiamo sempre detto e scritto che era eccessiva la frantumazione
partitica in Italia. Quindi, almeno di questo, al di là delle
opinioni personali, dovremmo essere pienamente soddisfatti. Pochi
partiti in Parlamento, un bipolarismo - per ora non ancora perfetto
-, comunque una semplificazione della vita politica italiana. Il
prossimo passo dovrebbe essere la semplificazione della vita
amministrativa dei vari enti periferici (Regione, Province e Comuni)
per non dover più assistere in futuro alle diatribe di chi detiene
il tre per cento e mantiene sotto ricatto la maggioranza di cui fa
parte.
Anche perché dobbiamo abituarci - e questo è il grande merito
di Veltroni, che ha perso ma ha semplificato la vita politica
italiana - all'alternanza. Oggi ha vinto Berlusconi (grazie ad una
Lega a valanga) e Berlusconi governi per cinque anni perché non
abbiamo proprio bisogno di dover andare alle urne ogni biennio. Tra
cinque anni Berlusconi non piacerà più? Basterà scegliere un
altro partito perché ci convince di più, perché il precedente
Governo riteniamo che abbia governato male (d'altronde è un po'
questo il senso del voto contrario al Governo Prodi).
Tutto questo senza traumi, anche se la scelta che abbiamo fatto
è quella perdente.
Oltre alla semplificazione della vita politica occorrerebbe anche
una maggiore serenità. Per troppi anni hanno bisticciato sulla
nostra pelle. È un clima che non regge più. Penso - e
probabilmente non sarò l'unico - che il dialogo, il confronto anche
serrato, talora polemico, siano necessari ma con un obiettivo
finale: saper fare delle scelte, anche difficili, rendendoci ben
conto che le cose da noi non vanno granché… bene. C'è da
recuperare una maggiore produttività, capire che i doveri non sono
disgiunti dai diritti. Capire che questa legge elettorale va
modificata perché gli italiani nelle ultime due tornate hanno
dovuto sempre scegliere la classe politica a scatola chiusa. Capire
che la "casta" - trasversale a tutti gli schieramenti -
deve fare un passo indietro ed esercitare un po' di umiltà. Pier Giovanni Trossero- eco del chisone
Elezioni
2008, ed ora, per gli operai, una nuova rappresentanza politica. Quasi
2 milioni di operai non sono andati a votare. La sinistra cosiddetta
antagonista, da Rifondazione ai Verdi, sono fuori dal Parlamento. La
loro forza politico – parlamentare si è dissolta. Li hanno
abbandonati gli operai disertando le urne, li hanno abbandonati quei
borghesi radicali da salotto, che hanno preferito Veltroni e la sua
modernizzazione di un capitalismo che fa acqua da tutte le parti. S’aspettavano
forse che gli operai più arrabbiati riconoscessero nella sinistra
radicale una qualche rappresentatività, dopo aver subito
l’attacco ai salari, l’allungamento dell’età pensionabile,
l’incapacità governativa a mettere un qualche limite ai morti sul
lavoro? Illusi
anche, ma scemi no. Ora
raccontano la classica menzogna,
che l’astensionismo operaio ha regalato il governo a Berlusconi.
Prodi, la sinistra di Bertinotti in 2 anni di governo non hanno
toccato in nessun modo il potere di Berlusconi, né sono intervenuti
sul conflitto d’interesse. Hanno regalato settori importanti di
piccola borghesia immiserita alla Lega, con una politica fiscale da
capestro. Ma il problema era servire Montezemolo, riempire le casse
dello Stato per l’avvento di Berlusconi, che ora saprà a chi
distribuire quei soldi. Sono loro che
hanno preparato la vittoria di Berlusconi,
scaricando gli operai, loro potenziali elettori, hanno fatto delle
scelte per favorire i dirigenti statali, grandi capitalisti e
banchieri, comprimendo salari e condizioni di lavoro. Ora si apre
uno spazio nuovo, la
rappresentanza diretta degli operai in Parlamento, come Partito
politico indipendente. Lo costruiremo nelle fabbriche senza delegare
nessuno, il suo programma va ben oltre il parlamentarismo: la
liberazione degli operai dalla loro condizione di schiavi salariati.
La sinistra radicale borghese, con le sue fanfaronate ed illusioni
è in crisi, operai, forse è venuto il nostro momento.
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Elezioni non proprio normali (n+1)
"Il nostro metodo considera ogni moto 'a destra' della borghesia, nel senso di buttare la maschera, come una previsione verificata, una 'vittoria teorica' (Marx, Engels) e quindi un'utile occasione rivoluzionaria. Di contro sta il metodo opposto per cui ad ognuna di quelle svolte si smobilita il fronte di classe e si corre al salvataggio, come pregiudiziale tesoro, di quanto la borghesia ha smantellato e schifato: democrazia, libertà, costituzione, parlamento" (Amadeo Bordiga, 1953).
Siete fuori dal mondo! Ci piace Dante che colloca gli ignavi nell'anti-inferno, neppure degni di essere giudicati. Quindi abbiamo sempre avuto rispetto per coloro che credono in qualcosa e soprattutto che per l'affermazione o realizzazione di questo qualcosa militano e lottano, fossero pure avversari. Ma quando li vediamo omologarsi alla massa che ogni cinque anni va a deporre una scheda credendo con questo di contribuire al "cambiamento" ci cadono le braccia. La nostra avversione per la mistica elettorale non discende da questioni di principio: se nell'ottica del processo rivoluzionario votare servisse a qualcosa voteremmo. Ma è da un secolo e mezzo che il meccanismo democratico non produce che nefasta ideologia controrivoluzionaria. Perciò non solo va ignorato ma va strenuamente combattuto. La democrazia schedaiola è la madre di tutte le ignavie politiche. Specialmente in occasione di queste ultime elezioni abbiamo ricevuto via Internet molta corrispondenza sull'argomento. In alcune e-mail si arriva ad affermare che noi astensionisti avremmo regalato il governo a Berlusconi. Ci dicono che siamo fuori dal mondo come se fosse un insulto. Ma noi da questo mondo vogliamo tenerci fuori, non ci teniamo affatto che sopravviva. Con il nostro aiuto per giunta. Per ogni rivoluzionario comunista è un delitto accorrere in soccorso dello Stato borghese. Crepi lo Stato. Diceva Lenin che la democrazia è il miglior involucro per il dominio borghese. Crepi la democrazia. Ci dicono che Lenin fu in polemica con la nostra corrente sulla questione del parlamentarismo: no, era in polemica con chi ne faceva una questione di principio; per parte sua dissolse con battaglioni di operai armati l'Assemblea Costituente che stava per dare inizio all'eterna chiacchiera. Negli scritti della Sinistra Comunista "italiana", specie dal 1919 in poi, si sostiene chiaramente che quando il proletariato rivoluzionario si costituisse in partito, non sarebbe già più classe di questa società, non avrebbe nulla a che fare con i suoi mistificanti organi rappresentativi in via del tutto naturale. La partecipazione a tali organi provocherebbe un indebolimento della sua preparazione rivoluzionaria. Quando, invece della classe che si eleva al Partito, si ha la classe che si abbassa al Capitale, gli effetti del parlamentarismo sono ancor peggio. Ad ogni modo la depressione degli sconfitti durerà poco. Siccome offrono un servizio utile alla borghesia, risorgeranno, magari come corrente all'interno del PD, nuovo partito-minestrone. Al di là delle autocritiche e delle reciproche accuse, dei calcoli e delle inutili strategie per il futuro, le elezioni di aprile non hanno cambiato proprio niente dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni borghesi. Quando mai le decisioni della borghesia vengono prese per via parlamentare? Basta che qualche indicatore dell'economia globalizzata oscilli di mezzo punto e non c'è governo di qualsivoglia paese che non si allinei agli ordini del Capitale. Nel piccolo dell'italietta qualche bell'allineamento c'è già stato. Non erano ancora finiti i conteggi delle schede che Montezemolo e Marcegaglia, capo uscente e capo entrante di Confindustria, dettavano già, a un governo che non c'era ancora, la scaletta delle misure politiche ed economiche da varare. I mercati lo esigono. Eppure la grande borghesia aveva appena sostenuto sui suoi giornali, sulle sue radio e televisioni, anche a livello internazionale, la frazione risultata perdente. Un momento: perdente? In realtà il veltrusconismo ha vinto. Lasciamo perdere per un momento chi siederà sugli scranni della maggioranza a causa della legge elettorale. E anche i numeri che danno ai destri un vantaggio di 3 milioni e mezzo di voti. E trascuriamo anche gli 8,2 milioni di astenuti e il milione e mezzo di schede bianche o nulle, numeri non ancora significativi. Quello che ha vinto è un enorme centro, un amalgama dai contorni indefiniti, dai componenti assolutamente intercambiabili, cui si accoderanno le frange oggi escluse, se non vogliono rimanere escluse per sempre. Possiamo sembrare poco gentili. Addirittura insultanti. Ma come trattare gente così masochista da essere presa continuamente a pesci in faccia dai suoi capi per poi farsi venire il mal di fegato con noi che non votiamo? Sveglia! Sapete quanti voti avremmo portato al vostro mulino a chiacchiere? Suvvia, un po' di buon senso, prendetevela con chi vi rende cornuti e mazziati, smettete anche voi di servire lo Stato e i suoi funzionari. Dinamica di piccola catastrofe Comunque sia, da Cacciari a Cossiga, da Epifani a Fini, da Scalfari a Mentana, c'è stato un coro unanime nel considerare grave l'esclusione della sinistra dal parlamento. Il ritornello è stato per tutti quasi identico: ridotta allo stato extraparlamentare, la sinistra potrebbe ritornare alle fabbriche e alla piazza. Che cosa può fare la sinistra odierna nelle fabbriche lo si è visto da quanto fece la sinistra precedente, riuscita al massimo a formare sindacatini fotocopia che aumentano il disorientamento dei lavoratori senza risolvere alcun problema inerente al sindacalismo tricolore. La piazza, poi, è ormai quella che da Seattle a Genova ha reso evidentissimo un miscuglio inoffensivo di incazzatura nichilista e di riformismo, di new age e mistica ecologista, di sindacalismo corporativo e di parlamentarismo. E naturalmente di movimentismo gruppettaro codista, pronto a correre dietro a tutto ciò che la borghesia gli mette davanti per tenerlo occupato. Questa sinistra non dà fastidio a nessuno, e oltre tutto anch'essa pende in massa verso il cretinismo parlamentare. Le si fa digerire di tutto, la si fa spostare dove si vuole. Dicevamo che abbiamo rispetto per il militante incazzato, ma perdìo, che si accorga almeno che per uno scranno governativo nel tempio della chiacchiera non c'è capetto dei suoi partiti che non rifarebbe quello che hanno fatto i D'Alema e i Prodi a capo di una coalizione di centro-sinistra: inchinarsi alle ragioni del Capitale, peggiorare le condizioni del proletariato e partecipare alle guerre imperialistiche. La piazza ideologica non ha mai disturbato l'andamento del profitto. È bene che si semplifichi un po' la giungla del nemico, specie quando questi si veste di rosso. La catastrofe elettorale dei sinistri è la vittoria dei destri, intendendo con ciò non tanto la destra ufficiale quanto il baraccone veltroniano. Il resto non conta se non, appunto, solo in Parlamento. Ma è puro folklore. Berlusconi non è stato che il catalizzatore di una reazione chimica. E, come si sa, il catalizzatore è quell'elemento che permette il processo senza prendervi parte. La realizzazione vera è dunque l'eliminazione delle frange, l'avvio di un bipartitismo fra due schieramenti simili che ha bisogno soltanto di qualche ritocco alla legge elettorale. Pensate alle elezioni per il sindaco di Roma: fra Rutelli e Alemanno quello di sinistra è il fascista che ha perlomeno una parvenza di programma sociale, debolissima eco di quello mussoliniano. L'eliminazione delle frange non si era verificata la volta scorsa, nonostante il meccanismo fosse lo stesso. Ciò è una bella dimostrazione del salto dialettico che interviene quando materialmente si accumulano le contraddizioni. La quantità si tramuta in qualità e la continuità si muta in rottura. Ancora niente in confronto a ciò di cui il mondo avrebbe bisogno, ma intanto si è semplificato il panorama: non c'è più spazio per mantenere in vita forze politiche ormai inutili dopo che hanno svolto il lavoro sporco, quello di intossicare il proletariato etichettando come rivoluzionarie tutte le categorie borghesi. Un mero assestamento interno alle forze borghesi, dunque, ma significativo a causa della sua dinamica di tipo "catastrofico". Se da una parte queste elezioni non hanno fatto che confermare l'immane coglionamento del "popolo", dall'altra sono state istruttuve per alcune novità. La scomparsa della sinistra parlamentare cosiddetta radicale è certamente avvenuta in modo indolore nell'indifferenza totale delle "masse". Le quali, ignave per conto loro, si sono mostrate vendicative nei confronti dell'ignavia dei loro aspiranti capi. Ma non ha tutti i torti chi paragona l'evento a un piccolo "crollo del muro". La dinamica è la stessa, anche se ovviamente cambia la scala. C'è quindi un motivo supplementare per rallegrarci: ci sono voluti un paio di decenni per metabolizzare il crollo del Muro di Berlino e conseguente sfascio dell'immane baluardo controrivoluzionario sovietico, ma oggi s'è messa una pietra sopra anche ai suoi poco imponenti ma subdoli residui. La piccola borghesia continuerà ad avere il compito di produrre ideologia conservatrice per il proletariato, ma dovrà utilizzare altri schemi, altri simboli, altri percorsi. Lo Stato sempre più invasivo Di fatto è scomparso in Italia il ruolo che per più di sessant'anni era stato svolto dal partito togliattiano e dai rimasugli lasciati dalla sua scomparsa. Nessuna rottura rivoluzionaria è possibile finché esistono le condizioni favorevoli all'adozione, da parte del proletariato, delle istanze borghesi avversarie, e certo la semplificazione del panorama politico potrebbe aiutare anche la polarizzazione di classe. Da questo punto di vista lavora per noi meglio Berlusconi che Veltroni. Non è un caso che un elemento come Cossiga, ben addentro agli affari segreti della borghesia, si dica molto preoccupato per la scomparsa dei sinistri dal parlamento, facendosi portavoce di un arco politico trasversale che copre tutti i partiti. Con la scomparsa della sinistra "radicale" verrebbe a mancare uno dei cuscinetti fondamentali per mediare il conflitto, sempre presente, tra capitale e lavoro. Secondo Cossiga, la semplificazione del quadro parlamentare ha degli aspetti paradossali perché complica il quadro sociale, soprattutto in previsione del peggioramento sul fronte della crisi economica, che un numero crescente di economisti ritiene non più solo congiunturale ma sistemica. Di fronte ad una situazione mondiale di estrema tensione dovuta non solo alla crisi finanziaria ma anche allo sbriciolamento dell'euforia liberista post-keynesiana e alle sempre più estese rivolte del pane, quella compagine riformista non aveva più alcuna possibilità di leggere gli eventi e quindi nemmeno di comportarsi di conseguenza, cioè di adeguarsi ai tempi con il suo proverbiale atteggiamento codista. È curioso che proprio nella fase storica nella quale il comunismo si afferma come esigenza reale, quando il cervello sociale esplode nella sua massima potenza e il lavoro associato fa il giro del mondo prefigurando chiaramente una nuova forma economica e sociale, scompaiano ingloriosamente gli ultimi epigoni del vecchio opportunismo (beh, c'è ancora la Corea del Nord, il Nepal…). D'altronde il proletariato e le mezze classi rovinate, immiserite e preoccupate dalla crisi non più strisciante ma manifesta, non hanno tempo da perdere con l'eclettismo rifondarolo o con il buonismo radical-chic veltroniano. Non c'è da stupirsi che facciano molto più presa elettorale questioni concrete come la sicurezza, le tasse, gli immigrati, affrontate con un lessico ultra-semplificato, studiato apposta per il telerincoglionimento e quindi efficace. Né c'è da stupirsi di conseguenza, che abbia un successo specifico un partito come la Lega, l'unico che sia ancora formato da una base reale, che sia esente da ideologia e quindi, in fondo, l'unico partito vero sulla scena (Mussolini, che non era scemo, rifiutò sempre, di fronte a tutti gli aspiranti ideologi del fascismo, di dare al fascismo stesso un'ideologia). Conservazione e rivoluzione sono due poli opposti, ma ciò non toglie che abbiano bisogno entrambi di strumenti adeguati. Il comunismo vincerà perché non è un movimento ideologico ma materiale, un cambiamento che avviene nella struttura della società umana e che farà esplodere i suoi necessari (determinati) strumenti politici. La realtà sta lavorando per la loro formazione e sviluppo, perché se da una parte semplifica gli esecutivi politici potenziandoli (lo Stato diventa sempre più invasivo), dall'altra restringe gli spazi di mediazione sociale ed elimina le fronde che rappresentano false alternative al sistema, ormai non solo inutili ma ingombranti. Il nuovo parlamento dovrà risolvere un problema che è sul tappeto da anni: dato che in ultima istanza qualunque esecutivo dovrà agire sulla forza-lavoro e sulla possibilità di cavarne maggiore plusvalore, occorrerà liberarla completamente da ogni vincolo, estendere la mobilità dei lavoratori, legare il salario minimo alle esigenze dell'economia, controllare la sua tendenza a crescere. Insomma, c'è bisogno di rilanciare un nuovo e più forte "patto fra i produttori". La sovrastruttura politica che serve a tutto ciò è una democrazia sempre più blindata, con un esecutivo forte e "snello", cioè non troppo intralciato da chiacchiere parlamentari e disfunzioni varie. Non a caso si sta producendo ideologia apposita (come quella sui costi sociali della "Casta") veicolata da efficaci manipolatori mediatici. Che cosa può rivelare una semplice elezione La discussione sul parlamentarismo fra la Sinistra Comunista "italiana" e l'Internazionale, con gli interventi diretti di Lenin, era basata sul presupposto che nei parlamenti occidentali vi fosse ancora la possibilità del loro utilizzo rivoluzionario, se non altro come "tribuna" da cui lanciare la nostra critica alla società borghese. I compagni russi ponevano il problema con qualche ingenuità, ma gli squali democratici di quasi tutti i partiti "comunisti" occidentali sapevano benissimo che nei parlamenti ci andavano a fornicare con la borghesia, altro che "tribuna". Non eravamo d'accordo con l'IC ma, non trattandosi di una questione di principio, ci adeguammo per disciplina e partecipammo alle elezioni con le cautele che ci permettessero di non essere trascinati nel cretinismo parlamentare. In seguito denunciammo apertamente l'uso del metodo elettoralistico e parlamentare in una Internazionale che si allontanava sempre più dai suoi presupposti programmatici per adeguarsi alla forma sociale borghese. L'immane paradosso fu che, mentre l'Internazionale e i partiti aderenti si parlamentarizzavano sempre di più, la borghesia si parlamentarizzava sempre di meno, giungendo alla fine a varie forme di fascismo. Contro questa moderna forma di dominazione borghese l'Internazionale parlamentarizzata non seppe far altro che accorrere in difesa del parlamento con una marcia indietro generale dagli effetti catastrofici: la classe si sentì chiamata, in pochissimi anni, prima all'abbattimento dello Stato borghese, poi alla sua difesa parlamentare, poi addirittura al combattimento a favore dei paesi imperialisti democratici o ritenuti comunisti in una guerra imperialista. Alla fine della guerra le necessità economiche imperanti e l'autonomizzarsi del capitale sempre più spersonalizzato, imposero l'adozione dell'essenza politica ed economica dei fascismi sconfitti militarmente. Per cui il parlamento diventò un organismo ancora più inutile di quello che combattemmo fin dall'inizio del '900, più mistificante per la sua presunta importanza partecipativa. In realtà una semplice camera notarile in cui vengono registrate formalmente le esigenze operative di decisioni prese altrove. Naturalmente con la fine della funzione legislativa reale, emerse dal profondo della società una nuova e più potente necessità di conservazione della forma sociale dominante, per cui prese il sopravvento lo strumento esecutivo di governo e di controllo. Berlusconi, o chi stava dietro di lui, percepì con tempismo questa opportunità, non ha importanza se a fini personali o altro. L'unione degli strumenti mediatici con la mentalità dell'imprenditore che rozzamente mette in condizione di non nuocere chi disturba la linea di comando aveva spazio elettorale effettivo, nascente da effettive esigenze economiche e produttive. Era difficile prevedere Berlusconi, ma intitolammo una nostra pubblicazione del 1992 Il 18 brumaio del partito che non c'è. Poco dopo il partito ci fu, anche se non fu esattamente quello di cui il Capitale aveva bisogno (allora l'accoppiata Segni-Prodi sarebbe stata tecnicamente più consona, ma la borghesia se la lasciò sfuggire). In effetti era già allora necessaria una struttura che fosse strumento efficiente di controllo economico, potenzialmente in grado di passare alla repressione sociale quando necessario. Che rendesse possibile una gestione unitaria del fatto economico e "plastica" l'aderenza delle forme alla sostanza. Che liberasse anche la forza-lavoro dai vincoli sindacali e politici, non ancora del tutto aderenti ad un moderno corporativismo demo-fascista. Sia la forma esecutiva dello Stato che l'assetto giuridico-formale dello sfruttamento dovevano essere adeguati alla realtà globalizzata dei mercati, vale a dire impostati direttamente sulle esigenze produttive e non attraverso la mediazione dell'ambiente parlamentare, non solo impotente per sua costituzione, ma anche abissalmente ignorante di fronte a problemi di così vasta portata. La borghesia italiota, pasticciona in quanto rappresentante di un capitalismo millenario, più putrefatto di quello tedesco o cinese proprio perché così vecchio, non fu in grado di cogliere l'occasione essendosi la società fossilizzata intorno alla girandola parlamentare. Esperimenti economici e sociali furono tentati (ad esempio il protocollo del 1992-93), ma come di consueto ciò che nell'italietta si inventa, altrove si applica, con più serietà e razionalità, quindi con più successo. Oggi il problema si ripresenta, come ribatte da anni The Economist nella sua testarda campagna contro l'illiberista e rozzo Berlusconi. Vi è certamente la necessità di uno sfrondamento di quegli orpelli che dissipano le già poche energie residue del capitalismo italico. Ciò significa che anche i rappresentati del Capitale globalizzato si rendono conto che bisogna fare sul serio, e il caso Italia è attentamente seguito anche se l'immagine stereotipa è sempre mafia-spaghetti. Per noi è chiaro che si va verso un chiarimento dello scontro fra classi. E ciò ha il suo risvolto in un enorme aumento di responsabilità per tutte le forze che si oppongono, o dicono di opporsi, alla forma sociale vigente. Non vale ormai, e varrà sempre meno, la spiegazione basata sulla "situazione sfavorevole" dovuta, oltre che alle determinazioni di tipo generale, anche alla presenza dei "rinnegati opportunisti traditori". Una elezione non provoca un cambiamento storico, è ovvio, ma se ciò che è stato sancito in aprile diverrà un fatto permanente, il risultato non sarà semplicemente un allineamento ad altri grandi paesi democratici alle prese con un bipartitismo più o meno perfetto. Qui il bipartitismo l'abbiamo già avuto al tempo della destra storica e della sinistra di Depretis, quando quest'ultima rinvigorì il parlamentarismo proprio per confondersi con la prima (dal 1876). Di fronte agli inventori del trasformismo Veltroni è un dilettante. E neppure è pensabile una coalizione alla tedesca. Qui, se la serie storica continua, il bipartitismo significherà altro. E se il fascismo non è un ritorno al bonapartismo, come credette qualche sciocco, ma un fenomeno modernissimo, allora qui dovremmo vedere qualcosa di interessante. Non azzardiamo ipotesi, ma vediamo che i maggiori rappresentanti della destra sono portati a fare strani discorsi. Il commercialista liberista Tremonti sta sussurrando tesi di utilizzo pesante dello Stato per drizzare l'economia e per opporsi nientemeno che alla globalizzazione; Alemanno assume toni sociali da Programma di Sansepolcro, base della "rivoluzione fascista"; Berlusconi proclama che vuol passare alla storia come l'uomo che cambierà radicalmente le istituzioni; Bossi giura che federalizzerà la Penisola semplificando lo Stato padrone; la Confindustria chiede aumenti salariali in cambio di aumenti di produttività e di gestibilità infrastrutturale (avete letto bene, prima gli aumenti di salario per stimolare i consumi). Il tutto mentre sta scomparendo la mediazione corporativa con i sindacati tricolore e persino l'assetto classico del proletariato di fabbrica, che aumenta di numero ma si precarizza, e sarà perciò costretto a darsi nuove reti organizzative di tipo territoriale scavalcando la Triplice. Se aggiungiamo che a livello mondiale stanno accumulandosi tensioni tremende in diversi campi, vediamo che ce n'è abbastanza per mettere alla prova le giovani leve proletarie che saranno costrette a riscoprire forme di lotta classista o addirittura a inventarne. Ce n'è anche abbastanza per cancellare spietatamente dalla scena tutti coloro che, nella feroce giungla darwiniana prossima ventura, non si dimostreranno adatti all'ambiente. Forse siamo troppo ottimisti (comunque non fa male alla salute), ma si sente nell'aria che è finito un periodo storico durante il quale si erano sviluppati fino alle estreme conseguenze (compreso l'operaismo 1960-1968-1980) i caratteri della controrivoluzione stalinista. Sulle spalle della gioventù proletaria pesano un compito e una responsabilità enormi, specie per quanto riguarda l'eterno problema della bussola, cioè del programma politico. Se prima abbiamo usato qualche cautela a proposito della prospettiva rivoluzionaria futura, abbiamo però una certezza: l'umanità non ha ancora visto niente con la rivoluzione del 1917-23, pur così densa di scontri titanici e insegnamenti per il futuro. Il crollo rivoluzionario del capitalismo sarà un cataclisma quale l'umanità non ha mai conosciuto nella sua storia. Qualcuno potrà pensare che da un infimo episodio elettorale si traggano da parte nostra esagerazioni indebite. Può darsi. Ricordiamo però che anche prima del crollo epocale del Muro di Berlino e dell'URSS nessuno immaginava quel che sarebbe così repentinamente avvenuto a causa della concatenazione di insignificanti episodi. Le condizioni materiali c'erano, solo che nessuno le vedeva. Questo perché in generale c'è un divario crescente fra la realtà e la sua rappresentazione nella testa degli uomini, mentre chi si abitua a non ascoltare le sirene del simbolico guarda ai numeri e alle tabelle della produzione, dello sfruttamento, del movimento di materie prime, della formazione e ripartizione del plusvalore. Se fossimo dei capitalisti saremmo assai preoccupati. Siamo dei rivoluzionari e siamo ottimisti. Anche l'infimo episodio elettorale può essere il foruncolo dovuto a una malattia profonda che si manifesta improvvisamente.
LETTURE CONSIGLIATE
(tutti i testi segnalati si trovano sul nostro sito: www.quinterna.org)
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Per una rivoluzione
copernicana del sindacato e della sinistra
Intervista a Dino Greco,
della Camera del Lavoro di Brescia
Dal voto di domenica ad oggi inizia a frapporsi un lasso di
tempo sufficiente ad approfondire l’analisi del voto.
Partirei dal risultato di Brescia non solo perché è la tua città,
ma anche perché è – a quanto pare – uno dei simboli di questa
Italia uscita dalle urne: un Paese che svolta a destra, che subisce
lo sfondamento della Lega Nord soprattutto nell’elettorato
operaio, che vede scomparire dal Parlamento la sinistra.
L’esito del voto è così eloquente da non lasciare margini di
equivoco. Il cartello della Sinistra Arcobaleno, unita sotto il
nuovo simbolo, raccoglie a Brescia e provincia il 2,6%, la Lega il
27,2: dieci volte tanto. E sono, in gran parte, voti di popolo, voti
operai. Ma non è un fulmine a ciel sereno.
Simone Oggionni :: redazionale
18/4/2008 continua...
