IL SETIFICIO

 

Primi furono i Bolmida di Alessandria

 

" Il Setificio " : così veniva chiamato, e ancora oggi gli anziani lo chiamano, lo stabilimento che sorge là dove la Germa­nasca si sposa al Chisone e il ponte del­l'Inverso fa da congiunzione tra il territo­rio del Comune di Perosa Argentina e quello del Comune di Pomaretto.

Dalle cronache del tardo Medioevo, sappiamo che Perosa era luogo militar­mente strategico. Il colle che la sovrasta e che domina perciò buoni tratti di valle, sia della parte superiore che di quella inferiore, era opportuno per difendere il passo. Perciò i principi di Acaja (ramo ca­detto dei Savoia), ai tempi della loro do­minazione sul Piemonte (1295-1418), fe­cero costruire un castello in località an­cora oggi chiamata la Ridotta. Il Piemon­te era allora limitato, poco più poco me­no, al territorio che costituisce oggi la provincia di Torino, ed aveva per capitale Pinerolo. Torino godeva di scarso rilievo. A Perosa risiedeva un governatore dei principi di Acaja a significare l'importan­za del luogo.       ­

Nel pinerolese, la coltura della seta iniziò nella seconda metà del XV secolo quando già era passato sotto. il dominio dei duchi di Savoia, che forse ebbero in­fluenza nell'instaùrazione di tale attività.

Sul finire del '700, Pinerolo diveniva un importante mercato della seta e nella campagna circostante fiorivano alleva_ menti di bozzoli, particolarmente nelle due vallate. In quella del Chisone arriva­vano sino a Perosa. (Ancora non' molti anni or sono si ergevano a ricordo alcuni gelsi nel campo a valle del Cimitero, ca­scina Juvenal-Bresso). Una filanda già esisteva a Pinasca, altre a Dubbione, Porte, Abbadia Alpina e anche in Pinerolo. nell'attuale corso Piave, dove fino a qual. che anno. fa ha avuto dimora il merletti­ficio Turck.

Premessi questi brevi cenni storici, tratterò le vicende degli stabilimenti del­la industre cittadina, che furono la ragio­ne del suo notevole incremento demogra­fico: nel 1800 contava 1700 abitanti, (oggi ve ne sono 4400 circa.

     Verso il 1830 due fratelli di Alessandria, baroni Bolmida, si trasferivano a Pe­rosa con l'intento di impiantarvi una filan­da di seta modello, sfruttando la forza d'acqua del torrente Chisone per la pro­pulsione meccanica degli impianti.

I Bolmida costruivano a Perosa la loro filanda all'inizio della strada che condu­ce a Pomaretto; quell'edificio, poi adatta­to ad abitazioni, è ancora oggi chiamato

" la filanda". Tale stabilimento era, al­l'epoca, considerato nel proprio settore industriale, molto importante. Compren­deva:

- « la filanda » vera e propria, con 72 bacinelle a vapore, alla quale erano addette 110 persone; vi si filavano 50.000 Kg di bozzoli per anno, che rendevano circa 8.000 Kg di seta tratta;

- « il laboratorio meccanico D: così ve­niva chiamata l'officina di riparazione, in seguito anche di costruzione di macchine e di parti delle stesse, non solo per la filanda ma anche per terzi; vi lavoravano 30 persone (la località in cui sorgeva è tuttora chiamata « la fucina », alle Gravere).

Questa dell'officina meccanica è molto importante perché, come vedremo in se­guito, sta all'origine dell'istituzione della lavorazione meccanica dei cascami di se­ta a Perosa Argentina, dove fu realizzato il primo stabilimento industriale del mon­do, per tale lavorazione.

 

Cascami preziosi

 

E’ d’uopo premettere alcune brevi no­zioni sullo sfilamento dei bozzoli, detto  trattura della seta: Si procede anzitutto  ad una cernita scartando quelli non perfetti. Tali scarti, ai tempi cui mi riferi­sco, venivano gettati nella spazzatura, ora  si impiegano insieme ad altri cascami di seta per la produzione delle’ ‘schap­pe’ come vedremo. I° bozzoli scelti venivano, e vengono ancora oggi, messi a ba­gno nelle bacinelle in acqua bollente. Do­po alcuni minuti sono raccolti dalla fila­trice (l'operaia che lavora ai filatoi) in numero di 3-6-12... a seconda del titolo (grossezza del filato) che si vuole otte­nere, e si cerca il capo del filo originale del bozzolo. Ma, prima, la filatrice deve togliere dai bozzoli da sfilare, la parte esteriore dell'involucro ricavandone un ruffello. I capi di filo (le bave), una volta trovati, vengono uniti e così inizia sul­l'aspo lo svolgimento della seta (la trat­tura) per comporre la matassa. Alla fine dello sfilamento dei bozzoli resta una pellicina detta « pellicola ", la cui mate­ria è seta, anche se poco consistente, e contiene la crisalide. Queste « pellico­le ", col loro contenuto, si chiamano

«’gallettamino’ (il bozzolo intero veniva chiamato « la galletta ,,), Tanto il ruffelio iniziale, allora denominato « moresca ", oggi « strusa ", che .Ia parte finale, cioè « la pellicola » o « gallettamino », veniva­no gettati nella spazzatura. Questo ai pri­mordi della lavorazione della seta: anzi, dello sfilamento dei bozzoli.Ma già nel  XIII secolo, qualcuno in Italia pensò di utilizzare la prima parte del bozzolo, cioè la « moresca ", e l'ultima parte, cioè il gallettamino", miscelandoli insieme ai bozzoli scartati di cui ho detto, e cardan­do poi questa mista con uso di quelle ru­dimentali carde azionate a mano che an­cora oggi vengono impiegate dai mate­rassai. Si otteneva così un pettinato di seta, originariamente chiamato « fioret­to ", dal quale si poteva ricavare soltanto un filato molto, molto grossolano, non certamente adatto per tessere le seriche vesti di dame, principi, cardinali... (per queste serviva solo la seta tratta). Riten­go che i filati di « fioretto" fossero uti­lizzati per tessuti di addobbi, paramenti, festoni, drappi ecc. Da questa lavorazione artigianale, anzi casalinga, prese le mosse l'industria del­la lavorazione dei cascami di seta. Il pri­mordiale sistema si propagò alla Francia e fu là, a quanto sembra, che venne applicata a questo prodotto il nome di i « chappe » che in seguito, non si sa come fu scritto usando la grafia tedesca di ‘ schappe ‘, di cui la fonia è identica. Poi, con i cascami di seta, migliorando  radicalmente la lavorazione, si ottennero dei filati bellissimi, di poco inferiori a quelli ottenuti con la seta tratta e soven­te usati con questi in mista a telaio.

  A fugare ogni sospetto circa l’origine italiana della pettinatura dei cascami di seta, valga l'autorevole dichiarazione. di F. Mangold e H. F. Sarasin di Basilea. A pagina 232 della loro monografia: ({ Con­tribution à l'Histoire de la Filature des Déchets de Soie » (1'924): {( Le peignage de la soie fut sans doute importé d'ltalie, et ce fut d'abord dans les prisons qu'on le pratiquait en France sur une assez grande échelle. C'était aussi le cas dans le briançonnais ».

 

I Chancel: tra farmacia e filatura

 

Dunque, primi furono gli italiani; poi i francesi pensarono di sfruttare per que­sta lavorazione l'opera quasi gratuita dei carcerati.

Risulta infatti che agli albori dell'800  un farmacista di Briançon (Delfinato) certo Chancel, chiese ed ottenne dal go­verno francese di far lavorare per pochi soldi dai galeotti, che scontavano la loro pena nell'antica fortezza della cittadella, i cascami di seta con quei primordiali si­stemi di cui ho detto.

Il farmacista Chancel, in seguito coa­diuvato dai figli, sviluppò notevolmente il suo lavoro, fondando a Briançon uno stabilimento di buona importanza. Oggi, la fabbrica non esiste più, ma vi è anco­ra un grosso capannone, adibito in parte a mercato coperto e in parte a magazzi­no, che i briansonesi chiamano ancora ‘La Chappe’ appunto per la sua origine. La famiglia Chancel incrementò nel tempo la propria attività industriale in­grandendo la fabbrica e migliorando radi­calmente i sistemi di lavorazione e perciò il prodotto. Ma nel frattempo altre fabbriche minori erano sorte in Francia ed in Svizzera: a Sto Rambert, a Troyes, a Vigan. I Chancel, ad evitare una agguer­rita concorrenza, con abile manovra si riunirono in consorzio con tali industrie e costituirono un importante complesso denominato « Société Anonyme de Fila­tures de Schappe ", con sede a Lione, allora il centro serico più importante d'Europa. Naturalmente, tutti gli stabili­menti accennati, affluirono nel patrimo­nio della società, compreso il primoge­nito dei Chancel a Briançon. Questo av­veniva nel 1885.

I Chancel erano « arrivati ». Si trova­vano ora alla testa di un grosso comples­so industriale. Ma la pappa gliela fecero i Bolmida di Perosa. Come? Lo vedremo. Ma prima di descrivere i fatti, mi richia­mo ancora alla monografia di Mangold e Sarasin di Basilea. A pag. 153 è scritto: « Le premier peignage de quelque impor­tance fut sans doute celui des Barons Frères Bolmida & Cie. à Perouse, près de Pignerol, avec siège à Turin et fondé en 1838 ".

 

 

Un caso di spionaggio industriale

 

E veniamo ai fatti. Proprio nel 1838 i Bolmida assunsero nella loro officina un esperto meccanico di Torre Pellice, certo Eynard. Con questi uno dei Bolmida si  recò in Inghilterra per prendere cono­scenza del funzionamento delle macchine « Dressing» che pettinavano la lana. L'idea era di applicare le ({ Dressing ‘ al la pettinatura dei cascami di seta. Dalla loro’esplorazione’ in Inghilterra, en­trambi si convinsero che l'idea avrebbe potuto tradursi in realtà, previ alcuni a­dattamenti. Ipso facto, il Bolmida acqui­stò un certo numero di « Dressing » fa­cendole spedire a Perosa, dove, dopo gli opportuni accorgimenti realizzati nella propria officina, funzionarono con piena soddisfazione, tanto da decidere l’aumento del loro numero. Ma l’officina di Perosa non era in grado di costruire, copian­dole, le « Dressing ", per cui i Bolmida ricorsero ad una officina meccanica di costruzione di Torre Pellice, diretta da un certo Henri Athiker (un francese, sembra, nonostante il cognome tedesco).

I Chancel di Briançon, saputo ciò, inca­ricarono una locale officina meccanica, ‘Mathieu & Arduin’ di intraprendere quanto stavano facendo i Bolmida presso l'officina di Torre Pellice.

Fu così che il Mathieu (pare, origina­rio di Torre Pellice), contattò segreta­mente l'Athiker e lo convinse a trasfe­rirsi a Briançon: ciò che egli fece, por­tando con sé i disegni e i piani delle mac­chine pettinatrici della schappe, già in attività a Perosa. L'officina di Briançon fu ampliata e arricchita di nuove attrez­zature mercé l'apporto dei Chancel, i quali entrarono a far parte della ditta che assunse una nuova ragione sociale: « Ar­duin, Mathieu et Chancel », e proseguen­do nell'esperienza, riuscirono nel periodo 1850-60 a realizzare le vere e proprie macchine pettinatrici dei cascami di seta (dette « circolari »), delle quali in segui­to assunse l'ordinazione di costruzione su larga scala l'importante officina di Grenoble « Brenier » che vi apportò mo­difiche e perfezionamenti. Fu a questo punto che si ottenne un filato di schappe, non tanto inferiore a quello ricavato dal­la seta tratta, come ho già sopra accen­nato. Nel 1870 il francese Benedetto Berthe­lot, parente dei Chancel, entrato con una certa quota di capitale nella società e partecipando altresì al lavoro con man­sioni direttive nello stabilimento di Brian­çon, per divergenze di vedute con i Chan­cel, recedette dalla società stessa e si trasferì a Perosa, impiantando un nuovo stabilimento per la macerazione e la pettinatura dei cascami di seta, lungo il tor­rente Chisone, dove tuttora esiste la fab­brica della « Filseta » già « Gűtermann ". Il Berthelot importò le macchine da Gre­noble (quelle di cui si è detto), costruite con gli ultimi accorgimenti, realizzando così, lui che del mestiere era esperto, uno stabilimento con criteri tecnici avan­zatissimi per quel tempo. Naturalmente,

il prodotto ottenuto era migliore e meno costoso di quello dei Bolmida, che non poterono reggere ad una così agguerrita concorrenza.

Tale stato di cose segnò la fine dell'at­tività industriale dei Bolmida, che verso il 1880 abbandonarono Perosa, dove og­gi, a loro ricordo, esiste solo più un « ca­nale Bolmida " da loro stessi attuato per captare dal Chisone, in località Branca­to, l'acqua necessaria alla forza di pro­pulsione del loro opificio.

 

I Gűtermann a Perosa

 

Ritornando al 1870, si deve dire che Berthelot ebbe un inizio favorevole e che per alcuni anni la sua fiorente impresa prosperò, ma subì poi una crisi commer­ciale, alla quale non riuscì a far fronte, e fu pertanto costretto a cedere nel 1883 l'azienda ad una società finanziaria sviz­zera che l'aveva sovvenzionato: la « Sul­ger & Bindschedler » di Uster. Questa, a breve distanza di tempo, vendette lo sta­bilimento ai signori Gutermann di Gu­tachjBreisgau (Germania Occidentale, presso Friburgo) fabbricanti di seta per cucire e ricamare. Il cucirino di seta era (ed è, per quel poco che si fa ancora) ricavato dai cascami di seta e perciò è di schappe, non di seta tratta. I Gűtermann, privi fino allora di macerazione e pettina­tura dei cascami di seta greggi, erano co­stretti ad importare il « pettinato », e cioè il fiocco di « seta-schappe », dal Giappo­ne. Saputo della messa in vendita della ben attrezzata pettinatura di Perosa, col­sero al volo l'occasione e l'acquistarono, mettendosi così in grado di attuare il ci­clo completo della loro lavorazione: ma­cerazione e pettinatura a Perosa, filatura, tintoria e confezionatura a GutachjBreis­gau. A Perosa si sarebbe ottenuto il mi­glior fiocco di schappe, cioè con quelle caratteristiche di resistenza ed elasticità volute dal filato per cucire, e a Gutach il più pregiato cucirino di seta del mon­do. E fu così: il cucirino di seta Gűtermann divenne presto il più venduto. Fu­rono costituite fabbriche Gűtermann con ciclo di lavorazione parziale, alcune a ci­clo completo, in 12 diversi paesi, in Eu­ropa e nell'America del Sud. Pur mante­nendo l'organizzazione centrale in Ger­mania, cioè a Gutach, fu costituita una holding (società finanziaria) a Zurigo. In­somma il gruppo Gűtermann assunse la forza di vera e propria « multinazionale ", come si dice oggi. Per ragioni di opportu­nità fu accettata la partecipazione al Gruppo della più importante industria del mondo di cotone per cucire, ricamare e maglieria: la scozzese « J.P. Coats & Co." di Glasgow. Una grossa multinazionale. La sua organizzazione per l'Italia si chia­ma « Cucirini Cantoni Coats S.p.A. ", con sede in Milano e con 5 stabilimenti, il più importante dei quali ad Acquacalda di Lucca. La Lucchesia fu, per tutto il mondo, la culla del cucirino, cioè del fi­lato per cucire.

Ritorniamo a Perosa. I Gűtermann, per rendere autonoma l'organizzazione e dar­le legalmente la nazionalità italiana, co­stituirono una società denominata « Gűtermann S.A. », con sede, amministrazio­ne e stabilimento in Perosa Argentina. Le azioni erano tutte di proprietà della holding alla quale vennero poi intestate, nel 1942 per l'obbligo della nominatività dei titoli azionari. Presidente del sodali­zio il Signor Rodolfo Gűtermann, al qua­le subentrò nel 1925 il figlio dotto Willy Gűtermann (nato a Perosa Argentina) coadiuvato dal cugino ing. Arturo Guter­mann, inviato dalla casa madre di Gutach con la carica di Amministratore Delegato e con poteri pari a quelli conferiti al dotto Willy. In seguito alla partecipazione al complesso di « J. P. Coats & Co.» di Glasgow, entrò a far parte del Consiglio d'Amministrazione, in qualità di Vice Presidente, lo scozzese Sir James Hen­derson, Presidente della « Cucirini Can­toni Coats » di Milano. Sir James volle che facesse parte della direzione un fun­zionario di sua fiducia, cioè chi scrive, con l'attribuzione di Procuratore gene­rale. Questo nel lontano 1938. Dal 1960, dopo il ritiro dalla direzione attiva dei cu­gini Gűtermann, l'impresa fu retta da tre Amministratori Delegati con pari poteri: Ceredi, Ponzetti e Muhlmann (quest'ulti­mo, genero dell'ing. Arturo Gűtermann).

I Gűtermann diedero all'azienda di Pe­rosa un impulso efficace, portandola gra­datamente ad una maggior produzione di pettinato. annettendovi la filatura con 12.000 fusi, costruendo una centrale idro­elettrica, detta « della Germanasca ", che capta l'acqua molto più a monte della fabbrica, alla quale viene portata a mez­zo di canale coperto della lunghezza di 3 chilometri circa, sfociando in un bacino di compensazione della capacità di 25.000 metri cubi, pari a 25 milioni di li­tri d'acqua. La forza installata della cen­trale, è di 2.150 Kw; la capacità di pro­duzione da 8 a 10 milioni di Kwh per an­no, a seconda della fluenza dell'acqua (cioè a seconda delle condizioni idrolo­giche più o meno favorevoli)

Merito precipuo dei Gűtermann fu di stare sempre aggiornati col progresso tecnologico, dotando l'impresa dei più moderni impianti. Fu del tutto rifatto il reparto macerazione, costruito all'Inver­so, con l'installazione di caldaie elettri­che per la produzione del vapore ed un gigantesco serbatoio di vapore Ruhts (ca­pacità 200.000 litri pari a 15.000 chili di vapore) chiamato scherzosamente « Zepelin» appunto per le sue dimensioni simili a quelle del famoso dirigibile aereo tedesco di infausta memoria.

 

La « Centrale »: illuminazione ed energia elettrica a Perosa

 

Per quanto riguarda la produzione elet­trica, dopo la fine della seconda guerra mondiale, prendendo accordi col « Coto­nificio » che aveva costruito frattanto la sua nuova centrale idroelettrica, si assi­curò l'utilizzo dell'acqua uscita da tale centrale, avviandola a mezzo di canale coperto a Chiabriera, dove fu costruita una nuova centralina, detta « del Chisone superiore», della potenza installata di Kw 317. L'acqua utilizzata da quest'ulti­ma, unita a quella di uscita della « Cen­trale Germanasca» fu fatta affluire a mezzo di canale coperto là dove esiste­va la « Centrale Inverso », ormai vetusta e perciò demolita. Lì fu costruita una nuova centralina idroelettrica della po­tenza installata di Kw 875 detta del {( Chi­sone inferiore ». Una tale ristrutturazio­ne con aggiornamento degli impianti già esistenti, portò il complesso della instal­lazione alla potenza di Kw 3.342 con ca­pacità di produzione da 12 a 15 milioni di Kwh per anno, a seconda della fluenza dell'acqua. Ciò fu realizzato nel 1946. Fu così possibile soddisfare la richiesta sempre crescente della rete di distribu­zione esterna, cioè della erogazione per l'illuminazione pubblica e per le necessi­tà di luce e forza, degli utenti privati dei comuni di Perosa e Pomaretto.

I più anziani cittadini di Perosa ricor­deranno che fino al 1924 l'energia elet­trica, per l'illuminazione pubblica (allora molto scarsa) e per l'utenza privata, ve­niva erogata da una vecchia centralina sita in quell'antico edificio chiamato « ex Molino Gay ». Impianto primordiale, mol­to carente, di proprietà dell'avv. Giovan­ni Gay, che per l'esercizio della piccola officina si era associato ad alcune altre persone. Dal 1925, dopo l'istituzione del­la « Centrale Germanasca», la Gűtermann acquistò la centralina dell'« ex Molino Gay » e la demolì, assumendosi l'im­pegno della distribuzione dell'energia elettrica per uso pubblico e privato, per tutto il territorio dei comuni di Perosa Argentina e Pomaretto, facendo giunge­re la luce elettrica alle più lontane bor­gate e a casolari isolati raggiungibili a mezzo di mulattiere. L'esercizio della rete esterna di distribuzione era econo­micamente passivo, data l'estensione della, nuova rete impiantata dalla Gűtermann. Si tenga conto dell'ubicazione de­gli utenti di quelle borgate e, ancor più, degli sperduti casolari a cui ho accenna­to, e si potrà capire quanto incideva il costo della manutenzione delle linee, specie durante il lungo inverno. Eserci­zio economicamente passivo, ma i Gűtermann non esitarono a rendere un ser­vizio che migliorasse le condizioni di vi­ta degli abitanti del luogo. La rete di di­stribuzione esterna era arrivata a conta­re più di 4.000 utenti: tra questi gli arti­giani e le Amministrazioni Pubbliche, con gli uffici comunali e governativi, le scuo­le e soprattutto l'illuminazione delle stra­de dei due comuni.

Il 6 dicembre 1962 giunse la nota legge n. 1643, detta ‘ della Nazionalizzazione dell'Energia Elettrica ‘, in forza della quale la ‘ rete esterna’  fu dovuta cede­re all'« ENEL  ente di Stato.

 

Le opere sociali

 

E torniamo alla fabbrica, al « Setifi­cio ‘ come il pubblico la chiamava. I Gűtermann fin dall'inizio della loro atti­vità a Perosa, già negli anni Ottanta, co­me si direbbe oggi, ma del secolo scor­so, programmarono una più intensa ed estesa produzione. Ciò comportava, ne­cessariamente, l'assunzione di mano d'o­pera particolarmente femminile, che fu possibile reperire in vallata solo per po­chissimi elementi. Allora l'emigrazione verso la Francia era notevole, special­mente da parte delle donne che trovava­no facilmente lavoro a buone condizioni, in qualità di domestiche in case private o di cameriere d'albergo. Di qui la ne­cessità di importare braccia da lavoro in maggioranza femminili dal Veneto, regio­ne che ne disponeva largamente. Poiché necessitavano ragazze giovani, fu istitui­to un convitto per le giovani operaie, molto ben amministrato dalle « Suore del S. Natale n. La retta era molto modesta ed il trattamento decoroso. Le ragazze ben assistite dalle Suore anche nelle lo­ro questioni economiche, riuscivano sen­za farsi mancare nulla del necessario, ad inviare aiuti alle famiglie, quasi tutte in stato di indigenza (per questo le fami­glie facevano il sacrificio di distaccarsi dalle figliuole). Le convittrici ad un dato momento raggiunsero il numero di 130.

Bisognava altresì costruire gli alloggi per le famiglie, i cui componenti, o par­te di essi, lavoravano nella fabbrica. Dal Veneto non arrivarono solo ragazze iso­late, ma anche famiglie intere.

Le opere sociali dell'azienda furono completate con l'istituzione di un nido per neonati, di un asilo di infanzia, non­ché di un dopo-scuola per i più alti. Ai bimbi del nido venivano somministrati gratuitamente il latte, se la mamma non allattava, e le pappe complementari a tut­ti; a quelli dell'asilo e ai ragazzi del dopo­scuola la refezione calda a mezzogiorno e la merenda nel pomeriggio. AI nido era addetto personale laico, diretto da una Schwester patentata dalla Scuola Nazio­nale di Trento. L'asilo ed il dopo-scuola erano gestiti dalle Suore e diretti dal Cappellano delle Opere Assistenziali, che particolarmente assisteva, non solo spi­ritualmente ma anche scolasticamente, i maschi più alti. Le femmine più alte era­no assistite da una Suora, maestra paten­tata, come da impegno col Provvedito­rato agli Studi di Torino, sotto il cui con­trollo agiva il ({ dopo-scuola Gűtermann ». Ovviamente, le rette di frequenza erano modestissime e in alcuni casi era accor­data la totale esenzione. Fu dato avvio ad uno ({ Spaccio interno di fabbrica»

per la vendita di generi alimentari e di vestiario a prezzi convenienti e con ven­dite a credito, molto opportune in certe circostanze. Infine fu costituito un ({ Fon­do Rodolfo Gűtermann » per elargizione di sussidi alle famiglie di lavoratori in stato di indigenza o colpite da situazioni di disagio. Nel 1934 fu costruito uno splendido edificio per il ({ Dopolavoro Aziendale» con biblioteca, bagni, docce ed un grande salone per feste e confe­renze. Fu edificato un campo sportivo, dotato di tribune, spogliatoi, docce.

Insomma, i Gűtermann vollero che i la­voratori di Perosa avessero gli stessi vantaggi che già godevano i loro colle­ghi germanici.

Un particolare risalto vorrei dare agli alloggi per impiegati ed operai, che cor­rispondevano canoni modestissimi: circa un quarto del valore di mercato. Anche l'energia elettrica per forza e luce veniva ceduta ad un prezzo notevolmente infe­riore a quello praticato dalla Società di distribuzione al pubblico: nella nostra zona, la Piemonte Centrale di Elettricità. Gli ultimi edifici costruiti per abitazioni per dipendenti, degli anni 1940-1952, fu­rono forniti di riscaldamento centrale, bagni, ed altri servizi per ogni apparta­mento: cose che allora potevano permet­tersi soltanto « i signori ‘ come sentivo dire qui.

Oggi tutte queste cose fanno sorride­re e, con una certa ironia, vengono chia­mati paternalistici i sistemi che avvedu­ti ed aperti imprenditori applicavano nel­le proprie aziende.

lo ho sempre sostenuto che le opere sociali realizzate da certi industriali non sono frutto solo di buon cuore: il lavo­ratore ben trattato produce con maggior Iena, e sente attaccamento alla ditta. Ma sidia almeno atto a tali uomini, di lar­ghezza di vedute, di aperture sociali e anche di generosità verso i dipendenti. In questa ottica, mi sembra doveroso ri­conoscere che i Gutermann non sono sta­ti secondi a nessuno in fatto di assisten­za sociale verso la gente che ha lavorato «con loro».

 

L'avvento delle fibre sintetiche

 

L'attività aziendale, dopo aver raggiun­to il massimo dell'efficienza e dello svi­luppo, vorrei dire l'optimum, negli anni Trenta quando lavoravano 1200 persone, con la seconda guerra mondiale subì una battuta d'arresto dapprima, una vera crisi in seguito. L'approvvigionamento della materia prima dai lontani mercati dell'O­riente, diventava sempre più difficile, si­no a diventare nullo. Fortunatamente al­lora era ancora abbastanza efficace la produzione nazionale di bozzoli, ma il ma­teriale disponibile costituiva a malapena un quarto di quanto sarebbe stato neces­sario per una produzione piena. Alle mol­te difficoltà è da aggiungere il fatto che, dall'8 settembre 1943, questa era divenu­ta zona di aperta guerriglia partigiana. Anche affrontando rischi, la Gűtermann

diede un buon aiuto alle unità partigiane del luogo. L'ingegner Arturo Gűtermann, avvalendosi della perfetta conoscenza del tedesco (sua lingua madre, pur es­sendo egli cittadino italiano) ma soprat­tutto della sua abile diplomazia, interven­ne di persona a risolvere situazioni mol­to difficili, a volte disperate. C'è chi per il suo intervento ebbe salva la vita; pa­recchi evitarono la deportazione in Ger­mania. Questo non va dimenticato.

La fine del conflitto trovò l'attività in­dustriale ridotta ai minimi termini. Tale stato di cose si protrasse per alcuni me­si dopo la conclusione della guerra. Nel 1947, allorché l'attività dei mercati della schappe aveva ripreso in pieno e lo sta­bilimento di Perosa marciava a pieno rit­mo, ricorrendo persino al lavoro straordi­nario, si registrava una situazione nuova, molto importante per le sue conseguen­ze, nel campo dei cucirini di seta: l'appli­cazione dell fibre sintetiche al filato per cucire.

 

Il nylon, padre delle fibre sintetiche, che fu inventato negli Stati Uniti d'Ame­rica già nel 1939, in Europa arrivò con le forze armate U.S.A. Gli industriali euro­pei si diedero da fare, introducendolo su­bito nella produzione dei cucirini. Da principio sembrava poco adatto a ciò per la sua elasticità, che non è sempre una dote, per il cucirino, quando è eccessiva (com'era appunto il caso del nylon). La Gűtermann tedesca fu pronta, prima che lo facessero altri, a studiarne l'applica­zione, che presto fu attuata mediante il funzionamento di una speciale macchina « da stiro» ideata dai tecnici della Gut­termann di Gutach che costruirono il pro­totipo nell'officina dello stabilimento. I ri­sultati furono sorprendenti.

Mi sembra opportuno, a questo punto, ricordare che il cucirino di seta era rite­nuto superiore a quello di cotone soprat­tutto per le sue doti di resistenza e di elasticità. Questa peculiarità fu valida fi­no all'avvento delle fibre sintetiche, le qual i in fatto di resistenza ed elasticità superano la seta mentre il loro costo è notevolmente inferiore. Alla multinazio­nale Guttermann si imponeva la trasfor­mazione della sua produzione passando dai cucirini di seta ai cucirini di filato sintetico. Naturalmente questo non poté essere attuato in un giorno, ma gradata­mente la produzione dei filati di seta ar­rivò quasi a zero. I consumatori, dopo qualche perplessità accettarono i nuovi prodotti che decisamente costavano me­no e sotto alcuni aspetti valevano di più. AI momento attuale, l'impiego della schappe è quasi nullo nel filato per cuci­re. È ancora richiesta da qualche « con­servatore» rimasto fedele, chissà per quale ragione, alla nobile fibra.

 

I Gűtermann lasciano Perosa

 

Un tale avvenimento comportò un in­dispensabile ridimensionamento nell'or­ganizzazione della multinazionale Gűtermann. Lo scossone fu particolarmente

sentito dalla consociata italiana. Anzi, in fatto di esuberanza di personale, solo Perosa subì una conseguenza. Le altre consorelle, ed anche la casa madre, eb­bero da risolvere soltanto questioni di organizzazione tecnica e commerciale.

Certamente questioni importanti, ma ri­solvibili; il personale trovava all'incirca il medesimo impiego: anziché lavorare col pettinato di schappe, lavorava col pettinato (fiocco) di poliestere, cioè quella fibra sintetica che fu scelta per il cucirino fra le molte derivate dal nylon. Ma il poliestere viene prodotto dalle fab­briche chimiche tedesche. A Perosa le commesse del pettinato di schappe fu­rono ridotte quasi a zero. La produzione del pettinato destinato ai cucirini rappre­sentava il 60% dell'attività dello stabi­limento di Perosa; il 40% era costituito dalla lavorazione di quella materia greg­gia, che non adatta al cucirino, veniva trasformata in filato per le tessiture di seta. Che fare in una simile contingenza? La direzione di Perosa si diede da fare per trasformare la produzione dello sta­bilimento. Fu principalmente studiata la applicazione dei filati misti, « seta/lana » e « seta/sintetico" per tessitura. Parti­colarmente il secondo ebbe un discreto successo.

Tuttavia questi accorgimenti non riu­scirono a trovare impiego a tutto il per­sonale resosi esuberante, per cui un cen­tinaio di operai fu messo a « Cassa in­tegrazione guadagni ". Economicamente il colpo fu gravissimo. Il deficit aumenta­va sempre di più.

Un tale stato di cose non poteva con­tinuare. La direzione del Gruppo (Gutach) volle assolutamente evitare la messa in liquidazione della consociata italiana e le gravissime conseguenze che sarebbero derivate ai lavoratori; si rivolse perciò alla sola industria italiana della schappe ancora esistente e ormai sola in Europa: la « Società per la Filatura dei Cascami

di Seta di Milano ", oggi « Cascami 1872, Filatura Italiana della Seta». La società di Milano era disposta ad assumersi l'impegno della continuazione del lavoro,' ma non intendeva corrispondere nemmeno una lira per la cessione del­l'impresa.

Le trattative, già lunghe e laboriose, furono sospese. Frattanto per poter so­pravvivere necessitava dell 'ossigeno... Fu messo in vendita il patrimonio immo­biliare, ad iniziare dalle due ville dei cu­gini Gűtermann, ancora occupate dalle loro famiglie (loro erano già deceduti): entrambe erano dotate di ampio parco, per cui il ricavo fu abbastanza consisten­te. Poi si vendettero ad impiegati ed ope­rai gli alloggi in cui abitavano. Fatta ese­guire una valutazione dal perito ufficiale dell'Istituto Bancario San Paolo di Tori­no, ad ogni lavoratore fu offerto l'allog­gio ad un prezzo inferiore del 30%, ed in alcuni casi del 40%, di quello peritato. Chi non disponeva della somma, poteva contrarre un mutuo col « San Paolo» a condizioni favorevoli per un accordo fra l'Istituto e la Società. Entrarono così nel­la cassa della Società parecchie centi­naia di milioni di lire a rinsanguare l'asfit­tica economia aziendale, con l'importante risultato di non far mancare mai gli sti­pendi ed i salari ai dipendenti: la dire­zione del Gruppo, a Gutach, era partico­larmente preoccupata di questo risultato ed esortava la direzione di Perosa di ten­tare all'uopo ogni mezzo.

Riprese le trattative, alla fine i Gűtermann dovettero cedere: {{ neanche una lira n. Peraltro la ({ Cascami» si prese carico di un impegno economico molto pesante che le costò parecchie centinaia di milioni di lire. Oggi l'organico è di 420 persone.

L'impresa ha cambiato la ragione so­ciale in ({ Filseta Vai Chisone S.p.A.»con sede sociale a Perosa Argentina e amministrazione a Milano. Lo stabilimen­to è stato ristrutturato, gli impianti sono stato modernizzati, ampia variazione ha subito la produzione con una gamma estesa di nuovi articoli.

C'è grande fiducia per l'avvenire.

 

IL COTONIFICIO

 

Gli svizzeri alla « scoperta» dell'Italia

 

« La data ufficiale della nascita in Italia della industria cotoniera vera e propria può essere fissata intorno al 1808, anno in cui gli svizzeri Gian Giacomo e Si­gismondo Mueller impiantarono a Intra (Lago Maggiore) una filatura meccani­ca bene attrezzata (ora Cotonificio Ver­banese) che secondo un rapporto tra­smesso dal Vicerè d'Italia a Napoleone I, nel 1810, era integrata da 52 telai. A ri­cordare l'avvenimento venne posta una lapide che ancora si legge sulla facciata della primitiva sede della filatura, al con­vento delle Agostiniane di Intra. L'iscri­zione dice:

" In questo luogo già chiesa

del Monastero di Sant'Antonio Gian Giacomo Mueller di Zofingen impiantò nel 1808 una filatura meccanica del cotone la prima in Italia".

È quanto si legge a pagina 40 di “ Sto­ria della industria cotoniera italiana ", èdita dal Cotonificio Cantoni in occasio­ne del suo centenario di vita 1872-1972. E I 'ho voluto premettere, in quanto da quel brano si può capire la ragione per cui, più tardi, avveduti imprenditori sviz­zeri ebbero tanta parte nell'affermazione e nello sviluppo dell'industria cotoniera in Italia.

Sulla spinta dell'iniziativa degli sviz­zeri fratelli Mueller, sorsero negli anni 1815-30, ad opera di coraggiosi imprendi­tori italiani, altre filature di cotone. Cite­rò i nomi dei " pionieri" più importanti, tutti della plaga Busto-Arsizio, Legnano, Gallarate: Andrea Ponti di Solbiate - Co­stanza Cantoni di Castellanza - Pasquale Borghi di Varano - Pietro Bellora di Gal­larate - Giuseppe Crespi di Vaprio d'Ad­da. Tutti, chi più chi meno, si avvalsero dell'opera di tecnici della vicina repub­blica elvetica. Va tenuto conto che gli svizzeri, coi tedeschi, furono i primi del continente europeo ad apprendere il me­stiere dagli inglesi, precursori della fila­tura meccanica del cotone con John Kay ed Eli Whitney che nel Lancashire avvia­rono le prime filature.

In Italia dopo il 1830, l'incertezza della situazione politica ed economica e in se­guito anche le guerre di indipendenza, se­gnarono una battuta d'arresto al fervore dei primi audaci imprenditori tessili, che avevano seguito la scia lasciata dagli svizzeri Mueller.

 

Occupata Roma nel 1870, e completata con ciò l'unità d'Italia, il clima nazionale fu sgombro da preoccupazioni di ordine militare e politico e l'attenzione generale venne rivolta ai problemi sociali ed eco­nomici. Tutto il Paese fu caratterizzato da un periodo di distensione, che favorì l'assestamento di alcune situazioni. In tale clima che ispirava piena fiducia, la finanza internazionale vide con interesse l'impiego di capitale in Italia e particolar­mente furono gli svizzeri ad inserirsi nel campo del credito, delle assicurazioni, ma soprattutto dell'industria tessile, for­se memori degli ottimi risultati consegui­ti dai loro connazionali all'inizio del se­colo. Così arrivarono qui gli Jucker (Co­tonificio Cantoni), i Furter (Cotonificio Furter), gli Abegg (Cotonificio Valle di Susa), i Wild (dapprima socio con Abegg, quindi singolarmente: Cotonificio Wild), gli Honegger (Cotonificio Honegger). Ho citato i maggiori. Ci furono numerosi al­tri minori, e fra questi Jenny e Ganzoni (quest'ultimo un ticinese), che presero stanza a Perosa Argentina.

Come è stato precedentemente detto, nel 1882 i Bolmida abbandonarono la loro attività industriale e la loro residenza pe­rosina, ritirandosi a Torino o ad Alessan­dria, da dove erano provenuti. I loro im­mobili e gli impianti di Perosa furono ac­quistati dagli svizzeri Jenny e Ganzoni che utilizzarono ben poco della struttura industriale esistente. Peraltro acquistaro­no un buon appezzamento di terreno di fronte alla filanda, e vi edificarono, ex novo, una fabbrica per la filatura del co­tone. La ex filanda fu dapprima usata co­me magazzino, quindi adattata ad abita­zioni per capi ed assistenti dell'opificio. Per dare veste legale all'impresa, costi­tuirono nel 1883, una società in nome col­lettivo: « F. & C. Jenny e Ganzoni » (Fritz e Caspar Jenny e avvocato Antonio Gan­zoni), per l'industria della filatura del co­tone e la vendita dei prodotti ottenuti. La nuova fabbrica ebbe un buon andamento.

Vi lavoravano 300 persone, salite a più di 400 verso l'anno 1900.

 

La dinastia degli Abegg

 

Frattanto gli Abegg di Zurigo avevano iniziato la loro attività ne Il 'industria coto­niera italiana, affermandosi in modo pre­ponderante in Piemonte con larghezza di mezzi finanziari.

Ma chi sono gli Abegg? Si tratta di una famiglia svizzera di facoltosi finanzieri di antica tradizione, che con altri costituiro­no lo Schweizerische Kreditanstalt, me­glio conosciuto internazionalmente con la denominazione francese di « Crédit Suisse» (nella Svizzera italiana è chia­mato « Credito Svizzero »), tuttora una delle più importanti banche d'Europa. Gli Abegg ne sono ancora oggi i maggiori azionisti e naturalmente partecipano al consiglio di amministrazione. Ma eviden­temente la banca non riusciva a riempire la vocazione operativa di questa famiglia i cui membri diventarono grandi impren­ditori industriali e parteciparono in misu­ra maggioritaria a grandi multinazionali a tutti note, come la « Nestlé » e la « Mag­gi » (quella del brodo in dadi) ed altre an­cora. Ma la prima avventura industriale la vollero vivere in Italia i fratelli Carlo e Augusto, figli di Julius Abegg Arter. Nel 1880 il primo entrò nel settore seri­co impiantando una filanda di seta a Gar­late (in provincia di Como), seguita da un'altra nella vicina Olginate e da altre ancora nel bergamasco. Augusto prese la via del Piemonte, scegliendo il più ca­pace settore cotoniero.

Così Augusto Abegg col socio Emilio Wild, un tecnico della filatura del cotone, costituì in Torino nel 1880, una società in nome collettivo, « Filatura Wild & Abegg ", che ebbe il suo primo stabili­mento a Borgone di Susa. Nel 1884 fu aperta la seconda fabbrica a Torino detta « Stabilimento Dora" perché sulla riva della Dora Riparia. Seguì nel 1900 quello di S. Antonino di Susa. In tempi successi­vi sorsero filature e tessiture a Busso­leno, Pianezza e Susa per un complesso di 200.000 fusi e un buon numero di telai.

 

Ad un certo punto fra Augusto Abegg ed Enrico Wild i rapporti'si interrompono. Nel 1913 Wild recede dalla società e con­tinua in proprio l'attività della filatura e tessitura del cotone, impiantando stabili­menti a Novara e a Piasco, in provincia di Cuneo. Augusto Abegg non si preoccupa e associa a sé il fratello Carlo, che peraltro non abbandonerà la sua attività di setaiolo in Lombardia.

Nel 1914 viene costituita una società in accomandita semplice tra i fratelli Au­gusto e Carlo Abegg con la ragione so­ciale « Cotonificio Valle di Susa di Abegg & C. » con sede in Torino, col capitale di 10 milioni di lire attribuito per 3 quinti al Comm. Augusto Abegg e per 2 quinti al fratello Carlo.

 

Nella sua fervida politica di espansio­ne, Augusto Abegg trova interessante la filatura di Perosa per i suoi impianti adat­ti per filare i titoli fini.

Così nel 1920 entrano a far parte della società in nome collettivo « Jenny e Gan­zoni" di Perosa, il Comm. Augusto Abegg personalmente ed il Cotonificio Valle di Susa di Abegg & C.

Nel novembre 1922 recede dalla ditta l'avvocato Ganzoni e la società in nome collettivo si scioglie per dar posto ad un nuovo organismo: « Società Anonima Co­tonificio di Perosa Argentina ", con sede sociale a Torino, le cui azioni saranno ri­partite in misura diversa fra Augusto Abegg, Gaspare Jenny di Federico e Ar­turo Aebly (cognato di Jenny).

 

 

Werner alla guida del C.V.S.

 

Nel maggio 1923 la società in acco­mandita semplice « Cotonificio Valle di Susa » di Abegg & C. viene trasformata

in « Società Anonima Cotonificio Valle di Susa » col capitale di 5 milioni di lire, le cui azioni vengono attribuite per 3 mi­lioni ad Augusto Abegg e 2 milioni al fra­tello Carlo. Nel novembre 1924 all'età di 63 anni moriva Augusto Abegg, vittima di un infortunio in fabbrica, schiacciato da un montacarichi. Il municipio di Torino gli dedicò una strada tuttora esistente nel quartiere Molinette. Augusto non la­sciò figli. La guida della società fu assun­ta dal fratello Carlo che naturalmente fu eletto Presidente del Consiglio di Ammi­nistrazione. Egli aveva una figlia e due figli: di questi il minore, Werner, già nel 1923 all'età di 19 anni, aveva iniziato il suo tirocinio, assegnato allo stabilimento

di Perosa, che il compianto zio riteneva il più adatto per imparare il mestiere, da­to l'impegno che richiede la filatura dei titoli fini. Questa prerogativa dello stabi­limento di Perosa è continuata nel tem­

po, costituendo una tradizione che ancora oggi è valida, anche se non è più quel " fiore all'occhiello» come lo considera­vano gli Abegg e più tardi anche i Riva. Dai dirigenti della sede di Torino lo sta­bilimento di Perosa veniva scherzosa­mente chiamato l',, Università » per i tec­nici del C.v.S.

L'officina di riparazione fu ampliata e dotata della necessaria attrezzatura per funzionare da officina di costruzione con 60 meccanici. Ma poi Giulio Riva la in­corporò in una società di sua costituzio­ne in Torino: FATAC (Fabbrica Attrezza­ture Tessili Affini Ceirano), con program­mi molto più estesi.

Werner Abegg, compiuto il suo training a Perosa, passa ad altri stabilimenti per assumere cognizioni di tessitura e tinto­ria ed avrà poi spazio e posto a fianco del padre, in sede, a Torino. Ma entrerà a far parte del Consiglio di Amministra­zione solo nel 1929 e verrà finalmente nominato Amministratore Delegato nel 1931.

Nell 'ottobre 1940 riterrà opportuno prendere la via degli Stati Uniti d'Ameri­ca, dove convolerà a nozze con una Mor­gan della potentissima famiglia dei noti banchieri americani (tutta l'acqua va nel mare...).

Così il padre, rimasto solo al vertice del Gruppo cotoniero, in età molto avan­zata (79 anni) chiama al suo fianco l'altro figlio, Carlo Julius, che aveva seguito l'at­tività iniziata dal padre stesso nel campo

della seta in Lombardia. Gli viene attri­buito il ruolo di Amministratore Delegato (lasciato vacante da Werner); ma, come aveva fatto a suo tempo il suo genitore, non abbandonerà l'attività del setaiolo, « sdoppiandosi» per arrivare dinamica­mente a tutto, dato che il padre con la sua tarda età può fare ben poco e ad un certo momento niente più del tutto, cioè dal 16 settembre 1943 quando muore a Torino all'età di 83 anni. Werner non rien­tra in Italia neppure a seguito del triste evento. Per lui spira aria infida non solo in Italia, ma anche in Francia, occupata dai tedeschi, che avrebbe dovuto attra­versare per recarsi in Italia o in Svizzera.

Solo nel maggio 1946 Werner rientre­rà in Italia. Riprende subito la direzione del Gruppo cotoniero e nel 1947 è rielet­to Amministratore Delegato, quindi an­che Presidente; il fratello Carlo, pur con­tinuando a far parte del Consiglio di Am­ministrazione come semplice Consiglie­re, riprende in pieno la sua attività di se­taiolo in Lombardia.

 

 

 

 

 

Il 17 febbraio 1944

 

Che cosa era successo nel frattempo

a Perosa? Nel 1939 viene deliberata la fusione per incorporazione del Cotonifi­cio di Perosa Argentina nella «Società Anonima Cotonificio Valle di Susa n. Jen­ny e Aebli sono, naturalmente, estromes­si e liquidati amichevolmente. La fabbri­ca di Perosa diviene di fatto uno dei mol­ti stabilimenti del complesso C.v.S. e perde ogni autonomia. L'opificio è guida­to dagli Abegg con i migliori intenti. An­che nelle istituzioni sociali operano con larghezza di mezzi, pur senza raggiunge­re la prodigalità dei Gutermann.

\I periodo che va dall'8 settembre 1943 alla Liberazione, fu duro anche per il Co­tonificio. Una filatura specializzata per la produzione di titoli fini, con l'impiego perciò del miglior cotone sodo cioè il Makò (cotone egiziano) puro o in mista con 1'« America prima n, era costretta a lavorare il rayon o il cotone siciliano! Tutt'altra cosa! Le macchine non si adat­tavano. Ma questi inconvenienti erano nulla a confronto dei guai molto più seri e pericolosi derivanti dalla guerriglia partigiana contro i nazi-fascisti. Chi I 'ha vissuto non può dimenticare quel tragico 17 febbraio 1944, quando il paese fu tur­bato da più di tre ore di cruente opera­zioni che provocarono due morti ed alcu­ni feriti fra la popolazione civile e non si è mai saputo quanti tra le truppe tede­sche. Un partigiano dal tetto di una casa aveva lanciato alcune bombe su due ca­mion in arrivo, carichi di S.S. per un « ra­strellamento». I partigiani ebbero due morti ed alcuni feriti. Alle 17 di sera al­l'uscita degli operai dalle due fabbriche, Setificio e Cotonificio, tutti gli uomini fu­rono fermati e concentrati nel cortile del­la casa Prever. Il capitano delle S.S., che comandava il reparto che avrebbe dovu­to operare il « rastrellamento», voleva procedere ad una decimazione: « per da­

re una lezione» diceva; « troppi i morti. e i feriti che abbiamo avuto}) gridava. Il direttore del Cotonificio Signor Carlo Bosshard, uno svizzero tedesco, insieme

ali 'ingegner Arturo Gűtermann per il Se­tificio, accorsero sul luogo del concen­tramento e si diedero disperatamente da fare dichiarando e garantendo che si trat­tava di tutti loro operai, e a ricordare che le loro fabbriche lavoravano anche per le truppe di occupazione e per l'esportazio­ne programmata di prodotti in Germania. Tutte queste esortazioni espresse nella sua lingua, perciò maggiormente suaden­ti, dopo più di un'ora di trattative, con­vinsero il capitano tedesco a liberare tut­ti gli ostaggi: erano circa 200, alcuni giàmessi al muro. Si accontentò di rientra­re a Torino con alcuni partigiani cattu­rati dai suoi uomini in rapidissimo ra­strellamento sulle vicine pendici. L'ansia fu immensa!

Con la fine del conflitto e la Liberazio­ne, nel 1946 rientrò dall'America, come

detto, il Signor Werner Abegg e il Coto­nificio Valle di Susa riprese il suo asset­to normale. A Perosa vengono ultimati i lavori della nuova centrale idroelettrica, alimentata da acqua del Chisone captata oltre Meano, convogliata alla fabbrica mediante canale coperto della lunghez­za di 2 chilometri circa e regolata da ca­pace bacino di compensazione. La poten­za installata è di Kw 2.800; l'acqua in uscita dalla nuova centrale, per accordo intervenuto col Setificio, si unisce a quel­la in uscita dalla centrale Germanasca del Setificio stesso.

 

 

Giulio Riva: da ({ stradin » a miliardario

 

Tutto sembrava filare nel migliore dei modi, quando verso la fine del 1947, ino­pinatamente arriva la sconcertante noti­zia: gli Abegg stanno trattando la vendita del loro complesso industriale. Qui le versioni sono diverse e come sempre succede, si incrociano, si smentiscono

l'una l'altra. La più verosimile, ma per la quale avanzo ogni riserva, sarebbe la se­guente: i parenti di Werner, comproprie­tari del patrimonio investito in Italia (spe­cialmente la sorella Annie), sono molto preoccupati dell'andamento politico del nostro Paese e vorrebbero realizzare i loro beni. Werner sarebbe stato contra­rio a tale determinazione, ma avrebbe fi­nito per accedere alla .proposta dei suoi. Così inizia il negoziato con Giulio Riva di Milano per la vendita di tutto il com­

plesso « Cotonificio Valle di Su sa S.p.A. ».

Giulio Riva. « Chi era costui?». Non un illustre « Carneade» ma un nuovo astro apparso nel firmamento dell 'indu­stria tessile con veemenza, nella metà degli anni Venti, " per la strada dei fiori d'arancio», come ha scritto qualcuno: lui che era uno" stradin », come si dice in Lombardia (e che, perciò, di strade se ne intendeva!), assistente di una impresa di costruzioni stradali che in quel momen­to (1925) eseguiva lavori di riattamento dei viali interni dello stabilimento di Para­biago dell'" Unione Manifatturiere» ed anche del parco della villa dei titolari. Era costume allora (per molti rimasto) che entro il terreno che contiene la fab­brica, dovesse trovare posto l'abitazione dei padroni. Tale abitudine derivava dal­l'idea che gli imprenditori ritenevano di doversi sentire un corpo solo col loro opificio, che era tutta la loro vita. “ Re­gnava » su quel potente complesso del­l'industria tessile (Unione Manifatture) che comprendeva nove stabilimenti di­slocati nei centri vicini, il senatore Felice Gaio. Dal suo matrimonio con Ida Lam­pugnani, figlia di altro industriale del co­tone, non erano nati rampolli, per cui fu adottata dai Gaio la nipote Raffaella Lam­pugnani, erede dunque di quella enorme

fortuna.

Giulio Riva era un bell'uomo; atletico, elegante, dalla parola facile, intelligente, dinamico, gran lavoratore, ma soprattutto scaltro, scaltrissimo. Seguendo il lavoro dei suoi uomini impegnati nei viali dello stabilimento ed anche nel parco della villa, attirò l'interesse della Raffaella e fra le gardenie, le mimose ed i gelsomi­ni, nacque l'idillio col bel Giulio col qua­le ben presto convolò a nozze.

Dunque l'ex stradin entra a bandiere spiegate nell'" Unione Manifatture ", uno dei più importanti complessi dell'indu­stria cotoniera italiana.

Allora, cioè negli anni Venti, l'industria tessile in Italia era ciò che rappresenta oggi la FIAT: il settore trainante dell'eco­nomia nazionale. L'" Associazione Coto­niera Italiana" (con sede a Milano, non a Roma) era un organismo efficace, ben organizzato. Vorrei dire che incideva, al­lora, sull'economia della nazione come

potrebbero fare oggi (e fanno) la FIA T e la Olivetti unite.

In questo impero del tessile, l'ex stra­din si destreggia subito agevolmente: lui, che proveniva da miseria nera e che a 11 anni era costretto a lavorare in cantiere per aiutare la mamma, rimasta vedova di un casellante delle ferrovie dello Stato, a Saronno.

 

Veniva dal nulla. Ma per la sua vivacità, la sua intelligenza, la grande volontà, si affermò presto. Aveva frequentato re­golarmente solo le scuole elementari, ma studiando di sera conseguì il diploma da geometra. Quando a 25 anni sposò Raffaella Lampugnani. di cotone non ne sapeva niente. Fece presto ad apprende­re buone cognizioni, ed ottenuta la nomi­na di Amministratore Delegato dell'.. u­nione Manifatture », si lanciò con disin­voltura negli affari aziendali, seguendo esattamente le istruzioni dello zio Sena­tore, Presidente della Società.

 

Imprenditore d'assalto

 

Alla morte dello zio, le redini del com­plesso passano a lui e le cose cambiano. Riva si accorge di avere più il tempera­mento del finanziere che dell'imprendito­re e con la massima spregiudicatezza si lancia nell'ambiente della borsa e delle banche. Anche se guardato dapprima con sospetto, non si preoccupa e, lanciato a tutta forza, riesce ad estendere la sua in­fluenza al firmamento della finanza.

Dà scalate a società come il “ Cotoni­ficio Fratelli dell'Acqua ", il “ Cotonificio Olcese » e la “Chatillon ,,; tenta perfino con la “ Snia Viscosa ": senza riuscirvi, ma guadagnando fortemente nell'opera­zione di compra-vendita dei titoli mano­vrati. Fuori della borsa, intreccia altre importanti operazioni: acquista aziende, altre ne cede; assistito sempre, diceva­no, da una fortuna sfacciata. Nel momen­to del suo massimo fervore operativo, viene a conoscere l'intenzione degli Abegg di sbarazzarsi del complesso “Co­tonificio Valle di Susa ". Non pone tem­po in mezzo e prende contatto con Wer­ner Abegg. Dopo brevi trattative l'affare viene concluso, si dice per ottanta mi­lioni di franchi svizzeri. Il pagamento do­vrà avvenire per tredici milioni subito, il resto a rate da stabilire. Werner Abegg resta nel Consiglio di Amministrazione con la carica di Presidente. Riva si ac­contenta del ruolo di Vice Presidente, ma con poteri uguali a quelli del Presidente; di fatto però avrà la direzione dell'impre­sa e questo è sancito chiaramente nelle condizioni. Si affianca il ragionier Aldo Camagna, già Amministratore Delegato della « Cucirini Cantoni Coats » di Mila­no, suo amico, perciò uomo di sua asso­luta fiducia, valentissimo manager, e gli fa conferire dal Consiglio di Amministra­zione la qualifica di Direttore Generale con pieni poteri.

Werner Abegg pur mantenendo, come ho detto, la carica di Presidente, si limi­ta, di fatto, a presenziare alle riunioni del Consiglio di Amministrazione ed alle as­semblee. La sua permanenza a quel posto ha lo scopo di garantirsi l'incasso delle quote restanti, che devono essere state versate molto lentamente, se le sue di­missioni vengono date il 18 maggio 1960, cioè 13 anni dopo.

È negli anni Trenta che egli dà la stura alla sua forte vocazione di operatore fi­nanziario, manipolatore di pacchetti azio­nari e di spregiudicate speculazioni. Do­po la morte del Senatore Gaio, lo zio Fe­lice, non ha la minima inibizione. La guer­ra favorisce le sue manovre, come l'ac­quisizione della maggioranza dell”'Olce­se ", allora la più importante filatura (so­lo filatura) di cotone e rayon coi suoi 400 mila fusi.

 

Gli anni d'oro del C.V.S.

 

Nel 1947 per l'adempimento del gros­so contratto pattuito con Werner Abegg, approda alla riva del Po e acquisisce il « Cotonificio Valle di Susa ». Il già gigan­tesco complesso viene ulteriormente po­tenziato. Altri stabilimenti vengono ac­quistati ed assegnati al C.V.S., ad arric­chire la collana del Gruppo. Si aggiungo­no infatti il « Cotonificio Vai di Lanzo», il « Cotonificio di Strambino », ed altri mi­nori. Fanno inoltre parte del Gruppo, una quarantina di società commerciali o fi­nanziarie in Italia ed all'estero, fra cui la « Susa France » a Parigi ed altra simile a Zurigo.

La potenza del {( Valle di Susa » all'e­stero si estende. In Argentina Riva firma con le competenti autorità l'impegno per impiantare ed avviare una filatura e tes­situra di cotone a Rosario De Santa Fè. Viene costituita la « Extesa Società Ano­nyma» con amministrazione e sede so­ciale a Buenos Aires.

Il complesso raggiunge la massima po­tenza negli anni Cinquanta; è il momento di maggiore splendore: 350 mila fusi di filatura, 100 mila fusi di ritorcitura, 4 mi­la telai, 3 tintorie. Questi impianti sono distribuiti in 13 stabilimenti, di cui 12 in provincia di Torino e uno a Trecate in provincia di Novara.

È il periodo in cui a Perosa sono in at­tività 50 mila fusi di filatura e 18 mila di ritorcitura con 1200-1300 operai.

Dopo la morte del Direttore Generale Camagna, come detto, Giulio Riva accen­tra tutto su di sé.

Nel 1959 inizia il suo training al C.V.S. il ragioniere Felice Riva, il primogenito. Suo fratello Vittorio, di qualche anno più giovane, anche lui sarà « ragiunat » e sa­rà destinato al gruppo « Unione Manifat­ture » di Parabiago. Vi è infine la figlia Ida, ancora molto giovane. La dinastia dei Riva dovrà erigersi su due granitici mo­noliti: uno in Piemonte, l'altro in Lombar­dia. Nell'insieme costituiranno il più im­portante complesso tessile dell'Italia e forse dell'Europa. Così vagheggiava Giu­lio quando la morte lo colpì nel 1960, a soli 59 anni, senza essere arrivato in tempo ad instradare il figlio Felice nella conduzione del C.V.S. l'altro figlio Vittorio, come era stato programmato, sarà destinato all'" Unio­ne Manifatture », cioè al gruppo lombar­do, e potrà appoggiarsi allo zio Raffaele Lampugnani, che, se non ha le capacità e la destrezza di Giulio Riva, è però un avveduto industriale che ha saputo far navigare la barca anche nelle acque tem­pestose degli anni Sessanta e Settanta. Oggi Vittorio guida il Gruppo con impe­gno e destrezza.

Giulio Riva morì in una clinica milane­se a seguito di una banale operazione di appendicite. Quando passò ad altra vita il suo impero era costituito da 600 mila fusi di filatura e 150 mila di ritorcitura, perlomeno 10 mila telai e 15 mila dipen­denti distribuiti su 25-30 stabilimenti: de­cine di società commerciali e finanziarie controllate e collegate in Italia ed all'e­stero.

 

Ma non fu mai un industriale, un im­prenditore, un manager nel senso proprio di tali termini. la sua fortuna economica gli derivò sopratttuto dalle manovre fi­nanziarie, dalle operazioni di borsa, dove egli seppe sviluppare la sua intuizione. Senza mancare, tra l'altro, di commettere degli errori. Il più grosso fu quello di ri­tenere che il cotone avesse sempre un impiego prioritario. Non volle mai ascol­tare chi gli diceva che il ruolo-guida in Italia, come in altri Paesi a grande svi­luppo industriale, non sarebbe più stato dei tessili, ma della meccanica. « Mac­ché! - diceva. - l'industria tessile, e particolarmente la cotoniera, sarà sem­pre il pilota dell'economia nazionale ». E così allargava sempre lo spazio del suo dominio acquistando altri stabilimenti, assorbendo altre industrie decotte, anzi­ché ridimensionare quelle che già aveva. Un gigantesco complesso industriale-fi­nanziario, che nel maggio 1960 venne im­provvisamente a gravare sulle spalle di un inesperto venticinquenne: il figlio Fe­lice.

 

“ Il Delfino del cotone “

 

Giova a questo punto la presentazione del giovane Riva sino al momento della assunzione del potere.

Dopo le scuole medie inferiori, fre­quenta il collegio « Leone XIII» di Mila­no, scuola privata per ragazzi di famiglia ricca, e si diploma ragioniere. Ragioniere e basta: secondo la tradizione che vuole i padroni ideali delle fabbriche tessili dei « ragiunat », perché questo è il tipo di studi che più si addice per dirigere le aziende. L'esperienza insegna. (Più tardi, come ho detto, il tiglio minore Vittorio sarà anche lui un ({ ragiunat »).

Di corporatura atletica come il padre, praticava vari sports: dall 'automobilismo di competizione (dilettanti), al tennis, al­lo sci e soprattutto al nuoto. Il papà lo la­scia divertire per qualche anno dopo il diploma. In fatto di lavoro fin qui nulla. Compiuti i 24 anni il padre gli ordina: « Tu vai a Torino e stai là al C.V.S. Prima farai un po' di pratica negli stabilimenti, poi negli uffici ». A Felice abitare a To­rino non piace, ma non ha scelta. È faci­le capire con quale entusiasmo lavorasse e con quanta solerzia. Il primo stabili­mento del suo apprendistato fu, seguen­do l'antica tradizione, quello di Perosa Argentina.

Ebbi più di una occasione di intratte­nermi con lui. Il suo training procedeva lentamente e stancamente. Dormiva nel­la foresteria dello stabilimento. I suoi week-end a Milano erano sempre prolun­gati, intercalati da « scappate» durante la settimana. Credo non si rendesse nep­pure conto esatto delle proporzioni del suo potere economico.

Nonostante questa sua impreparazione il 18 maggio 1960, a venti giorni dalla morte di suo padre, Felice Riva entra nel Consiglio di Amministrazione che lo no­mina subito Direttore Generale con pieni poteri. “Da questo momento il Consiglio di Amministrazione cessa, si può dire, di essere un organo volitivo e si limita ad approvare tutto ciò di cui viene informato quasi sempre a posteriori” : così scrive­va il Curatore fallimentare nella sua rela­zione. Insomma Felice Riva, si può dire, non entra ma irrompe nel Consiglio di Amministrazione ed assume la direzione assoluta della società.

 

Come dissipare una fortuna

 

Per rendere l'idea della leggerezza che segna fin dall'inizio la nuova gestione, è interessante riferire che uno dei primi provvedimenti fu quello di variare di fatto la ragione sociale, senza peraltro svolge­re la regolare pratica presso il Tribuna­le, previa deliberazione dell'Assemblea

degli Azionisti. « Tanto è lo stesso; si chiami" Cotonificio Valle Susa", che corrisponde meglio alla sigla C.V.S., ed eliminiamo la preposizione" di " » sen­tenzia.

Prosegue il Curatore Gambigliani Zoc­coli nella sua relazione: « Viene posto in essere un massiccio programma di riam­modernamento degli impianti, la cui im­prudenza è stata ampiamente lumeggiata nel capitolo concernente le cause del dis­sesto; così viene deliberato di entrare in partecipazione in ben 34 costituende so­cietà per azioni; così vengono allontanati o si allontanano dirigenti di provata ca­pacità per inserire giovani collaboratori, i quali, ammesso che fossero in posses­so di tutte le qualità occorrenti, manca­vano certamente dell'esperienza neces­saria per condurre gli affari di un com­plesso di tanta importanza. Il 5 dicembre 1961 il ragioniere Felice Riva, ferma re­stando la sua qualifica di Direttore Gene­rale, viene nominato Vice Presidente ed Amministratore Delegato e vengono rivo­luzionate le cariche interne.

Il 9 ottobre 1962 l'Amministratore De­legato informa il Consiglio che alla fine del 1962 il Cotonificio avrà una capacità produttiva per ogni giorno lavorativo di 85 mila chilogrammi di filati e di 150 mila metri di tessuti. L'euforia, mentre l'a­zienda è già avviata su una pericolosa china ».

 

Felice Riva, convinto che il « boom e­conomico» non dovesse aver fine, non ascolta chi gli consiglia prudenza e con­tinua la politica di espansione già prati­cata dal padre.

A chi gli faceva notare che il C.V.S. si era espanso già troppo, rispondeva con un sorrisino ironico, come dire: « So ben io che cosa si deve fare ».

Doveva dar lustro alla sua personalità con qualcosa di plateale per imporsi nel mondo imprenditoriale. E allora: « Gianni Agnelli ha la sua Juve? e Felice Riva avrà il suo Milan ". E se lo prende!

A quell'epoca il Milan F.C. aveva in squadra l'italo-brasiliano Altafini, consi­derato fra i migliori centro-avanti del mondo, e Rivera, di certo la miglior mez­zala d'Europa! Ma qualcosa di sensazio­nale bisognava pur fare per segnare l'ini­zio della sua presidenza! E così acquista l'italo-argentino Amarildo, che diventerà la « nuova perla rossonera ".

Certo con ciò di avere assunto il pre­stigio del grande imprenditore, vuole at­taccarsi al mondo della finanza. In piazza degli Affari non viene accettato con sim­patia. I « comenda", visti i suoi primi

exploits, dicono di lui: « Ma quello lì l'è un bamba", che nel dialetto milanese equivale a sprovveduto. Tuttavia, agenti di cambio disposti a lavorare per lui ce ne sono. E molti! Ma devono limitarsi ad eseguire i suoi ordini. Non accetta consi­gli da nessuno. Sa sbagliare da solo...

A spiegazione dei drammatici errori compiuti e delle infinite leggerezze, par­ticolare significato può avere il seguente aneddoto.

Siamo in aprile del 1965. " Direttore Amministrativo rag. Buttini (mio carissi­mo amico), dopo reiterate comunicazioni telefoniche da Torino, ottiene un appun­tamento a casa sua a Milano. (Felice si recava raramente a Torino, dove c'era pur sempre l'amministrazione]. È la sera pre­cedente la data stabilita per la riunione del Consiglio di Amministrazione che do­vrà esaminare il bilancio dell'esercizio 1964 e quindi convocare l'assemblea de­gli azionisti. Buttini presenta la bozza di bilancio e attraverso una breve relazione verbale esprime le sue serie preoccupa­zioni per la situazione del momento e an­cora più per le prospettive dell'immedia­to futuro. « E lei è preoccupato? » chie­de Felice. « No, signor Felice; - rispon­de Buttini dopo un momento di riflessio­ne - non sono preoccupato, sono ango­sciatb ». « E io no! Non sono affatto pre­occupato» strilla il giovane Riva. AI che il povero Buttini ripone le sue scartoffie nella borsa e se ne va insalutato ospite. Cinque mesi dopo veniva dichiarato il fallimento della Società. Era il 5 ottobre 1965. Non era stata presa neppure in con­siderazione la richiesta di ammissione all'amministrazione controllata.

 

Le ultime vicende

 

A tempo di record, cioè in poco più di due anni, il Curatore dottor Alberto Gam­bigliani-Zoccoli di Milano può presentare al Presidente di quel tribunale, il 31 di­cembre 1967, la sua estesissima e circo­stanziata relazione, che tra l'altro dice che i primi segni della «.. non buona ge­stione del" Cotonificio Valle di Susa" si evidenziano in modo inequivocabile fi­no dal 1961 »: dunque dalla presa di pos­sesso di Felice. E sì che la situazione economica generale era ottima! Eravamo

ancora in fase di « boom economico ».

Il fatto più inquietante, più doloroso, è che ci sono 8 mila persone senza lavoro! Naturalmente, della grossa questione si occupano le autorità governative che rie­scono a far costituire un consorzio fra « SNIA Viscosa », « Chatillon », « FIAT “, « Pirelli », quotate (vorrei dire « tassa­te ») in misura diversa. Il nuovo ente è l'« ETI - Esercizi Tessili Italiani S.p.A. », ed avvierà la gestione dal 1° marzo 1966. A 5 mila degli 8 mila lavoratori viene conservato il posto di lavoro. Per gli altri c'è il prepensionamento; per altri ancora provvidenze varie. L'indennità di liquida­zione si farà attendere per qualche anno. Il Curatore deve realizzare crediti e ven­dere beni. L'impegno E.T.I. è per cinque anni. Perciò dall'ottobre 1971 la società passa alla « Montefibre » sempre su in­vito dell'autorità governativa. Ma la Mon­tefibre, già gravata da tanti pesi, non puòsostenere anche quello dell'ex c.v.S. co­sì com'è. Viene posta in vendita parte degli stabilimenti. Quello di Perosa viene acquistato dalla « Manifattura di Legna­no », una società di vecchia data (1903) molto ben diretta ed amministrata, che ha saputo affrontare e superare le tem­peste che hanno investito negli ultimi anni le industrie tessili.

Lo stabilimento ha assunto il nome di « Manifattura di Perosa». È questa la ragione sociale di un nuovo organismo, che riflette unicamente il patrimonio e la attività di quello stabilimento. La società è una controllata della predetta « Mani­fattura di Legnano ». La sede sociale è a Milano, ma l'amministrazione, apparente­mente autonoma, è a Perosa Argentina. Esegue solo « lavorazione per conto» per Legnano.

Lo stabilimento di Perosa naturalmen­te fu coinvolto nel vortice che investì il complesso C.V.S. Ora, ridimensionato,viaggia in acque tranquille. I dipendenti sono 340, i fusi 60 mila di filatura e 23 mila di torcitura. Gli impianti sono sta­ti in gran parte rinnovati.

 


Fonti e bibliografia

 

- G. Croset-Mouchet, Pinerolo antico e moderno ed i suoi dintorni, Pinerolo, 1854

- F. Mangold - H. F. Sarasin, Contribution à l'histoire de la filature des déchets de soie, Neuchatel, 1924

- il Cotonificio Cantoni nella storia dell'indu­stria cotoniera italiana - 1872-1972, Edizione

     propria

- F. Vegliani, Nonni e nipoti. Storia degli indu­striali italiani, Officine Grafiche Milani, 1972

- G. Santerin, Il Delfino del cotone - Felice Riva: ascesa e declino di una dinastia indu­striale Consarda, Milano, 1976

 A. Gambigliani-Zoccoli, Relazione al fallimento «Cotonificio Valle di Susa S.p.A.». .