CONVEGNO SULLA DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO (26/10/1996)

E. GARDIOL, A.L.P.

Perché A.L.P. ha deciso questo convegno? Principalmente per due ragioni:

- il referendum e la sentenza di giugno sanciscono un periodo in cui i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione non sono di fatto garantiti nei luoghi di lavoro.

- la democrazia di un Paese deve coincidere con la democrazia nei posti di lavoro. Non è pensabile di riformare le istituzioni nella società se non si risolve questo punto.

E. LANZA, Presidente A.L.P.

L'argomento che si affronta oggi è poco sentito: i lavoratori, che vivono direttamente il problema della democrazia, non sono presenti.

Il convegno si pone l'obiettivo di:

1- rilanciare questo problema;

2- valutare insieme il percorso di A.L.P. e le nostre esperienze in materia;

3- confrontarsi con i progetti e le proposte di chi ha fatto esperienze in questo campo prima di noi;

4- trovare insieme delle iniziative per sollecitare una legge in materia.

1- Dopo il referendum c'è stato poco dibattito. Molti, per altro, non si aspettavano un risultato di questo tipo: abolito l'art.19, i diritti li ha solo chi firma i contratti, il che lascia in campo solo i confederali, escludendo i compagni che avevano già fatto qualche passo per farsi riconoscere.

C'è poco interesse da parte dei politici, anche degli stessi promotori del referendum, dei partiti di sinistra o centrosinistra. C'è poco interesse nelle fabbriche. Non è facile far capire la questione ed il nesso tra democrazia e condizioni di lavoro nelle fabbriche, soprattutto se in questi tempi ci troviamo sempre più di fronte ad un altro problema: il non lavoro.

2- A.L.P. è intercategoriale, territoriale, e vuole partecipare alle elezioni delle R.S.U. e alle lotte che si svolgono sul territorio. I tentativi di elezioni, con l'unica eccezione della Cascami, sono falliti a causa di un atteggiamento ostile dei confederali. Il motivo principe di ciò è che non siamo una organizzazione riconosciuta e siamo apertamente in contrasto con gli accordi di luglio.

Nell'ultima fase ci si è rivolti anche alla Magistratura, si è aperta una vertenza (nel caso dell'OSAE) per verificare se qualcuno ci poteva dare indicazioni su come ottenere di partecipare alle elezioni delle R.S.U. Con la prima udienza il Pretore ha aperto uno spiraglio perché non si parlava di accordi di luglio, ma si chiedeva solamente se avevamo accettato il regolamento delle elezioni. Anche se abbiamo sempre sostenuto che il regolamento è antidemocratico, abbiamo tentato di misurarci con la parte a noi contrapposta.

Poi la sentenza di luglio della Corte Costituzionale ha ribadito che i diritti devono averli solo le organizzazioni che firmano i contratti. Qui c'è un paradosso: per poter avere i diritti, bisogna essere firmatari di contratti, ma non ci permettono di partecipare alle elezioni e quindi di svolger attività sindacale. Altro paradosso è dato dal fatto che, seguendo questa logica, c'è il rischio che siano le controparti a decidere quali saranno i sindacati ad avere i diritti, perché nel momento in cui si ritengono non firmabili degli accordi non si avrebbero più diritti.

3- Confrontarsi con altre esperienze anche più avanzate, che hanno già fatto proposte e passi in avanti è utile per sollecitare percorsi comuni, per mettere insieme le forze: non si deve credere di avere la verità assoluta in pugno.

4- Trovare insieme iniziative che siano possibili e non diano solo l'illusione alla gente di poter essere realizzate. Le iniziative devono puntare soprattutto a questo obiettivo: la democrazia.

- Ci deve essere libero accesso per tutti alle elezioni (fascisti, leghisti, plurindagati possono presentarsi alle elezioni politiche; nelle fabbriche, se non sei confederale, non entri);

- nessun privilegio a nessuno: tutti devono avere gli stessi diritti (il sindacato vale per quello che i lavoratori vogliono che conti);

- ci devono essere regole e requisiti definiti che si devono rispettare per partecipare alle elezioni (non di volta in volta qualche nuovo "inciucio");

- gli accordi, prima di essere applicati, devono essere votati dai lavoratori.

Queste sono le basi da cui partire per costruire la democrazia. I diritti (lo stesso Statuto dei Lavoratori)si sono conquistati con le lotte; se ora queste sono più difficili da creare, non disperiamo perché ci sono iniziative come questa o come lo sciopero del 27, organizzato, forse per la prima volta nella provincia di Torino, da un'iniziativa di quattro sigle dell'autorganizzazione.

G. BRONZINI, Magistrato del lavoro.

Veniamo ai paradossi:

- la vittoria della sinistra nelle ultime elezioni non ha affatto coinciso con la ripresa dei lavori per una democratizzazione dei rapporti fra sindacati e lavoratori, ma anzi ha segnato una battuta d'arresto.

Nella precedente legislatura si era comunque arrivati ad un testo di legge, varato dal Senato, manchevole e criticabile quanto si vuole, ma che era una misura di riordino della materia e che migliorava il quadro esistente.

Al contrario, con l'attuale governo, il Parlamento nulla ha ancora fatto per venire incontro alle legittime richieste emerse nel referendum e che dimostravano il non-gradimento del vecchio assetto legislativo (1970).

In tutti i paesi europei i lavoratori hanno il diritto a votare i loro rappresentanti sui posti di lavoro; l'Italia nega questo diritto, dunque ci si chiede perché il fatto di entrare in Europa sia strombazzato a destra e a manca e non si faccia riferimento anche a questo standard europeo.

- In Italia c'è una "furia creativa" istituzionale. Ogni giorno ci vengono proposti nuovi modelli istituzionali (cancellierato di ferro, semi-presidenzialismo, ecc.). Siamo in un Paese che ha varato una Bicamerale per definire le regole. Il paradosso è che questa non potrà occuparsi di rappresentanze sindacali: un tema così esemplare di arretratezza del nostro tessuto legislativo rispetto alle regole elementari di democrazia, un tema così complesso, così sostanziale come quello della democrazia non verrà preso in esame.

La democrazia sui posti di lavoro è un tema dimenticato, se non addirittura in contro-tendenza! L'argomento è spinoso anche perché le rappresentanze sindacali hanno vari aspetti:

1- Rappresentanze sindacali intese come diritti sindacali (diritto di convocare assemblee, permessi retribuiti) normati per legge.

2- Efficacia dei contratti collettivi col problema della mancata applicazione dell'art.39, che prevede la possibilità di approvare contratti collettivi proporzionalmente al numero dei loro iscritti. Questo articolo non è mai stato applicato nella sua interezza, ma dal Dopoguerra in poi - e si vuol continuare a farlo anche ora - si è fatto in modo che non ci fosse bisogno di un intervento legislativo per stabilire la legittimità di un contratto e perché avesse efficacia generale.

3- Diritti indisponibili. Dagli anni '80 in poi non si è demolito l'insieme delle garanzie (come invece è avvenuto in Inghilterra): si sono tenute formalmente in vigore autorizzando però il sindacato a fare deroghe. Ad esempio il lavoro notturno non è previsto per le donne. se però un sindacato firma un accordo in tal senso, le donne potranno (saranno costrette dal contratto stesso) a fare lavoro notturno. Così, quello che era una norma di legge può essere tranquillamente derogata, prendendo poi efficacia generale per tutti!

Il problema delle rappresentatività sindacali coinvolge tutti e tre questi aspetti, anche se nella battaglia referendaria si è puntato più l'indice sull'art19 che attiene alla questione dei diritti sindacali.

Da sempre è stato tema di dibattito l'art.19 e nel particolare la lettera A, in cui si cita la "confederazione maggiormente rappresentativa", sottolineando come stortura di tale articolo il fatto che la rappresentatività di una confederazione maggiormente rappresentativa era presunta e non veniva accertata sui luoghi di lavoro. In più non vi era libertà sindacale perché le associazioni, pur di avere dei diritti, erano costrette a darsi una forma, una struttura organizzativa tipica di una confederazione (burocratica, centralista, ecc.)

La lettera B (il quale dice che bisogna essere firmatari di contratti) era però decisamente peggiore, poiché dava al padrone il diritto di interferire nella concessione di diritti, con il rischio di premiare le organizzazioni sindacali più disposte al compromesso, alla trattativa, ecc.

Per esempio, nel passato, le C.U.B. sono riuscite, tramite cause giudiziarie, ad avere diritti sindacali forzando la lettera A dell'art. 19, poiché "confederazioni maggiormente rappresentative" potevano esserlo pure loro. E il padrone non poteva in alcun modo ostacolare il loro accesso.

Ora la situazione è peggiorata: per assurdo, se un padrone non volesse riconoscere nessun sindacato e dunque non firmare i contratti in quella specifica realtà lavorativa, non si avrebbe diritto alla rappresentatività sindacale in alcune forma. In alcuni casi il discorso della rappresentatività sindacale, fondata sul fatto di essere firmatari di contratti, può essere una questione di comodo, qualora in una fabbrica il padrone decidesse di far firmare un contratto ad un sindacato che abbia anche un solo i scritto.

L'alternativa a questa situazione non possono essere le R.S.U., essendo loro per prime viziate da certe "storture" quali:

la riserva del 33%. La storia delle R.S.U. è unica non solo in Europa ma in tutta la storia degli organi elettivi (sindacali, politici, ecc.).

Tutti i sistemi elettorali che si conoscono seguono il principio che le regole scelte valgono per tutti. E' vero che nella scelta delle regole si può discriminare, ma esse devono valere per tutti. Il fatto dunque che i lavoratori iscritti ad un sindacato votino due volte non ha precedenti nella storia dei sindacati né dei partiti politici. La riserva del 33% appare poca cosa, ma sul piano dei risultati elettorali premia i confederali anche con un quinto dei voti, cioè consente a dei perdenti di avere comunque la maggioranza nella rappresentanza sul luogo di lavoro.

le R.S.U. non contano nulla. L'accordo del 23 luglio non dà nessun esclusivo potere negoziale alle R.S.U., neanche in materie di stretta pertinenza aziendale, nelle quali hanno potestà concorrente con i confederali e si devono muovere nell'ambito di politiche contrattuali di ordine superiore.

La stessa Corte Costituzionale, nella sentenza del '96, dice implicitamente che le R.S.U. non sono la soluzione ai problemi di democrazia sindacale nel nostro Paese, ma che ci vuole la legge. Quale?

Sulle soluzioni si può discutere a lungo ma sui principi di questa legge non dovrebbe essere difficile ricavare consensi. Chi è davvero interessato ad una democratizzazione dei rapporti tra sindacati e lavoratori non può non essere d'accordo su questi principi di fondo:

una legge non può non definire criterio elettivo di organismi unitari sul luogo di lavoro, eletti secondo criteri proporzionali da un lato e pluralistici dall'altro.

a questi organismi unitari eletti deve spettare la legittimazione esclusiva sulle materie di pertinenza aziendale (sottoscrivere contratti o accordi con validità aziendale', ecc.).

Fino a qui anche il testo di legge approvato al Senato (Smuraglia) si muove in questo senso, con le forze di sinistra e i confederali in buona parte d'accordo. I guai iniziano nel livello superiore della contrattazione collettiva. Tutti sappiamo che la vera sede decisiva della determinazione delle condizioni di lavoro non è il contratto, ma la sede extra aziendale (contratto collettivo nazionale in cui si decidono orari, retribuzioni, istituti fondamentali).

E' su questo livello che si deve agire perché altrimenti la rappresentatività rimarrà sempre presunta: è inutile eleggere i nostri rappresentanti se poi il nostro voto non si trasferisce neppure come criterio orientativo nei livelli medi della contrattazione collettiva.

Altra cosa importante è che sui risultati delle negoziazioni sindacali vi deve essere una forma di ratifica da parte del lavoratore, un voto del lavoratore precedente il mandato a negoziare (ricordo lontano dei contratti degli anni Settanta), una forma obbligatoria di ratifica referendaria del contratto. Insomma la possibilità per una minoranza di dire la sua.

Altra questione spinosa è quella dei diritti indisponibili, la quale va rivisitata per stabilire con chiarezza ciò che può essere disposto o meno a mezzo di un negoziato sindacale. Occorre evitare i contrasto di interessi fra diritto dei songoli e attività sindacale: il sindacato deve assumere il ruolo di controparte del lavoratore. Se si volesse entrare ancor più nel problema radicalizzando i concetti, ci si dovrebbe chiedere chi ha diritto alla rappresentanza sindacale. E' tollerabile la chiusura del sistema per cui vota chi è assunto a tempo indeterminato, con contratto standard o non è il caso di porre il problema di un allargamento di questo diritto a lavoratori autonomi o pseudo autonomi, sotto padrone come altri ed esclusi dal voto?

INTERVENTI APERTI

FRANCO BREUZA, lavoratore SKF, A.L.P.

Molti di noi vengono da esperienze precedenti nei confederali, un sindacato che ci ha formati, ci ha permesso di migliorare le nostre conoscenze, ma che a lungo andare ci ha anche tarpato le ali: qualsiasi nostra iniziativa non era più vista come un apporto positivo ma come critica, come polemica, come estremismo. Da quando siamo usciti dalla triplice ci siamo però resi conto di non essere affatto degli estremisti, ma solo quello che dovrebbe essere (visti anche gli interventi precedenti) un lavoratore in fabbrica. Uno che, a rischio di non far carriera, di essere sempre emarginato, lotta per portare avanti e far esplodere i problemi: salari certo, ma soprattutto salute e sicurezza sui posti di lavoro.

Cosi il messaggio che dovrebbe uscire da questo convegno è che noi non siamo quelli che vogliono spaccare tutto, ma quelli che civilmente vogliono poter dire la loro quando si trovano di fronte ai problemi (non di frrnte ai padroni).

Non vogliamo avere più diritti (nessun 33% per noi). Vogliamo solo partecipare e riguardo a questo i confederali dovrebbero farsi un po' di autocritica per i bastoni fra le ruote che ci hanno messo (ad esempio volantini contro ALP perché rompeva l'unità sindacale).

Abbiamo fatto delle scelte che ci hanno portato ad uscire da CGIL-CISL-UIL, non per fare gli ideologi, ma perchè i lavoratori ce lo chiedevano, non riconoscendosi più in un sindacato che ci vendeva ogni volta che faceva un accordo.

Voglio che i politici presenti mi dicano se è democrazia il fatto che in una fabbrica come l'SKF, in cui ci sono reali rischi di lasciarci le penne (due morti negli ultimi cinque anni), sia eccessivo andare dal personale a far presente questo problema come commissione ambiente. Voglio che mi dicano se il sindacato giallo (FALI: un sindacato montato ad arte dal padrone soprattutto in SKF) ha più diritti di me che ho sempre difeso i diritti di coloro che non avevano la possibilità di farlo.

GIGI MALABARBA,

Oggi c'è un mutamento della condizione operaia, frutto di un arretramento dei rapporti di forza registrati negli ultimi 2-3 anni. Quando ci sono delle sconfitte, queste pesano sulla coscienza dei lavoratori (ad esempio la lotta per le pensioni o per la tutela del posto di lavoro).

Le condizioni negli anni dal '91 fino al '94 erano molto diverse; la spinta all'autorganizzazione dal basso era molto forte. Ora il quadro è molto diverso con un rischio di ritorno alla delega al sindacato confederale; questo è dovuto in parte al venir meno di questa spinta propulsiva al cambiamento ed in parte alla mancanza delle condizioni per installare la struttura sindacale nel luogo di lavoro in termini democratici. Apparentemente non resta altro ai lavoratori che ritornare sotto l'ala della struttura tradizionale che è quella che ha il potere di trattare con le controparti.

Bisogna che raggiungiamo qualche risultato perchè questa è la pre-condizione per fare tutte le battaglie che devono spostare la situazione sindacale in questo paese; così è stato importante il referendum sulla democrazia sindacale, ma è stato distruttivo il quesito sull'abrogazione parziale che ha portato ad un peggioramento della situazione. In questo caso ci siamo battuti contro quanti dicevano che il problema non era tanto quello di arrivare al referendum quanto quello di fare una buona legge, quindi di trovare un fronte molto ampio. Per non parlare dei tempi in cui si è potuto andare a votare, così diversi da quelli dell'autunno '92 con la sua spinta antiburocratica.

Ora ci troviamo di fronte ad un peggioramento del quadro di legge e, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del mese di giugno, alla crisi di tutti i progetti extra-confederali.

In un quadro così triste ci sono due rischi:

- la fuga alla ricerca di spazi di sopravvivenza non più nei posti di lavoro, dove si è impossibilitati dal restringimento degli spazi sindacali, ma in una collocazione nuova.

- il rischio di adattamento. Visto che non si riesce a costruire niente di nuovo ci si allea con chiunque (sindacati autonomi).

Noi dobbiamo individuare un percorso di tutte le opposizioni sindacali insieme; bisogna trovare delle forme di unità d'azione fra tutti colioro che hanno un comune campo di lavoro. La frantumazione drammatica che c'è ora nel nostro paese porta a non avere più credibilità tra i lavoratori e a non avere alcun potere reale. Di qui la necessità di costruirci all'interno di un rapporto con il movimento reale dei lavoratori e non al di fuori o contro di esso: così gli scioperi che si stanno organizzando (sciopero generale del 27/9 e del 15/11), pur avendo direzioni sbagliate (in questi scioperi si rivendica la validità dell'accordo di luglio '93), vedono scendere in piazza i lavoratori per altri motivi e noi dobbiamo essere in piazza con loro.

Dobbiamo darci una nostra identità, una nostra proposta precisa, ma nello stesso tempo essere coscienti di rapprersentare una minoranza. Dobbiamo rapportarci alle mobilitazioni che organizzano i confederali per costruire un punto di riferimento e una caratterizzazione interni.

La nostra differenza dai confederali deve essere chiara, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono movimenti con i quali dobbiamo rapportarci per strappare l'egemonia.

E' importante avere, fin dal luogo di lavoro, l'unità tra forze sindacali a partire da cose concrete e dunque non solo accordi di vertice tra le varie organizzazioni; fare lotte insieme e instaurare rapporti fra gruppi dirigenti delle organizzazioni extraconfederali.

Certi percorsi possono non piacere ma è necessario confrontarsi con gli altri almeno per capire quali sono effettivamente gli elementi di differenza e i comuni punti importanti. Non dico di fare forzature organizzative per fare subito una sola organizzazione, ma di evitare di non confrontarsi neanche sulle scadenze e trovarsi così a fare movimenti di lotta in momenti diversi o lo stesso giorno sotto egide diverse.

Dobbiamo dimostrare, e lo abbiamo fatto, di essere in grado di dare vita ad organizzazioni diverse dai confederali, ma anche di creare una massa critica e dei quadri di direzione minimi, che rendano possibile una proposta di mobilitazione e di potere contrattuale (dobbiamo raggiungere una soglia per poter contare).

Sulla legge c'è da dire che, se il primo punto riguarda il problema di una rappresentanza unitaria e di agente unico contrattuale sui posti di lavoro, bisogna arrivare in tempi non storici, alla creazione di una organizzazione sindacale nazionale (non bisogna far forzature per arrivare a questo, né improvvisare ma neanche accantonare la questione).

Veniamo alle proposte: se c'è chiarezza anche sulle diversità dei percorsi sindacali nelle varie organizzazioni extraconfederali, nelle varie opposizioni, non c'è niente di scandaloso nel pensare ad un accordo che sia "di cartello" elettorale delle elezioni delle varie strutture sindacali attorno ad una piattaforma sociale precisa. Il sindacato si qualifica per i suoi contenuti, per quello che vuol portare avanti e non si deve misurare in base alle forze politiche. Se i contenuti sono comuni, è su quelli che si deve fondare il "cartello" per partecipare ad una competizione elettorale nei luoghi di lavoro.

La democrazia che permetta ciò per ora non c'è (d'altronde non c'è neanche altrove: basta pensare alle forme di governo di tipo presidenzialista, autoritario, che i nostri politici - buona parte della sinistra con loro - rincorrono) e i tempi futuri non fanno ben sperare.

Nella migliore delle ipotesi la soglia di accesso ai diritti sindacali o addirittura il diritto a presentarsi alle elezioni sarà misurabile con il numero di iscritti o di voti da parte delle varie forze che competono insieme agli aspetti di intercategorialità e di dimensione nazionale. Su ciò bisogna prepararsi perché ora come ora credo che nessuna organizzazione extraconfederale abbia i sopramenzionati requisiti.

Le RSU sono antidemocratiche, ma mi aspetto persino di peggio nel caso si arrivasse ad una legge nella situazione di congelamento di iniziative dal basso. Così è stato giusta, come esperienza, la partecipazione da parte di realtà extraconfederali alle elezioni delle RSU, perché questo, aldilà dei poteri pressoché nulli che le RSU hanno, aldilà della discriminazione del 33% e di altri aspetti negativi, si è riusciti a far esplodere il problema, a far capire ai lavoratori quanto questo sia un meccanismo antidemocratico.

Considerando i consigli delegati eletti su scheda bianca con la formula "tutti elettori-tutti eleggibili", chi avesse avuto la possibilità di realizzare forme di questo genere sarebbe stato più avanti; ma sono sempre meno le possibilità in questo senso.

Quindi la partecipazione alle elezioni delle RSU è parsa un modo migliore di altri di misurarsi con i concorrenti dentro le OO.SS.

Riguardo ad una legge più democratica, pur essendo piuttosto pessimista perché non vedo forze effettivamente impegnate in tal senso, dovremmo individuarne alcuni punti essenziali. E' importante allora lavorare in modo che ci sia una maggior presenza, sul posto di lavoro, di un soggetto unitario come agente contrattuale unico, più che sottolineare la pluralità di forze che hanno potere contrattuale.

Per certi versi già la legge Smuraglia consentiva un miglioramento rispetto alla situazione delle RSU, l'esigibilità delle quali da parte dei lavoratori dipenderebbe solo dalla buona volontà di una organizzazione sindacale e dall'accordo di essa con le altre.

Inoltre la proporzionalità dei voti rispetto agli eletti, quindi la scomparsa del 33% garantito, credo sia estremamente difficile a ottenersi; ma è chiaro che il diritto minimo deve essere il poter stipulare accordi almeno a livello aziendale, altrimenti cesserebbe anche l'utilità di avere quell'organismo.

Più difficile (e anche qui dobbiamo fissare un diritto minimo) è ottenere spazi per l'esistenza delle organizzazioni alternative sul piano nazionale e credo che la nozione di "sindacato sufficientemente rappresentativo" sia quella più giusta.

Per quanto riguarda il voto vincolante per gli accordi, spero e credo nella forma referendaria.

Queste sono poche cose rispetto all'impianto di molte proposte di legge avanzate, che erano molto più precise, e giustamente ancora oggi molti rivendicano maggior chiarezza al riguardo. Credo però che in questa fase sia meglio avere una legge che contenga almeno le cose di cui sopra, anziché non avere niente.

Vorrei ora introdurre un elemento di riflessione: è sotto tiro oggi la questione dei livelli di contrattazione. Credo che, con l'accordo di luglio, si faccia ben poca contrattazione reale in questo Paese: c'è un rapporto di tipo neo-corporativo tra le confederazioni sindacali, un patto di concertazione in cui tutti quanti decidono insieme come farci digerire l'Europa di Maastricht, perché questa è la questione reale.

Credo però che in questo disegno qualche contraddizione ci sia ancora, per cui la stessa lotta dei metalmeccanici, ad esempio, viene presentata come la difesa di un livello contrattuale che si vuole eliminare. Dobbiamo agire su questa incoerenza e il fronte da mettere insieme per tentare di salvare qualcosa dal punto di vista della democrazia deve essere largo perché si ottenga qualche risultato. Oggi non si tratta più di un semplice problema di propaganda sulla necessità di avere la democrazia sindacale: dobbiamo ottenere qualche risultato e quindi agire sulle contraddizioni degli altri. La CGIL, almeno a parole, dice che bisogna mantenere un livello contrattuale nazionale, salvare i minimi contrattuali, ecc. e quindi il nostro fronte deve tener conto di ciò.

Se passasse, ad esempio, il criterio per cui, attraverso i patti di area, si cancellerebbe la contrattazione nazionale (in tal senso ho fatto un'esperienza in America Latina) sarebbe il dramma. In questa direzione lavorano ormai parecchie forze perché noi non possiamo pensare di avere da una parte CGIL, CISL e UIL legate al governo di centrosinistra e dall'altra qualche margine di manovra, perché nella destra ci sono delle contraddizioni cui ci possiamo attaccare. Non solo i berlusconiani, infatti, ma anche la Lega lavora per avere un'ulteriore frantumazione e la destra oggi spinge molto per legare i lavoratori alle sorti della loro azienda o area locale.

Quindi dobbiamo cercare in qualunque modo, se vogliamo avere una legge, di fare pressione sulle contraddizioni per portare a casa il possibile in questo quadro politico.

Su questo ci sono delle forze che ci devono risarcire, dalla sinistra che voleva una legge a coloro che hanno lavorato in modo insensato sul secondo quesito referendario, che poi è passato, mettendoci in difficoltà.

Non mi piace né questo quadro politico, per le condizioni che devono digerire i lavoratori,, né la finanziaria; ma cerchiamo di avere almeno un sottoprodotto di questa situazione, altrimenti tra qualche mese avremo condizioni molto più difficili.

Dobbiamo cominciare a costruire delle iniziative, facendo anche emergere coloro che sono stati nostri compagni di viaggio in alcune battaglie del passato (compreso chi ha lavorato nei consigli). Non escluderei di fare, su un caso particolarmente eclatante, qualcosa di concertato tra tutte le organizzazioni, perché non credo ci sia più bisogno di raccogliere le firme che, rispetto al referendum, sono un passo indietro. Piuttosto facciamo lo sciopero della fame alla Commissione Lavoro della Camera.

Le attuali forze politiche non faranno nulla per i lavoratori, che devono prendere in mano la situazione. E' una strada molto difficile ma è l'unica che abbiamo.

LUIGI FENOGLIO, impiegato SKF, A.L.P.

Ho partecipato ad ALP perché l'esperienza vissuta nel sindacato confederale aveva raggiunto un limite: non si riusciva più a capire quali prospettive c'erano dopo la battaglia per le pensioni. C'era la consapevolezza che, se si perdeva la suddetta battaglia, ci saremmo tirati dietro la sconfitta per molti anni.

Bisognava quindi riaprire la strada della speranza. Abbiamo così costruito un'associazione che ha la voglia di ricercare un percorso che dia di nuovo spazio ai lavoratori.

La nostra esperienza è stata finora caratterizzata dalla diversità dal percorso confederale, perché ne avevamo visto la difficoltà, ma soprattutto dalla ricerca di unità di tutti i lavoratori, che permetta di ottenere dei risultati. L'accettazione da parte nostra delle RSU, che di democratico hanno ben poco, va in questo senso.

Tuttavia, ad un anno di distanza dall'inizio dei nostri tentativi, abbiamo purtroppo registrato l'impossibilità di procedere su un percorso unitario, tranne che per un aspetto di facciata o per la partecipazione alle lotte, la qual cosa abbiamo fatto perché ce lo chiedeva la gente.

Un altro problema è legato all'accordo del '93 (e al contratto dei metalmeccanici che non si sblocca), problema che non riusciamo a risolvere perché non ci sono i posti dove si dialoga. Se non si riesce ad averli nelle fabbriche bisogna costruirne di nuovi ed ecco il perché di questo convegno: cerchiamo di dire a coloro con cui siamo in rapporto che bisogna fare uno sforzo per risolvere in termini concreti il problema della democrazia sul lavoro.

Questo tentativo deve accompagnarsi alle lotte, colle relative difficoltà: le poche iniziative di lotta e la legge bloccata rendono difficile la formulazione di proposte credibili. Ma proviamo a trovare delle soluzioni: mi sembra che a Pinerolo abbiamo un terreno in cui lanciare un'iniziativa indirizzata a chi sta discutendo la legge. Verrà quindi fatta partire una raccolta-firme da far pervenire a Roma con una petizione sugli elementi centrali della questione democratica; inoltre proporrei alle organizzazioni sindacali extra-confederali una manifestazione a Roma per portare la gente di fronte alla Commissione Lavoro della Camera, cercando di farle la massima pressione possibile.

Di fronte a questa situazione, in cui abbiamo subito e subiremo delle sconfitte, i tempi sono stretti: c'è la necessità di allargare la discussione, anche mettendo da parte l'orgoglio, per trovare, a partire dalle diversità interne al movimento sindacale, degli strumenti per confrontarci e incominciare a lavorare. A tal proposito, oltre alla raccolta firme di cui si è parlato, occorre sentire le altre OO.SS. per fare una mobilitazione a Roma. Credo che la nostra organizzazione debba spendersi in questo senso.

Avv. ALIDA VITALE.

Quando è nata ALP si era ancora sotto il regime dell'art. 19, secondo il quale bisognava conquistarsi sul campo il concetto di maggior rappresentatività. C'erano quindi, oltre ai confederali, alcune organizzazioni di base in via di formazione, che hanno avuto il riconoscimento della maggior rappresentatività dimostrando che erano radicati in un territorio più o meno vasto della nostra nazione. Ecco perché trovavo che una sigla restrittiva come ALP avrebbe sicuramente trovato vita difficilissima nel riconoscimento dei diritti sindacali.

In realtà l'art. 19 è finito prima ancora che l'ALP cercasse di conquistarsi i suddetti diritti sul campo e adesso ci troviamo in una situazione di gran lunga peggiore. Dal punto di vista giuridico la condizione è drammatica perché la magistratura si trova a dover decidere su cause iniziate su questo terreno semplicemente sulla base della lettera B dell'art. 19.

Rispetto a ciò sollevo una serie di problemi perché, quando si discute di legge, dobbiamo approfondire quali sono i risultati che vorremmo da una riforma sulla rappresentanza sindacale.

In primo luogo il finanziamento delle organizzazioni: non c'è più l'art. 26, però nella maggioranza dei contratti collettivi sussiste ancora, per le organizzazioni confederali, la possibilità di ottenere la trattenuta sindacale. Esiste quindi il problema del finanziamento delle organizzazioni diverse da quelle confederali.

Altro problema riguarda il voto degli accordi raggiunti a livello nazionale o aziendale: ad esempio chi vota un accordo aziendale sulle cassa integrazione? Votano solo i diretti interessati? Votano i contratti di lavoro a termine, gli apprendisti, i CFL? Dobbiamo approfondire questa tematica per evitare discriminazioni.

Un ultimo problema riguarda le nuove forme di lavoro (ad esempio il lavoro interinale): dobbiamo avere una chiara idea di fondo su quale dev'essere il rapporto fra chi è assunto a tempo indeterminato e chi invece ha questo nuovo tipo di rapporto con l'azienda.

Il problema essenziale è che la base deve promuovere la discussione sul merito della legge, affrontando senza pregiudizi le numerose problematiche che questa porterà, per trovare soluzioni che accontentino tutti.

FRANCESCO RIZZO (SLAI-COBAS).

Vorrei parlare non in quanto rappresentante dello SLAI-COBAS, ma considerando il complesso dei lavoratori.

In questa fase, da una parte diverse organizzazioni, comprese quelle che hanno contrapposto una serie di lavoratori alla politica delle compatibilità economiche, spingono verso una riduzione complessiva del diritto dei lavoratori stessi; dall'altra parte c'è una precisa tendenza a non concedere alcun tipo di diritto ai lavoratori non direttamente inquadrabili nella normativa contrattuale (ad esempio contratti di lavoro a tempo determinato). Il tutto all'interno della trasformazione del diritto del lavoro (e del diritto in generale) che questo governo sta attuando.

Un precedente intervento ha raccontato bene l'impatto del lavoratore con la democrazia, col poter dire qualcosa, col poter contare nelle decisioni. Tutti quanti, credo, l'abbiamo vissuto e il primo ragionamento che abbiamo sempre fatto è che CGIL, CISL e UIL non sono democratici. Non si riescono a difendere i propri interessi perché ti impediscono di farlo. Credo che la base di partenza sia rovesciare questo ragionamento: i lavoratori non hanno potuto fare non perché i confederali siano antidemocratici, ma perché questi, facendo una politica di collaborazione sociale agli interessi del sistema economico capitalistico, devono essere antidemocratici.

L'impedire ai lavoratori l'esercizio della democrazia non è dovuto a qualche ragione astratta o al desiderio da parte del tal dirigente burocrate d'alto livello di partito o sindacato di conservare il proprio posto. Il problema, molto più esteso, è di governare le contraddizioni all'interno del mondo del lavoro per far funzionare il ciclo economico. E il sindacato ricerca anche la sanzione effettiva di un proprio ruolo come soggetto politico che intervenga nella formulazione della politica economico-sociale in generale.

La relazione di Cofferati all'ultimo congresso della CGIL è stata chiara in questo senso: il sindacato è quello che deve decidere, con un ruolo specifico riconosciuto, come saranno la finanziaria, la politica economico-sociale, ecc. Deve avere cioè una sua autonomia anche rispetto a partiti di cui i dirigenti sindacali possano avere la tessera in tasca.

Dal '93 ad oggi, intorno alla questione delle RSU, si è usato un doppio binario per controllare queste contraddizioni dei lavoratori, portando avanti il processo di trasformazione dei rapporti sindacali che marciava di pari passo con le trasformazioni istituzionali. La modifica complessiva delle relazioni sindacali chieste dal padronato e dal sindacato stesso data dallo stesso periodo in cui si è cominciato a parlare di modifica di tutte le relazioni istituzionali, lanciata da De Mita parecchio prima di Tangentopoli.

Da un lato l'accordo di luglio riesce a formalizzare un quadro di contrattazione estremamente centralizzato: i vertici nazionali, autorizzati a farlo, decideranno di tutto e già tracciano i criteri di fondo su cui si dovrebbe svolgere la contrattazione integrativa, di fatto pressoché nulla. Dall'altro lato mettono in piedi il meccanismo delle RSU col 33% garantito, che deve però rispondere ad una contraddizione intrinseca al sindacato: i posti di lavoro sono occupati da lavoratori, che ogni giorno provano contraddizioni e cercano di difendersi.

Si è tentato di consociarli in modo democratico a questo tipo di politica, dando loro il "contentino" della rappresentanza, facendo giustizia dei consigli di fabbrica non più convocati e di dirigenti sindacali sempre al loro posto. Salvando, in poche parole, l'apparenza.

Ma non tutto è andato per il verso giusto: le RSU hanno rappresentato, nella loro pochezza, un meccanismo che non ha funzionato a dovere come volano dell'iniziativa sindacale di questa politica. Partecipandovi, come SLAI-COBAS e come altre esperienze, si è come minimo fatta risaltare questa contraddizione, si è fatto vedere che cosa le RSU sono veramente, si è limitata la loro possibilità di organizzarsi ed esprimersi.

La stessa mobilitazione contro l'accordo sulle pensioni è una contraddizione quando viene portata avanti dalle RSU: infatti oggi vediamo che esse o non vengono più elette o, dove sono elette, le trattative non vengono convocate e i lavoratori che si oppongono a questa politica non vengono tenuti in nessun conto (ad esempio all'Alfa di Arese).

Adesso devono trovare una soluzione nuova che regolarizzi queste contraddizioni. In tempo di finanziaria hanno parlato a ogni pie' sospinto della fine dell'inflazione, ma qualche giorno dopo hanno rimesso sul tavolo le statistiche dell'O.C.S.E. dicendo che l'economia andava a rotoli.

Prendiamo l'esempio del Banco di Napoli, in cui lavoro: della sua crisi né giornali né parlamentari, contattati direttamente dallo Slai-cobas, hanno parlato chiaramente. Il governo sta facendo un passaggio in normativa sindacale e sui diritti dei lavoratori: il decreto legge che passerà col voto di fiducia prevede (per legge!) l'abolizione del nostro accordo integrativo, di assegnare a determinate sigle sindacali la contrattazione, che (sempre per legge) prevede riduzione di stipendi e pensioni, e l'estensione di tali provvedimenti a tutti i dipendenti del Banco di Napoli.

Questo indica chiaramente il genere di rapporto che si vuole instaurare nelle relazioni sindacali. Vogliono stabilire legislativamente quale sindacato ha il diritto di trattare e quale no. Esisterà il diritto di costituire associazioni sindacali, che però non avranno alcun peso.

In questo modello i lavoratori sono i grandi assenti.

Ipotizziamo che venga data allo Slai-cobas una parte del monopolio sindacale: direi, a nome di una forza minoritaria rispetto ai confederali, che non ci piace come sono impostate le trattative (il che rimarrebbe un atto del tutto formale). Oppure direi che quando i lavoratori si incazzeranno verranno a rovesciare questi tavoli di trattativa e non ci sarà legislazione che tenga. Ma fino ad allora come creo le condizioni che favoriscano questo passaggio?

Per questo la legge sulla rappresentanza sindacale dev'essere esigibile da tutti.

Quando si discuteva la legge Smuraglia in Senato, ci fu un accordo politico in cui la commissione votò contro l'obbligo di sottoporre a votazione l'esito delle trattative (votarono contro Verdi e Rif. Comunista).

Noi però possiamo inserire una contraddizione nel discorso sulla legge: questa deve riportare in forma consiliare i diritti e la titolarità dei poteri sindacali ai lavoratori, che ne devono essere tutti depositari. Non bisogna chiedere gli stessi privilegi dei confederali, ma che siano i lavoratori e i loro rappresentanti liberamente eletti a contare. Tutti elettori, tutti eleggibili, dalla base fino al vertice. Deve essere il singolo lavoratore a decidere del proprio destino e ciò deve essere sancito dalla legge, per scardinare il meccanismo contrattuale che ha trasformato il sindacato da forma di difesa a forma di controllo della forza lavoro.

Un obbiettivo di tendenza, questo, perché oggi non abbiamo la forza per realizzarlo, ma così facendo creiamo le condizioni migliori per riuscirvi.

FEDERICO, CGIL Pinerolo.

Quello della democrazia è un problema che la CGIL si è posta da parecchio. E' però difficile darvi una risposta. Non ho la certezza di quale sia la strada giusta: sono d'accordo con chi mette in guardia nei confronti della frantumazione del sindacato in tanti sindacati aziendali.

C'è poi il problema dei contratti che, se vengono applicati anche nelle aziende non associate o non sindacalizzate, diventano elemento di efficacia generale.

Detto questo, la strada di una legge sulla rappresentanza e rappresentatività come diritto dei lavoratori va perseguita. Non ce ne può essere un'altra.

La crisi di partecipazione nella fabbrica risale alla rottura dell'unità sindacale con l'accordo di S. Valentino. Da quel giorno si è chiuso il contatto coi lavoratori non chiedendo loro la verifica sull'accordo e non convocando più assemblee. Si incominciò da allora ad eleggere le R.S.A.

Ad un sindacato che veniva dalla discriminazione sul posto di lavoro, dove era difficile per la CGIL costruire la rappresentanza, la legge 300 dello Statuto dei Lavoratori (con l'art.19) ridiede ai lavoratori la certezza della partecipazione.

Ma lo Statuto dei Lavoratori e l'art.19 in particolare, che funzionavano in un regime di unità sindacale, quando questa si è rotta, hanno consegnato al sindacato il diritto dei lavoratori di eleggere i propri rappresentanti nei reparti.

Cosa di cui sono convinto, non solo come affermazione di principio, è che nei luoghi di lavoro ogni lavoratore sia libero di scegliere i propri rappresentanti. Come portavoce della CGIL ho un'ambizione: vorrei rappresentare il sindacato generale dei lavoratori, cioè un elemento di solidarietà e sussidiarietà per estendere i diritti sindacali a tutti i lavoratori.

Ma chi non è d'accordo deve poter esprimere un proprio rappresentante. Questo non sarà visto come un nemico, anzi, sono disposto a scendere in piazza e fare sciopero ogni volta che il diritto su questo problema fondamentale viene violato.

Altro tipo di problema è quello delle risorse e della delega sindacale. L'iscrizione libera e democratica sottoscritta alla delega è un valore irrinunciabile che dev'essere parte integrante di una legge sulla rappresentanza. Qualsiasi sindacato che preveda l'adesione automatica o per forza, anche se ha più rappresentanti, non è democratico.

Dopodiché sarebbe opportuno fare accordi e contratti col mandato dei lavoratori prima della trattativa e prima di firmare il contratto.

Ora alcune considerazioni sull'accordo sulle R.S.U. sottoscritto dai confederali. Esso è venuto a far parte del bagaglio delle norme, ma è chiaro che vale finché CGIL,CISL e UIL lo rispettano.

La questione del 33% garantito penso sia stata introdotta per sbloccare la situazione in cui non si rieleggevano più i rappresentanti dei lavoratori. Si è aperto dunque questo canale, pur limitato, di espressione.

Credo che le R.S.U. abbiano giocato e continuino a giocare un ruolo importante, pur esistendo alcune problematiche aperte che vanno tutte affrontate. Ma non ne usciamo se non parliamo di una legge che le racchiude. Purtroppo la discussione tra CGIL,CISL e UIL su questo terreno è molto aspra: il processo di unità d'azione si è raffreddato. Si dibatte anche la questione se il sindacato debba essere generale e facente accordi e contratti per tutti (iscritti e non) oppure solo per gli iscritti.

E' il problema della delega, che deve avere una risposta anche legale. In un'azienda dove avvengono le elezioni e un'organizzazione sindacale con degli iscritti viene esclusa, questa ha il problema, avendo ricevuto la delega dell'iscrizione, di come difendere il lavoratore dentro la fabbrica. Per questo la CGIL, rispetto alla polemica che si voleva creare con A.L.P., ha tenuto a precisare che da questo punto di vista si devono trovare sbocchi e prendere delle iniziative. Il clima è difficile perché, da dopo il referendum, non c'è stato uno sbocco verso una legge e il problema è stato vissuto un po' da tutti come la paura del pericolo, svanito il quale i siamo tranquillizzati.

Tuttavia questo è un problema di estrema attualità e sono convinto che dobbiamo capire che fine hanno fatto, all'interno del Parlamento, le proposte di legge; dobbiamo essere capaci di mettere a confronto più esperienze per riavviare il discorso della democrazia nei luoghi di lavoro. E' un problema urgente e, secondo me, non stiamo andando in una direzione di unità d'azione da parte di CGIL,CISL e UIL, che ci permetta di fare un passo avanti verso la democrazia: il rischio è che si vada verso la frammentazione.

BOERO, A.L.L.B.A.

A.L.L.B.A. è in vita da 3 anni con esperienze di autorganizzazione e contro informazione (produciamo un giornale di 4000 copie che distribuiamo in una dozzina di aziende del nostro settore).

Queste esperienze ci hanno portato a concludere che il problema della rappresentanza è poco sentito dai lavoratori. E' un problema importante ma anche difficile da spiegare per vari motivi: in primo luogo sta prendendo piede l'abitudine all'esistente, favorita dalla politica di CGIL,CISL e UIL. Infatti questi non chiedono di partecipare, anzi spesso evitano di chiedere il voto sulle questioni che riguardano direttamente i lavoratori; forniscono servizi (730 e patronato) finanziati dallo Stato, che fissano il livello delle iscrizioni e non consentono contestazioni concrete. Tra i lavoratori, quindi, c'è il rischio che emerga addirittura il gusto della divisione sindacale e della concorrenzialità. Stiamo facendo passi indietro sul piano dell'identificazione dei lavoratori come classe e sono lontani i tempi dei consigli delegati, delle elezioni su schede bianche, dell'unità...

Bisogna però fare anche quest'altra considerazione: se ci fosse partecipazione dei lavoratori noi non saremmo qui ad auspicare una legge che ci tolga le castagne dal fuoco. L'esperienza di partecipazione che ci fu nel '68/'69 impose alla controparte il riconoscimento dell'organizzazione dei lavoratori in termini del tutto nuovi e democratici, pur nei limiti delle leggi che sono seguite. Già allora qualcuno diceva che lo statuto dei lavoratori garantiva, più che i lavoratori stessi, il sindacato e la situazione di oggi è precisa traccia di questo: si sono verificati un trasferimento di potere dai lavoratori al sindacato, l'istituzionalizzazione di questo, la crescita di professionisti sindacali ben lontani dai posti di lavoro.

Il governo è amico di CGIL,CISL e UIL e non ci possiamo aspettare da esso delle iniziative sulla rappresentanza che siano a loro sfavorevoli. Il quadro legislativo è molto meno propizio di quando si lavorava per indire i referendum sull'art.19 dello Statuto dei Lavoratori, momento in cui c'erano contestazioni pesanti e generalizzate anche all'interno della CGIL su chi firmava gli accordi e con quale delega. Viviamo ora una fase di riflusso della contestazione di massa.

La legge Smuraglia, pur con una serie di aspetti negativi, garantiva se non altro (all'art.2) la possibilità di presentare liste di comitati di lavoratori, che rappresentassero almeno il 5% degli occupati nell'unità produttiva o amministrativa in questione. Si dovevano raccogliere le firme ( CGIL,CISL e UIL non vi erano tenuti), ma si poteva presentare un organismo di base.

Altri aspetti positivi della legge Smuraglia erano l'esigibilità di un termine entro cui le R.S.U. andavano votate, lo stabilire regole di garanzia inderogabili, l'imporre ai datori di lavoro di mettere a disposizione le risorse, l'autorizzazione per l'ispettorato e il ministero del lavoro a sorvegliare la regolarità delle operazioni di voto e a proclamare la legittimità degli eletti.

Oggi il contesto generale fa sì che una legge, che si sta discutendo con molta lentezza alla Camera o al Senato, non dia nemmeno queste garanzie.

Nei settori assicurativo e bancario non sono state elette in nessun caso le R.S.U., anche se il Contratto Nazionale Bancarî affida esplicitamente alle R.S.U. la trattativa dei contratti aziendali. La discussione affrontata coi colleghi ed i soci vede presenti le due posizioni: partecipare comunque, perché le R.S.U. sono la nuova forma data alla rappresentanza dei lavoratori e tenersene fuori non sarebbe compreso. Altri dicono che è inutile passare sotto un sacco di Forche Caudine per trovarsi alla fine in organismi senza grandi poteri, correndo il rischio di perdere credibilità.

D'altronde il gioco che i padroni fanno è questo: quando il rappresentante sindacale aziendale è ostico nel riconoscere certe richieste del padronato basta telefonare a qualcuno di fuori che sia disposto a firmare. Per cui il problema non è soltanto dei metodi di elezione della rappresentanza, ma anche del potere concreto che le R.S.U. posseggono. Perché, se nell'accordo di luglio (e in qualsiasi altro accordo presente o futuro) si stabilisse che le R.S.U. abbiano poco potere contrattuale, sarebbe anche da discutere la partecipazione alle elezioni stesse.

In questa situazione è ovvio che tutti vogliano una legge che garantisca ciò che è stato proclamato in tutta Europa, cioè il diritto dei lavoratori di eleggere i propri rappresentanti.

I cardini di questa legge: assenza di riserve garantite, saldezza del potere di contrattazione, esigibilità del voto sui contratti da parte di ogni singolo lavoratore.

Per arrivare a questo vedo grandi difficoltà: dobbiamo abbandonare le beghe tra piccole organizzazioni perché contrastano con un'idea di sindacato generale, creando tanti piccoli sindacati aziendali, con la conseguenza (che le aziende auspicano) di evitare che si ricrei un sindacato democratico generale di classe, che incida sui problemi senza restare limitato all'ambito aziendale.

Occorre, partendo da iniziative come quella di oggi, organizzare una sede permanente di coordinamento, che veda tutti partecipare alla discussione delle iniziative stesse. Quindi bisogna coinvolgere in queste i lavoratori, evitando dibattiti tra addetti ai lavori: finché la gente non entra in campo in prima persona, chiedendo esplicitamente di votare i propri rappresentanti, non credo si possa cambiare di molto lo stato attuale delle cose.

CIUFFINI, ex lavoratore ITALSIDER.

Quando il movimento dei lavoratori è in ascesa ed è in grado di conquistarsi via via maggiori spazi di contrattazione, il problema della legge non si pone nemmeno. Se invece il movimento dei lavoratori è inesistente, per chi fare una legge?

Credo che l'impostazione dei primi sindacati (anche della CGIL) sia del tutto logica: far vigere "erga omnnes" contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da una percentuale bassa di lavoratori, perché in quel momento c'era una minore sindacalizzazione degli operai. La parte cosciente dei lavoratori era iscritta al sindacato, quindi era importante che questa, la quale lottava, incidesse a livello nazionale senza possibilità che settori più arretrati potessero boicottare i livelli conquistati da chi lottava.

Oggi i lavoratori organizzati, che possono esprimere dei rapporti di forza, sono effettivamente una minoranza. Quindi i termini del problema non possono essere semplicemente quelli di dare, secondo la regola "una testa-un voto", le capacità democratiche di boicottare anche degli accordi favorevoli a gruppi di lavoratori influenzati dalla Lega o da quant'altro.

L'impostazione che ha portato allo Statuto dei Lavoratori partiva dagli interessi materiali e reali dei lavoratori. La legge è arrivata in questo caso come un cappello, un freno per ingabbiare quelle lotte; ma nel contempo ne è stata l'espressione. Secondo me una qualunque legge deve conservare questa caratteristica, cioè non è pensabile una legge che dettagli anche nel minimo particolare la forma di rappresentanza. Tra l'altro qualunque legge non fa che recepire delle forme esistenti, quindi inventarci delle forme dietro le quali oggi non c'è un forte movimento di classe, che esige delle assemblee rivoluzionarie o dei gruppi omogenei, è una cosa diversa da quello che succedeva alla fine degli anni '60 e che ha avuto un riflesso in tutti gli anni '70.

E' difficile azzeccare la forma nella quale i lavoratori si potranno riconoscere in una futura ripresa del movimento di lotta. In questa fase bisogna insistere su norme il più possibile generali, che concedano spazi ai rapporti di forza, altrimenti ci poniamo un cappello che andrà stretto al movimento di lotta prima ancora che questo si esprima.

Penso che questo ragionamento sulla democrazia debba insistere anche su altre leggi. Ad esempio c'è il dibattito sulla legge che regola l'orario di lavoro, la quale stabilisce le 8 ore giornaliere e le 48 settimanali. In molti casi, dove lo straordinario è schiacciante, tale legge garantisce un minimo di tutela dallo sfruttamento. Incidere anche sulle forme alte delle leggi, come nell'esempio precedente, è inscindibile da un discorso sulla rappresentanza e sui diritti dei lavoratori in generale. Per quanto riguarda il discorso sulla democrazia, questa, così come ce la passa la borghesia, è una formalità per cui, ogni 4/5/6 anni, si è chiamati a votare per qualcuno e basta. I consigli, così come sono stati definiti storicamente, implicano che il rapporto tra i lavoratori, i consigli da essi eletti e via via a livelli superiori, sia diretto e continuo.

Allora il discorso sui contratti e su chi deve votarli va impostato su questo meccanismo continuo di riferimento: tutti elettori-tutti eleggibili, ma anche tutti revocabili.

LUCA FERRERO, lavoratore OSAE, A.L.P.

La richiesta di democrazia espressa oggi tra noi militanti è stata esplicita. E' importante sottolineare che questa emerge all'interno di un convegno di militanti e non invece in un corteo di una manifestazione in una piazza, dove ci sono migliaia di lavoratori. Questo ci dà la misura delle nostre condizioni.

Nonostante le condizioni di lavoro siano sempre peggiori è stato rilevato che il livello di coscienza dei lavoratori e la disponibilità a discutere dei problemi sono sempre più bassi. Di questo dobbiamo tenere conto perché per chi, come noi, crede nel conflitto come strumento di democrazia e nella lotta fatta dal basso con i lavoratori, quando non ci sono i lavoratori la questione si complica. Oggi bisogna a tal proposito trovare obiettivi precisi e il più convergenti possibile tra le varie forze qui presenti. Noi oggi dobbiamo puntare ad ottenere degli strumenti minimi di agibilità sindacale per avere delle risorse (il tempo, ad esempio) da dedicare all'organizzazione, per essere presenti in fabbriche, aziende, unità produttive ed amministrative; per essere a contatto coi lavoratori ed avere un credito; per agire sulle contraddizioni e farle esplodere.

Principalmente con questi strumenti bisognerebbe contrastare un sistema che ci sovrasta e che tende ad omologare prima di tutto i lavoratori. Bisogna combatterlo sul piano della cultura, dobbiamo essere come un grimaldello che rompe il sistema che porta al pensiero unico.

Per questo, poiché non siamo negli anni '70 e non abbiamo le masse in piazza per cui la legge sarebbe solo un recepire qualcosa che si sta già realizzando nelle fabbriche, dobbiamo fare l'operazione inversa: riuscire cioè ad avere degli strumenti sindacali per creare movimento.

Veniamo alle proposte più concrete: sarebbe utile che almeno i rappresentanti delle sigle autorganizzazione formulassero dei punti-base quali:

1- Chiedere al Parlamento di accettare in tempi brevi l'approvazione di una legge in materia di rappresentanza e rappresentatività sindacale.

2- Che questa definisca i soggetti e le modalità per l'elezione delle RSU, con un sistema proporzionale (abolendo il 33% garantito).

3- Che dia diritto di promuovere la costituzione e la partecipazione a tutte le formazioni associative di lavoratori cui aderisca non meno del 3% degli occupati nelle unità produttive ed amministrative (sarebbe interessante inserire anche la questione degli eterodiretti).

4- Che preveda la votazione vincolante sugli accordi da parte dei lavoratori.

Non sono d'accordo sul fatto che non bastino più le firme: bisogna individuare poche realtà produttive in cui la questione bolle a sufficienza per consentire di lavorarci sopra e creare del movimento. Oppure bisogna andare a Roma, anche se a mio avviso sarebbe più opportuno decentrare il nostro impegno nelle realtà dove effettivamente ci sono i lavoratori, non in una situazione virtuale (Roma, il Governo, ecc.).

RAPPRESENTANTE DELLA L.U.B.

A proposito dell'affermazione del compagno della CGIL, quando ha detto che la riserva del 33% garantito è una forma di democrazia, mi viene da domandarmi che cosa sia allora la democrazia.

Racconto brevemente la nostra esperienza: siamo la Lista Unitaria Bertello, che conta una trentina di iscritti, nata proprio per una interpretazione diversa che abbiamo di democrazia.

Quando si è trattato di fare le elezioni dei consigli di fabbrica (noi continuiamo a chiamarci così!), CGIL e CISL avevano candidati funzionali al sindacato, mentre gli altri lavoratori volevano invece i compagni che da sempre in Bertello hanno realizzato le cose. Abbiamo quindi proposto di fare una lista tutti insieme, ma ciò non è stato assolutamente possibile e siamo partiti per formare la nostra. Perciò abbiamo dovuto organizzare un sindacato (andare dal notaio, fare lo statuto, ecc.) ed in seguito ci siamo avvicinati ideologicamente alla CUB.

Per necessità collaboriamo con CGIL e CISL, perché hanno delle strutture organizzative e noi siamo in cassintegrazione. Per affrontare questa situazione dobbiamo quindi collaborare con la FIOM e la FIM, con molto dispiacere perché hanno un'idea stramba della democrazia: loro sono quelli che comandano, che decidono e che raccontano un po' di storie. Ad esempio quando hanno garantito che la cassintegrazione si sarebbe risolta in un mese ed ora, dopo nove mesi che dura, rischiamo anche di perdere 30/40 posti di lavoro (in pratica tutti gli operai della fabbrica). E se non c'è lavoro non c'è democrazia, perché la povertà non è democrazia: porta solo alla cattiveria.

Il nostro problema, al di là delle assemblee e dell'impossibilità di andare in altre fabbriche, è ancora legato al far sapere che esistiamo, tramite l'uscita e la diffusione di un giornale.

Non è vero che i lavoratori non hanno più voglia di scendere in piazza: due anni fa c'eravamo tutti per le pensioni. Subito dopo, per una volgare strumentalizzazione politica, ce le hanno tolte e in piazza nessuno ci ha più fatti andare. Quindi i lavoratori continuano ad esserci e ad avere problemi. Tanto più oggi, che non è neanche garantita l'occupazione e che si fanno accordi che prevedono riduzioni di salario: ad una piccola azienda consociata della Bertello han proposto, in alternativa al licenziamento, la riduzione del salario. Non hanno accettato e, su 30 lavoratori, 15 li han messi in mobilità e 15 li han licenziati due mesi dopo.

Lancio un invito: troviamoci ed organizziamoci, qualcosa potremo ancora fare per salvare la situazione.

CONCLUSIONI: G. BRONZINI, Magistrato del lavoro.

Riguardo al problema del sindacato degli iscritti si è detto: "Se si riduce l'attività sindacale al momento elettorale, che ne è di un sindacato che si trova a difendere, avendo avuto delle adesioni, i suoi associati, pensando di non ridurre questa difesa solo alla presentazione del momento elettorale?".

La questione, in realtà agìta strumentalmente, da lungo tempo, dalla CISL per evitare l'approvazione di una legge di democratizzazione delle relazioni industriali, ha però un nucleo razionale. Perché, anche nella vita associativa il sindacato deve trovare, come associazione, un ruolo sul luogo di lavoro che non necessariamente riesce a coprire nell'ambito di un organismo unitario.

In termini di teoria giuridica si è anche detto che una completa equiparazione dei poteri di un lavoratore a quelli di un iscritto al sindacato potrebbe, sul piano generale, comportare una de-sindacalizzazione. Se infatti le due figure fossero equiparate nessuno avrebbe la spinta ad associarsi.

Credo sia un classico caso di conflitto di principi giuridici che non può che risolversi con la mediazione. Nel progetto di legge che preparammo anni fa nel forum dei diritti e che mi pare oggi sia riproposto nella sua sostanza dalla raccolta di firme, abbiamo risolto la questione semplicemente cercando di armonizzare le due esigenze e quindi accordando al sindacato in quanto associazione una quota di diritti. All'organismo unitario cioè spetta, ad esempio, l'80% e invece ai sindacati in quanto si vogliono fare promotori di assemblee su questioni generali, ulteriori rispetto a quelle di cui tratta l'organismo unitario, spettano diritti aggiuntivi, come la convocazione di assemblea, ma anche ulteriori tutele dalle ritorsioni dei dirigenti.

Abbiamo anzi previsto anche un potere in più che, sul piano dei principi, mi pare importante: cioè che un gruppo di lavoratori, che non fa capo né al sindacato né ad una controparte dentro l'organismo unitario, possa farsi promotore di un'assemblea di ordine generale o meno, su una questione dibattuta in fabbrica, ecc. Perché anche un gruppo di lavoratori in sé, tra lo scioglimento di un organismo di rappresentanza e l'elezione di un altro, può avere il diritto di introdurre una questione che gli organismi unitari possono non tenere in adeguata considerazione.

Un altro intervento ha riproposto il problema di chi vota e su che cosa si vota. Per quanto riguarda i lavoratori con contratto a termine, di formazione-lavoro, part-time, già la legge Smuraglia li contemplava come soggetti legittimati a votare. Dopodiché, siccome la legge sui licenziamenti già li comprende nel numero da tenere in considerazione per arrivare alla famosa soglia dei 16, mi pare che non ci siano questioni.

Per quanto riguarda i tele-lavoratori, se sono lavoratori dipendenti, nessun problema. Normalmente però sono lavoratori autonomi e qui arriviamo a una questione strategica: nelle attuali modalità produttive (impresa a rete, impresa dispersa, fabbrica diffusa) nelle quali il datore di lavoro non ha più bisogno di un controllo penetrante, di un coordinamento spazio-temporale rigido e continuo della prestazione lavorativa, si può accontentare di un'obbligazione di risultato, cioè prevista in un contratto.

Il numero dei lavoratori autonomi è destinato ad espandersi grandemente (è un caso europeo), dunque la questione strategica è questa: per i lavoratori dipendenti che intrattengono con l'impresa un rapporto che dura nel tempo, in cui l'impresa sia sostanzialmente il suo vero committente, in cui ci sia una subordinazione di tipo esistenziale, si tratta di introdurre uno zoccolo unitario di diritti minimi, che fino ad oggi sono stati propri del lavoratore subordinato. Sicuramente, in questo zoccolo, vi deve essere il diritto alla rappresentanza sindacale e ai diritti sindacali. Su tale questione la sinistra deve cominciare a dire la propria.

Su che cosa si vota mi pare che il discorso sia lo stesso: se al contratto aziendale, su cui si tratta di votare, è interessata soltanto una parte della comunità aziendale, non è giusto che votino tutti. Anche qui però vedo un conflitto d'interessi, perché non si può neanche dire che la comunità aziendale sia completamente disinteressata a quello che accade. Si potrebbe quindi realizzare un compromesso per cui la ratifica dell'accordo sindacale sia demandata a quelli che sono direttamente interessati, ma che ci sia per lo meno un voto consultivo della comunità generale. Se ad esempio si decidono 1000 cassintegrazioni, anche chi non è interessato può avere interesse per la sorte della fabbrica, per quello che accadrà nella riconversione e trasformazione produttiva.

Concludo riprendendo due punti dell'intervento di Malabarba: effettivamente la situazione oggi è largamente preoccupante. Diceva bene Malabarba: è vero che alcune forze, che hanno promosso il referendum sull'abrogazione dell'art.19 e sostenuto a chiare lettere che sono per una riforma della rappresentanza, oggi non fanno assolutamente niente. Credo ad esempio che la questione della privatizzazione sia importante, come quella delle pensioni di anzianità, ma che quella della rappresentanza sindacale non sia secondaria rispetto alle due questioni su cui si minaccia di far cadere il governo. Se vogliamo far cadere il governo Prodi è meglio che cada perché non mette mano ad una elementare riforma a carattere democratico, dando così un segno di prospettiva sulle sorti della democrazia, un segno anche maggioritario rispetto a questioni più discutibili come la privatizzazione della STET.

Queste forze devono pagare il conto: hanno chiesto voti, adesioni, hanno promosso delle campagne dicendo a chiare lettere come la pensavano e oggi si sono eclissate. Quindi, secondo me, le manifestazioni a Roma, oltre che in Parlamento, vanno fatte anche nei confronti di forze che sono indebitamente ed oscuramente latitanti su una questione così importante.

Poiché i tempi sono tristi è bene scordarsi l'approvazione di una legge sulla rappresentanza come l'abbiamo scritta, pensata e difesa. Concentriamoci sui pochi punti già ripetuti: elezioni nei luoghi di lavoro secondo criteri di proporzionalità e pluralismo; passaggio del diritto dalla confederazione maggiormente rappresentativa al sindacato maggiormente rappresentativo (introduzione del concetto di sindacati sufficientemente rappresentativi); diritto attraverso i referendum di cancellare risultati contrattuali non desiderati sia a livello aziendale che sovra-aziendale; riordino della materia dei diritti disponibili.

Su queste cose si può e si deve fare quadrato e alcune forze che oggi sono nucleo portante della maggioranza hanno già detto la loro, quindi su questo possono essere inseguite.

Sul fronte dell'autorganizzazione, che anche come militante della sinistra ho seguito in questi anni, la frammentazione ha avuto un effetto distruttivo. Le faide fra gruppi dell'autorganizzazione e la rivalità esasperata non hanno contribuito in nulla a dare credibilità ad una linea alternativa alle confederazioni. Quindi occorre invertire la tendenza.

Ma basta oggi un patto di consultazione limitato alle iniziative politiche e contrattuali?

Secondo me dovrebbe essere più esteso: a Roma (ma anche a Milano) i centri sociali si sono fatti portavoce del tentativo di una discussione anche di prospettive. Ad esempio hanno promosso discussioni sulla riduzione dell'orario di lavoro, sui lavori socialmente utili, sulle trasformazioni produttive, insomma sulle radicali trasformazioni che ci hanno accompagnato in questi anni.

Secondo me, su questo stesso terreno, la realtà dell'autorganizzazione è stata un po' carente: il patto di consultazione è necessario, ma deve guardare anche più in là. La CGIL dovrebbe pensare un centro di elaborazione sulle questioni strategiche di fondo (i partiti della sinistra poi fanno tutt'altro e comunque interrogano in modo poco radicale le trasformazioni in corso). Comunque appartiene all'orizzonte di un sindacato anche radicale lo scavare le trasformazioni e l'interrogare oggi su quali possono essere le spinte e le realtà antagoniste in una situazione che certo non è rimasta la stessa.

Dico questo perché ha una connessione strettissima col problema della rappresentanza sindacale, perché è evidente che oggi la battaglia minima che noi facciamo sulle regole elementari di rappresentanza sindacale non deve oscurare il fatto che occorre recuperare una dimensione organizzativa ed associativa che regga e si confronti con la realtà produttiva attuale, cioè che recuperi il lavoro precario, disperso, diffuso, autonomo, ecc.

La battaglia che noi faremo introdurrà, se riuscirà, il diritto per i lavoratori delle fabbriche piccole, medie o grandi di eleggere i rappresentanti. Da ciò bisogna però partire per recuperare una dimensione associativa nel territorio, laddove mi pare oggi si sia trasformata, spostata, ridislocata l'attività produttiva in generale.

Quindi è un punto di passaggio dal quale, mentre facciamo questa battaglia, dobbiamo guardare anche più in là.

ENRICO LANZA, Presidente ALP.

Riguardo al "che fare", ci impegnamo a stendere gli atti del convegno, riportando il dibattito coi contributi che ci sono stati.

Ora dobbiamo trovare in tempi stretti il modo di mettere insieme le questioni principali e scegliere il tipo di iniziativa da attuare. Nell'immediato credo ci sia questa possibilità: sollecitare le forze politiche che sappiamo sensibili rispetto al problema della legge.

Vi saluto e vi ringrazio.

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