Da Genova a Genova, l'anno del movimento
La perdita del monopolio dell'opposizione non può essere vissuta
come una perdita di protagonismo. La forza di attrazione e la
capacità di imporre i temi sono confermate dalla rincorsa dei
partiti. L'utilità di una forma leggera, multipla e flessibile
di organizzazione
VITTORIO AGNOLETTO - il manifesto 25/07/02
Il "movimento dei movimenti" ha raggiunto un anno di
vita dalla sua comparsa sulla scena politica italiana. Un tempo
breve ma denso di avvenimenti che hanno profondamente modificato
la nostra storia recente. Un periodo quindi utile per tentare un
primo parziale bilancio. Un'operazione difficile, che non potrà
altro che essere corale, risultando, ogni singolo punto di vista,
parziale e segnato dalle specifiche soggettività. La critica
alla globalizzazione liberista occupa oggi il centro del
dibattito politico, sociale e mediatico; istituzioni come il Wto,
la Bm, il Fmi e ovviamente il G8 sono entrate nel lessico
quotidiano. Tutte le forze politiche hanno dovuto confrontarsi
non solo sul come relazionarsi con il movimento ma anche, e
soprattutto, sui temi da esso proposti. Sulla Tobin tax,
cancellata un anno fa alla camera dalla mozione del
centrosinistra, sono state raccolte 180mila firme e l'adesione
convinta di quasi un centinaio di parlamentari; l'opposizione di
principio alla Bossi-Fini si è allargata ad una critica di massa
ai centri di detenzione, così come l'opposizione alla riforma
Moratti ha posto sul banco degli imputati la precedente riforma
Berlinguer. Il no alla guerra, "senza se e senza ma",
ha posto in sintonia con il movimento circa metà della
popolazione italiana e costituirà un ulteriore elemento di
lacerazione nel centrosinistra quando gli Usa decideranno
l'attacco all'Iraq.
La forza di attrazione del movimento e l'ineludibile centralità
dei temi da esso sollevati si sono ben manifestate
nell'attenzione posta dai media sul Forum sociale mondiale di
Porto Alegre e vengono confermate dalla rincorsa di tale evento
da parte di molti partiti italiani.
Se nel luglio scorso in Italia, a differenza di quanto avveniva
ad esempio in Francia, il mondo culturale e scientifico
risultava, salvo poche eccezioni, estraneo ed impermeabile ad un
coinvolgimento diretto nella critica all'attuale modello di
sviluppo, oggi qualcosa si muove. La nascita dell'Enea Social
Forum, le prese di posizione in occasione del vertice Fao e, non
da ultimo, la mobilitazione di registi, fotografi, poeti,
scrittori e musicisti, in occasione delle recenti giornate
genovesi, rappresentano segnali limitati ma importanti.
Se spostiamo l'attenzione sul terreno del conflitto sociale
osserviamo come non meno efficace sia stata la capacità di
contaminazione e di coinvolgimento dispiegata dal movimento. Non
vi è dubbio alcuno che l'aver difeso per sette mesi, da luglio a
febbraio, in totale solitudine, i diritti civili e sociali - e
più in generale la democrazia e la Costituzione - a parziale
compensazione dell'inconsistenza di quasi tutta l'opposizione
istituzionale, ha facilitato il manifestarsi di realtà come
quelle rappresentate dai girotondi e dai professori fiorentini.
La stessa Cgil quando ha scelto un percorso che, prevedibilmente,
l'avrebbe condotta alla rottura dell'unità d'azione con Cisl e
Uil sapeva di poter contare sulla presenza di un forte movimento
di massa non certo insensibile alle tematiche dei diritti sul
lavoro.
E' stata una scelta corretta quella compiuta dal movimento di
evitare la politica dello struzzo, la chiusura in se stesso, e di
rapportarsi con i soggetti che di volta in volta si sono
mobilitati in difesa dei diritti violati; una scelta culminata
nella grande manifestazione del 23 marzo e nello sciopero del 16
aprile, in cui abbiamo responsabilmente scelto di farci carico
delle diffidenze che permanevano verso il movimento e verso la
parola d'ordine dello sciopero generalizzato da parte dei vertici
sindacali. Diffidenze e diversità non certo comparse
improvvisamente; a questo proposito non si può scordare la
scelta dei vertici della Cgil di non aderire, lo scorso luglio,
pur in contrasto con molti propri iscritti, alle iniziative
contro il G8: ferita che resta ancora aperta e che non ha trovato
risposta nemmeno nelle parole pronunciate da Cofferati nel suo
recente, e comunque apprezzabile, passaggio genovese.
La perdita del monopolio dell'opposizione non può essere vissuta
come una perdita di protagonismo, bensì come il risultato della
nostra azione e come un'ulteriore opportunità per riproporre le
nostre ragioni, incalzando i vari interlocutori, senza nessun
arretramento dalle nostre convinzioni. Dobbiamo rilanciare ad
esempio l'impegno per la difesa e l'estensione dello Statuto dei
lavoratori, ma anche cercare d'inquadrare la difesa dell'articolo
18 in un ragionamento di più ampio respiro sulla difesa dei
diritti dei lavoratori in ogni angolo dell'emisfero, operando
affinché siano superati residui di eurocentrismo e di
protezionismo.
Permangono delle differenze che non devono essere occultate: è
evidente ad esempio che la Cgil non può essere ritenuta
un'organizzazione antiliberista; è altrettanto vero però che al
suo interno cresce tale sensibilità ed è anche su quella che
dobbiamo lavorare. Non credo quindi alla possibilità della
"reductio ad unum" dell'articolato movimento di
opposizione che si è manifestato negli ultimi mesi; credo alla
necessità del reciproco riconoscimento come fattore di forza per
poter scegliere le iniziative e le campagne da realizzare
insieme. Nessuno può pensare di riassumere in sé il tutto;
quando molti organi d'informazione, che fanno riferimento ad aree
moderate del centrosinistra, dipingono il nostro movimento come
"composto di decine di migliaia di giovani, generosi, un po'
idealisti, privi di una direzione di marcia e di
riferimenti" conducono un'operazione interessata,
finalizzata a cercare d'imporre a questa massa di "bravi e
sprovveduti ragazzi" una leadership e una direzione di
marcia rispettosa delle proprie compatibilità e delle proprie
strategie istituzionali. Resteranno delusi, la realtà del
movimento è molto differente.
Il "movimento dei movimenti" è riuscito a mantenere il
proprio pluralismo, che è innanzitutto un pluralismo di luoghi,
di iniziative e di scelte delle forme di lotta. Che poi i media
cerchino di volta in volta di amplificare tali differenti scelte
e di presentarle come rotture irreversibili, fa parte del gioco
politico-mediatico, dove non pochi sarebbero contenti di porre la
parola fine alla forza di questo movimento. Per altro quando
accade, come in occasione delle recenti giornate genovesi, che
qualche organizzazione sottolinea la propria presa di distanza da
un'iniziativa del movimento vissuta dai più come necessaria e
rispettosa delle varie sensibilità, si può osservare come i
singoli associati scelgano di parteciparvi comunque. Questo non
significa che viene meno il senso di appartenenza alle proprie
realtà di riferimento, ma che nel corso di quest'anno si è
sviluppata un'adesione alle ragioni complessive del movimento.
D'altra parte la capacità di lavorare insieme nel rispetto delle
diversità è ben testimoniato dal percorso complesso, articolato
ed includente che da mesi si sta svolgendo per la costruzione del
Forum sociale europeo.
Ovviamente non vanno cancellate le differenze che restano la
ricchezza principale del movimento, a condizione che nessuna
organizzazione presente al suo interno reputi se stessa
autosufficiente e che nessuno pretenda di porsi come maestro
verso gli altri. A questo proposito credo che su alcuni temi sia
importante discutere fra noi al riparo dei polveroni mediatici
subiti o ricercati.
Non mi appassiona la discussione più recente sul tema della
nonviolenza: non mi appassiona per come è stata lanciata e per
come è stata recepita e rappresentata. Penso ad un movimento
pacifico, nonviolento, che non rinuncia mai a costruire
dialettica e conflitto sociale anche con azioni di disobbedienza
civile capaci di costruire consenso verso le tante persone che
forse oggi, come non mai, guardano alle nostre idee con
interesse. Non c'è necessità di scomodare don Milani per
ribadire che la nonviolenza non è sinonimo di difesa dello
status quo, bensì un elemento possibile di trasformazione
sociale. Scrivo queste righe riferendomi alla situazione attuale
in Italia. Completamente differente potrebbe risultare tale
riflessione se collocata in altre aree geografiche o in altri
tempi storici; ma anche a questo proposito non saremmo certo al
tempo zero: abbiamo infatti alle spalle decenni di riflessione
intrecciata tra le varie anime della sinistra e del cattolicesimo
e non solo. Dobbiamo prestare molta attenzione al modo e alla
parole con le quali scegliamo di esprimerci, dobbiamo evitare di
essere noi stessi a fornire l'alibi ai nostri avversari che, per
evitare di confrontarsi con le nostre idee e le nostre proposte,
aspettano solo l'occasione per accusare il movimento di essere
violento e quindi costringerlo sulla difensiva.
Un'ultima riflessione, non per importanza, dobbiamo farla sulle
nostre forme di rappresentanza e di organizzazione. Un movimento
plurale, che a tutto può essere paragonato, tranne che ad un
esercito, non può essere costretto in una rappresentanza
singola: è una considerazione ovvia, già ribadita e praticata.
Quando abbiamo scelto una strada differente, a Genova nel luglio
scorso, l'abbiamo fatto in un momento molto particolare, durante
una "breve ma intensa parentesi della democrazia" per
usare le parole di Amnesty. E' ovviamente, e fortunatamente,
un'esperienza irripetibile; non va comunque dimenticato che anche
allora non sono mai venuti meno un ampio dibattito, momenti
collettivi di confronto ed un consiglio dei portavoce fortemente
pluralista.
La recente manifestazione di Genova ha evidenziato come almeno
due terzi di coloro che vi hanno partecipato non avevano alcuna
appartenenza alle grandi organizzazioni nazionali: nessuno può
quindi pensare di costituire una specie di direttorio delle
strutture nazionali (come forse in alcuni momenti si è
rischiato), che oltretutto non sarebbe rispettoso nemmeno della
variegata realtà dei social forum, a loro volta non esaustivi
dell'insieme del movimento.
D'altra parte in assenza di una qualunque forma leggera, multipla
e flessibile di organizzazione diventa complessa la gestione di
iniziative nazionali e di campagne, senza tacere del rischio che
dichiarazioni di uno o dell'altro possano essere assunte dai
media, anche strumentalmente, come rappresentative dell'insieme
del movimento. Ognuno ha il sacrosanto diritto di parlare, ma
dovremmo riuscire sempre a spiegare a nome di chi ognuno parla,
per chiarezza ed onestà.
Durante questo lungo anno ho cercato di rappresentare
all'esterno, probabilmente senza essere esente da errori, un
punto di vista rispettoso di tutte le sensibilità; ma talvolta
questo era il risultato di faticose mediazioni tra le reti
nazionali che da un lato rischiava di non accontentare
completamente nessuno, e dall'altro di stritolare il sottoscritto
nelle rigidità delle mediazioni stesse. Anche per queste ragioni
tale pratica non è più riproponibile. Resta aperto il problema
di come rappresentare anche all'esterno l'unità degli obiettivi
nelle diversità del percorso.
Scartata quindi definitivamente e saggiamente ogni idea di
direttivo nazionale, dovremmo riprendere il dibattito lanciato
all'assemblea nazionale di Bologna, sulle forme plurime di
rappresentanza, diversificate in gruppi aperti di lavoro sui
singoli temi, con un intreccio con le realtà locali, con momenti
di coordinamento collettivi e con la capacità di affidare
specifici compiti per tempi determinati e facilmente
verificabili.
Ritengo che il confronto su tale argomento sia ineludibile. Credo
anche che nessuno abbia una soluzione preconfezionata e non c'è
da meravigliarsi: l'essere parte del primo movimento del terzo
millennio comporta anche continue ricerche su terreni mai prima
esplorati e non vi è dubbio che quello delle forme di
organizzazione del conflitto sociale e della sua rappresentanza
costituisca uno degli ambiti ove maggiore dovrà essere
l'innovazione e la sperimentazione.