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La verità di Dante
di Francesco Piccioni
su il manifesto del 27/10/2009
Allontanato per una critica,
riassunto dal giudice: dopo aver denunciato problemi di sicurezza sui
treni ad alta velocità il macchinista Dante De Angelis era stato
cacciato. Gli era già successo nel 2006, per il rifiuto di guidare un
eurostar con il «pedale a uomo morto»
Dante dice la verità. Le
Ferrovie dello stato no, almeno questa volta. Tema della controversia:
quei treni superveloci - gli eurostar (Etr) - che si spezzano ogni tanto
in manovra (e in un caso, di sicuro, anche in marcia). Luogo della
sentenza: il tribunale del lavoro di Roma, che ieri mattina ha
riconosciuto le ragioni del macchinista e ordinato il suo reintegro sul
posto di lavoro.
Già, perché Dante De Angelis era stato licenziato a metà agosto dello
scorso anno. La sua colpa: aver parlato con la stampa, in qualità di
coordinatore nazionale dei delegati rls («responsabili della sicurezza»,
eletti dai lavoratori). Gli chiedevano del perché quei treni si
rompessero con tanta facilità; e lui aveva evocato «problemi riguardanti
gli Etr e relativi a manutenzione, controlli sulla manutenzione e usura».
Non aveva nemmeno detto che queste fossero «le cause» di quegli
incidenti; ma semplicemente che diversi «problemi» erano stati
riscontrati proprio su quelle macchine. Se si rompe un gancio d'acciaio
che deve tenere uniti due gruppi di vagoni, del resto, ci deve essere
qualcosa che non va nei materiali, o nel modo di verificarne la tenuta.
Scegliete voi la parola che descrive meglio le possibili «cause».
* * *
Ieri mattina viale Giulio Cesare ha ospitato alcune centinaia di
ferrovieri venuti da tutta Italia per sostenere il proprio collega e
rappresentante. Sapevano che l'eventuale conferma del licenziamento
avrebbe comportato per tutti loro «l'obbligo di silenzio ed obbedienza»
all'azienda. Un pullman era stato organizzato da Viareggio, teatro il 29
giugno della più grave sciagura ferroviaria degli ultimi decenni. E si
era anche rotto per strada, costringendo tutti a scendere e spingere per
rimetterlo in moto. Ma sono arrivati lo stesso.
Due blindati di polizia davanti al portone. Ma tranquilli. Al primo piano,
le stanzette dei giudici del lavoro. In genere sufficienti ad ospitare il
magistrato, un cancelliere, gli avvocati delle due parti. Ma Fs si è
presentata con una pattuglia di legali («quasi un'ammissione di essere
nel torto»), mentre per il macchinista c'erano «soltanto» il principe
dei giuslavoristi - Piergiovanni Alleva - e l'altrettanto bravo Pierluigi
Panici. Due che condividono le tue ragioni, prima ancora di sfoderare la
competenza specialistica. Poi ci sono un'altra trentina di ferrovieri che
ascoltano in religioso silenzio, con «ambasciatori» che ogni tanto
partono per andare a riferire a quelli in strada.
Attendono fiduciosi. È la seconda volta che Dante viene licenziato. E dànno
per scontato che ce ne sarà una terza. La prima, nel 2006, perché si era
rifiutato di guidare un eurostar dotato di meccanismo Vacma, il famigerato
«pedale a uomo morto» introdotto una prima volta al tempo del fascismo
come «misura di sicurezza» che doveva permettere di far viaggiare i
treni con un solo macchinista anziché due. Meccanismo che era stato
dichiarato non solo «inutile», ma addirittura «dannoso» da un'analisi
condotta dall'Asl emiliana. Il dover spingere su un pedale ogni 55
secondi, infatti, distrae il macchinista dalla guida. Al massimo può
registrare se è svenuto («uomo morto»). Anche in quel caso sarebbe
finita con il reintegro, se l'azienda non avesse capito per tempo di aver
commesso un grave errore, finendo per offrire una «transazione
giudiziaria» che riammetteva comunque Dante al suo posto. Curiosamente,
nella memoria allegata a questa nuova causa, quella decisione autonoma
viene addebitata a imprecisate «fortissime pressioni esterne».
Allora c'era un governo di centrosinistra, sembrano ammiccare gli avvocati
di Mauro Moretti, attuale amministratore delegato del gruppo Fs ed ex
segretario nazionale della Filt-Cgil (passaggio ora abolito dal curriculum
ufficiale sul sito Fs). Adesso... Adesso è rimasta la legge e un folto
gruppo di sindacalisti che - pur avendo in tasca la tessera di sindacati
differenti - si batte come un sol uomo per evitare che lo sfascio
programmato delle ferrovie pubbliche; «autorganizzati» persino contro la
propria volontà, visto che tutti i sindacati - meno l'Orsa e il più
piccolo SdL - hanno pervicacemente rifiutato di fare qualsiasi cosa perché
Dante venisse reintegrato «con la lotta, prima ancora che con la legge».
* * *
Un groviglio non complicato di ragioni che evidenziano come il
licenziamento di Dante fosse un gesto principalmente politico: licenziane
uno per render mansueti gli altri 81.000 (erano 220.000, qualche anno fa).
Lo proverebbe l'arrivo dello stesso Mauro Moretti - secondo alcune
testimonianze raccolte poco dopo - venuto di persona a recuperare Domenico
Braccialarghe, direttore delle «risorse umane» e sconfitto
capodelegazione Fs in questa causa di lavoro. I ferrovieri lo riconoscono
da lontano, qualcuno ipotizza «sarà venuto a vedere il colore dei
calzini del giudice».
«Abbiamo vinto!», gridano già nel corridoio al primo piano i primi che
hanno sentito recitare la sentenza, stesa in una mezz'ora dal giudice
Conte. Per le motivazioni ci sarà da attendere, come sempre, ma «il
dispositivo» è chiarissimo: Dante torna al lavoro. In strada si grida,
si applaude, si attende che «il compagno e il collega» lasci il
tribunale. Ezio Gallori, anima dei macchinisti fin dagli anni '50-'60, non
ha smesso per tutta la mattinata di parlare nel megafono, ricordando ora
le sciagure ferroviarie in cui sono morti tanti macchinisti, normali
ferrovieri, passeggeri; ora gli episodi salienti di un conflitto aziendale
e politico che risale alla nascita stessa della strada ferrata. E che fa
capire perché questa categoria sia stata fondamentale - e se ne ricorda -
nella nascita del movimento operaio. Perché non solo «lavorava», ma
insieme alla sua gente faceva «viaggiare anche le notizie» nei posti più
sperduti della penisola.
Volano gli applausi per gli avvocati, naturalmente, che immaginano già il
contenuto di merito della sentenza: «sarà bellissima, perché parlerà
della libertà di espressione». E del rispetto delle responsabilità - se
si è stati eletti per ricoprire un ruolo. Si piange e si ride come in
qualsiasi festa popolare, senza ritegno e senza vergogna. È il volto
pulito di una gens che quasi sembra estranea a questa Italia incarognita,
tra escort e viados, nella frotta di «elementi presi dalla società
civile» e precipitati sulle poltrone del potere; ovvero senza alcuna
esperienza e perciò autorizzati a «farsi gli affari propri» sotto
controllo altrui. Anche i carabinieri, dopo un po', sorridono. Forse hanno
capito e solidarizzano. Forse si è allentata anche per loro quel minimo
di tensione legata all'incertezza di una sentenza tanto «partecipata».
Alla fine esce anche Dante. Lo issano sulle spalle, gli passano il
megafono, ringrazia tutti. Il primo pensiero, con la voce calma di chi
odia la retorica, è per i morti di Viareggio. La «sicurezza» non è una
parola da declinare con le manette (succede in italiano, mentre in
inglese, per esempio, si distingue tra safety e security; qui si parla
della prima). Ma questa è una giornata di «vittoria», anche per questo
giornale, che ha dato il suo piccolo contributo. C'è da far sapere che
non è detto si debba perdere sempre davanti a un «padrone» che non
accetta contraddittorio. Poi, da domani, si ricomincerà a lavorare. Perché
questi sono ferrovieri e sanno che ogni giorni si riparte.
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