| numero 6 maggio 2000 |
Questione sanità
IL CUORE DEL WELFARE
Riccardo Fatarella
Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è
certamente una delle grandi reti di servizi sulla quale si misura
la capacità di riformare il welfare, per adeguarlo alle sfide
imposte dalla crescita della complessità sociale e dei costi del
servizio.
Dopo la riforma istitutiva del Servizio sanitario nazionale, nel
1978, si sono susseguiti una serie di interventi legislativi tesi
(non senza contraddizioni), da un lato, a ribadire il principio
universalistico e solidaristico del Servizio e, dall'altro, a
introdurre nuovi modelli gestionali nella sanità pubblica.
Alla fine degli anni '80, il Ssn era entrato in una grave crisi
per una serie convergente di fenomeni negativi: a un costo
crescente, e addirittura fuori controllo, si accompagnava un
crollo verticale della sua credibilità nell'opinione pubblica; a
una diffusa demotivazione tra gli operatori, segnati da
un'accelerazione dei processi di obsolescenza delle conoscenze
professionali, si affiancava l'esplosione di scandali diffusi e
di comportamenti professionali inappropriati e poco rispettosi
dei pazienti.
La 'malasanità' divenne una espressione largamente corrente che
interpretava questo stato d'animo diffuso. In realtà, nel
sistema esistevano diversi punti di eccellenza e di buona
sanità, ma, nel suo insieme, il Ssn era sull'orlo del collasso.
Di fronte a questa emergenza, i governi cercarono di intervenire
con riforme organizzative: in primo luogo sugli strumenti
gestionali della sanità pubblica, operando un accelerato
decentramento e un tentativo di adottare modelli di conduzione
tipici del mondo delle aziende. Contestualmente, si cercò di
formare sul campo una nuova classe dirigente del Ssn sia di tipo
manageriale (magari sottraendola al settore privato) che di tipo
tecnico-sanitario, con la cosiddetta privatizzazione del rapporto
di lavoro - in particolare dei dirigenti sanitari - e con
l'immissione di nuove leve di operatori più sensibili al
cambiamento e al riposizionamento complessivo del Ssn.
Queste riforme organizzative hanno tentato di introdurre, solo in
parte riuscendovi, nuovi principi di gestione: coniugare
partecipazione degli utenti e degli operatori con una capacità
decisionale forte; accentuare il principio di responsabilità
diretta nelle scelte tecniche e organizzative ai diversi livelli
del sistema; stimolare una competizione per la qualità del
servizio tra i vari soggetti (pubblici e privati) per superare un
diffuso approccio "burocratico", accelerare la
regionalizzazione del Ssn e le conseguenti differenziazioni e
sperimentazioni locali per farlo meglio aderire ai bisogni delle
varie comunità; salvaguardare il valore unitario e socialmente
unificante del sistema sanitario a livello nazionale; esigere una
forte e rinnovata attenzione alle questioni della compatibilità
tra costi e risorse disponibili; modernizzare le tecniche di
gestione della sanità pubblica adottando strumenti assunti del
mondo delle aziende e delle imprese di servizi.
In altri termini, il filo conduttore di tutti i vari interventi
legislativi nazionali e regionali è stato quello di rimodellare
- nell'ambito della riconferma dei principi generali della legge
di riforma n. 833 del 1978 - le modalità organizzative e
gestionali attraverso le quali erogare le prestazioni garantite
dal Ssn. La trasformazione delle Usl in aziende sanitarie e
ospedaliere è l'elemento più visibile di questa riforma
organizzativa, ma non l'unico.
Si è tentato, seppur con contraddizioni e andamenti da
"stop and go", di aziendalizzare il servizio sanitario,
modernizzarlo, renderlo più efficiente, per continuare a
garantire, in un contesto, sostanzialmente, di risorse
decrescenti e a fronte di "costi di produzione"
crescenti, i valori di universalismo e solidarismo sociale.
Oggi siamo in presenza di un servizio sanitario che ha subito uno
dei più veloci e profondi processi di ristrutturazione, avendo
cambiato in pochi anni pressoché tutti i propri parametri
quali-quantitativi. Negli ultimi dieci anni sono infatti cambiati
e cresciuti i bisogni sanitari dei cittadini, è cambiato il modo
stesso di intendere la propria salute e il proprio benessere e,
conseguentemente, sono cambiate le tipologie dei servizi sanitari
attesi. Ma c'è stata anche un'accelerazione dello sviluppo delle
conoscenze bio-mediche e una crescente contaminazione con molte
altre branche del sapere quali, ad esempio, l'ingegneria e
l'informatica. Tutto ciò ha portato a una esplosione degli
specialismi e alla connessa necessità di trovare una nuova
modalità per ricomporre il sapere a fronte di un approccio
olistico al paziente.
A fianco di quelle mediche tradizionali stanno crescendo di
importanza o stanno emergendo, spesso a livello di laurea, nuove
professioni quali, per citarne solo alcune, il bio-ingegnere (con
le sue sottospecializzazioni), l'esperto di scienze
infermieristiche, il riabilitatore, l'ottimizzatore dei processi
di lavoro e di assistenza.
Si sono aperte nuove frontiere dell'etica, sempre più chiamata a
misurarsi con problematiche che, fino a non molto tempo fa,
costituivano mere ipotesi di laboratorio: dalla clonazione alla
fecondazione artificiale, dalla crescente possibilità di
trapiantare organi e arti ai problemi posti dalla donazione degli
stessi, dalla terapia genica alla manipolazione genetica.
Tutte queste trasformazioni, determinate dal progresso sociale e
scientifico, non solo hanno spostato in avanti la frontiera
dell'etica individuale e collettiva, ma, ovviamente, hanno
indotto nel sistema sanitario, congiuntamente alla insufficienza
delle risorse finanziarie disponibili, comportamenti adattativi
che hanno prodotto non solo le citate "riforme
organizzative" e l'aziendalizzazione della sanità pubblica,
ma anche una sorta di "cantiere permanente" che sta
tentando di trasformare alle radici la sanità pubblica, con
processi di microristrutturazione. Inoltre, a fianco dei
tradizionali attori della sanità italiana (le aziende pubbliche
e le imprese sanitarie private) sono apparsi, e segnano una
presenza crescente, anche i nuovi soggetti del terzo settore,
ovvero del privato non-profit.
Nella ricerca di un equilibrio socialmente accettabile tra il
binomio "bisogni e costi crescenti-risorse non
incrementabili nella stessa misura" si stanno sperimentando
nuove modalità di gestione, mutuate da contesti di tipo
imprenditoriale, che sembrano poter meglio consentire il
raggiungimento di un equilibrio. I processi di terziarizzazione
di funzioni non strategiche dell'assistenza, i processi di
coinvolgimento diretto di capitali privati integrativi di quelli
pubblici nei processi di ristrutturazione attraverso il
project-financing, il crescente utilizzo di forme di lavoro
interinale, l'incremento delle dimensioni delle aziende sanitarie
volto anche a ottenere economie di scala e riduzione dei costi
generali e di amministrazione: sono questi solo alcuni dei
tentativi in atto che stanno cambiando profondamente
l'organizzazione sanitaria pubblica.
In pochi anni, il sistema sanitario italiano è stato
attraversato da un vero e proprio "ciclone
riorganizzativo" ma soprattutto di cambiamento culturale.
Nuovi paradigmi si stanno sperimentando; certezze vengono messe
in discussione (si pensi, a proposito della messa in discussione
della centralità assoluta del medico, che all'Ospedale S.
Camillo di Roma si sta sperimentando un reparto a medio-bassa
intensità di cure gestito direttamente dall'équipe
infermieristica, con il medico chiamato in consulenza dalla
stessa équipe); nuovi soggetti si affermano e altri
tradizionalmente molto forti (si pensi al mondo universitario e
alle vicende dei Policlinici, a partire dall'Umberto I di Roma)
vedono ridimensionati, o comunque trasformati, profondamente il
proprio ruolo e potere.
Lo sviluppo del sapere e delle tecnologie ha assunto ritmi tanto
veloci da imporre come necessità vitale sia un aggiornamento
permanente di centinaia di migliaia di operatori - pena la
perdita della loro capacità di assistenza appropriata, efficace
ed efficiente - sia un continuo e costoso aggiornamento
tecnologico.
La piena consapevolezza della profondità, rapidità e
pervasività di tale processo di cambiamento e, quindi, di
ristrutturazione dell'intero comparto sanitario non sembra sempre
essere presente negli atti legislativi e normativi nazionali e
regionali, oscillanti tra la volontà di dare certezze - il che
spesso significa dare risposte burocratiche - e la consapevolezza
delle necessità di promuovere un atteggiamento proattivo verso
il cambiamento in atto e, conseguentemente, di sollecitare una
flessibilità organizzativa e una modernizzazione gestionale ben
più radicale di quanto non sia stato finora realizzato. La
situazione pare piuttosto segnata dai caratteri di una fase di
transizione (ancora una volta in mezzo al guado!) tra un vecchio
modello di sanità burocratizzata, che resiste tenacemente, e un
nuovo modello basato su una forte autonomia e su un incisivo
decentramento a livello regionale e aziendale.
Ciò che invece è stato modificato solo marginalmente è la
missione del Ssn. A ben vedere, anch'essa è in parte cambiata,
dal momento che, con il decreto legislativo (Dlgs). n229 del 1999
(la cosiddetta "riforma Bindi") gli obiettivi
universalistici e solidaristici del Ssn sono comunque da
perseguire nel rispetto rigoroso del vincolo delle risorse
disponibili (si è detto basta ai ripiani a piè di lista dei
disavanzi della sanità): livelli essenziali e uniformi di
assistenza vengono definiti contestualmente alla individuazione
delle risorse da destinare alla sanità con il Decreto di
programmazione economico finanziario (Dpef). Soprattutto, si è
stabilito il principio (forse memori della vicenda Di Bella) in
base al quale sono escluse dai livelli essenziali e uniformi
tutte quelle prestazioni che, tra l'altro, non hanno evidenza
scientifica e non soddisfano il principio dell'efficacia e
dell'appropriatezza, ma soprattutto, "in presenza di altre
forme di assistenza" volte a soddisfare le medesime
esigenze, non soddisfano il principio dell'economicità
nell'impiego delle "risorse, ovvero non garantiscono un uso
efficiente delle risorse quanto a modalità di organizzazione ed
erogazione dell'assistenza" (Dlgs. 229/1999, Art. 1.6).
Questo processo di ristrutturazione è ancora in corso e,
probabilmente, è un processo permanente e iterativo. Il Ssn,
infatti, ha tra le sue prerogative proprio una costante
necessità di adeguarsi al crescere non solo della sua propria
complessità gestionale, ma anche delle complessità del sistema
esterno in termini scientifici, culturali, economici, ma anche
etici e sociali.
In realtà, il Ssn sta subendo ben due processi di
ristrutturazione che si sovrappongono: quello interno, cui si è
accennato, e quello più generale della pubblica amministrazione.
Il risultato di tale sovrapposizione è, da un lato, una
ulteriore crescita della complessità gestionale dovuta alla
compresenza di norme spesso contraddittorie e, dall'altro, la
spinta sempre più chiara a definire il servizio sanitario e le
sue aziende come una sorta di nuovo settore a cavallo tra la
pubblica amministrazione in senso stretto e le aziende pubbliche
di servizi.
Le aziende sanitarie e ospedaliere devono, tuttavia, rimanere
saldamente in mano pubblica, non solo perché presidiano un bene
costituzionalmente tutelato qual è la salute, ma soprattutto
perché costituiscono uno dei principali sistemi di servizi che
caratterizzano il welfare di uno stato moderno ma ispirato a
principi di solidarietà, e svolgono anche la funzione di
collante sociale di una comunità nazionale.
Il Ssn può essere considerato non solo un importante servizio
pubblico, ma soprattutto un pezzo insostituibile di quel patto
che lega i cittadini allo Stato e che garantisce loro, prima
ancora che prestazioni sanitarie, fiducia e sicurezza, di non
essere soli, bensì tutelati, nel momento del bisogno assoluto
qual è il bisogno di salute e cure. Svolgere questa funzione,
essere un sistema che eroga per tutti i cittadini prestazioni
immateriali (fiducia e sicurezza), e solo per chi lo utilizza
prestazioni concrete (visite mediche, ricoveri, ecc.), fa del
sistema sanitario la cartina al tornasole, e la misura tangibile,
del livello di coesione sociale, civiltà e solidarietà che una
comunità esprime. Anche per questo motivo esso è al centro
dell'attenzione non solo del ceto politico ma, in generale, anche
dell'opinione pubblica.
La complessità del sistema deriva anche dalle sue specifiche
caratteristiche che lo differenziano da altri sistemi produttivi
e di servizi. Da un punto di vista che potremmo definire
"strutturale", il sistema sanitario nel suo complesso e
i suoi soggetti operativi (le aziende sanitarie e ospedaliere
nonché gli erogatori privati e non-profit) hanno alcune
caratteristiche che si ritrovano anche in altri contesti ma che
nella sanità si presentano con un mix del tutto particolare.
In primo luogo, i soggetti operativi della sanità, sia che
abbiano funzioni generali di tutela della salute delle
popolazioni (ad esempio, le aziende sanitarie territoriali), sia
che abbiano funzioni strettamente di erogazione o produttive (ad
esempio, le aziende ospedaliere pubbliche e private), sono
organizzazioni ad alta intensità di lavoro.
Infatti, per quanto sia crescente l'importanza e il costo delle
tecnologie, il fattore produttivo assolutamente più importante
per funzione strategica e costi è il fattore lavoro. Oltre il
50% del costo di una prestazione assistenziale è costituito dal
costo del lavoro. L'operatore sanitario è colui che materializza
la prestazione assistenziale verso il cittadino bisognoso di
cure. Non solo, ma la sua centralità nel "processo
produttivo" della prestazione assistenziale non sembra
essere posta in discussione nel futuro prevedibile: anzi, la
crescita della complessità delle organizzazioni sanitarie ne
farà sempre di più la risorsa critica e non fungibile.
In secondo luogo, la risorsa lavoro non è solo il fattore più
pesante e intenso nel processo produttivo sanitario (come avviene
anche in altri settori), ma è altresì contraddistinta
dall'avere un altissimo livello di scolarità.
Ormai, quasi tutti i profili professionali in sanità prevedono
un percorso formativo a livello di laurea e/o di specializzazione
post-laurea. Oltre alle nuove professioni e ai medici, per i
quali la specializzazione post-laurea è pressoché
indispensabile per un impiego negli ospedali e nelle strutture
diagnostico-terapeutiche territoriali, anche gli infermieri e i
tecnici sanitari si avviano a ottenere una specifica laurea.
Il livello di scolarità, quindi, tende a crescere e, con esso,
cresce anche l'identità e l'autonomia professionale di
importanti categorie sanitarie (quali ad esempio quelle degli
infermieri professionali), che, con il superamento dei vecchi
"mansionari", tendono sempre più a emanciparsi da una
posizione subordinata e ancillare rispetto al medico.
Stiamo passando da "mestieri" a professioni che non a
caso venivano definite come "paramediche", a nuove
professioni sanitarie che rivendicano con forza crescente una
pari dignità con la posizione professionale cardine nel processo
assistenziale, che rimane quella del medico.
Che questo processo di cambiamento sia molto profondo è
confermato da alcuni segnali, forse ancora deboli ma assai
significativi. Ne elenco solo alcuni: il caso già citato del
reparto gestito direttamente da infermieri all'Ospedale S.
Camillo di Roma; la costituzione in molte aziende di servizi, o
dipartimenti, infermieristici che non dipendono più dalle
direzioni sanitarie (ovvero da dirigenti medici), ma hanno
ottenuto il riconoscimento anche formale e organizzativo
dell'emancipazione professionale, essendo collocati in staff al
direttore generale (si veda la deliberazione della giunta
regionale del Lazio n. 1184/1999, che emana linee guida per
l'organizzazione del servizio infermieristico) i tentativi,
ancora sporadici ma in rapida crescita, di individuare
prestazioni assistenziali erogabili direttamente e autonomamente
dagli infermieri e rimborsate dal Ssn non diversamente da come
oggi vengono rimborsate le prestazioni medico-chirurgiche, ovvero
la proposizione di una sorta di attività libero-professionale
'intra-moenia' anche per gli infermieri professionali.
Ancora più interessante è il fatto che anche il mondo
accademico, spesso lento nell'adeguare l'offerta formativa ai
bisogni del mercato del lavoro, stia accorgendosi di questa nuova
situazione: stanno crescendo, rispetto al passato, i docenti non
medici nei diplomi universitari per infermieri e ci sono alcuni
casi di infermieri professionali che stanno per essere chiamati
dall'università come docenti per i medici in formazione del
corso di laurea in medicina e chirurgia.
Questa crescita del livello di scolarità e la nascita di nuove
professioni determinano la terza caratteristica peculiare
dell'organizzazione sanitaria: un latente ma crescente
"conflitto" interprofessionale.
Infatti, l'emergere di nuovi soggetti professionali
concettualmente non più subordinati alla professione medica,
produce una spinta ad affermare queste nuove, o rinnovate,
professioni anche attraverso la rivendicazione di spazi di
autonomia e di forte identità. In un'organizzazione ospedaliera
(e più in generale sanitaria) nella quale anche professioni più
tradizionalmente autonome quale quella degli psicologi hanno
faticato a farsi riconoscere, queste nuove professioni tendono ad
affermarsi, da un lato, individuando nuove aree di intervento
professionale e, dall'altro, erodendo aree tradizionalmente
occupate dai medici. Tutto ciò determina una specie di
competizione interprofessionale crescente che deve essere
ricondotta all'accettazione, da parte di tutti i professionisti,
di regole virtuose di cooperazione, per evitare che si determini
la ingestibilità dell'intera organizzazione È chiaro che
organizzazioni siffatte non possono certo essere gestite con
principi dirigistici tipicamente aziendalistici, ma devono,
viceversa, saper adottare modelli basati sulla reale
partecipazione di tutto il variegato mondo delle professioni alla
fase sia della pianificazione che del governo del proprio
cambiamento e dei propri processi operativi.
Un professionista sanitario, con un alto grado di autonomia, che
è responsabile in prima persona delle proprie azioni
professionali verso i pazienti, non può accettare direttive e
modificare i propri comportamenti di lavoro se non è
profondamente convinto dalla validità di tali direttive e del
miglioramento che esse possono consentirgli nel suo
"personale" rapporto con il paziente.
Questo processo di coinvolgimento delle professioni nella
conduzione delle strutture sanitarie, ovvero il cosiddetto
"governo clinico" dalla sanità è una delle
innovazioni principali contenute nella "riforma Bindi",
che affida molte delle sue possibilità di successo al pieno
dispiegarsi di questa nuova modalità di "fare" azienda
sanitaria pubblica.
Queste tre caratteristiche dell'organizzazione sanitaria - alta
intensità di lavoro, altissimo livello di scolarizzazione e
conflitto interprofessionale - richiedono tecniche di gestione
assai complesse che non hanno eguali in altri settori. Il lavoro
di gruppo, l'approccio multiprofessionale, la leadership come
capacità di ricomporre in un quadro unitario autonomie
professionali forti e in relazione reciproca potenzialmente
conflittuale, sono, di certo, elementi essenziali, ma non
sufficienti per determinare un miglioramento del servizio
prodotto dalle organizzazioni sanitarie.
Le organizzazioni sanitarie, infatti, hanno anche la
caratteristica, più marcata e complessa che in altri servizi,
che il risultato del proprio prodotto/servizio è determinato in
modo quasi assoluto non solo e non tanto dalle intrinseche
modalità produttive predette, ma dall'interazione tra queste e
il vissuto dei bisogni assistenziali del cittadino-utente,
considerato sia individualmente che collettivamente quale si
esprime in una delle tante forme che la società moderna si è
data per rappresentare le istanze sociali (enti locali, partiti
politici, associazioni di tutela e volontariato, ecc.).
Si può quasi sostenere che il risultato del processo produttivo
è determinato prevalentemente fuori dal processo produttivo
stesso. O, più precisamente, è determinato dalla interazione
tra lo stesso processo e i suoi risultati concreti (i servizi
erogati), da un lato, e, dall'altro, la pluralità delle
aspettative individuali e collettive espresse dai bisogni di
sicurezza e di prestazioni assistenziali.
Per migliorare il servizio in sanità è necessario, pertanto,
intervenire su entrambi gli aspetti: quelli
strutturali-produttivi e quelli connessi alle relazioni
multifocali tra servizi e utilizzatori diretti e potenziali degli
stessi.
Solo in questa prospettiva assume un valore non meramente
ideologico la imprescindibile necessità di coinvolgere non solo
i singoli cittadini, ma il volontariato, le associazioni di
tutela, i comuni quali enti esponenziali dei bisogni delle
comunità locali, le società scientifiche quali rappresentanti
di punti di vista di "parti" del processo di produzione
ma anche di fruizione del servizio sanitario. In altri termini,
la politica, che le riforme organizzative dei primi anni '90
avevano opportunamente allontanato dal governo diretto dei
processi di erogazione delle prestazioni sanitarie, ritrova un
ruolo alto nella programmazione dei servizi quale sintesi tra
bisogni e risorse, e nel passaggio dal governo del Ssn alla
"governance" dei processi di salute collettiva e
individuale.
Il processo di ristrutturazione, solo sommariamente richiamato,
ha determinato anche l'emergere di nuovi fabbisogni formativi per
i professionisti della sanità, sia per quanto concerne la
formazione universitaria e la specializzazione post-laurea, sia
per ciò che riguarda l'aggiornamento professionale permanente
successivo all'inserimento nel processo produttivo.
Le facoltà mediche stanno faticosamente tentando di adeguarsi
alle nuove richieste, anche per evitare che crescenti quote
dell'attività formativa, soprattutto quella post-laurea e
permanente, vengano avocate dal Ssn e dalle aziende ospedaliere.
Sono, infatti, forti le tendenze nel Ssn a ricondurre negli
ospedali la formazione specialistica post-laurea e quella
permanente, proprio in virtù della supposta maggiore rispondenza
di una formazione "on the job" alle esigenze reali
dell'attività di lavoro negli ospedali e nelle strutture
territoriali. Tali tendenze trovano, tra l'altro, alcune aperture
possibiliste anche tra settori accademici e sono rafforzate dal
fatto che il mercato del lavoro per i professionisti sanitari è
in gran parte costituito proprio dal Ssn, dagli erogatori
pubblici e privati accreditati e dai medici di famiglia.
Anche la ricerca sta spostandosi, in parte, dai Policlinici
universitari ai complessi ospedalieri più efficientemente
gestiti e, quindi, più competitivi nell'accedere ai fondi di
ricerca, in particolare a quelli privati, ovvero alle importanti
ricerche multicentriche internazionali.
Le trasformazioni in atto in senso aziendalistico nel Ssn hanno
fatto esplodere la contraddizione presente nel rapporto tra
attività didattica e di ricerca delle università e nuovo
profilo dell'attività assistenziale.
La crisi dei Policlinici universitari a gestione diretta in
generale, e quella emblematica del Policlinico universitario
Umberto I di Roma, non sarebbero spiegabili solo con le
insufficienti manutenzioni, la scarsità di personale
infermieristico, la confusione delle responsabilità
amministrative tra rettori, assessori alla Sanità, direttori
generali e professori, o con la bassa produttività
assistenziale. La ragione profonda della crisi dei Policlinici
è, invece, da ricercare nella loro incapacità di adottare
modelli gestionali almeno altrettanto efficienti di quelli delle
aziende ospedaliere e, soprattutto, nella incapacità, almeno
nella maggioranza delle situazioni, di coniugare qualità ed
efficienza nell'assistenza con qualità ed efficienza nella
didattica e nella ricerca.
Il Policlinico Umberto I costituisce un osservatorio privilegiato
sia per la sua dimensione e per le sue vicende recenti, sia
perché rappresenta un laboratorio nel quale sperimentare quella
"leale cooperazione" tra Ssn e università che il Dlgs
517/1999 considera essenziale per superare le tensioni, spesso
molto forti, di un rapporto che non è stato quasi mai semplice.
Al Policlinico Umberto I si sta cercando di costruire un moderno
modello di ospedale d'insegnamento, azienda
ospedaliero-universitaria, nella quale il prodotto non è solo la
prestazione assistenziale ma anche la ricerca e la didattica.
All'Umberto I si sono manifestati pressoché contemporaneamente
gli effetti delle crisi di tre sistemi: quella generale del Ssn.,
quella della sanità universitaria e delle facoltà mediche e
quella dei mega-ospedali storici.
Anche dal modo in cui il governo, i ministeri competenti, la
regione, il comune, l'università e l'azienda, ma soprattutto il
personale docente e non, sapranno realizzare il risanamento del
Policlinico di Roma si potrà valutare la praticabilità di una
ipotesi forse troppo temeraria: costruire, proprio nel cuore
delle contraddizioni, la risposta alla crisi di un pezzo
emblematico del welfare, praticando ogni giorno l'obiettivo
dell'efficienza, della qualità, dell'appropriatezza, nella
certezza che questo sia il modo concretamente migliore per
salvaguardare le conquiste degli ultimi cinquant'anni e
affrontare le nuove sfide della complessità.
Riccardo Fatarella è Direttore generale dell'Azienda Policlinico
Umberto I di Roma