
IL SETIFICIO
Primi furono i Bolmida di Alessandria
"
Il Setificio " : così veniva chiamato, e ancora oggi gli anziani lo
chiamano, lo stabilimento che sorge là dove la Germanasca si sposa al
Chisone e il ponte dell'Inverso fa da congiunzione tra il territorio del
Comune di Perosa Argentina e quello del Comune di Pomaretto.
Dalle cronache del tardo
Medioevo, sappiamo che Perosa era luogo militarmente strategico. Il colle
che la sovrasta e che domina perciò buoni tratti di valle, sia della parte
superiore che di quella inferiore, era opportuno per difendere il passo. Perciò
i principi di Acaja (ramo cadetto dei Savoia), ai tempi della loro dominazione
sul Piemonte (1295-1418), fecero costruire un castello in località ancora
oggi chiamata la Ridotta. Il Piemonte era allora limitato, poco più poco meno,
al territorio che costituisce oggi la provincia di Torino, ed aveva per
capitale Pinerolo. Torino godeva di scarso rilievo. A Perosa risiedeva un
governatore dei principi di Acaja a significare l'importanza del luogo.
Nel pinerolese, la coltura della seta
iniziò nella seconda metà del XV secolo quando già era passato sotto. il
dominio dei duchi di Savoia, che forse ebbero influenza nell'instaùrazione
di tale attività.
Sul finire del '700, Pinerolo diveniva un
importante mercato della seta e nella campagna circostante fiorivano alleva_
menti di bozzoli, particolarmente nelle due vallate. In quella del Chisone
arrivavano sino a Perosa. (Ancora non' molti anni or sono si ergevano a
ricordo alcuni gelsi nel campo a valle del Cimitero, cascina Juvenal-Bresso).
Una filanda già esisteva a Pinasca, altre a Dubbione, Porte, Abbadia Alpina e
anche in Pinerolo. nell'attuale corso Piave, dove fino a qual. che anno. fa ha
avuto dimora il merlettificio Turck.
Premessi questi brevi cenni storici,
tratterò le vicende degli stabilimenti della industre cittadina, che furono
la ragione del suo notevole incremento demografico: nel 1800 contava 1700
abitanti, (oggi ve ne sono 4400 circa.
Verso il 1830 due fratelli di Alessandria, baroni Bolmida, si
trasferivano a Perosa con l'intento di impiantarvi una filanda di seta
modello, sfruttando la forza d'acqua del torrente Chisone per la propulsione
meccanica degli impianti.
I Bolmida costruivano a
Perosa la loro filanda all'inizio della strada che conduce a Pomaretto;
quell'edificio, poi adattato ad abitazioni, è ancora oggi chiamato
" la filanda". Tale stabilimento era, all'epoca, considerato
nel proprio settore industriale, molto importante. Comprendeva:
- « la filanda » vera e propria, con 72 bacinelle a vapore, alla quale
erano addette 110 persone; vi si filavano 50.000 Kg di bozzoli per anno, che
rendevano circa 8.000 Kg di seta tratta;
-
« il laboratorio meccanico D: così veniva chiamata l'officina di
riparazione, in seguito anche di costruzione di macchine e di parti delle
stesse, non solo per la filanda ma anche per terzi; vi lavoravano 30 persone
(la località in cui sorgeva è tuttora chiamata « la fucina », alle Gravere).
Questa dell'officina
meccanica è molto importante perché, come vedremo in seguito, sta
all'origine dell'istituzione della lavorazione meccanica dei cascami di seta
a Perosa Argentina, dove fu realizzato il primo stabilimento industriale del
mondo, per tale lavorazione.
Cascami preziosi
E’
d’uopo premettere alcune brevi nozioni sullo sfilamento dei bozzoli, detto
trattura della seta: Si procede anzitutto
ad una cernita scartando quelli non perfetti. Tali scarti, ai tempi cui
mi riferisco, venivano gettati nella spazzatura, ora
si impiegano insieme ad altri cascami di seta per la produzione
delle’ ‘schappe’ come vedremo. I° bozzoli scelti venivano, e vengono
ancora oggi, messi a bagno nelle bacinelle in acqua bollente. Dopo alcuni
minuti sono raccolti dalla filatrice (l'operaia che lavora ai filatoi) in
numero di 3-6-12... a seconda del titolo (grossezza del filato) che si vuole
ottenere, e si cerca il capo del filo originale del bozzolo. Ma, prima, la
filatrice deve togliere dai bozzoli da sfilare, la parte esteriore
dell'involucro ricavandone un ruffello. I capi di filo (le bave), una volta
trovati, vengono uniti e così inizia sull'aspo lo svolgimento della seta
(la trattura) per comporre la matassa. Alla fine dello sfilamento dei
bozzoli resta una pellicina detta « pellicola ", la cui materia è
seta, anche se poco consistente, e contiene la crisalide. Queste « pellicole
", col loro contenuto, si chiamano
«’gallettamino’ (il bozzolo intero veniva chiamato « la galletta
,,), Tanto il ruffelio iniziale, allora denominato « moresca ", oggi «
strusa ", che .Ia parte finale, cioè « la pellicola » o «
gallettamino », venivano gettati nella spazzatura. Questo ai primordi
della lavorazione della seta: anzi, dello sfilamento dei bozzoli.Ma già nel
XIII secolo, qualcuno in Italia pensò di utilizzare la prima parte del
bozzolo, cioè la « moresca ", e l'ultima parte, cioè il gallettamino",
miscelandoli insieme ai bozzoli scartati di cui ho detto, e cardando poi
questa mista con uso di quelle rudimentali carde azionate a mano che ancora
oggi vengono impiegate dai materassai. Si otteneva così un pettinato di
seta, originariamente chiamato « fioretto ", dal quale si poteva
ricavare soltanto un filato molto, molto grossolano, non certamente adatto per
tessere le seriche vesti di dame, principi, cardinali... (per queste serviva
solo la seta tratta). Ritengo che i filati di « fioretto" fossero utilizzati
per tessuti di addobbi, paramenti, festoni, drappi ecc. Da questa lavorazione
artigianale, anzi casalinga, prese le mosse l'industria della lavorazione
dei cascami di seta. Il primordiale sistema si propagò alla Francia e fu là,
a quanto sembra, che venne applicata a questo prodotto il nome di i « chappe
» che in seguito, non si sa come fu scritto usando la grafia tedesca di ‘
schappe ‘, di cui la fonia è identica. Poi, con i cascami di seta,
migliorando radicalmente la
lavorazione, si ottennero dei filati bellissimi, di poco inferiori a quelli
ottenuti con la seta tratta e sovente usati con questi in mista a telaio.
A fugare ogni sospetto
circa l’origine italiana della pettinatura dei cascami di seta, valga
l'autorevole dichiarazione. di F. Mangold e H. F. Sarasin di Basilea. A
pagina 232 della loro monografia: ({ Contribution à l'Histoire de la
Filature des Déchets de Soie » (1'924): {( Le peignage de la soie fut sans
doute importé d'ltalie, et ce fut d'abord dans les prisons qu'on le
pratiquait en France sur une assez grande échelle. C'était aussi le cas dans
le briançonnais ».
I Chancel: tra farmacia e filatura
Dunque,
primi furono gli italiani; poi i francesi pensarono di sfruttare per questa
lavorazione l'opera quasi gratuita dei carcerati.
Risulta infatti che agli albori dell'800
un farmacista di Briançon (Delfinato) certo Chancel, chiese ed ottenne
dal governo francese di far lavorare per pochi soldi dai galeotti, che
scontavano la loro pena nell'antica fortezza della cittadella, i cascami di
seta con quei primordiali sistemi di cui ho detto.
Il farmacista Chancel, in seguito coadiuvato
dai figli, sviluppò notevolmente il suo lavoro, fondando a Briançon uno
stabilimento di buona importanza. Oggi, la fabbrica non esiste più, ma vi è
ancora un grosso capannone, adibito in parte a mercato coperto e in parte a
magazzino, che i briansonesi chiamano ancora ‘La Chappe’ appunto per la
sua origine. La famiglia Chancel incrementò nel tempo la propria attività
industriale ingrandendo la fabbrica e migliorando radicalmente i sistemi
di lavorazione e perciò il prodotto. Ma nel frattempo altre fabbriche minori
erano sorte in Francia ed in Svizzera: a Sto Rambert, a Troyes, a Vigan. I
Chancel, ad evitare una agguerrita concorrenza, con abile manovra si
riunirono in consorzio con tali industrie e costituirono un importante
complesso denominato « Société Anonyme de Filatures de Schappe ",
con sede a Lione, allora il centro serico più importante d'Europa.
Naturalmente, tutti gli stabilimenti accennati, affluirono nel patrimonio
della società, compreso il primogenito dei Chancel a Briançon. Questo avveniva
nel 1885.
I Chancel erano « arrivati ». Si trovavano
ora alla testa di un grosso complesso industriale. Ma la pappa gliela fecero
i Bolmida di Perosa. Come? Lo vedremo. Ma prima di descrivere i fatti, mi
richiamo ancora alla monografia di Mangold e Sarasin di Basilea. A
pag. 153 è scritto: « Le premier peignage de quelque importance fut sans
doute celui des Barons Frères Bolmida & Cie. à Perouse, près de
Pignerol, avec siège à Turin et fondé en 1838 ".
Un
caso di spionaggio industriale
E
veniamo ai fatti. Proprio nel 1838 i Bolmida assunsero nella loro officina un
esperto meccanico di Torre Pellice, certo Eynard. Con questi uno dei Bolmida
si recò in Inghilterra per
prendere conoscenza del funzionamento delle macchine « Dressing» che
pettinavano la lana. L'idea era di applicare le ({ Dressing ‘ al la
pettinatura dei cascami di seta. Dalla loro’esplorazione’ in Inghilterra,
entrambi si convinsero che l'idea avrebbe potuto tradursi in realtà, previ
alcuni adattamenti. Ipso facto, il Bolmida acquistò un certo numero di «
Dressing » facendole spedire a Perosa, dove, dopo gli opportuni
accorgimenti realizzati nella propria officina, funzionarono con piena
soddisfazione, tanto da decidere l’aumento del loro numero. Ma l’officina
di Perosa non era in grado di costruire, copiandole, le « Dressing ",
per cui i Bolmida ricorsero ad una officina meccanica di costruzione di Torre
Pellice, diretta da un certo Henri Athiker (un francese, sembra, nonostante il
cognome tedesco).
I Chancel di Briançon,
saputo ciò, incaricarono una locale officina meccanica, ‘Mathieu &
Arduin’ di intraprendere quanto stavano facendo i Bolmida presso l'officina
di Torre Pellice.
Fu così che il Mathieu
(pare, originario di Torre Pellice), contattò segretamente l'Athiker e lo
convinse a trasferirsi a Briançon: ciò che egli fece, portando con sé i
disegni e i piani delle macchine pettinatrici della schappe, già in attività
a Perosa. L'officina di Briançon fu ampliata e arricchita di nuove attrezzature
mercé l'apporto dei Chancel, i quali entrarono a far parte della ditta che
assunse una nuova ragione sociale: « Arduin, Mathieu et Chancel », e
proseguendo nell'esperienza, riuscirono nel periodo 1850-60 a realizzare le
vere e proprie macchine pettinatrici dei cascami di seta (dette « circolari
»), delle quali in seguito assunse l'ordinazione di costruzione su larga
scala l'importante officina di Grenoble « Brenier » che vi apportò modifiche
e perfezionamenti. Fu a questo punto che si ottenne un filato di schappe, non
tanto inferiore a quello ricavato dalla seta tratta, come ho già sopra
accennato. Nel 1870 il francese Benedetto Berthelot, parente dei Chancel,
entrato con una certa quota di capitale nella società e partecipando altresì
al lavoro con mansioni direttive nello stabilimento di Briançon, per
divergenze di vedute con i Chancel, recedette dalla società stessa e si
trasferì a Perosa, impiantando un nuovo stabilimento per la macerazione e la
pettinatura dei cascami di seta, lungo il torrente Chisone, dove tuttora
esiste la fabbrica della « Filseta » già « Gűtermann ". Il
Berthelot importò le macchine da Grenoble (quelle di cui si è detto),
costruite con gli ultimi accorgimenti, realizzando così, lui che del mestiere
era esperto, uno stabilimento con criteri tecnici avanzatissimi per quel
tempo. Naturalmente,
il prodotto ottenuto era migliore e meno costoso di quello dei Bolmida,
che non poterono reggere ad una così agguerrita concorrenza.
Tale stato di cose segnò la fine dell'attività
industriale dei Bolmida, che verso il 1880 abbandonarono Perosa, dove oggi,
a loro ricordo, esiste solo più un « canale Bolmida " da loro stessi
attuato per captare dal Chisone, in località Brancato, l'acqua necessaria
alla forza di propulsione del loro opificio.
I Gűtermann a Perosa
Ritornando
al 1870, si deve dire che Berthelot ebbe un inizio favorevole e che per alcuni
anni la sua fiorente impresa prosperò, ma subì poi una crisi commerciale,
alla quale non riuscì a far fronte, e fu pertanto costretto a cedere nel 1883
l'azienda ad una società finanziaria svizzera che l'aveva sovvenzionato: la
« Sulger & Bindschedler » di Uster. Questa, a breve distanza di tempo,
vendette lo stabilimento ai signori Gutermann di GutachjBreisgau (Germania
Occidentale, presso Friburgo) fabbricanti di seta per cucire e ricamare. Il
cucirino di seta era (ed è, per quel poco che si fa ancora) ricavato dai
cascami di seta e perciò è di schappe, non di seta tratta. I Gűtermann,
privi fino allora di macerazione e pettinatura dei cascami di seta greggi,
erano costretti ad importare il « pettinato », e cioè il fiocco di «
seta-schappe », dal Giappone. Saputo della messa in vendita della ben
attrezzata pettinatura di Perosa, colsero al volo l'occasione e
l'acquistarono, mettendosi così in grado di attuare il ciclo completo della
loro lavorazione: macerazione e pettinatura a Perosa, filatura, tintoria e
confezionatura a GutachjBreisgau. A Perosa si sarebbe ottenuto il miglior
fiocco di schappe, cioè con quelle caratteristiche di resistenza ed elasticità
volute dal filato per cucire, e a Gutach il più pregiato cucirino di seta del
mondo. E fu così: il cucirino di seta Gűtermann divenne presto il più
venduto. Furono costituite fabbriche Gűtermann con ciclo di lavorazione
parziale, alcune a ciclo completo, in 12 diversi paesi, in Europa e
nell'America del Sud. Pur mantenendo l'organizzazione centrale in Germania,
cioè a Gutach, fu costituita una holding (società finanziaria) a Zurigo. Insomma
il gruppo Gűtermann assunse la forza di vera e propria « multinazionale
", come si dice oggi. Per ragioni di opportunità fu accettata la
partecipazione al Gruppo della più importante industria del mondo di cotone
per cucire, ricamare e maglieria: la scozzese « J.P. Coats & Co." di
Glasgow. Una grossa multinazionale. La sua organizzazione per l'Italia si chiama
« Cucirini Cantoni Coats S.p.A. ", con sede in Milano e con 5
stabilimenti, il più importante dei quali ad Acquacalda di Lucca. La
Lucchesia fu, per tutto il mondo, la culla del cucirino, cioè del filato
per cucire.
Ritorniamo a Perosa. I Gűtermann,
per rendere autonoma l'organizzazione e darle legalmente la nazionalità
italiana, costituirono una società denominata « Gűtermann S.A. »,
con sede, amministrazione e stabilimento in Perosa Argentina. Le azioni
erano tutte di proprietà della holding alla quale vennero poi intestate, nel
1942 per l'obbligo della nominatività dei titoli azionari. Presidente del
sodalizio il Signor Rodolfo Gűtermann, al quale subentrò nel 1925 il
figlio dotto Willy Gűtermann (nato a Perosa Argentina) coadiuvato dal
cugino ing. Arturo Gutermann, inviato dalla casa madre di Gutach con la
carica di Amministratore Delegato e con poteri pari a quelli conferiti al
dotto Willy. In seguito alla partecipazione al complesso di « J. P. Coats
& Co.» di Glasgow, entrò a far parte del Consiglio d'Amministrazione, in
qualità di Vice Presidente, lo scozzese Sir James Henderson, Presidente
della « Cucirini Cantoni Coats » di Milano. Sir James volle che facesse
parte della direzione un funzionario di sua fiducia, cioè chi scrive, con
l'attribuzione di Procuratore generale. Questo nel lontano 1938. Dal 1960,
dopo il ritiro dalla direzione attiva dei cugini Gűtermann, l'impresa
fu retta da tre Amministratori Delegati con pari poteri: Ceredi, Ponzetti e
Muhlmann (quest'ultimo, genero dell'ing. Arturo Gűtermann).
I Gűtermann diedero all'azienda di Perosa
un impulso efficace, portandola gradatamente ad una maggior produzione di
pettinato. annettendovi la filatura con 12.000 fusi, costruendo una centrale
idroelettrica, detta « della Germanasca ", che capta l'acqua molto più
a monte della fabbrica, alla quale viene portata a mezzo di canale coperto
della lunghezza di 3 chilometri circa, sfociando in un bacino di compensazione
della capacità di 25.000 metri cubi, pari a 25 milioni di litri d'acqua. La
forza installata della centrale, è di 2.150 Kw; la capacità di produzione
da 8 a 10 milioni di Kwh per anno, a seconda della fluenza dell'acqua (cioè
a seconda delle condizioni idrologiche più o meno favorevoli)
Merito precipuo dei Gűtermann fu di
stare sempre aggiornati col progresso tecnologico, dotando l'impresa dei più
moderni impianti. Fu del tutto rifatto il reparto macerazione, costruito
all'Inverso, con l'installazione di caldaie elettriche per la produzione
del vapore ed un gigantesco serbatoio di vapore Ruhts (capacità 200.000
litri pari a 15.000 chili di vapore) chiamato scherzosamente « Zepelin»
appunto per le sue dimensioni simili a quelle del famoso dirigibile aereo
tedesco di infausta memoria.
La « Centrale »: illuminazione ed energia elettrica a Perosa
Per
quanto riguarda la produzione elettrica, dopo la fine della seconda guerra
mondiale, prendendo accordi col « Cotonificio » che aveva costruito
frattanto la sua nuova centrale idroelettrica, si assicurò l'utilizzo
dell'acqua uscita da tale centrale, avviandola a mezzo di canale coperto a
Chiabriera, dove fu costruita una nuova centralina, detta « del Chisone
superiore», della potenza installata di Kw 317. L'acqua utilizzata da
quest'ultima, unita a quella di uscita della « Centrale Germanasca» fu
fatta affluire a mezzo di canale coperto là dove esisteva la « Centrale
Inverso », ormai vetusta e perciò demolita. Lì fu costruita una nuova
centralina idroelettrica della potenza installata di Kw 875 detta del {( Chisone
inferiore ». Una tale ristrutturazione con aggiornamento degli impianti già
esistenti, portò il complesso della installazione alla potenza di Kw 3.342
con capacità di produzione da 12 a 15 milioni di Kwh per anno, a seconda
della fluenza dell'acqua. Ciò fu realizzato nel 1946. Fu così possibile
soddisfare la richiesta sempre crescente della rete di distribuzione
esterna, cioè della erogazione per l'illuminazione pubblica e per le necessità
di luce e forza, degli utenti privati dei comuni di Perosa e Pomaretto.
I
più anziani cittadini di Perosa ricorderanno che fino al 1924 l'energia
elettrica, per l'illuminazione pubblica (allora molto scarsa) e per l'utenza
privata, veniva erogata da una vecchia centralina sita in quell'antico
edificio chiamato « ex Molino Gay ». Impianto primordiale, molto carente,
di proprietà dell'avv. Giovanni Gay, che per l'esercizio della piccola
officina si era associato ad alcune altre persone. Dal 1925, dopo
l'istituzione della « Centrale Germanasca», la Gűtermann acquistò la
centralina dell'« ex Molino Gay » e la demolì, assumendosi l'impegno
della distribuzione dell'energia elettrica per uso pubblico e privato, per
tutto il territorio dei comuni di Perosa Argentina e Pomaretto, facendo giungere
la luce elettrica alle più lontane borgate e a casolari isolati
raggiungibili a mezzo di mulattiere. L'esercizio della rete esterna di
distribuzione era economicamente passivo, data l'estensione della, nuova
rete impiantata dalla Gűtermann. Si tenga conto dell'ubicazione degli
utenti di quelle borgate e, ancor più, degli sperduti casolari a cui ho
accennato, e si potrà capire quanto incideva il costo della manutenzione
delle linee, specie durante il lungo inverno. Esercizio economicamente
passivo, ma i Gűtermann non esitarono a rendere un servizio che
migliorasse le condizioni di vita degli abitanti del luogo. La rete di distribuzione
esterna era arrivata a contare più di 4.000 utenti: tra questi gli artigiani
e le Amministrazioni Pubbliche, con gli uffici comunali e governativi, le scuole
e soprattutto l'illuminazione delle strade dei due comuni.
Il 6 dicembre 1962 giunse
la nota legge n. 1643, detta ‘ della Nazionalizzazione dell'Energia
Elettrica ‘, in forza della quale la ‘ rete esterna’
fu dovuta cedere all'« ENEL ente
di Stato.
E
torniamo alla fabbrica, al « Setificio ‘ come il pubblico la chiamava. I
Gűtermann fin dall'inizio della loro attività a Perosa, già negli
anni Ottanta, come si direbbe oggi, ma del secolo scorso, programmarono
una più intensa ed estesa produzione. Ciò comportava, necessariamente,
l'assunzione di mano d'opera particolarmente femminile, che fu possibile
reperire in vallata solo per pochissimi elementi. Allora l'emigrazione verso
la Francia era notevole, specialmente da parte delle donne che trovavano
facilmente lavoro a buone condizioni, in qualità di domestiche in case
private o di cameriere d'albergo. Di qui la necessità di importare braccia
da lavoro in maggioranza femminili dal Veneto, regione che ne disponeva
largamente. Poiché necessitavano ragazze giovani, fu istituito un convitto
per le giovani operaie, molto ben amministrato dalle « Suore del S. Natale n.
La retta era molto modesta ed il trattamento decoroso. Le ragazze ben
assistite dalle Suore anche nelle loro questioni economiche, riuscivano senza
farsi mancare nulla del necessario, ad inviare aiuti alle famiglie, quasi
tutte in stato di indigenza (per questo le famiglie facevano il sacrificio
di distaccarsi dalle figliuole). Le convittrici ad un dato momento raggiunsero
il numero di 130.
Bisognava altresì
costruire gli alloggi per le famiglie, i cui componenti, o parte di essi,
lavoravano nella fabbrica. Dal Veneto non arrivarono solo ragazze isolate,
ma anche famiglie intere.
Le
opere sociali dell'azienda furono completate con l'istituzione di un nido per
neonati, di un asilo di infanzia, nonché di un dopo-scuola per i più alti.
Ai bimbi del nido venivano somministrati gratuitamente il latte, se la mamma
non allattava, e le pappe complementari a tutti; a quelli dell'asilo e ai
ragazzi del doposcuola la refezione calda a mezzogiorno e la merenda nel
pomeriggio. AI nido era addetto personale laico, diretto da una Schwester
patentata dalla Scuola Nazionale di Trento. L'asilo ed il dopo-scuola erano
gestiti dalle Suore e diretti dal Cappellano delle Opere Assistenziali, che
particolarmente assisteva, non solo spiritualmente ma anche scolasticamente,
i maschi più alti. Le femmine più alte erano assistite da una Suora,
maestra patentata, come da impegno col Provveditorato agli Studi di
Torino, sotto il cui controllo agiva il ({ dopo-scuola Gűtermann ».
Ovviamente, le rette di frequenza erano modestissime e in alcuni casi era
accordata la totale esenzione. Fu dato avvio ad uno ({ Spaccio interno di
fabbrica»
per la vendita di generi alimentari e di vestiario a prezzi convenienti e
con vendite a credito, molto opportune in certe circostanze. Infine fu
costituito un ({ Fondo Rodolfo Gűtermann » per elargizione di sussidi
alle famiglie di lavoratori in stato di indigenza o colpite da situazioni di
disagio. Nel 1934 fu costruito uno splendido edificio per il ({ Dopolavoro
Aziendale» con biblioteca, bagni, docce ed un grande salone per feste e conferenze.
Fu edificato un campo sportivo, dotato di tribune, spogliatoi, docce.
Insomma, i Gűtermann vollero che i lavoratori
di Perosa avessero gli stessi vantaggi che già godevano i loro colleghi
germanici.
Un particolare risalto vorrei dare agli
alloggi per impiegati ed operai, che corrispondevano canoni modestissimi:
circa un quarto del valore di mercato. Anche l'energia elettrica per forza e
luce veniva ceduta ad un prezzo notevolmente inferiore a quello praticato
dalla Società di distribuzione al pubblico: nella nostra zona, la Piemonte
Centrale di Elettricità. Gli ultimi edifici costruiti per abitazioni per
dipendenti, degli anni 1940-1952, furono forniti di riscaldamento centrale,
bagni, ed altri servizi per ogni appartamento: cose che allora potevano
permettersi soltanto « i signori ‘ come sentivo dire qui.
Oggi tutte queste cose fanno sorridere
e, con una certa ironia, vengono chiamati paternalistici i sistemi che
avveduti ed aperti imprenditori applicavano nelle proprie aziende.
lo ho sempre sostenuto che le opere
sociali realizzate da certi industriali non sono frutto solo di buon cuore: il
lavoratore ben trattato produce con maggior Iena, e sente attaccamento alla
ditta. Ma sidia almeno atto a tali uomini, di larghezza di vedute, di
aperture sociali e anche di generosità verso i dipendenti. In questa ottica,
mi sembra doveroso riconoscere che i Gutermann non sono stati secondi a
nessuno in fatto di assistenza sociale verso la gente che ha lavorato «con
loro».
L'avvento delle fibre sintetiche
L'attività
aziendale, dopo aver raggiunto il massimo dell'efficienza e dello sviluppo,
vorrei dire l'optimum, negli anni Trenta quando lavoravano 1200 persone, con
la seconda guerra mondiale subì una battuta d'arresto dapprima, una vera
crisi in seguito. L'approvvigionamento della materia prima dai lontani mercati
dell'Oriente, diventava sempre più difficile, sino a diventare nullo.
Fortunatamente allora era ancora abbastanza efficace la produzione nazionale
di bozzoli, ma il materiale disponibile costituiva a malapena un quarto di
quanto sarebbe stato necessario per una produzione piena. Alle molte
difficoltà è da aggiungere il fatto che, dall'8 settembre 1943, questa era
divenuta zona di aperta guerriglia partigiana. Anche affrontando rischi, la
Gűtermann
diede un buon aiuto
alle unità partigiane del luogo. L'ingegner Arturo Gűtermann,
avvalendosi della perfetta conoscenza del tedesco (sua lingua madre, pur essendo
egli cittadino italiano) ma soprattutto della sua abile diplomazia, intervenne
di persona a risolvere situazioni molto difficili, a volte disperate. C'è
chi per il suo intervento ebbe salva la vita; parecchi evitarono la
deportazione in Germania. Questo non va dimenticato.
La fine del conflitto trovò l'attività
industriale ridotta ai minimi termini. Tale stato di cose si protrasse per
alcuni mesi dopo la conclusione della guerra. Nel 1947, allorché l'attività
dei mercati della schappe aveva ripreso in pieno e lo stabilimento di Perosa
marciava a pieno ritmo, ricorrendo persino al lavoro straordinario, si
registrava una situazione nuova, molto importante per le sue conseguenze,
nel campo dei cucirini di seta: l'applicazione dell fibre sintetiche al
filato per cucire.
Il
nylon, padre delle fibre sintetiche, che fu inventato negli Stati Uniti d'America
già nel 1939, in Europa arrivò con le forze armate U.S.A. Gli industriali
europei si diedero da fare, introducendolo subito nella produzione dei
cucirini. Da principio sembrava poco adatto a ciò per la sua elasticità, che
non è sempre una dote, per il cucirino, quando è eccessiva (com'era appunto
il caso del nylon). La Gűtermann tedesca fu pronta, prima che lo
facessero altri, a studiarne l'applicazione, che presto fu attuata mediante
il funzionamento di una speciale macchina « da stiro» ideata dai tecnici
della Guttermann di Gutach che costruirono il prototipo nell'officina
dello stabilimento. I risultati furono sorprendenti.
Mi sembra opportuno, a questo punto,
ricordare che il cucirino di seta era ritenuto superiore a quello di cotone
soprattutto per le sue doti di resistenza e di elasticità. Questa
peculiarità fu valida fino all'avvento delle fibre sintetiche, le qual i in
fatto di resistenza ed elasticità superano la seta mentre il loro costo è
notevolmente inferiore. Alla multinazionale Guttermann si imponeva la
trasformazione della sua produzione passando dai cucirini di seta ai
cucirini di filato sintetico. Naturalmente questo non poté essere attuato in
un giorno, ma gradatamente la produzione dei filati di seta arrivò quasi
a zero. I consumatori, dopo qualche perplessità accettarono i nuovi prodotti
che decisamente costavano meno e sotto alcuni aspetti valevano di più. AI
momento attuale, l'impiego della schappe è quasi nullo nel filato per cucire.
È ancora richiesta da qualche « conservatore» rimasto fedele, chissà per
quale ragione, alla nobile fibra.
I Gűtermann lasciano Perosa
Un
tale avvenimento comportò un indispensabile ridimensionamento nell'organizzazione
della multinazionale Gűtermann. Lo scossone fu particolarmente
sentito dalla consociata italiana. Anzi, in fatto di esuberanza di
personale, solo Perosa subì una conseguenza. Le altre consorelle, ed anche la
casa madre, ebbero da risolvere soltanto questioni di organizzazione tecnica
e commerciale.
Certamente questioni importanti, ma risolvibili; il personale trovava
all'incirca il medesimo impiego: anziché lavorare col pettinato di schappe,
lavorava col pettinato (fiocco) di poliestere, cioè quella fibra sintetica
che fu scelta per il cucirino fra le molte derivate dal nylon. Ma il
poliestere viene prodotto dalle fabbriche chimiche tedesche. A Perosa le
commesse del pettinato di schappe furono ridotte quasi a zero. La produzione
del pettinato destinato ai cucirini rappresentava il 60% dell'attività
dello stabilimento di Perosa; il 40% era costituito dalla lavorazione di
quella materia greggia, che non adatta al cucirino, veniva trasformata in
filato per le tessiture di seta. Che fare in una simile contingenza? La
direzione di Perosa si diede da fare per trasformare la produzione dello stabilimento.
Fu principalmente studiata la applicazione dei filati misti, « seta/lana » e
« seta/sintetico" per tessitura. Particolarmente il secondo ebbe un
discreto successo.
Tuttavia questi
accorgimenti non riuscirono a trovare impiego a tutto il personale resosi
esuberante, per cui un centinaio di operai fu messo a « Cassa integrazione
guadagni ". Economicamente il colpo fu gravissimo. Il deficit aumentava
sempre di più.
Un tale stato di cose non
poteva continuare. La direzione del Gruppo (Gutach) volle assolutamente
evitare la messa in liquidazione della consociata italiana e le gravissime
conseguenze che sarebbero derivate ai lavoratori; si rivolse perciò alla sola
industria italiana della schappe ancora esistente e ormai sola in Europa: la
« Società per la Filatura dei Cascami
di Seta di Milano ", oggi « Cascami 1872, Filatura Italiana della
Seta». La società di Milano era disposta ad assumersi l'impegno della
continuazione del lavoro,' ma non intendeva corrispondere nemmeno una lira per
la cessione dell'impresa.
Le trattative, già lunghe e laboriose,
furono sospese. Frattanto per poter sopravvivere necessitava dell
'ossigeno... Fu messo in vendita il patrimonio immobiliare, ad iniziare
dalle due ville dei cugini Gűtermann, ancora occupate dalle loro
famiglie (loro erano già deceduti): entrambe erano dotate di ampio parco, per
cui il ricavo fu abbastanza consistente. Poi si vendettero ad impiegati ed
operai gli alloggi in cui abitavano. Fatta eseguire una valutazione dal
perito ufficiale dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino, ad ogni
lavoratore fu offerto l'alloggio ad un prezzo inferiore del 30%, ed in
alcuni casi del 40%, di quello peritato. Chi non disponeva della somma, poteva
contrarre un mutuo col « San Paolo» a condizioni favorevoli per un accordo
fra l'Istituto e la Società. Entrarono così nella cassa della Società
parecchie centinaia di milioni di lire a rinsanguare l'asfittica economia
aziendale, con l'importante risultato di non far mancare mai gli stipendi ed
i salari ai dipendenti: la direzione del Gruppo, a Gutach, era particolarmente
preoccupata di questo risultato ed esortava la direzione di Perosa di tentare
all'uopo ogni mezzo.
Riprese le trattative, alla fine i Gűtermann
dovettero cedere: {{ neanche una lira n. Peraltro la ({ Cascami» si prese
carico di un impegno economico molto pesante che le costò parecchie centinaia
di milioni di lire. Oggi l'organico è di 420 persone.
L'impresa
ha cambiato la ragione sociale in ({ Filseta Vai Chisone S.p.A.»con sede
sociale a Perosa Argentina e amministrazione a Milano. Lo stabilimento è
stato ristrutturato, gli impianti sono stato modernizzati, ampia variazione ha
subito la produzione con una gamma estesa di nuovi articoli.
C'è grande fiducia per l'avvenire.
IL COTONIFICIO
Gli svizzeri alla
« scoperta» dell'Italia
« La data ufficiale della nascita in Italia della industria cotoniera
vera e propria può essere fissata intorno al 1808, anno in cui gli svizzeri
Gian Giacomo e Sigismondo Mueller impiantarono a Intra (Lago Maggiore) una
filatura meccanica bene attrezzata (ora Cotonificio Verbanese) che secondo
un rapporto trasmesso dal Vicerè d'Italia a Napoleone I, nel 1810, era
integrata da 52 telai. A ricordare l'avvenimento venne posta una lapide che
ancora si legge sulla facciata della primitiva sede della filatura, al convento
delle Agostiniane di Intra. L'iscrizione dice:
" In questo luogo
già chiesa
del Monastero di
Sant'Antonio Gian Giacomo Mueller di Zofingen impiantò nel 1808 una filatura
meccanica del cotone la prima in Italia".
È quanto si legge a pagina
40 di “ Storia della industria cotoniera italiana ", èdita dal
Cotonificio Cantoni in occasione del suo centenario di vita 1872-1972. E I
'ho voluto premettere, in quanto da quel brano si può capire la ragione per
cui, più tardi, avveduti imprenditori svizzeri ebbero tanta parte
nell'affermazione e nello sviluppo dell'industria cotoniera in Italia.
Sulla
spinta dell'iniziativa degli svizzeri fratelli Mueller, sorsero negli anni
1815-30, ad opera di coraggiosi imprenditori italiani, altre filature di
cotone. Citerò i nomi dei " pionieri" più importanti, tutti
della plaga Busto-Arsizio, Legnano, Gallarate: Andrea Ponti di Solbiate - Costanza
Cantoni di Castellanza - Pasquale Borghi di Varano - Pietro Bellora di Gallarate
- Giuseppe Crespi di Vaprio d'Adda. Tutti, chi più chi meno, si avvalsero
dell'opera di tecnici della vicina repubblica elvetica. Va tenuto conto che
gli svizzeri, coi tedeschi, furono i primi del continente europeo ad
apprendere il mestiere dagli inglesi, precursori della filatura meccanica
del cotone con John Kay ed Eli Whitney che nel Lancashire avviarono le prime
filature.
In Italia dopo il
1830, l'incertezza della situazione politica ed economica e in seguito anche
le guerre di indipendenza, segnarono una battuta d'arresto al fervore dei
primi audaci imprenditori tessili, che avevano seguito la scia lasciata dagli
svizzeri Mueller.
Occupata Roma nel 1870, e completata con ciò l'unità d'Italia, il clima
nazionale fu sgombro da preoccupazioni di ordine militare e politico e
l'attenzione generale venne rivolta ai problemi sociali ed economici. Tutto
il Paese fu caratterizzato da un periodo di distensione, che favorì
l'assestamento di alcune situazioni. In tale clima che ispirava piena fiducia,
la finanza internazionale vide con interesse l'impiego di capitale in Italia e
particolarmente furono gli svizzeri ad inserirsi nel campo del credito,
delle assicurazioni, ma soprattutto dell'industria tessile, forse memori
degli ottimi risultati conseguiti dai loro connazionali all'inizio del secolo.
Così arrivarono qui gli Jucker (Cotonificio Cantoni), i Furter (Cotonificio
Furter), gli Abegg (Cotonificio Valle di Susa), i Wild (dapprima socio con
Abegg, quindi singolarmente: Cotonificio Wild), gli Honegger (Cotonificio
Honegger). Ho citato i maggiori. Ci furono numerosi altri minori, e fra
questi Jenny e Ganzoni (quest'ultimo un ticinese), che presero stanza a Perosa
Argentina.
Come
è stato precedentemente detto, nel 1882 i Bolmida abbandonarono la loro
attività industriale e la loro residenza perosina, ritirandosi a Torino o
ad Alessandria, da dove erano provenuti. I loro immobili e gli impianti di
Perosa furono acquistati dagli svizzeri Jenny e Ganzoni che utilizzarono ben
poco della struttura industriale esistente. Peraltro acquistarono un buon
appezzamento di terreno di fronte alla filanda, e vi edificarono, ex novo, una
fabbrica per la filatura del cotone. La ex filanda fu dapprima usata come
magazzino, quindi adattata ad abitazioni per capi ed assistenti
dell'opificio. Per dare veste legale all'impresa, costituirono nel 1883, una
società in nome collettivo: « F. & C. Jenny e Ganzoni » (Fritz e
Caspar Jenny e avvocato Antonio Ganzoni), per l'industria della filatura del
cotone e la vendita dei prodotti ottenuti. La nuova fabbrica ebbe un buon
andamento.
Vi lavoravano 300
persone, salite a più di 400 verso l'anno 1900.
La dinastia degli Abegg
Frattanto
gli Abegg di Zurigo avevano iniziato la loro attività ne Il 'industria cotoniera
italiana, affermandosi in modo preponderante in Piemonte con larghezza di
mezzi finanziari.
Ma chi sono gli Abegg? Si tratta di una
famiglia svizzera di facoltosi finanzieri di antica tradizione, che con altri
costituirono lo Schweizerische Kreditanstalt, meglio conosciuto
internazionalmente con la denominazione francese di « Crédit Suisse» (nella
Svizzera italiana è chiamato « Credito Svizzero »), tuttora una delle più
importanti banche d'Europa. Gli Abegg ne sono ancora oggi i maggiori azionisti
e naturalmente partecipano al consiglio di amministrazione. Ma evidentemente
la banca non riusciva a riempire la vocazione operativa di questa famiglia i
cui membri diventarono grandi imprenditori industriali e parteciparono in
misura maggioritaria a grandi multinazionali a tutti note, come la « Nestlé
» e la « Maggi » (quella del brodo in dadi) ed altre ancora. Ma la
prima avventura industriale la vollero vivere in Italia i fratelli Carlo e
Augusto, figli di Julius Abegg Arter. Nel 1880 il primo entrò nel settore
serico impiantando una filanda di seta a Garlate (in provincia di Como),
seguita da un'altra nella vicina Olginate e da altre ancora nel bergamasco.
Augusto prese la via del Piemonte, scegliendo il più capace settore
cotoniero.
Così Augusto Abegg col
socio Emilio Wild, un tecnico della filatura del cotone, costituì in Torino
nel 1880, una società in nome collettivo, « Filatura Wild & Abegg
", che ebbe il suo primo stabilimento a Borgone di Susa. Nel 1884 fu
aperta la seconda fabbrica a Torino detta « Stabilimento Dora" perché
sulla riva della Dora Riparia. Seguì nel 1900 quello di S. Antonino di Susa.
In tempi successivi sorsero filature e tessiture a Bussoleno, Pianezza e
Susa per un complesso di 200.000 fusi e un buon numero di telai.
Ad
un certo punto fra Augusto Abegg ed Enrico Wild i rapporti'si interrompono.
Nel 1913 Wild recede dalla società e continua in proprio l'attività della
filatura e tessitura del cotone, impiantando stabilimenti a Novara e a
Piasco, in provincia di Cuneo. Augusto Abegg non si preoccupa e associa a sé
il fratello Carlo, che peraltro non abbandonerà la sua attività di setaiolo
in Lombardia.
Nel 1914 viene costituita una società in
accomandita semplice tra i fratelli Augusto e Carlo Abegg con la ragione sociale
« Cotonificio Valle di Susa di Abegg & C. » con sede in Torino, col
capitale di 10 milioni di lire attribuito per 3 quinti al Comm. Augusto Abegg
e per 2 quinti al fratello Carlo.
Nella
sua fervida politica di espansione, Augusto Abegg trova interessante la
filatura di Perosa per i suoi impianti adatti per filare i titoli fini.
Così nel 1920 entrano a
far parte della società in nome collettivo « Jenny e Ganzoni" di
Perosa, il Comm. Augusto Abegg personalmente ed il Cotonificio Valle di
Susa di Abegg & C.
Nel novembre 1922 recede
dalla ditta l'avvocato Ganzoni e la società in nome collettivo si scioglie
per dar posto ad un nuovo organismo: « Società Anonima Cotonificio di
Perosa Argentina ", con sede sociale a Torino, le cui azioni saranno ripartite
in misura diversa fra Augusto Abegg, Gaspare Jenny di Federico e Arturo
Aebly (cognato di Jenny).
Werner alla guida del C.V.S.
Nel
maggio 1923 la società in accomandita semplice « Cotonificio Valle di Susa
» di Abegg & C. viene trasformata
in « Società Anonima Cotonificio Valle di Susa » col capitale di 5
milioni di lire, le cui azioni vengono attribuite per 3 milioni ad Augusto
Abegg e 2 milioni al fratello Carlo. Nel novembre 1924 all'età di 63 anni
moriva Augusto Abegg, vittima di un infortunio in fabbrica, schiacciato da un
montacarichi. Il municipio di Torino gli dedicò una strada tuttora esistente
nel quartiere Molinette. Augusto non lasciò figli. La guida della società
fu assunta dal fratello Carlo che naturalmente fu eletto Presidente del
Consiglio di Amministrazione. Egli aveva una figlia e due figli: di questi
il minore, Werner, già nel 1923 all'età di 19 anni, aveva iniziato il suo
tirocinio, assegnato allo stabilimento
di Perosa, che il compianto zio riteneva il più adatto per imparare il
mestiere, dato l'impegno che richiede la filatura dei titoli fini. Questa
prerogativa dello stabilimento di Perosa è continuata nel tem
po, costituendo una tradizione che ancora oggi è valida, anche se non è
più quel " fiore all'occhiello» come lo consideravano gli Abegg e più
tardi anche i Riva. Dai dirigenti della sede di Torino lo stabilimento di
Perosa veniva scherzosamente chiamato l',, Università » per i tecnici
del C.v.S.
L'officina di riparazione fu ampliata e
dotata della necessaria attrezzatura per funzionare da officina di costruzione
con 60 meccanici. Ma poi Giulio Riva la incorporò in una società di sua
costituzione in Torino: FATAC (Fabbrica Attrezzature Tessili Affini
Ceirano), con programmi molto più estesi.
Werner
Abegg, compiuto il suo training a Perosa, passa ad altri stabilimenti per
assumere cognizioni di tessitura e tintoria ed avrà poi spazio e posto a
fianco del padre, in sede, a Torino. Ma entrerà a far parte del Consiglio di
Amministrazione solo nel 1929 e verrà finalmente nominato Amministratore
Delegato nel 1931.
Nell
'ottobre 1940 riterrà opportuno prendere la via degli Stati Uniti d'America,
dove convolerà a nozze con una Morgan della potentissima famiglia dei noti
banchieri americani (tutta l'acqua va nel mare...).
Così
il padre, rimasto solo al vertice del Gruppo cotoniero, in età molto avanzata
(79 anni) chiama al suo fianco l'altro figlio, Carlo Julius, che aveva seguito
l'attività iniziata dal padre stesso nel campo
della seta in Lombardia. Gli viene attribuito il ruolo di
Amministratore Delegato (lasciato vacante da Werner); ma, come aveva fatto a
suo tempo il suo genitore, non abbandonerà l'attività del setaiolo, «
sdoppiandosi» per arrivare dinamicamente a tutto, dato che il padre con la
sua tarda età può fare ben poco e ad un certo momento niente più del tutto,
cioè dal 16 settembre 1943 quando muore a Torino all'età di 83 anni. Werner
non rientra in Italia neppure a seguito del triste evento. Per lui spira
aria infida non solo in Italia, ma anche in Francia, occupata dai tedeschi,
che avrebbe dovuto attraversare per recarsi in Italia o in Svizzera.
Solo
nel maggio 1946 Werner rientrerà in Italia. Riprende subito la direzione
del Gruppo cotoniero e nel 1947 è rieletto Amministratore Delegato, quindi
anche Presidente; il fratello Carlo, pur continuando a far parte del
Consiglio di Amministrazione come semplice Consigliere, riprende in pieno
la sua attività di setaiolo in Lombardia.
Il 17 febbraio 1944
Che
cosa era successo nel frattempo
a Perosa? Nel 1939 viene deliberata la fusione per incorporazione del
Cotonificio di Perosa Argentina nella «Società Anonima Cotonificio Valle
di Susa n. Jenny e Aebli sono, naturalmente, estromessi e liquidati
amichevolmente. La fabbrica di Perosa diviene di fatto uno dei molti
stabilimenti del complesso C.v.S. e perde ogni autonomia. L'opificio è guidato
dagli Abegg con i migliori intenti. Anche nelle istituzioni sociali operano
con larghezza di mezzi, pur senza raggiungere la prodigalità dei Gutermann.
\I periodo che va dall'8
settembre 1943 alla Liberazione, fu duro anche per il Cotonificio. Una
filatura specializzata per la produzione di titoli fini, con l'impiego perciò
del miglior cotone sodo cioè il Makò (cotone egiziano) puro o in mista con
1'« America prima n, era costretta a lavorare il rayon o il cotone siciliano!
Tutt'altra cosa! Le macchine non si adattavano. Ma questi inconvenienti
erano nulla a confronto dei guai molto più seri e pericolosi derivanti dalla
guerriglia partigiana contro i nazi-fascisti. Chi I 'ha vissuto non può
dimenticare quel tragico 17 febbraio 1944, quando il paese fu turbato da più
di tre ore di cruente operazioni che provocarono due morti ed alcuni
feriti fra la popolazione civile e non si è mai saputo quanti tra le truppe
tedesche. Un partigiano dal tetto di una casa aveva lanciato alcune bombe su
due camion in arrivo, carichi di S.S. per un « rastrellamento». I
partigiani ebbero due morti ed alcuni feriti. Alle 17 di sera all'uscita
degli operai dalle due fabbriche, Setificio e Cotonificio, tutti gli uomini furono
fermati e concentrati nel cortile della casa Prever. Il capitano delle S.S.,
che comandava il reparto che avrebbe dovuto operare il « rastrellamento»,
voleva procedere ad una decimazione: « per da
re una lezione»
diceva; « troppi i morti. e i feriti che abbiamo avuto}) gridava. Il
direttore del Cotonificio Signor Carlo Bosshard, uno svizzero tedesco, insieme
ali 'ingegner Arturo Gűtermann per il Setificio, accorsero sul
luogo del concentramento e si diedero disperatamente da fare dichiarando e
garantendo che si trattava di tutti loro operai, e a ricordare che le loro
fabbriche lavoravano anche per le truppe di occupazione e per l'esportazione
programmata di prodotti in Germania. Tutte queste esortazioni espresse nella
sua lingua, perciò maggiormente suadenti, dopo più di un'ora di
trattative, convinsero il capitano tedesco a liberare tutti gli ostaggi:
erano circa 200, alcuni giàmessi al muro. Si accontentò di rientrare a
Torino con alcuni partigiani catturati dai suoi uomini in rapidissimo rastrellamento
sulle vicine pendici. L'ansia fu immensa!
Con la fine del conflitto e la Liberazione,
nel 1946 rientrò dall'America, come
detto, il Signor Werner Abegg e il Cotonificio Valle di Susa riprese il
suo assetto normale. A Perosa vengono ultimati i lavori della nuova centrale
idroelettrica, alimentata da acqua del Chisone captata oltre Meano,
convogliata alla fabbrica mediante canale coperto della lunghezza di 2
chilometri circa e regolata da capace bacino di compensazione. La potenza
installata è di Kw 2.800; l'acqua in uscita dalla nuova centrale, per accordo
intervenuto col Setificio, si unisce a quella in uscita dalla centrale
Germanasca del Setificio stesso.
Giulio Riva: da ({ stradin »
a miliardario
Tutto
sembrava filare nel migliore dei modi, quando verso la fine del 1947, inopinatamente
arriva la sconcertante notizia: gli Abegg stanno trattando la vendita del
loro complesso industriale. Qui le versioni sono diverse e come sempre succede,
si incrociano, si smentiscono
l'una l'altra. La più verosimile, ma per la quale
avanzo ogni riserva, sarebbe la seguente: i parenti di Werner, comproprietari
del patrimonio investito in Italia (specialmente la sorella Annie), sono
molto preoccupati dell'andamento politico del nostro
Paese e vorrebbero realizzare i loro beni. Werner sarebbe stato contrario
a tale determinazione, ma avrebbe finito
per accedere alla .proposta dei suoi. Così inizia il negoziato con Giulio
Riva di Milano per la vendita di tutto il com
plesso «
Cotonificio Valle di Su sa S.p.A.
».
Giulio Riva. «
Chi era costui?». Non un illustre « Carneade» ma un nuovo astro apparso nel firmamento dell 'industria
tessile con veemenza, nella metà degli anni Venti, " per la strada dei
fiori d'arancio»,
come ha scritto qualcuno: lui che era uno" stradin », come si dice in
Lombardia (e che, perciò, di strade se ne
intendeva!), assistente di una impresa di costruzioni stradali che in quel
momento (1925) eseguiva lavori di riattamento dei viali interni dello
stabilimento di Parabiago dell'" Unione Manifatturiere» ed anche del
parco della villa dei titolari. Era
costume allora (per molti rimasto) che
entro il terreno che contiene la fabbrica, dovesse trovare posto
l'abitazione dei padroni. Tale abitudine derivava dall'idea che gli
imprenditori ritenevano di doversi sentire un corpo solo col loro opificio, che era tutta la loro vita. “
Regnava
» su quel potente complesso dell'industria
tessile (Unione Manifatture) che comprendeva nove stabilimenti dislocati
nei centri vicini, il senatore Felice Gaio.
Dal suo matrimonio con Ida Lampugnani,
figlia di altro industriale del cotone, non erano nati rampolli, per cui fu adottata
dai Gaio la nipote Raffaella Lampugnani,
erede dunque di quella enorme
fortuna.
Giulio
Riva era un bell'uomo; atletico, elegante,
dalla parola facile, intelligente, dinamico, gran lavoratore, ma soprattutto scaltro,
scaltrissimo. Seguendo il lavoro dei suoi uomini impegnati nei viali dello
stabilimento ed anche nel parco della villa, attirò l'interesse della
Raffaella e fra
le gardenie, le mimose ed i gelsomini,
nacque l'idillio col bel Giulio col quale ben presto convolò a nozze.
Dunque l'ex stradin entra a
bandiere spiegate nell'" Unione Manifatture ", uno dei più
importanti complessi dell'industria cotoniera italiana.
Allora, cioè negli anni
Venti, l'industria tessile in Italia era ciò che rappresenta oggi
la FIAT: il settore trainante dell'economia nazionale. L'" Associazione Cotoniera
Italiana" (con sede a Milano, non a
Roma) era un organismo efficace, ben organizzato.
Vorrei dire che incideva, allora,
sull'economia della nazione come
potrebbero fare oggi (e fanno) la FIA T e la Olivetti unite.
In
questo impero del tessile, l'ex stradin si destreggia subito agevolmente:
lui, che proveniva da miseria nera e che a 11 anni era costretto a lavorare in
cantiere per aiutare la mamma, rimasta vedova di un casellante delle ferrovie
dello Stato, a Saronno.
Veniva
dal nulla. Ma per la sua vivacità, la sua intelligenza, la grande volontà, si
affermò presto. Aveva frequentato regolarmente solo le scuole elementari, ma
studiando di sera conseguì il diploma da geometra. Quando a 25 anni sposò Raffaella Lampugnani. di cotone non ne sapeva niente. Fece
presto ad
apprendere buone cognizioni, ed
ottenuta la nomina di Amministratore Delegato dell'.. unione Manifatture
», si lanciò con disinvoltura negli affari aziendali, seguendo esattamente
le istruzioni dello zio Senatore, Presidente della Società.
Imprenditore d'assalto
Alla
morte dello zio, le redini del complesso
passano a lui e le cose cambiano. Riva si accorge di avere più il temperamento
del finanziere che dell'imprenditore e con la massima spregiudicatezza si
lancia nell'ambiente della borsa e delle banche. Anche se guardato dapprima
con sospetto, non si preoccupa e, lanciato a tutta forza, riesce ad estendere
la sua influenza al firmamento della finanza.
Dà
scalate a società come il “ Cotonificio
Fratelli dell'Acqua ", il “ Cotonificio Olcese » e la “Chatillon ,,; tenta perfino con la “ Snia Viscosa
": senza riuscirvi, ma
guadagnando fortemente nell'operazione di compra-vendita dei titoli manovrati.
Fuori della borsa, intreccia altre importanti operazioni: acquista aziende,
altre ne cede; assistito sempre, dicevano,
da una fortuna sfacciata. Nel momento del suo massimo fervore operativo, viene a conoscere l'intenzione degli Abegg di sbarazzarsi del complesso “Cotonificio
Valle di Susa ". Non pone tempo
in mezzo e prende contatto con Werner Abegg. Dopo brevi trattative l'affare
viene concluso, si dice per ottanta milioni di franchi svizzeri. Il
pagamento dovrà avvenire per tredici milioni subito, il resto a rate da
stabilire. Werner Abegg resta nel Consiglio di Amministrazione con la carica
di Presidente. Riva si accontenta del ruolo di Vice Presidente, ma con poteri uguali a quelli del Presidente; di fatto
però avrà la direzione dell'impresa e questo è sancito chiaramente nelle condizioni.
Si affianca il ragionier Aldo Camagna,
già Amministratore Delegato della « Cucirini Cantoni Coats » di Milano,
suo amico, perciò uomo di sua assoluta fiducia, valentissimo manager, e gli fa
conferire dal Consiglio di Amministrazione la qualifica di Direttore
Generale con pieni poteri.
Werner
Abegg pur mantenendo, come ho detto, la carica di Presidente, si limita,
di fatto, a presenziare alle riunioni del Consiglio di Amministrazione ed
alle assemblee.
La sua permanenza a quel posto ha lo scopo di garantirsi l'incasso delle quote
restanti, che devono essere state versate molto lentamente, se le sue dimissioni
vengono date il 18 maggio 1960, cioè 13 anni dopo.
È
negli anni Trenta che egli dà la stura
alla sua
forte vocazione di operatore finanziario, manipolatore di pacchetti azionari
e di spregiudicate speculazioni. Dopo la morte del Senatore Gaio, lo zio Felice,
non ha la minima inibizione. La guerra favorisce le sue manovre, come l'acquisizione
della maggioranza dell”'Olcese
", allora la più importante filatura (solo filatura) di cotone e rayon
coi suoi 400 mila
fusi.
Gli anni d'oro del C.V.S.
Nel
1947 per l'adempimento del grosso
contratto pattuito con Werner Abegg, approda alla riva del Po e acquisisce il «
Cotonificio Valle di Susa ». Il già
gigantesco
complesso viene ulteriormente potenziato. Altri stabilimenti vengono acquistati
ed assegnati al C.V.S., ad arricchire la collana del Gruppo. Si aggiungono
infatti il « Cotonificio Vai di Lanzo», il « Cotonificio di Strambino »,
ed altri minori. Fanno inoltre parte
del Gruppo, una quarantina di società commerciali o finanziarie in Italia
ed all'estero, fra cui la « Susa
France » a
Parigi ed altra simile a Zurigo.
La potenza del {(
Valle di Susa » all'estero si estende. In Argentina Riva firma con
le competenti autorità l'impegno per impiantare ed avviare una filatura e tessitura di cotone a Rosario De Santa Fè. Viene
costituita la « Extesa Società Anonyma» con amministrazione e sede sociale
a Buenos Aires.
Il complesso raggiunge la massima potenza negli anni
Cinquanta; è il momento di maggiore splendore: 350 mila fusi di filatura, 100
mila fusi di ritorcitura, 4 mila telai, 3 tintorie. Questi impianti sono
distribuiti in 13 stabilimenti, di cui 12 in provincia di Torino e uno a
Trecate in provincia di Novara.
È il periodo in
cui a Perosa sono in attività 50 mila fusi di filatura e 18 mila di
ritorcitura con 1200-1300 operai.
Dopo la morte del Direttore Generale Camagna,
come detto, Giulio Riva accentra
tutto su di sé.
Nel 1959 inizia
il suo training al C.V.S. il ragioniere Felice Riva, il primogenito. Suo
fratello Vittorio, di qualche anno più giovane, anche lui sarà «
ragiunat »
e sarà
destinato al gruppo «
Unione
Manifatture » di Parabiago. Vi è infine la figlia Ida, ancora molto giovane. La
dinastia dei Riva
dovrà erigersi su due granitici monoliti: uno in Piemonte, l'altro in
Lombardia.
Nell'insieme costituiranno il più importante complesso tessile dell'Italia e forse dell'Europa.
Così vagheggiava Giulio quando la
morte lo colpì nel 1960, a soli 59 anni, senza essere arrivato in tempo ad
instradare il figlio Felice nella conduzione del C.V.S. l'altro figlio
Vittorio, come era stato programmato,
sarà destinato all'" Unione
Manifatture », cioè al gruppo lombardo, e potrà appoggiarsi allo zio
Raffaele Lampugnani, che, se non ha le capacità e la destrezza di Giulio
Riva, è però un avveduto industriale che ha saputo far navigare la barca
anche nelle acque tempestose degli anni Sessanta e Settanta. Oggi Vittorio guida il Gruppo con impegno e destrezza.
Giulio Riva morì
in una clinica milanese a seguito di
una banale operazione di appendicite. Quando passò ad altra vita il suo
impero era costituito da 600 mila fusi di filatura e 150 mila di ritorcitura,
perlomeno 10 mila telai e 15 mila dipendenti distribuiti su 25-30
stabilimenti: decine di società commerciali e finanziarie controllate e
collegate in Italia ed all'estero.
Ma non fu mai un industriale, un imprenditore,
un manager nel senso proprio di tali termini. la sua fortuna economica gli
derivò sopratttuto dalle manovre finanziarie, dalle operazioni di borsa,
dove egli seppe sviluppare la sua intuizione. Senza mancare, tra l'altro, di
commettere degli errori. Il più grosso fu quello di ritenere che il cotone
avesse sempre un impiego prioritario. Non volle mai ascoltare
chi gli diceva che il ruolo-guida in Italia,
come in altri Paesi a grande sviluppo industriale, non sarebbe più stato dei
tessili, ma della meccanica. « Macché! - diceva. - l'industria tessile, e particolarmente la cotoniera, sarà sempre il pilota
dell'economia nazionale ». E così allargava sempre lo spazio del suo dominio acquistando
altri stabilimenti, assorbendo altre
industrie decotte, anziché ridimensionare quelle che già aveva. Un
gigantesco complesso industriale-finanziario, che nel maggio 1960 venne improvvisamente
a gravare sulle spalle di un inesperto
venticinquenne: il figlio Felice.
“ Il Delfino del cotone “
Giova
a questo punto la presentazione del giovane Riva sino al momento della
assunzione del potere.
Dopo le scuole medie
inferiori, frequenta il collegio « Leone XIII» di Milano, scuola
privata per ragazzi di famiglia ricca, e si diploma ragioniere. Ragioniere e
basta: secondo la tradizione che vuole i padroni ideali delle fabbriche
tessili dei «
ragiunat », perché questo è
il tipo di studi che più si addice per dirigere le aziende. L'esperienza
insegna. (Più tardi, come
ho detto, il tiglio minore Vittorio sarà anche lui un ({ ragiunat »).
Di
corporatura atletica come il padre, praticava vari sports: dall 'automobilismo di
competizione (dilettanti), al tennis, allo sci e soprattutto al nuoto. Il papà lo lascia divertire
per qualche anno dopo il diploma. In fatto di lavoro fin qui nulla. Compiuti i 24 anni
il padre gli ordina: « Tu vai a Torino e stai là al C.V.S. Prima farai
un po' di pratica negli stabilimenti, poi negli uffici ». A Felice abitare a Torino non piace, ma non ha
scelta. È facile
capire con quale entusiasmo lavorasse e con quanta solerzia. Il primo stabilimento
del suo apprendistato fu, seguendo
l'antica tradizione, quello di Perosa Argentina.
Ebbi
più di una occasione di intrattenermi con lui. Il suo training procedeva lentamente
e stancamente. Dormiva nella
foresteria dello stabilimento. I suoi week-end a Milano erano sempre prolungati,
intercalati da «
scappate» durante la settimana. Credo non si rendesse neppure conto esatto
delle proporzioni del suo potere economico.
Nonostante
questa sua impreparazione il 18 maggio 1960, a venti giorni dalla morte di suo padre, Felice
Riva entra nel Consiglio di Amministrazione che lo nomina subito Direttore
Generale con pieni poteri. “Da questo momento il Consiglio
di Amministrazione cessa, si può dire, di essere un organo volitivo e si
limita ad approvare tutto ciò di cui viene informato quasi sempre a
posteriori” : così scriveva
il Curatore fallimentare nella sua relazione. Insomma Felice Riva, si può
dire, non
entra ma irrompe nel Consiglio di Amministrazione
ed assume la direzione assoluta della società.
Come dissipare una fortuna
Per
rendere l'idea della leggerezza che segna
fin dall'inizio la nuova gestione, è interessante
riferire che uno dei primi provvedimenti
fu quello di variare di fatto la ragione sociale, senza peraltro svolgere la regolare
pratica presso il Tribunale, previa deliberazione dell'Assemblea
degli Azionisti. « Tanto è lo stesso; si chiami" Cotonificio Valle Susa", che
corrisponde meglio alla sigla C.V.S., ed eliminiamo la preposizione" di
" » sentenzia.
Prosegue
il Curatore Gambigliani Zoccoli nella sua relazione: « Viene posto in essere un massiccio programma di riammodernamento
degli impianti, la cui imprudenza è stata
ampiamente lumeggiata nel
capitolo concernente le cause del dissesto; così viene deliberato di
entrare in partecipazione in ben 34 costituende società per azioni; così
vengono allontanati o si allontanano dirigenti di provata capacità per
inserire giovani collaboratori, i
quali, ammesso che fossero in possesso
di tutte le qualità occorrenti, mancavano certamente dell'esperienza necessaria
per condurre gli affari di un complesso di tanta importanza. Il 5 dicembre
1961 il ragioniere Felice Riva, ferma restando
la sua qualifica di Direttore Generale, viene nominato Vice Presidente ed
Amministratore Delegato e vengono rivoluzionate le cariche interne.
Il 9 ottobre 1962
l'Amministratore Delegato informa il Consiglio che alla fine del 1962 il
Cotonificio avrà una capacità produttiva per ogni giorno lavorativo di 85
mila chilogrammi di filati e di 150 mila metri di tessuti. L'euforia, mentre
l'azienda è già avviata su una pericolosa china ».
Felice
Riva, convinto che il «
boom economico»
non dovesse aver fine, non ascolta chi gli consiglia prudenza e continua la
politica di espansione già praticata dal padre.
A
chi gli faceva notare che il C.V.S. si era espanso già troppo, rispondeva con
un sorrisino ironico, come dire: « So ben
io che cosa si deve fare ».
Doveva dar lustro alla sua
personalità con qualcosa di plateale per imporsi nel mondo
imprenditoriale. E allora: « Gianni Agnelli
ha la sua Juve? e
Felice Riva avrà
il suo Milan ". E se lo prende!
A quell'epoca
il Milan F.C. aveva in squadra l'italo-brasiliano Altafini, considerato
fra i migliori centro-avanti del mondo,
e Rivera, di certo la
miglior mezzala
d'Europa! Ma
qualcosa di
sensazionale bisognava pur fare per segnare l'inizio
della sua presidenza! E così acquista
l'italo-argentino
Amarildo, che diventerà la «
nuova perla
rossonera ".
Certo con ciò
di avere assunto il prestigio del grande imprenditore, vuole attaccarsi al
mondo della finanza. In piazza degli Affari non viene accettato con simpatia. I « comenda", visti i suoi primi
exploits, dicono di lui: « Ma quello lì l'è un bamba", che nel dialetto milanese equivale
a sprovveduto. Tuttavia, agenti di
cambio disposti a lavorare per lui ce ne sono. E
molti! Ma devono limitarsi ad eseguire
i suoi ordini.
Non accetta consigli da nessuno. Sa sbagliare da solo...
A spiegazione
dei drammatici
errori compiuti
e delle infinite
leggerezze, particolare
significato può avere il seguente aneddoto.
Siamo in
aprile del 1965. " Direttore Amministrativo
rag. Buttini (mio
carissimo
amico), dopo reiterate comunicazioni telefoniche
da Torino, ottiene un appuntamento a casa sua a Milano. (Felice si recava
raramente a Torino, dove c'era pur sempre l'amministrazione]. È la sera precedente la data stabilita per la riunione del Consiglio di
Amministrazione che dovrà esaminare il bilancio dell'esercizio 1964 e
quindi convocare l'assemblea degli azionisti. Buttini presenta la bozza di
bilancio e attraverso una breve relazione verbale esprime le sue serie preoccupazioni per la
situazione del momento e ancora più per le prospettive dell'immediato
futuro. « E lei è preoccupato? » chiede
Felice. « No, signor Felice; -
risponde Buttini dopo un momento di riflessione - non sono preoccupato,
sono angosciatb
». « E io no! Non sono affatto preoccupato» strilla il giovane Riva. AI
che il povero Buttini ripone le sue
scartoffie nella borsa e se ne va insalutato ospite. Cinque mesi dopo veniva
dichiarato il fallimento della Società. Era il 5 ottobre 1965. Non era stata presa neppure in considerazione
la richiesta di ammissione all'amministrazione controllata.
Le ultime vicende
A
tempo di
record, cioè in poco più di due anni, il Curatore
dottor Alberto Gambigliani-Zoccoli
di Milano può presentare al Presidente
di quel tribunale, il 31 dicembre 1967, la sua estesissima
e circostanziata
relazione, che
tra l'altro dice che i primi segni della «.. non buona gestione del" Cotonificio Valle di Susa" si
evidenziano in modo inequivocabile fino
dal 1961 »: dunque
dalla presa di possesso
di Felice. E sì che la situazione economica
generale era ottima! Eravamo
ancora in fase di « boom economico ».
Il
fatto più inquietante, più doloroso, è che
ci sono 8
mila persone senza lavoro! Naturalmente, della grossa questione si occupano le
autorità
governative che riescono a far costituire un consorzio fra « SNIA Viscosa », « Chatillon », « FIAT “, «
Pirelli », quotate (vorrei dire « tassate
») in misura diversa. Il nuovo ente è l'« ETI - Esercizi Tessili Italiani S.p.A. », ed
avvierà la gestione dal 1° marzo 1966. A
5 mila degli 8
mila lavoratori viene conservato il posto di lavoro. Per gli altri c'è il prepensionamento; per altri ancora provvidenze
varie. L'indennità di liquidazione si farà attendere per qualche anno. Il
Curatore deve realizzare crediti e vendere beni. L'impegno E.T.I. è per
cinque anni. Perciò dall'ottobre 1971 la
società passa alla « Montefibre » sempre su invito dell'autorità governativa. Ma la Montefibre, già gravata da tanti pesi, non puòsostenere
anche quello dell'ex c.v.S. così com'è. Viene posta in vendita parte degli
stabilimenti. Quello di Perosa viene acquistato dalla « Manifattura di Legnano », una società di vecchia data (1903) molto ben
diretta ed amministrata, che ha saputo affrontare e superare le tempeste che
hanno investito negli ultimi anni le industrie tessili.
Lo
stabilimento ha assunto il nome
di «
Manifattura di
Perosa». È questa la ragione
sociale di un nuovo organismo, che riflette unicamente il patrimonio e la attività di quello stabilimento. La società
è una
controllata della predetta «
Manifattura
di Legnano ». La sede sociale è a Milano,
ma l'amministrazione, apparentemente autonoma, è a Perosa Argentina. Esegue solo « lavorazione per conto» per Legnano.
Lo
stabilimento di Perosa naturalmente fu coinvolto nel vortice che investì il complesso
C.V.S. Ora, ridimensionato,viaggia in
acque tranquille. I dipendenti sono 340, i fusi 60 mila di filatura e 23 mila
di torcitura. Gli impianti sono stati in gran parte rinnovati.
Fonti e bibliografia
- G. Croset-Mouchet, Pinerolo antico e moderno
ed i suoi dintorni, Pinerolo, 1854
-
F. Mangold - H. F. Sarasin, Contribution à l'histoire
de la filature des déchets de soie, Neuchatel, 1924
-
il Cotonificio Cantoni nella storia dell'industria cotoniera italiana - 1872-1972, Edizione
propria
-
F. Vegliani, Nonni e nipoti. Storia degli industriali italiani, Officine Grafiche Milani, 1972
- G. Santerin, Il Delfino del cotone - Felice Riva: ascesa e declino di una dinastia industriale Consarda, Milano, 1976
A. Gambigliani-Zoccoli, Relazione al fallimento
«Cotonificio Valle di Susa S.p.A.». .