Dante Breuza

Dante Breuza è stato minatore fino alla pensione, lavoratore stimato, minatore normale. Ha fatto tanto lavoro di minaggio in roccia.

Con altri minatori era stato coinvolto e ferito in una esplosione in cui era morto il caposquadra.

Con i compagni di lavoro di Salza si recava a piedi alla Gianna attraverso la galleria che fora la montagna.  E' stato giudice conciliatore a Salza. Era cacciatore. Venuto via da Salza per problemi di salute. Una figura imponente, il passo lento per la respirazione difficile Lo incontravo spesso al bar vicino a casa a Pomaretto, con il bicchiere di vino e il viso abbronzato, . (Piero)


saluto a Dante di Salza (nato l'8 luglio 1938)

Grazie sig. pastore

A voi carissime Giovanna e margherita, sorelle di Dante, figlie di dan Rosa e Bar Filipin, l'abbraccio fraterno di chi condivide, alla luce della fede, questo momento di dolore per l'improvvisa partenza di dane.

Invochiamo per lui la Pace e il riposo eterno, salmo 4,8

'In pace mi coricherò e in pace dormirò, perchè tu solo,o Eterno, mi fai dormire al sicuro '

dopo i 71 anni trascorsi come noi viandante  e pellegrino in questa terra, in questa valle (Salza, Tavernette, Pomaretto).

A nome mio personale e della Comunità di Salza, desidero ringraziare il Signore per l'opera, per gli anni passati con Date e la sua diletta Gina (sposata il 16.2.87) nella Comunità di Salza, borgata di Campoforano.

La chiesa aperta e la canonica riscaldata dalla stufa e allo spirito di servizio e ospitalità che lodevolmente permane oggi:

come non ricordare la frotta di ragazzi, giovani e famiglie che hanno gustato, appezzato (quasi sorpresi ed entusiasti) la presenza di Dante e Gina sul sagrato della chiesa e in parrocchia?

"Caro Dante, barbu Dante..."

"Mun Don, to ve la vai propri pà..." - l'ultima frase sulle tue labbra la settimana scorsa.

Ti pensiamo e ti auguriamo di essere ancora 'a minagge' nelle miniere del paradiso senza più pericolo di silicosi e a cacciare per le montagne, sempre del paradiso,

 e con i tanti amici che hai avuto e oggi ti salutano di trovarci per sempre lassù, dove ci accoglierai con il tuo caldo sevizio e la festa non finirà.

Merci Dante

d. Canal Brunet

 

 

 

la vita in miniera--- Enrica Rochon

Descrivere e comunicare cosa ha rappresentato per alcune migliaia di persone lavorare nelle miniere di talco della Val Germanasca, provando a delineare una storia di questo lavoro, non è cosa semplice.

Può forse essere utile presentare alcune parole che aiutino ad inquadrare i nodi che attraversano la storia di tutto il secolo: rischio, solidarietà, comunità, sindacato e mestiere.

Il punto da cui partire forse è proprio quello del rischio; l’ambiente di lavoro nel sottosuolo presenta oggettivamente dei fattori di rischio per la salute e la vita stessa di chi vi opera: il buio, la ristrettezza degli spazi, l’amplificazione dei rumori delle pareti, l’artificiosità dell’aria pompata dai ventilatori, la presenza della polvere di talco o di roccia, e la costante presenza di pericoli più o meno prevedibili che vanno dai crolli alle frane alle esplosioni.

L’ansia per l’insicurezza e l’imminenza del pericolo è inevitabilmente diffusa e marcata:

" Stare sotto fa una paura inconscia. Ci sono dei momenti in cui cade qualcosa e ti spaventi, scappi via, impressionato o no...; magari dentro sei più impressionato di quello che vuoi far vedere." (nota n. 1)

"Sottoterra c’è sempre l’incognita: quando si è ai primi tempi si ha paura dei rumori perché non si è capito ancora dove può essere il pericolo, e quale rumore lo indica , quando bisogna far presto e quando bisogna scappare. " (int. n. 2 ).

La convivenza col pericolo cui si associa la fatica, fa dunque parte del mestiere. Tuttavia i minatori del talco sono anche, generalmente, montanari, e l’ambiente montano può costituire il contesto in cui matura la capacità di mettere alla prova la forza ed il coraggio, rispondendo al bisogno di ‘superare delle sfide’ (nota n. 3)

La probabilità con cui il pericolo diventa infortunio o tragedia varia nel tempo di pari passo con le trasformazioni tecnologiche ed organizzative, e di questo parleremo più avanti.

  • Legata al rischio vi è un’altra parola chiave e si chiama solidarietà: la solidarietà, la coesione di gruppo, le relazioni umane intense, come elementi intrinsechi alla definizione del mestiere del minatore:
  • "Il brutto del lavoro in miniera è compensato dal rapporto umano che si crea tra la gente." ( nota n. 4)

    " ....Si deve lavorare in condizioni di fiducia con un altro. Io voglio sapere di lavorare con una persona intelligente e capace, che mi dà una garanzia anche rispetto al padrone. Da lì viene il rapporto di solidarietà che c’è tra noi, nella maggior parte dei casi. Quando uno va in pensione facciamo un festicciola (nota n. 5)

    " Si andava d’accordo, il lavoro era già triste, ci mancava ancora di litigare!". (nota n. 6)

    Il rischio e la solidarietà che ne deriva stimolano la costituzione di una vera e propria "comunità"; una "comunità operaia" che si esprime:

    - nell’attaccamento al proprio cantiere: " Nel cantiere in cui lavori c’è il piccolo gruppo di amici, il tuo adattamento al lavoro, al luogo, agli attrezzi...; si crea un clima." (nota n.7)

    - nell’invenzione creativa e collettiva di forme di lotta:" Quando volevamo tener giù la produzione sapevamo farlo tutti insieme." (nota n. 8)

    - nella coesione mostrata dai minatori nelle lotte del secondo dopoguerra:

    ".... Si spiega forse la facilità della lotta nella miniera se si pensa che il lavoro era scabroso, mentre negli stabilimenti la differenza di paga era cosa di poco conto rispetto alla durezza del lavoro... penso che la differenza principale stesse appunto lì, altrimenti non mi spiego perché avremmo dovuto scendere noi dalle miniere." (nota n. 9)

    " L’Azienda, quando vedeva che si preparava battaglia, immagazzinava talco nei due stabilimenti di macinazione, e si preparava a resistere. Così noi minatori, oltre a scioperare, dovevamo scendere a Malanaggio a fermarli, perché continuavano a far partire camion carichi di talco.....(nota n. 10).

    Questa comune appartenenza si esprime anche nell’adesione al sindacato, quarta parola singnificativa del nostro percorso. Sindacato inteso come elemento di tutela mutualistica - a partire dalle pratiche per il riconoscimento della silicosi - come organizzatore delle lotte, come elemento di comune rappresentanza degli interessi. E’ una caratteristica comune a molti minatori il fatto di avere in tasca una tessera sindacale.(nota n. 11)

    Le diverse ragioni dell’appartenenza al sindacato sono ben espresse da queste interviste fatte a minatori:

    " In passato il sindacato era visto come l’organizzazione che appoggiava, seguiva e spingeva le domande di pensione per silicosi... C’era anche il riconoscimento della necessità del sindacato per altre cose, ma la molla è stata la protezione e l’assistenza in caso di silicosi" (nota n. 12)

    " Il lavoro accomuna, non puoi essere solo amico nel lavoro, vuoi esserlo anche nell’iscrizione all’uno o all’altro sindacato.... Non si resiste senza una tessera.... Non si può convivere in miniera senza pagare la propria quota, cosa possibile in una fabbrica dove ciascuno pensa per sé." ( nota n. 13)

    L’elevata conflittualità che corrisponde ad un elevato grado di sindacalizzazione è un tratto distintivo che accomuna i minatori del talco a tutti i minatori del mondo che insieme ai portuali e ai forestali sono stati i più propensi a scioperare. Non è un caso che durante gli scioperi più duri i minatori non fossero (in passato) sempre sostenuti dagli operai della macinazione.

    Ci si iscrive dunque ad un sindacato (CGIL o CISL, perché la UIL è praticamente inesistente) e la scelta tra le due organizzazioni rispecchiava -almeno fino a 20 anni fa - le diverse appartenenze religiose: i valdesi in CGIL e i cattolici in CISL. Interessante che sul terreno dell’appartenenza sindacale - che rappresenta il massimo livello di unità dei minatori - trovino il modo di esprimersi le diverse appartenenze "esterne" che attraversano il corpo dei minatori:

    " Nei più vecchi c’era la divisione tra Pralini e Rodorini, tipo clan, perché dietro c’era la storia della religione. Oggi le cose sono più mescolate. (nota n.14)

    o come un’altro minatore dice riguardo agli anni recenti

    " Il sindacato che ho sperimentato io in miniera è un sindacato di uomini, più che di strutture. Non si presenta in assemblea durante le lotte con volantini che facciano il punto della situazione, ma si affida al carisma di particolari persone. In una miniera di montagna non è possibile pensare ad un lavoro esteso di sindacalizzazione come viene fatto nelle grandi fabbriche. E’ un lavoro di contatti personali, in cui parli un attimino della famiglia,, un attimo della pesca, un attimo del lavoro, poi dici qualche battuta sul sindacato." (nota n. 15)

    Queste parole, questi nodi, si presentano in modi molti diversi nel corso di questo secolo di vita delle miniere e si modificano in relazione alle tecnologie, all’organizzazione del lavoro, all’efficacia della lotta, all’ambiente esterno, ecc.

    La storia del lavoro nelle miniere di talco è quindi tutt’altro che lineare; conosce fasi e periodi assai diversi, in larga parte scanditi dai tempi e dai modi delle ristrutturazioni industriali. Sono i salti tecnologici e le conseguenti modifiche dell’organizzazione del lavoro che hanno determinato il terreno di gioco su cui i lavoratori si sono trovati ad operare ed hanno saputo muoversi più o meno efficacemente.


     

    Poesia dell’ex minatore Lido Marchetti

     

    Quando a vent’anni arrivava la sera

    e ritornavo dalla miniera

    sudato stanco e col viso nero

    non ci pensavo che fosse vero

    che dopo poco sarei diventato

    anch’io come tanti per sempre malato

    del male tremendo che incute terrore

    il “Male Comune” del minatore.

     

    Un’ora di strada al mattino ed alla sera

    Per lavorare nella miniera

    E ci si andava non c’erano appigli

    Là dentro era il pane dei nostri figli.

    Sant’Olga, Verzalla, San Vito o Zabelli,

    là dentro eravamo amici e fratelli

    e là in quelle tane più lunghe o più corte

    schiavi dolenti si cercava la morte.

     

    Sant’Anna, Santa Barbara, Vernacchio o Pianello,

    erano otto ore di duro martello

    e dopo poco che si minava

    già malamente si respirava

    dal polverone che si faceva

    a volte la lampada non si vedeva

    e si cantava e non si pensava

    a quel malanno che lì si pigliava.

     

    Con poco pane nella bisaccia

    E poco vino nella borraccia

    A metà turno si strappava un boccone

    E poi di nuovo nel polverone

    Finché stremati si arrivava alla sera

    Con poco guadagno e più tisi nera.

     

    Oh quanti compagni del nostro mestiere

    Han già lasciato parenti e miniere

    Le hanno lasciate di notte e di giorno

    Per quel lungo viaggio senza ritorno

    E sono partiti fra stenti ed affanni

    I più non avevano ancor cinquant’anni.

     

    O voi giovanotti che ancor lavorate

    Nelle miniere modernizzate

    Per fare mine ancor ci vuole il martello

    Usatelo attenti con un po’ di cervello

    Perché la vita è per noi troppo amara

    Ma la salute è la cosa più cara.

     Lido Marchetti