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11 TESI DOPO LO TSUNAMI -
PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE
Quando la politica non sa più parlare, il ceto politico parla solo a
se stesso di se stesso, non interpreta la società e ne rincorre le
pulsioni
Centro Studi per la riforma dello Stato
1. CAMBIO DI PASSO
Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto.
Non si può riprendere il discorso dall'heri dicebamus. Occorre un
cambio di passo, nella ricerca e nell'iniziativa. Non stava scritto
che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E
tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c'erano,
nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il
problema. D'altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve
dominare. Non c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di
regime. C' è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da
sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto
di pensiero/azione.
2. DOPPIO FALLIMENTO
Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di
centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l'opinione
di centro si è avvicinata all'opinione di destra. Se la Dc era un
centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a
destra. Questo ha dato l'illusione che ci fosse un residuo di centro
da conquistare a sinistra. C'era, ma meno consistente di quanto si
pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di
territorio, sono stati più forti dell'iniziativa politica. Sono state
due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione
maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta,
diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al
centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi
l'Ulivo, poi l'Unione, poi il Partito democratico. Che quest'ultimo
potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è
dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una
risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa,
con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere,
troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi.
Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra
e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della
piccola aggregazione di sinistra.
3. POLITICA MUTA
Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si
potrebbe chiamare l'equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto
tra l'equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi
della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza
sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la
rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso
comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando
la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più
parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale,
capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo
che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi
della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta,
relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa
più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più
interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L'equivoco
della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com'è,
anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di
centrodestra nel paese. Se lo assumi così com'è, e cerchi di
correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica
forte, inneschi un processo che va a finire nella crisi della
politica. Prima produci l'antipolitica e poi ti fai carico di
rappresentarla.
4. DECIFRARE E TRADURRE
Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto
politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se
stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla
società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso,
entra nella logica di qualsiasi altro ceto.. Per garantirsi il
consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più
vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata
ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e
degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta
poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di
questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e
sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi
di senso dell'agire politico, vero e proprio fatto d'epoca del nostro
tempo. Perché, compito principale della politica non è dare
risposte, è fare domande. E' la politica che deve interrogare la
società, e il dato che c'è, deve appunto saperlo leggere, decifrare,
tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma
mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo come si
presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.
5. COSTRUIRE IL SOCIALE
Quale, su questo punto, la differenza tra adesso e ieri? In passato
c'erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano,
esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé
riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a
rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti
aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era
meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile
direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano,
e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica,
corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata,
quando non c'è più quindi voce sociale, aumenta l'obbligo della voce
politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una
proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la
classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e
produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti,
ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La
Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è
qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per
la Nuova Sinistra, questa è.
6. DISAGIO E PAURA
C'è un'ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo
in Europa, dall'America di Bush, proprio mentre lì va forse
declinando. E' una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore,
che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema
è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la
paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio,
di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio
mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha
sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La
destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell'animo umano, e
la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica,
controcorrente, da sostenere con buone ragioni potrebbe dire così: la
destra vince perché non c'è la sinistra. E' una tesi dimostrabile
empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e,
soprattutto, in quell'evento simbolico che è la caduta di Roma: non
ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità
da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si
riorganizza intorno a una Grande Sinistra.
7. IL CONVITATO DI PIETRA
C'è un retroterra di questo discorso,che funge un po' da convitato di
pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché
il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e
sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e
c'è da capire dove cadrà l'accento, se sul passaggio di crisi o sul
passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e
sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli
effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è
forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema,
democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha
permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di
governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La
virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello
Westminster, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c'è
spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di
mera contestazione. C'è posto solo per una guerra di posizione, di
media durata. La difficile situazione economica impatterà con il
governo politico della destra. E l'emergenza, che sembrava dover
essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo,
poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la
pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una
politica-mondo. Qui c'è un terreno favorevole per la sinistra, se
saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in
tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria
forza.
8. SINISTRA, CHI SEI?
Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di
avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l'Italia, per stare in
Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola
sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e
nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica,
autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l'anomalia
italiana si ripresenti oggi nella forma dell'eccezione di un paese
senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa
funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è:
che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si
tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche
qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o
meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto
di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito.
Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della
politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea,
non affabulazione ma organizzazione.
9. LAVORO E SAPERE
La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del
lavoro. Ci vuole un'idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo
l'esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che
lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale,
non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori
associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie,
con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di
sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i
lavoratori? C'è questo ceto medio acculturato di massa, che è
diventato un po' la caricatura del blocco storico per il
centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società
reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa
che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono.
E' prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro
immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va
ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c'è anche
quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro
sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra
il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia,
che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte
sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo
politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo
«mondo del lavoro». Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la
differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e
seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente,
garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto
alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un
destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi
spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile.
O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la
vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso
della propria funzione, nel «fare popolo» come «soggetto politico».
Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e
forza politica.
10. IL VECCHIO CHE AVANZA
Diceva Brecht: sul muro sta scritto "viva la guerra"/ chi
l'ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare
indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo
a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre
spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse,
prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto
che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in
avanti.
11. TRACCE DI CIVILTA'
Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della
vecchia sinistra. Sarebbe un'operazione fuori tempo e senza spazio. Il
vecchio bisogna sempre che sia quello dell'avversario, mai il nostro.
Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella
socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva,
per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il
partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia.
Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso
lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella
storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere
riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove
culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di
organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il
femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il
lavoro salariato con l'ambientalismo politico, la cultura del
conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo
della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra.
Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna
comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non
si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici.
Altrimenti, si diventa un'altra cosa.

'Semplificato'
il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua
rifondazione ,senza rappresentanla classe . Perciò,
prepariamoci a tempi duri, che già sono lì presenti
nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza.
Destra e sinistra sono
dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le
contraddizioni della società , che restano tutte- dall'ambiente
alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e alla pace - rendono
necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non
abbiamo fretta di dargli un volto. (piero)
Campagna elettorale a
vignette
il
commento di Ezio Mauro-
video-
spezzone
analisi voto lega audio
wav
risultati
locali 2008- link
risultati 2006 pdf1
pdf2 pdf3
discussione
combatir a los patrones, como sea
y donde sea, es la unica ley que tenimos nos explotados

e questo sarebbe la classe 'digerente'?

Riportiamo qui sotto la denuncia
dell’Adusbef. In 4 anni gli utili delle banche italiane sono
praticamente raddoppiati, mentre le tasse sono salite a passo di lumaca,
protette da una “rete di protezionismo scandaloso”. Lo sostiene
l’Associazione dei consumatori, Adusbef: in base ai dati di Bankitalia
tra il 2002 e il 2006 l’utile lordo del sistema bancario è passato da
15,9 a 30,5 miliardi di euro (+ 91,5%) quello netto è passato da 9,9 a
22,7 miliardi (+ 129%). Ciò che “meraviglia” prosegue l’Adusbef, è
l’andamento delle incidenze delle imposte dirette sull’utile lordo: da
6 miliardi di euro nel 2002 (37,8%) a 7,7% miliardi nel 2006 (25,4%),
“con un aumento pari al 28,9%, quando l’utile lordo è variato del
91,5%”. Stesso andamento per le imposte indirette, aumentate da 2,3 a
2,6 miliardi di euro circa + 11,7%.
Il costo del grano,
del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende
che producono biocarburanti aumenta. I campi producono
etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia
meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo
tirano la cinghia.
(male)Pensate sparse circa
le elezioni politiche 2008
Dopo 5 anni di governo di
berlusca finalmente si torna se non a vivere almeno a vivacchiare.
l’Unione vince, di poco ma vince, e poi questa volta “abbiamo” anche
il programma. Certamente
nessuno si aspetta che si faccia la rivoluzione ma sicuramente qualche
aspettativa troverà soddisfazione. Magari
su qualche fronte il sole torna a risplendere.
Inoltre questa volta siamo forti anche del supporto di un gruppo di
economisti “la rive gauche” capaci di fare delle proposte non
ideologiche (si sa che la sinistra e quella radicale in particolare non
capisce nulla di economia salvo qualche rara eccezione).
Propongono di stabilizzare il debito pubblico per non rischiare di
ammazzare l’ammalato (i lavoratori ma non solo loro) da curare.
E invece nulla, le loro proposte, già dalla prima finanziaria,
sono completamente ignorate sia dal governo che dagli esponenti della
sinistra radicale. Si torna alla politica dei due tempi, in realtà, come
quasi sempre negli ultimi trent’anni, è la politica di un solo tempo:
quello dei sacrifici. Mah!!!
Il tempo passa. Da un
lato siamo letteralmente bombardati dalle notizie: sull’aumento del
prezzo del petrolio e quindi della benzina e quindi dei prezzi;
dall’aumento dei morti sul lavoro; dall’aumento dei tassi di interessi
e quindi delle rate dei mutui della casa che si sta acquistando;
dall’aumento della munnezza di Napoli; dall’aumento del numero
dei precari; dall’aumento dei reati degli immigrati e dagli zingari.
C’è né anche per lo strapotere della casta.
Dall’altro lato Prodi distribuisce ottimismo sui
conti dello stato, sui tesoretti che spuntano come funghi.
Ferrero da Santoro farfuglia di un piano casa in procinto di essere
emanato e di agevolazioni fiscali per gli affittuari. Come si suol dire “tanto fumo e poco arrosto”.
Anche la voce sindacale è piuttosto silente: c’è
il governo amico.
Ci provano i precari a disturbare i manovratori
governativi con una manifestazione piuttosto numerosa a Roma. Niente,
neanche loro riescono scalfire il tran-tran delle pseude scaramucce
intergovernative intraprese dalle menti pensanti della sinistra radicale.
Nessun rifugio alle mille paure che
serpeggiano. Ci sentiamo soli. Disperazione. Angoscia. Senso di impotenza.
Paura. “Paura liquida o
della modernità (liquida)” in cerca di un contenitore che le dia forma.
Le vecchie forme almeno al momento sembrano non “funzionare” più,
per fortuna che c’è la Lega, se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Almeno loro, quelli della Lega, un nemico lo individuano.
Un sogno lo prospettano. E’ vero che non propongono chessò di
aumentare gli asili nido, di fatti non lo propone nessuno e tantomeno li
aumentano anche le amministrazioni di sinistra, ma “almeno” loro
chiedono di favorire i bambini nostrani rispetto ai bambini esteri.
Si può dire che le
ultime elezioni politiche abbiano realizzato il motto di Cetto Laqualunque
di Albanese : ciao, ciao, ciao sinistra radicale, in’t’ culo a la
sinistra radicale.
p.s.1. non mi sembra
che la giunta Bresso abbia “sconvolto” la vita degli abitanti del
Piemonte su qualche fronte: sanità (code esami sanitari,…), trasporti,
…
e l’amministrazione di
pinerolo … sembra sia stata condannata per comportamento antisindacale,
lungaggini burocratiche sempre vessatorie “nonostante” le
“pregiate” consulenze esterne, ecc…
p.s.2. a proposito
di “ sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle casalinghe
cittadini che abbandonano la sinistra” a me sembrerebbe che sia avvenuto
l’esatto contrario; le strutture, siano esse materiali o culturali,
devono essere utili agli individui-lavoratori ai ceti alle classi e non
viceversa o no???
Michele

Un arcobaleno sfumato
Nino Lisi, 18 aprile 2008, 12:44
L'intervento Il 14 aprile
è finito il secolo breve. Non la storia. Il pianeta è a un bivio: o la
disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla
follia dell'Occidente e gli imporrà di cambiare modello di economia
(leggi globalizzazione) e gli assetti delle società (leggi società di
mercato), oppure
gli equilibri ambientali si romperanno irrimediabilmente.
Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre
fine alla propria follia.
La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe
Il 14 aprile 2008, il 900 è finito. Socialismo e
Comunismo, le grandi correnti culturali ed i grandi movimenti di lotta
che i due termini evocano e che
hanno caratterizzato e dato senso al secolo breve, sembrano usciti
dall'orizzonte politico del nostro paese. La terza repubblica, di cui la
tornata elettorale
pare segnare l'inizio, nasce senza una sinistra politica.
Ciò è avvenuto negli stessi giorni in cui la FAO denuncia allarmata
che in tutto il mondo c'è carestia - fenomeno che ci avevano detto che
nella modernità
non si sarebbe presentato - e i media, anche se relegandole in terzo e
quarto piano, danno notizia di sommosse e morti per il pane in diversi
paesi di
questo pianeta. Senza dire che anche in questi giorni all'ininterrotta
catena delle morti sul lavoro in terra italiana si sono saldati altri
anelli.
Sembra dunque uno scherzo della Storia che la sinistra
esca dalla scena parlamentare italiana proprio quando, per scongiurare
la tragedia che incombe sul
mondo ed anche sul nostro paese, di lei c'è maggiormente bisogno.
Il soprassalto d'ordine che sta sotto i risultati elettorali del nostro
paese, in particolare delle regioni "ricche", segnala che, di
fronte all'annuncio
che la pressione sui paesi "ricchi" delle migrazioni dei
poveri è destinata ad aumentare e di fronte alla constatazione che gli
effetti della recessione
innescata dai sub prime statunitensi si scaricano anche su di noi, la
tendenza a rinchiudersi nel proprio individualismo sta contaminando
anche le fasce
sociali in cui la solidarietà era più di casa. Non è una novità:
quando si prevedono tempi tristi, se non nasce a sinistra la prospettiva
di una risposta,
la si cerca a destra. Il che - lo insegna la storia - è irto di rischi.
Sui motivi per i quali una risposta plausibile non la si
è apprestata a sinistra si aprirà un dibattito ed un regolamento di
conti che è facile prevedere
sarà tanto più inconcludente quanto più feroce sarà. Bisognerebbe
invece evitare di appuntarsi su ragioni contingenti, più di tattica che
di strategia,
più di breve momento che di respiro ampio, per cercare in profondità
le ragioni per le quali l'Arcobaleno non si è presentato credibile.
La prima e più evidente è che il tentativo è stato strozzato sul
nascere dal precipitare della crisi di governo e dallo scioglimento
delle Camere. Bisogna
riconoscere però che le formazioni che hanno promosse questa esperienza
si sono presentate all'appuntamento, quale più, quale meno, largamente
impreparate.
Perché l'esigenza d'innovazione c'è.
La crisi della democrazia, quella della rappresentanza, l'indebolimento
dello stato-nazione non sono fatti contingenti; sono tra gli esiti della
fase calante
della parabola della modernità.
Siamo ad un passaggio di epoca: paradigmi interpretativi,
categorie concettuali e forme dell'agire, quali la forma partito, valide
un tempo, sono oggi sorpassate.
In una società complessa, nella quale l'intreccio delle relazioni
cresce ed il numero delle decisioni si moltiplica, i tempi di reazione
si allungano mentre
la rapidità è un'esigenza, il problema del funzionamento delle
istituzioni si pone.
Veltroni e, al suo seguito, Berlusconi hanno presentato
la loro soluzione. Ambedue, pur con qualche differenza, vanno nella
medesima direzione: a livello
di società, la liquefazione delle soggettività e la loro confluenza in
un'unica ed indistinta identità, quella della cittadinanza; a livello
politico,
la semplificazione del quadro mediante la formazione di aggregazioni non
uniformi, ma compatte, in cui le identità si diluiscono sino a sfumare,
ed imperniate
sulla figura del leader come condizione perché il bipolarismo funzioni.
Delle due soluzioni possibili hanno scelto quella di rastremare la
piramide del potere, concentrandolo. Potremo chiamare questo modello
della democrazia
dispotica oppure del dispotismo democratico, a seconda di come verrà
gestito. Di questo si tratta.
L'altra soluzione, quella di rompere la chiusura
individualistica in cui la società si è frammentata sotto la spinta
dell'iperliberismo, altro frutto avvelenato
della crisi della modernità, e di rinverdire la forza delle soggettività,
esaltare la ricchezza della diversità dei soggetti sociali, strutturare
a rete
il potere moltiplicando i punti in cui si decide, facendo della
partecipazione quindi un dato concreto ed efficace, quest'altra
soluzione la sinistra non
l'ha proposta. Nemmeno, forse, l'ha pensata. Qui sta a mio avviso la
causa profonda della sconfitta dell'Arcobaleno. Le altre, la fallita
esperienza di
governo, lo scarso entusiasmo di alcune componenti, le rivalità e
quant'altro, che pure ci sono state, contano assai meno.
Da qui dobbiamo partire.
L'innovazione che Veltroni e Berlusconi hanno proposto aderisce al
vecchio paradigma della modernità e ne accetta tutte le conseguenze,
cercando il primo
solo di attenuarne l'impatto, se può; proponendo l'altro l'esaltazione
dell'individualismo, crepi chi non ce la fa. Ambedue invocano la
"crescita", negandone
la carica distruttrice per le persone e per l'ambiente.
La sfida che la sinistra ha di fronte è apprestare e praticare un
paradigma nuovo della modernità. Su questo la sinistra deve rifondare
la sua cultura.
Un paradigma nel quale convergano gli apporti della lezione marxiana e
quella del femminismo, l'apporto fondamentale dell'ecologismo e quello
non meno
importante del pacifismo; un paradigma capace di finalizzare scienza e
tecnologia alla liberazione delle donne, degli uomini e della natura,
sottraendoli
al dominio del capitale. Un paradigma che serva a leggere la realtà e a
trasformarla.
Il 14 aprile è finito il secolo breve. Non la storia.
Il pianeta, per dirla con Domenico De Masi, è a un bivio,: o la
disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla follia
dell'Occidente e gli imporrà
di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli assetti
delle società (leggi società di mercato), oppure gli equilibri
ambientali si romperanno
irrimediabilmente.
Un'alternativa però ci potrebbe essere: che sia l'Occidente a porre
fine alla propria follia.
La sinistra potrebbe provarci. Anzi dovrebbe. La strada certo è in
salita. Ma la natura che geme e le donne e gli uomini che soffrono
chiedono di percorrerla.
Dobbiamo cominciare dunque da capo. Ma non da zero, perché energie,
movimenti, saperi per ricostruire la sinistra ci sono.

Credo che dovremmo tentare di riprendere ragionamenti molto più
semplici e legati al vissuto delle persone, di ciascuno di noi. Non si
tratta più solo di uno scontro ideologico tra chi crede in una visione
liberista e utilitaristicamente globalizzata del mondo e chi vuole il
rispetto dei diritti delle persone, dei territori in cui vivono, delle
loro risorse Tutto questo lo voglio mettere sullo sfondo. Dobbiamo
riconoscere che la nostra è una visione privilegiata del mondo, di chi ha
tempo, testa e cuore per riconoscere soprusi e violenze. Chi vive un
quotidiano di paure, di minacce alla propria vita, che siano vere o
presunte, che siano fondate su basi xenofobe o meno, che non ce la fa con
lo stipendio, che lavora come un dannato, non ha tempo testa e cuore per
guardare altrove. Non mi sento di colpevolizzare nessuno, rispetto
l'espressione di un voto, tanto più se questo è numeroso, perché mi sta
dicendo qualcosa. Mi sta dicendo che non siamo riusciti a comunicare cose
semplici che interessano tutti anche se accadono dall'altra parte del
mondo. Una amica mi ha raccontato oggi che ha visitato una classe per
parlare di consumo critico. Durante l'incontro si è parlato di petrolio,
delle guerre nel mondo. Ha avuto la prontezza di porli di fronte alla
domanda 'se il campo di calcio di fronte fosse su un pozzo di petrolio
cosa fareste? e se venisse una compagnia straniera dicendo che il pozzo è
suo cosa direste? e se tutta l'italia fosse sopra un enorme pozzo di
petrolio cosa accadrebbe?' domande semplici, i bambini hanno capito quanto
realtà lontane potessero avvicinarsi alla nostra. Dovremmo spogliarci
della presunzione di possedere verità morali, come la giustizia ad
esempio, un concetto astratto se visto da lontano, e tentare di mostrarlo
per quello che è, un principio che ha a che fare con l'esistenza di
ciascuno di noi nel quotidiano. credo che sia superata la visione
ideologica del ventesimo secolo. non perché non sia più valida ma perché
ha esaurito la sua funzione storica. oggi sappiamo che abbiamo un pianeta
da difendere, che ha risorse limitate che devono bastare a tutti, che
alcuni devono rinunciare al proprio stile di vita, perché le conseguenze
le pagheremo tutti, chi prima chi dopo. dobbiamo tornare a spiegarlo senza
presunzione, senza arroganza, accettando il principio dell'interesse
personale come motore dell'azione. Solo allora, quando avremo svelato che
l'interesse dei pochi non corrisponde all'interesse di tutti, forse, dico
forse, cominceremo a ritrovare il senso del nostro agire. Vi sembra un
linguaggio da preti? Se si, vi prego non sparate sul pianista.... bruna
'Semplificato'
il quadro politico. La sinistra parlamentare da dieci anni in perpetua
rifondazione ,senza rappresentanti,
deve ripartire dalla classe . Perciò,
prepariamoci a tempi duri, che già sono lì presenti
nell'economia... La forza non può nascere dalla debolezza.
La
vignetta (maschilista) coglie bene la situazione, destra e sinistra sono
dentro di noi, Berlusconi è una nostra parte, è un prodotto sociale. Le
contraddizioni della società , che restano tutte-
dall'ambiente alla sopravvivenza, alla precarietà, ai diritti e
alla pace - rendono necessario il comunismo che è tornato ad essere il fantasma del 1848. Non
abbiamo fretta di dargli un volto. (piero)
CON
IL 13 APRILE SCOMPARE LA SINISTRA?
Il
13 aprile non è stato un imprevisto, ma una catastrofe, un’esplosione
nucleare, un’apocalisse. Il voto popolare ha appena disposto non la
sconfitta, ma la cancellazione della sinistra dalla scena parlamentare e
ti pare che io possa tirare dritto e fare finta di niente?
Si
apre una fase estesa, approfondita e radicale di ripensamento che in cuor
mio sento come necessaria da tempo. Non so prevederne esiti, sviluppi e
tempi. Ogni tanto mi guardo indietro, dopo tanti anni di alti e bassi
nell’impegno politico, delle volte mai riuscissi a distinguere quel che
resta (se resta) e merita di essere salvato.
Resta
l’idea che è importante conquistare il diritto-dovere di governare. Ma
anche se non si hanno tra le mani le leve del potere, si può operare lo
stesso per migliorare e democratizzare la vita quotidiana. Non è saggio
dilapidare il proprio tempo nell’attesa dell’ora X, ingannata con i
linguaggi dell’intransigenza. L’illusione rivoluzionaria ha in questo
senso lo stesso difetto dell’illusione governativa: entrambe sono
alimentate e alimentano la convinzione che per cambiare bisogna prima
conquistare il potere. Ma così, nel frattempo, si bruciano energie, si
gira a vuoto, si preparano grandi frustrazioni e cocenti delusioni. Per
questo la politica, secondo me, ha perduto il suo fascino: non suscita gli
slanci della partecipazione perché è diventata lotta per accaparrarsi il
consenso elettorale.
Il
tuo partito lotta come il mio per avere più voti, più assessori,
sindaci, consiglieri, parlamentari e distribuisce posti di funzionari e di
sottogoverno a favore di chi è disposto a lavorare nella grande fabbrica
sempre aperta per la manutenzione e la conquista dei consensi. Tutto ciò
che si produce in quella fabbrica, in quella stessa fabbrica viene
adoperato e consumato. Mi si può obiettare che non c’è un altro modo
per contare di più. Ma nel 1998 Rifondazione provò a influenzare le
scelte del governo facendo leva sul trauma della rottura e sull’appello
alle lotte di opposizione. Passammo il tempo a difenderci dall’accusa di
aver affossato il governo Prodi. Dieci anni dopo, abbiamo tentato di
influenzare le scelte governative combinando la via della contrattazione
quotidiana con la successiva retromarcia in nome del fedele sostegno alla
maggioranza. Chi può resistere a pressioni così perentorie e
contraddittorie? Il nostro destino era segnato: abbastanza forti per far
saltare il governo (esperimento che ci ha condotto all’isolamento), ma
troppo deboli per imporre misure ragionevolmente incisive di giustizia
sociale. La rissosità quotidiana che ne è derivata ha fatto il resto e
ha sancito agli occhi di molti (e non solo dei miei) la scarsa utilità
rifondarola. Io non so come uscire da questo cappio.
Per
questa ragione, la gara fra gli apparati delle aziendine politiche che si
illudono di andare avanti se rosicchiano qualcosa al vicino con
un’azzeccata operazione di marketing,
mi sembra una dilapidazione insopportabile di risorse umane e materiali.
Altro che Flm: con questo ceto politico al massimo possiamo puntare ad una
grande Uil. Con tutto il rispetto, è come succhiare un chiodo.
Per
dimostrare che non si accontentano di guardare solo al presente e a se
stessi, ma anche agli altri e al domani, la sinistra avrebbe dovuto avere
il coraggio di una poderosa autoriforma interna. Avrebbe dovuto dare agli
iscritti il diritto e il potere di concorrere con il voto alla scelta dei
candidati. Si è preferito alla democrazia la designazione contrattata
degli eletti sicuri, per tutelare le posizioni acquisite dalle aziende già
presenti sul mercato. Si sarebbe dovuto destinare una quota significativa
del finanziamento pubblico verso organizzazioni del volontariato e della
cooperazione incaricate di realizzare quelle misure parziali ma concrete
di solidarietà, uguaglianza e progresso. Questi segnali non sono
arrivati. L’insuccesso elettorale ci leva l’incomodo problema e ci
lascia sinistre abbandonate dai lavoratori, dai giovani e dalle
casalinghe, mentre i loro entourage sono affollati da un ceto vorace di
clienti, di aspiranti alla sistemazione o di cercatori di raccomandazione.
Da
tempo, mi vado convincendo che la produttività, l’efficacia e
l’utilità sociale del partito non si misura contando voti e assessori,
ma i giovani che si sono istruiti, gli anziani che hanno viaggiato, i
malati che si sono assistiti, i poveri che si sono emancipati, gli
stranieri che si sono integrati, i pozzi che si sono scavati in Eritrea, i
bambini soli che hanno trovato famiglia, le mense popolari che si fondano,
i libri e i giornali che si leggono, scrivono e discutono, le belle feste
in cui si sta allegri e si raccolgono soldi per opere concrete di
solidarietà sociale.
Mario Dellacqua

| LUCA RICOLFI- la stampa 17-04 |
 |
Il risultato elettorale ha
preso alla sprovvista un po’ tutti, ma fra i cosiddetti
osservatori - giornalisti, commentatori, studiosi, sondaggisti - lo
sgomento è particolarmente acuto. Possibile che nessuno avesse
intuito che cosa bolliva nella pentola della società italiana? Come
mai, a due soli anni dalla catastrofe del 2006, la maggior parte
degli exit-poll e dei sondaggi non sono riusciti a prevedere il
risultato finale?
Ma soprattutto: perché, nelle previsioni, la sinistra è spesso
sopravvalutata e la destra sottovalutata? Nel 2006 i sondaggi
prevedevano una comoda vittoria di Prodi, mentre il risultato è
stato un pareggio quasi perfetto. Nel 2008 i sondaggi degli ultimi
giorni prevedevano una vittoria risicata di Berlusconi, o
addirittura un pareggio, mentre il risultato finale è stato un
trionfo della destra. Perché?
La risposta più onesta è che non lo sappiamo, e possiamo solo fare
delle congetture. Fra le molte ragioni che possono aver determinato
questi due scacchi consecutivi, tuttavia, ve n’è una che a me
pare più importante delle altre. Gli psicologi sociali la chiamano
«desiderabilità sociale», Marcello Veneziani parecchi anni fa
parlò - più crudamente - di «razzismo etico». In breve si tratta
di questo: quando una persona viene intervistata le sue risposte non
sono influenzate solo da quel che l’intervistato pensa, ma anche
da quel che l’ambiente intorno a lui gli suggerisce di pensare.
Proprio così. La società, il gruppo di riferimento, i media
definiscono continuamente ciò che è bene, ciò che è appropriato,
ciò che è corretto, ciò che è «in». Simmetricamente
definiscono ciò che è male, ciò che è inappropriato, ciò che è
scorretto, ciò che è «out». Se in una società le istituzioni
richiamano continuamente determinati valori (ad esempio la
solidarietà) e stigmatizzano sistematicamente determinati
atteggiamenti (ad esempio l’ostilità verso gli immigrati), una
parte degli intervistati preferisce non rivelare le proprie
preferenze se esse sembrano confliggere con ciò che è considerato
socialmente desiderabile.
Che centra tutto questo con il voto di domenica? C’entra, ma
bisogna far intervenire nel discorso il razzismo etico. Una parte
della società italiana è afflitta da razzismo etico, nel senso che
considera moralmente inferiore chi vota per forze politiche cui essa
- la parte sana del Paese - non riconosce piena legittimità
democratica. Specie fra coloro che esercitano professioni artistiche
o intellettuali dichiararsi di destra, o peggio votare un partito
come la Lega, o Forza Italia, o la Destra provoca imbarazzo, sdegno,
costernazione, incredulità. Di fronte a certe persone, confessare
di aver insidiato una bambina è meno imbarazzante che confessare di
aver votato per il partito di Calderoli.
Questo sentimento di disapprovazione non è quasi mai esplicito, ma
genera un clima che definirei di intimidazione dolce. Tutti possono
dire e fare quel che vogliono, ma sanno anche che - in molti
contesti - saranno giudicati severamente se confesseranno di aver
votato determinati partiti. In breve, c’è una parte del Paese che
si sente nella posizione di giudicare gli altri, e c’è una parte
del Paese che - proprio per questo - si sente permanentemente sotto
esame. In questo diabolico meccanismo è caduto persino Veltroni,
che pure aveva fatto del rispetto dell’avversario una delle novità
fondamentali della sua campagna elettorale: qualche giorno prima del
voto, sfidando Berlusconi a sottoscrivere quattro principi di «lealtà
repubblicana», si è posto nella posizione di chi, in quanto
depositario del bene, si sente autorizzato a fornire patenti di
legittimità democratica all’avversario politico (da questo punto
di vista le posizioni girotondine appaiono molto più coerenti, o
meno insincere: chi pensa che Bossi e Berlusconi siano due pericoli
mortali per la democrazia, giustamente considera un errore politico
la linea del pieno rispetto dell’avversario).
Può sembrare incredibile, ma le ricerche degli studiosi dimostrano
che - quando è intervistata - la gente si vergogna di un sacco di
cose, comprese le più innocenti (ad esempio guardare parecchia
televisione). Del resto ce l’aveva già spiegato Altan molti anni
fa, con la famosa vignetta in cui il militante di sinistra confessa
a se stesso: «A volte mi vengono delle idee che non condivido». Se
le cose stanno così, il fallimento dei sondaggi diventa meno
inspiegabile. Nella cultura italiana i luoghi comuni della sinistra
«politicamente corretta» sono diffusi in modo leggero ma
capillare. Per molti cittadini progressisti o illuminati se voti
Forza Italia come minimo sei un affarista, un mafioso, o un
abbindolato. Se voti Lega sei una persona rozza, egoista e
intollerante. Se voti i post-fascisti non hai diritto di sedere al
desco dei veri democratici. Se sei di sinistra e ti capita di
comprare il Giornale ti guardano come se avessi acquistato un
rotocalco pornografico (è successo a me).
Insomma, non è sempre e ovunque così ma lo è spesso, specie nei
luoghi che contano. Molti elettori di destra se ne infischiano, ma
una parte non trascurabile di essi preferisce tenere coperte le
proprie carte. Sul lavoro, nelle cene, al bar, ma anche nei
sondaggi. Se pensi di votare un partito «democratico» o pienamente
sdoganato non hai seri timori a rivelare la tua scelta, ma se hai in
animo di votare un «partito maledetto» - ossia un partito di cui i
«sinceri democratici» dicono tutto il male possibile - puoi essere
tentato di non scoprirti, magari dichiarandoti indeciso, o
astensionista, o sostenitore di un partito né carne né pesce (è
per questo che, in passato, i Verdi erano sempre sopravvalutati nei
sondaggi). Qualche anno fa mi è capitato di scrivere, anche sulla
base di una analisi degli atteggiamenti dell’elettorato italiano,
che il «complesso dei migliori» era una delle grandi malattie
della cultura di sinistra. Il fatto che ancor oggi tante persone
preferiscano non rivelare il loro voto quando esso si indirizza
verso i «partiti maledetti» mi fa pensare che, nonostante Veltroni
(o grazie a lui?), da quella malattia l’Italia non sia ancora
uscita.

|
Il realismo dell'utopia. Elezioni: chi conta e chi viene contato-
u.nova
Su un muro della piazza del mercato di S. Ambrogio campeggia una scritta
rossa in campo bianco: "scegli di contare, non votare!". Una
bella scritta, che capovolge il senso comune e induce alla riflessione. Il
mito democratico ha il suo fulcro nel rito elettorale, nell'urna come
emblema di libertà. Il discrimine tra i regimi dittatoriali e quelli
liberali è dato dalla possibilità di effettuare elezioni. Le elezioni
sono il momento supremo in cui si esercita la cittadinanza, in cui il
proprio parere "conta". Si tratta di un inganno che gli
anarchici denunciano da sempre e che tanti, forse i più, riconoscono come
tale. Chi crede, votando, di contare davvero qualcosa? Chi crede di
incidere sulle scelte che vengono effettuate in suo nome e senza il suo
consenso? Pochi, pochissimi. I più esprimono la rassegnata ed impotente
sapienza da bar del "sono tutti uguali", del "non ce n'è
uno che non mangi e si faccia i propri interessi", e così via. Sono
i rassegnati al sistema, quelli che ogni giorno recitano la stessa litania
in strada, nelle pause del lavoro, con amici e parenti. Quelli che si
credono furbi perché sanno che il mondo è dei furbi. Quelli che poi
votano e passano i successivi quattro anni a lamentarsene, a promettere
che non lo faranno più, che è stata l'ultima volta. Sono quelli del
"non mi fregano più" e passano il tempo in ginocchio.
Oltre ai disincantati da bar ci sono i disincantati impegnati, quelli che
passano mesi a rosicare se andare o non andare, se turarsi il naso o
fuggire alla puzza. Sono il tristissimo popolo della sinistra, quello dei
sempre traditi, quelli delle speranze imbalsamate come la mummia di Lenin,
quelli che non vorrebbero ma alla fine ci vanno lo stesso, perché il meno
peggio e meglio del peggio. Sono gli stessi che magari ti trovi insieme
nelle assemblee, nelle lotte, quelli che, quando possono, scelgono di
agire in prima persona, di non delegare, di fare della politica il luogo
della partecipazione diretta. Brave persone schiacciate da maldipancia
morali. Le stesse che poi bestemmiano santi e madonne quando Fausto va
alla parata del 2 giugno con il distintivo arcobaleno, quando ti aprono un
nuovo cpt, quando cacciano i poveri dalle strade, quando bruciano i campi
rom, quando la guerra va avanti con il voto dei loro
"rappresentanti". Li anima l'imperativo del
"realismo", la necessità di fermare le destre, andando sempre
più a destra, accettando, sia pure cristonando, le peggiori porcherie:
dalla devastazione e saccheggio del territorio alla rapina quotidiana
della servitù salariata, dalla guerra vestita da pace alla pace sociale,
la guerra non dichiarata che ogni giorno ammazza sul fronte del lavoro.
L'imperativo del "realismo" rende ciechi. Una follia che affonda
le radici nella convinzione che il disordine in cui siamo forzati a
vivere, l'orrore statuale e capitalista, sia intrascendibile, uno spazio
chiuso, dove non è possibile il conflitto, dove persino l'esodo pare
negato.
La grande capacità plastica della democrazia è riuscita là dove hanno
fallito le più feroci dittature. La democrazia non spezza ma piega, rende
duttili ad un mondo che – astutamente - non pretende il essere il
migliore di quelli auspicabili ma il solo decente tra quelli possibili. La
democrazia è costitutivamente il "meno peggio", il luogo della
rassegnazione inevitabile, programmata, e, alla fin fine, scelta. Fuori,
oltre, c'è il caos. Così in troppi finiscono con il decidere
scientemente di non contare ma di essere contati. Ogni quattro anni.
Questa situazione interroga la nostra capacità critica come anarchici, la
mette costantemente alla prova, pretende che sappia farsi più acuta. Di
fronte allo stridere isterico delle sirene del "realismo"
fantastico, della democrazia trionfante, di fronte alla politica del
maldipancia, all'etica del meno peggio, il duro realismo dell'utopia, che
si esalta nelle lotte quotidiane, nelle esperienze di autonomia
dall'istituito, fa fatica a rompere la rassegnazione all'oggi. Non la
rompe perché si scontra con la convinzione che non vi sia spazio per un
altro mondo. L'altro mondo possibile echeggiato nelle lotte del movimento
no global si è in fretta acquattato tra le pieghe della compatibilità
con l'esistente: si è così frantumata una carica sovversiva che non
poteva che andar oltre, alludere ad una trasformazione rivoluzionaria o
decadere.
La rassegnazione all'oggi è figlia dell'incapacità ad aprire –
nell'immediato – spazi di sottrazione conflittuale alla morsa del
dominio.
Chi si tura il naso andando a votare, non sa poi prescindere dalla scelta
istituzionale, a ricorrere, non foss'altro come garante e paraculo, al
solito santo in paradiso, magari operaio, magari no global, magari
"compagno". Così movimenti di lotta, che, talora, sul
territorio, sanno esprimere cariche decisamente radicali, finiscono con
l'essere invischiati nella logica della fedeltà, dell'amico buono, che
magari vorrebbe ma non può, anche se fa il ministro o il deputato. Sempre
vergini anche dopo aver affondato le mani nella merda del palazzo.
Chi sceglie di votare sceglie di porsi sotto tutela, e di porre sotto
tutela i movimenti sociali. Lo fa per realismo, ma il suo è il realismo
dei suicidi. Meglio, decisamente meglio, navigare nelle acque poco note
dell'utopia, per contare, non per essere contati.
Ma.Ma.
da riforma:

Ora finiranno di bisticciare sulla nostra
pelle?
|
|
Abbiamo sempre detto e scritto che era eccessiva la frantumazione
partitica in Italia. Quindi, almeno di questo, al di là delle
opinioni personali, dovremmo essere pienamente soddisfatti. Pochi
partiti in Parlamento, un bipolarismo - per ora non ancora perfetto
-, comunque una semplificazione della vita politica italiana. Il
prossimo passo dovrebbe essere la semplificazione della vita
amministrativa dei vari enti periferici (Regione, Province e Comuni)
per non dover più assistere in futuro alle diatribe di chi detiene
il tre per cento e mantiene sotto ricatto la maggioranza di cui fa
parte.
Anche perché dobbiamo abituarci - e questo è il grande merito
di Veltroni, che ha perso ma ha semplificato la vita politica
italiana - all'alternanza. Oggi ha vinto Berlusconi (grazie ad una
Lega a valanga) e Berlusconi governi per cinque anni perché non
abbiamo proprio bisogno di dover andare alle urne ogni biennio. Tra
cinque anni Berlusconi non piacerà più? Basterà scegliere un
altro partito perché ci convince di più, perché il precedente
Governo riteniamo che abbia governato male (d'altronde è un po'
questo il senso del voto contrario al Governo Prodi).
Tutto questo senza traumi, anche se la scelta che abbiamo fatto
è quella perdente.
Oltre alla semplificazione della vita politica occorrerebbe anche
una maggiore serenità. Per troppi anni hanno bisticciato sulla
nostra pelle. È un clima che non regge più. Penso - e
probabilmente non sarò l'unico - che il dialogo, il confronto anche
serrato, talora polemico, siano necessari ma con un obiettivo
finale: saper fare delle scelte, anche difficili, rendendoci ben
conto che le cose da noi non vanno granché… bene. C'è da
recuperare una maggiore produttività, capire che i doveri non sono
disgiunti dai diritti. Capire che questa legge elettorale va
modificata perché gli italiani nelle ultime due tornate hanno
dovuto sempre scegliere la classe politica a scatola chiusa. Capire
che la "casta" - trasversale a tutti gli schieramenti -
deve fare un passo indietro ed esercitare un po' di umiltà.
Pier Giovanni Trossero- eco del chisone

Elezioni
2008, ed ora, per gli operai, una nuova rappresentanza politica.
Quasi
2 milioni di operai non sono andati a votare. La sinistra cosiddetta
antagonista, da Rifondazione ai Verdi, sono fuori dal Parlamento. La
loro forza politico – parlamentare si è dissolta.
Li hanno
abbandonati gli operai disertando le urne, li hanno abbandonati quei
borghesi radicali da salotto, che hanno preferito Veltroni e la sua
modernizzazione di un capitalismo che fa acqua da tutte le parti.
S’aspettavano
forse che gli operai più arrabbiati riconoscessero nella sinistra
radicale una qualche rappresentatività, dopo aver subito
l’attacco ai salari, l’allungamento dell’età pensionabile,
l’incapacità governativa a mettere un qualche limite ai morti sul
lavoro?
Illusi
anche, ma scemi no.
Ora
raccontano la classica menzogna,
che l’astensionismo operaio ha regalato il governo a Berlusconi.
Prodi, la sinistra di Bertinotti in 2 anni di governo non hanno
toccato in nessun modo il potere di Berlusconi, né sono intervenuti
sul conflitto d’interesse. Hanno regalato settori importanti di
piccola borghesia immiserita alla Lega, con una politica fiscale da
capestro. Ma il problema era servire Montezemolo, riempire le casse
dello Stato per l’avvento di Berlusconi, che ora saprà a chi
distribuire quei soldi.
Sono loro che
hanno preparato la vittoria di Berlusconi,
scaricando gli operai, loro potenziali elettori, hanno fatto delle
scelte per favorire i dirigenti statali, grandi capitalisti e
banchieri, comprimendo salari e condizioni di lavoro.
Ora si apre
uno spazio nuovo, la
rappresentanza diretta degli operai in Parlamento, come Partito
politico indipendente. Lo costruiremo nelle fabbriche senza delegare
nessuno, il suo programma va ben oltre il parlamentarismo: la
liberazione degli operai dalla loro condizione di schiavi salariati.
La sinistra radicale borghese, con le sue fanfaronate ed illusioni
è in crisi, operai, forse è venuto il nostro momento.
Associazione
per la Liberazione degli Operai
Fotocopiato
in proprio. 15/04/08 Per contatti
scrivere: Via Falck, 44
20099 Sesto San Giovanni (MI)
http://www.asloperaicontro.org
e-mail: operai.contro@tin.it
http://www.operaicontro.it

Mettendo
a tacere scoramento ed amarezza, provo ad intervenire nel dibattito
usando la lucida ragione più dei sentimenti.
Premetto
che da due anni sono ipercritico, esponendo le mie ragioni in ambito
locale ed in quello nazionale, verso la frammentazione della
sinistra e l’ammucchiata elettorale che ha partorito ed è per
questo che ho tenuto un basso profilo nella campagna elettorale.
Era
opinione diffusa negli ambienti della sinistra che sarebbe stato un
insuccesso, ma nessuno, nemmeno io, poteva immaginare questo
risultato disastroso.
Nessuno
gioisca, poiché il danno non è solo per la casta di sinistra, che
può averlo meritato, né per la sinistra ideologica, ma per tutta
la società italiana a partire da quella che si vorrebbe proteggere
ed aiutare.
Non
credo, infatti, che le stesse sensibilità per le classi subalterne
si possano trovare nelle altre forze politiche, ivi compreso il PD.
Per
cui il mio motto continua ad essere “maledetti, vi amerò” cioè
vi amerò malgrado voi e gli errori che fate, starò con voi a
costruire dialetticamente un percorso alternativo per
rappresentare i non rappresentati, superando la mia irrefrenabile
voglia di mandarvi al diavolo e di andare a coltivare il mio orto.
Turandomi
il naso ho deciso di non astenermi ed ho votato Arcobaleno, per
questo ho le carte in regola per analizzare criticamente la
situazione.
Cosa
è avvenuto: semplicemente il PD ha vampirizzato la Sinistra e non
ha battuto la destra.
Veltroni
ha prima rimesso in sella Berlusconi, quando questi stava per
sparire dalla scena politica, indicandolo come interlocutore
privilegiato, ha lanciato poi l’idea della vocazione a governare,
spampinando l’Unione ed infine con un atto proditorio con il voto
utile, ha mistificato che i sondaggi lo davano ad un’incollatura
dal PDL, mentre, come diceva Berlusconi, era a 9/10 punti di
distacco.
Hanno
risposto all’appello direttamente il comunista Bertolucci,
Nanni Moretti, Flores D’Arcais, Dario Fo e indirettamente, con il
voto a IDV Pardi ed una parte dei girotondi, Travaglio, le liste
civiche del Piemonte di Mariano Turigliatto, l’Art.21, per citare
i più noti.
Non
si tratta di giustificare una sconfitta, che ci stava tutta, ma il
crollo.
Per
usare bene la ragione prendiamo in considerazione i dati concreti
ovvero i risultati.
Come
sapete contemporaneamente alle politiche si sono tenute regionali,
provinciali e comunali, ognuno di voi può andare a controllare i
risultati, io, a mo’ d’esempio,
ne riporto alcuni a confronto:
CAMERA
PROVINCIA
Friuli
(regione)
3,1
5,7
Sicilia
(regione)
2,6
4,9
Udine
2,7
4
Asti
2,7
4,1
Foggia
2,6
5,3
Massa
6,1
8,7
Varese
2,5
4,1
Si
tratta del 50 per cento in meno alle politiche rispetto alle
amministrative e la percentuale cresce al Senato nella più fondata,
ma ingannevole, speranza di frenare il berlusconismo.
PD
e IDV non hanno ottenuto un voto di consenso alla loro proposta
politica, ma un voto di paura.
Il
berlusconismo àltera il quadro democratico, ma Veltroni lo
sottovaluta.
Il
berlusconismo è un modello di società e di cultura agli antipodi
di quella che auspichiamo e, quindi, la battaglia culturale è
essenziale per vincere.
Quindi,
la sinistra non è ancora sparita.
Dico
ancora, poiché, senza volere essere apocalittico, secondo
me, l’americanizzazione del sistema politico italiano, se
consolidato da riforme costituzionali, farà sparire non solo la
sinistra ma la rappresentazione delle istanze sociali di cui
parliamo.
Il
sistema bipartitico non ammette interferenze della società, che
viene ascoltata solo alla vigilia di elezioni, senza potere di
controllo sulle scelte successive.
Già
ora, di fronte a giuste richieste, basta che un politico di governo
si presenti in televisione, parlando a milioni di persone, per
motivare con crisi economiche, belle parole o altre scuse che non ci
sono soldi e l’opinione pubblica abbozza e tace.
Abbiamo
due anni di tempo ed alcune contingenze favorevoli per scongiurare
questa evenienza.
I
dati oggettivi dei risultati ci dicono due cose:
1.
Senza l’ansia per il voto utile la
sinistra avrebbe raccolto il 6/7 per cento ed oggi non staremmo a
disperarci, ma semplicemente a trovare qualche plausibile
giustificazione al moderato insuccesso. Facciamo di necessità virtù
e attraverso il trauma dell’esclusione dal Parlamento e
affrontiamo un ragionamento più approfondito e complessivo
sull’essere della sinistra e sul suo possibile futuro.
Cominciamo
a riflettere sulla permeabilità dell’elettorato della sinistra
alle sirene allarmistiche di Veltroni.
Forze
dipinte come identitarie (PdCI, Rifondazione, Verdi) in realtà non
dispongono di alcun solido voto di appartenenza ossia si sono
trasformate in larga misura in un movimento d’opinione soggetto
per questo agli umori dei media.
Quale
radicamento hanno?
Abbiamo
potuto verificare anche noi come i rappresentanti della sinistra e
lo stesso sindacato siano stati accolti come corpi estranei nelle
fabbriche in occasione dell’ultimo rinnovo contrattuale dei
metalmeccanici e l’accusa principale era di esserci solo in ben
determinate occasioni non per ascoltare le istanze dei lavoratori,
ma per orientare il loro voto. Per non parlare dell’immagine di
litigiosità offerta ai lavoratori. Mi ha stupito che lo stesso
Ferrero si sia stupito e
solo in quell’occasione abbia preso coscienza di come la sinistra
venisse percepita come lontana ed assente. Ovviamente lo stesso
ragionamento lo possiamo applicare ad altri luoghi di lavoro, come
le scuole ed in generale ai luoghi del lavoro dipendente.
Leggevo
che Chiamparino, rivolgendosi alla sua classe politica invitava a
“meno convegni e più mercati”, ritengo che questo invito
lo debba raccogliere a maggior ragione la sinistra.
Dobbiamo
essere meno radical-chic, meno intellettualoidi
e stare di più tra la gente comune, ascoltare le loro
richieste e le loro ansie, tradurle in aggregazione sociale ed in
proposta politica.
Mi
ha colpito la frase di una mail di un altro Massimiliano “SIAMO
ANTIPATICI NEL NOSTRO VOLER SEMPRE INDICARE UN MODELLO DI VITA CHE
NEMMENO NOI SEGUIAMO (CHI PIU' CHI MENO..)”.
Non
dobbiamo calare nelle loro teste i nostri utopistici progetti di
società ideali o idealizzate, ma costruire i progetti sulla base di
bisogni concreti, reali e verificati.
Non
si può prospettare l’Eden a chi ogni giorno deve fare i conti con
la fame, la povertà e l’incertezza di futuro.
Chi
ha la pancia piena può, in alternativa a Porta a Porta, venire ai
convegni, ma gli altri….
Gli
studi ed i seminari sono utili, ma non possono diventare l’unica
forma della politica.
I
partiti della sinistra, come tutti gli altri partiti, si sono
trasformati in un mero
aggregato di cariche elettive, in un ceto blindato autoreferenziale.
Solo così si spiega il modo con cui si sono fatte le candidature,
senza nessuna discussione, senza aperture, cioè liste costruite a
tavolino.
Alla
scelta, secondo me, irresponsabile, del PD di spazzare via la
sinistra non è stato contrapposto nulla, preoccupandosi solamente
di blindare e perpetuare la nomenclatura.
Così
era e così è stato percepito: un cartello elettorale per superare
la soglia di sbarramento.
Il
trauma elettorale dovrebbe servire almeno a smascherare cosa c’era
dietro i simulacri.
Servono
regole nuove, capaci di restituire visibilità, partecipazione e
coinvolgimento alla sinistra diffusa che esiste e che va coinvolta e
responsabilizzata in un processo costituente.
Un
processo di reale democrazia partecipata, solido nei contenuti,
capace di farsi ascoltare dal paese reale ossia è necessaria una vera
e propria rivoluzione culturale.
2.
L’altra
cosa che emerge dal risultato elettorale è che il cittadino
predilige l’azione di governo, quella che incide direttamente
sulla vita di tutti i giorni e che, tra una proposta-testimonianza
ampia ma non realizzabile ed un suo surrogato praticabile,
l’elettorato sceglie il secondo.
Pertanto,
poiché credo che nessuno di noi voglia trasformarsi in
un’associazione di volontariato cominciamo ad evitare di dire “la
nuova sinistra è bene che stia fuori dal parlamento per divenire
soggetto di persone e non soggetto di partiti”.
Se
non vi si riesce pazienza, ma se si vuole avere seguito e se si
vogliono veramente realizzare miglioramenti della vita delle persone
dobbiamo avere anche noi la “vocazione maggioritaria” pur
sapendo che siamo alla partenza una minoranza, ma non siamo
minoritari.
Il
risultato elettorale ha creato, tuttavia, un contraccolpo
psicologico che si manifesta con due temibili rischi: la fuga nel
movimentismo e quella nella nicchia identitaria.
a)
La fuga nel movimentiamo
Sono
il primo a criticare il sistema dei partiti e la loro organizzazione
interna, ma trovo sbagliato la demonizzazione del partito.
In
origine i partiti di massa nascono dal basso come momento di
riunificazione e di sintesi delle istanze popolari e per decenni
hanno seguito la via dal basso verso l’alto e dall’alto verso il
basso.
Negli
ultimi 20/30 anni è iniziata una progressiva degenerazione di essi
per cui la via rimasta è quella dall’alto verso il basso.
Se
non si vuole scivolare nel movimentismo, la problematica sul partito
non può essere elusa.
I
movimenti nascono, hanno una loro autonomia ed una loro identità NO
TAV, NO DAL MOLIN, NO GLOBAL e muoiono quando la loro ragion
d’essere si esaurisce (ovviamente ne sorgono altri) un partito può
essere sensibilizzato da essi, ma non può identificarsi in essi né
egemonizzarli.
Se
li egemonizza li fa morire e se si identifica si sclerotizza e muore
con essi.
Teniamo,
quindi, separati ma vicini partito e movimenti.
Rispolveriamo,
se necessario, la teoria del partito come intellettuale organico.
I
movimenti nascono su temi specifici, su questi si fonda la loro
identità e la loro radicalità fino alle estreme conseguenze.
Facciamo
l’esempio dei no tav: sull’alta velocità sono tutti
d’accordo e pronti a tutto.
Ma
sugli immigrati? E sulla fecondazione assistita? E
sull’indicizzazione di
salari e pensioni?
Su
tutto ciò che va oltre l' identità, il movimento, tutti i
movimenti, si frammenta.
Inoltre,
se il nuovo governo, con la forza, portasse
a termine i lavori che fine farà il movimento?
Un
partito deve essere più di un movimento ed andare oltre e
comprendere tutte le esigenze e portarle a sintesi.
Un
partito deve sapere selezionare ciò che si può fare e soprattutto
ciò che non si può non fare.
Rifondazione
ha vissuto nei movimenti e con i movimenti una stagione felice,
anche elettoralmente, solo che quando il movimento ha esaurito la
sua spinta propulsiva e Rifondazione si è confrontata con la scelta
governativa è entrata in crisi irreversibile.
Non
sarebbe opportuno ripetere un’altra stagione di entusiasmi a cui
seguiranno le delusioni.
Questo
finirebbe per sfiancare la sinistra e la sua residua credibilità.
Un
partito che voglia avere un futuro per trasformare la società
italiana deve conquistarsi la credibilità, così come se l’era
conquistata lo storico PCI, attingere linfa dai movimenti, ma non
confondersi con essi.
Che
cosa ha diritto di stare in cima alle priorità?
È,
forse, meno impellente affrontare il tema di chi è costretto a
frugare tra i rifiuti dei mercati per recuperare un po’ di
orto-frutta commestibile o di chi, con pochi soldi, è sotto sfratto
o delle crisi psicologiche dei giovani precari a vita senza speranza
di futuro?
Tra
queste ce n’è una in
testa al non si può non fare?
Ecco
perché non ci si può settorializzare su un tema ed è necessario
un luogo in cui le varie istanze si trasformino in programma
politico.
Non
trascurando che se si vuole evitare il libro di sogni è necessario
individuare dove, come e a scapito di chi trovare le risorse
economiche per realizzare il programma.
Ricordiamoci
che non è all’ordine del giorno la rivoluzione socialista e, ad
essere ottimisti, non lo sarà più per lunghissimo tempo.
Uno
dei limiti di questa sinistra è stato l’avere posto quasi
esclusivamente l’attenzione sulle ricorrenti emergenze, senza
guardare la quotidiana
vita normale nel suo complesso, quella che riguarda la stragrande
maggioranza dei cittadini.
Oggi
sentiamo parlare molto degli incapienti: giustissimo parlarne e
risolvere, ma pian piano, aggiustamento dietro aggiustamento, la
consistenza dell’assegno di sostentamento degli incapienti si sta
avvicinando al valore di salari e pensioni, cioè tra non molto la
stragrande maggioranza dei cittadini, circa 30 milioni, precipiterà
nella povertà o nell’incapienza.
La
sinistra ha un progetto, una proposta credibile per evitare la
catastrofe?
Nel
1946, Togliatti, per ampliare la sfera d’influenza del partito sui
ceti medi si inventò il sistema cooperativo, che in Emilia consentì
di costruire un blocco sociale progressivo, offrì lavoro ai
disoccupati e salari decenti.
Oggi
dopo più di 60 anni le coop le troviamo attente alle scalate
bancarie, accanto ai furbetti del quartierino, ma allora fecero
diventare l’Emilia rossa un fiore all’occhiello dei comunisti e
sancirono una fedeltà al partito di larghe masse, malgrado le
vicissitudini, ancora intatta.
Non
si tratta di riproporre un modello già diffuso e deteriorato, ma di
avere idee creative ed una visione ampia delle dinamiche sociali e
un progetto di società, se non alternativo, almeno complementare.
Questa
dovrebbe essere la nuova sinistra italiana.
b)
La fuga nella nicchia identitaria
Ci
può essere ancora qualcuno non offuscato dall’insuccesso che
possa ritenere che si siano perse le elezioni poiché nei simboli
era assente la falce e martello
o perché abbiamo mimetizzato la nostra natura di comunisti?
C’è qualcuno che può, con mente serena, affermare che in Sicilia
al posto di Lombardo o in Padania al posto di Bossi avremmo vinto
con la identità sbandierata?
Eppure,
oltre a Massimiliano, ce ne sono tanti
altri così convinti: da Diliberto e Rizzo a Ferrando a
Ferrero a Turigliatto . Mettendoli tutti assieme, ovviamente senza
Sinistra democratica e Verdi, sotto un simbolo glorioso
si raggranellava un voto in più o al contrario si
precipitava oltre il fondo?
Non
si potrebbe questa convinzione ascrivere nel novero dell’autoreferenzialità,
della lontananza dalla realtà oppure nel regresso nostalgico e
nell’ideologismo astratto?
Dove
sono, Massimiliano, i comunisti, in Italia e nel resto del mondo, e
dove la coscienza di classe e soprattutto dove la lotta di classe in
una società altra dal Novecento?
In
Italia, ma non solo, il
conflitto è sociale, la linea della oppressione è interclassista,
passa tra i ricercatori universitari e i precari. Non c'è più una
classe offesa e oppressa: a vivere il fenomeno della pauperizzazione
e dello sfruttamento sono i ceti medi, è la piccola e media
borghesia, pensionati, operai, giovani laureati, immigrati.
La
chiave di lettura del marxismo che ci è stata utile a decodificare
le società dei secoli scorsi è spuntata, non serve più o non
basta se non per categorie generali, anche se alla vista non ne
abbiamo altre.
Intestardirsi
sul vecchio forse sarà consolatorio, ma non serve alla bisogna.
Non
si è comunisti per appuntarsi il distintivo all’occhiello, ma per
rispondere alle sofferenze degli infelici a noi contemporanei.
Per
cui, rimettiamo nel baule i cari attrezzi che ci sono stati tanto
utili e, puliti gli occhi dalle lacrime, attrezziamoci con nuovi ed
idonei strumenti per affrontare l’arduo cammino.
Questo
vuol dire essere comunisti oggi!
Giuseppe
Buzzanga
Spariti in un baleno
“Per
la prima volta dal dopoguerra non ci sono più comunisti e
socialisti in parlamento! Ma come faranno i lavoratori adesso che
nessuno li rappresenta più?” Questa patetica buffonata è
l’ennesima mistificazione uscita dalla bocca dei dirigenti della
“sinistra radicale”. Fa il doppio con quella del risarcimento
sociale, imminente, che il governo Prodi avrebbe predisposto,
ma che non ha potuto elargire per responsabilità di Dini, Mastella
ecc.
In
parlamento non siederanno più, tra gli altri, quei determinati
bolscevichi del tipo di Pecoraro Scanio, Giordano, Borselli ecc.
In realtà se nessuno
rappresenta oggi i lavoratori in parlamento, nessuno li
rappresentava neppure nel parlamento uscente: quasi centocinquanta
parlamentari di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno
votato e rafforzato le politiche padronali liberiste, sono stati
fedeli scudieri degli interessi dei banchieri (si pensi al TFR dei
lavoratori regalato alla speculazione di borsa), hanno canalizzato
la protesta verso la resa (vedi la “grandiosa” marcia del 20
ottobre contro il protocollo sul welfare ed il successivo voto a
favore del provvedimento) e regalato un fiume di miliardi alle
imprese. Hanno riconfermato le leggi sulla precarietà (che peraltro
avevano già contribuito a varare), votato per finanziare
l’acquisto di armi per le FF.AA., (il più alto stanziamento per
la Difesa della storia repubblicana), hanno pagato missioni militari
all’estero (e vere e proprie guerre d’aggressione, come la
guerra “umanitaria” contro Belgrado). Hanno regalato la
rappresentanza garantita ai sindacati di regime. Hanno avvallato la
prosecuzione del patto militare segreto con Israele. Hanno accettato
la NATO. Sono stati (al di là della propaganda ufficiale di
Veltroni) i più fedeli sostenitori di Prodi, al punto di cacciare
anche chi timidamente si opponeva a qualche sconcezza.
I maggiordomi fedeli
della borghesia non servono più, oggi la borghesia si rappresenta
da sola nelle sue istituzioni. La bancarotta bertinottiana è
totale, è arrivata al capolinea del travaso di voti verso la destra
populista e xenofoba della Lega. (Questo la dice lunga sulla capacità
di convincimento ideologico dei fautori dell’”altro mondo
possibile”).
Il
re è nudo.
Per l’ennesima
volta si evidenzia quanto sia illusoria l’idea che sia possibile,
tramite la collaborazione di classe, rappresentare gli interessi dei
lavoratori, strappare conquiste o, quantomeno, “ridurre il
danno” delle politiche padronali. Per anni ed anni i gruppi
dirigenti di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi ecc. hanno
fatto credere che la politica “responsabile” della sinistra
fosse questa. E non si è trattato solo di una scelta politica
“dissennata”, alla base di questo agire politico sta la scelta
opportunista di garantirsi la prebenda personale, di tenere il
fondoschiena sul calorifero protettivo delle istituzioni. Perché
alla base di questo modello politico, di co-gestione del potere, sta
l’accettazione del modello statuale
-l’idea della neutralità delle istituzioni, cardine della
mitologia resistenziale- e dei suoi organi di rappresentanza, le
uniche tribune dove valesse davvero (per Bertinotti & soci)
spendere il proprio genio.
I dirigenti a
palazzo e la base a mescolare il minestrone e a friggere le
cotolette, perché altro non ci si aspetta (anzi, così si vuole)
dal militante di base. Non credo peraltro ad una base “sana”
contrapposta ad una direzione “corrotta”; la collaborazione
opportunista per Rifondazione ecc.
è sorta prima in periferia (da subito collusi con le
amministrazioni locali diessine e le loro porcherie liberiste,
privatizzazioni, esternalizzazioni e creazione di precariato) sin
dalla nascita di questo partito e senza soluzione di continuità.
Per anni chi si opponeva a questo, in buona fede, dall’interno del
partito, è stato deriso, emarginato, epurato. E non poteva essere
altrimenti, disturbava i manovratori.
All’interno di Rifondazione (ma anche degli altri partiti più
piccoli della coalizione arcobaleno), esistono vere proprie lobbies,
cordate di potere spesso in lotta fra di loro per assicurarsi il
posto nell’azienda municipalizzata, nel consiglio di
amministrazione, l’assessorato o lo scranno di parlamentare.
Questo è speculare e corrispondente a quanto avviene in tutti gli
altri partiti borghesi.
Se una base
elettorale, “educata” all’unità
strategica con la borghesia, disillusa sulla possibilità di
ricevere qualche briciola, ingannata quotidianamente per anni, ha
voltato le spalle a questo carrozzone di falsari, preferendo votare
direttamente per i partiti della borghesia, come ci si può
rammaricare? Hanno affermato per anni che in primis occorreva
battere Berlusconi, nel frattempo hanno dispensato legnate (non
raccontino che è solo colpa di Prodi) a quella classe sociale che
millantavano di rappresentare. Hanno dimostrato di essere un ente
inutile, anzi dannoso, e
così sono stati percepiti dagli elettori.
E’ prevedibile che
un’ondata di roditori abbandoni la carcassa del galeone naufragato
per altri lidi più remunerativi,
e che altri riprovino a
ripercorrere le stesse strade, con un puntiglio patetico (Bertinotti
che punta ancora a costruire l’Arcobaleno, Diliberto che vuol
tornare alla falce e martello, come se camuffare l’opportunismo lo
rendesse ancora presentabile,) ma questo è per me del tutto
irrilevante. E’ un passo avanti che il carrozzone dei falsari non
sia più lì a mistificare una rappresentanza che non gli compete.
Certo, oggi pensare di costruire una sinistra di classe opposta agli
interessi della borghesia non è uno scherzo, ma era una priorità
anche prima, e comunque senza questi illusionisti tra le scatole
c’è qualche possibilità in più.
L’aggressione
padronale continuerà con vigore, ed i lavoratori sono oggi
politicamente inermi, come lo erano ieri,
ma il fatto che si sia azzerato tutto potrebbe rimettere in
movimento quelle spinte sane all’aggregazione di lavoratori sulla
base di programmi di classe che per troppi anni non hanno
funzionato. Naturalmente starà ai compagni di rimboccarsi le
maniche perché questo possa avvenire.
Umberto Cotogni

Qualcos'altro si può fare
Gabriele Polo
Lacrime e sangue. La promessa fatta da Churchill agli inglesi
difronte al pericolo nazista è l'attuale condizione di ciò che
resta della sinistra politica italiana dopo le elezioni. Le
lacrime sono state abbondantemente versate, anche in diretta
televisiva, con annesse sfottenti condoglianze. Il sangue è
quello - fortunatamente solo metaforico - che si sta spargendo
in un conflitto interno ai gruppi dirigenti della Sinistra-l'arcobaleno.
Chi se ne è andato un minuto dopo la chiusura dei seggi per
preservare all'ombra di gloriosi simboli e nomi il proprio
ruolo, chi quatto quatto si sta rifugiando nelle braccia
onnicomprensive di Veltroni, chi si dilania in lotte
incomprensibili ai più. Un panorama da guerra civile, in cui
prevale il respiro corto e manca quasi del tutto il ragionamento
sugli errori commessi, su uno stravolgimento sociale compiuto,
sul collasso della rappresentanza. Le paure e i rancori sordi
che hanno inquinato il vivere civile, determinando l'esito
elettorale, sono dilagati nella società politica avvelenandone
i pozzi. Nel migliore dei casi lo shock elettorale si trasforma
in inviti al tornare alle proprie origini culturali e al «popolo»
come fosse un demiurgo. Il «popolo», invece, non può far
altro che aggirarsi affranto, chiudere le sedi appena aperte, o
al più perseverare nelle pratiche alternative disperse e
frammentate dal trionfo del mercato.
Questo è il quadro, da qui si parte. Inutile continuare a
piangere su una rappresentanza parlamentare dissolta, inutile
andare a piccole rese dei conti, inutile pensare di ritrovare
subito una sintesi generale ignorando il terremoto avvenuto. La
«morte della sinistra» era in corso da tempo, le elezioni le
hanno solo dato ratifica istituzionale. Non pensiamo nemmeno di
concentrarci principalmente sulle battaglie quotidiane o di
trincea. Non consoliamoci con i risultati delle amministrative
(appena decenti), cerchiamo d'evitare che il governo di Roma
cada nella mani dei nipotini di Salò, ma sapendo che l'enfasi
antifascista di Rutelli è come un contratto di lavoro a tempo
determinato: lo sottoscriviamo, ma è a scadenza. Non passiamo i
prossimi cinque anni a scandalizzarci per le sparate di
Berlusconi o a esaltarci per le sue gaffe e i piccoli litigi
quotidiani dentro il centrodestra. Il Cavaliere ha promesso
lacrime e sangue molto concrete, gestirà la recessione senza
troppi scrupoli e farà nel pubblico impiego ciò che gli
imprenditori hanno fatto (complice l'ex sinistra) nel lavoro
privato, perché gli operai non sono più un problema economico
né politico: continueranno a crepare e a faticare, quelli dei
vecchi mestieri come quelli dei nuovi lavori, nell'indifferenza
della politica che lascia spazio solo alla rabbia sorda. Quanto
a Veltroni, il suo progetto è chiaro: troverà uno spazio di
dialogo con l'avversario e aspetterà tempi per lui migliori,
convinto che arriveranno.
Non è detto che sarà così, ma di sicuro continuerà a cercare
di desertificare a sinistra, proponendosi come il «rappresentante»
di tutto ciò che non è di estrema destra, dall'Udc in qua.
Concentriamoci, invece, su ciò che esiste. Perché la sinistra
non scompare con la sua rappresentanza istituzionale: pensare
che il gioco si teneva principalmente nel palazzo è stato
l'errore di fondo, ritenere di conoscere a memoria la società e
le sue contraddizioni la tragedia più vera. Fermiamoci un
attimo, senza rese dei conti e apriamo un confronto vero,
ricostruiamo un linguaggio non stereotipato e comune,
misuriamolo con le condizioni materiali e le aspirazioni
politiche delle persone in carne e ossa, diamo battaglia a
partire da queste, mettiamo - ciascuno di noi - a disposizione
ciò che siamo e i ruoli che ricopriamo; a iniziare da chi si è
dato responsabilità dirigenti. Questo non è ricominciare da
zero, è ripartire dalla realtà. La «ricetta» non si può
inventare a tavolino: confessiamo apertamente le reciproche
parzialità.
Ps: | |