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INTERVISTA |
di Cosma Orsi
L'attuale situazione è figlia del fallito tentativo
di contrastare la caduta del saggio di profitto attraverso la riduzione
del pianeta a mercato. Ma la globalizzazione ha alimentato la crisi della
democrazia, perché la libera circolazione dei capitali
Il mondo ostaggio dei rentiers
La crisi economica, questa nostra sconosciuta. Viene presentata così
l'attuale recessione, alternando la previsione di una uscita ravvicinata
da essa a una lettura che indica nella lunga durata la sua dimensione
temporale. Allo stesso tempo l'oscillazione tra le speranze, da parte
della teoria economica mainstream, di uscirne fuori in continuità con il
passato e la convinzione che «niente sarà come prima» segna la
discussione pubblica. Con l'intervista a Giorgio Lunghini inizia una
ricognizione su come autorevole economisti italiani affrontono la natura
della crisi attuale. Studioso noto ai lettori de «il manifesto»,
Lunghini propone di leggere la crisi sia in una prospettiva storica che di
analisi critica del capitalismo.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta
possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una
crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Un sistema economico capitalistico - un'economia monetaria di
produzione, nel linguaggio di Keynes - è impensabile senza moneta, senza
banche e senza finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi
reali e gli elementi monetari sono strettamente interconnessi. Tra
elementi reali e elementi monetari c'è però una gerarchia, nel senso che
un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi, per
usare il linguaggio di Marx, se la distribuzione del prodotto sociale
fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione»
(di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d'acquisto, non
rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto
funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non
dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
Nel linguaggio di Keynes, non si darebbero crisi se la domanda effettiva,
per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo
speculativo fossero tali - by accident or design - da assicurare un
equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia
automaticamente, di qui la necessità sistematica di un disegno di
politica economica. In breve: il sistema capitalistico - il «mercato» -
non è capace di autoregolarsi. In tutto ciò ha un ruolo essenziale il
saggio dei profitti che, come hanno mostrato gli economisti classici, ma
sopra tutti Marx, tende a cadere. Quando il saggio dei profitti è tale da
generare crisi di realizzazione, poiché vi si associano bassi salari e
disoccupazione, e a un tempo tale da generare crisi di tesaurizzazione, il
sistema capitalistico va incontro a crisi che se si vuole si possono
chiamare sistemiche. Così è stato nella crisi del '29 (le cui radici
risalgono però al 1870), così è oggi. In tutti e due i casi - e a ciò
mi limito, quanto al confronto tra il '29 e l'oggi - la crisi si è
manifestata dopo un tentativo fallimentare di contrastare la caduta del
saggio dei profitti con un processo di globalizzazione, di riduzione del
mondo a mercato. Aggiungo soltanto che la risposta europea alla crisi del
'29 fu il nazifascismo.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per
la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
Di per sé l'uso della matematica nell'analisi economica non è
biasimevole, lo diventa quando si vogliono trattare in forma matematica
questioni che non lo consentono, oppure quando non si trattano questioni
importanti perché non consentono una trattazione matematica. Di questioni
del genere in economia ce ne sono molte. In visita alla London School of
Economics, l'anno scorso, la Regina Elisabetta aveva chiesto - con regale
candore - come mai soltanto pochi economisti avessero previsto la crisi.
Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una
lettera, in cui scrivono che una delle ragioni principali dell'incapacità
della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è
una formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche
matematiche: così che l'economia - l'economics - è diventata una branca
delle matematiche applicate.
I firmatari della lettera ricordano anche che l'insospettabile American
Economic Association aveva costituito, nel 1988, una commissione
sull'insegnamento postuniversitario dell'economia negli Stati Uniti. La
commissione, nelle sue conclusioni, manifestò il timore che «i programmi
di formazione post-laurea possano produrre una generazione con troppi
idiot savants, addestrati alle tecniche ma ignari delle questioni
economiche importanti». Nell'educazione degli economisti, aggiungono i
firmatari della lettera, vengono omesse la storia economica, la filosofia
e la psicologia, e non vengono messe in discussione né l'opinabile
credenza in una «razionalità» universale né l'«ipotesi di mercati
efficienti». Anche per questa ragione non si è dato il peso dovuto agli
avvertimenti non quantificati circa la potenziale instabilità del sistema
finanziario globale. C'è un tipo di giudizio, quello cui si può
attingere immergendosi nella letteratura e nella storia, che non può
essere espresso adeguatamente in modelli matematici. In breve: la
matematica decontestualizza i suoi oggetti, e in campo economico ciò
comporta il rischio del riduzionismo e della falsa neutralità. L'unico
antidoto è la conoscenza della storia e la consapevolezza - l'orgogliosa
consapevolezza - della dimensione politica dell'analisi economica.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse
della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il
ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore
del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non c'è nessun dubbio che la libera circolazione dei capitali,
libera nella misura e nelle forme attuali, sia pericolosa per la
democrazia economica e dunque per la democrazia in generale. È la tesi
del «senato virtuale», una tesi su cui molto insiste Noam Chomsky (che
la mutua da B. Eichengreen) e che a me pare difficile da confutare. Questo
senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori
internazionali che continuamente sottopongono a giudizio le politiche dei
governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali politiche -
perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con fughe di
capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in
particolare delle varie forme di stato sociale).
I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini
e il senato virtuale, che normalmente prevale. Questo è un portato della
liberalizzazione sconsiderata dei movimenti di capitale, a sua volta un
effetto dello smantellamento del sistema di Bretton Woods negli anni
Settanta: ne sono ovvie le conseguenze per la democrazia economica (i più
colpiti sono i più deboli tra i cittadini dei diversi paesi) e dunque per
la democrazia in generale.
Credo che la politica economica debba andare al di là della semplice
regolamentazione dei mercati, ma anche se si limitasse a questa dovrebbe
trattarsi di un disegno condiviso di politica economica e finanziaria
internazionale. Un nuovo piano Keynes - che aveva ben chiari i rischi di
una circolazione dei capitali sfrenata - non mi pare in vista.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello
europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare,
possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative
tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese?
O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale
l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione
marginale?
Temo che il modello europeo di stato sociale non sia più un
modello nemmeno per gli europei. Lo stato sociale è una delle più grandi
invenzioni politiche e istituzionali del secolo passato, la sua
distruzione una delle più gravi responsabilità dei governi europei degli
ultimi trent'anni. La responsabilità è tanto più grave, in quanto ha
natura culturale ancor prima che politica. Anche in Europa ha avuto un
peso il senato virtuale, ma soprattutto ha pesato una adesione acritica,
antistorica e non necessitata dalle circostanze, al liberismo imperiale:
che nulla ha a che fare con la tradizione liberale, ancor prima che
socialdemocratica, dell'Europa. In verità non è mai esistito un vero e
proprio modello europeo di stato sociale, le varianti nazionali avevano
storie e articolazioni differenti. Ciò che ancora oggi costituisce un
modello intellettuale - modello nel senso di disegno da prendere ad
esempio, e cui dovrebbero guardare per primi i keynesiani dell'ultima ora
- è la «Filosofia sociale» cui avrebbe potuto condurre la Teoria
generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta di Keynes.
Oggi come allora i «difetti» più evidenti della società economica in
cui viviamo sono l'incapacità ad assicurare la piena occupazione e una
distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito (che sono
tra le cause principali della crisi attuale). Per rimediare a questi
difetti, Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del
reddito per via fiscale (imposte sul reddito progressive ed elevate
imposte di successione), l'eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo,
intervento dello stato nell'economia. La redistribuzione del reddito
comporterebbe un aumento della propensione media al consumo e dunque della
domanda effettiva. L'eutanasia del rentier, dunque del «potere oppressivo
e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del
capitale», renderebbe convenienti anche investimenti a redditività
differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli
investimenti a alta redditività sociale.
Per quanto riguarda l'intervento dello stato, secondo il Keynes de La fine
del laissez faire, «l'azione più importante si riferisce non a quelle
attività che gli individui privati svolgono già, ma a quelle funzioni
che cadono al di fuori del raggio d'azione degli individui, a quelle
decisioni che nessuno prende se non vengono prese dallo stato. La cosa
importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e
farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò che presentemente non si
fa del tutto». Se i difetti denunciati da Keynes fossero stati emendati
con le misure da lui indicate, questa crisi non ci sarebbe stata (talvolta
i ragionamenti controfattuali sono efficaci), e d'altra parte temo sia
improbabile che questa filosofia sociale sia messa in pratica oggi nel
mondo occidentale.
Dunque un'uscita dalla crisi sull'asse Washington-Pechino? Un qualche
negoziato tra Stati Uniti e Cina è imposto dal nuovo assetto della
divisione internazionale del lavoro, ma quale sarà la strategia di
Pechino? Il mondo riconosce che la Cina sta emergendo come grande potenza,
ma è un peccato - scriveva di recente l'Economist - che a tutt'oggi non
sempre agisca come tale.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì
il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò
avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni):
un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta
strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di
disoccupazione?
Della necessità di una redistribuzione del reddito per via
fiscale, della opportunità di una eutanasia del rentier, e della necessità
di un intervento attivo dello stato ho già detto. Le politiche
dell'offerta fanno parte di quel paradigma teorico, la cui accettazione da
parte dei governi ha portato alla crisi attuale. La disoccupazione e il
timore di perdere il lavoro innescano un circolo vizioso: consumatori e
imprese riducono le loro spese, generando nuovi tagli dell'occupazione.
Fino a quando i salari e l'occupazione non saranno risaliti almeno ai
livelli di dieci o vent'anni fa, la crisi non sarà finita.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a
cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia
mondiale?
Se quel debito fosse stato contratto per assicurare istruzione,
sanità e assistenza ai cittadini, le future generazioni non dovrebbero
sopportare nessun prezzo, poiché a fronte di quel debito avrebbero oggi e
domani quelle strutture e quei servizi. Il prezzo che pagheranno è la
mancanza di quelle strutture e di quei servizi, a causa di un debito
pubblico che è stato contratto a favore di quei privati che hanno
determinato la crisi attuale.
- BREVE
GIORGIO LUNGHINI
Da Keynes all'analisi del capitalismo
contemporaneo
Giorgio Lunghini è nato a Ferrara nel 1938. Libero docente dal 1967
ha insegnto «Economia politica» nell'Università degli Studi di
Milano fino al 1971. Dall'anno successivo fino al 2007 ha insegnato «Economia
politica» nell'Università degli Studi di Pavia. È stato membro fin
dalla sua costituzione del comitato scientifico dell'Istituto
Universitario di Studi Superiori di Pavia. Dal 1970, come professore a
contratto, insegna «Teorie economiche alternative» nell'Università
Bocconi di Milano. È socio nazionale dell'Accademia dei Lincei e
membro effettivo dell'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e
Lettere. È socio onorario della Associazione italiana per la Storia
dell'Economia Politica. Fa parte delle riviste «Economia politica»,
«Rivista italiana degli economisti», «Rivista di storia economica».
Dal 1997 al 1999 ha fatto parte del Consiglio economico della
Presidenza del consiglio dei ministri. Numerose le sue pubblicazioni.
Vanno ricordati, oltre a «In memoria di Claudio Napoleoni: Il
capitale non è una cosa», i recenti saggi «Sul capitalismo
contemporaneo», «L'età dello spreco. Disoccupazione e bisogni
sociali», «Equilibrio» (tutti per Bollati Boringhieri) e «Riproduzione,
distribuzione e crisi» (Unicopli)
- top
Il capitalismo invecchia? La
scommessa perduta del futuro
di Cosma Orsi
su il manifesto del
22/11/2009
Gli Stati nazionali hanno
optato per lo status quo, sperando che la situazione si mettesse in
qualche modo a posto da sola
La crisi, nonostante le speranze di molti governi nazionali e alcuni studiosi, non si chiuderà
con un ritorno ai precendeti assetti sociali, istituzionali.
L'economia mondiale risulterà profondamente trasformata, anche se è
impossibile pronosticare in quale direzione cambierà. Per il momento,
è chiaro che gran parte delle misure adottate a livelo nazionale e
internazionale sono finalizzate al mantenimento dello status quo.
L'intervista a Katia Caldari, la seconda di questa serie, si muove
proprio su quest'asse.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta
possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è
una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un
confronto con la crisi del '29?
Fin dall'inizio della crisi, è stato evidenziato come essa sia stata
causata dai cosiddetti «titoli tossici» e innescata da una serie di
innovazioni, fra cui la securitization con la possibilità per le
banche di vendere i mutui (anche subprime) sui mercati obbligazionari.
Ne è stata così sottolineata la natura finanziaria.
I subprime erano presenti negli Usa dal 2005 ma è stata la loro
diffusione sul mercato finanziario internazionale che ha creato il
vero problema. Alle prime insolvenze (con l'aumento dei tassi
d'interesse), il mercato è caduto nel panico. Non c'è dubbio che la
crisi attuale abbia natura finanziaria; del resto sono state le banche
a esserne inizialmente coinvolte (Northen Rock, Bear Stearns). Ma gli
aspetti finanziari non sono sufficienti a spiegare tutta la storia.
Dietro l'emergere di una crisi nel mercato finanziario vi sono spesso
elementi di debolezza strutturale.
Se consideriamo l'economia americana degli ultimi anni, vediamo che a
fronte di una crescita economica piuttosto moderata, il consumo
privato come percentuale del Prodotto interno lordo è cresciuto in
misura maggiore, insieme al livello di indebitamento medio procapite.
La crescita del consumo non è stata finanziata da un aumento
proporzionale del reddito ma da un incremento sproporzionato del
livello del debito. Inoltre, con la forte diminuzione del tasso
d'interesse attuata da Greenspan dopo l'attacco alle «Torri gemelle»,
anche le banche hanno innalzato il loro livello di indebitamento. Ma
il debito rappresenta ricchezza disponibile solo in un tempo futuro e
genera, quando le sue dimensioni acquisiscono carattere di
eccezionalità come nel caso americano, una debolezza strutturale che
non permette ai singoli soggetti e al paese nel suo complesso di
affrontare eventuali shock senza ripercussioni gravi.
Guardiamo ora all'Europa, dopo gli Stati Uniti l'area maggiormente
colpita dalla crisi.
Il contagio della crisi è stato spiegato in termini di integrazione
globale dei mercati e spesso si è posto l'accento sui mali della
globalizzazione (come ha fatto il nostro Ministro dell'Economia Giulio
Tremonti). Ma, a ben guardare, anche i paesi europei evidenziavano una
situazione di debolezza strutturale prima della crisi: l'economia è
stata stagnante in termini di crescita del Pil, con un livello di
disoccupazione che è andato via via crescendo, e la bilancia delle
partite correnti è peggiorata negli anni.
Inoltre, nonostante la politica restrittiva perseguita dalla Banca
centrale europea, l'inflazione effettiva non è diminuita nel tempo,
mentre in molti paesi (primo fra tutti l'Italia) le famiglie hanno
sofferto e stanno ancora soffrendo gli effetti dell'introduzione della
moneta unica in termini di potere d'acquisto, a causa di un livello
generale dei prezzi drogato da una conversione all'euro priva di
qualsiasi controllo. Anche in Europa, l'impoverimento reale è stato
spesso ammortizzato col ricorso all'indebitamento e per un po' la
situazione è parsa di «accettabile normalità». Tuttavia, quando
l'aumento dei prezzi legato al costo del petrolio ha spinto la Bce
(con un targeting sull'inflazione complessiva, senza distinguere la
componente da costi rispetto a quella da domanda) ad aumentare
ulteriormente i tassi di interesse, il costo del debito è salito in
modo preoccupante. Con una domanda interna già bassa e la diminuzione
della domanda americana, le imprese hanno arrestato gli investimenti e
la crisi, da finanziaria, è diventata decisamente «reale».
In tal senso è giustificato un confronto con la crisi del '29.
L'impulso dato alla Grande Depressione seguita al crollo della borsa
di Wall Street e ai suoi effetti domino, era di natura finanziaria: un
boom speculativo aveva investito pesantemente il mercato azionario
americano. Ma a monte, anche in quel caso, esistevano debolezze
strutturali, reali: dopo il boom economico del periodo post bellico,
era seguito un vero e proprio collasso della produzione e del consumo
che avevano preparato il terreno al cambiamento degli umori nel
mercato borsistico.
La grande differenza sta nelle misure che sono state adottate al
verificarsi della crisi: allora i governi sono entrati in una nefasta
spirale protezionistica nel tentativo di salvare l'economia reale
(soprattutto in termini di occupazione) e le autorità monetarie hanno
reagito con politiche restrittive che hanno peggiorato la situazione.
Con la crisi attuale si è deciso di salvare le banche, pensando forse
che bloccando la crisi nella sua dimensione finanziaria, lì si
sarebbe fermata.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità
della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la
formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
I modelli econometrici si sono evidentemente dimostrati incapaci di
predire il futuro (si veda la Lehman Brothers, caduta nella spirale
della bancarotta nonostante il suo staff di economisti esperti).
Qualcuno ancora rimane stupito. Ma stupito di cosa? In tempi lontani
l'economista inglese Alfred Marshall ricordava che l'economia è una
scienza che ha che fare con l'uomo «di carne e di sangue», il quale
non sceglie e agisce solo sulla base del calcolo dell'interesse
personale; l'economia quindi non è riducibile a puro calcolo
matematico e non è - né può essere - una scienza esatta, al pari
della fisica. È una scienza inesatta che ha che fare con una materia
molto complessa e aleatoria. Affidare la comprensione o previsione del
futuro a un modello basato su una lunga lista di assunzioni
irrealistiche non può che portare a delusioni.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e
frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni
e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse della
democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il
ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di
regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Il mercato non è una macchina perfetta che fa ottenere sempre e
comunque risultati ottimali. È una macchina imperfetta, complessa.
Anche questo non è un aspetto nuovo. Si era ben evidenziato con la
crisi del '29; ma lo sapeva bene perfino Adam Smith che è considerato
il padre fondatore dell'economia politica.
Il mercato deve essere senza dubbio regolato. Il problema semmai è
capire da chi. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, il singolo Stato
si è già dimostrato insufficiente o incapace di intervenire
efficacemente in tal senso. La globalizzazione impone nuove sfide e
per farvi fronte occorre coraggio: di cambiare, di rinunciare alle
vecchie logiche di equilibrio - o pseudo-equilibrio - internazionale.
Siamo ancora regolati da istituzioni nate alla fine della seconda
guerra mondiale, create in quel contesto storico per quel contesto
storico. Il «Washington Consensus» aveva (forse) ragione di esistere
allora ma oggigiorno è decisamente anacronistico.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che
sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo
di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare,
possa rappresentare un riferimento per politiche economiche
alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo
di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
La Cina riceve ormai l'attenzione che ogni grande nazione economica
deve avere. Ma perché non si parla di India che pure sta imponendosi
come paese di nuova industrializzazione fortemente competitivo a
livello mondiale? E perché ancora Washington? Gli Stati Uniti vengono
ancora considerati la nazione in grado di far pendere l'ago della
bilancia delle decisioni mondiali, soprattutto per il potere militare.
Ma questa situazione non ha più ragione di essere dal punto di vista
del potere economico, che si sta diffondendo rapidamente in altre
parti del mondo. In questo contesto, l'Europa avrebbe grandi
potenzialità ma è anche evidente che, allo stato attuale, è
incapace di imporsi quale importante attore nell'assetto
economico-politico mondiale. Soffre di troppe divisioni,
frammentazioni. Non esiste, di fatto, una politica economica comune;
la politica monetaria e la moneta unica non sono sufficienti per fare
dell'Europa un'area compatta piuttosto che un insieme di paesi
diversi. L'attuale crisi ha evidenziato molto bene la pressoché
totale mancanza di coesione decisionale.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale
(istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il
salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò
avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Le banche più che salvate andrebbero regolarizzate e controllate. La
ricchezza di un paese è data anche dall'assenza di contrasti sociali
ed è fatalmente legata al grado di occupazione e alla produzione. In
questa crisi si è scelto prima di tutto di salvare le banche, ovvero
le lobbies ad esse collegate o in esse rappresentate, ubbidendo a
logiche che sempre più, purtroppo, vedono il potere economico legato
inestricabilmente a quello politico. Ma, come ho detto, la crisi non
è solo finanziaria: è anche e soprattutto economica e per questo
l'intervento sulle banche non è sufficiente.
Tra l'altro, va sottolineato che finanziando le banche non si sta
facendo neanche un vero e proprio intervento sul lato dell'offerta. Se
pensiamo al nostro paese, l'offerta è data soprattutto dalla media e
piccola impresa, che sono invece escluse da questi tipi di intervento,
come la crisi di molti distretti industriali dimostra chiaramente.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a
fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i
governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare
l'economia mondiale?
Il prezzo è ovviamente alto ma soprattutto è alto il prezzo delle
non scelte: i governi hanno, di fatto, optato per lo status quo,
sperando che la situazione si mettesse in qualche modo a posto da
sola, con un ragionamento del tipo «passata la burrasca, tutto (o
quasi) tornerà come prima». Quasi, perché le famiglie delle
generazioni attuali e di quelle future avranno sulle spalle il costo
di queste non-scelte. Con il rischio, o la certezza, che la disparità
sociale che oggigiorno è già grande e crescente, aumenterà ancora
di più.
- KATIA CALDARI
Da Marshall ai distretti industriali
Docente presso l'Università di Padova, Katia Caldari, dopo la laurea
in Scienze Politica, ha conseguito il dottorando in Dottrine
Economiche presso l'Università degli Studi di Firenze. Collabora con
le Università di Cambridge (Uk), Pisa, Firenze e la Hitotsubashi
University di Tokyo. I suoi principali interessi riguardano: analisi
critica di alcuni grandi temi di teoria economica (equilibrio,
aspettative, distribuzione); storia dell'economia politica (in
particolare il pensiero di Alfred Marshall su cui ha scritto numerosi
articoli); economia internazionale (crisi finanziarie, politiche
commerciali, globalizzazione, crescita e sviluppo); economia
industriale (i distretti industriali). È titolare dei Corsi di
Economia Internazionale e di Introduzione alla Metodologia Economica.
È autrice di numerosi saggi e articoli; tra gli altri, nel 2006 per
l'Elgar Companion to Alfred Marshall, ha scritto le voci «Labour and
Wages» e «Progress»; nel 2004, «Alfred Marshall's Idea of Progress
and Sustainable Development», in «Journal of the History of Economic
Thought».
Nel 2006 ha pubblicato «Alfred Marshall Between Tradition and
Modernity: Analysis and Criticism of Scientific Management», saggio
contenuto nel volume collettivo «The Changing Firm. Contributions
from the History of Economic Thought» (Franco Angeli).
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INTERVISTA | di
Cosma Orsi
IL CAPITALISMO INVECCHIA?
Un mondo di lacrime e sangue
LA PAROLA A GIACOMO BECATTINI È difficile capire
come il pianeta possa riuscire a trovare una via d'uscita dalla attuale
recessione. L'accentuarsi dei conflitti per il controllo delle risorse
prepara però un futuro poco roseo, rendendo risibile l'immagine del
mercato come paese delle meraviglie La crisi è sistemica, perché investe
le sue componenti finanziarie, sociali e culturali . E va compreso il
fatto chelaborsaelebanchecostituiscono ormail'ossaturadell'economiareale
Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la
dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è
questo il punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli «effetti
collaterali» dell'attuale situazione economica. Studioso dei distretti
industriali come modello di sviluppo economico parallelo a quello basato
sulla grande impresa, Becattini sostiene che la crisi mette a nudo i
limiti e le difficoltà della sinistra nella comprensione dei processi
economici. Allo stesso tempo, in questo terzo appuntamento su come alcuni
economisti italiani riflettono sulla situazione attuale, invita a non fare
facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi, perché dipendenti da «logiche
sistemiche» proprie del processo economico che dalle politiche nazionali
e internazionali.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta
possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una
crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con
la crisi del '29?
La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto
l'organismo sociale, non solo nelle sue componenti economico-finanziarie,
ma anche in quelle sociali e culturali. Essa è finanziaria e reale al
tempo stesso, perché la finanza (la borsa, le banche, ecc..) nel
capitalismo avanzato, costituisce l'ossatura - strutturalmente infetta -
dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura stessa del mercato,
che chiudendo i conti sempre ex post deraglia sistematicamente dal
sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi ricondotto, prima o
poi, dalla crisi.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti «mainstream»
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
Senza negare ogni utilità alla modellistica politicamente
uncommitted dilagante nel mondo degli studi economici, credo, in sostanza,
che questo orientamento contenga una rinuncia al compito principale
dell'economista, che, per me, è di analizzare il funzionamento dei
sistemi economici nel loro complesso, fra cui «l'economia di mercato»,
come strumenti non semplicemente di massimizzazione del benessere
economico, ma anche e soprattutto di attivazione e valorizzazione delle
potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni strato sociale. Il «grande
spreco» del capitalismo attuale, non compensabile da alcun aumento del
Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare la
potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro che
bassi salari o disoccupazione nel mondo «civilizzato», questo è il vero
e fondamentale fallimento del mercato.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi della
democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo
della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del
mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Bella domanda! A cui, però, non so rispondere altro che: siamo
nei guai e non ne usciremo facilmente. Né vedo in giro risposte
convincenti. Come economisti il contributo che possiamo e dovremmo dare è
una critica intelligente e onesta, ma sempre più approfondita, del
capitalismo oligopolistico-finanziario, che ci sta portando, sospetto,
all'apocalisse. Il punto mi pare essere che non c'è più una politica
distinta dall'economia. Ricordo la storiella di E.D. Domar in cui il
ministro del commercio statunitense presenta su di un vassoio tutti i
progetti dell'amministrazione, invitando ogni rappresentante
dell'industria a togliere quello che gli da più fastidio. Bene, al
termine del giro, il vassoio è vuoto. Un esempio aggiornato della
storiella ce lo offrono, più o meno, le vicende del piano sanitario di
Obama.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire
che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo
di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa
rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al
«Washington Consensus», quanto al capitalismo di Stato cinese? O c'è il
rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con
il Sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
L'assetto mondiale di un domani anche relativamente prossimo -
diciamo 10 anni - è una grande incognita. Focolai immensi, positivi e
negativi, come il risveglio economico di Cina ed India e i «subbugli»,
sudamericano e africano, ancora largamente non analizzati, sono all'opera
e nessuno può dire cosa accadrà dell'Europa, se resisterà allo
sconquasso. Certo è che, da un lato le linee divisorie tracciate dalla
storia europea, sono nette e profonde e, conseguentemente, le spinte
antiunitarie sono numerose e vigorose; dall'altro la filosofia dell'Europa
Unita è squallidamente economicistica. Dietro a questa Europa, non riesco
vedere, almeno finora, una idea-forza di vero superamento degli egoismi
nazionali e di costruzione di un nuovo protagonista della scena mondiale
futura. Vedo solo atteggiamenti difensivi, non privi di utilità, certo,
ma che non disegnano alcun futuro propriamente europeo. Insomma: Io,
speriamo che me la cavo.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì
il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò
avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni):
un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta
strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di
disoccupazione?
Proprio qui sta l'astuzia della manovra. Il '29 ha insegnato che
il principale amplificatore della crisi, una volta avviata, sta nel panico
dei depositanti e degli operatori in borsa. Quindi le prime misure sono
state garantire i depositanti e immettere liquidità. Naturalmente, questa
prassi, una volta metabolizzata dal sistema, riduce la paura del
fallimento e delle sue conseguenze patrimoniali, negli consigli di
amministrazione delle banche e delle multinazionali, e negli operatori di
borsa, generando, di conseguenza, un «capitalismo bastardo» in cui è
sufficiente portare, con qualsiasi mezzo, la propria azienda a dimensione
socialmente rilevante (Fiar e Alitalia docent), per essere garantiti
contro il fallimento. In sintesi, si è violata quella che D.H. Robertson
chiamava la «regola aurea del capitalismo»: chi decide paga errori e
imbrogli (se vengono svelati o se non riescono bene) - forse con la
prigione (e qui gli americani c'insegnano qualcosa), ma, sicuramente, col
suo patrimonio. E invece. È precisamente questo l'andazzo che denunciava
sommessamente Ernesto Cuccia - che il capitalismo lo conosceva bene - in
un suo famoso appunto del 1978: «non si può fare a meno di chiedersi se,
nel caso in cui non fosse stato facilitato l'abbondante flusso di
finanziamenti agevolati a taluni imprenditori - privati e pubblici -
nell'illusione che non la bontà degli investimenti e la oculatezza della
gestione avrebbero assicurato il successo dell'iniziativa, bensì la
protezione politica quale mezzo per raggiungere il gigantismo delle
imprese e con il gigantismo, non si sa come o perché, la loro fortuna
(ora lo si è capito!) c'è da chiedersi, dicevamo, se in tal caso non
avremmo avuto aziende molto più modeste, ma più sane, con una crescita
fondata almeno in parte sull'autofinanziamento e non soltanto sui debiti,
capacità produttive più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati
e, soprattutto, minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella
vita economica del paese».
Un capitalismo, insomma, quello che ci attende, da «Alice nel paese delle
meraviglie». Il problema vero, dalla cui soluzione si giudica sub speciae
aeternitatis il sistema, non è la piena occupazione purchessia, ma «quale
occupazione». Il sistema economico ottimale è, per me, quello che apre
al massimo numero di giovani in età lavorativa, un certo numero di
alternative d'impiego. Una situazione che si è presentata - in modo
rudimentale, beninteso! - in quei microcosmi di capitalismo concorrenziale
che sono i nostri distretti industriali. Ma la sinistra italiana,
imprigionata in schemi del passato - duole dirlo - non se n'è accorta -
pagando puntualmente il fio in termini elettorali. Che tristezza.
Questo implica immense responsabilità del sistema. Per garantire questa
pluralità di possibilità a tutti i giovani occorrono riforme che
incidono nella carne viva della società. La tendenziale uguaglianza dei
punti di partenza, all'età in cui uno entra nella vita sociale (16-18
anni), con tutto ciò che implica, è, per me, l'idea forza di una nuova
sinistra. E se questo diventasse l'impegno fondamentale di chi governa il
paese, ne discenderebbe una graduatoria degli interventi di natura
economica, sociale e formativa assai diversa da quelle in circolazione.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a
cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare
l'economia mondiale?
Precisiamo: se ci si riferisce al mondo attualmente sviluppato,
un prezzo certamente alto, che dimostra ancora «di che lacrime grondi e
di che sangue» lo sviluppo capitalistico, ma probabilmente non più alto
di quello di percorsi più classici di fuoriuscita dalla crisi. Se ci si
riferisce, invece, al mondo nel suo insieme, si possono fare molte
ipotesi, ma, per quanto ne so io, non si dispone di modelli logici che
consentano una risposta non campata in aria.
Quello che si può dire con certezza è che la crisi attuale non porterà
certamente al crollo del capitalismo, anche perché non disponiamo di
alternative radicali di sicuro funzionamento, e un sistema sociale non può
scomparire finché non è pronto il successore. Il cosiddetto «socialismo
alla cinese» e le altre pretese vie al socialismo sono, infatti, per ora,
una grande incognita.
Ma l'accentuazione dei contrasti per il controllo delle risorse naturali e
l'incarognimento dell'umanità, i quali procedono implacabili, non
promettono niente di buono. Mi dispiace a chiudere in negativo, ma questa
è, purtroppo, la convinzione che pervade il mio stato d'animo.
GIACOMO BECATTINI
Le terza via allo sviluppo industriale
Il nome di Giacomo Becattini è associato sicuramente alla analisi attorno
ai distretti industriali che hanno caratterizzato alcune regioni italiane
(inizialmente Toscana e Emilia-Romagna, per poi caratterizzare altre realtà
locali nel Veneto, le Marche, la Puglia). Per l'economista italiano, i
distretti industriali hanno costituito una forma specifica e dinamica di
sviluppo industriale basato sulle piccole e medie imprese. Nato a Firenze
nel 1927, è professore emerito di economia politica presso l'Università
di Firenze. Socio delle Accademie dei Lincei, Colombaria e dei Georgofili;
è stato presidente della «Società italiana degli economisti». Laurea
Honoris Causa dall'Università di Urbino, cittadino onorario di Prato,
socio onorario del collegio Trinity Hall (Cambridge). Oltre ai distretti
industriali, Becattini ha approfondito l'analisti attorno alle teorie di
Alfred Marshall, di cui è riconosciuto fra i maggiori esperti a livello
mondiale. Tra i numerosi volumi pubblicati vanno ricordati: per Bollati
Boringhieri, «Il concetto di industria e la teoria del valore» (1962),
«Distretti industriali e made in Italy» (1998), «Dal distretto
industriale allo sviluppo locale» (2000), «Per un Capitalismo dal volto
umano» (2004); per Le Monnier, «Il bruco e la farfalla. Prato nel mondo
che cambia» (2000) e «Scritti sulla Toscana» (4 volumi, 2007); per il
Mulino, La cura di Marshall. Antologia di scritti economici» (1981) e «Mercato
e forze locali» (1987), « Il calabrone Italia» (2000) e «Ritorno al
territorio» (2009); per Elgar, «The industrial district» (2003.); e la
cura, assieme a T. Raffaeli e M. Dardi, di «The Companion book to Alfred
Marshall» (2007), mentre assieme a M. Bellandi e L. De Propris, di «The
Handbook of Industrial District».
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INTERVISTA |
di Roberto Ciccarelli
NOMADI URBANI CONTRO IL LIBERISMO
GUY STANDING
Un'intervista con lo studioso inglese in Italia per
l'uscita del volume collettivo «Reddito per tutti», una proposta per
consentire ai precari di sfuggire al ricatto di lavori dequalificati,
sottopagati e a tempo determinato. Ma anche premessa di una politica che
riesca a coniugare libertà e eguaglianza dopo che negli anni Ottanta la
sinistra aveva abbandonato entrambi gli obiettivi
Renato Brunetta lo ha conosciuto in un convegno a Venezia nel 1988, poco
dopo che un piccolo gruppo di economisti, filosofi, sociologi e giuristi
aveva fondato il Basic Income European Network (Bien), l'associazione non
governativa che promuove a livello mondiale il reddito di base. Guy
Standing, docente di sicurezza economica all'università di Bath e
co-presidente del Bien, ne ha un ricordo netto. Era l'epoca in cui
l'attuale ministro della pubblica amministrazione insegnava all'università
e faceva il consigliere di Bettino Craxi. «Ho sempre pensato - scrive
Standing nel saggio contenuto in Reddito per tutti: un'utopia concreta
(pp. 264, euro 25), il volume pubblicato da Manifestolibri e curato dal
Basic Income Network (Bin), nodo italiano della rete mondiale del Bien -
che sarebbe stato facile per lui spostarsi dal laburismo cinico alla
destra politica», dato l'eloquio dei «ceti rampanti» che il futuro
ministro aveva fatto in quell'occasione.
Di quell'incontro Standing ricorda una «lite furiosa» con chi sosteneva
una terapia choc nelle politiche sociali. Idealmente quella «lite»
continua ancora oggi quando un altro degli ex socialisti al governo, il
ministro del Welfare Maurizio Sacconi, ribadisce che la prossima riforma
dello stato sociale in Italia escluderà ogni ricorso al «reddito di
cittadinanza». L'intervista con Guy Standing è avvenuta alla vigilia
della sua partecipazione al convegno napoletano del 27 e 28 novembre al
Maschio Angioino «Verso il 2010, anno europeo per la lotta alla povertà
e all'esclusione sociale» e per l'uscita del volume della manifestolibri.
La conversazione prende avvio dai movimenti degli studenti che dalla
California all'Austria, dall'Inghilterra alla Germania fino all'Italia si
oppongono alle riforme e ai tagli al sistema della formazione pubblica e a
quello della ricerca.
Per Standing, queste mobilitazioni sono «uno degli effetti della crisi
globale. Nelle università di questi paesi si denuncia che la promessa di
una formazione accessibile a tutti è in pericolo. E con essa le garanzie
che lo stato sociale ha assicurato alla soddisfazione della domanda di
alfabetizzazione, protezione sanitaria e pensione per i lavoratori nel
corso di buona parte dell'epoca industriale. Non è un'esagerazione dire
che la formazione è stata mercificata. È deplorevole che i cosiddetti
accademici e gli intellettuali abbiano accettato il materialismo volgare
dell'attuale sistema educativo. Viviamo in un oscurantismo che ha rimosso
lo spirito illuminista della nostra cultura. La formazione dovrebbe
infatti insegnare l'arte della critica mentre si accumulano conoscenze su
come le idee e le civiltà si sviluppano nel tempo.
Come spiega la centralità della formazione nei processi di
produzione?
Parlare oggi di formazione significa parlare di conservazione,
riproduzione e rigenerazione dell'essere umano e non più semplicemente di
uso efficiente delle risorse e del loro sfruttamento per la produzione.
Attraverso la formazione possiamo recuperare il significato del controllo
sul tempo. È il suo aspetto «ecologico». Il suo scopo principale
dovrebbe essere sottratto ai progetti dei manager, degli amministratori e
dai potenti interessi commerciali che tengono in ostaggio gli
intellettuali e gli studenti.
Come si dovrebbe riformare il sistema educativo?
In due modi. Primo, dobbiamo rivendicare che le istituzioni della
formazione siano governate e modellate su chi ha dimostrato competenza ed
impegno nell'educazione, nella scienza e nelle arti. Gli amministratori e
i finanzieri sono importanti, ma devono essere i servitori del processo
formativo, non i loro padroni. Secondo, ciò che ho chiamato tempo
terziario nel mio libro Work after Globalisation: Building Occupational
Citizenship (Elgar). Il tempo terziario fa parte di una nozione più ampia
di formazione. Nella società agraria, il tempo fluiva nelle stagioni, con
il ritmo della produzione naturale e della saggezza degli antichi
artigiani. Nel capitalismo industriale, il tempo è stato generalmente
suddiviso in blocchi netti: scuola, lavoro, pensione, timbro d'entrata e
timbro d'uscita. Per la maggioranza, esso corrispondeva ad una
subordinazione ordinata, in particolare nel campo del lavoro salariato,
fino a quando un incidente o una morte prematura metteva fine a questa
esistenza. Di questa organizzazione i socialdemocratici del XX secolo ne
hanno fatto un feticcio, pretendendo che il maggior numero delle persone
vivesse con un lavoro salariato subordinato. È il limite delle ambizioni
di questi moderni utilitaristi. Oggi, nell'epoca della mercificazione, la
democrazia è stata profondamente corrotta. Il tempo terziario mira a
riattivare ciò che gli antichi greci chiamavano scholé, cioè la
partecipazione pubblica nell'arena politica della polis.
Ma qual è il soggetto di questa politica progressiva?
In primo luogo, è una politica che non può più essere fondata
sulla resurrezione del proletariato, sebbene ciò sia desiderabile. Sarà
la soluzione dei traumi del precariato ad ispirarla. Al precariato manca
però quella che Hannah Arendt ha definito memoria sociale - una psyché
che qualche decennio fa vincolava gli operai al valore dell'occupazione.
Il precariato non ha un passato perché sente di non avere un futuro. Ciò
crea una profonda insicurezza. Oscillare per tutta vita tra lavoretti a
tempo determinato crea preoccupanti conseguenze sull'equilibrio mentale e
fisico. Il precario non è dunque solo il risultato di un'organizzazione
del lavoro, ma della perdita di controllo sul proprio tempo. La ragione
fondamentale per sostenere il reddito di base è di evitare che questa
oscillazione occupi tutta la vita di una persona. Solo così si può
garantire un equilibrio mentale e procedere ad una vera riforma
dell'educazione.
Rispetto alla maggior parte delle politiche del XX secolo ispirate dalla
presenza politica della classe operaia industriale, la politica
progressiva di questo secolo dovrà rispondere alle aspirazioni del
precariato. Se ci pensa è proprio questa la rivendicazione più radicale
che viene dai giovani di tutto il mondo che non vogliono finire i propri
giorni nella disperazione di una vita precaria. La politica progressiva
punta inoltre a coniugare uguaglianza e libertà, elemento, quest'ultimo,
che la maggior parte della sinistra sia socialdemocratica che comunista ha
da tempo abbandonato. Ciò ha avuto come conseguenza l'occupazione dello
spazio della libertà da parte della destra, mentre la sinistra sembra
attestarsi su un paternalismo di Stato e su un rigido laburismo per il
quale libertà e uguaglianza vengono raggiunte occupando il maggior numero
di persone in lavori non qualificati o temporanei.
Dunque non è possibile realizzare una società della piena
occupazione?
Sarebbe una piena occupazione caratterizzata da lavori
dequalificati e a tempo determinato. Il lavoro è uno strumento che tende
ad uno scopo, non è un fine in sé. Dovremmo avversare culturalmente e
politicamente gli utilitaristi che pensano che il lavoro precario faccia
la felicità di una persona. Lo ha fatto la «terza via» di Tony Blair.
Il suo workfare è stato il capitolo finale del laburismo in Inghilterra e
il fallimento dell'esperimento neo-liberista.
Per alcuni studiosi, la precarietà è una condizione; per altri
indica la formazione di una nuova classe sociale?
Al precariato manca un senso di appartenenza. Ciò non esclude
però che venga trattato come una nuova «classe pericolosa». L'estraneo,
il migrante, il non conformista, i giovani sono gli obiettivi dei
Berlusconi, dei Sarkozy, del British National Party e di altre frange
populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Proprio perché è una «classe
in sé» il precariato viene schierato facilmente contro alcune parti di
se stesso. Si spiega così la sua attrazione per le sirene del populismo.
L'esistenza di milioni di persone che vivono in questa condizione la
potrei spiegare con un'immagine forse un po' abusata, ma che trovo
adeguata per spiegare questi comportamenti. Il precariato è formato da «nomadi
urbani» che vivono la propria identità dentro una contraddizione. La
politica progressiva deve saperla affrontare. Deve proporre una nuova
politica del paradiso.
Politica del paradiso....
La politica del paradiso è la proposta di una società egualitaria. Il
fallimento dell'opposizione in Italia è dovuto al fatto che la critica al
governo Berlusconi si limita ad un'arringa che non genererà mai un
movimento progressivo. I progressisti lo hanno imparato durante la loro
storia. Ci devono essere delle domande e una rabbia orientati verso una
visione del paradiso. Le forze della sinistra, sia socialdemocratica che
comunista, hanno perso di vista entrambi. Noi invece questo paradiso lo
dobbiamo riportare in terra.
E il reddito di base contribuirà alla definizione di questa
politica?
L'obiettivo è di muoverci verso una piena libertà che sfidi
apertamente la società del controllo, demercifichi la vita di uomini e
donne, conquisti un nuovo controllo sul tempo, garantisca un uguale
accesso all'informazione e ai diritti sociali, alla redistribuzione dei
profitti che oggi arricchiscono élite dinastiche. Abbiamo bisogno di
nuove forme di regolazione dell'occupazione per la società in cui
viviamo. Il reddito di base è una proposta complessiva che parla ad una
libertà non dominata più dagli imperativi del mercato e contribuisce
alla nuova marcia verso l'uguaglianza.
L'accuseranno di fare politica...
In una recente presentazione del mio libro, dal pubblico si è
alzato un anziano professore di economia che mi ha detto. «Questa non è
economia. È un progetto politico». L'ho guardato fisso per assicurarmi
che dicesse sul serio e gli ho risposto più gentilmente che potevo: «Naturalmente.
Non è quello che fa anche lei?».
top
di Benedetto Vecchi
MATERIALI
Il ritrovato realismo del reddito di base
Un mutamento è intervenuto da quando il «reddito di cittadinanza»,
negli anni Ottanta, ha cominciato a circolare come proposta politica per
su cui incardinare una riforma del welfare state. Il mutamento si chiama
crisi, mentre è accaduto che la precarietà non è solo un incidente di
percorso nella biografia di un uomo o di una donna, ma la norma dominante
nei rapporti tra capitale e lavoro. Chi è entrato nel mercato del lavoro
negli ultimi tre lustri ha infatti spesso conosciuto contratti a tempo
determinato e ha considerato i «fratelli maggiori» l'ultima generazione
che ha potuto progettare scampoli di futuro. Nel volume Reddito per tutti
(manifestolibri) tanto la crisi che la precarietà sono elementi presenti,
ma spesso ricondotti , specialmente negli scritti degli «stranieri»,
ricondotti all'emergere di una «questione sociale» dai contorni però
sfumati.
Parlare di precarietà significa però parlare proprio di «questione
sociale», cioè dei rapporti sociali di produzione e di come le politiche
nazionali e sovranazionali li hanno codificati in legge. La cancellazione
progressiva dei diritti sociali di cittadinanza non ha infatti significato
solo un attacco alle condizioni di vita del lavoro dipendente, ma anche la
costruzione politica di una nuova figura, l'individuo proprietario,
attorno a cui far ruotare l'intera azione statale e l'insieme
dell'organizzazione sociale. Allo stesso tempo, la costruzione di linee di
confine - e dunque di divisione - tra il lavoro vivo attraverso la
moltiplicazione delle tipologie contrattuali. Per questo la proliferazione
dei tipi di rapporti di lavoro non corrisponde a una gestione razionale
del mercato del lavoro, come spesso sostengono i liberisti di destra, ma
anche di «sinistra», bensì alla definizione di contratti pensati per i
tanti e disseminati «individui proprietari».
Lo svelamento del grande inganno celato dietro l'ideologia del mercato
consente di ragionare anche sul lavoro autonomo (il popolo delle partite
iva) non come un insieme eterogeneo, ma come l'esito di una operazione
politica che condanna allo stesso regime fiscale chi guadagna poche
migliaia di euro svolgendo un lavoro eterodiretto e chi invece porta a
casa redditi stratosferici. Luciano Gallino, nell'intervista a questo
giornale il 20 Novembre, affermava che una politica adeguata alla
situazione non può che contemplare un intervento dello Stato per
garantire un margine di manovra a chi è condannato a vivere nell'eterno
presente del regno della necessità. Il reddito di cittadinanza non può
tuttavia essere pensato come prodotto di una ingegneria istituzionale che
aggiri la difficoltà dei precari di prendere la parola e organizzarsi
socialmente e politicamente.
In questo volume gran parte degli interventi presenta un articolazione del
discorso che sarebbe sciocco giudicare come prodotto di una disincarnata
prassi teorica. Ci sono materiali che aiutano infatti a comprendere che la
«questione sociale» non riguarda solo l'anomala Italia, ma anche paesi
dove il welfare state è stato meno ridimensionato (ad esempio la
Germania) o dove non è mai esistito (gli Stati uniti). Allo stesso tempo,
sono contributi che aiutano a considerare la contingenza - di nuovo: la
crisi economica e la precarietà divenuta norma - come una possibilità di
trasformazione sociale. Non è poco in tempi di populismo e di povertà
diffusa.
SCAFFALI
Un volume collettivo e un autore che prova a
ridisegnare i confini della cittadinanza dopo l'inganno della «terza via»
«Reddito per tutti: un'utopia concreta» (manifestolibri, pp. 264, euro
25) raccoglie una serie di contributi dei principali teorici mondiali del
reddito di base (Philippe Van Parijs, Erik Olin Wright, Claus Offe, Guy
Standing, Erik Christensen e Daniel Raventos), insieme a quelli di chi in
Italia è da tempo impegnato nell'elaborazione di questa proposta
(Cristina Morini, Andrea Fumagalli, Andrea Tiddi, Giuseppe Bronzini,
Sandro Gobetti, Luca Santini, Corrado Dal Bò, Carlo Vercellone e Giuseppe
Allegri). Rispetto ad un libro precursore che ha introdotto questi temi in
Italia, «La democrazia del reddito universale» pubblicato nel 1997
sempre da manifestolibri, quello curato dall'associazione Basic Income
Network - Italia (www.bin-italia.org) dimostra che il «reddito di
cittadinanza» è entrato a far parte del dibattito internazionale sulle
alternative alla crisi del neoliberismo e delle teorie del libero mercato
globale, intercettando nuove prospettive: il repubblicanesimo di Philippe
Pettit e il femminismo di Carole Pateman. Una comunità politica e
scientifica nella quale Guy Standing occupa un posto di primo piano.
Economista originale, dal 1999 al 2006 Standing è stato direttore di
programma presso l'«Organizzazione internazionale del lavoro» (Ilo) di
Ginevra, ha partecipato all'esperienza del movimento no global, è stato
consulente della Banca Mondiale, del programma sviluppo delle Nazioni
Unite, dell'Ocse, della Commissione Europea, ha scritto nel 2007 il
rapporto sulla situazione sociale mondiale dell'Onu. Standing ha diviso la
sua carriera accademica tra l'Inghilterra, gli Stati Uniti e l'Australia.
Tra i suoi numerosi libri segnaliamo: «Income Security as a Right: Europe
and North America» (Anthem Press, 2005); «A Basic Income Grant for South
Africa», con Michael Samson (University of Cape Town Press, 2003); «Beyond
the New Paternalism: Basic Security as Equality» (Verso, 2002).
top
di Guido Rossi
GLOBALIZZAZIONE
La paura che nega il diritto
La concorrenza ha sconfitto democrazia e sicurezza
che, con la paura e i diritti è diventata oggetto di inquietanti
antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza ma con
quelle violazioni si creano paure e torna la violenza del Leviatano
Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato radicalmente la vita
economica, politica e sociale dei popoli e degli individui, senza che il
diritto ne abbia seguito e disciplinato l'evolversi.
Jacques Derrida nei suoi seminari su «La Bestia e il Sovrano» (Jaca
Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante, chiedendosi quale
sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri Gemelle del World
Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse stata
registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente
trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato,
il Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è
l'unica cosa che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che
«siccome non c'è legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone,
provoca la paura».
Il pericoloso filosofo del diritto tedesco, Carl Schmitt, amato oggi sia a
destra che a sinistra, precisava che «Protego ergo obligo è il cogito
ergo sum dello Stato». E questo principio era stato uno dei fondamenti
dello stato nazista.
Ma lo Stato attuale nella sua dimensione politico-mediatica ha strumenti
per la creazione di paura e quindi di esigenze di protezione o addirittura
di omologazione con la Gewalt, cioè la violenza, ben maggiori di quanti
se ne potessero immaginare. La cronaca quotidiana, purtroppo, mi esime da
qualsivoglia esemplificazione. Mi basterà citare il Patriot Act e
Guantanamo, perché sono forse fra gli esempi più clamorosi della
sconfitta del diritto di fronte alla paura. Tant'è che il presidente
Obama ha recentemente dovuto contraddirsi smentendo la promessa di
chiudere Guantanamo.
La verità è spesso manipolata in nome della sicurezza. È così che la
costruzione della categoria degli enemy combatants ha tolto a costoro,
dopo l'11 settembre, ogni diritto a un giusto processo, ad una normale
istruttoria, all'assistenza di un avvocato, ad un regolare dibattimento.
Purtroppo neppure la Corte Suprema, altre volte ben più attenta, nel caso
Hamdi versus Rumsfeld (124, S.Ct. 2633 , è riuscita a garantire quei
diritti a chi viene definito enemy combatant, anche se si trattava di un
cittadino americano: il tutto in nome della sicurezza. Sempre identica è
la conclusione: la violenza del Leviatano per proteggerti dalla paura
(questa volta dei terroristi) colpisce sempre chi non è in grado di
difendersi: dai minori, agli immigrati, a tutti i diversi che le società
attuali tendono sempre più ad escludere.
Né è possibile sottacere che l'impero della violenza, e quindi quello
omonimo della paura, è diventato planetario e trascende ormai la Gestalt
del Leviatano. La letteratura apocalittica è immensa. Mi limiterò qui a
citare solamente tre testi recenti che ne danno un quadro complessivo,
abbastanza preciso, ancorché forse non completo.
Il primo è l'ultima opera di René Girard («Portando Clausewitz
all'estremo», Milano 2008, 312) il quale dimostra come la violenza e le
guerre nel mondo siano portate all'estremo e come l'accelerazione della
storia crei nel genere umano una inconscia angosciante corsa verso
l'apocalisse. Precisa Girard in conclusione che «il riscaldamento
climatico del pianeta e l'aumento della violenza sono due fenomeni
assolutamente legati (...) e questa confusione di naturale e artificiale
rappresenta forse il messaggio più forte contenuto nei testi apocalittici».
E ovviamente la globalizzazione ha reso la sorte dei minori più precaria,
poiché - ripeto - la violenza si scarica sempre sui più deboli.
Martin Rees, il cui saggio «Our Final Century» (London, 2003) lascia
poche speranze di sopravvivenza, entro la fine di questo secolo, non solo
per il pericolo delle armi atomiche, al quale siamo fortunosamente
scampati nel secolo scorso, ma per gli altrettanto gravi pericoli ai quali
ci sottopongono ora le biotecnologie, piuttosto che gli errori, sempre più
frequenti, negli esperimenti scientifici e nelle tecnologie di vario tipo.
E ciò, indipendentemente dalle ulteriori osservazioni di R. Posner («Catastrophe»,
Oxford, 2004), sui rischi catastrofici delle malattie pandemiche,
piuttosto che sulle possibili collisioni astrali e via discorrendo. Con
una popolazione mondiale che, secondo i calcoli di Levy-Strauss, nel 2050
ammonterà a più di 9 miliardi di individui, difficilmente sfamabili ma
soggetti a rischi di carestia. L'ultima copertina del settimanale The
Economist intitola "How to feed the world" (come sfamare il
mondo), per giungere alle stesse conclusioni. La sottovalutazione della
portata di questi rischi non riduce certo la loro costante riproposizione
nei media e il conseguente aumento collettivo dello stato di paura e di
angoscia.
A questi rischi apocalittici si è ora aggiunta una grave crisi economica
mondiale che nelle sue ricadute sull'economia reale e in particolare sulla
disoccupazione aumenta in tutti i paesi la sensazione di instabilità e di
minaccia alla sopravvivenza. La crisi ha dimostrato i limiti di
un'ideologia basata sulla ricerca individualistica della ricchezza che ha
portato all'autodistruzione del sistema in una recessione economica
mondiale che colpisce soprattutto i paesi più poveri. Per di più, in un
sistema dove vige la forza, chi è destinato a perdere è sempre il più
debole che è sprovvisto di forza contrattuale, l'unica alla quale
un'ostinata volgare ideologia continua ad attribuire valore anche agli
effetti risolutivi della crisi. L'autoregolamentazione e il contratto sono
nuovi idoli del mercato globale che ha clamorosamente fallito.
Senza contare che lo stesso sviluppo economico orientato sempre più verso
il consumismo ha provocato un fenomeno brillantemente descritto di recente
da Robert Reich («Supercapitalismo», 2009). La spinta all'estremo della
concorrenza fra le imprese, al fine di ridurre sempre più i prezzi dei
prodotti, per conquistare i consumatori, ha necessariamente portato alla
riduzione dei costi, laddove era più facile e cioè come sempre nei
confronti dei più deboli, vale a dire i lavoratori. Questi si sono visti
via via sottrarre i diritti che avevano faticosamente conquistato.
Insomma, l'interesse del consumatore ha avuto la meglio sui diritti del
cittadino e così la concorrenza ha sconfitto la democrazia e la
sicurezza.
Quella sicurezza, che con la paura, e i diritti è diventata oggetto di
inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza,
ma con quelle violazioni si creano paure e così in un circolo vizioso
torna la violenza del Leviatano.
Allora la soluzione sta altrove: cioè sopra il Leviatano, sopra gli
stati, cioè nel rispetto dei diritti umani e in quei principi che stanno
sopra e al di fuori delle norme imposte dal Leviatano.
È pur vero che, come ci hanno insegnato sia N. Bobbio, sia M. Ignatieff,
i diritti umani, nella loro pretesa di universalità, sono assolutamente
storici e neppure assoluti. Alla loro base, tuttavia, nella diversità
delle culture, esiste un minimum senza il quale le società non potrebbero
sopravvivere. È in quel minimum che si sconfigge il loro supposto
relativismo ed è in quel minimum che oggi G.B. Vico riconoscerebbe il
senso comune insito nella facoltà dell'ingenium propria a tutto il genere
umano, ed alla sua naturale propensione alla giustizia. A quella
giustizia, alla quale il filosofo napoletano riconduceva altresì la «sapienza
volgare» dei popoli primitivi. Uno dei maggiori esponenti di questa
corrente di pensiero è, attualmente, il filosofo americano Ronald Dworkin.
Si tratta insomma di massime generali, di standards, pur difformi dalle
norme positive, il cui contenuto si ritrova nei principi soprattutto
costituzionali e poi anche morali di comune accettazione, rappresentati da
quel minimum di cui ho sopra parlato. Ed è questo il momento
dell'incontro fra diritto ed etica, a fini di giustizia e lontano invece
dalle equivoche e fuorvianti formule di codici etici o della responsabilità
sociale, o peggio ancora morale, delle imprese.
Il contenuto di questi principi, di questi standards è estremamente vario
e complesso. E forse non è un caso che a tali principi, i cosiddetti
global legal standards, anche l'Europa stia lavorando per evitare che ci
sia la replica della crisi che ha sconvolto l'economia mondiale.
I principi devono essere accettati dai vari paesi, secondo le modalità e
le strutture del diritto internazionale. Essi serviranno altresì a
decidere gli hard cases, cioè i casi difficili dove la norma manca o è
lacunosa. Mi basta qui citare la straordinaria sentenza della Corte
suprema degli Stati uniti nel caso Roper versus Simmons del 1° marzo
2005. Si trattava di giudicare sulla pena di morte sentenziata a carico di
Christopher Simmons per un assassinio da lui commesso quando aveva 17
anni. E' noto che l'art. 37 della Convenzione dell'Onu sui diritti dei
minori del 1989 stabilisce, tra l'altro, che: «Né la pena capitale né
l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere
decretati per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni». Ma
è altrettanto noto che gli Stati uniti e la Somalia sono gli unici due
paesi al mondo che non hanno sottoscritto la Convenzione. Ebbene, la Corte
Suprema, nella sua magistrale sentenza, concluse che: «È corretto che
noi si consideri il peso determinante dell'opinione internazionale contro
la pena di morte nei confronti dei minori, consistente in larga misura
sull'instabilità e labilità emozionale dei minori che può essere spesso
fattore del crimine». E così la pena di morte non fu applicata, perché,
secondo l'estensore, il giudice Anthony Kennedy, sarebbe stata, tra
l'altro, contro gli evolving standards of decensy. La decenza diventa
criterio interpretativo e principio fondamentale del diritto! Il
riferimento all'opinione internazionale nell'interpretare la Costituzione
americana è stata poi oggetto di ampie discussioni, che alla fine hanno
confermato il principio statuito dalla Corte suprema.
Vorrei, come finale meditazione, concludere che in presenza di alluvioni
normative e amministrative scoordinate e sovente contraddittorie da parte
dei poteri legislativi ed esecutivi non solo italiani od europei, ma di
tutto il mondo, l'orizzonte del diritto si può aprire soltanto se i
giudici sia interni, sia internazionali, di qualunque categoria, in tutti
i paesi democratici, continueranno impegnando la loro dignità e
indipendenza, a rivendicare con vigore i principi delle libertà
democratiche e della giustizia, sia con valutazioni corrette della realtà,
sia con riferimento, quando necessario, agli standard di civiltà per
bloccare la violenza e le iniquità del Leviatano.
Mi piace allora terminare con l'ultima frase scritta da Ronald Dworkin ne
«L'impero del diritto» (Milano, 1989): «L'atteggiamento del diritto è
costruttivo: il suo scopo, nello spirito interpretativo, è quello di far
prevalere il principio sulla prassi per indicare la strada migliore verso
un futuro migliore, mantenendo una corretta fedeltà nei confronti del
passato. Infine, esso rappresenta un atteggiamento fraterno,
un'espressione del modo in cui pur divisi nei nostri progetti, interessi e
convinzioni, le nostre esistenze sono unite in una comunità. Questo è
comunque ciò che è diritto per noi: per gli individui che vogliamo
essere e la comunità in cui vogliamo vivere».
Guido Rossi il professore
Guido Rossi, autore di saggi di diritto, economia e filosofia ed ex
presidente della Consob, è professore emerito di diritto commerciale alla
Bocconi. In passato ha presiduto il Centro nazionale di prevenzione e
difesa sociale e dell'International scientific and Professional Advisori
Council of United Nations ed è stato membro del Group of High Level
Company Law Experts della Commissione europea.
top
- INTERVISTA | di
Cosma Orsi
LA PAROLA A TITO BOERI
Un sistema ormai fuori controllo
È necessaria una riforma del mercato del lavoro
che regolamenti e limiti l'uso dei contratti a tempo determinato,
prevedendo tutele crescenti per i precari L'assenza di regole
internazionali ha favorito speculazioni spregiudicate. Uscire dalla
crisi non è però facile, perché richiederà molto tempo ripulire la
finanza dai titoli «tossici». E il rilancio dell'economia deve
contemplare un nuovo sistema di diritti sociali
Il ruolo fuorviante delle previsioni economiche stilate da fisici e
matematici che non capiscono quasi nulla del funzionamento
dell'economia; l'assenza di regole internazionali condivise sulla
circolazione dei capitali; la difficoltà di riuscire a «ripulire»
il capitale finanziario dai titoli «tossici». Ma anche l'assenza di
garanzie sociali per i giovani che entrano, e rimangono si dovrebbe
aggiungere, come precari: sono queste le radici e alcune conseguenze
dell'attuale crisi economica. L'analisi di Tito Boeri rinvia alla «politica»
nodi che spesso il nostro governo nazionale sceglie di non sciogliere.
Un'intervista, questa che segue, che si affianca a quelle già
pubblicate sul «capitalismo che invecchia», invitando a quelle
riforme senza le quali non è possibile garantire, secondo Boeri, il
rilancio dello sviluppo economico.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Ogni crisi finanziaria è diversa dalle precedenti e questa
non fa eccezione. Quindi i paragoni possono essere fuorvianti. Negli
anni Trenta lo shock derivò dalla caduta di un terzo dell'indice
generale dei prezzi con il conseguente crollo dell'attività
economica. La soluzione era perciò chiara: si doveva stabilizzare il
livello dei prezzi, come fece Franklin D. Roosevelt aumentando
l'offerta di moneta, per stabilizzare l'economia e di conseguenza
rimettere in piedi il sistema bancario. Questa volta, assorbire lo
shock è più difficile perché è interno al sistema finanziario. Il
cuore del problema sono gli eccessi di esposizione, opacità e rischi
assunti nel settore finanziario stesso. C'è stato, sì, un crollo del
mercato immobiliare, ma a differenza di quanto avvenne negli anni
Trenta, non c'è stata una caduta generale dei prezzi e dell'attività
economica.
I fallimenti di impresa sono rimasti relativamente pochi e ciò è
stato un più che necessario elemento di conforto per il sistema
finanziario. Ma tutto ciò rende ancora più difficile la soluzione
del problema. Se non c'è stato crollo dei prezzi e dell'attività
economica, non possiamo uscire dalla crisi attraverso crescita e
inflazione, come nel 1933. Dobbiamo uscirne riformando il sistema
finanziario. Ma riformare il sistema finanziario è molto complesso.
Le lobby che vi si oppongono sono potentissime e il potere
contrattuale dei banchieri nei confronti dei governi è addirittura
aumentato nella crisi.
Inoltre, lo sviluppo delle cartolarizzazioni complica il processo di
riordino della situazione. Negli anni Trenta, la «Federal Home Owners
Corporation» acquistò singoli mutui ipotecari per ripulire i bilanci
delle banche e dare un aiuto ai proprietari di casa. Questa volta,
l'agenzia federale responsabile della ripulitura del sistema
finanziario dovrà acquisire titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni
di debito collateralizzato, e tutte le varie forme in cui questi
titoli sono stati tagliuzzati e rimpacchettati. Rimettere in ordine i
bilanci delle banche e aiutare i proprietari di casa sarà
infinitamente più complicato. E sarà molto più difficile
raggiungere la trasparenza necessaria a ridare fiducia al sistema.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Nel caso degli economisti poco o niente. Ogni economista sa
bene che un modello è solo un modo di organizzare le informazioni
disponibili e di controllare che il proprio ragionamento sia coerente.
Chi scambia i modelli per la realtà è solo un cattivo economista.
L'unica possibile deformazione indotta dalla formalizzazione è nello
spingere molti ricercatori a non allontanarsi troppo da schemi
analitici consolidati. Estendere un modello è molto più facile che
costruire un modello ex novo. Questo può avere indotto conformismo.
Ma molti modelli sono molto flessibili e permettono di considerare
molte ipotesi alternative, comportamenti non razionali, problemi di
informazione.
Un problema più serio ci può essere stato nel mondo della finanza,
dove da anni si è consolidato il ruolo dei quant (da quantitative
analyst), persone che hanno ottenuto un PhD in una materia
scientifica, di solito matematica o fisica, e che prestano i loro
servizi all'industria. I quant in genere, si occupano di gestione
degli investimenti, creazione o quotazione di derivati e prodotti
strutturati, gestione del rischio. Hanno contribuito alla crisi
attuale prendendo cantonate epocali nella misura dei rischi effettivi
di mercato. Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto
notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato
delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le
basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Questa crisi non è legata alla globalizzazione. Né dei
beni, né tantomeno dei capitali. È frutto della mancata
regolamentazione di intere parti dei mercati finanziari, soprattutto
negli Stati Uniti. E questa mancata regolamentazione è frutto della
politica che si è prestata alle pressioni delle lobby per chiudere un
occhio sul sistema bancario ombra che si era sviluppato negli Stati
Uniti. Dunque non è tanto questione di avere più o meno politica, ma
regole migliori che riducano la stessa discrezionalità del politico,
spesso vulnerabile alle pressioni delle lobby.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
Sì il vero G20 è oggi il G2 di Stati Uniti e Cina. L'Europa potrebbe
contare, approfittando anche della debolezza del dollaro, se avesse
una voce sola. Ma siamo molto molto lontani da questo. Un terreno su
cui l'Europa potrebbe giocare un ruolo importante è nell'aiutare la
Cina a costruirsi uno stato sociale. Prima lo farà, meglio sarà per
tutti. La popolazione cinese delle campagne è rimasta sin qui ai
margini della crescita. Gli immigrati interni, quelli che si spostano
dalle campagne alle città, non possono neanche mettere i propri figli
a scuola. Chi perde il lavoro perde tutto. Per questo i cinesi
risparmiano così tanto. Quando la Cina affronterà questo immenso
problema distributivo, ne beneficeremo tutti. Perché il superamento
degli squilibri globali richiede una Cina che consumi di più e che
esporti di meno. La Cina guarda all'Europa quando si tratta di
progettare sistemi di protezione sociale. Ma sin qui lo ha fatto solo
a parole. Fin quando non ci sarà democrazia in Cina sarà difficile
andare molto al di là di queste dichiarazioni di principio.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Non è vero. In Italia l'aumento della spesa pubblica è
legato soprattutto alla dinamica di pensioni e salari nel pubblico
impiego. I «Tremonti bond» sono rimasti nel cassetto e comunque non
aumentano il debito pubblico. Del resto basta guardare alla struttura
della spesa per rendersi conto di perché la spesa pubblica continui a
crescere del 2 per cento all'anno, in termini reali, indipendentemente
dall'andamento dell'economia. Quasi un quarto dei fondi pubblici va
alle «Relazioni finanziarie con le autonomie territoriali», leggi
Regioni ed enti locali. Il nostro federalismo è una voragine perché
non responsabilizza gli organi di governo locali. Si interviene solo
per coprire amministrazioni inefficienti e non si puniscono gli
amministratori e politici locali nell'unico modo possibile, vale a
dire riducendone la sovranità. Un altro quinto della spesa va al
pagamento degli oneri sul debito pubblico. La terza posta fondamentale
è rappresentata dalla spesa pensionistica, che assorbe anch'essa
ormai quasi il 20 per cento delle risorse. Queste tre poste assorbono
due terzi delle risorse disponibili.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Temo molto alto. Come Antoine nei racconti di Paul Nizan,
credo che si troveranno un giorno a dire: «Avevo vent'anni, non
permetterò a nessuno di dire che è l'età più bella della vita».
Spero di sbagliarmi ovviamente. Non è solo un problema di debito, ma
anche di mercato del lavoro. Nella crisi e nel dopo-crisi, infatti,
rischiamo di perdere intere generazioni di lavoratori qualificati che,
assunti solo con contratti temporanei, non ricevono adeguata
formazione in azienda e diventano così manodopera di riserva, di cui
disfarsi al primo calo degli ordini. È esattamente quanto avvenuto
nello scorso decennio in Giappone e in Svezia che hanno conosciuto
prima di noi una lunga e profonda crisi scaturita dai mercati
finanziari.
Le imprese, quando prevale l'incertezza, smettono di assumere con
contratti a tempo indeterminato. Solo una ripresa forte e sostenuta
potrebbe convincere i datori di lavoro ad offrire contratti a tempo
indeterminato. Ma sin qui questa ripresa non si vede. Per questo non
è più rinviabile una riforma del percorso di ingresso nel mercato
del lavoro che porti le imprese ad assumere senza una scadenza fissata
a priori. Ci vuole un percorso graduale che costruisca tutele
crescenti, garantendo al datore di lavoro maggiore flessibilità
all'inizio del rapporto di lavoro e poi, via via, sempre meno. Chi si
oppone a riforme di questo tipo, come alla riforma degli
ammortizzatori sociali e all'accelerazione nell'entrata in vigore
della riforma delle pensioni varata nel 1996 (!) si prende una
grandissima responsabilità nei confronti dei giovani. Sta
pregiudicando gravemente il loro futuro.
TITO BOERI
Dalla banca mondiale alla proposta di un
rinnovato stato sociale
Economista milanese, Tito Boeri è docente ordinario all'Università
Bocconi di Milano. Già «senior economist» dell'Ocse, consulente del
Fondo Monetario Internazionale, della Banca mondiale, dell'Ufficio
internazionale del lavoro e della Commissione europea. È direttore
della Fondazione Rodolfo De Benedetti, responsabile scientifico del
Festival dell'economia di Trento, ed è uno degli animatori del sito
liberal la voce.info. Fondatore e animatore del sito internet
laVoce.info è autore di molti articoli usciti nelle più prestigiose
riviste specializzate. Nel 2003 ha pubblicato con Vincenzo Galasso
«Contro i giovani. Come l'Italia sta tradendo le nuove generazioni»,
saggio che ha messo a fuoco un problema che da malessere generazionale
rischia di diventare patologia sociale. Ha inoltre pubblicato con
Coricelli «Europa: più grande o più unita?» (Laterza), con Perotti
nel 2002 «Meno pensioni, più welfare» (Il Mulino) e sempre nello
stesso anno «Uno stato asociale» (Laterza).
LE PRECEDENTI INTERVISTE SONO STATE:
A Giorgio Lunghini (18 NOVEMBRE);
A Katia Caldari (22 NOVEMBRE);
A Giacomo Becattini (25 NOVEMBRE).
PROSSIMO APPUNTAMENTO CON
Pierluigi Ciocca IL 2 DICEMBRE
top
INTERVISTA | di
Cosma Orsi
LA PAROLA A PIERLUIGI CIOCCA
Il futuro nel gorgo della precarietà
Le conseguenze della crisi sono state contenute
anche attraverso l'indebitamento pubblico, evitando alle generazioni
future di pagare un prezzo maggiore di quello che stanno già pagando
L'economia di mercato capitalista è iniqua, inquinante e instabile.
Nonostante la crisi attuale, è prevedibile che si consolidi
ulteriormente. Ciò che serve è una politica riformista che compensi
i suoi indesiderabili effetti collaterali
La crisi economica ha mostrato gli equilibri tra gli elementi
fondamentali dell'attività economica. E tuttavia l'attuale recessione
non ha molti punti di contatto economici politici con quella del 1929.
Anche se gli effetti sono drammatici, l'economica mercato
capitalistica uscirà in qualche misura rafforzata da questa crisi,
mentre a livello internazionale il centro dell'economica mondiale sarà
basato sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Sono questi i temi
dell'intervista a Pierluigi Ciocca, nuova puntata della serie «Il
capitalismo invecchia?», dove sono state poste le stesse domande a un
gruppo di economisti tanto mainstream che eterodossi rispetto alle
teorie economiche correnti.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Come quasi sempre è avvenuto, profondi squilibri nei
fondamentali preesistevano. Fra essi, quelli incombenti sul dollaro.
Solo negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti hanno cumulato disavanzi
nella bilancia dei pagamenti di parte corrente, e quindi accresciuto
la posizione debitoria netta verso l'estero, nella misura di oltre
5.000 miliardi di dollari (un terzo del loro prodotto lordo). Giappone
e soprattutto Cina, in strutturale avanzo, sono divenuti i principali
creditori degli Stati Uniti. In sintesi, gli americani non
risparmiano, gli asiatici risparmiano troppo. La crisi 2008-2009 si è
innestata su questi squilibri: una crisi grave, accesa dalla finanza,
estesa alla produzione, in via di superamento ma con aspetti sistemici
irrisolti. Tuttavia, non v'è confronto con la disastrosa,
interminabile contrazione degli anni Trenta. Il Prodotto interno lordo
del mondo cadde del 5 per cento nel 1930; cadde ancora nel 1931 e nel
1932, crollando del 17 per cento nell'intero triennio.
Quest'anno diminuirà dell'1 per cento, ed è previsto risalire del 3
per cento nel 2010. Nemmeno si configurano analogie d'ordine politico
seriamente fondate con quegli anni, segnati da Hitler, Mussolini,
Stalin. Abbiamo avuto l'ennesima conferma della intrinseca instabilità
dell'economia di mercato capitalistica. Formidabile motore di
crescita, essa è tendenzialmente iniqua, inquinante e, per l'appunto,
instabile. Nonostante queste carenze - queste tre «i» - il sistema
di mercato si radica e si diffonde in ragione del potenziale di
sviluppo economico che prospetta.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale ?
L'instabilità - come Thornton, Bagehot, Marx, Keynes, Minsky,
fra gli altri economisti, hanno da tempo teorizzato e come i banchieri
centrali da sempre sanno per esperienza - è insita nel modo di
funzionamento del sistema. Nella General Theory Keynes ha chiarito che
in una «economia monetaria di produzione» le decisioni
d'investimento - altamente decentrate, atomistiche - si fondano su «aspettative
molto precarie». Seppure razionali, esse sfociano spesso in «improvvisi
crolli dell'efficienza marginale del capitale». Allora, la crisi,
reale e finanziaria, viene innescata da qualunque causa prossima che
induca gli investitori a svendere merci, prodotti primari, immobili,
titoli, valute. La scintilla può essere «una bancarotta, un
suicidio, una fuga, una notizia, un debitore razionato, un mutamento
d'opinione che induca un operatore importante a smobilitare» (Kindleberger).
Nell'economia di mercato le crisi sono certe; sono imprevedibili nei
tempi e nelle sequenze; quando assumono forme nuove, come non di rado
avviene, sono difficilmente prevedibili. Nondimeno, dopo Keynes, le
crisi sono contenibili nelle loro ripercussioni, finanziarie e reali.
Nel 2008-2009, l'applicazione acritica da parte degli operatori di
modelli fondati sulla ipotesi di efficienza dei mercati può aver
concorso ad aggravare la dimensione finanziaria della crisi. Pure, i
pensieri della massa degli economisti accademici di stampo neoclassico
hanno contato meno degli assetti strutturali che il sistema assumeva e
meno del suo spontaneo modus operandi, largamente indipendente dalle
politiche economiche, attuate o non attuate. Semplicemente, il sistema
non è plasmabile a piacimento, così da conformarsi alla teoria
economica di volta in volta prevalente.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
La liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali
è stata talvolta troppo brusca. Ha provocato instabilità valutaria,
quindi finanziaria e reale, in più occasioni (Argentina, Messico,
Russia, Asia). Ma ciò non è avvenuto in questa crisi. Lo si temeva
con riferimento al dollaro, che invece, sebbene sopravvalutato
rispetto alle valute asiatiche, si è rafforzato fino al marzo scorso
nella fase più turbolenta della crisi. Al contrario, all'interno
delle singole economie, la finanza non è mai stata tanto
regolamentata segnatamente nei mercati finanziari. Sono cambiate le
modalità della regolamentazione e della supervisione. La
discrezionalità delle banche centrali e la loro azione orientata alla
prudente gestione degli intermediari creditizi sono state ritenute
eccessivamente invasive dagli interessi finanziari e quindi dai
legislatori.
L'accento è stato spostato sulle regole formali. Queste sono state
rivolte a imporre ai mercati della finanza correttezza e trasparenza
di comportamenti. Attraverso di esse, si pensava, i mercati avrebbero
espresso autonoma stabilità. La crisi è esplosa nonostante questa
fitta rete di regole. Più in generale, le regole, se efficaci e
rispettate, evitano il ripetersi delle crisi finanziarie quando queste
assumono le stesse forme già sperimentate in precedenti occasioni.
Ma, come la presente crisi conferma, le forme della instabilità sono
spesso nuove, e le regole non possono prevenire la speculazione
realmente innovativa. Entro limiti, in passato vi sono riuscite le
banche centrali, agendo in modo discrezionale, tanto discrezionale da
apparire arbitrario, intrusivo. La discrezionalità delle banche
centrali è stata fortemente ridimensionata proprio alla vigilia della
crisi in corso, forse anche perché sgradita alla cultura economica «mercatista»
fino a ieri prevalente. V'è da chiedersi se quella discrezionalità
non vada accettata, giuridicamente meglio definita, ripristinata,
politicamente confortata.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
La Cina ha sostenuto il mondo nella recessione. Lo ha fatto
con senso di responsabilità e con pragmatismo, cosciente del proprio
ruolo. La sua economia ne esce rafforzata. Politicamente, si va verso
un G2 tra Usa e Cina. Sono in più aspetti convergenti gli interessi
dei due paesi leader, che rappresentano da soli oltre un terzo del
prodotto lordo mondiale. L'economia europea è la meno dinamica al
mondo. Nondimeno, l'Europa ha ancora la potenzialità politica per
svolgere un ruolo. Sta agli europei affrettarsi a esprimerla. Sinora
non l'hanno fatto. Per difetto di politica economica - cioè di
politica - nel 2009 la stessa regressione del prodotto interno lordo
è stata più acuta in Europa (-4,2 per cento) che negli Stati Uniti
(-2,7 per cento), dove pure la crisi finanziaria era esplosa. Il caso
italiano è specifico. Anche per l'inazione della politica economica,
l'Italia patisce quest'anno la più grave contrazione del Pil mai
sperimentata in tempi «normali», con conseguente crollo
dell'occupazione. Ma la recessione si è innestata su un male più
profondo, cronico: il ristagno della produttività in atto dal 1992,
con le sue pesanti ripercussioni sul potenziale produttivo, sulla
competitività, sui conti con l'estero.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Sono occorsi, e occorreranno ancora, cospicui danari pubblici
sia per turare le falle nella finanza sia per sostenere la domanda
effettiva. I moltiplicatori dei bilanci statali sono risultati, in
diverse economie del G-20 inferiori all'unità. Ciò è dovuto ai
ritardi nell'incentrare la politica fiscale sulla protezione dei
redditi più bassi e sulla spesa in infrastrutture utili. L'una e
l'altra avrebbero espresso effetti moltiplicativi del reddito più
pronunciati. Resta prioritario agire dal lato della domanda, che non
è ancora in una espansione autoalimentantesi.
In alcuni paesi, peraltro, la possibilità di accrescere la spesa
pubblica per infrastrutture, finanziare ammortizzatori sociali,
ridurre la tassazione in modo progressivo è strettamente collegata
con l'avvio di politiche strutturali, o dell'offerta, che prospettino,
per il medio periodo, il consolidamento dei bilanci pubblici e una più
sostenuta dinamica della produttività. Ciò è particolarmente vero
per l'Italia, la cui economia vive due crisi: recessione e produttività
stagnante. Da noi, urge l'avvio di una risposta ai problemi
strutturali, a cui sono chiamati sia il governo sia le imprese, su
quattro fronti: risanamento del bilancio, adeguamento delle
infrastrutture, innovazione, concorrenza. Se questa risposta si
concretizzerà, la stessa fuoruscita dalla recessione sarà
accelerata. Un maggior deficit temporaneo di bilancio - imperniato
sugli investimenti della Pubblica amministrazione e sul sostegno ai
senza lavoro e ai meno abbienti - verrebbe accolto dai mercati
finanziari senza aggravi del premio al rischio sul debito pubblico,
perché inscritto in un programma serio volto, oltre il ciclo, a
risanare le finanze dello Stato e a riformare fondamentali assetti
dell'economia.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Il riformismo ha i suoi limiti. Sarebbe pura demagogia
affermare che l'economia di mercato sia pienamente governabile. E
tuttavia, se le ripercussioni finanziarie e reali della crisi non
fossero state contenute anche attraverso l'indebitamento pubblico, le
generazioni future avrebbero pagato un prezzo ben maggiore. Il reddito
medio mondiale pro capite è oggi dieci volte quello di due secoli fa,
quattro volte quello di un secolo fa, tre volte quello di soli
cinquanta anni fa.
Nei principali paesi industriali, il patrimonio netto delle famiglie
è oggi mediamente pari a sette volte il loro reddito disponibile.
Figli e nipoti devono poter pienamente disporre dei proventi del loro
lavoro ma - a differenza di quanto era avvenuto ai loro genitori e ai
loro nonni, che non avevano ricevuto eredità - vivranno anche del
lascito di benessere e di produttività, della ricchezza accumulata
dai loro genitori e dai loro nonni. «L'umanità sta procedendo alla
soluzione del suo problema economico»: così valutava Keynes «le
prospettive dei nostri nipoti» nel 1930. Sta a loro saper scegliere,
fra libertà e necessità, fra mezzi e fini, fra il bene e l'utile.
- SCHEDA
PIERLUIGI CIOCCA
Dal centro studi di Bankitalia all'analisi
della disoccupazione
Nato nel 1941 e laureato in giurisprudenza presso l'Università
di Roma Pierluigi Ciocca insegna, dal 1971, «Storia delle
Dottrine Economiche» presso la facoltà di filosofia di
Macerata. Dal 1969 all'1982 è economista nel Servizio studi
della Banca d'Italia. Poi fino al 1988 è Condirettore Centrale
e Funzionario Generale della Banca d'Italia. Nel 1995 e fino al
2006 ricopre l'incarico di Vice Direttore generale della Banca
d'Italia. Autore di numerosi saggi tra i quali si posso
ricordare: «Ricchi per sempre? Una storia economica d'Italia
(1796-2005)», «Il tempo dell'economia. Strutture, fatti,
interpreti del Novecento», «La nuova finanza in Italia. Una
difficile metamorfosi (1980-2000)», «Disoccupazione di fine
secolo. Studi e proposte per l'Europa» (tutti per la casa
editrice Bollati Boringhieri). Per i tipi Einaudi pubblica:
«Banca, finanza, mercato. Bilancio di un decennio e nuove
prospettive» « L'instabilità dell'economia. Prospettive di
analisi storica».
top
INTERVISTA | di
Cosma Orsi
IL CAPITALISMO INVECCHIA?
Un bailout senza Politica
La possibile via d'uscita dalla crisi può essere
trovata solo a livello globale. I capitali, infatti, si muovono in un
mercato mondiale fortemente interdipendente e la presenza di regole
nazionali fra loro incoerenti sarebbe assolutamente inefficace
L'elevata produttività degli ultimi vent'anni ha accentuato le
differenze fra salari e profitti, che non sono stati investiti per
finanziare la ricerca, l'innovazione e l'aumento dell'occupazione
Le soluzioni alla crisi economica non potranno che essere
sovranazionali, data l'interdipendenza delle economie nazionali. Per
questo motivo, un ruolo attivo di realtà politiche come l'Unione
europea è indispensabile. La costituzione dell'euro ha funzionato
come un cordone che ha salvaguardato il Vecchio continente da
possibili conseguenze disastrose della crisi. Ma oltre alla moneta, l'europa
deve dotarsi di una politica economica comune che favorisca gli
investimenti produttivi, scoraggiando speculazioni finanziarie. Ma
deve riuscire anche a elaborare una polita estera comune per reggere
la forte competività internazionale. Fabio Masini risponde così alle
domande rivolte a un gruppo di economisti all'interno dell'iniziativa
«Il capitalismo invecchia?».
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
In una prospettiva globale, che è l'unica sensata nel mondo
di oggi, in cui l'interdipendenza dei fenomeni economici e politici è
assolutamente planetaria, il primo dato da rilevare è che la crisi
odierna ha chiuso un periodo di crescita economica probabilmente senza
precedenti. Grazie alla fine dell'equilibrio bipolare, con la
conseguente esplosione del commercio mondiale e la concomitante fase
di rapida innovazione nelle tecnologie informatiche e di
comunicazione, la globalizzazione ha generato un'euforia che ha
contagiato i mercati, i policy makers e perfino la teoria economica.
Negli Stati Uniti, l'ottimismo e una politica monetaria accomodante
hanno favorito comportamenti di consumo "spensierati" e,
successivamente, il miraggio del possesso di un'abitazione, facendo
però salire l'indebitamento delle famiglie a livelli preoccupanti. Le
innovazioni finanziarie legate ai mutui immobiliari, su mercati sempre
più deregolamentati e globalizzati, hanno infettato le istituzioni
finanziarie della maggior parte del mondo.
Le autorità monetarie hanno guardato alla bassa inflazione dei
panieri di consumo, drogati dalla diminuzione dei prezzi di gran parte
dei prodotti di largo uso provenienti dai mercati emergenti. Ed hanno
invece a lungo ignorato l'inflazione degli asset azionari e
immobiliari, spingendo in basso i tassi e favorendo la diffusione e
l'innalzamento del grado di rischio generale, al quale ha contribuito
anche il continuo afflusso di capitali negli Usa dovuto al perdurare
del ruolo centrale del dollaro come moneta di riserva internazionale.
Quando la situazione è diventata insostenibile e non hanno più
potuto ignorare il problema, le banche centrali hanno reagito
rialzando improvvisamente e in maniera decisa il costo del denaro. Ma
ormai era troppo tardi. Il rialzo dei tassi ha messo allo scoperto
l'insolvibilità insita nel sistema ed ha segnalato ai mercati
l'esigenza di modificare radicalmente le proprie aspettative. Cosa che
è prontamente avvenuta, col crollo dei corsi azionari e dei valori
immobiliari, con lo smaltimento delle scorte, l'arresto della
produzione e le conseguenti ripercussioni sull'occupazione.
La risposta delle autorità di politica economica, in modo più rapido
e deciso rispetto al '29, è stata di abbassare nuovamente i tassi ed
iniettare liquidità al sistema bancario attraverso il canale
monetario e quello fiscale. Oggi ci troviamo esattamente a questo
punto, con una liquidità che sta uscendo da sotto il materasso del
sistema bancario e che riprende a far correre i mercati. Ma ci
troviamo anche con un sistema produttivo cui le banche hanno
pesantemente razionato il credito e che stenta a ritrovare fiducia
sulle prospettive future della domanda aggregata, preoccupato che
l'inflazione ed una nuova impennata dei tassi, prima o poi, erodano
nuovamente la capacità di spesa di famiglie ormai indebitate a tassi
variabili ed a lungo termine.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
L'economia è una scienza sociale, non una scienza esatta.
Studia relazioni fra soggetti umani - con i loro umori, desideri,
frustrazioni - non fra variabili fisiche dal comportamento
prevedibile. Per questo la formazione dell'economista dovrebbe cessare
di essere meramente analitica, orientata esclusivamente alla
modellizzazione sempre più complessa di fenomeni di per sé non
modellizzabili, in quanto sfuggono alle ipotesi necessarie al
funzionamento del modello. Dovrebbe invece privilegiare l'acquisizione
di capacità critica, la ricerca della creatività teorica che può
essere maggiormente incentivata proprio dalla conoscenza
dell'evoluzione storica del pensiero economico. Il ruolo
dell'economista come consigliere dovrebbe essere pertanto mostrare
opzioni alternative, immaginare scenari eterogenei.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che
il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di
regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Il mercato fornisce un servizio insostituibile. I segnali di
prezzo indirizzano le decisioni di investimento, produzione, consumo.
E la mobilità dei capitali è una condizione fondamentale per
assicurare l'uso efficiente degli stessi. Purtroppo non è anche
sufficiente. I capitali si muovono in base ad aspettative di
rendimenti e queste aspettative devono essere opportunamente
indirizzate e sostenute in modo da incentivare investimenti produttivi
piuttosto che meramente speculativi.
Per ottenere questo risultato servono regole precise. Magari poche ma
di rango, oserei dire, costituzionale. E siccome i capitali si muovono
in un mercato mondiale fortemente interdipendente, regole nazionali
fra loro incoerenti sarebbero assolutamente inefficaci.
È qui che entra in gioco la Politica, quella con la P maiuscola, che
deve dimostrare di poter superare la semplice ed assolutamente
inefficace "cooperazione" internazionale basata sulla
negoziazione diplomatica del consenso, nella quale prevalgono
compromessi derivanti dai rapporti di forza, per lasciare spazio ad
una nuova architettura economica, finanziaria e politica
internazionale in grado di dare stabilmente fiducia agli operatori
pubblici e privati. Solo a livello di istituzioni internazionali può
essere efficacemente tutelata, oggi, la democrazia politica ed
economica.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di Stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
L'asse Washington-Pechino è un dato di fatto, anche se si
regge su "ricatti incrociati" o, se si preferisce
un'espressione più soft, su "alcuni interessi comuni".
D'altronde, si tratta oggi delle uniche potenze politico-militari ed
economiche coese e di un peso tale da consentire di mettere in atto
strategie globali. In questo quadro, che rischia di riproporre un
nuovo bipolarismo, l'Europa è ad un bivio, probabilmente
irreversibile. O decide di diventare un soggetto continentale dotato
della capacità di agire su scala mondiale, con regole democratiche
comuni e competenze strategiche affidate ad un livello sopra-nazionale
(almeno politica economica e politica estera e di difesa) o è
destinata ad un ruolo da comparsa nella definizione dei nuovi assetti
economici e politici mondiali.
Già oggi è così. L'euro ha avuto un ruolo di stabilizzazione
interna importante e potrà avere un ruolo decisivo nel ridisegnare
l'architettura monetaria mondiale. Ma la moneta, da sola, non è
sufficiente. Gli equilibri di potere, anche solo limitandosi al
settore economico, si giocano sulla capacità di creare un ambiente
favorevole alla diffusione della conoscenza, alla crescita del
capitale umano, delle reti infrastrutturali, delle innovazioni.
Ebbene, tutto questo, ancora oggi, è lasciato alle singole
giurisdizioni e volontà politiche nazionali, spesso fra loro
incoerenti. A livello di Unione, i meccanismi decisionali all'unanimità
garantiscono il rispetto del criterio paretiano, tanto caro a noi
economisti, ma costringono l'Europa ad un immobilismo che non può
permettersi in un mondo che corre alla velocità della luce. Serve
urgentemente il coraggio di scrivere una costituzione economica e
politica europea in grado di modificare le competenze dei vari livelli
di governo, dalle comunità locali all'intera collettività europea,
per difendere le tipicità del modello sociale europeo (per quanto
estremamente eterogenee) e governare l'economia del Vecchio Continente
in un mercato in cui le sfide sono ormai globali.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Non c'è dubbio che l'eccezionale aumento della produttività
negli ultimi vent'anni abbia determinato un ampliamento delle
differenze distributive fra salari e profitti. Questo, di per sé, non
è un elemento negativo. Se i profitti vengono reinvestiti per
finanziare ricerca e innovazione, per aumentare il reddito e
l'occupazione la società nel suo complesso cresce senza particolari
fratture sociali e senza squilibri economici che mettano a repentaglio
i delicati meccanismi di funzionamento del sistema economico.
Il punto è che le aspettative di rendimenti su operazioni in immobili
e in strumenti finanziari hanno superato quelle in investimenti reali,
determinando uno spiazzamento della spesa per investimenti produttivi
a vantaggio di operazioni puramente speculative. Le istituzioni
creditizie hanno avallato queste scelte, rincorrendo i più redditizi
margini derivanti dalle innovazioni finanziarie piuttosto che favorire
processi di sviluppo e ristrutturazione imprenditoriale.
Il punto adesso non è tanto prendersela con la decisione di investire
denaro pubblico per salvare le banche ma creare le condizioni
normative per costringerle a comportamenti coerenti con le esigenze
della collettività.
Ma neppure le regole sono sufficienti. Le aspettative degli
imprenditori dipendono dalle prospettive di mercato. È qui che gioca
un ruolo fondamentale la domanda, che sarebbe utile agevolare con
programmi, anche modesti e selettivi, di spese pubbliche
infrastrutturali altamente produttive, investimenti in servizi
collettivi, sostegno dei redditi più bassi.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Le generazioni future sopportano da sempre gli errori, quasi
sempre dolosi, delle generazioni precedenti. Ogni generazione riceve
in eredità debiti pregressi (di risorse in generale, non solo
finanziarie ma anche naturali, etc) e scarica debiti sempre maggiori
su quella successiva. L'eccezionale ritmo di crescita della
produttività dovuta al progresso tecnologico, all'accumulazione di
conoscenze diffuse, alla capacità di sostituire risorse scarse con
altre meno scarse sono riuscite finora ad evitare la resa dei conti.
Non so se ci sarà mai una "resa dei conti" ma è certo che,
ogni giorno di più, stiamo giocando col fuoco.
SCHEDA
FABIO MASINI
L'integrazione europea e le regole della moneta
unica
Docente di Economia Politica presso l'Università di Roma Tre, Fabio
Masini si è occupato e si occupa tutt'ora di teorie dell'integrazione
economica e monetaria, del rapporto fra autorità pubbliche e mercati, di
storia del pensiero economico. Autore di contributi a lavori collettanei e
di numerosi saggi su riviste nazionali ed internazionali, ha pubblicato
anche alcuni volumi, tra i quali: «Il sistema monetario internazionale e
la politica economica» (2003), «SMEmorie della lira. Gli economisti
italiani e l'adesione al sistema monetario europeo» (2004), «Dalla
moneta alla costituzione. Storia e prospettive dell'integrazione europea»
(2009). È nel comitato di redazione di riviste italiane e straniere. Già
consulente per le politiche europee del Comune di Firenze e coordinatore
di numerosi progetti di sviluppo locale, è Presidente del Centro Studi
sull'Unione Europea.
LE INTERVISTE FINORA PUBBLICATE SONO:
A Giorgio Lunghini
IL 18 NOVEMBRE;
A Catia Kaldari
IL 22 NOVEMBRE,
A giacono becattini IL 25 NOVEMBRE,
A tito boeri IL 29 NOVEMBRE,
A Pierluigi ciocca IL 2 DICEMBRE.
PROSSIMO APPUNTAMENTO
IL 9 DICEMBRE CON Duccio Cavalieri
top
INTERVISTA | di
Cosma Orsi
LA PAROLA A DUCCIO CAVALIERI
Il bilancio in rosso della democrazia
La minaccia ai diritti politici, sociali e civili non
viene solo da una attività finanziaria senza regole, ma dalla natura
stessa del capitalismo, dove il potere è esercitato da chi ha più denaro
Per uscire dalla crisi serve un aumento del potere d'acquisto dei
salariati e lo sviluppo di settori produttivi che favoriscano la crescita
dell'occupazione. In tutto il mondo sono state invece aiutate le banche,
le società finanziarie e le grandi agenzie di mutui immobiliari, che
hanno utilizzato a proprio esclusivo vantaggio gli aiuti ricevuti dallo
Stato
La crisi è sia finanziara che «reale», ma non prospetta una fuoriuscita
dal capitalismo. È piuttosto la crisi di una forma specifica di
capitalismo, quello selvaggio e predatorio basato sulle rendite
parassitarie e speculative. In questa intervista, nuova puntata della
serie «Il capitalismo invecchia?», Duccio Cavalieri punta inoltre
l'indice sulle soluzioni adottate, che, scegliendo di salvare le grandi
aimprese finanziarie, gli istituto di credito e le banche, puntano a
riprodurre le stesse dinamiche che hanno portato proprio alla crisi.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta
possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una
crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con
la crisi del '29?
Si è trattato all'inizio di una crisi di natura finanziaria,
provocata da un'eccessiva espansione del credito bancario e da
un'incontrollata cartolarizzazione di quello in sofferenza. La crisi
finanziaria si è poi trasformata in una crisi reale, caratterizzata da
gravi difficoltà nel realizzo del valore della produzione. È emersa una
serie di problemi strutturali irrisolti, aggravati da disinvolti metodi di
gestione dei rischi finanziari e da discutibili criteri di governance di
alcune grandi istituzioni finanziarie internazionali. Si deve quindi
parlare non di crisi generale del modello storico del capitalismo, ma di
crisi di uno specifico modello capitalistico di accumulazione e sviluppo:
quello, finanziariamente instabile, del tardo-capitalismo selvaggio e
predatorio, basato sulla ricerca di rendite parassitarie e speculative, più
che su quella del profitto.
È stata una crisi diversa, in larga misura, da quella del '29, sia per la
sua dimensione globale che per il carattere a un tempo sistemico
(strutturale) e ciclico. Anche le misure adottate per contrastarla sono
state diverse: non si sono adottate misure deflazionistiche, ma si sono
allentati i cordoni del credito e si fatto ampio ricorso all'indebitamento
pubblico (Keynes ha insegnato qualcosa anche ai neoliberisti ad oltranza).
Si è così assistito a una profonda ristrutturazione del capitale
finanziario, su base mondiale. Ma questo non ha portato a significativi
cambiamenti nel modello capitalistico di sviluppo. Si è infatti puntato
essenzialmente al sostegno e al ripristino di uno status quo assai
insoddisfacente, anziché cogliere appieno una grande occasione di
rinnovamento.
All'origine della crisi in corso si possono riconoscere i difetti di un
sistema di intermediazione finanziaria che avrebbe dovuto tutelare il
risparmio e garantire il suo regolare afflusso alle imprese a alle
amministrazioni pubbliche, e che invece è stato utilizzato per
concentrare il potere finanziario nelle mani di alcuni grandi gruppi
privati, per compiere avventurose operazioni speculative e per consentire
alle banche di affari di coprire con sotterfugi legali (la cosiddetta «finanza
creativa») enormi buchi di bilancio.
La domanda da porsi è cosa bisogna fare per uscire da questa crisi e per
evitare che essa finisca col riproporre superati modelli storici di
statalismo (l'ottica dello Stato imprenditore e proprietario) e di
dirigismo (lo Stato regolatore). La risposta è che si deve anzitutto
sostenere la domanda, spostando l'accento dagli impieghi finanziari agli
investimenti reali e ridistribuendo la ricchezza prodotta, dalle rendite e
dagli interessi verso i salari e i profitti. La grande disuguaglianza dei
redditi non è un prezzo necessario da pagare per il progresso economico.
Si deve evitare che gli impieghi finanziari appaiano più profittevoli
degli investimenti reali e si devono rendeSi re i mercati più
contendibili, a cominciare da quello del lavoro. Senza ricorrere
necessariamente a privatizzazioni dei servizi pubblici, ma operando un
radicale ripensamento del rapporto tra Stato e mercato.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per
la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia
dell'analisi economica - e della storia in generale?
L'eccessiva attenzione dedicata dagli economisti a un affinamento
dei metodi analitici ha indotto una parte della letteratura economica a
perdere di vista i contenuti reali della ricerca e ad astenersi dal
coltivare una visione di sintesi. Questo è andato a scapito della
dimensione sociale e politica degli studi economici e ha certamente
concorso a ridurre la capacità di previsione corretta degli avvenimenti
da parte di quegli economisti. Ma hanno giocato un ruolo anche altri
fattori, a mio avviso più importanti. Come l'eccessiva fiducia riposta
dagli economisti di formazione neoclassica nell'operare di meccanismi
spontanei di riequilibrio del sistema e la loro sottovalutazione
dell'entità delle risorse finanziarie e reali richieste per soddisfare la
crescita impetuosa dei bisogni sociali in ogni parte del mondo. Studiosi
di formazione eterodossa - come Hyman Minsky, Wynne Godley, Samir Amin e
Nouriel Roubini - avevano correttamente previsto la gravità della crisi
che si andava profilando all'orizzonte. Se i segnali di allarme da essi
lanciati non sono valsi a indurre a una decisa azione le autorità
responsabili della politica economica, a chi vogliamo addossare la colpa?
Agli analisti economici, o a chi aveva in mano le redini del potere e non
è intervenuto in tempo, preferendo assecondare gli sviluppi del mercato?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse
della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il
ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore
del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Non è tanto la deregolamentazione dell'attività finanziaria a
costituire una minaccia per la democrazia quanto la natura stessa del
capitalismo, un sistema economico in cui chi ha più denaro ha più potere
da far valere su mercato. Non basta quindi disciplinare il mercato, così
da garantire l'osservanza delle regole concorrenziali. La concorrenza,
anche se per ipotesi fosse perfetta, e non lo è mai, non potrebbe
assicurare un'allocazione socialmente ottimale delle risorse disponibili.
Neppure nel senso assai limitato dell'ottimo paretiano, che trascura gli
aspetti distributivi del problema. La politica economica non può tuttavia
limitarsi a disciplinare il funzionamento del mercato. Ha dei compiti ben
più vasti.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire
che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo
di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa
rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al
Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il
rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con
il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
L'asse economico Washington-Pechino mi pare tutt'altro che
stabilmente consolidato. È presumibile che esso sarà presto messo in
crisi da un abbandono del dollaro come principale valuta internazionale e
da una maggiore diversificazione degli strumenti di riserva. Il disavanzo
esterno degli Usa non potrà quindi continuare a essere finanziato con
l'emissione di dollari, con conseguente aumento incontrollabile della
liquidità internazionale e dei movimenti speculativi di capitali a breve
(hot money). I paesi emergenti, che hanno ingenti riserve in dollari, a
cominciare dalla Cina, hanno finora preferito reinvestire i loro crediti
in dollari, piuttosto che correre il rischio di una riduzione degli
acquisti americani e di una svalutazione del dollaro. Non appena essi
smetteranno di finanziare in questo modo il crescente disavanzo estero
degli Usa, il quadro economico internazionale cambierà radicalmente e
occorrerà ripensare dalle basi l'organizzazione e il modus operandi del
sistema finanziario internazionale.
L'Europa, se sarà sufficientemente unita, potrà continuare a svolgere un
ruolo importante nell'assetto economico mondiale e a difendere un modello
credibile di stato sociale. Diverso è il discorso per il sud del mondo,
che si trova in condizioni assai peggiori, gravato com'è dal peso
insopportabile dei debiti pregressi verso l'estero (un altro serio
problema strutturale che attende soluzione).
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì
il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò
avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è
la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili
di disoccupazione?
Ovviamente no. Si sarebbe dovuto e si dovrebbe intervenire su
entrambi i lati del mercato, a sostegno sia della domanda solvibile, e in
particolare del potere d'acquisto dei salariati (la ricetta keynesiana),
sia di alcuni settori dell'offerta particolarmente importanti dal punto di
vista dell'occupazione. In tutto il mondo si sono invece aiutate le
banche, le grandi società finanziarie e le principali agenzie di mutui
immobiliari, che hanno utilizzato a proprio esclusivo vantaggio gli aiuti
ricevuti dallo Stato. È così emersa una scarsa disponibilità dei
detentori di mezzi liquidi a spenderli, in modo da sostenere la domanda.
La quantità globale di moneta in circolazione è da ritenere più che
adeguata rispetto al fabbisogno, anche perché in molti paesi il sistema
finanziario è stato ampiamente ricapitalizzato con fondi pubblici. Ma la
domanda di moneta si è scontrata con il comportamento socialmente poco
responsabile degli intermediari del credito. I fondi conferiti al sistema
bancario non si sono trasmessi in misura sufficiente all'economia reale,
perché le banche, controllate dal capitale privato, hanno preferito
impegnarsi in attività di speculazione finanziaria, considerate più
redditizie rispetto al finanziamento della produzione e degli
investimenti. Della stretta creditizia all'economia reale che ne è
conseguita hanno risentito in primo luogo le imprese, molte delle quali
sono state costrette a ridurre o a cessare la loro attività. A questo
punto la crisi da finanziaria è diventata reale e si è scaricata sui
lavoratori e sulle loro famiglie.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a
cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare
l'economia mondiale?
Un prezzo assai pesante, ma che sarà probabilmente temperato da
un prevedibile aumento dell'inflazione, dovuto all'eccessiva espansione
della liquidità operata dalle banche centrali. Questo stato di cose
potrebbe portare a una riduzione dell'onere reale del debito pubblico
pregresso gravante sulle generazioni future. L'obiettivo immediato, in
questo campo, dovrebbe essere la stabilizzazione del rapporto tra il
debito e il Prodotto interno lordo (Pil), mediante l'azzeramento del
disavanzo primario tra le entrate e le spese pubbliche.
L'unica alternativa praticabile è il ricorso alla creazione di nuova base
monetaria. Ma il contenimento del debito pubblico non può costituire
l'obiettivo principale della politica economica di un paese. Va inteso
piuttosto come uno dei vincoli da rispettare nel perseguimento di
obiettivi macroeconomici più significativi. Il problema del «rientro»
dalla crisi in corso è complesso: riguarda non solo la sostenibilità
finanziaria del debito pubblico, ma anche quella sociale. Occorre tenere
conto degli effetti redistributivi che l'indebitamento statale tende a
determinare, sia tra le diverse generazioni, presenti e future, sia tra i
percettori degli interessi che matureranno sul debito pubblico e i
contribuenti che dovranno sostenerne l'onere.
- SCHEDA
DUCCIO CAVALIERI
Dal Mit di Boston alla teoria del valore-lavoro
Nato a Milano nel 1935, Duccio Cavalieri insegna Economia Politica
nell'Università di Firenze. Marxista critico e indipendente, con una
formazione umanista e storicista, è un attento lettore di testi delle
scienze sociali. Dopo la laurea in giurisprudenza a Roma, si è poi
specializzato nelle discipline economiche in Inghilterra (King's
College, Cambridge) e negli Stati Uniti (Massachussets Institute of
Technology).
Tornato in Italia, negli anni '60 ha fatto parte dell'Ufficio Studi
della Banca d'Italia e dell'Istituto di Studi sulla Programmazione
Economica (Ispe). Ha insegnato nelle Università di Roma, Messina e
Firenze (dal 1977). I suoi interessi di ricerca, molto vasti, sono
prevalentemente teorici. Si è occupato delle teorie del valore e del
plusvalore, del capitale, della moneta, dell'investimento, dello
sviluppo ottimale e di temi di economia applicata, come la politica
dei redditi e la programmazione economica. È autore di un diffuso «Corso
di economia politica», in due volumi, giunto alla settima edizione, e
di un testo più sintetico di «Teoria economica: un'introduzione
critica», editi entrambi dall'editore Giuffrè di Milano, nonché di
varie monografie.
Nell'arco di più di un quarantennio di attività scientifica, ha
pubblicato oltre 150 saggi di teoria economica, storia del pensiero
economico e filosofia dell'economia. La sua ultima monografia è «Scienza
economica e umanesimo positivo: Claudio Napoleoni e la critica della
ragione economica», edito da Franco Angeli a Milano nella «Biblioteca
storica degli economisti italiani». Ha fondato e diretto varie
riviste, tra cui i «Quaderni di storia del pensiero economico», «Il
pensiero economico italiano» e «History of Economic Ideas».
di Ornella Bellucci - TARANTO
altra italia
Iprecari DELL A TERRA
Una storia del Sud. Che ogni notte muove migliaia di
braccianti, ragazzine, donne, uomini dall'entroterra jonico verso la
Calabria. Una vita impossibile e di paghe misere «concordate» dai
caporali
Questa è una storia come tante al Sud, impregnata di terra. Come tante,
fatta di levatacce prima dell'alba e di chilometri e chilometri di
stradine appena praticabili. Una storia fatta di schiene piegate sui
campi. Di mani e piedi spaccati dal gelo o dal sole. E di paghe misere, «concordate»
coi caporali. Almeno in questo spicchio di Puglia che, dall'entroterra
jonico verso la Calabria, ogni notte muove migliaia di lavoratori. Li
chiamano stagionali, ma prestano la loro opera tutto l'anno. Sono donne e
uomini, dai 16 ai 60 anni. Tutti italiani.
Teresa ha trentadue anni, vive in provincia di Taranto. Da quattro fa la
bracciante per una ditta di Gioia del Colle. Quando la incontro sta per
partorire e il contratto le permette di stare a casa. «Due mesi prima e
tre mesi dopo, come tutti i contratti».
Dall'ultima busta paga risulta che per 14 giornate alla preparazione
dell'uva ha preso 23 euro lordi al giorno. "322 puliti", dice,
per sette ore di lavoro al giorno. Ma ci sono lavorazioni pagate meno,
altre di più. «Qui ci avevano ingaggiati per pulire la vite, mentre la
raccolta è pagata meglio». Trentaquattro euro lordi al giorno, «perché
il lavoro è più pesante».
Il ciclo lavorativo si apre in primavera. «Ad aprile ci spostiamo verso
Policoro, per fare la dilatazione di pesche e albicocche. Su un ramo ne
crescono una trentina, e vanno selezionate. Ne rimangono tre o quattro, ma
di qualità». La maturazione avviene a fine maggio, intanto, per far
arrivare luce all'uva, «puliamo i tendoni che coprono le vigne». Questo
tra Castellaneta, Palagiano e Grottaglie. «Poi raccogliamo le pesche e le
albicocche, che intanto sono maturate». Da metà giugno a fine luglio,
tornano sotto i tendoni a togliere dai grappoli d'uva gli acinini, «quelli
verdi, piccolissimi», così ingrossa. «Se l'uva è matura, interveniamo
con le forbicine. Però io l'ho sempre fatto con le mani». Il
proprietario preferisce così, perché «se buchi qualche acino, perdi
tutto il grappolo».
Poi arriva la raccolta. A fine luglio si comincia con l'uva di prima
qualità, che matura prima. Dura fino i primi di novembre. Poi c'è
l'imballaggio. Quello in cassetta va per la maggiore, con spugna nastrino
e copertura in plastica. Poi c'è quello in cestino: i grappoli vengono
sempre protetti con la spugna, «ma sono meno grossi di quelli che
sistemiamo in cassetta», e costano meno. La qualità dell'uva però è la
stessa, perché i grappoli sono selezionati sullo stesso ceppo. L'uva di
seconda qualità Teresa non la lavora. «Per quella c'è la vendemmia»,
che consiste nel tagliare i grappoli. Il resto del lavoro oggi lo fanno le
macchine.
E poiché ci sono diversi tipi di vite, il lavoro varia. «C'è l'uva a
scagliera, che cresce bassa, e per tagliarla devi stare piegata. Mentre
quella a tendone è meglio, perché almeno stai in piedi». Su ogni filare
lavorano due persone.
A novembre le vigne vengono potate, ma i ceppi secchi vanno sradicati a
mano. «Devi tirare e serve molta forza». A gennaio sotto il tendone
rimangono solo due steli di vite. «Li attorcigliamo intorno a un ferro, e
a marzo iniziano a germogliare».
Teresa ha raccolto arance e mandarini nell'entroterra calabro; carciofi
nel brindisino (per i ravioli Rana), sedano e insalata nel barese. Ha
confezionato kiwi, ciliegie, nespole, e ha raccolto verdura nel tarantino.
Al buio, con le luci del trattore. «È tragico, perché stai sempre
piegato e si gela. Devi riempire il camion per forza, perché deve
partire. A volte fai pure tre, quattro ore di straordinario». Pagato,
certo. «Ma dopo una giornata a raccogliere la verdura, e la verdura
cresce proprio bassa, cosa sono 10 euro in più sulla paga?». Nei mesi
caldi la sveglia è alle 4. D'inverno s'inizia poco più tardi, perché
non c'è luce e la terra è ghiacciata. Tuttavia, anche allora, i
braccianti non mancano. Dai paesi vicini a quello di Teresa, i caporali
riempiono 4, 5 pullman da 50 posti l'uno. Del resto sono loro a «passarli»
alle agenzie interinali per cui «lavorano». Sono loro a guidare i mezzi
che li portano nei campi. E sul lavoro, sono loro che li controllano.
Domando a Teresa se fa parte di una cooperativa. «Questo non l'ho mai
capito. C'è un signore che ti porta. Lui si occupa di trovarti il lavoro».
Il caporale ha 32 anni, è di un paese vicino al suo. La chiama col
cellulare aziendale, il numero gliel'ha dato una bracciante del giro. «Finora
ne ho cambiati quattro, e questo è il migliore. Ci lavoro da due anni e
non ho avuto problemi». Il primo caporale, 50 anni, invece problemi
gliene ha dati: «Non ci ha pagato dieci giornate. Quelli che sono
rimasti, hanno accettato le sue condizioni».
I braccianti non sanno quanto prende il caporale, né da chi sia pagato.
Ma non gli cedono parte del loro compenso. «Noi facciamo il contratto con
l'azienda e prendiamo quanto è stabilito all'inizio». Durante il lavoro
però gli sta addosso, «perché la responsabilità è sua». Se li perde
di vista è per poco: quando «ha altre squadre in zona, e deve fare la
spola da un campo all'altro per tenere tutto sotto controllo».
Nei campi le incursioni di polizia, finanza e ispettorato del lavoro sono
frequenti. «Controllano le assunzioni e se ci sono extracomunitari». E
comunque il foglio d'assunzione i braccianti ce l'hanno sempre in tasca.
Quanto ai caporali, «penso che siano inquadrati come noi, perché a volte
partecipano al lavoro. Ma dipende dal padrone». Se piove, si lascia tutto
e si va via: «Ti pagano le ore che hai fatto, e torni il giorno dopo».
Il calcolo delle giornate lavorate copre il periodo che va da gennaio a
dicembre. Entro marzo si presenta domanda per la disoccupazione. Ce ne
sono tre tipi: da 51 giornate, da 102 o da 151. Teresa ogni anno dichiara
il massimo, ma 15, 20 giorni in più li fa sempre. «Tipo per la
vendemmia, qui in paese», ma senza contratto.
L'indennità di disoccupazione è calcolata su 365 giorni, di lavoro e
non. «Con 151 giornate lavorate, riesco a prendere 2500 euro. Con 102, si
arriva a 1400, mentre con 51, non più di 500 euro». Poi ci sono i falsi
braccianti, che prendono l'indennità. Il meccanismo non è quello che si
è innescato nel foggiano, dove l'azienda concorda col caporale (spesso
straniero) un certo numero di assunzioni per persone che, pur non avendo
lavorato, poi dichiarano il massimo delle giornate lavorate. «Da noi se a
qualcuno interessano le giornate, anche se non le ha lavorate, va
dall'azienda e le chiede».
Teresa è iscritta alla Flai Cgil da quattro anni. «Il sindacato mi aiuta»,
dice. «Se devo compilare il 730. Se non arriva la disoccupazione, perché
c'è stato un errore». I contributi all'Inps e all'Inail li paga
l'azienda.
I lavoratori agricoli inquadrati come Teresa hanno delle garanzie. «Abbiamo
diritto alla maternità, alla malattia, all'infortunio. Forse è il lavoro
più in regola da queste parti». Almeno se sei italiano, e malgrado le
falle. Ad esempio l'assicurazione infortunistica non copre il trasporto
dei lavoratori, perché quelle ore non sono in contratto.
Ma domani si ricomincia, ed è ancora inverno. «L'inverno è duro»,
dice. «C'è chi si ferma a ottobre per evitarlo». Le mani si gelano, i
piedi anche. Quest'anno l'ha presa male, «perché c'è stata molta umidità,
e raccogliere i mandarini dall'albero bagnato è stato faticoso».
Eppure «l'agricoltura è cambiata». Teresa ripete le parole di una
vecchia bracciante. Dice che prima, quando la terra si zappava solamente a
mano, il lavoro era più pesante.
Oggi i campi in Puglia sono pieni di giovani, in particolare di ragazzine.
D'estate ce ne sono molte. «Ad esempio quelle che vogliono prendere la
patente. Perché se lavori 20, 25 giorni, 6-700 euro li metti da parte».
In quelle ragazzine Teresa rivede se stessa qualche tempo fa. «Loro però
con questo lavoro si fanno il bancomat, io verso l'assegno sul conto di
mio marito». In campagna comunque si trova bene. Durante la pausa, se c'è,
chiacchiera con gli altri. D'inverno bevendo caffè, d'estate acqua, che lì
non gli danno. Quando torna a casa, se non è troppo stanca, Teresa
consuma il primo pasto della giornata. Sulla tavola la frutta non manca,
ma «non ti viene di mangiarla dopo che ci hai lavorato. Ti attacchi al
grappolo solo se hai fame e non c'è altro».
top
di Or. Bel. - TARANTO
FLAI-CGIL
Un modo di produzione contro le donne braccianti
«Nel Sud malpagate, ricattate, violentate»
Cosimo Stasi, segretario della Flai Cgil di Taranto, compone il quadro
della «Storia di Teresa». «Oggi nell'agro tarantino i braccianti sono
circa 36 mila, ma quelli dichiarati all'Inps sono 26 mila». Ci sono
10mila lavoratori a nero. Nel settore, il 70 per cento sono donne. Tutti i
lavoratori sono utilizzati dalle aziende col livello più basso. Molti di
loro sottoscrivono un accordo di ingaggio, «perché lì non si parla
ancora di assunzione». Per gli uomini la paga giornaliera oscilla tra i
48 euro e i 53 euro, però ne percepiscono meno della metà. Perché «le
imprese non rispettano il contratto nazionale e nemmeno quello
integrativo, né, tantomeno, le mansioni che ogni singolo lavoratore
svolge». In particolare, non rispettano l'orario di lavoro (i braccianti
fanno 30, 35 minuti in più sul dovuto) e non applicano la tabella
salariale che fissa il costo giornaliero della manodopera. Per tutti i
braccianti il lavoro è sottopagato, per le donne di più. «Firmano
contratti da 48 ai 52 euro al giorno prendendo però dai 15-17 euro fino a
23 da questa zona. Alcune arrivano anche a 30, 32 euro, però non fanno le
6 ore e 30 giornaliere previste dal contratto, ma 7, in alcuni casi 8».
Tra le braccianti ci sono molte minorenni. A prendere 15/17 euro al giorno
sono loro, «tenute a far acquistare da mamma o papà i prodotti
dell'azienda per cui lavorano, almeno per la stessa somma». In modo che
l'imprenditore rientri del budget loro corrisposto.
Ma l'amaro i braccianti cominciano a ingoiarlo prima di arrivare nei
campi. C'è infatti la questione del trasporto. A gestirlo sono i
caporali, e a monte, le agenzie interinali che a loro si affidano per
garantire manovalanza alle aziende che ne fanno richiesta. Per ogni
giornata di lavoro, i braccianti devono dare 5 euro al caporale, che «attraverso
l'agenzia interinale, ha il mezzo di trasporto». E molte imprese «hanno
i soldi dalla Regione per il trasporto». I pullman fanno a gara per chi
arriva prima ai punti di raccolta delle braccia, dislocati qua e là in
paesini dell'entroterra. Si riempiono di uomini e soprattutto di donne di
ogni età. «Dove possono entrare 50 persone, ne entrano 100."
Peraltro le ore del trasporto, che tra andata e ritorno fanno salire anche
a 12 le ore giornaliere «lavorate», non sono retribuite. In caso di
incidente subentra, quando c'è, l'assicurazione del mezzo. Raramente il
sindacato sa degli incidenti, perché le aziende «consigliano» ai
lavoratori di mettersi in malattia: «Dieci giorni a casa che ti pago
comunque le giornate».
Nei campi il problema di sicurezza si dilata. «I lavoratori utilizzano
prodotti chimici di cui ignorano la natura senza le adeguate protezioni. E
quando fanno i trattamenti sono a due, tre metri dai composti». Molti di
loro, in particolare le donne, accusano problemi visivi e respiratori.
Ma chi sono i caporali che tengono in piedi il mercato delle braccia nella
Puglia ionica? In genere sono giovani, e italiani. Ma da qualche tempo ce
ne sono anche tra gli immigrati, comunitari e extracomunitari. Certo la
figura del caporale è cambiata: «Si è infilato nelle agenzie interinali
come un usuraio, per garantirsi anzitutto la copertura del trasporto dei
lavoratori». Che per lui è gratis: è l'agenzia che mette a disposizione
il mezzo, in più ogni bracciante gli dà 5 euro a «viaggio». Col tempo
il caporale «consolida» la sua posizione nell'agenzia. «Le aziende,
quando hanno bisogno di braccia, si rivolgono all'agenzia di fiducia. Che
a sua volta si affida a quel tale caporale». Il caporale normalmente non
è assunto. «Molti contrattano con l'azienda il costo di ogni lavoratore,
ad esempio 50 euro a testa, e la retribuzione che poi danno al bracciante
è oltre il 60/65% in meno rispetto a quanto l'azienda andrà a firmare
sul contratto di lavoro».
E di braccianti Stasi ne ha incontrate. Ricorda un'assemblea in un campo
del tarantino. Erano un centinaio, in poche erano iscritte al sindacato.
Alcune chiedevano il perché dell'assemblea, «non sapendo che è un
diritto sancito dalla legge 300 e dal contratto nazionale». Anche perché
avveniva sotto la guardia dei caporali. È stato quando Stasi ha parlato
della necessità di denunciare molestie e violenze, che una di loro si è
allontanata in lacrime. «Mi sono vergognato: poi ho saputo che quella
ragazza era diventata madre a seguito di uno stupro subìto nei campi».
Non si sa da chi. Ma nella campagna pugliese le violenze sessuali ai danni
delle braccianti non sono una rarità. Continua Stasi: «Diverse
lavoratrici sono state violentate dai caporali».
Nel '93 la Flai Cgil si costituì parte civile, al fianco di una
bracciante, nel primo procedimento in Puglia per violenza sessuale contro
un caporale. Il processo si celebrò a Taranto ma i fatti che ne erano
oggetto avevano come sfondo la provincia.
Assunta Urselli, della segreteria provinciale del sindacato, quei fatti li
ha seguiti da vicino. «La bracciante era sposata, appena 25enne, con un
figlio piccolo». Era più o meno il periodo dell'acinellatura, tra il '92
e il '93. «La violenza è avvenuta in macchina, intorno alle 4 del
mattino. Quando il caporale è andato a prenderla da casa per portarla al
pullmino». Quel tizio aveva 50 anni, era della provincia di Brindisi.
Ogni mattina caricava in macchina 9, 10 lavoratrici per portarle al centro
di raccolta. «Di solito prendeva prima le altre, e per ultima lei. Quella
mattina, invece, ha fatto al contrario». Dopo la violenza la bracciante
andava comunque a lavorare. Il caporale «le aveva detto che se avesse
aperto bocca le sarebbe successo chissà che cosa». Una mattina però la
suocera, che lavorava con lei, vedendola piangere, ha insistito per sapere
e alla fine è crollata. Quando è tornata a casa ha raccontato tutto al
marito e insieme sono andati dai carabinieri a denunciare il caporale.
Al processo l'imputato ha patteggiato, perché la violenza era evidente.
«La ragazza aveva conservato il corpo del reato, i pantaloni con le
tracce organiche». Gli esami del Dna ne hanno confermato l'appartenenza e
il kapò è stato arrestato. Ha fatto tre, quattro giorni di carcere, poi
c'è stato il processo. La condanna è stata a un anno e mezzo di
reclusione, pena sospesa. «Non ha fatto altro carcere, perché ha
patteggiato ed era incensurato». Ha pagato le spese processuali ma non i
danni morali, come disponeva la sentenza: «La lavoratrice ha rifiutato
quei soldi, non li ha voluti». Per due anni ha preso psicofarmaci, poi ha
smesso. Adesso quella ragazza ha quarant'anni e non vuole ricordare. È
iscritta alla Flai da allora, e lavora ancora nei campi. Come tante, oggi
va nel barese e nella zona occidentale del tarantino, dove c'è lavoro. È
assunta, ora da questa ora da quell'azienda. Precisa Assunta Urselli della
Flai: «In campagna sei fortunato se in un anno lavori solo per due
aziende. Una bracciante in media ne cambia 5 o 6». Perché è tutto
lavoro temporaneo: «Fai 15-20 giorni là, e metti insieme le giornate che
ti permettono di prendere il trattamento di disoccupazione, malattia,
maternità e quant'altro. E di raggiungere i requisiti per garantirti la
pensione, se ci arriverai». Il reddito dei braccianti dipende da molte
variabili. Spiega Stasi: «Ci sono lavoratori che, pur avendone diritto,
non percepiscono la disoccupazione, perché l'impresa o il compratore non
versano i contributi all'Inps». In molti casi, a chiusura d'anno, «le
giornate che figuravano al primo secondo e terzo trimestre stranamente
scomparivano».
Perché se l'Inps verifica, ad esempio, che un'impresa è corrotta (perché
ha venduto le giornate ad alcuni), cancella dai propri archivi tutti i
lavoratori di quell'impresa, senza tener conto delle responsabilità della
stessa». Ogni anno i lavoratori cancellati sono alcune migliaia. «Quei
lavoratori sono individuati dall'Inps come i tanti che comprano le
giornate, e perciò perdono il diritto al trattamento e alla contribuzione».
Ad oggi, tra i soli iscritti Flai, «su 4213 domande di disoccupazione
presentate all'Inps ce ne sono 718 prive di copertura previdenziale».
Peraltro la situazione fotografata dall'Inps in un dato anno, diventa
chiara solo uno o due anni dopo. «Nel '99 - dice Stasi - l'Inps ha
bloccato la pensione a una lavoratrice, perché era già in pensione».
Oggi a regolamentare il lavoro agricolo in Italia, accanto al contratto
nazionale, c'è l'integrativo sottoscritto il 2 marzo 2009 da Flai Cgil,
Fai Cisl, Uila Uil, Coldiretti, Cia e Confagricoltura, e in scadenza nel
2011. Precisa Stasi: «Non ci battiamo solo per la retribuzione, ma anche
per la formazione e, soprattutto, per la sicurezza». Prevedendo tutele
laddove mancano. «Garantiamo ai lavoratori già utilizzati a tempo
determinato, la possibilità di essere riutilizzati sulla stessa mansione
l'anno successivo». L'accordo fissa un aumento salariale medio pari al
6,71% dal primo al settimo livello retributivo. «Per i lavoratori
impegnati in lavori pesanti e nocivi, è prevista una maggiorazione pari
al 22% del salario e una riduzione dell'orario di lavoro di 2 ore
giornaliere». Inoltre le parti chiedono al governo e alla Regione di
farsi carico delle spese di trasporto dei lavoratori. Che però
l'integrativo già rimborsa.
(...)L'obiettivo per la Flai è bonificare il settore dall'illegalità. «Per
avere un'agricoltura sana e competitiva, dobbiamo ragionare in termini di
filiera». Ma in Puglia non si riesce neppure a fare impresa. «Molte
volte i terreni vengono affidati a terzi, che non sono di qua e lavorano
in affitto». Si scalda Stasi: «Noi raccogliamo i pomodori a due soldi,
li mandiamo in Spagna e poi acquistiamo il tomatos, che è pomodoro
pugliese. È assurdo. Bisogna premere sulla cultura della trasformazione
del prodotto e portarla sui nostri banchi di vendita».
top
di Cosma Orsi
Una vita activa fondata sul debito
Il modello dominante di attività economica,
basato sulla finanza e sulla conoscenza, ha la sua genesi nella
deregulation dei mercati e i suoi necessari corollari sono la
privatizzazione dei servizi sociali e una flessibilità produttiva e
del lavoro La compressione dei salari aggrava la crisi. Servono
interventi mirati a garantire continuità di reddito, l'accesso alla
formazione e all'apprendimento
La genesi della crisi attuale sta nella deregulation dei mercati
finanziari degli anni Ottanta, che ha segnato il tramonto di un regime
di accumulazione fondato sulla grande impresa, su un mercato del
lavoro incentranto su un comprosmesso sociale tra lavoro e capitale.
Da allora, il confine tra sfera produttiva e sfera finanziaria si è
progressivamente dissolto e il capitale finanziario e la conoscenza
sono divenute gli assi su cui far ruotare la produzione della
ricchezza e, cosa più importante, a una precariazzazione dei rapporti
di lavoro e una privatizzazione dei servizi sociali. La tesi
presentata in questa intervista da Andrea Fumagalli, che si aggiunge a
quelle già pubblicate nella serie «il capitalismo invecchia?»,
cerca di individuare anche delle forme di resistenza al capitalismo
cognitivo.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
La crisi economica attuale è una crisi sistemica e una crisi
globale. È la crisi dell'intero sistema capitalistico così come si
è andato configurando dagli anni Novanta del secolo scorso. Ha quindi
senso un confronto con la crisi del '29.
La maggiore analogia sta nel fatto che l'attuale crisi può essere
definita, a differenza di quella degli anni Settanta, come «crisi di
crescita». Essa trova i suoi prodromi agli inizi quando iniziano a
configurarsi le caratteristiche del capitalismo cognitivo-finanziario
e ha termine la fase di fuoriuscita dalla crisi del paradigma
fordista-taylorista. La maggiore differenza sta nel fatto che il
meccanismo di accumulazione e valorizzazione oggi dominante è
strutturalmente diverso da quello industriale-fordista, fondato su una
struttura sociale disciplinare, un modello omogeneo di organizzazione
del lavoro (grande impresa, sfruttamento di economie statiche di
scala, operaio-massa), sulla preminenza della produzione materiale
manifatturiera e un meccanismo di sfruttamento centrato
sull'estrazione di plusvalore relativo (sussunzione reale). Oggi, il
sistema capitalistico si fonda su una flessibilità produttiva e del
lavoro, sul ruolo centrale della conoscenza e dello spazio come
fattori produttivi grazie alla diffusione delle tecnologie
linguistico-comunicative, lo sfruttamento di economie dinamiche e
sociali di scala (apprendimento e rete), l'allargamento della base
produttiva anche alla riproduzione e al consumo, il peso crescente
della produzione immateriale, la sussunzione totale della vita al
capitale (accumulazione bioeconomica). Si tratta di cambiamenti che
richiedono interventi di risoluzione alla crisi decisamente diversi da
quelli sperimentati con il new-deal roosveltiano dopo il '29.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Molto, al punto che Roger Bootle, managing director di
Capital Economics, uno dei più importanti centri di consulenza
macroeconomica della City londinese, ha dichiarato che gran parte
della moderna teoria economica «è un disastro e una disgrazia» (The
Observer, 18 ottobre).
La scienza economica ha sempre rappresentato un «sapere»
fondamentale per la gestione della governance politica e sociale. Essa
è spesso stata presentata come «oggettiva» e «neutrale» e, a tale
fine, la logica formale non si è limitata solo ad essere uno
strumento di analisi ma è diventata anche «sostanza» con elementi
autoreferenziali, con l'effetto di rendere i modelli teorici
funzionali sì alla struttura di potere ma totalmente incapaci di
leggere la dinamica del reale. Per quanto riguarda nello specifico i
mercati finanziari, va registrata la crisi di gran parte delle teorie
sviluppate negli ultimi quaranta anni e che sono alla base
dell'operare di tali organismi; tali teorie hanno peraltro fruttato
negli ultimi decenni tanti premi Nobel per l'economia a diversi tra i
loro inventori. Nel 1997, il premio Nobel dell'Economia fu assegnato a
R. Merton e a M. Scholes per lo sviluppo di «un nuovo metodo per la
valutazione dei derivati» (modello di Black, Sholes, Merton). Nel
2003 il premio Nobel per l'economia è stato invece assegnato a R.
Engle, e a C. Granger, per lo sviluppo di «metodi di analisi delle
serie storiche economiche con volatilità variabile nel tempo»,
applicati poi ai mercati finanziari.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
La libera circolazione dei capitali è l'esito della
deregulation dei mercati finanziari e non a caso si sviluppa appieno
negli anni Ottanta, quando comincia la transizione al capitalismo
cognitivo. I mercati finanziari ne sono oggi il cuore pulsante.
Provvedono infatti, al finanziamento dell'attività di accumulazione,
soprattutto nel caso delle produzioni cognitive immateriali
(conoscenza e spazio). In secondo luogo, in presenza di plusvalenze,
svolgono il ruolo di moltiplicatore dell'economia e redistribuzione,
seppur distorta, del reddito. In terzo luogo sostituiscono lo stato
come assicuratore sociale (canalizzazione forzata di parti crescente
dei redditi da lavoro: tfr, previdenza, istruzione, salute).
Da questo punto di vista, i mercati finanziari rappresentano la
privatizzazione della riproduzione della vita. Sono quindi biopotere.
Infine sono il luogo dove si cerca di misurare, capitalisticamente, il
valore della cooperazione sociale (di apprendimento e di rete) che sta
oggi alla base dell'accumulazione. Sulla base di queste
considerazioni, occorre prendere atto che non vi è più separazione
netta tra sfera produttiva e sfera finanziaria. La transizione al
capitalismo bioeconomico cognitivo è stata la reazione politica (sia
conservatrice che di centro-sinistra), per uscire dalla crisi del
capitalismo industriale-fordista degli anni '70. È quindi chiaro che
finché la politica oggi si limita a essere lo strumento di governance
(meglio: il tentativo di governance) del capitalismo contemporaneo,
parlare di regolazione dei mercati finanziari è del tutto fuori luogo
e ipocrita. In tale contesto, parlare di democrazia è puro
ideologismo. La democrazia (intesa, qui, come la supremazia della res
pubblica/commonia sulla res oeconomica) è morta negli anni Settanta.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington - Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
La crisi attuale rimette in discussione l'egemonia
finanziaria degli Stati Uniti. La fuoriuscita da questa crisi segnerà
necessariamente uno spostamento del baricentro finanziario verso
oriente e in parte verso il Sud (America). Già a livello commerciale,
i processi di internazionalizzazione hanno sempre più evidenziato uno
spostamento del centro produttivo verso oriente e verso il Sud del
mondo.
In questa prospettiva, l'attuale crisi finanziaria mette fine a una
sorta di anomalia che aveva caratterizzato la prima fase di diffusione
del capitalismo cognitivo: lo spostamento della centralità
tecnologica e del lavoro cognitivo verso India e Cina in presenza del
mantenimento dell'egemonia finanziaria in Occidente. Il primato
tecnologico e quello finanziario tendono a ricongiungersi anche a
livello geo-economico. In tale contesto, cresce anche l'instabilità
internazionale, dal momento che non sembra ravvisabile al momento una
stabile gerarchia valutaria internazionale (un impero senza egemonia).
In questa situazione di «contesa» l'Europa potrebbe giocare un ruolo
fondamentale, ma è nelle condizioni di non poterlo fare, perché
sconta il fatto di aver puntato esclusivamente sull'unione monetaria
(primato della ragione economica sulla ragione sociale), senza
preoccuparsi di creare le premesse per una politica europea fiscale
con un budget autonomo dall'influenza degli stati-nazione membri. Non
ci sono così gli strumenti per un intervento socio-economico
coordinato in grado di poter attutire i contraccolpi della crisi
economica. È un ulteriore sintomo del fallimento della costruzione
economica dell'Europa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a
livelli accettabili di disoccupazione?
L'utilizzo della spesa pubblica ha la finalità di
ristabilire la capacità di governance dei mercati finanziari.
L'attuale crisi finanziaria mostra che non è possibile una governance
istituzionale dei processi di accumulazione e distribuzione fondati
sulla finanza. I tentativi di governance (ex-post) che sono stati
varati nei mesi scorsi non sono in grado di incidere più tanto sulla
crisi in atto. E non può essere diversamente, se si considera che la
Bri (Banca dei Regolamenti Internazionali) stima il valore dei
derivati in circolazione in circa 556 trilioni di dollari (pari a 11
volte il Pil mondiale). Nel corso dell'ultimo anno, tale valore si è
ridotto di oltre il 40%, distruggendo liquidità per oltre 200
trilioni di dollari. Ciò ha significato distruzione reale di liquidità
per circa 18 trilioni di dollari (dati Bri). Ora, gli interventi
monetari di iniezione di nuova liquidità finora realizzati in tutto
il mondo non superano i 9 trilioni di dollari: una cifra insufficiente
per compensare le perdite. È tale differenza che spiega come mai,
nonostante i tanti timori, non vi sia stato finora nessun effetto
inflazionistico. La creazione di nuova moneta è finora inferiore a
quella distrutta dalla crisi.
Tuttavia, a partire da giugno 2009, il calo del Pil tende ad
arrestarsi. La compressione dei salari e dei redditi ha l'effetto di
peggiorare la situazione di crisi. Bisognerebbe invece rivitalizzare
la cooperazione sociale alla base dell'accumulazione odierna con
interventi mirati a garantire continuità di reddito, accesso ai beni
comuni relazionali, di formazione, di apprendimento (commonfare). Ma
tali misure (che si traducono in una regolazione salariale basata
sulla proposta di basic income e in una capacità produttiva fondata
sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) minano alla base la
stessa natura del sistema capitalista, ovvero la ricattabilità del
reddito dal lavoro e la violazione del principio di proprietà privata
dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza). In
altre parole, un compromesso sociale (new deal) adeguato alle
caratteristiche del nuovo processo di accumulazione è solo
un'illusione teorica, ed è impraticabile da un punto di vista
politico. Siamo dunque in un contesto storico in cui la dinamica
sociale non consente spazio allo sviluppo di pratiche e soprattutto «teorie»
riformiste. Ne consegue che, poiché è la praxis a guidare la teoria,
solo il conflitto e la capacità di creare movimenti «dal basso»
possono consentire - come sempre - il progresso sociale dell'umanità.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare è
inversamente proporzionale alla loro capacità di mobilitazione e
conflitto, oggi e nell'immediato futuro
- SCHEDA
ANDREA FUMAGALLI
Dalla moneta alla proposta di un reddito di
cittadinanza
Andrea Fumagalli insegna Macroeconomia e Economia Politica
nell'Università di Pavia. Dopo aver studiato a Parigi presso il «Cepremap»
e a New York presso la New School for Social Research ha conseguito il
Ph.D in economia a Milano. Svolge attività di ricerca sul tema del
capitalismo cognitivo-bioeconomico, del mercato del lavoro e della
distribuzione del reddito.
Oltre a essere vice-Presidente del Bin-Italia e membro della rete
Uninomade, partecipa attivamente all'esperienza dell'EuroMayDay e di
Bios-San Precario. Tra le sue pubblicazioni, «Moneta e Tecnologia»,
(Franco Angeli), «Il lavoro autonomo di II° generazione» (con
Sergio Bologna, Feltrinelli), «Tute Bianche: reddito di cittadinanza
e disoccupazione di massa» (DeriveApprodi, 2001, «Bioeconomia e
Capitalismo Cognitivo» (Carocci), «Crisi dell'economia globale»
(con Sandro Mezzadra, Ombre Corte).
PAROLA DI ECONOMISTA
Da mercoledì, interviste e interventi online
Il dilemma «Il capitalismo invecchia?» desta l'interesse di molti
studiosi. C'è chi si incuriosisce e chi vuole proporre altre risposte
alle nostre sei domande. Lo spazio in un giornale come «il manifesto»
è però una «risorsa scarsa». Così abbiamo pensato di aprire il
sito Internet de «il manifesto» (www.ilmanifesto.it) a chi vuole
intervenire. Da mercoledì prossimo, le interviste già pubblicate e
quelle che via via arriveranno saranno on-line. Ogni intervento non
solo è benvenuto, ma auspicabile, per offrire spunti di riflessione a
chi, con intelligente caparbietà, continua a «stare dalla parte del
torto». Poi questa discussione si concluderà il 31 dicembre e
vedremo cosa fare di questo utilissimo materiale.
top
di Cosma Orsi
IL CAPITALISMO INVECCHIA?
La catena spezzata di Sant'Antonio
LA PAROLA A ANTONIO GAY Gli Stati uniti sono un
paese dove le imprese e le banche tendono a privilegiare la cura dei
bilanci trimestrali e a mettere in secondo piano ogni progettualità
imprenditoriale. Questo ha provocato la corsa a fare alti profitti nel
breve periodo, mentre gli americani continuavano a indebitarsi per
consumare e acquistare la casa. Il successivo intervento degli stati
in soccorso delle banche in crisi più che a risolvere il problema è
finalizzato a calcoli politici interni.
La crisi ha origine in quell'intreccio che ha visto l'afflusso di
capital dai paesi in via di sviluppo verso le economie forti,
finanziando così i consumi nei paesi sviluppati. In quest'ultimi, la
crescita del settore immobialere è stata favorita per mettere sui
giusti binari un'attività economica in difficoltà. Quando
l'intreccio è andato in frantumi la crisi è dilagata. Ma il sistema
economico tende comunque a ricercare una situazione di «equilibrio»
e così sarà. Questa tappa nella serie «Il capitalismo invecchia?»
restituisce l'immagine di un capitalismo che non ha certo perso la sua
spinta propulsiva.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Così riassumerei il meccanismo che ha generato la crisi. Per
molto tempo i risparmi d'importanti paesi in via di sviluppo,
affluendo come capitali finanziari in paesi più evoluti sotto questo
profilo, hanno finanziato irragionevolmente i consumi americani e
d'altri paesi. Non è chiaro per quale ragione paesi quali la Cina
dovessero accumulare dollari anziché aumentare consumi e investimenti
interni acquistando all'estero beni reali. Il sistema bancario,
americano e non solo, non ha saputo per contro investire a sufficienza
i nuovi capitali nei paesi in via di sviluppo, dove le occasioni per
veri profitti erano maggiori, ma li ha indirizzati al finanziamento
dei consumi in economie già mature e la cui debolezza, nella
competizione internazionale, era certificata da profondi e duraturi
deficit nella bilancia commerciale.
Questo paradosso ha una spiegazione anche troppo umana. Il sistema
delle banche americane, e non solo, agisce secondo un sistema
d'incentivi che favorisce effimeri profitti di breve periodo. Le
perdite su investimenti che, col tempo, si rivelano errati danneggiano
gli azionisti delle banche che, essendo tanti e dispersi, contano in
concreto nulla nella nomina dei loro vertici. Sono invece tutelati gli
ingenti depositi in banche «troppo grandi per fallire» che, nel
momento della crisi, ottengono aiuti pubblici.
Ai politici per contro fa comodo che l'espansione edilizia,
provvidenzialmente al riparo dalla concorrenza internazionale, faccia
sembrare l'economia sana e florida; essi possono altresì menar vanto
per i tanti non abbienti che infine realizzano il sogno di diventare
proprietari della propria casa. Non importa che ciò avvenga grazie al
credito facile, e che i nuovi proprietari contino di pagare i loro
debiti non con accresciuti redditi reali futuri, che non sono alle
viste, ma col proseguire ed ingigantirsi di una bolla immobiliare che,
di fatto, non è altro che una gigantesca «catena di Sant'Antonio».
Questa è possibile perché la rendita edilizia, a differenza del
costo di costruzione, non ha dei freni, dal lato dell'offerta, che
rapidamente si rendano percepibili. L'aumentato valore degli immobili,
rivalutando le garanzie ipotecarie, ha consentito di finanziare a
debito consumi non necessari.
La catena si è rotta quando si è temuto che la bolla immobiliare
potesse scoppiare; le aspettative, che già si erano autorealizzate
quando erano ottimiste, rovesciatesi si sono materializzate nella
crisi. Viene allora meno il finanziamento al consumo e, chi potrebbe
ancora ricorrervi, se n'astiene temendo per il suo reddito futuro.
Dalla crisi usciremo quando aumenteranno congruamente i consumi
interni cinesi e d'altri paesi a più forte sviluppo e le economie
mature ricominceranno a pagare le importazioni con le loro
esportazioni ridiventando competitive attraverso i meccanismi del
cambio e dei differenziali nei tassi d'inflazione.
Niente di molto nuovo o di epocale e sistemico in tutto ciò. Volendo
che simili disequilibri non si ripetano si deve - se ciò è
politicamente possibile visti gli intrecci tra finanza e politica -
regolamentare il sistema bancario in modo che non vi siano più banche
troppo grandi per fallire e la struttura degli incentivi deve
diventare meno perversa. Ciò finirebbe col rendere più accorti
risparmiatori e stati.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Come si fa a sostenere che vi sia stata un'incapacità di
prevedere la crisi da parte degli economisti? Chi sono gli economisti:
quelli che si occupano d'economia, quelli che ne scrivono sui
giornali, quelli che cercano di chiarire il tanto che nella teoria è
ancora oscuro? Si tratta di mestieri diversi e non è giusto far
carico a tutti di ciò che si può imputare, non necessariamente a
ragione, soltanto ad una parte. Tante possono essere le motivazioni
per ciò che si scrive, e non tutte necessariamente confessate;
dovremmo forse controllare la storia dei portafogli azionari degli
imputati d'imprevidenza per provare la validità dell'accusa?
La mediocrità non si riscatta con la matematica (da non confondere
con l'econometria); ma senza di lei e la sua disciplina come
orientarsi in tematiche complesse evitando le seduzioni della
retorica?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
La domanda è cruciale, ma per porla correttamente dovremmo sapere che
cosa s'intende per mercato e per politica. Se mercato vuol dire
concorrenza, allora il fenomeno è del tutto residuale: per lo più le
imprese sopportano costi fissi e quindi, con una tecnologia non
convessa, non vi è alcuna tendenza all'uniformità del tasso di
profitto. Al di fuori di questo caso marginale vi sono degli interessi
in conflitto e la convenienza delle parti a raggiungere un accordo. La
politica è forse l'arte di realizzarli? In tal caso l'economia è, al
contempo, politica.
Venendo più nello specifico, la domanda, alludendo alla libera
circolazione dei capitali, sembra suggerire che pochi titolari di
grandi patrimoni possano, minacciandone l'esportazione, impedire alla
maggioranza di prendere specifici provvedimenti di politica economica,
da qui un grave limite ad una democrazia fondata sul principio
d'uguaglianza. La questione, oltre che d'attualità politica, è
d'indubbio interesse speculativo: quali limiti è legittimo imporre
all'idea stessa di proprietà privata? È questo un evidente caso di
conflitto d'interessi. Se sono povero crederò giusto che sulle grandi
proprietà gravino imposte patrimoniali e, perché queste siano
esigibili, vorrò che, anche se è consentito l'acquisto d'attività
finanziarie straniere, i titoli che ne certificano la proprietà
restino nel paese, così da poterle tassare e, nel momento del
bisogno, perfino confiscare. Se sono ricco troverò ingiusto che i
frutti del lavoro, della parsimonia e dell'accortezza dei miei avi e
di me stesso possano essere sottratti a me ed ai miei discendenti a
favore di famiglie che, risalendo addietro di un secolo o poco più,
erano, in partenza, povere quanto la mia; ed argomenterò che deve
essere la mia sensibilità sociale a decidere se e quanto dedicare a
beneficio dei meno fortunati. La disputa morale non trova una
soluzione logica se non s'invoca un qualche interesse generale che
tuttavia il ricco ed il povero concepiranno in modo contrastante.
Com'economista mi limito ad osservare che i paesi in cui la proprietà
si sente minacciata non solo sono evitati da chi ha patrimoni ingenti
ma anche da chi, dotato di capacità lavorative eccellenti, quindi
molto ben retribuite al netto delle imposte sul reddito, voglia
evitare che il suo futuro patrimonio sia in pericolo. Nella
competizione tra paesi questo fattore può non essere ininfluente.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington - Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
La domanda implicitamente attribuisce grande importanza alla politica
nel definire i destini di grandi aree economiche e culturali. La mia
personale sensibilità tende a privilegiare elementi più strutturali:
in armonia con la teoria economica classica stimo che ciò che decide
del destino dei popoli è la capacità di generare ricchezza, e questa
è sostanzialmente figlia della fatica e dell'intelligenza
amministrate, e ciò non è scontato, con la dovuta saggezza.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Gli interventi a favore delle banche non dovrebbero preoccupare
eccessivamente: in larga misura sono dei prestiti mirati a sbloccare
una situazione di panico finanziario che dovrebbero, e ciò in parte
è già avvenuto, essere restituiti con il superamento della fase più
acuta della crisi. Invece quelli a favore dei redditi di lavoro - in
un momento in cui i precedenti squilibri, quelli reali, si dovranno
correggere re-industrializzando quei paesi, in primis Stati Uniti e
Gran Bretagna, che maggiori vantaggi avevano ricavato dalla precedente
euforia finanziaria - non ci si può aspettare che rapidamente si
ridimensionino.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Il tema ha reminiscenze Einaudiane-Lamalfiane-Scalfariane da
non prendere troppo sul serio. Alla fin fine conta il capitale reale
del paese, quello materiale e quello umano, nonché il saldo tra
crediti e debiti sull'estero.
LE INTERVISTE FINORA PUBBLICATE:
GIORGIO LUNGHINI IL 18 NOVEMBRE;
CATIA KALDARI IL 22 NOVEMBRE;
GIACOMO BECCATTINI IL 25 NOVEMBRE;
TITO BOERI IL 29 NOVEMBRE;
PIERLUIGI CIOCCA IL 2 DICEMBRE;
FABIO MASINI IL 6 DICEMBRE;
DUCCIO CAVALIERI IL 9 DICEMBRE;
ANDREA FUMAGALLI IL 13 DICEMBRE.
Il prossimo appuntamento è con CHRISTIAN MARAZZI
IL 20 dicembre
SCHEDA
ANTONIO GAY
La matematica e la borsa valori
Antonio Gay nasce, nel 1940, a Firenze dove completa gli studi ed
inizia l'attività accademica. Libero docente in «Economia Politica»
dal '70 insegna questa disciplina a Pisa e poi, come ordinario, a
Firenze dal 1980. Si occupa di teoria dell'equilibrio economico
generale, di preferenze e di dinamica. Del 1977 è sua la soluzione
del problema della discontinuità nella domanda quando vi sono dei
prezzi che vanno a zero. È un tema questo che ha ampio consenso nella
letteratura d'economia matematica. Nel '92 esce nell'«Italian
Economic Papers» un suo saggio sull'incompletezza delle preferenze;
tale incompletezza, del tutto usuale nella vita pratica e
matematicamente perfettamente trattabile, genera problemi per il modo
usuale di concepire le funzioni di domanda ed introduce elementi
d'indeterminazione nel funzionamento dell'economia.
Del 2004 è pubblica un saggio sul comportamento razionale di
soggettività, costituite da molti individui che si succedono nel
tempo, che hanno un orizzonte di vita infinito.
top
INTERVISTA | di
Cosma Orsi
IL CAPITALISMO INVECCHIA?
La chimera del governo globale il capitalismo
invecchia?
L'asse dominante del capitalismo andrà da Est a
Sud del pianeta. Le risposte alla recessione non sono però da cercare
in una nuova geografia economica, ma passano attraverso il conflitto
del lavoro vivo per redistribuire la ricchezza prodotta Il prezzo
della crisi è molto alto. Ma possiamo farlo pagare al capitale
finanziario, perché è in gioco la nostra sopravvivenza come soggetti
capaci di lottare
La crisi ha reso evidente il fatto che la politica è ostaggio del
capitale finanziario. La possibilità di una risposta degli Stati
nazionali è quindi limitata. Ma difficoltà sono emerse quando il
cosiddetto G20 ha provato a individuare misure adeguate alla radicalità
della crisi, riuscendo alla fine a proporre strumenti che hanno
rafforzato il processo di finanziarizzazione dell'attività economica.
Ma ciò che è emerso in questo ultimo anno è che la finanza è
diventato il cuore del capitalismo contemporaneo.
Si è giunti a questa situazione dopo che alla fine degli anni Ottanta
il capitale ha puntato, riuscendovi, a produrre plusvalore e profitti
non solo nell'attività produttiva in senso classico, ma anche nei
settori della distribuzione e dellla circolazione. Ciò è stato reso
possibile da due fattori: una privatizzazione dei servizi sociali e un
cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro a favore delle
imprese tanto nazionali che sovranazionali.
L'unica possibilità di invertire tale tendenza può venire solo da
forti movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto
riappropriazione di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue
forme. È questa la lettura della crisi che emerge in questa
intervista che si aggiunge alla altre della serie «il capitalismo
invecchia?».
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
È da trent'anni ormai che assistiamo al susseguirsi di
maggiori o minori crisi finanziarie, più o meno una ogni tre anni, a
dimostrazione che il capitalismo si è ormai struturalmente
finanziarizzato, cioè ha posto i mercati finanziari al centro della
sua stessa logica di funzionamento mondiale. Questa crisi è «sistemica»
perché è nata negli Stati Uniti, svelando le contraddizioni (gli
squilibri fondamentali) della globalizzazione così come essa si è
data a partire dagli anni Ottanta, con il peso del debito pubblico e
del debito commerciale statunitensi e il ruolo della politica
monetaria incentrata sul dollaro. È però anche una crisi «congiunturale»,
se è vero che il capitalismo finanziario è intrinsecamente
instabile, terribilmente fragile, all'interno del quale la
privatizzazione del deficit spending di keynesiana memoria gioca un
ruolo fondamentale.
Il confronto con la crisi del '29 serve soprattutto per evidenziare le
differenze tra un capitalismo fordista nascente, quello degli anni
Venti del Novecento, e un capitalismo finanziario, quello odierno, per
certi versi anch'esso nascente, nel senso che è caratterizzato dalla
pervasività delle dinamiche finanziarie e, soprattutto, dalla
sovrapposizione dell'economia finanziaria e di quella reale.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Il capitalismo finanziario è attraversato da contraddizioni
formidabili, oltretutto contraddizioni che si dispiegano su scala
globale e che in buona sostanza rimandano al problema della
realizzazione del plusvalore con ricorso al deficit spending di
mercato, ossia privato. Questa metamorfosi rispetto al deficit
spending pubblico, in cui gli Stati giocavano un ruolo centrale nella
determinazione della domanda effettiva, è simmetrica ai cambiamenti
nei modi di produrre plusvalore a partire dalla fine degli anni
Settanta, ossia la progressiva estensione dei processi di
valorizzazione alla sfera della circolazione, dello scambio, insomma
della riproduzione. Quello che è stato chiamato «biocapitalismo»,
in cui le forme di vita e la vita stessa sono «messe al lavoro»,
fino a trasformare il consumatore in produttore di beni e servizi, è
un capitalismo storicamente nuovo contrassegnato dalla crisi della
misura del valore e, quindi, dalla impossibilità strutturale di
governarlo a mezzo di regolazione.
È questa natura del nuovo capitalismo che mette fuori gioco gli
economisti mainstream e i loro modelli econometrici basati
sull'ipotesi dell'efficienza dei mercati. Una maggiore conoscenza
storica delle trasformazioni del capitalismo permetterebbe certamente
di capire che questi cambiamenti riflettono, sono indotti da una nuova
composizione sociale del lavoro.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
La politica, oggi, è certamente ostaggio della finanza, nel
senso che l'autonomia del politico è molto ridotta, costretto come è
ad inseguire le vicissitudini dei mercati finanziari e gli effetti
devastanti della finanziarizzazione sulle grandezze ecomomiche e
sociali. Basti pensare alla spesa pubblica sociale, che subirà tagli
pesantissimi a causa della crescita smisurata del debito pubblico. Si
può forse affermare che la finanziarizzazione mina alle radici la
stessa rappresentanza politica, nel senso che la priva della capacità
di autonomizzarsi dalle contraddizioni e dai conflitti interni ai
processi economico-finanziari. Il politico non riesce neppure a
implementare regole minime per contenere la finanza e la sua
estensione, anche se ci prova con fughe in avanti, ad esempio il «governo
mondiale del G20», che però si rivelano ben presto ulteriori
rafforzamenti dei processi di finanziarizzazione. Per «spingersi più
in là» la politica deve riconoscere la sua crisi e, come dire?,
ripartire dal basso, dalle lotte, dalle forme di vita, dalle
rivendicazioni sociali che nella e contro la crisi stanno maturando
ovunque.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
Non c'è dubbio che lo scenario Chimerica, in cui Cina e
America si sostengono reciprocamente con politiche monetarie e di
finanziamento del debito pubblico compatibili con lo squilibrio
fondamentale venutosi ad instaurare negli ultimi anni (la Cina con un
surplus di risparmio, l'America con una montagna di debiti), è uno
scenario per così dire inevitabile. La domanda è quanto durerà. Ad
esempio, quanto tempo ci vorrà prima che la Cina riesca a rilanciare
in modo duraturo la domanda interna, non solo con programmi di
investimento infrastrutturale giganteschi, ma anche con salari e spesa
sociale all'altezza dei bisogni del popolo cinese?
È forse il caso di ricordare che oltre la metà delle corporations
americane quotate a Wall Street realizzano profitti producendo
direttamente in Cina, il che complica non poco la possibilità stessa
di riequilibrare l'assetto economico globale attraverso il solo asse
Cina-Stati Uniti. L'impressione è che la Cina sosterrà gli Stati
Uniti, attraverso politiche di sostegno al dollaro e il finanziamento
del debito pubblico americano, fino a quando sarà riuscita a
espandersi solidamente nel Sud del mondo, in America Latina e in
Africa. A questo punto, forse già tra cinque anni, l'asse globale non
sarà più est-ovest, ma est-sud.
In questo scenario l'Europa è perdente, a meno che non riesca a
sviluppare politiche di welfare incentrate sull'accesso alla
conoscenza e lo sviluppo di tecnologie eco-sostenibili, politiche
sociali di investimento realmente autonome rispetto al modello
americano e a quello cinese.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
La finanziarizzazione dell'economia, così come si è data in
questi ultimi anni, comporta un mutamento delle modalità di
monetarizzazione del circuito economico, nel senso che oggi è nella
sfera direttamente finanziaria che la moneta viene creata e iniettata
nel circuito economico sotto forma di rendite. Si tratta di una vera e
propria privatizzazione della moneta assecondata dalla politica
monetaria delle banche centrali. Questo comporta la possibilità di
una ripresa dei mercati finanziari indipendentemente dalla ripresa
dell'economia reale, il che spiega, tra l'altro, come i salari diretti
e indiretti (rendite pensionistiche) possano continuare a rimanere
bassi ancora per un lungo periodo di tempo.
D'altra parte, come osservava recentemente l'economista francese
Michel Husson confrontando il rapporto tra tassi di crescita e
occupazione del periodo tra il 1959 e il 1974 e quelli del periodo tra
il 1993 e 2008, la capacità di un'economia di creare occupazione è
ampiamente indipendente dalla sua crescita economica. Infatti, negli
ultimi quindici anni dei Trenta gloriosi, l'aumento dell'occupazione
è stato inferiore a quello degli ultimi quindici anni, e questo è
avvenuto con un tasso di crescita del Pil tra il 1959 e il 1974
mediamente superiore a quello constatato tra il 1993 e il 2008. La
qual cosa, nella situazione attuale in cui le prospettive
occupazionali e di crescita sono molto negative, mette fuori gioco le
politiche keynesiane secondo le quali un aumento dei salari, cioè
della domanda, può di per sé trainare il rilancio occupazionale.
In altre parole, l'aumento della domanda, cioè del reddito, deve
basarsi su un'aspirazione di giustizia sociale e di autonomia dalle
dinamiche della ripresa economica. È in questo senso che vanno
interpretate le rivendicazioni di un reddito garantito, o di una «rendita»
agganciata ai bisogni sociali: domandiamoci quali sono gli impieghi di
cui abbiamo bisogno per ridurre la sofferenza del lavoro, domandiamoci
di quale reddito abbiamo bisogno per difendere i beni comuni, invece
di privatizzarli per «creare occupazione».
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Il prezzo può essere molto alto, e già lo stiamo pagando
con l'aumento della disoccupazione e i tagli alla spesa sociale. È
d'altronde sicuro che la pressione fiscale per far fronte ai deficit
accumulati in questo periodo si farà sentire molto presto. Ma questo
stesso prezzo possiamo farlo pagare al capitale finanziario,
rovesciando i debiti privati in reddito sociale. È in gioco la nostra
sopravvivenza come soggetti capaci di lottare, di creare forme
autonome di vita. Nulla è deciso, tutto è possibile.
LE INTERVISTE FINORA PUBBLICATE:
giorgio lunghini 18 NOVEMBRE;
Katia caldari 22 NOVEMBRE;
giacomo becattini 25 NOVEMBRE;
tito boeri 29 NOVEMBRE;
pierluigi ciocca 2 DICEMBRE;
fabio masini 6 DICEMBRE;
duccio cavalieri 9 DICEMBRE;
andrea fumagalli 13 DICEMBRE;
antonio gay 16 DICEMBRE.
IL PROSSIMO APPUNTAMENTO È IL 23 DICEMBRE
CON alessandro roncaglia
SCHEDA
CHRISTIAN MARAZZI
Dalla svolta finanziaria alla crisi
dell'economia mondiale
Christian Marazzi, dottore in scienze economiche, ha lavorato al
Dipartimento opere sociali del Cantone Ticino (Svizzera), e dal 1997
lavora alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera
Italiana, «Dipartimento di scienze aziendali e sociali», come
professore e responsabile della ricerca sociale. Ha insegnato in
diverse università tra le quali Losanna, Ginevra e alla State
University di New York.
È autore di numerose pubblicazioni in campo socio-economico,
finanziario e politico, tra le quali spiccano «Finanza Bruciata» (Casagrande),
«Capitale&linguaggio. Dalla new economy all'economia di guerra»
(DeriveApprodi). Con Adelino Zanini e Andrea Fumagalli «La moneta
nell'impero» (Ombre Corte). Con Bollati Boringhieri ha pubblicato «Il
posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi
effetti sulla politica» e «E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei
mercati finanziari».
top
- INTERVISTA | di
Cosma Orsi
LA PAROLA A ALESSANDRO RONCAGLIA
Il sogno infranto del libero mercato
Le misure prese per affrontare la crisi economica
trovano legittimità nella volontà di rallentare la valanga che stava
per colpire il capitalismo contemporaneo. Ora servono interventi per
ridurre le diseguaglianze sociali Servono nuove regole del gioco per
evitare che tra pochi anni dovremo pagare nuovi costi causati da un
fondamentalismo liberista che ha influenzato anche tanti politici di
sinistra
La prima vittima «illustre» della crisi è sicuramente la teoria
economica dominante, che insegue il sogno di un equilibrio generale
garantito dalla mano invisibile del mercato. Ma come accade nei
risveglia, la realtà smentisce sempre il «mondo perfetto». Per
questo occorre una buona iniezione di «realismo» per ricostruire
quella cornice storica senza la quale è impossibile comprendere
appieno l'attività economica. La crisi va quindi considerata come una
smentita di quel fondamentalismo liberista che tanto ha affascinato
anche molti esponenti politici della sinistra.
Così le prime misure prese in soccorso delle banche trovano la loro
legittimità nella volontà di frenare la valanga che stava investendo
le società capitalistiche. Questo però significa che il passo
successivo è la definizione di nuove regole del gioco che mettano
fine a quella comrpessione dei salari e alla crescita delle
diseguaglianze sociali che ha caratterizzato il capitalismo
contemporaneo. L'analisi di Alessandro Roncaglia in questa tappa della
serie «il capitalismo invecchia?» punta l'indice proprio verso quel
fondamentalismo liberista che ha orientato la teoria economica
mainstream.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
La crisi ha inizio come crisi finanziaria, ma ben presto
incide anche sull'economia reale, in modo tale da rendere ragionevoli
i richiami alla crisi del '29, pur con tutte le differenze. Come
insegnava Keynes, che parlava di «economia monetaria di produzione»
per descrivere il capitalismo moderno, il mondo della finanza e quello
della produzione non sono entità separate, ma interagiscono in modo
stretto. Al di là delle dimensioni di questa crisi, vale anche
l'insegnamento keynesiano per cui ogni crisi ha una componente «sistemica»,
in quanto contribuisce a tenere i livelli di attività e di
occupazione inferiori a quelli che sarebbero stati possibili e non
costituisce, a differenza di quello che insegna la teoria neoclassica,
una semplice oscillazione attorno a un trend ottimale di crescita di
lungo periodo determinato solo dai fattori di offerta, cioè
tecnologia e disponibilità di risorse.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Il problema non sta nella predilezione per la matematica, ma
negli errori d'impostazione della teoria mainstream. In effetti, i
teorici matematici dell'equilibrio economico generale sanno benissimo
che nei loro modelli un mercato perfettamente concorrenziale può dar
luogo a una molteplicità di equilibri (quindi a diversi livelli di
occupazione) e che non è possibile affermare come verità generale la
stabilità di tali equilibri (cioè il funzionamento equilibratore
della mano invisibile del mercato). Naturalmente, la pretesa di
generalità ha un costo in termini di capacità euristica: in
sostanza, la teoria dell'equilibrio economico generale non riesce a
dirci nulla di significativo sulle economie in cui viviamo, dato che
qualsiasi risultato appare possibile a seconda delle ipotesi.
La macroeconomia mainstream è costruita sulla base di ipotesi
semplificatrici, come l'esistenza di una sola merce (e,
corrispondentemente, di un solo soggetto economico); solo così si può
sostenere la validità in generale di quella che nei libri di testo
mainstream è considerata una verità assoluta, l'esistenza di una
relazione inversa tra salario reale e occupazione, con il corollario
che la disoccupazione può dipendere solo da imperfezioni del mercato,
come la forza «eccessiva» dei sindacati o l'impreparazione dei
lavoratori per i tipi di lavoro che sono richiesti.
Anche i nuovi filoni di cui tanto si parla, come i «nuovi keynesiani»,
non fanno altro che introdurre ipotesi un po' meno irrealistiche
(frizioni nel funzionamento del mercato, conoscenza parziale e così
via) nel contesto di modelli ipersemplificati (in gergo, modelli di
equilibrio parziale) i cui difetti sono noti da decenni. Come diceva
Sraffa nel 1930 (proprio a proposito delle fondamenta teoriche di
questi ultimi modelli), «Io cerco di indicare i presupposti impliciti
nella teoria di Marshall; se Robertson li considera come estremamente
irreali, io simpatizzo con lui. Noi sembriamo consentire in ciò, che
tale teoria non può essere interpretata in modo da darle una coerenza
logica interna, ed in pari tempo da metterla d'accordo coi fatti che
si propone di spiegare. Il rimedio di Robertson è quello di scartare
la matematica; forse avrei dovuto spiegare che, in proposito, la mia
opinione è che si debba scartare la teoria di Marshall».
La storia del pensiero economico, tanto vilipesa dagli economisti
mainstream, sarebbe essenziale proprio per comprendere i diversi
presupposti di altri filoni di pensiero radicalmente alternativi, come
quello classico e keynesiano, e quindi evitare di cadere nella
trappola in cui, secondo Sraffa, era caduto il neoclassico Robertson.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
La regolamentazione del mercato forse non sarà sufficiente,
ma certo è necessaria ed è un compito di per sé difficilissimo da
realizzare, dati gli interessi con i quali confligge: sarebbe
opportuno concentrare l'attenzione su essa, senza escludere altri tipi
di misure ma senza indicarle come la vera panacea. Ad esempio, non
sarebbe tecnicamente difficile risolvere il problema dei «paradisi
regolamentari», ma per ora non si sono fatti grandi passi in avanti
in questa direzione, e nessuna regolamentazione nazionale della
finanza ha un senso se questi paradisi continuano a esistere.
L'Italia ne ha uno molto particolare nel suo seno, il Vaticano (San
Marino ritiene di aver fatto il suo dovere e di poter essere
cancellato dalla lista grigia dell'Ocse per il solo fatto di aver
firmato qualche accordo di collaborazione, con paesi come la
Groenlandia, Andorra, il Lichtenstein): è assurdo pensare che le
fughe in avanti di parte della nostra sinistra aiutino la destra
conservatrice a eludere problemi scottanti come questo?
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non
possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che
il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo
si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
L'Europa ha già perso molto terreno, e al suo interno ne sta
perdendo moltissimo l'Italia (per avere un'idea della perdita di
competitività basta guardare alla differenza, limitata ma
persistente, tra il nostro tasso d'inflazione e quello degli altri
maggiori paesi europei).
Ma questo ha ben poco a che fare con il modello europeo
(socialdemocratico, per l'esattezza: non si tratta di una parolaccia!)
di stato sociale, che riguarda la scelta di preferire un livello
relativamente elevato di imposizione fiscale in cambio di un livello
relativamente elevato di prestazioni di servizi sociali. A patto di
essere disposti a pagare i costi sociali dello stato sociale, la sua
adozione - e il suo sviluppo, per il quale vi sono ampi margini - non
costituisce motivo di perdita di terreno nella produttività, e quindi
nella competitività internazionale.
Naturalmente, pagare i costi dello stato sociale significa imporre il
pagamento delle tasse sulla base di criteri sanciti da leggi
democraticamente approvate: un risultato difficile da raggiungere
proprio a causa dell'esistenza di «paradisi fiscali» che permettono
ai più ricchi e alle imprese di evadere. Anche in questo caso
l'abolizione dei paradisi fiscali va concordata a livello
internazionale; se c'è la volontà politica, almeno nei paesi
maggiori, la cosa non è impossibile, dato che non si tratta di
imporre a stati sovrani di accettare leggi decise da altri, ma di
introdurre criteri di penalizzazione adeguati, ad esempio prevedendo
che tutti i trasferimenti di fondi verso certi paesi non possano
essere considerati come spese fiscalmente detraibili e che tutti i
trasferimenti di fondi da certi paesi vengano considerati come reddito
tassabile.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a
livelli accettabili di disoccupazione?
Come intervento di prima istanza, c'erano ben poche
possibilità di scelta. E ora c'è il vincolo di evitare il rischio di
una crisi del debito pubblico ed estero, uno spettro che minaccia vari
paesi in modo ben più preoccupante che l'Italia, ma che neppure noi
possiamo ignorare. Ed è comunque sbagliato sostenere che non vi siano
stati interventi dal lato della domanda, un po' in tutti i paesi. La
cosa più importante ora è stabilire le nuove regole del gioco per
evitare di essere nuovamente chiamati tra pochi anni a pagare i costi
delle crisi causate da un fondamentalismo liberista che ha purtroppo
influenzato anche tanti politici di sinistra.
Personalmente sono convinto che nella contrapposizione tra il ministro
Tremonti e i suoi colleghi di governo, più inclini di lui ad
espandere la spesa pubblica, abbia ragione il ministro, dato il
livello del debito pubblico e del debito estero del nostro paese e il
ritmo al quale stanno crescendo. (Spero non vi sia bisogno di
precisare che restano tanti altri motivi di disaccordo, con lui come
con gli altri ministri, in primis la loro scelta di campo).
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Prima ancora dei vincoli posti dall'aumento del debito
pubblico (che possono essere superati in tempi anche brevi con il
ricorso a una imposizione patrimoniale straordinaria o, con effetti
distributivi opposti, con una fiammata inflazionistica), vi sono i
costi di lungo periodo della crisi di cui preoccuparsi. Accanto
all'aumento della disoccupazione, c'è un forte aumento degli
inoccupati, cioè delle persone che non cercano lavoro. Le giovani
generazioni sono le più colpite, con un aumento pesantissimo
dell'incertezza sulla possibilità di costruire progetti di vita
rispondenti ai propri desideri.
Gli effetti sociali di queste vicende si faranno sentire molto a
lungo, ed è anzi prevedibile che si faranno sentire con maggiore
intensità nei prossimi mesi, nella forma di un inasprimento delle
tensioni sociali, in Italia come negli altri paesi. Sul piano
economico occorre ricordare anche il rallentamento del ritmo del
progresso tecnico, che è correlato alla crescita economica, e che si
tradurrà in un reddito pro capite (una ricchezza delle nazioni, come
diceva Smith) minore di quanto sarebbe stato possibile.
LE INTERVISTE FINORA PUBBLICATE:
giorgio lunghini IL 18 NOVEMBRE;
katia caldari IL 22 NOVEMBRE; giacomo becattini IL 25
NOVEMBRE;
tito boeri IL 29 NOVEMBRE; pierluigi ciocca IL 2
DICEMBRE; fabio masini IL 6 DICEMBRE; duccio
cavalieri IL 9 DICEMBRE; andrea fumagalli IL 13
DICEMBRE;
antonio gay IL 16 DICEMBRE;
christian marazzi IL 20 DICEMBRE.
PROSSIMO APPUNTAMENTO CON carlo vercellone IL 27
DICEMBRE.
TUTTE LE INTERVISTE SONO SU INTERNET ALL'INDIRIZZO www.ilmanifesto.it
SCHEDA
ALESSANDRO RONCAGLIA
Dalla teoria del valore alle teorie
post-keynesiane
Alessandro Roncaglia è nato a Roma nel 1947. Insegna Economia
Politica presso la Facoltà di scienze statistiche dell'Università La
Sapienza di Roma. E' corrispondente dell'Accademia dei Lincei. Oltre
che alla storia dell'economia politica i suoi interessi di ricerca
spaziano dalla teoria del valore e della distribuzione alle forme di
mercato e alla loro influenza sui prezzi, dai problemi legati al
processo accumulativo alla tecnologia. Direttore delle riviste «Moneta
e Credito» e «Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review». Dalla
sua fondazione nel 1978, fa parte del «Managing board of editors»
del «Journal of Post Keynesian Economics». Dal 2003 è membro del
comitato scientifico di «Istituzioni e sviluppo economico». Tra i
suoi libri vanno segnalati «Lineamenti di economia politica» e «La
ricchezza delle idee» (Laterza), «Il mito della mano invisibile» (Laterza),
«Sraffa. La biografia, l'opera, le scuole» (Laterza). E, con Sylos
Labini «Il pensiero economico. Temi e protagonisti» (Laterza).
top
- INTERVISTA | di
Cosma Orsi
LA PAROLA A CARLO VERCELLONE
Gli illusionisti della crescita infinita
La crisi è sistemica perché segnala
l'impossibilità di uno sviluppo trainato dalla finanza e
dall'estensione di una logica mercantile al cosiddetto «immateriale».
Per questo il problema politico della trasformazione dell'attuale
modello di società non è più rinviabile Salute, educazione e
ricerca possono essere ridotti a merci. Ma al prezzo di diseguaglianze
insostenibili e di una drastica diminuzione dell'efficacia sociale di
queste produzioni
Crisi sistemica, cioè esaurimento della spinta propulsiva di questa
economia capitalista di garantire lo sviluppo secondo la legge del
profitto. E tuttavia è una crisi che offre inedite e tutt'ora
inesplorate potenzialità di una trasformazione sociale radicale a
partire dalle caratteristiche particolari di questa economia
capitalistica, come la centralità della conoscenza e di tutti quelle
attività che la saggistica contemporanea chiama intangibili, come la
formazione, la sanità che possono essere ridotte a merce - tendenza
ancora in atto - ma che incontrano forti resistenze. Una lettura della
crisi che si colloca su un piano molto diverso da quella offerta da
molti economisti mainstream. Dunque alla domanda se «il capitalismo
invecchia» che unisce finora le interviste pubblicate in questa
serie, l'intervistato risponde invitando a porsi il problema politico
di un superamento del capitalismo stesso.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Sono estremamente critico rispetto alla lettura dominante
secondo cui si tratterebbe di una crisi d'origine finanziaria che solo
in un secondo tempo si sarebbe estesa all'economia reale. In realtà
si tratta di una crisi sistemica che testimonia per molti aspetti
l'esaurimento della razionalità economica del capitale fondata sul
profitto e l'espansione dei rapporti mercantili. In particolare, nei
paesi a capitalismo avanzato, la crisi emerge, oltre che dalla logica
speculativa endogena alla finanza, dall'interazione di tre cause
strutturali i cui effetti si sono cumulati nel tempo.
La prima è legata alle contraddizioni profonde tra la logica del
capitalismo e le condizioni sociali e istituzionali alla base della
crescita d'una economia fondata sulla conoscenza. Tali contraddizioni
si manifestano a più livelli: nel contrasto tra la ricerca di
redditività a breve termine della finanza e il lungo termine
necessario al processo di produzione di conoscenza; nel modo in cui la
trasformazione della conoscenza in una merce e in un capitale fittizio
esige l'instaurazione di diritti di proprietà intellettuale che
inducono una scarsità artificiale di questa risorsa. Ma si tratta
anche e soprattutto dell'incapacità della finanza d'assicurare una
valutazione stabile e attendibile del cosiddetto capitale intangibile
che rappresenta ormai la parte più rivelante della capitalizzazione
borsistica.
Ora, malgrado la torsione introdotta da termini come capitale
intellettuale, intangibile o umano, tale capitale non è altro che
l'intelligenza collettiva. Esso sfugge dunque a qualsiasi misura
oggettiva. Il suo valore non può essere che l'espressione soggettiva
dell'aspettativa dei profitti effettuata dai mercati finanziari che si
accaparrano in questo modo una rendita. Ciò contribuisce a spiegare
perché il valore «borsistico» di questo capitale è essenzialmente
fittizio e soggetto a fluttuazione di grande ampiezza. Esso si basa su
una logica autoreferenziale propria alla finanza destinata
inevitabilmente prima o poi a crollare. Insomma, come sottolineato da
André Gorz già nel 2003, la successione di crisi finanziarie sempre
più gravi che caratterizza il capitalismo contemporaneo, non è il
semplice prodotto di una «cattiva» regolazione della finanza, ma
esprime «la difficoltà intrinseca a far funzionare il capitale
immateriale come un capitale e il capitalismo cognitivo come un
capitalismo».
La seconda dimensione corrisponde a una gigantesca crisi di
sovrapproduzione. La sua origine non si trova unicamente nei limiti
imposti alla domanda solvibile dalla polarizzazione della
distribuzione del reddito e della ricchezza. Dipende anche dalla
saturazione progressiva della sfera dei bisogni che il capitalismo può
razionalmente soddisfare estendendo la logica della merce. La dinamica
che ha condotto dallo scoppio della bolla Internet nel 2000 a quella
dei subprime permette d'illustrare schematicamente questa tesi.
Durante gli anni Novanta, il cosiddetto miracolo della net-economy
aveva alimentato l'illusione di un nuovo settore motore capace di
creare nuovi sbocchi rimpiazzando i vecchi mercati della produzione di
massa fordista ormai saturi. La crisi del marzo 2000 mostra i limiti
strutturali che il capitale incontra nel tentativo di sottomettere
alla logica della mercificazione l'economia dell'immateriale, dove il
principio della gratuità e dell'autorganizzazione in rete continuano
a predominare malgrado i tentativi d'instaurare barriere all'accesso.
Per evitare una depressione prolungata, la Fed statunitense riduce
allora drasticamente i tassi d'interesse favorendo l'espansione
smisurata del credito al consumo e l'indebitamento delle famiglie.
Tale politica sembra risuscitare per un istante la speranza di un
uscita dalla crisi fondata sul rilancio dei settori più tradizionali
dell'economia. Un'illusione che evapora con lo scoppio della bolla
speculativa dei subprime, la crisi ecologica, il fallimento di General
Motors.
A fronte di queste tendenze stagnazionistste, i soli settori in cui si
registra una crescita costante della domanda sociale sono quelli della
salute e dell'educazione assicurati tradizionalmente in Europa dallo
stato sociale. Certo, l'estensione della logica mercantile in questi
settori è teoricamente possibile. Tuttavia, salute, educazione e
ricerca corrispondono al tempo stesso ai settori chiave di una
economia fondata sulla conoscenza e a attività a cui la logica della
mercificazione non si può applicare se non al prezzo d'ineguaglianze
insostenibili e di una drastica diminuzione dell'efficacia sociale di
queste produzioni. A differenza della crisi del 29, il superamento
dell'attuale crisi di sovrapproduzione non può dunque poggiare sulla
sola distribuzione ai lavoratori del potere d'acquisto necessario per
comprare i beni di consumo che producono, ma implica in modo
prioritario lo sviluppo di produzioni e consumi collettivi al di fuori
della logica di mercato.
La terza dimensione della crisi, quella ecologica, la più importante
in un prossimo avvenire, conferma questa diagnosi. Ogni segno di
ripresa del vecchio modello di crescita si scontrerà sistematicamente
con l'esplosione dei prezzi delle materie prime e l'esaurimento delle
risorse non rinnovabili impone una revisione radicale delle norme di
produzione e di consumo al fine di garantire la preservazione dei beni
comuni dell'umanità.
Malgrado certe analogie con la crisi del 29, l'origine, il senso e la
posta in gioco della crisi attuale sono dunque completamente
originali. Esse precludono la possibilità di un'autentica uscita
dalla crisi senza un processo di trasformazione sociale capace di
ridefinire radicalmente sia le regole della distribuzione che le norme
e le finalità sociali della produzione.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale ?
Un ruolo fondamentale, tanto sul piano ideologico che su
quello dello sviluppo dell'innovazione finanziaria come nel caso
emblematico dei premi nobel R. Merton e M. Scholes che tra l'altro
sono passati dalla teoria alla pratica conducendo brillantemente al
fallimento l'hedge fund Ltcm nel 1998. La crisi economica attuale é
senza dubbio anche una crisi della teoria economica accademica.
Sarebbe al riguardo utile un'analisi delle trasformazioni del «mestiere
d'economista» per meglio comprendere le ragioni che hanno condotto un
gran numero d'economisti, non solo mainstream, a perdere ogni senso
critico e a divenire dei veri e propri «intellettuali organici»
della finanza e del neoliberismo.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Non bisogna dimenticare che il capitalismo ha strutturalmente
bisogno dello Stato e, come già sottolineato da Antonio Gramsci e
Karl Polanyi, l'instaurazione del sistema del laissez-faire nel XIX°
secolo fu pianificata. Allo stesso modo, durante gli anni '80 e '90,
la liberalizzazione finanziaria e la controrivoluzione monetarista
sono stati il prodotto congiunto della pressione del capitale e della
volontà deliberata degli stati. Le basi economiche sulle quali
durante la crescita fordista si era fondato il potere di regolazione
degli stati-nazione e delle politiche keynesiane è irrimediabilmente
destrutturato. Con esse lo è anche lo spazio di democrazia economica
in cui l'azione dei conflitti sociali aveva potuto incidere sul
rapporto capitale-lavoro e imporre una formidabile espansione delle
garanzie e dei servizi collettivi del welfare (ponendo nel tempo
stesso le basi per lo sviluppo di un'economia fondata sulla
conoscenza). Ormai, lo spazio di un esercizio della politica capace di
spingersi più in la di un semplice ruolo di sudditanza ai mercati è
sovranazionale.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
Il vero baricentro dell'economia mondiale non è oggi il G20
ma il G2, mentre l'Europa resta impotente a guardare. In questo
quadro, l'aumento del tasso di risparmio americano e la riduzione del
suo deficit esterno con la riconversione dell'economia cinese verso il
mercato interno sono senza dubbio alcune delle condizioni per
riequilibrare l'economia mondiale. L'instaurazione in Cina di un
modello di welfare che si potrebbe ispirare a quello europeo sarebbe
un elemento chiave di questo processo: esso permetterebbe di far
diminuire il tasso di risparmio delle famiglie cinesi, elevando nel
tempo stesso la qualità della forza lavoro che costituisce il fattore
decisivo della capacità competitiva in un'economia intensiva in
conoscenza. Queste considerazioni sollevano più in generale la
questione relativa al ruolo che il modello europeo di stato sociale
potrebbe avere nell'elaborazione di una strategia d'uscita di crisi
alternativa alle politiche attuali di rilancio, politiche che
mantengono artificialmente in vita un modello di consumo e
d'investimento socialmente e ecologicamente insostenibile.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Esiste uno scarto terribile tra la capacità della finanza di
prendere in ostaggio l'insieme delle istituzioni, ottenendo
concessioni formidabili e incondizionate, e il rifiuto puro e semplice
che è opposto ad ogni rivendicazione sociale.
È invece inesatto affermare che non si assiste ad un aumento della
spesa sociale che cresce in ragione dell'azione dei cosiddetti
stabilizzatori automatici. Per esempio in Francia, gli ammortizzatori
del Welfare hanno svolto un ruolo importante per frenare la caduta
della domanda e attenuare gli effetti della crisi.. In modo più
fondamentale, una politica che rafforzi le istituzioni del Welfare,
nel loro duplice aspetto di fornitore di servizi collettivi e di
sistema di redistribuzione del reddito, potrebbe costituire la via
maestra per fare della crisi l'occasione della costruzione di un
modello di sviluppo alternativo fondato su due assi principali. Il
primo rinvia alla priorità data all'investimento nelle produzioni
collettive dell'uomo per l'uomo (salute, educazione, ricerca pubblica)
che assicurano al tempo stesso la soddisfazione dei bisogni
essenziali, la crescita di un'economia fondata sulla conoscenza e un
modello di sviluppo ecologicamente sostenibile.
Il secondo asse rinvia alla moltiplicazione di forme d'accesso al
reddito sganciate dal lavoro e incondizionate. Esse permetterebbero
non solo di sostenere la domanda e d'attenuare gli effetti della
precarizzazione del lavoro, ma favorirebbero la transizione verso un
modello non produttivista, fondato sulla preminenza di forme di
cooperazione non mercantili e capaci di liberare l'economia della
conoscenza dalla logica parassitaria del capitalismo cognitivo e della
finanza.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Tutto dipende dal tipo di modello di società che genererà
la biforcazione storica aperta dalla crisi sapendo che, come
l'affermava con forza Gorz «l'uscita dal capitalismo avrà luogo in
un modo o nell'altro, civilizzata o barbara».
- SCHEDA
CARLO VERCELLONE
La crisi della legge del valore nel capitalismo
cognitivo
Carlo Vercellone è nato nel 1958. Dal 2001 è Maître de Conférences
all'univesità di Paris-1. Membro della nuova «Association française
d'économie politique» e del laboratorio di ricerca Cnrs Centre
d'Economie de la Sorbonne, è autore di saggi sul capitalismo
cognitivo, il reddito sociale garantito e i sistemi di protezione
sociale. Ha curato i volumi «Sommes-nous sortis du capitalisme
industriel?» (La Dispute); «Capitalismo Cognitivo» (con Andrea
Fumagalli, manifestolibri), «Le capitalisme cognitif. Apports et
perspectives» (European Journal of Economic and Social Systems). Tra
le ultime pubblicazioni: «From Formal Subsumption to General
Intellect: Elements for a Marxist Reading of the Thesis of Cognitive
Capitalism» (Historical Materialism); «Le rapport capital/travail
dans le capitalisme cognitif» (Multitudes); «L'analyse "gorzienne"
de l'évolution du capitalisme» in «André Gorz, un penseur pour le
XXI siècle» (La Découverte), «Crisi della legge del valore e
divenire rendita del profitto» in «Crisi dell'economia globale» (OmbreCorte).
top
- APERTURA | di
Cosma Orsi
IL CAPITALISMO INVECCHIA?
Gli economisti di ventura
LA PAROLA A MARCELLO DE CECCO La cancellazione
della leggi che impedivano alle banche di investimento di fare i loro
comodi è avvenuta sotto Carter, Reagan, Bush padre e figlio. E
proseguita da Clinton, i cui uomini sono tornati alla Casa Bianca con
Obama nonostante le responsabilità avute nel preparare le condizioni
che hanno provocato la crisi. L'Europa deve cercare assieme alla
Russia una strada autonoma per confrontarsi alla pari con la Cina
Ci sono forti analogie tra la crisi del '29 e quella attuale. Ma
l'aspetto che colpisce di più è che i responsabili della crisi sono
ancora al loro posto, continuando ad arricchirsi, cosa che non accadde
con Roosevelt. Un'altra differenza è il ritorno sulla scena mondiale
delle economie orientali, mentre l'Europa continua a inseguire il
modello statunitense, invece che diventare un polo «autonomo» che
attiri a se la Russia e gli altri paesi dell'ex-socialismo reale.
Marcello De Cecco, rispondendo alle domande che annodano i fili di
questa serie su «il capitalismo invecchia?», invita però a
sviluppare un punto di vista «forte» sulla crisi economica.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Ha sempre senso confrontare quel che accade nella economia
del mondo nella fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E
lo facciamo sempre, per definizione, con gli occhi del presente, come
diceva Croce. Riandando, ad esempio, alla grande crisi, oggi notiamo,
assai più dei contemporanei, che il 1929 fu preceduto da un decennio
di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che, come nella fase attuale,
avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni immobili e di
quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini,
una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i
rentiers contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza
esiste, tra il presente e il tempo della grande crisi. Anche
l'additare da parte dei politici e della stampa i grandi finanzieri
alla pubblica opinione come i veri responsabili è un elemento comune.
Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente
di moda in tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità
con la quale economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa
loro da eco senza ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è
veramente impressionante. Naturalmente, se la situazione si raddrizza,
torneranno all' antico, a predicare le loro pseudo leggi economiche,
quando sarà opportuno farlo di nuovo. Di «giapponesi» che si sono
legati all'affusto dei loro cannoni invece di fuggire, ne conto
veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande ribasso.
Probabilmente è un bene, ma personalemente trovo abbastanza squallido
questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita
professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione
degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il
guaio è solo che costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo
esaminare in dettaglio, si sono procurati la formazione matematica
sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che era più facile apprendere e
più agevole usare. Esistono strumenti matematici che permettono di
modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti, quelli
caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera
regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da
usare e far usare come routine a gente di non eccelsa mente.
Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di
essere facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non
tutti di livello superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad
una sua versione che Federico Caffè mirabilmente definì «marionettistica»
parecchi decenni prima che gli studenti francesi la chiamassero «autistica».
Francamente, poichè credo che gli economisti abbiano avuto assai
scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre
occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a
esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera
resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o addirittura
c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme
, come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare
Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma
non per questo la mosca diviene meno irrilevante.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere
proprio su questo argomento. I miei primi due articoli sulla
responsabilità dei movimenti a breve di capitale nello smantellare il
sistema di Bretton Woods sono del 1975 e del 1977. Entrambi facilmente
leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo perché, da buon
accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi non
sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo
quanta importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al
controllo dei movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare
chi avesse voluto, assai prima del 1971, abolire anche quei pochi
controlli che i due padri di Bretton Woods erano riusciti a far
entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli
che dal libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche
internazionali. Allora erano essenzialmente le grandi banche di New
York. Poi, dopo la quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e
l'arricchimento di alcuni principi arabi incapaci di spendere tutti i
soldi che gli erano arrivati, furono anche la grandi banche inglesi e
anche qualcuna francese e svizzera, ad associarsi ai demolitori dei
controlli.
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi
banche di investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i
regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza
controllo alcuno. Lo hanno fatto con Carter e Reagan, con Bush padre e
figlio, ma anche con Clinton. Quest'ultimo, insieme alla sua squadra
di governo e di consulenza, è uno dei maggiori responsabili della
gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi, aggravarsi
e trasmettersi alla intera economia reale del mondo. Putroppo, di
quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti sono
tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato
affinchè i responsabili della crisi, invece di essere puniti,
riuscissero ad arricchirsi anche nella fase dei salvataggi bancari.
Alcuni di costoro sono distinti economisti, estremamente versati nel
mettere le vele al vento anche dal punto di vista teorico.
Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni
Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastri
furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a far
soldi, perchè non esistono più poteri alternativi, come quello
sindacale e quello della grande industria fordista, sui quali
Roosevelt potè contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti
d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia
tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non
possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che
il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo
si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga
confinata ad una posizione marginale?
Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio
il prepotente ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in
primo luogo, ma anche India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto
spesso - un grande storico, Alan Milward, affermò parecchi anni fa
che il predominio industriale mondiale dell'Occident, sarebbe apparso,
agli storici di domani, come una parentesi di due o tre secoli in una
storia che vede il primato produttivo e anche scientifico dell'Oriente
come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già accaduto e
continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a
rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi
multinazionali americane e tedesche, che operano da protagoniste in
Cina da anni, fornendo a quel paese i capitali, i beni di investimento
e le tecnologie che gli hanno permesso di metttersi su un sentiero
(meglio sarebbe dire, una autostrada) di sviluppo rapido e resistente
alle scosse della congiuntura mondiale. Di duopolio cino-americano non
mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad affermare di recente
che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta accadendo anche
agli Stati Uniti.
Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della
seta, come seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora
una volta a costruire le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo
con la massima decisione, realizzando una più stretta integrazione
federale, e provando ad associare al proprio modello anche la Russia,
oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella
sola intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi
quarant'anni fa, discussi con Valentino Parlato proprio di questo
tema, che ora è divenuto in parte realtà, per la parte cinese, ma
non ancora riesce a realizzarsi, per la parte russa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a
livelli accettabili di disoccupazione?
Sulla finanza come unica lobby ho già detto.Quanto all'intervento dal
lato della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in
Cina, India, Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i
costi, cioè riducendo i salari e i redditi fissi. È il destino
dell'Europa, di non riuscire a essere padrona del proprio futuro
economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di
una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni
territoriali e le materie prime, sarà stabilmente associata come
parte dell'Europa e non continuerà, come disse Mazzini, a comparire e
scomparire dalla storia d'Europa.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può
tornare rapidamente a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a
fare oggi. Ma la crescita rapida e stabile deve avvenire
preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno stupidamente
scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè
quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la
cultura e la ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i
trasporti alternativi a quelli inventati per un paese enorme come sono
gli Stati Uniti, lo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali,
come il carbone e il petrolio, in maniera non tradizionale, di nuovo
non correndo dietro a folli avventure tecnologiche americane, del
tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in
questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo
fare l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi
di quel che si è appena fatto a Lisbona.
LE INTERVISTE FINORA PUBBLICATE:
giorgio lunghini IL 18 NOVEMBRE;
Katia caldari IL 22 NOVEMBRE;
giacomo becattini IL 25 NOVEMBRE;
tito boeri IL 29 NOVEMBRE; pierluigi ciocca IL 2
DICEMBRE;
fabio masini IL 6 DICEMBRE; duccio cavalieri IL 9
DICEMBRE;
andrea fumagalli IL 13 DICEMBRE; antonio gay IL 16
DICEMBRE; Christian Marazzi IL 20 DICEMBRE;
Alessandro Roncaglia IL 23 DICEMBRE;
carlo vercellone IL 27 DICEMBRE.
PROSSIMO APPUNTAMENTO CON daniela parisi IL 3
GENNAIO.
TUTTE LE INTERVISTE SONO SU INTERNET ALL'INDIRIZZO www.ilmanifesto.it
- SCHEDA
MARCELLO DE CECCO
Dall'uso politico della moneta alla teoria
critica del mercato
Marcello DeCecco si è laureato in Giurisprudenza a Parma e in
Economia a Cambridge. Ha insegnato presso la University of East Anglia
di Norwich. In anni successivi è stato «professorial fellow» presso
il Royal Institute of International Affaire (Londra) e l'Institute for
Avanced Study (Princeton). ha insegnato alla London School of
Economics, all'Ecole Nationale d'Administration (Parigi) e presso
l'University of California a Berkeley. In Italia ha prestato servizio
all'Università di Siena, all'Istituto Universitario Europeo e alla
facoltà di economia e commercio di Roma. È dal 2003 professore
ordinario di storia della finanza e della moneta alla Scuola Normale.
Collaboratore da molti anni del quotidiano «La Repubblica», ha da
sempre svolto attività di ricerca attorno ai problemi di teoria,
politica e storia monetaria e finanziaria. Più recentemente, si è
interessato ai problemi teorici e storici inerenti la genesi ed il
funzionamento dei mercati. Ha collaborato e condotto ricerche presso
l'Ufficio Ricerche storiche della Banca d'Italia, l'Ufficio Studi del
Fondo Monetario Internazionale, la Banca nazionale del lavoro, la
Banca Unicredit. Tra le sue numerose pubblicazioni vanno ricordate le
seguenti monografie: «Saggi di politica monetaria»; «Money and
Empire: the international gold standard, 1890-1914» (tradotto da
Einaudi con il titolo «Moneta e Impero»); «L'Italia e il sistema
finanziario internazionale», (2 volumi, Laterza); «L'oro in Europa:
monete, economia e politica nei nuovi scenari mondiali» (Donzelli);
«La Bnl dal dopoguerra agli anni Sessanta» (Giunti), «Gli anni
dell'incertezza» (Laterza), «L'economia di Lucignolo» (Donzelli),
«L'oro di Europa» (Donzelli). Assieme a Giuseppe Garofalo ha invece
curato il saggio «Moneta unica europea» (Donzelli). Nel 2004 è
uscito il volume «Markets and Authorities: Global Finance and Human
Choice» (Edward Elgar Pub). Sempre per Donzelli, con Massimiliano
Affinito e Angelo Dringoli, ha contribuito alla ricostruzione de «Le
privatizzazioni nell'industria manifatturiera italiana».
top
-
di Cosma Orsi
il capitalismo invecchia?
Un'ultima chance per il bene comune
LA PAROLA A DANIELA PARISI Regole internazionali
nuove per la finanza, attenzione alle condizioni dei lavoratori e una
riforma etica della democrazia. Con questa intervista si chiude la
serie «il capitalismo invecchia?», mentre la discussione continuerà
sul sito de «il manifesto» È stata salvata la finanza, aggravando
così le disuguaglianze sociali, radice primaria della crisi. Ora si
deve porre attenzione primaria al lavoro, meglio ai lavoratori
L'uscita dalla crisi sarà possibile solo se saranno rispettate
alcune condizioni: regole certe a livello internazionale; un
cambiamento delle priorità, mettendo cioè al primo posto le
condizioni dei lavoratori; una democrazia politica che veda il massimo
della partecipazione nelle procedure decisionali a tutela dei beni
comuni. Con questa intervista si chiude la serie «il capitalismo
invecchia?», avviata, coinvolgendo un nutrito gruppo di economisti,
per cercare di spiegare la natura di una crisi che in molti degli
intervistati hanno definito sistemica, senza che questo significhi il
superamento del capitalismo. La discussione proseguirà nel sito
internet de il manifesto (www.ilmanifesto.it).
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una
risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa
crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso
un confronto con la crisi del '29?
Considererei la crisi attuale come una crisi sistemica, dove
il termine sistemica deve accompagnarsi ad una serie di
specificazioni. È sistemica perché riguarda il sistema economico sia
nei suoi aspetti reali che finanziari; perché ora riguarda tutto il
mondo e si è innestata su criticità, anche extraeconomiche,
specifiche di singole regioni geografiche; riguarda il sistema delle
relazioni tra gli agenti di un sistema economico in cui non c'è
trasparenza, non c'è possibilità di ricondurre fatti a responsabilità
precise; riguarda il rapporto tra teoria economica e policy, perché
la teoria si è focalizzata sulla produzione di modelli econometrici -
tipo il Var sviluppato all'inizio degli anni Novanta e adottato
ampiamente - con cui si pensava di poter controllare i rischi delle
sempre più numerose e varie attività finanziarie ed è diventato
impossibile inserire nell'analisi economica elementi di valutazione.
Infine, perché da un epicentro, si è subito dispiegata sui paesi più
poveri e sulle fasce più povere di ogni paese. È il disvelamento di
distorsioni presenti nel sistema mondo che riguardano, tra l'altro, lo
sfruttamento delle risorse e la distribuzione del reddito.
Le vittime saranno tante e ben sappiamo chi saranno. Per quanto
riguarda i confronti con il 1929, è bene sottolineare che è sempre
importante tener conto delle specificità di qualsiasi evento. Se
proprio vogliano guardare al passato, vediamo che ieri come oggi è
sul tappeto il rapporto tra stato e mercato. Proprio a questo riguardo
allora chiediamoci: come agì Franklin Delano Roosevelt nel 1933? Entrò
nella Stanza Ovale e decise che dopo anni di depressione era
improcrastinabile prendere decisioni: nominò Ferdinand Pecora a capo
di una commissione che investigasse sugli eccessi speculativi che
avevano favorito la depressione. Interrogò l'élite della finanza e
svelò tutto lo svelabile. Fu promulgato il Glass-Steagall Act e le
leggi che hanno dato vita anche alla Securities and Exchange
Commission. L'Nber ha datato l'inizio della crisi nel dicembre 2007,
ma non circolano ancora informazioni certe sui comportamenti tenuti
dalle élite della finanza, né la società sembra ancora
sufficientemente indignata e irritata da ciò, mentre le discussioni
interne rischiano di erodere la possibilità di un sostegno politico
sufficiente per procedere ad una complessiva ri-regolazione della
finanza.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la
probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream
per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non si tratta di condannare la costruzione dei modelli economici in sé
ma di condannare la mancanza di una valutazione critica dei modelli.
In questo serve coltivare sensibilità storica: la storia abitua a
guardare con attenzione molteplici scenari ognuno diverso dall'altro e
diverso dal nostro. Chi non ha questa dimestichezza non trova
interesse nella lettura degli scenari attuali allo scopo di portarne
in evidenza i fattori di complessità, tende a semplificare e
impoverire la propria capacità di analisi e a scambiare le sfumature
del quadro scenico per mere ombre, non sa dare importanza alla ricerca
delle radici dei fenomeni complessi. Il passato lo si ri-legge, lo si
ri-scrive, lo si ri-vede non per farne un monumento ad uso e consumo
di interessi passeggeri ma per preservare ciò che di vitale dal
passato arriva a noi costituendo il tessuto, oggi, della continuità
del lavoro umano.
Il cambiamento nel tempo e nello spazio della «pasta» di cui noi
siamo fatti, così come lo sono le istituzioni, rappresenta un
processo incessante di cui bisogna tener conto. Ciò è perlomeno
strano, in quanto la storia del pensiero economico rivela come i
grandi economisti abbiano costante questa preoccupazione e anche
quella del mantenimento del dialogo tra i saperi, economici e non. Poi
c'è un terzo problema, quello della divulgazione e dell'applicazione
del sapere: si preferisce divulgare «certezze» semplificatorie,
slogan, piuttosto che dibattiti sulla problematicità delle questioni
teoriche e delle ipotesi sottostanti alle teorie. È più facile e
veloce applicare modelli, scambiandoli per la realtà, piuttosto che
chiedersi cosa ci sia effettivamente dentro questi modelli. La storia
insegna che la società non è un laboratorio a cui applicare modelli.
Non si vuole ammettere che l'essere umano è sempre in fieri e mai «concluso»?
ma non è di questa certezza che si vive? Perché, allora, negarla?
quello che disorienta è ammettere che otium e neg-otium sono elementi
non disgiungibili per gli esseri umani? Che la contemplazione del
bello fa parte della vita umana?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la
libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle
liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi
stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa.
Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto
quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Non riesco a intravedere che ruolo oggi possa svolgere la
politica se si assegna a questo ambito professionale ciò che concerne
il bene comune sulla base di un dettame costituzionale dal carattere
rigido, diciamo, molto meno flessibile del resto del sistema
giuridico. Vorrei aggiungere a quanto già detto in tema di governance
che oggi si fa urgente pensare ad un cambiamento della forma di
governo «democrazia» la cui tenuta è debole perché si regge
soprattutto sul criterio della governabilità a scapito di quello
della rappresentanza e sul suo ripiegamento su molti appetiti privati.
Come passare, allora, da una democrazia politica bloccata, anzi
vittima di eutanasia, ad una democrazia che prenda vita dal basso,
dalla voce cioè di quelli che vivono operando nel sistema? Sarebbe
necessario considerare la politica una esperienza etica che si
pratica, ascoltare le voci dalla società, tutte voci di persone che,
in quanto tali, ontologicamente sono in dialogo. Forse eccedo nella
fantasia. Ma forse no.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa
avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il
modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si
può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche
economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che
nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud
del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
La crisi ha fatto emergere un dato ineludibile: non c'è un
sistema monetario internazionale, non una istituzione in grado di
coordinare o «sorvegliare» le politiche macroeconomiche dei paesi più
influenti. E restano le domande: c'è l'intenzione che Fed, Bce e
autorità monetarie cinesi si accordino per mantenere il tasso di
cambio tra le valute entro limiti prefissati? Ci sono le condizioni
perché ciò avvenga? L'Europa deve esserci attorno ad un tavolo di
governance altrimenti si cancella il percorso originale e unico di un
continente che va unificandosi non attraverso guerre e politiche di
annessione; bisogna considerare, a proposito, che l'unificazione non
si realizza attraverso una comune, indispensabile, politica monetaria,
ma attraverso un «governo» dell'Europa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa
sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione),
bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi.
Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda
è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
È vero che la prima mossa è stata quella di «salvare la
finanza» e ciò non ha fatto che aggravare il problema delle
disuguaglianze che è stato alla radice della crisi. Sono convinta che
al centro del processo di cambiamento del sistema economico si debba
porre attenzione primaria al «lavoro», o meglio ai «lavoratori».
Da questa centralità la scienza economica dovrebbe prendere le mosse
perchè il lavoro è la forma prima che il dialogo prende, perché il
lavoro è, ontologicamente, parte e manifestazione della persona
stessa che traffica col mondo e nel mondo. Questo è vero per ogni
persona del mondo, perché il lavoro crea la ricchezza sia nei paesi
in cui si vive miseramente sia in quelli in cui la conoscenza è la
risorsa principale. Nella nostra società avanzata si lavora sulla
base e attraverso la conoscenza: chi «conosce» mette in gioco la
propria libertà, può accogliere, custodire, rendere disponibile,
maturare, incrementare gli insegnamenti; ma può anche rapinare
informazioni, nasconderle gelosamente, contraffare o mentire sulla
conoscenza acquisita. E così facendo, nell'uno e nell'altro caso,
ognuno diviene se stesso in questo genere di tessuto, genera frutti
(istituzioni e rapporti).
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno
sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento
a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far
naufragare l'economia mondiale?
Non abbiamo forse due orecchie, due occhi e una bocca?
Dovremmo allora ascoltare e guardare il doppio di quello che diciamo.
Ma forse questo non accade perché le due mani che abbiamo ci portano
ad appropriarci in fretta e furia allungando le braccia più in là
possibile per espandere e affermare noi stessi. In questo gli
economisti possono dare veramente tanto, indagando i processi
moltiplicativi del valore della conoscenza e analizzando funzione e
ruolo dell'economia della conoscenza. Però, è chiaro, non si lavora
se non si hanno le capacità e le motivazioni e se non si ha fiducia
nel sistema in cui si vive. La strategia di rientro dal debito sarà
in tutti i paesi una tragica realtà perché renderà le
disuguaglianze più marcate e devastanti per molti. Interessanti sono
i ragionamenti degli economisti di oggi attorno al problema
dell'esistenza di una domanda effettiva e di una «offerta effettiva»,
cioè di capacità di produrre. Fare ciò può servire a stimolare, a
far ripartire il processo produttivo anche se si teme che le imprese
stimolate da interventi governativi possano trovarsi troppo «legate»
e meno flessibili, meno favorevoli a cogliere opportunità di
cambiamento e meno creative. Insomma, l'imprenditore vorrebbe poter
scegliere lui il proprio finanziatore e scegliere lui a quali
consumatori proporre i propri prodotti.
LE INTERVISTE PUBBLICATE:
GIORGIO LUNGHINI IL 18 NOVEMBRE;
KATIA CALDARI IL 22 NOVEMBRE;
GIACOMO BECATTINI IL 25 NOVEMBRE;
TITO BOERI IL 29 NOVEMBRE;
PIERLUIGI CIOCCA IL 2 DICEMBRE;
FABIO MASINI IL 6 DICEMBRE;
DUCCIO CAVALIERI IL 9 DICEMBRE;
ANDREA FUMAGALLI IL 13 DICEMBRE;
ANTONIO GAY IL 16 DICEMBRE;
CHRISTIAN MARAZZI IL 20 DICEMBRE;
ALESSANDRO RONCAGLIA IL 23 DICEMBRE;
CARLO VERCELLONE IL 27 DICEMBRE,
MARCELLO DE CECCO IL 30 DICEMBRE.
TUTTE LE INTERVISTE SONO SU INTERNET ALL'INDIRIZZO: WWW.ILMANIFESTO.IT
SCHEDA
DANIELA PARISI
la ricerca dei legami internazionali del pensiero
economico italiano
Daniela Parisi è docente di «Storia del pensiero economico»
all'Università Cattolica di Milano. I suoi interessi di ricerca
riguardano i contributi degli economisti italiani nella storia del
pensiero economico internazionale, con attenzione non solo ai metodi, agli
strumenti e ai contenuti, ma anche alle istituzioni attraverso cui
l'economia ha consolidato il proprio statuto scientifico. Autrice
prolifica, ha prodotto numerosi articoli, monografie, e manuali. Tra le
sue opere principali ricordiamo «Il pensiero economico classico in Italia»
(Vita e Pensiero); «Keynesianism and Antikeynesianism in Italian Economic
Thought» (in Pasinetti - Schefold, «The Impact of Keynes on Economics in
the 20th Century», Cheltenham, Northampton, Mass); «The Spread of
Italian economic thought in the United States, 1750-1850» (in P.F. Asso,
«From Economists to Economists. The International Spread of Italian
Economic Thought 1750-1950»); con Alacevich, «Economia politica.
Un'introduzione storica».
top
di Mario Pianta- 9.01.10
CRISI E POLITICHE
Più poveri e precari, il declino italiano
Dieci anni fa, passato il capodanno del 2000, fugata l'infondata
inquietudine per il «baco del millennio» che avrebbe dovuto far saltare
i sistemi informatici di mezzo mondo, l'ottimismo segnava gli sguardi sul
futuro. La crescita della finanza moltiplicava le rendite, la «new
economy» negli Stati uniti moltiplicava prodotti e servizi; l'Italia,
disciplinata dalla cura dimagrante per l'entrata nell'Unione economica e
monetaria europea - tagli di spesa pubblica, riduzioni di debito,
privatizzazioni - aspettava la propria fetta di benessere.
Dopotutto il reddito pro capite (dati Ocse per il 1999 a parità di poteri
d'acquisto) superava quello di Francia e Gran Bretagna e si era avvicinato
molto a quello tedesco, appesantito dagli effetti dell'unificazione con
l'est. Qualcuno - il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio nella
sua Relazione del 2001 - parlava di «nuovo miracolo italiano».
La realtà ci ha riservato una sorpresa diversa: la crisi finanziaria e la
recessione più grave dagli anni trenta. Il prodotto interno lordo (Pil)
dell'Unione europea è caduto del 4,3% nel terzo trimestre 2009 sullo
stesso periodo del 2008, negli Stati uniti è calato del 2,3%, ovunque la
disoccupazione si avvicina al 10%. In Italia siamo scivolati del 4,6% ed
è da un anno e mezzo che l'economia peggiora rispetto all'anno
precedente: con questo avvitamento il Pil italiano in termini reali è ora
tornato al livello che aveva otto anni fa, all'inizio del 2001.
Ma alziamo gli occhi da dove siamo caduti, guardiamo all'insieme del
decennio. Il Pil (in termini reali, senza gli effetti dell'aumento dei
prezzi) è cresciuto in totale del 10% e il reddito per abitante del 4,5:
in dieci anni l'Italia ha avuto lo sviluppo che la Cina registra in un
solo anno. Con il Pil che cresce così poco, alcune voci sono rimaste
ferme: i consumi per abitante sono saliti di appena l'1,3% nell'intero
decennio. Ancora peggio è andata per gli investimenti in macchinari,
quelli che alimentano le possibilità di sviluppo: nel decennio sono
diminuiti del 9,8% e, se li rapportiamo alla popolazione, la caduta è
stata del 14,5% (mentre si sono gonfiati gli investimenti immobiliari). Le
imprese hanno rinunciato a sviluppare le capacità produttive e rispetto a
dieci anni fa la produttività del lavoro è rimasta immutata (è
addirittura diminuita ogni anno in tutti i settori tra il 2000 e il 2004,
secondo le «Misure della produttività» dell'Istat). Non è stato sempre
così, ancora nel decennio degli anni novanta la produttivà era cresciuta
del 20%.
Il ristagno della produttività è il risultato di una crescita lenta e
parallela sia del prodotto che dell'occupazione: nel decennio si sono
aggiunti circa due milioni di posti di lavoro dipendente, ma tutti per
lavoratori a termine, con quote crescenti di donne e lavoratori immigrati
(ricordiamoci delle 800 mila «badanti» al lavoro in Italia). Nel
frattempo si indeboliva l'industria, con il valore della produzione
immutato nel decennio, i dipendenti manifatturieri diminuiti dell'8,8%,
quelli delle grandi imprese (più di 500 addetti) del 18%. La
precarizzazione del lavoro e lo spostamento verso settori a bassa
produttività hanno avuto effetti pesanti anche sulla dinamica dei salari.
Abbiamo così disegnato il primo circolo vizioso che segna il nostro
sistema produttivo. Le imprese riducono gli investimenti, non aumentano la
produttività e provano a restare competitive sui mercati internazionali
attraverso riduzioni di costi e salari e precarizzazione del lavoro. Di
conseguenza i consumi non crescono; con investimenti in calo, e una spesa
pubblica anch'essa congelata, la domanda si affida soltanto alla crescita
delle esportazioni, che a sua volta è fortemente limitata da una
produttività immobile. Il risultato è che la domanda non cresce e con
essa ristagna la produzione.
Se questa è la vicenda dell'economia aggregata, altri meccanismi del
ristagno italiano vengono fuori da come si distribuisce il reddito
nazionale. Rendite finanziarie e profitti hanno aumentato la loro quota
sul Pil, a danno di salari e stipendi. Come i dati dello «scudo fiscale»
sui capitali esportati illegalmente mostrano oggi, una parte importante di
rendite e profitti ha preso la strada di speculazioni all'estero,
riducendo le risorse per gli investimenti delle imprese; queste, poi,
hanno privilegiato i nuovi impianti produttivi all'estero - Europa
dell'est soprattutto - riducendo le capacità produttive nazionali: è così
che la Fiat produce oggi più auto in Polonia e in Brasile che non in
Italia (altre analisi si trovano sul sito www.sbilanciamoci.info).
Se guardiamo ai redditi degli italiani (dati Banca d'Italia), il venti per
cento più ricco della popolazione otteneva nel 2000 il 44% del reddito
disponibile, mentre al venti per cento più povero rimaneva appena il 6%
del totale. Nel primo decennio del duemila queste distanze sono ancora
aumentate e si sono aggravate quelle tra lavoratori dipendenti e autonomi.
I dati Istat mostrano redditi individuali netti da lavoro nel 2006 di
quasi 16mila euro per i lavoratori dipendenti e di appena 13.200 euro per
i lavoratori autonomi; gli operai sono sotto i 15mila euro, mentre i
liberi professionisti non arrivano a 29mila euro l'anno. Oltre alle
disparità sociali, ci sono i segni qui di un'evasione fiscale di grandi
proporzioni da parte dei lavoratori autonomi, che porta un'ulteriore
distorsione nella distribuzione del reddito.
Salari fermi, lavori peggiori e precari spingono in basso i salari e i
redditi dell'80% degli italiani; finanziarizzazione e liberalizzazione per
i capitali, stipendi d'oro per i manager ed evasione fiscale spingono in
alto i redditi dei pochi ricchi. Gli effetti dell'impoverimento si fanno
sentire subito: nel 2007 un terzo delle famiglie italiane (e quasi la metà
al Sud) dichiara di non riuscire ad affrontare una spesa imprevista di 700
euro e due terzi (quattro quinti al Sud) non è riuscita a risparmiare
nulla del proprio reddito.
Le cattive notizie, purtroppo, non sono finite. Un terzo circolo vizioso
riguarda finanza pubblica e apertura internazionale, analizzato con
lucidità nel volume di Marcello De Cecco Gli anni dell'incertezza (Laterza,
2007, dove sono raccolti i suoi articoli per Repubblica). Nel 2009, per la
prima volta, le entrate tributarie hanno registrato un calo in valore
assoluto (causa recessione ed evasione), portando il disavanzo pubblico al
5% del Pil. Il deficit viene finanziato con nuovo debito pubblico: il
rapporto debito/Pil è ora al 115% del Pil e dovrebbe salire al 125% nel
2010 (nel 2008 era il 106%).
Siamo tornati più o meno al livello di quindici anni fa, all'avvio
dell'Unione monetaria europea, quando ci siamo impegnati col Trattato di
Maastricht a far scendere rapidamente lo stock del debito pubblico al 60%
del Pil. Quindici anni di tagli alla spesa, «riforma» delle pensioni,
privatizzazioni, «federalismo» fiscale non hanno lasciato traccia. In più,
i creditori sono cambiati; nonostante l'alta propensione al risparmio del
paese, oltre la metà del debito pubblico italiano è ora nelle mani di
investitori stranieri, che, non appena si manifestano segnali di crisi,
spingono al rialzo i tassi d'interesse, aggravando conti pubblici e conti
con l'estero. E' il problema già scoppiato negli altri paesi della «periferia»
europea di cui si parla qui accanto. Tra il 2007 e il 2010 il rapporto
debito/Pil è destinato a crescere dal 25 all'80% per l'Irlanda, dal 36 al
62% per la Spagna, mentre Grecia (e Belgio) avranno nel 2010 un rapporto
superiore al 100%.
La debolezza del sistema produttivo, la redistribuzione dai poveri ai
ricchi, il peso della finanza e la minaccia del debito si intrecciano nel
disegnare la traiettoria del declino italiano. Se avete la sensazione di
essere diventati più poveri, più indebitati e più precari di dieci anni
fa, ebbene, le cifre vi danno ragione.
top
di Nicola Marcucci
LA LUNGA MARCIA DI UNA CRITICA MILITANTE
LUC BOLTANSKI
Il precario è diventato la figura lavorativa
dominante nel capitalismo. Servono termini che consentono la formulazione
di una nuova architettura delle classi sociali e la definizione di
rinnovate forme politiche in un mondo segnato dalla crisi della sovranità
nazionale. Un'intervista con lo studioso francese
La sociologia ha sempre intrattenuto, fin dalla sua fondazione come
disciplina, un rapporto problematico e controverso con il proprio statuto
politico. Nel corso del XX secolo l'opposizione, messa in evidenza da Max
Weber, tra fatti e valori è stata in buona parte normalizzata nel
dibattito sul metodo mettendo così sotto silenzio la natura politica che
sempre ha lostudio della società . La sociologia critica, tanto nella
versione francofortese che quelle sviluppata da Pierre Bourdieu, ha sì
rappresentato un'alternativa radicale a questa normalizzazione, ma ha
tuttavia relegato le scelte di vita e le pratiche individuali a forme
propedeutiche alla riproduzione dei meccanismi di dominio. Così facendo
ha considerato i singoli come attori inconsapevoli del ruolo svolto nella
scoietà. Annulate le potenzialità critiche dei singoli, il sociologo
rischia paradossalmente di trasformarsi nel solo «attore» dotato di
coscienza politica e la sociologia appare internamente attraversata
dall'ossessione moderna per una politica finalmente scientifica.
Nel suo ultimo lavoro De la Critique. Précis de la sociologie de l'emancipation,
Luc Boltanski, allievo eretico di Pierre Bourdieu, protagonista della
svolta «pragmatista» nelle scienze sociali francesi e critico del
capitalismo contemporaneo, ritorna su questi temi, difendendo la critica
sociologica a partire da una riflessione libertaria sulla politica e da
una messa sotto accusa del ruolo gregario e «governamentale» di gran
parte delle scienze sociali contemporanee.
L'intervista è avvenuta a Parigi nel suo studio all'Ecole des Hautes
Etudes, a partire proprio dal suo ultimo libro.
Nel suo libro De la Critique lei scrive che uno studioso deve «rendere
la realtà inaccettabile». Cosa intende dire con questa frase?
Secondo la teoria della costruzione sociale della realtà, gli
esseri umani si muovono dentro realtà costruite da azioni sociali, dal
diritto, dal modo nel quale è scandito il tempo sociale. Questa teoria è
stata utilizzata per decostruire situazioni esistenti, mostrando come esse
potrebbero essere costruite diversamente. Per esempio il movimento
femminista o i cultural studies hanno largamente lavorato sul tema della
decostruzione per mostrare come la sessualità o la razza fossero realtà
costruite culturalmente.
Accetto questa teoria, pur distinguendo la realtà da mondo e qualificando
il mondo, con un espressione di Wittgenstein, come «tutto ciò che accade».
Sebbene la realtà sia ampiamente descrivibile, il mondo resta in larga
parte sconosciuto. Secondo la mia ipotesi, la critica radicale opera
rintracciando nel mondo gli elementi che non concordano con la realtà e
con le definzioni ufficiali che di questa sono date, in modo tale da
svelare il fatto che la realtà è una «produzione» arbitraria e così
facendo proporre un altro modo di costruirla. Questo movimento della
critica è esattamente ciò che significa «rendere la realtà
inaccettabile». Si assume una posizione «esterna» rispetto alla realtà
attuale e se ne mostra il carattere arbitrario, mettendo in evidenza come
asimmetrie e ingiustizie non debbano essere considerate necessità
assolute o fatti «naturali».
Lei propone di ripensare le classi sociali a partire da una
critica delle forme di dominio esistenti. Cosa sono allora le classi
sociali e in che forma possono essere ancora considerate soggetti
dell'emancipazione?
È una domanda alla quale è impossible dare una risposta
univoca. La classe sociale, come tutti i concetti astratti che designano
degli oggetti come un partito o un popolo, costituisce un insieme che con
i logici potremmo chiamare un «oggetto inesistente», ovvero una
collezione e messa in forma di singolarità diverse. Tali «oggetti» si
fondano su somiglianze ma devono tuttavia essere «costruiti», com'è
accaduto per i movimenti di protesta e per il movimento operaio. La
questione delle classi sociali si è presentata in Francia in seguito agli
scioperi del 1936 - come ho descritto nel mio libro dedicato alla
categoria di «quadro» (Les cadres. La formation d'un group social) -, la
nascita del welfare state dopo la guerra, che ha visto gli stati nazionali
definire un «Piano» di programmazione economica e sociale. Il «Piano»
ha inoltre visto l'invenzione di categorie socioprofessionali e la
costituzione - come ben descritto dalla «scuola della regolazione» di
Michel Aglietta e Andrè Orleans - di un regime dell'accumulazione fondato
sulla negoziazione tra gruppi o classi sociali che tende alla
redistribuzione di una parte dei guadagni di produttività.
Da allora abbiamo assistito all'istituzionalizzazione delle classi
sociali. E questo risulta evidente nelle politiche sociali dello Stato
fondate su precise categorie socioprofessionali statali e la cui
applicazione spesso vede protagonisti sia i sindacati dei lavoratori che
le associazioni professionali.
All'inizio degli anni Ottanta realizzai, con Laurent Thevenot,
un'inchiesta sul modo nel quale i singoli percepivano le classi sociali a
partire dalle categorie stabilite dall'Institut National de la Statistique
et des Études Économiques. I risultati mostrarono che queste categorie
non fossero soltanto strumenti statistitici ma corrispondessero al modo in
cui ogni persona rappresentava e mappava il mondo sociale.
Di questa realtà cos'è mutato?
I cambiamenti del capitalismo, diciamo a paritre dal 1975, come descritto
nel Nouvel esprit du capitalisme, hanno largamente distrutto questo
dispositivo statale di organizzazione e di rappresentazione delle classi
sociali che aveva permesso la loro integrazione nella società politica.
In ragione di questa integrazione è stato abbastanza facile disfarsi
politicamente delle classi sociali intervenendo sui punti di connessione
tra queste e l'organizzazione politica. Il paradosso è che nel frattempo
le ineguaglianze sono aumentate in modo rilevante ma, ciononostante, oggi
non si può più parlare di classi sociali organizzate come si poteva fare
quarant'anni fa.
Attualmente si sta ricostituendo un'altro modo di descrivere le classi
sociali che permetterebbe nuovamente di attribuire loro una certa
consistenza.
Il termine «precario» o « intellettuale precario» sono molto diffusi e
sono termini che, pur non avendo un contenuto univoco, possono servire da
polo d'attrazione, consentendo così ai singoli di riconoscersi in essi. I
precari sono persone che abitualmente lavorano su progetti a termine e che
quibndi non hanno lo stesso datore di lavoro per tutta la vita e che
cambiano frequentemente impiego. Da qui discende il fatto che non hanno
una fabbrica o un unfficio dove incontrarsi, scambiarsi esperienze,
insomma socializzare le loro condizione di lavoro. Questa frammentazione
della vita lavorativa non esclude che possano venire a galla somiglianze
tra lavori diversi: è certo però che tale frammentazione della vita
lavorativa impedisce la costituzione di movimenti sociali che permettano
di opporre una resistenza allo sfruttamento dei precari.
Ho detto che è stato aperto un cantiere nel quale studiosi e movimenti
sociali possono elaborare una diversa architettura delle classi sociali in
modo che esse non siano più interamente definite a partire dalla loro
integrazione nello Stato-nazione.
Oltre al contesto dello stato-nazione ritiene che lo spazio
sociale e istituzionale europeo possa avere un ruolo determinante per lo
sviluppo di movimenti sociali?
Partiamo dal presupposto che esiste una crisi della sovranità
nazionale alimentata dal processo di costituzione dell'Europa come entità
economica e politica. A questo riguardo colpisce, particolarmente in
Francia e in Italia, il disinteresse di una parte della popolazione verso
gli le elezioni per il Parlamento europeo. In Francia la sinistra
istituzionale, come il Partito Socialista, si ripiega sui luoghi del
potere regionale e la sinistra extraparlamentare, largamente associativa,
predilige le battaglie attorno a singoli temi, come accade per i sans
papiers o la tematiche cosiddette altermondialiste. Nei due casi è
proprio il livello centrale dello Stato-nazione che sembra abbandonato in
maniera pressoché sistematica e lasciato alla destra.
Credo che una delle ragioni sia la sensazione diffusasi a sinistra per la
quale si fatica a capire dove risieda il potere. Nello Stato-nazione? A
Bruxelles? Nei dispositivi economici del capitalismo globale? Lo Stato
resta il luogo dove si esercita il monopolio della violenza, ma la
sinistra non è più capace e disposta a confrontarvisi e non crede
abbastanza nello possibilità di formare un vero e proprio Stato europeo.
Penso che questo aspetto sia particolarmente evidente per la questione dei
sans papiers. La sinistra istituzionale non ha più il desiderio di
cambiare la forma Stato e l'estrema sinistra non ha, almeno al momento, la
capacità d'immaginare altre forme istituzionali alternative a quelle
dominanti. Nel caso dei sans papiers, il disinteresse della sinistra
istituzionale per il funzionamento dello stato è evidente laddove
respinge le politiche di espulsione poliziesca dei migranti, ma non sa
proporre politiche di integrazione e accoglienza convincenti.
Per tornare alla sua domanda, l'Europa sta vivendo una vera e propria
crisi istituzionale. Prendiamo, ad esempio, i partiti politici. Sono nati
con lo stato-nazione democratico. Una volta che questo entra in crisi, la
forma partito stessa cessa di essere uno strumento politico centrale.
L'Europa può apportare un contributo nell'innovare le forme politiche.
Nel suo ultimo libro, lei suggerisce di tornare a usare il termine
comunismo. Perché ha sentito l'esigenza di un «ritorno» a questo
termine?
Perché penso che la questione dell'eguaglianza sia centrale per
un progetto di emancipazione o di liberazione. L'idea comunista è
anzitutto un'idea d'origine illuminista, secondo la quale non vi è
nessuna ragione per cui un uomo debba valere più di un altro. Si tratta
di un umanesimo egualitario che si radica nel cristaniesimo e che afferma
l'idea di un'eguaglianza di principio tra gli esseri umani. In fondo,
anche se nel libro non è esplicitato, io intendo comunismo nel senso col
quale, durante la mia gioventù, si parlava di autogestione; ovvero l'idea
che sia arrivato il tempo in cui uomini e donne che vivono in società si
riapproprino di obiettivi di autorganizzazione per i quali possiedono
tutti delle capacità.
SCAFFALI
Dall'analisi delle classi sociali alla critica del
capitalismo
Luc Boltanski (1940) è sociologo presso l'École des hautes études en
sciences sociales di Parigi. La sua carriera di ricercatore inizia nella
seconda metà degli anni '60. Nei primi anni lavora presso il Centre de
Sociologie Européenne ed è uno dei principali collaboratori di Pierre
Bourdieu. A partire dalla metà degli anni '80 Boltanski prende le
distanze dal paradigma sociologico del suo «maestro» ed elebora un nuovo
progetto teorico su basi pragmatiste. Si opera così il passaggio dalla «sociologia
critica» ad una «sociologia della critica», volta alla valorizzazione
delle capacità critiche dei singoli. Intorno a questo nuovo progetto
viene fondato il Groupe de Sociologie Politique et Morale.
Il testo De la Justification (1991) scritto a quattro mani con Laurent
Thevenot rappresenta sigillo di questo nuovo orientamento. Una nuova fase
della sua riflessione è segnata dalla pubblicazione di Le Nouvel Esprit
du Capitalisme (1999), firmato da Boltanski e dall'economista Eve
Chiapello. Il volume, in corso di pubblicazione da Feltrinelli, interpreta
le trasfomazioni del capitalismo contemporaneo alla luce della letteratura
di management, mettendo in evidenza la capacità dell'attuale cultura
capitalista di assorbire e neutralizzare il discorso della critica.
Negli utlimi anni Boltanski è ritornato sul bisogno di un nuova
fondazione della sociologia critica attraverso una rivisitazione (Rendre
la realité inaccectable, 2008) - di un saggio suo e di Pierre Bourdieu
pubblicato negli anni '70 (La production de l'ideologie dominante, 1976,
2008). Il testo De la critique. Précis de sociologie de l'émancipation
è stato edito nel 2009 e rappresenta, in aperta discussione con il
paradigma bourdesiano e francofortese, il tentativo di elaborazione
teorica di questo nuovo corso della critica sociologica
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Il marxismo di Samir Amin
di Giuliano Battiston
su il manifesto del 03/03/2010
Incontro con l'economista
egiziano, il cui ultimo libro ribadisce la ricerca di alternative per il
superamento del capitalismo, considerato «una parentesi storica».
Intanto, i processi migratori configurano un futuro di bidonville
planetarie
Memorie di un marxista
indipendente: così recita il sottotitolo del più recente libro
autobiografico dell'economista egiziano Samir Amin, A Life Looking Forward
(Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso
e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi
storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in
italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal
capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a
rivendicare la necessità di appellarsi all'utopia critica e di «partire
da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo.
Nonostante l'obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello
neo-liberista - «un apartheid a livello globale» - Samir Amin è però
consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al
socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi
«non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle
contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l'iniziativa
rimane comunque nelle mani del capitale». Anche perché, come spiega al
manifesto, a distanza di dieci anni dal primo World Social Forum «i
movimenti restano terribilmente frammentati e deboli: si difendono dagli
attacchi del capitalismo degli oligopoli finanziarizzati, ma non elaborano
efficaci strategie politiche e d'azione. Scontando ancora quella illusione
naïf secondo cui sarebbe possibile cambiare il mondo senza prendere il
potere». Per Amin, invece, è solo riconoscendo «l'ineludibilità della
questione del rapporto tra potere e trasformazione» che sarà possibile
costruire la «convergenza nella diversità delle lotte» per
l'emancipazione degli individui.
Con la crisi economico-finanziaria ci si interroga nuovamente sui limiti
della globalizzazione neoliberista e, più in generale, sui limiti del
capitalismo. Ci spiega in che senso, come scrive in «The World We Wish to
See», «lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante»,
e l'imperialismo rappresenta non «una fase del capitalismo, ma la
caratteristica permanente della sua espansione globale»?
All'inizio ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo
dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo,
annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo è
diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In
seguito, però, ho finito per elaborare l'idea del carattere
originariamente polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del
capitalismo sin dalle sue origini. Ritengo infatti che l'accumulazione su
scala mondiale sia sempre stata, in modo non esclusivo ma prevalente, una
accumulazione per esproprio. Un esproprio che non riguarda soltanto l'«accumulazione
primitiva» analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma
che è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico realmente
esistente, a partire dall'epoca mercantilista. Quel lungo periodo di
transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata
intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la
forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per esproprio. Questa
accumulazione si dispiega poi lungo tutto il corso del diciannovesimo
secolo, e si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono
l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia, «installando»
segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie «d'oltremare»,
nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. D'altronde, che la
polarizzazione sia immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo,
accompagnandolo sin dalle origini, lo dimostra un semplice dato: fino al
1820 circa il prodotto interno lordo pro capite della Cina era superiore a
quello, medio, dell'Europa avanzata. Tra il 1820 e il 1900, si passa
invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 da 1
a 20 a 1 a 50.
Già in «Oltre il capitalismo senile» lei scriveva che, proprio a causa
del suo «tallone d'Achille» - la dimensione finanziaria - il sistema
capitalistico stesse preparando «una imminente catastrofe finanziaria».
Ora l'imminenza è realtà: cosa intende quando sostiene che quella
attuale è «la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli»,
organicamente legati alla finanziarizzazione del sistema?
Proseguendo una direzione di ricerca inaugurata dal libro di Sweezy e
Baran del 1966, Monopoly Capital - la prima formulazione coerente della
trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del
diciannovesimo secolo con l'istituzione dei monopoli - ho individuato
l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione: la prima
ha inizio alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945,
la seconda comincia negli anni Settanta del secolo scorso, e, dunque, non
coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda
ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il
che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli
oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati. Oligopoli
generalizzati perché controllano l'economia nel suo complesso (oltre che
l'ambito politico e culturale), perfino quei settori non direttamente
monopolizzati. E mondializzati anche per effetto delle politiche liberali
e neoliberiste degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ora, per quanto
riguarda la finanziarizzazione, anche da «sinistra» buona parte delle
analisi sul sistema finanziario tendono a separare la finanziarizzazione,
artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i
due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati
proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato,
quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, e dall'altra
un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere
proprietari delle grandi imprese produttive e, allo stesso tempo, delle
grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno
bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio
sull'economia e sull'intera società. La «sovrapposizione», come
sosteneva già Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di
per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal
1970, quando nei paesi della Triade imperialista (Usa, Europa, Giappone)
si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, di crescita
e investimento. È questa stagnazione - una eccedenza di surplus rispetto
alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare
gli investimenti produttivi - a alimentare le bolle finanziarie. Che non
sono il prodotto di derive o deregolamentazione, ma un'esigenza immanente
al sistema capitalistico contemporaneo: la finanziarizzazione è l'unica
maniera a disposizione dei capitalisti degli oligopoli generalizzati e
mondializzati per superare la tendenza profonda e intrinseca alla
stagnazione. Per questo sono convinto che non ci resti, come alternativa,
se non uscire da questo capitalismo in crisi. O, più modestamente, di
iniziare a imboccare l'uscita, verso un altro modello di sviluppo, la cui
fisionomia ancora non è chiara, e per la cui definizione serviranno altri
cinquanta, cento anni.
In un suo recente saggio, «A critique of the Stiglitz report», lei
afferma che una mondializzazione negoziata passa per lo «sganciamento»,
per la costruzione di un'economia nazionale autocentrata ma non
autarchica. Una economia che - scrive in «A Life Looking Forward» - «incontrerebbe
seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale
capaci di accrescerne l'effetto positivo». Come combinare strategie di
sganciamento dal sistema globale con la costruzione di blocchi regionali?
Non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato, che
subordini le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le
più progressiste possibili. Non si tratta di semplice autarchia, ma del
capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, anziché piegarsi
alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano
tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che
attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del
mondo. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi.
Forse non per i tre nuovi giganti economici: Cina, India e Brasile, che,
ciascuno per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una
grande regione, e che per questo sembrerebbero non avere bisogno di
affidarsi ad accordi sottoregionali e inter-regionali. Eppure, anche
questi paesi accusano dei deficit, basti pensare alla scarsità delle
risorse naturali, energetiche in primo luogo, di cui hanno bisogno. E
questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del
sud-est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America
latina spagnola. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono
a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si
articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i
paesi del Sud sono in grado - non tutti allo stesso modo - di sviluppare
capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al
protezionismo del diritto industriale promosso dall'organizzazione
mondiale del commercio. Lo stesso dovrebbe accadere per le infrastrutture,
per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a
partire dalle industrie di base, ovviamente, ma anche per le industrie del
grande consumo, per l'accesso alle risorse naturali.
A proposito di risorse naturali: lei sostiene che, «lungi dall'essere
risolta, la 'questione agraria' è più che mai al cuore delle sfide che
l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo». Perché ritiene che
il capitalismo, «per sua stessa natura, è incapace di risolverla», e
perché crede che sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta di
bidonville?
L'accumulazione per esproprio che caratterizza il capitalismo storico,
quello che all'inizio del diciannovesimo secolo è andato
cristallizzandosi intorno al triangolo Londra-Amsterdam-Parigi, non
riguarda soltanto i popoli delle Americhe, ma anche i contadini europei.
Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, l'esproprio dei
contadini inglesi e irlandesi, che hanno subìto, per primi in Europa, una
forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul
continente europeo. Questo modello storico avrebbe avuto conseguenze
esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme «apparato di
sicurezza» e «valvola di sfogo» costituita dal sistema delle migrazioni
verso le Americhe: i processi migratori hanno permesso all'Europa di
costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in
termini di popolazione di quella del continente. Ma se consideriamo gli
altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il
settantacinque per cento della popolazione mondiale, di cui una metà
contadina, ci rendiamo conto che questo sistema è inaccettabile e
inefficace. Come dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville:
i contadini espulsi dalle terre non possono venire «assorbiti» dai
meccanismi della moderna industrializzazione, e non possono ricorrere in
modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria
proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero
all'Asia, all'Africa, all'America Latina, almeno altre quattro Americhe.
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Intervista a Slavoj Zizek
di Benedetto Vecchi
su il manifesto del
13/04/2010
La crisi del capitalismo
alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario
populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre
anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento.
Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del
libro «Dalla tragedia alla farsa»
Slavoj Zizek è un torrente
in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee
impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto
di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a
Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul
cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo
nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205,
euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca
della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto
con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la
tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento
dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per
evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un
inimmagginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
Con il suo nuovo libro vuole tuttavia prendere le distanze dalle
posizioni teoriche di molti studiosi marxisti che hanno sempre visto
il neoliberismo come una parentesi che prima o poi sarebbe stata
sostituita da una realtà sociale e politica più consona alle leggi
economiche, concedendo così pochi spazi ai rentiers che si sono
arricchiti con le follie speculative degli ultimi decenni. Per Zizek,
il neoliberismo è stata invece una vera e propria controrivoluzione
che ha cancellato la costituzione materiale e formale uscita dalla
seconda guerra mondiale dove il capitalismo era sinonimo di democrazia
rappresentativa. Agli inizi del terzo millennio, la controrivoluzione
ha però finito il suo mandato, aprendo spazi a una politica radicale
- Zizek, in sintonia con il filosofo francese Alain Badiou la chiama
enfaticamente «ipotesi comunista» - che deve però avere il coraggio
di sperimentare ordini del discorso comprensibili.
Il filosofo sloveno non chiude però gli occhi sul fatto che i segnali
proveniente da tutta Europa danno in ascesa proprio a una destra
populista che conquista consensi laddove i partiti socialdemocratici
erano tradizionalmente forti, come in Olanda, Norvegia, Svezia. E
ironico è anche con i democratici e radical statunitensi, che «negli
Stati Uniti, dopo aver salutato l'elezione di Obama alla Casa Bianca
come un evento divino, ora si dilettano a discutere se sia
politicamente più incisivo Avatar di James Cameron o The Hurt Locker
di Kathryn Bigelow».
In un suo articolo lei ha lanciato strali contro «Avatar»,
definendolo un film impolitico. Eppure nel film di Cameron ci sono
forti richiami tanto alla guerra in Iraq o alla distruzione della
foresta amazzonica: in entrambi i casi i cattivi sono le
multinazionali.....
Il film di James Cameron è piacevole, divertente, un'opera innovativa
dal punto di vista dell'uso delle tecnologie digitali. Non sono però
convinto di quanto sostengono quei critici radicali che negli Stati
Uniti sono chiamati l'ala marxista di Hollywood. Hanno scritto che
Avatar mette in scena la lotta di classe e la lotta dei poveri contro
i ricchi per autodeterminare la loro vita. C'è un pianeta, Pandora,
che viene invaso da truppe mercenarie al soldo delle multinazionali
per essere depredato delle sue risorse naturali, mettendo così in
pericolo il millenario equilibrio che i viventi hanno stabilito con il
lussureggiante ecosistema. Possiamo certo stabilire analogie con
quanto le multinazionali e i paesi imperialisti fanno con la foresta
amazzonica o con l'Iraq o con tutte quelle realtà dove sono ci sono
fonti energetiche e materie prime fondamentali per la produzione della
ricchezza. Nel film, gli aborigeni di Pandora, in nome di una visione
olistica del rapporto con la natura, si oppongono al capitalismo,
vincendo alla fine la loro battaglia. Ma la natura è un prodotto
culturale che cambia con il mutare dei rapporti sociali.
Gli esseri umani hanno sempre attinto dalla natura i mezzi per vivere
e riprodursi come specie. Ma così facendo, hanno trasformato la
natura. Non è quindi tornando a un'idealizzata età dell'oro, come
invece propone James Cameron, che si può sconfiggere il capitalismo.
Avatar è pura fantasy, affascinante certo, ma sempre di fantasy si
tratta.
Lei ha spesso sottolineato che il populismo sia una malattia del
Politico. Non le sembra invece che il populismo, più che una
malattia, sia la forma politica che meglio di altre si addice al
capitalismo contemporaneo?
Fino a una manciata di anni fa veniva affermato che il capitalismo era
sinonimo di democrazia nella sua forma liberale, fondata sulla
tolleranza, il multiculturalismo e il politically correct. Ora,
invece, assistiamo a forze o leaders politici che invocano la
mobilitazione del popolo per combattere i nemici dello stile di vita
moderno. Il filosofo argentino Ernesto Laclau ha analizzato a fondo la
logica del populismo, sostenendo che ne esiste una variante di
sinistra e una variante di destra. Compito del pensiero critico
consisterebbe nell'evitarne la deriva a destra. Non sono d'accordo con
questa posizione. In primo luogo, il populismo è sempre di destra.
Inoltre il popolo è, come la natura, un'invenzione. Laclau ritiene
che per farlo diventare realtà occorre immaginare un universale che
racchiuda e superi le differenze al suo interno. Da qui la necessità
di individuare un nemico che impedisce la costituzione del popolo. Non
è un caso quindi che la forma compiuta del populismo sia
l'antisemitismo, perché indica un nemico che vive tra noi. Lo stesso
fanno i populisti contemporanei quando indicano nei migranti la quinta
colonna tra noi.
D'accordo con lei che il populismo indirizza il conflitto verso nemici
di comodo per occultare il regime di sfruttamento del capitalismo.
Questo vuol dire che occupa uno spazio politico abbandonato, ad
esempio, dalla sinistra. Come rioccupare dunque quello spazio?
Walter Benjamin ha scritto che il fascismo emerge laddove una
rivoluzione è stata sconfitta. Un concetto che applicato alla realtà
contemporanea spiega il fatto che il populismo emerge quando l'ipotesi
comunista, che non coincide con il socialismo reale, è stata
cancellata dalla discussione pubblica. Nel frattempo, nel tollerante
capitalismo contemporaneo assistiamo a campagne mediatiche contro i
migranti, perché attentano alla nostra sicurezza. Oppure siamo stati
storditi da intellettuali che, come Bernard Henri-Levy, discettano a
lungo sulla superiorità della civiltà occidentale e sul pericolo del
rappresentato dal fondamentalismo islamico, qualificato come
islamo-fascismo. Credo tuttavia che ci siano forti punti di contatto
tra l'ideologia liberale e il populismo: entrambi sono pensieri
politici che ritengono lo stile di vita capitalistico occidentale come
l'unico mondo possibile. I liberali, in nome della superiorità della
democrazia, i populisti in nome dell'unico stile di vita che il popolo
si dà. Ci sono anche differenze. I liberali sono per imporre, anche
con le armi, la democrazia e la tolleranza a chi democratico e
tollerante non è; i populisti vogliono invece annichilire con forme
soft di pulizia etnica le diversità culturali, sociali, di stile di
vita. Può prevalere la democrazia liberale o il populismo a seconda
delle specificità locale del capitalismo. Il populismo è quindi una
delle forme politiche del capitalismo globale, ma non è l'unica.
Anche se devo dire che il vostro Silvio Berlusconi, spesso giudicato
come un guitto o un personaggio da operetta, è invece un leader
politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare
democrazia liberale e populismo.
Silvio Berlusconi sta tuttavia accelerando una tendenza presente in
tutto i sistemi politici democratici. Il suo operato punta infatti a
modificare l'equilibrio dei poteri - legislativo, esecutivo,
giudiziario - a vantaggio dell'esecutivo, in maniera tale che sia
l'esecutivo sussuma sia il potere legislativo che quello giudiziario,
ma senza cancellare i diritti civili e politici. Le elezioni sono
considerate solo un sondaggio sull'operato dell'esecutivo. Se
Berlusconi le perde, invoca allora la sovranità popolare da lui
rappresentata. La forma politica che propone è sì una miscela tra
democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una
democrazia postcostituzionale che fa dell'invenzione del popolo il suo
tratto distintivo. Tutto ciò rende l'Italia, più che un paese
anomalo, un inquietante laboratorio politico dove viene sviluppata una
democrazia postcostituzionale. Da questo punto di vista, in Italia si
sta costruendo il futuro dei sistemi politici occidentali...
Cosa intende per postcostituzionale?
Una democrazia che fa carta straccia della antica divisione e
equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico. Equilibrio
dei poteri definito da tutte le costituzioni europee e dal «Bill of
Rights» statunitense.....
In Europa tutto ciò è chiamato postdemocrazia. Certo, Silvio
Berlusconi vuole superare la democrazia rappresentativa che abbiamo
conosciuto nel capitalismo. Per questo è un leader politico che più
di altri, penso al presidente francese Nicolas Sarkozy, ha una vision
molto più chiara della posta in gioco nel capitalismo. Questo vuol
dire che è più pericoloso di altri esponenti della destra europea o
statunitense. Non ci troviamo quindi di fronte a un personaggio da
operetta, che va a donne e promulga leggi ad personam. C'è anche
questo. La tragedia presenta sempre momenti da operetta. C'è però
tragedia quando si manifestano conflitti radicali, dove non c'è
possibilità né di mediazione né di salvezza. Sarà quindi
interessante vedere come evolverà la situazione italiana, che non
rappresenta, e su questo sono d'accordo con lei, un'anomalia, ma un
laboratorio politico il cui esisto condizionerà tantissimo il futuro
politico dell'Europa. In Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Francia,
Inghilterra ci sono infatti forze politiche populiste che raccolgono
sempre più consensi elettorali grazie alle campagne antimigranti che
conducono, ma non hanno quella radicalità che presenta la situazione
italiana.
Detto questo non bisogna però sviluppare una visione apocalittica
della realtà, Certo, c'è una guerra civile strisciante nelle società
capitaliste; l'inquinamento ambientale ha raggiunto i livelli di
guardia, la democrazia è ridotta a un simulacro, eppure non tutto è
perso. Anzi come dimostra la recente crisi economica, quando tutto
sembra perso si aprono spazi per un'azione politica radicale, che io
chiamo comunista. Prendiamo il recente summit sull'ambiente tenuto nei
mesi scorsi a Copenaghen. L'esito finale più che avere un esisto
deludente è stato un disastro politico. Ci sono proposte, sconfitte
nei lavori del summit, che indicano nella salvaguardia dell'ambiente
una delle priorità per salvare il capitalismo. Potremmo pensare a
un'alleanza tattica con chi le porta avanti. La crisi economica ha
inoltre richiesto un'intervento dello stato per salvare dalla
bancarotta imprese, banche e società finanziarie. Ma questo ha
significato che il tabù sulla pericolosità dell'intervento
regolativo dello stato è stato infranto. Questo potrebbe rafforzare i
socialisti, cioè coloro che puntano a una redistribuzione del reddito
e del potere. Non è la politica che io amo, ma apre spazi a proposte
più radicali. In altri termini, ritorna forte l'idea comunista di
trasformare la realtà. Ciò che propongo non è un mero esercizio di
ottimismo della ragione, bensì la consapevolezza che ci sono forze e
rapporti sociali che possono essere liberati dalla camicia di forza
del capitalismo.
Toni Negri e Michael Hardt pensano che accentuando le caratteristiche
del capitalismo postmoderno si creino le condizioni per il governo del
comune, cioè del comunismo grazie a quelle che definisco le virtù
prometeiche della moltitudine. Più realisticamente penso che occorre
organizzare le forze sociali oppresse per un'azione praticabile nel
presente e nell'immediato futuro.
Lei scrive, in sintonia con Alain Badiou, che il comunismo è un'idea
eterna. Una politica «comunista» deve tuttavia ancorarsi a
un'analisi dei rapporti sociali di produzione e delle forme che essi
assumono in una contingenza storica. Si può essere d'accordo o in
dissenso con le tesi di Negri e Hardt sul capitalismo cognitivo, ma i
loro scritti segnalano proprio questa necessità. Altrimenti, il
comunismo diventa una teologia politica, non crede?
Non credo che, come fanno Hardt e Negri, che con lo sviluppo
capitalista le forze produttive entrino, prima o poi, in rotta di
collisione con i rapporti sociali di produzione. Occorre infatti agire
politicamente affinché ciò accada. È questa l'eredità di Lenin che
non potrà mai essere cancellata. Usciamo però fuori dai sacri testi
e guardiamo al capitalismo reale. Esiste certo uno strato di
forza-lavoro cognitiva, ma anche . chi continua a lavorare in fabbrica
e chi, come i migranti, sono ridotti in una condizione di
sottomissione servile nel processo lavorativo. Per non gettare nella
discarica della storia questi «esclusi» o «marginali», serve cioè
una forte immaginazione politica per ricomporre e unire i diversi
strati della forza-lavoro. La teologia è sempre affascinante, ma
quando dico che l'idea comunista è eterna mi riferisco al fatto che
è una costante della storia umana la tensione a superare le
condizioni di illibertà e sfruttamento. Per questo, il comunismo
torna sempre, anche quando tutto faceva prevedere che fosse rimasto
definitivamente sepolto sotto le macerie del socialismo reale.
top
di
Andrea Fumagalli
UNA CRISI da paura
I mercati finanziari sono per loro natura
instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e
monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia
dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel
libero mercato finanziario la soluzione della crisi
Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto
altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»:
definizione che non troverebbe d'accordo André Orlean. André Orlean
è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20
anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento
dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes,
Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non
si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il
massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può
essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso
comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in
grado di condizionare i mercati finanziari.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes è al riguardo
illuminante: così come un giudice in un concorso di bellezza non deve
valutare l'avvenenza dei concorrenti in base al suo individuale senso
estetico ma piuttosto in base a quelli che lui ritiene essere i canoni
estetici dominanti, così un bravo «speculatore» crea le proprie
aspettative sul valore futuro atteso delle attività finanziarie non
in base alle proprie aspettative e convinzioni individuali, ma in base
a ciò che lui stesso ritiene essere il senso comune presente nei
mercati finanziari. Tale comportamento, lungi dall'essere irrazionale,
come sostengono gli economisti ancorati alla visione neoliberista
dell'homo oeconomicus, determina il fatto che nei mercati finanziari
le regole della concorrenza, e del pilastro su cui regge, la legge
della domanda e dell'offerta, non sono valide. Di conseguenza, i
mercati finanziari sono strutturalmente instabili: un andamento
ciclico e volatile, che, se non controllato e limitato, rischia di
avere ripercussioni deflagranti per il capitalismo contemporaneo, se
si considera che i mercati finanziari svolgono oggi il ruolo di
governance economica mondiale.
Abbiamo incontrato André Orléan nel corso di una serie di seminari
che ha tenuto in Italia, a Milano, Bergamo e Pavia, in occasione della
prima edizione italiana di una delle sue opere: Dall'euforia al panico
(Ombre Corte).
Quale ripercussione potrebbe avere l'attuale crisi
economico-finanziaria sulla teoria dei mercati finanziari e sulle
politiche economiche che si dovrebbero adottare per fronteggiarla?
A partire dalla svolta monetarista della Federal Reserve del
1979, la teoria dominante dei mercati finanziari si fonda sull'idea di
un mercato finanziario mondiale in grado di espandersi in modo
integrato e flessibile, grazie alla crescita del debito pubblico e
alle innovazioni finanziarie. È questa la cosiddetta teoria
dell'efficienza finanziaria, in base alla quale la concorrenza
finanziaria segue le stesse regole di quella dei beni tradizionali. I
prezzi che si formano sui mercati finanziari dovrebbero cosi
rappresentare la migliore espressione dei valori reali degli scambi
economici sottostanti.
Nella realtà, invece, i mercati finanziari non sono né efficienti, né
stabili, mentre i prezzi non sono l'esito dell'agire della concorrenza
ma semplicemente delle aspettative su ciò che il mercato, nel suo
insieme, determinerà. Nei mercati finanziari è invece presente un
comportamento che potremmo definire mimetico. Il G20, ad esempio,
parte dal presupposto che i mercati finanziari siano efficienti. Nel
caso si verifichi un'instabilità, ciò è dovuto al fatto che è
venuta meno l'integrità degli stessi mercati finanziari. Per il G20,
dunque, la crisi dei subprime non è dovuta alla struttura stessa dei
mercati finanziari, ma piuttosto a fattori esogeni: l'«opacità» dei
nuovi prodotti finanziari, gli eventuali errori delle agenzie di
rating, l'avidità dei manager e delle banche. Sono fattori esistenti,
ma non spiegano l'essenza della crisi.
Torniamo alla teoria dell'efficienza finanziaria in base alla quale i
mercati sono regolati sulla base della legge della domanda e
dell'offerta. Per quanto riguarda i mercati finanziari, ciò non è
vero, perché i prezzi delle attività finanziarie seguono una regola
opposta: quando un titolo aumenta di valore, la sua domanda, lungi dal
ridursi, tende invece a crescere, perché le plusvalenze aumentano
all'aumento del valore dei titoli, attirando nuovi investitori e
quindi aumentano la domanda di quegli stessi titoli. È un meccanismo
produttore di instabilità. Si verificano, così, dei movimenti
eccessivi nei prezzi (o verso l'alto nel caso di euforia, o verso il
basso nel caso di panico). Tale andamento ciclico, di natura
strutturale, viene poi amplificato dalle società di rating. È questa
la causa principale della crisi.
In questo quadro analitico, è possibile una regolamentazione
dei mercati finanziari?
Se i mercati finanziari sono endemicamente instabili,
dovremmo regolarli e limitarli il più possibile. Ne va della
sopravvivenza del sistema stesso. Tuttavia, nella situazione attuale
è un obiettivo politicamente difficile da perseguire. In ogni caso,
si potrebbe intervenire in tre direzioni: arrestare la crescita e il
peso dei mercati finanziari, oppure ridurla, limitando il ricorso ad
essi; le economie e gli Stati nazionali dovrebbero creare un sistema
di valutazione autonoma dei titoli come contrappeso al potere
pervasivo e di condizionamento svolto dalle società private di
rating. Il caso della Grecia, a questo proposiro, è emblematico: la
valutazione del debito greco si basa, infatti, su aspettative future
che prefigurano uno scenario tragico creato ad hoc. Una società di
valutazione esterna ai mercati finanziari dovrebbe essere in grado di
capire fino a che punto è possibile fare una previsione. Inoltre, una
valutazione pubblica deve definire il quadro macroeconomico e non
lasciare che siano le società di rating a farlo. In tal modo si può
limitare il potere discrezionale e l'autonomia del potere della
finanza.
La terza direzione verso cui muoversi dovrebbe ridurre la liquidità,
aumentando ad esempio i costi di transizione, applicando una sorta di
Tobin Tax sulle attività speculative di brevissimo periodo. Nel caso
di debito pubblico, gli Stati nazionali potrebbero rendere più rigidi
e più trasparenti i tempi e le modalità del rimborso dei titoli e
degli interessi.
In Europa è possibile fare qualcosa di simile? Il caso della
Grecia sembra dirci l'opposto.
In Europa il rapporto tra debito e Pil è circa l'80%, in Usa
del 100%, in Giappone supera il 200%. Ma la pressione speculativa
punta sull'Europa. La ragione principale è che il debito pubblico
giapponese è detenuto dai giapponesi. Negli Usa e in Europa non è
così (con l'eccezione dell'Italia). Ma il debito Usa è generato
comunque da una potenza non solo economica, ma anche
politico-militare, per la quale le aspettative di crescita sono
maggiori rispetto, ad esempio, a quelle dell'Europa o, ancora peggio,
dell'Europa mediterranea.
In Europa, la questione della crescita è centrale. Il rischio è
accresciuto dal timore di una fase deflazionista che ricorda la
situazione degli anni '30. La protezione della moneta - oro in quegli
anni - ha comportato effetti negativi sulla crescita degli anni
Trenta. Le politiche fiscali restrittive di oggi, con l'effetto di
generare una deflazione, rischiano di avere gli stessi effetti che
hanno avuto allora le politiche protezionistiche sulla valuta. Viviamo
però in un mondo dove non c'è più la «moneta-oro». La politica di
svalutazione può avere effetti positivi, i quali rischiano di essere
annullati da una politica fiscale restrittiva. Per ridurre il deficit
è necessario piuttosto fare politiche di crescita. L'opposto di ciò
che vorrebbero i mercati finanziari. E in ciò vi è la responsabilità
dell'Europa che non è in grado di dare una risposta unitaria.
L'Europa ha una visione contabile dell'economia (soprattutto la
Germania) che non consente di reagire alla pressione dei mercati
finanziari. Vi è, così, il rischio di creare il fantasma di
un'Europa a due velocità. È il trionfo del nazionalismo. L'Europa si
è costruita su una stretta visione economica della moneta, intesa
solo come mezzo di scambio che consente l'acquisto dei mercati. Da qui
l'enfasi sui vincoli economici posti dai parametri di Maastricht
sull'inflazione e sul deficit pubblico. Ciò deriva, ancora una volta,
dalla cieca adesione alla visione dell'efficienza dei mercati: una
tesi che postual che la tendenza all'equilibrio è la caratteristica
fondamentale del mercato e che è quindi inutile qualunque intervento
di politica monetaria.
È possibile un ripensamento del ruolo della Bce?
La Bce ha una concezione della moneta inadeguata. Le recenti
dichiarazioni di Trichet - «La Bce è orgogliosamente indipendente e
autonoma» - è una dichiarazione di impotenza. Ed è falsa. Infatti,
è condizionata dai governi europei, come dimostra il fatto che
recentemente la Bce ha deciso di riacquistare parte del debito
pubblico in cambio di liquidità su pressioni di alcuni Stati
dell'Unione europea. È stata la manifestazione di una contraddizione
palese tra teoria e prassi. Una contraddizione che evidenzia come il
modello della moneta come variabile neutra non funziona, confermando
che la moneta è, in realtà, un rapporto sociale gerarchico.
giugno 2010
- ANDRÉ ORLÉAN
Un economista controcorrente
André Orléan è direttore di ricerca al CNRS e di studi alla
«École des Haute Études en Sciences Sociales». Ha fatto
parte della Scuola Francese della Regolazione. Attualmente è
membro del laboratorio Paris-Jordan-Sciences économiques. I
suoi interessi di ricerca si sono sempre concentrati sul ruolo
sociale svolto dalla moneta e dai mercati finanziari.
Fondamentali al riguardo sono i due testi: «La violence de la
monnaie» (con Michel Aglietta) e «Le pouvoir de la finance»,
mai tradotti in Italia. Tra i suoi scritti recenti, ricordiamo:
«La monnaie entre violence et confiance» (ancora con Aglietta)
e «Petit dictionnaire des mots de la crise» (con Ph. Frémeaux
e G. Mathieu).
- top
di
Benedetto Vecchi
VITE PRECARIE OLTRE L'ORDINE COSTITUITO
L'eclisse DELLA MODERNITÀ
In due libri dello studioso Zygmunt Bauman
l'ambivalenza e il consumo diventano la chiave di accesso alla
comprensione di società che sacrificano la libertà in nome della
sicurezza. Una analisi che si ferma però sulla soglia di come pensare
criticamente la trasformazione della realtà
Il Novecento è stato il secolo delle promesse non mantenute. Secolo
tremendo, certo, ma che lascia un'eredità respinta da molti
contemporanei: la convinzione, cioè, che fosse possibile abolire il
regno della necessità dove vivono la maggioranza degli uomini e delle
donne per instaurare quello basato della libertà. Una promessa che
non va iscritta solo al socialismo, l'esperienza più congrua all'idea
di progresso maturata agli albori della modernità, ma anche alle
società capitaliste. Perché se a Est dell'Elba quell'orizzonte così
vicino, ma al tempo stesso lontanissimo di libertà ha legittimato
regimi politici autoritari, nell'Europa figlia della grande filosofia
tedesca e francese il capitalismo ha invitato uomini e donne a
marciare compatti verso un avvenire in cui la sicurezza economica era
in armonia con i diritti civili, politici e sociali. Il socialismo e
il capitalismo potevano inoltre fare leva su uno strumento davvero
efficace nel trasformare in realtà la promessa di libertà, e di
felicità. Lo stato-nazione, infatti, come un buon giardiniere era
legittimato a estirpare tutte le erbacce che potevano infestare la
nazione nel processo di costruzione di una società perfetta. Alla
fine del Novecento di quella promessa si vedono solo le macerie. Ma
sbaglierebbe chi pensasse solo ai detriti lasciti dalla caduta del
Muro di Berlino, perché è il progetto moderno che ha subito uno
smacco, una sconfitta, perché il giardiniere, cioè lo stato, ha
fallito nel suo progetto di edificare la società perfetta. Il
disordine, il ritorno di credenze che si pensavano definitivamente
archiviate grazie all'uso della ragione occupano ormai la scena
stabile sia nelle realtà nazionali postsocialiste che nell'opulento
capitalismo.
La retorica postmoderna
A scrivere del fallimento della modernità non è un
incallito decostruzionista folgorato dagli scritti di Jacques Derrida
o un nichilista sui generis, ma l'appassionato studioso della modernità
Zygmunt Bauman in un volume scritto nel 1991 e finalmente tradotto
dalla casa editrice Bollati Boringhieri (Modernità e ambivalenza, pp.
347, euro 25). Scritto cioè negli anni segnati dalla caduta del Muro
e dall'annuncio di una guerra, quella del Golfo: due eventi, per usare
un'espressione che lo studioso polacco giustamente usa con molta
parsimonia, che hanno davvero cambiato il panorama mondiale. Bauman,
tuttavia, non è né un nostalgico delle democrazie popolari e ha
ancora ben forte il ricordo della seconda guerra mondiale per
rigettare culturalmente e politicamente il ricorso agli eserciti per
dirimere i conflitti tra stati. Scrive il saggio mettendo i due eventi
sullo sfondo, perché vuol fare i conti con la retorica, allora
imperante, sulla fine delle grandi narrazioni e con quel minimalismo
teorico che è stato chiamato postmoderno. Termine quest'ultimo che
Bauman usa sempre con circospezione per alcuni anni, per poi
abbandonarlo e sostituirlo con «modernità liquida», espressione
diventata così di moda che in tempi recenti, come nel libro
pubblicato una manciata di settimane prima di quello sull'ambivalenza
(L'etica in un mondo di consumatori Laterza, pp. 235, euro 16),
preferisce laasciarla cadere nell'oblio, perché corrosa nella sua
capacità descrittiva dal rumore di fondo che caratterizza la
discussione pubblica.
Nonostante siano separati da vent'anni, i due libri sono tuttavia
complementari, perché nel primo sono definiti tutti i nodi teorici
che nel secondo saggio trovano una parziale soluzione, laddove Bauman
afferma che viviamo ancora in una modernità che continua a inseguire
il sogno di una libertà tanto radicale quanto foriera di felicità.
Ma lo strumento per trasformare quel sogno in realtà non attiene più
allo stato-nazione, ma al consumo, dove il principio del piacere regna
sovrano. Peccato, però, che il consumo non consente che una misera
libertà, quella appunto di essere plasmati dalla merce che si
acquista e si getta via dopo poco tempo, perché si rischia di essere
«disconnessi» dalla società. In altri termini, per Bauman, il
consumo è la forma attraverso il quale viene esercitato un
impalpabile dominio. In questo caso, però, la categoria
dell'ambivalenza torna utile. Da una parte il consumo è sì la forma
socialmente definita per ratificare l'assoggettamento al regno della
necessità, ma per chi vive precariamente sul confine tra inclusione e
esclusione sociale è il modo per ottenere il riconoscimento di alcuni
diritti civili e sociali.
Ma se nel libro Modernità e ambivalenza lo studioso di origine
polacca voleva fare i conti i conti con le contraddizioni del progetto
moderno, nel saggio dedicato al consumo preferisce svelare l'inganno
che si cela dietro la centralità assegnata al principio del piacere,
in base al quale ogni uomo o donna può recidere ogni legame e
rapporto di reciproca responsabilità con i suoi simili. Insomma, due
momenti di un movimento della prassi teorica di Bauman dove i fratelli
gemelli della società contemporanea - il caos e l'ordine - sono
ricondotti alla comune matrice racchiusa nel progetto di «buona
società».
Il tratto saliente della modernità, afferma Bauman, è la continua
battaglia contro l'ambivalenza, che non è, come sostengono alcuni
filosofi, un limite del linguaggio nel nominare una realtà sfuggente,
bensì il sentimento dominante di qualsiasi forma di vita sociale.
Ogni azione, ogni scelta ha una sua ambivalenza, cioè sono azioni e
scelte aperte a esiti tra loro sempre confliggenti. Per questo la
modernità ha come pilastri l'attitudine a catalogare, classificare,
definire, manipolare quei comportamenti tanto individuali che
collettivi per impedire all'ambivalenza di manifestare il suo potere,
alimentando così il caos. E così, mentre si appresta a realizzare un
così ambizioso progetto, la modernità svela anche il suo lato
oscuro, coercitivo, autoritario. Un lato oscuro che nel Novecento ha
talvolta preso il sopravvento, mettendo in discussione e spesso
all'angolo le aspirazioni alla libertà, all'eguaglianza e alla
fraternità.
In difesa del flâner
Questa «dialettica dell'illuminismo» ha avuto, ma questo è
noto, la sua massima manifestazione nelle baracche e nei forni
allestiti a Auschwitz per sterminare gli ebrei. Nei lager, infatti, le
arti della catalogazione, della pianificazione per cancellare ogni
forma di ambivalenza sono state coltivata con un'attitudine moderna.
Da questo punto di vista, l'ambivalenza strutturale delle figure dello
straniero e dell'ebreo ha costituito la condizione mimetica di una
resistenza al principio ordinatore della modernità. Lo straniero e
l'ebreo, figure distinte, ma spesso coincidenti, sono infatti gli «indecidibili»,
cioè vivono in una società che non li vuol mai sentire parte
integrante della nazione. E per quanti sforzi facciamo, gli stranieri
e gli ebrei, per essere assimilati, rimangono sempre incarnazione di
una estraneità. Meglio di un'ambivalenza considerata ostile per chi
definisce le regole dell'ordine sociale.
La resistenza alla funzione ordinatrice della modernità mette così
in discussione il suo lato oscuro, oppressivo, assieme al concetto
stesso di società. Da questo punto di vista è del tutto
condivisibile il richiamo a Georg Simmel, lo studioso tedesco che ha
messo al centro della sua analisi sulle forme di vita metropolitane
proprio il concetto di ambivalenza in quanto carattere immanente della
socialità, cioè di quell'attitudine solo umana al vivere insieme per
produrre le condizioni necessarie alla riproduzione della specie. Il
flâner e il conseguente atteggiamento blasè studiati da Georg Simmel,
e da Walter Benjamin, sono quindi da considerare come il rifiuto
dell'imposizione di una verità che la modernità vuole universale. Ma
la verità, come l'universalismo dei valori, hanno una funzione
sociale, sono cioè i termini in cui si manifesta il rapporto
asimmetrico di potere tra dominanti e dominati. E questo il secondo
smacco che la modernità conosce, perché la critica al concetto di
verità e dell'universalismo dei valori nasce proprio nel cuore della
modernità, in quella Europa e in quegli Stati Uniti che si sono
investiti del ruolo civilizzatore del mondo.
La forza dissacrante del postmoderno risiede dunque nell'aver usato
tutti gli strumenti della modernità per criticarla. E proprio quando
celebra la fine della modernità, il postmoderno ne riafferma una
delle caratteristiche principali, l'esercizio della critica e la
potenza della ragione rispetto alle credenze particolari. Nulla di
nuovo, dunque, sotto il sole. Non fine della modernità, ma l'eclissi
di quella fiducia nel progresso che avrebbe avuto al capolinea della
storia .la società perfetta tanto agognata. Più prosaicamente,
annota amaramente Bauman, è ormai il consumo la linfa vitale delle
società contemporanee. Attraverso il consumo uomini e donne inventano
la loro identità, che si può cambiare allorquando arriva sul mercato
un'altra linea di abbigliamento o telefono cellulare. Ed è attraverso
il consumo che si combattono, infine, le battaglie per il
riconoscimento, dopo che le appartenenze sociali hanno perso il potere
ordinativo.
Identità prêt-à-porter
È in questa situazione che lo stato-nazione ha dismesso i
panni del giardiniere e si è riconvertito al mestiere di guardiano
affinché la santa trinità delle società tardomoderne - securitè,
paritè, reseau, cioè sicurezza, parità e rete - sia al riparo dalla
potere potenzialmente distruttivo dell'ambivalenza. L'ambivalenza va
quindi addomesticata, facendola diventare la leva per alimentare la
spinta a nuovi consumi che «l'essere malinconico» della
tardomodernità viva la sua condizione di infelicità e di oppressione
come tollerabile.
Lo stato garantisce quindi la sicurezza, aggiornando continuamente la
tassonomia degli stranieri e degli indesiderabili in nome della
sicurezza nazionale. Al mercato il compito di garantire la parità non
delle condizioni sociali, ma di essere sulla stessa linea di partenza
nella corsa all'acquisto, attraverso una merce griffata, di uno stile
di vita e di una identità. Ai singoli spetta il compito di costruire
la propria appartenenza, attraverso una effimera rete di legami che
non vincola niente e nessuno.
Celebrato come uno dei massimi sociologi della contemporaneità,
Bauman è uno studioso che ha sempre privilegiato l'ottimismo della
ragione rispetto al pessimismo della volontà. Se critica va fatta ai
suoi testi riguarda il rifiuto di considerare l'ambivalenza un fattore
potenzialmente sovversivo della realtà. L'ambivalenza non come
ambiguità, ma come condizione aperta alla possibilità di trasformare
la realtà. Accanto alle figure dello straniero e dell'ebreo andrebbe
infatti aggiunta anche quella del «precario». Il precario e la
precarie sono infatti l'incarnazione dell'ambivalenza. Oscillanti tra
lavoro e non lavoro, sono costretti nella camicia di forza di un
lavoro salariato spogliato però di quei diritti sociali che lo
avevano reso condizione sopportabile. Non vincolato a nessuna stabile
e duratura gerarchia, ma tuttavia costretti a inventaris il suo reseau
sociale. Ma questa condizione ambivalente è aperta alle possibilità
della trasformazione sociale. Di questo programma di lavoro teorico e
politico Bauman sorriderebbe. Ha attraversato il Novecento e ha
sperimentato nella Polonia il vecchio adagio che le strade
dell'inferno sono lastricate sempre da buone intenzione. In questo
caso non ci sono però buone intenzione, ne la ricerca della strada
per il paradiso. Semmai c'è l'urgenza teorica e dunque politica di
riprendere il cammino verso il regno della libertà.
ZYGMUNT
BAUMAN
La passione per il contemporaneo
Studioso appassionato della modernità, Zygmunt Bauman ha prodotto un
vero e proprio «diario» delle società contemporanee. La traduzione
di «Modernità e ambivalenza» (Bollati Boringhieri) rende finalmente
accessibili al pubblico italiano alcune pagine mancanti di quel
diario, all'interno delle quali sono già delineati i temi che Bauman
ha affrontato nei suoi studi successivi, da «Le sfide dell'etica» (Feltrinelli)
a «La decadenza degli intellettuali». Il saggio presentato da
Laterza («L'etica in un mondo di consumatori») si aggiunge a quelli
relativi invece alla «modernità liquida», espressione usata dallo
studioso di origine polacca per indicare quella caratteristica delle
società contemporanee di non riuscire a consolidare istituzioni
durature nel tempo, dove la costruzione del legame sociale è delegato
ai singoli e dove il consumo è l'univa certezza in un mondo dominato
dall'ambivalenza
top
30 maggio 2010
L’altra metà del lavoro
di Rossana Rossanda
Il «Manifesto per il lavoro» della Libreria delle donne di Milano
considera la flessibilità un’occasione per conciliare maternità e
lavoro. Ma rimuove i bassi salari delle migranti nel lavoro domestico,
la cancellazione dello stato sociale e la differenza salariale tra
uomini e donne
“Immagina che il lavoro” (Sottosopra, ottobre 2009; ne ha
già scritto sul manifesto Laura Pennacchi) è la proposta d'un
gruppo della Libreria delle Donne di Milano, sulla quale è impegnata
Lia Cigarini. Conosco Lia da una vita, vivevamo vicine, fra gli anni
Cinquanta e i primi Sessanta, lei più giovane, in una Milano dove le
donne entravano in massa nel lavoro. In verità, entrare nel lavoro
voleva dire diventare salariate, perché lavorare, avevano lavorato
sempre. Nella cascina, che non era né casa né fabbrica, o nel podere
in Veneto, a pieno tempo su terra altrui, mezzadre in Toscana e in
Emilia, o braccianti stagionali, o nell'acqua delle risiere fino alle
ginocchia come le favoleggiate mondine. Sempre, oltre che in casa, in
qualche lembo delle produzione agricola o dei servizi. Quando
entrarono in fabbrica diventarono operaie, si incontravano nei tram
molto mattutini o serali, assonnate, vestite di furia, la permanente
ferrea, o appoggiate al sole fuori dell'Alfa nell'intervallo della
mensa. Uscivano di casa prestissimo, rifatti i letti e avviata la
minestra, correvano al lavoro, risalivano le scale la sera dopo
frettolosi acquisti a preparare la cena. Dopo cena lavavano e
stiravano, la domenica mattina lustravano. In busta paga avevano di
regola meno degli uomini, oltre che inquadrate ai livelli inferiori.
Maternità? Ogni tanto una era contenta. Ogni tanto un'altra correva
di nascosto a un certo indirizzo e ne usciva verde in faccia e col
ventre sanguinante. Altre sprofondavano in maternità faticose,
tirando la vita con i denti e facendo qualche servizio. Tutte
leggevano avidamente le dolci idiozie dei romanzi a fumetti.
Donne al lavoro
La composizione della forza di lavoro cambiò in quegli anni. In
fabbrica e negli uffici le donne erano molte di più - anche se meno
che in Francia e in Germania. Un terzo della manodopera teneva otto
ore un piede in azienda, almeno due in tram, altre sei in famiglia fra
spesa, pulizie, cibo e figli, scordando ogni riposo, per non dire la
politica e il sindacato. Meno di venti anni dopo le stesse sarebbero
scese per strada a manifestare per il divorzio e l'aborto, oblique
libertà. Ma non esitarono. Un diritto avrebbe da esser bello e
l'aborto non lo era. Era un desiderio? Malinconico ma desiderio?
Malinconica ma libertà? Era delitto per un medico su due, per un uomo
e mezzo su due, nessun delitto ma tuo rischio per la mammana, zona di
rabbiosi silenzi per le famiglie.
Donne era difficile. Sono certa soltanto di questo.
Sono passati quaranta o cinquanta anni e sempre più donne sono al
lavoro, in azienda, nel pubblico e in certe professioni, insegnanti,
medici, avvocate. Operaie, impiegate, consulenti, imprenditrici. Sono
ancora in numero minore (almeno in chiaro) che in Francia e in
Germania. Ancora un poco più istruite dei maschi, ma pagate il venti
per cento di meno per le stesse mansioni. Ancora ritardate nella
carriera in caso di maternità. Quelle che possono si fanno aiutare in
casa con i bambini da altre donne; specie migranti che possono pagare
poco e stentano a mettere in regola, per cui la concorrenza ai minimi
è sfrenata.
Il migrante è nell'edilizia, la migrante è nel lavoro domestico.
Tutti e due, i migranti, ricattati nell'eterno precariato dei servizi
e delle false cooperative di pulizie. Ma se questi sono a livello
zero, a tutti i livelli - dal call center all'università, dal tour
operator alla consulenza economica - tende diventare precario tutto
l'impiego delle donne. Non sanno se in capo qualche settimana o mese
il contratto sarà rinnovato. E non metteranno mai insieme i quaranta
anni di contributi per la pensione.
Madri flessibili
Scrivono ora Lia e le donne di via Dogana: ma è una disgrazia? Non
saremmo più felici se ci facessimo guidare dal desiderio invece che
dalle passate ideologie, che ci hanno stretto al lavoro fisso e a
tempo pieno, strozzando il nostro bisogno di stare con i figli?
D'altra parte il desiderio ci suggerisce di essere madri, ma anche di
accedere a quella ricchezza di rapporti che il lavoro domestico
riduce. Lavoro è fatica ma anche socialità, a volte perfino una
soddisfazione. Non solo sfruttamento. Diciamo dunque due volte sì,
alla maternità e al lavoro.
Però, per essere vivibile il «doppio sì» non può comportare
sedici ore di lavoro al giorno, otto pagate in azienda, due nei
trasporti e sei in famiglia non pagate: si crepa di fatica. Guardiamo
con occhio benevolo al tempo parziale, al contratto flessibile e
atipico che l'impresa ci offre più facilmente. Riduciamo il tempo del
lavoro esterno, facciamo quattro più due più quattro, o
flessibilizziamolo, calcolandolo non a tempo (che troveremo nei
pertugi) ma a risultato. Insomma mamma e impresa si possono
incontrare, l'impresa gradisce avere una lavoratrice, come si diceva
una volta dell'auto, just in time, e la mamma ha bisogno di essere più
libera. Così il lavoro si femminilizza, aggiunge qualche amico
entusiasta: le donne sono sempre di più, per meno tempo, più
flessibili, non hanno la fissa della lotta di classe, della rigidità
delle norme e dei diritti, d'un impiego pieno per la vita e con
pensione successiva. Nel loro tempo, breve e articolato, portano le
loro assai tradizionali qualità, precisione, cura, fluidità, scarsa
conflittualità.
Bel quadro ma non convincente. Sono i tempi e i conti che non tornano.
Per realizzare felicemente il doppio sì occorrerebbero due
condizioni; che il servizio pubblico garantisse una struttura
professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei
lavora, e che l'impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo,
dovendo provvedere a una piccola creatura. Se non ci sono queste due
condizioni, come è stato in alcuni paesi scandinavi, il mezzo tempo
non basta per vivere e tanto meno per pagare l'altra donna cui
affidare la casa e i figli.
Il miraggio del welfare state
Le due condizioni in Italia non ci sono. Salvo in alcune città, il
servizio pubblico non esiste o è ai minimi, e la Ue non fa che
chiedere di ridurre la spesa pubblica almeno fino al 2013. I salari
(per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono
a degradarsi al precariato, che obbligandoti a pensare al mese in cui
sarai sospesa, non ti invita certo a programmare una maternità.
Paradossalmente, la proposta della Libreria implicherebbe quella
società comunista a redistribuzione totale e mirata, che è stata
buttata alle ortiche anche come miraggio da trent'anni in qua. E non
abbiamo anche noi sussurrato, se non sbaglio, meno stato più
mercato?
Nel mercato, e per di più deregolato, la cura della casa e di un figlio
va pagata, a meno di non metterlo gratis sulle ginocchia di qualche
nonna o zia, eternizzando la gratuità del lavoro femminile di cura,
che solo chi non lo ha mai fatto può ritenere tutto gioia e
piacevolezza. Nel mercato, con i pochi soldi che abbiamo, cercheremo
di pagare la badante (come la chiama Bossi) il meno possibile; e non
c'è limite alla corsa in basso delle remunerazioni in tempo di
penuria, così anche noi mettiamo un ginocchio sul collo delle
migranti. Stiamo male tutte e due perché le statistiche europee
confermano che le donne sono retribuite (se va bene come in Francia)
il 20 per cento meno degli uomini. In un'occupazione regolare. Perché
nei contratti atipici i dati precipitano. E peggio va con la selva dei
lavori autonomi, tanto sperati e glorificati, dove alla dipendente è
chiesto perlopiù un sorta di cottimo, essendo pagata a risultato
previo gradimento del datore di lavoro. È lavoro autonomo diventare
venditrice di creme o di biancheria alle amiche, senza un minimo
salariale né un contributo previdenziale? E già nello scomparire in
occidente della grande fabbrica industriale, si profila la grande
fabbrica dei servizi del 2000, dai call center ai grandi tour
operator, all'assistenza dopo vendita delle grosse marche alle reti di
comunicazione alle migliaia di impieghi il cui lavoro consiste nel
cercar lavoro, grandi edifici di vetri e cristallo dove siedono in
fila fianco a fianco migliaia di ragazze, ciascuna isolata in un
gabbiotto con un certo numero di chiamate da fare o di pratiche da
sbrigare in tempi rapidi prefissati.
Quando un compagno ci assicura che il lavoro si sta femminilizzando,
intende che sarebbe più fluido e soave. Quale esempio di occhio
maschile! Femminile, pensa, perché più elastico e, ha ragione, più
a buon prezzo. E poi le donne sono dolci e concilianti, si dimentica
che aprivano la vertenza alla Borletti prendendo a zoccolate i vetri
della direzione. O erano consigliate dalle cattive maestre del
movimento operaio? Andiamo. La verità è che nelle condizioni attuali
il «doppio sì» può essere realizzato da donne relativamente
abbienti: professioniste o imprenditrici. Una normale operaia o
impiegata non ce la fa.
La Libreria delle Donne ha ragione in un punto: nell'indicare un
motivo della durezza della nostra condizione nell'introiezione di una
condizione fatalmente subalterna. Ha ragione nell'invitate a dare
ascolto a quel che sentiamo e vogliamo. A farne una leva contro lo
spessore opaco dei rapporti patriarcali. Nel mondo del lavoro essi si
impongono contro regolamenti, contratti e leggi. Ma desiderio non è
sogno, è lucido confronto fra noi e quel che abbiamo davanti, noi e i
rapporti che ci sono costruiti attorno, si nutre della volontà di non
accettarli, di cambiare. Se non diventa questo non è desiderio, ma
immaginario, e all'immaginario concediamo già troppo.
La mappa dei desideri
Farei una mappa assai concreta del mercato del lavoro, care amiche di
Milano. E anche una mappa dei desideri. È proprio vero che è
iscritto nel nostro Dna il bisogno di maternità? Molte di noi, non
un'esile minoranza, non sono madri. O non hanno voluto o non hanno
potuto e in ogni caso non si sono dannate per diventarlo. Rispettano
ma non apprezzano il bisogno di un rampollo fatto assolutamente dei
cromosomi propri e di quelli del consorte, che obbliga a un percorso
accidentato fra medici, cliniche, lettini, analisi, ormoni, vetrini,
provette - come se maternità e paternità fossero una faccenda di
ovuli e spermatozoi, invece che del sorriso della madre e delle
braccia paterne. Questo «bisogno» vien giù diritto dal peggio del
patriarcato.
È invece un fatto, e pesante, che la maternità delle giovanissime è
perlopiù un incidente, sopravvenuto in quella sorta di coazione alla
sessualità, oggi obbligatoria come era un tempo l'interdizione. È un
fatto che le donne di tutti i paesi e religioni, se appena possono
mettere il dito sul grilletto genetico, riducono drasticamente il
numero dei figli: negli scricchiolii del patriarcato questo il più
vistoso. È un fatto che le politiche demografiche per la natalità
non portano da nessuna parte. È un fatto che in grandi parti del
mondo una figlia femmina è soppressa. È un fatto che un senso della
riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati
dalla caduta del classico ruolo paterno. È un fatto che il
maschilismo si difende nel risorgere delle religioni. È un fatto che
grande è il disordine delle soggettività sessuate sotto il cielo.
Neanche il desiderio è così semplice. Vogliamo discuterne?
top
di
Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lorenza Zanuso
IN RISPOSTA
A ROSSANA ROSSANDA
L'altra metà DEL LAVORO
La flessibilità imposta dall'economia
neoliberista non rappresenta un'opportunità per le donne. Ma il tempo
pieno, sempre uguale per tutta la vita, non può più essere
considerato un modello a cui adeguare lotte e obiettivi. In questo
quadro, chiudersi nell'alternativa fra «più stato» o «più mercato»
impedisce di sperimentare nuovi modi di accogliere il conflitto, che
di per sé costituisce un passaggio essenziale per cambiare
l'organizzazione del lavoro
L'articolo di Rossana Rossanda
(il manifesto, 30 maggio), a commento del nostro Sottosopra - Immagina
che il lavoro (testo scaricabile in
www.libreriadelledonne.it/Stanze/Lavoro/stanzalavoro.htm), merita
alcune precisazioni e ci spinge a riflessioni più generali che ci
piacerebbe aprissero sul manifesto un confronto, secondo noi
necessario e urgente. Rossanda
ci invita: «vogliamo discuterne?». È un invito che abbiamo molto
apprezzato e che facciamo nostro. Lei dice che noi vediamo nella
flessibilità una opportunità di conciliazione maternità/lavoro.
Questa obiezione gioca sull'ambiguità del termine flessibilità
(delle persone per il lavoro o del lavoro per le persone?). Certamente
noi non abbiamo mai sostenuto che la flessibilità imposta dal mercato
del lavoro neoliberista sia un'opportunità per le donne.
Noi affermiamo - e con noi lo affermano da tempo centinaia di
economiste e studiose in tutto il mondo - che il modello di lavoro
full-time full-life ha una storia specifica, fondata su una specifica
divisione del lavoro tra i sessi: gli uomini al lavoro retribuito e le
donne a casa. Diciamo che, con la partecipazione femminile di massa al
lavoro per il mercato (unitamente al controllo della procreazione e
alla più generale consapevolezza nata con il movimento delle donne),
questo modello non è più sostenibile; e che va rimesso in
discussione per tutti, uomini e donne. In altre parole: il tempo
pieno, sempre uguale, per tutta la vita, non può più essere
considerato il modello cui uniformare lotte e obiettivi. Non solo non
è perseguibile, ma neppure desiderabile. Così come non è né
perseguibile né desiderabile uno sviluppo basato sull'aumento
infinito dei consumi.
Processi di adattamento sociale
Siamo ben consapevoli che il mercato del lavoro non è più quello
degli anni Sessanta-Settanta. Vediamo e ascoltiamo le condizioni di
precarietà e ricatto cui sono costretti in particolare i giovani
nelle attuali condizioni del mercato del lavoro: donne e uomini, perché
questo cambiamento non riguarda specificamente le donne. Eppure,
riteniamo imprescindibile mantenere fermo quel punto di analisi, cioè
la radicale trasformazione dell'idea stessa di lavoro determinata
dalla presenza in massa delle donne anche nel lavoro retribuito. Perché
vediamo che quel punto di vista non solo fa chiarezza sulle trappole
paritarie (come perfettamente spiega Ida Dominijanni a proposito
dell'età pensionabile, sul manifesto del 5 giugno), ma apre a una
diversa consapevolezza, diversa anche dalla solita analisi sul lavoro
postfordista. E crediamo che, se non ci sono impuntature ideologiche e
steccati identitari, questa consapevolezza dia forza alla soggettività
politica delle donne, e possa mettere in comunicazione anche donne e
uomini che usano chiavi di lettura diverse. A questo primo e
fondamentale punto di analisi, noi aggiungiamo un corollario: la
completa socializzazione del lavoro di riproduzione attraverso merci o
servizi privati e pubblici, che viene proposta come «soluzione» sia
nelle impostazioni marxiste classiche sia dai teorici del pieno
impiego del capitale umano uomo-donna, non è né credibile né
desiderabile. E quindi va rimesso sul piatto della politica e
dell'economia l'insieme del lavoro necessario per vivere, il suo senso
per i singoli e la collettività, e la sua distribuzione per tutti. E
ipotizziamo che in questa discussione le donne possano portare
conoscenza e esperienza, un sapere storico che non va buttato via.
Rossanda dice anche che non
teniamo in sufficiente considerazione la cancellazione dello stato
sociale, i bassi salari delle migranti, e i differenziali salariali
uomo-donna. Concordiamo che siano temi di fondamentale importanza, ma
riteniamo imprescindibile discuterne a partire da una seria
considerazione dell'insieme del lavoro necessario per vivere. Senza
poter entrare qui nel dettaglio, osserviamo solo che nessuna di queste
tre cose è direttamente correlata alla maggiore o minore flessibilità
dei tempi di lavoro. L'assetto attuale del mercato del lavoro
italiano, con i suoi squilibri generazionali e territoriali, etnici e
sessuali, si è realizzato all'ombra di un silenzioso intreccio di
interdipendenze tra lavoro di produzione e riproduzione, il cosiddetto
familismo all'italiana.
C'è chi vede questi processi solo o prevalentemente come colpevole
sfruttamento di alcune donne su altre donne, o anche come pura e
semplice mercificazione del lavoro di cura. A noi questo pare miope.
Si tratta piuttosto di un gigantesco processo di adattamento sociale
che non è possibile capire né smontare se non si riparte proprio dal
guardare agli andamenti e alla qualità del lavoro retribuito di donne
e uomini, migranti comprese, dal punto di vista del lavoro di
riproduzione dell'esistenza, e non viceversa. Quanto ai differenziali
salariali uomo-donna, oltre a essere di controversa misurazione, sono
in Italia i più bassi d'Europa (4,9%, vedi Mark Smith su
www.ingenere.it) e più in generale derivano sostanzialmente dal fatto
che in tutto il mondo occidentale uomini e donne che lavorano hanno
caratteristiche personali diverse, e fanno lavori e occupano posizioni
differenti nel mercato del lavoro: un fenomeno per il quale si
richiede una spiegazione ben più complessa che non la «denuncia»
della flessibilità.
Infine, nell'alternativa secca o «più stato» o «più mercato»,
richiamata da Rossanda, di
certo non è venuta da parte femminista la richiesta di più mercato.
Restare chiuse in quell'alternativa, che è troppo rigida e troppo
semplice, impedisce, ad esempio, di ragionare su «un welfare a misura
di relazioni» come abbiamo fatto con Laura Pennacchi, oppure di
cogliere dinamiche inedite tra locale e globale e di sperimentare
forse anche nuovi modi di agire il conflitto.
Quando poi parliamo di maternità è chiaro che non intendiamo solo
maternità biologica, né tanto meno destino identitario.
Condividiamo le osservazioni di Rossanda.
Figurarsi se non sappiamo che esiste anche un lato oscuro della
maternità. Perfino nel nostro gruppo ci confrontiamo continuamente
con tutto ciò: delle otto autrici del Sottosopra, quattro sono
convinte madri biologiche e quattro convinte non-madri biologiche.
Dice Rossanda: «È un fatto
che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli
uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno». Ma è
proprio per ricostruire quel senso che dobbiamo rimettere al centro
dell'analisi politica tutto il lavoro necessario per vivere.
Su questo tema, la nostra esperienza di confronto con molte donne ci
fa dire che l'affermazione del «doppio sì» - cioè di due desideri
per molte irrinunciabili, lavorare e stare con i figli - lungi
dall'essere percepita come elitaria, o dall'inchiodare ognuna al
proprio vissuto, fa tirare sospiri di sollievo, apre spazi importanti
di libertà personale e abbatte steccati. La fortuna che l'espressione
«doppio sì» - non è un obiettivo politico in senso classico - ha
avuto, superiore alle nostre aspettative e negli ambiti più diversi,
ci dice che quelle parole danno forza simbolica a ogni singola donna,
madre o no, perché valorizzano la sua differenza e le dicono che è
possibile ripartire anche da lì. Per fare cosa? Per narrarsi
pubblicamente, per contrattare, per agire politicamente.
Agire il conflitto
In conclusione: l'analisi di Rossanda,
come altre che leggiamo, ci appare ancorata a una specie di realismo
depresso. Al contrario noi saremmo caratterizzate dall'ottimismo
elitario. Siamo invitate a scendere sulla terra e a confrontarci con i
duri fatti della realtà. A non prendere il desiderio per sogno, a
misurarci con la necessità del cambiamento e del conflitto. Eppure
nel nostro testo affermiamo con forza la necessità di agire la
contrattazione a tutti i livelli, tra sé e sé, con l'altra/o, in
casa e nel lavoro. Di riscoprire dal nostro punto di vista la
conflittualità. Togliendo a questa parola l'interdetto sociale che
ormai si è imposto, che la associa a negatività, debolezza e
fallimento, schivando contemporaneamente la modalità bellicosa che ha
come misura il controllo del potere. Agire il conflitto, al contrario,
vuol dire riconoscere sé e l'altro nella loro differenza. Agire il
conflitto per evitare la guerra, che invece vuol dire definire l'altro
«nemico» per poterlo annientare. Contrattare per dare spazio
pubblico alla differenza.
Per tutti questi motivi, ci viene il dubbio che una difficoltà a
confrontarsi tra chi ha a cuore donne-lavoro-politica, stia forse
anche nel fatto per cui alcune scommettono sulla forza della libera
soggettività femminile di cambiare il senso e l'organizzazione del
lavoro, mentre altre non possono sottrarsi alla sofferenza femminile,
doppiamente segnata dalla globalizzazione e dal patriarcato, un morto
vivente che sa ancora colpire.
Luoghi di parlanti
Per essere più chiare: il nostro testo non dice nulla di sostantivo
su quello che le donne sono o dovrebbero essere. Né propone un
compiuto disegno di riforma del mercato del lavoro e del welfare, del
part-time o dei congedi parentali in un'ottica conciliativa. Contro
ogni neutro universale (maschile e femminile), afferma piuttosto la
singolarità di ognuna, e scommette sulla possibilità di ognuna di
parlare di sé, del mondo (e del lavoro), sia tra sé e sé che
insieme ad altre/i. È una possibilità eternamente contesa, e
difficile da praticare, ma è il sale della vita. È una realtà che
già affiora in quel mondo ricco e difficile da catalogare che è la
rete. Quando diciamo che ci vogliono, e ci sono, «luoghi di parlanti»
parliamo di questa possibilità, non di altro: creare luoghi in cui le
donne possano conoscersi e riconoscersi, scambiare valutazioni, dare
parole alle difficoltà, mettere sul piatto i propri bisogni, lasciar
affiorare i desideri, attirare anche gli uomini al confronto.
Per incominciare a delineare la mappa dei desideri di cui parla Rossanda,
perché è vero che «neanche il desiderio è così semplice». Creare
realtà di donne e uomini che si parlano, che trovano se stesse/i
insieme ad altre e altri. Che per questa via diventano singolarmente
soggetti politici. O ci crediamo che le donne hanno questa forza, o
non ci crediamo. Vogliamo ripartire da qui?
top
Pianeta operaio
di Rossana Rossanda
su il manifesto del
11/05/2010
«Quando il potere è
operaio», un libro manifestolibri curato da Gianni Sbrogiò e Devi
Sacchetto sull'Assemblea autonoma di Porto Marghera. Saggi e
testimonianze su una pagina dello scontro di classe degli anni
Settanta e che ha costituito una rottura nella storia della classe
operaia. E che continua a porre domande irrinviabili per questo
presente
Oggi tutti danno gli operai
per morti e sepolti. Ma fra gli anni Sessanta e Ottanta, in Europa, la
sfida per il potere è stata autentica, ha messo paura ai padroni ed
essi hanno dovuto rispondervi non solo in termini repressivi ma
riorganizzando brutalmente proprietà e tecnologia. Questa storia non
è stata fatta con qualche obbiettività. Si è per un poco accennato
a un «caso italiano», ma è presto affogato nel concetto magmatico
di globalizzazione, dove tutti i gatti sono bigi e la classe operaia
è un fantasma.
Quando il potere è operaio, a cura di Gianni Sbrogiò e Devi
Sacchetto, pubblicato ora dalla manifestolibri, ce ne rende la
memoria. È di Porto Marghera la storia densa, effettiva, che si
incrocia appassionatamente con le «grandi narrazioni» del secolo
passato: ragioni di vita, speranze, scontri fin mortali di classe che
hanno modificato la scena antropologica e politica del retroterra
veneziano. La prima percezione che ne viene è la complessità della
fenomenologia operaia: Torino, Milano, Venezia e dintorni hanno avuto
proletariati di origine diversa - figli di operai da due generazioni,
figli di artigiani, figli di coltivatori diretti o braccianti, figli
di mezzadri, per parlare degli immigrati dal mezzogiorno che penetrano
nel nord e ne diventano parte integrante. Di più, come con la sfida
operaia al Nord nel primo dopoguerra, quella seguita al boom dopo la
ristrutturazione postbellica, ha segnato la politica del paese ben
oltre il terreno delle fabbriche in cui si è svolta. È stato uno
scontro con il capitale che si sarebbe potuto vincere? Forse no, certo
non nelle macchie di leopardo in cui si è presentato. Si poteva farla
pagare più cara al padronato, mantenendo l'essenziale delle conquiste
che i salariati avevano strappato? Credo di sì. Chi è responsabile
che essa sia finita nella disfatta e fin nella cancellazione dalla
cultura del proletariato industriale?
La sfida perduta
Colpa dell'estremismo delle rivendicazioni operaie, hanno risposto a
caldo partiti e sindacati, prima di consegnarsi alla «oggettiva»
supremazia del capitale produttivo propria della cultura liberista.
Colpa del cedimento dei partiti e dei sindacati, rispondono gli operai
allora in lotta e oggi dispersi. Mentre le sinistre a sinistra dei
partiti storici sguazzano nelle chiacchiere sul postmoderno,
postindustriale, postfordista, post e trans qualcosa.
Dalle letture dei due decenni brucianti a Venezia proposte da Cesco
Chinello, dalla parte di un pezzo inquieto del Pci (il manifesto
17/4/10 Un barbaro veneziano, Ed. Poligrafo, 2009) e da Gianni Sbrogiò,
da parte dell'autonomia, emergono invece sostanziose domande su quel
che ci sta alle spalle. Prima di tutte sulla natura di quel che
chiamiamo la classe operaia italiana, seconda su quella d'un
capitalismo sempre ai margini di una mondializzazione in atto ben
prima di dichiararsi. Domande pesanti, delle quali partiti, Pci e
derivati per primo, si erano sbarazzati prima dell'89 e sulle quali il
sindacato - dopo i lavori di Vittorio Foa, che peraltro sono andati
mutando di ottica - resta reticente.
Ma se qualcuno si chiede se l'attuale crisi della politica e il
trionfo d'una inuguaglianza sociale, che non ha paragoni nella
modernità, non abbiano, per caso, radici in quella sfida perduta,
dovrà passare da quel ventennio. E in esso dalla vicenda
dell'assemblea autonoma di Porto Marghera. Essa ha una storia a sé.
Ne testimonia Quando il potere è operaio specie nei suoi due scritti
principali: una storia dettagliata, a momenti quotidiana, dei due
decenni di conflitto di classe nella collana di fabbriche fra Venezia
e Mestre, petrolchimica e non solo, scritta da Gianni Sbrogiò - che
con Italo ne è stato un dirigente, cacciato per «estremismo» dalla
Cgil - e l'inchiesta sui protagonisti condotta adesso da Devi
Sacchetto, sociologo dell'università di Padova, una trentina di
uomini e donne che vi hanno partecipato. Tra fabbrica e percorsi
individuali sta quel terzo essenziale - di cui rende conto Mario
Tronti in Noi operaisti (DeriveApprodi) introducendo lo studio più
completo sul tema - che è il formarsi di una soggettività collettiva
nel corso di un conflitto sociale alto, nel quale uno dei contendenti
resterà sul campo e neanche l'altro uscirà immune. È nella dinamica
di questa soggettività fulminante - simile al lontano gruppo in
fusione di Sartre e che pochi oggi conoscono (la comunanza dei
movimenti si tinge di colori meno severi, tra festa e disperazione) -
che i salariati scoprono gli obiettivi che crescono l'uno sull'altro,
e nel medesimo tempo aspetti di sé che ignoravano, e ogni volta
qualcosa di più intollerabile nella loro condizione. Dalla immediata
percezione di essere pagato poco per la fatica fisica e mentale alla
coscienza di essere inserito non in un vero contratto, di cui sei
almeno formalmente free agent, ma in un meccanismo di sfruttamento, il
salto è breve; ma apre una domanda dopo l'altra, perché quanto
sarebbe invece un salario «giusto», e perché? Giusto rispetto al «bene»
del «produrre» o dell'«impresa», o della «proprietà», o al bene
«proprio»? Su che si misurano questi «beni»? O non sono che
l'esito di rapporti di forza di una serie di relazioni fra capitale e
lavoro, non solo asimmetriche ma che ti disumanizzano, fanno di te una
cosa, un accessorio vivente alla macchina, è una finzione di
contratto, da strappare? Ma come, quando, con quali forze, precisamene
a chi? Se cominci a chiedertelo le domande si moltiplicano - in una
acculturazione acerba che risale presto al nocciolo duro del capitale
e su questo sbatte.
Da Marghera a Berlino
L'«estremismo», che al radicalismo operaio rimprovera da vari spalti
il prudente marxismo italiano, sta tutto qui. Ma una lotta operaia
autentica è un vivente, sfugge a ogni controllo, tende ad andare
oltre, impatta necessariamente sul muro dei rapporti di produzione e
ne sperimenta la pesantezza. Fin dove può arrivare senza essere
abbattuta a mitragliate? Grande domanda. Ma, grande obiezione, prima
della lotta che cosa c'era, che cosa era? E dopo? L'assemblea autonoma
è morta, ma la petrolchimica non vive. A Torino, alla Fiat, in uno
scontro condotto più a lungo e diversamente, non è andata a finire
diversamente.
A Sbrogiò e a Sacchetto si affiancano nel volume materiali di peso
diverso: poco più di una pagina di Massimo Cacciari, che spiega quel
che sull'assemblea operaia, secondo lui, era ma non sapeva di essere,
un breve saggio di Toni Negri, che distingue onestamente quel che ne
ha avuto da quel che ha dato, non senza tirarne differenti
conclusioni; e l'intervento di un compagno tedesco, Karl Heinz Roth,
che da sempre si affanna a individuare il filo di una coscienza
operaia che sarebbe comune in contesti così diversi come l'Italia e
la Germania di quegli anni.
Il discorso più esposto è quello di Gianni Sbrogiò. Egli segue un
filo di ragionamento, che si ritrova anche negli scritti operaisti sul
supplemento del manifesto a vent'anni dall'autunno caldo. Agli inizi
degli anni Sessanta s'è sviluppata in Italia una specifica insorgenza
di classe, che è andata crescendo fino ai Settanta, ha indotto il
movimento studentesco del 1967-68, s'è scontrata col padronato e il
sindacato ne ha colpito senza complimenti i leader, perlopiù
provenienti dal suo seno, non senza il concorso dell'ala forcaiola del
gruppo dirigente del Pci. Fra Cgil, Pci e lotte stanno appunto i
Chinello, gli esponenti di quell'ingraismo senza Ingrao, non a caso
esclusi da ogni ruolo dirigente quando Sbrogiò ed altri sono espulsi
dal sindacato.
Sbrogiò precisa: questa insorgenza spunta attorno al 1962 e non tanto
dalla Fiat, ancora tramortita, quanto nella lunga vertenza degli
elettromeccanici milanesi (staccavano del tutto ogni giorno a fine
mattina per riprendere del tutto l'indomani all'inizio del turno), e
poi, su un registro più elementare, nella tempesta di botte davanti
alla sede della Uil in piazza Statuto a Torino. Solo quest'ultima è
rimasta nella memoria collettiva, forse anche per l'esorcisma
lanciatole contro dal Pci: si era, va ricordato, a una crisi della
guerra fredda, nel corso di una grande modernizzazione del costume e
alle soglie del primo centrosinistra. Di questi processi Sbrogiò non
parla; sono lontani dal perimetro delle fabbriche fra Mestre e
Venezia, come esse sono lontane per chi fa, o crede di far politica.
Nel 1962 il convegno dell'Istituto Gramsci sul capitalismo italiano
resta un'eccezione, e non sfugge agli amendoliani che la azzittiranno
definitivamente al IX Congresso, quattro anni dopo.
Nondimeno la mobilitazione cresce, esplode nel '68 fra gli studenti e
in un '69 soprattutto operaio. Da quel momento agli scontri con
governo e padronato si aggiunge, accavallandosi, il divaricarsi di
teorie e pratiche all'interno stesso delle sinistre alla loro
sinistra. Un incontro tra studenti e operai ha luogo ma durerà poco.
In Francia i sindacati hanno paralizzato il paese con lo sciopero
generale quando i cortei studenteschi sconcertano il potere invadendo
Parigi, ma neppure incontreranno gli studenti; gli sbattono sul muso i
cancelli delle fabbriche e, appena raggiunti i loro obiettivi, li
lasciano di colpo cadere. Da noi invece il Pci esita a condannarli,
anzi per i primi momenti offre loro sedi e qualche mezzo, ma gli
operai non li amano, quei figli di borghesi, ne diffidano, li
tollerano soltanto come forza d'appoggio. Una specificità della
figura dello studente e della funzione della scuola nel capitale non
sono neanche intraviste. L'assemblea di Marghera non fa eccezione
neanche per le «Tesi della Sapienza», prodotte dal primo Potere
Operaio. Essa, che si è costituita fuori dai sindacati e fin dalla
crisi delle commissioni interne, si vuole realmente autonoma da ogni
gruppo e partito, anche quello più vicino, dal quale prende e lascia.
Freddissimi sono, nel suo documento programmatico, i richiami agli «alleati»,
femminismo e ecologia - pur se il femminismo padovano di Maria Rosa
della Costa è il più legato al tema salariale, insistendo
sull'occultamento del lavoro femminile di riproduzione non pagato.
Oltre il lavoro
In verità, l'assemblea di Marghera sente il pericolo dell'isolamento;
ma il suo solo raccordo con il «fuori» è Potere Operaio, cui
peraltro non delega mai nulla. Finisce sempre con l'esprimere un «noi
e solo noi», una irriducibilità che la separa e sulla quale il
giudizio più acuto è quello di Augusto Finzi, cui questo volume è
dedicato. Finzi è un personaggio pieno di fascino, ha gli occhi più
azzurri che si possono immaginare, proviene dall'alta borghesia
veneziana, e la sua è una milizia assoluta. Devi Sacchetto lo
introduce fra le testimonianze anche se non lo ha potuto raccogliere
assieme ad esse perché spento anzitempo (alto il livello di mortalità
fra gli imputati del 7 aprile e dintorni). Finzi ha ben chiaro che una
acuta vertenza operaia è capace di durare ma con operai che cambiano,
per cui sarà stabile soltanto un'avanguardia, la massa partecipando
con forza ma per tempi brevi - o perché i singoli sono colpiti e
dispersi, o per il limite intrinseco di una coscienza proletaria
immediata e non sostenuta da una prospettiva di rivoluzionamento a
breve termine, neanche entro le mura dell'azienda. E come potrebbe
entro quelle sole mura? Ma chi pensa a orizzonti più vasti, su quelle
mura non vuole andare a sbattere, certo non ora: è la posizione,
anche nel migliore dei casi, del sindacato e del Pci che non
cercheranno mai di fare massa critica con l'assemblea. Questo è «il»
problema che fra Pci e lotta operaia si propone e ripropone, non senza
che ciascuna parte si assolva colpevolizzando l'altra. Quel che
Chinello considera un errore del partito, per Sbrogiò è un
tradimento.
Finzi tenta di andar oltre quelle che considera le aporie del dilemma
«autonomia-alleanze» con un doppio salto mortale: è il lavoro umano
come accesso alla redistribuzione della ricchezza sociale che va
abolito. Uomini e donne devono aver diritto in quanto tali a un
assegno di cittadinanza o di esistenza - per Marc Augé finanziato con
la spesa per l'attuale sistema di welfare, raccolta dalla fiscalità
generale.
Con questo assegno deve poter vivere. Se poi gli va anche di lavorare,
lo farà su un mercato del lavoro cui, caduto ogni ricatto, avrà
tutt'altro potere contrattuale dell'odierno. Questo tema sarà ripreso
da vari gruppi e studiosi, evitando per quanto ne so di precisare
quale stato, o chi per esso, ordinerebbe la fiscalità e deciderebbe
dell'assegno. La rivoluzione si ripresenta senza soggetto
rivoluzionario.
L'assemblea autonoma di Marghera sarà battuta, come altre esperienze
operaie meno controverse. Il racconto di Sbrogiò sugli anni di
resistenza è impressionante. Tutte le resistenze di quegli anni sono
battute, hanno un aspetto eroico, ma suscitano fuori dalla fabbrica un
modesto appoggio, quando non, come a Torino, l'adesione alla
contromanifestazione padronale. Non diversamente va ora con i presidii
operai contro le chiusure o delocalizzazioni della crisi: in Italia
gli operai salgono sui tetti, in Francia sequestrano i direttori nei
loro uffici. Raccolgono qualche solidarietà nei borghi dove l'azienda
è il perno dell'attività locale, sono abbrutiti dalla polizia dove
non lo è. Da soli non vincono mai; ma chi è con loro? All'assemblea
di Marghera daranno l'ultimo colpo le Brigate Rosse, già ridotte agli
estremi, uccidendo un paio di dirigenti e fornendo il pretesto a
qualche zelante magistrato di cercare nell'autonomia il Grande Vecchio
che cospirerebbe a una insurrezione contro i poteri dello stato.
Ma questa, sempre da fare, sarebbe tutta la storia degli anni '70 e
'80, in Italia diversa da qualsiasi altro paese. Nella quale alle
insorgenze operaie è mancata ogni riflessone sulla sconfitte della
rivoluzione nel primo dopoguerra, come se Gramsci non ci fosse stato.
Così come è mancata nel Pci ogni riflessione sul risorgere del
radicalismo operaio, come se Marx non ci fosse stato. In questa
duplice mancanza sono bruciate non solo l'idea di rivoluzione ma
quella di conflitto.
top
i
Anna Maria Merlo (ilManifesto del 12 giugno 2010)
La crisi colpisce duramente e dal mondo virtuale delle finanze ha
ormai finito per investire la sfera socio-economica. Vediamo gli
stati correre dietro al mercato, piegarsi a esigenze considerate
ineluttabili, contro le quali non si può intervenire. A Luc
Boltanski, il sociologo che nel 1999, pubblicò, assieme a Ève
Chiapello, l'importante libro Le nouvel esprit du capitalisme (Gallimard,
in via di traduzione per Feltrinelli), chiediamo una lettura della
crisi attuale. Alla discussione partecipano due giovani sociologi,
Bruno Cousin e Cyprien Tasset.
Luc Boltanski: Siamo di fronte a una doppia crisi: la crisi del
capitalismo e quella del nuovo stato che si è istituito in
relazione al capitalismo. Negli anni '50-'60 era stato raggiunto un
compromesso tra lo stato e la grande impresa: il primo garantiva al
capitale la riproduzione della forza lavoro e le seconde pagavano le
tasse. Questo modello è andato in crisi dalla fine degli anni '60,
crisi approfondita nel periodo '75-'90. La risposta è stata allora
la deregulation, l'esternalizzazione del lavoro, la
finanziarizzazione. Con l'effetto, per le grandi imprese, di poter
eludere il pagamento delle imposte. Quindi, quando oggi si sente
dire che lo stato è povero, la cosa può anche apparire assurda, ma
in fondo è vera. La novità è che, diversamente da trent'anni fa,
lo stato oggi si va ristrutturando sul modello della grande impresa.
Bruno Cousin: Oggi vediamo bene che il cosiddetto rigore non vale
per tutti, ma solo per i più poveri e le classi medie. In Francia,
lo scudo fiscale, che impedisce di pagare in tasse più del 50% del
reddito, esonera i redditi più alti da ulteriori forme di
solidarietà. Inoltre, in Francia come in Italia, i giovani che
entrano sul mercato del lavoro sono già e saranno i più colpiti
dalla crisi e dalle politiche di austerità. Siccome sono spesso
precari e dunque designati come la variabile di aggiustamento, sono
vittime di una disoccupazione record, e subiranno inoltre per tutta
la loro carriera occupazionale le conseguenze di averla iniziata in
un periodo di crisi.
Cyprien Tasset: Pensiamo anche alla questione delle pensioni, oggi
in discussione. Sono un fattore di redistribuzione a cui sarà molto
difficile accedere per coloro che moltiplicano i contratti precari.
I giovani cercano di realizzarsi, ma vivono con una nera
inquietudine rispetto all'avvenire.
Che cosa intende per violenza nelle democrazie occidentali? E come
viene usata nello specifico contesto attuale della crisi?
Boltanski: Prendiamo la questione dal punto di vista della critica
del capitalismo, che era stata molto intensa nel decennio '65-'75 e
che poi si era ritrovata quasi ridotta al silenzio tra l'85 e il
'95. In molti casi, c'è stato un rinnovamento della critica, nel
mondo artistico e intellettuale, nel mondo del lavoro - penso al
movimento contro il Cpe, il contratto di primo impiego per i giovani
nel 2006, o alle proteste contro la riforma del Cnrs e
dell'università nel 2008-2009. Nelle imprese, scioperi e movimenti
di rivolta si sono intensificati nel corso degli ultimi cinque anni.
Anche nel campo politico, vari indizi vanno nella stessa direzione.
Eppure, salta agli occhi la differenza rispetto al '65-'75: non per
un diverso livello di intensità né per una marginalizzazione dei
critici, ma perché allora la critica era seguita da effetti, cioè
aveva una presa sul mondo sociale e sul campo politico. Oggi è come
se la critica avesse sempre più difficoltà ad aver presa sulla
realtà. Che cosa è accaduto nel frattempo? C'è stato un
perfezionamento degli strumenti di gestione e l'importazione nella
sfera pubblica e politica di tecniche di management che si erano
sviluppate in un primo tempo nelle grandi imprese. Non siamo quindi
al dominio attraverso il terrore. Né a un modo di dominazione
ideologica, in un periodo in cui si è sviluppato il tema della fine
delle ideologie. Ma negli ultimi decenni del XX secolo si sono
sviluppate altre forme di dominio compatibili con delle società
ipercapitalistiche che si basano, politicamente, sulla democrazia
elettorale. La critica, la cui validità viene pure riconosciuta in
questo contesto, ha meno presa: ai dominati viene solo chiesto di
essere realisti. Cioè di accettare i vincoli, in particolare
economici, come si presentano, non perché siano buoni o giusti in sé,
ma perché si pretende che non possano essere altro da quello che
sono.
Cousin: Lo si è visto con il movimento dei ricercatori. Malgrado
esista una forte domanda di riforma che viene dall'interno, c'è
stata una totale incapacità ad esprimere un'alternativa al sistema
in modo comprensibile nello spazio pubblico. Col risultato di una
ripresa in mano dal governo, spesso fondata su una retorica
populista e blandamente anti-intellettuale.
La violenza viene quindi dai mercati, considerati una realtà
oggettiva che né lo stato, né l'azione politica possono
modificare?
Cousin: Prendiamo le agenzie di rating, di cui si parla molto
ultimamente: sembra che lo stato valga solo quanto lo valuta il
mercato.
Boltanski: In un regime politico «di gestione», il realismo è al
centro dei dispositivi di dominio. Costituisce, contemporaneamente,
il principio di giustificazione principale a cui i dominanti fanno
appello e la virtù che reclamano dai dominati. Ma non si tratta
solo di un discorso o di un'ideologia. Ciò che caratterizza un
regime del genere è in effetti la sua capacità a legare, non solo
idealmente ma nei fatti, i diversi elementi che compongono la realtà
in modo da renderli strettamente interdipendenti. Dirigenti e
dominati sono nella stessa posizione: entrambi devono essere al
servizio della realtà, a tutti è richiesto di essere realisti. Ma
questa uguaglianza di principio nasconde una profonda asimmetria.
Mai nel passato era stato raggiunto un tale grado di oggettivazione
della realtà, di feticizzazione del reale. Questo tipo di
governance, strumentalizzata dal management, rende la critica
difficile e speso poco efficace, almeno nelle forme politiche
ereditate dalle lotte del XX secolo, sia che si tratti delle lotte
operaie che di quelle per la democrazia.
Tasset: Dal 3 maggio, ad esempio, è in corso uno sciopero dei
disoccupati, che si articola soprattutto con occupazioni delle
agenzie di collocamento e con il rifiuto di accettare, come sarebbe
invece obbligatorio, qualsiasi lavoro venga proposto - «disoccupato
piuttosto che manager», rifiuto di lavori implicati nel disastro
ambientale ecc. - oppure i continui controlli. Ma nessuno ne ha
parlato, a parte quando è stata occupata una trasmissione tv.
Il governo degli esperti, che prendono le cose in mano rifacendosi a
leggi definite naturali, cerca di limitare la critica. È per questo
che le professioni intellettuali vengono sempre più emarginate, con
forte incidenza del precariato?
Boltanski: La tendenza alla precarizzazione è generale. È palese
nel caso di chi ha meno, in particolare sul piano scolastico. Ma
tocca anche, come sappiamo, i giovani laureati. Per quanto riguarda
questi ultimi, in particolare, il fatto di disporre o meno di un
patrimonio familiare, per esempio sotto forma di un appartamento, è
un fattore molto importante di diseguaglianza. Ma c'è anche
un'altra tendenza: la politica, più che l'economia, ha paura di
veder nascere una pericolosa plebe intellettuale. Sarkozy ha dunque
preso delle decisioni che hanno come obiettivo la diminuzione del
numero di questi intellettuali: ci sono tagli per gli intermittenti
dello spettacolo e il numero di dottorandi è calato ai livelli del
1980 (mentre nelle grandes écoles il tasso di studenti provenienti
dalla classi superiori non è mai stato così alto). Il potere ha
paura che questa gente possa unificare le lotte sociali, oggi
disunite, dalle banlieues al vecchio proletariato francese. Ma la
paura domina anche l'altro fronte: impedisce di unirsi e lottare; il
precariato impedisce alla gente di incontrarsi.
Cousin: La cultura, l'istruzione e la ricerca sono sempre più
spesso considerate superflue, come non meritassero investimenti,
nonostante gli impegni europei. Così, paradossalmente, il governo
è uno dei primi responsabili della pauperizzazione degli
intellettuali precari. Ma non è l'unico paradosso: in altri
settori, l'economia francese ha bisogno dei sans-papiers e li fa
lavorare, mentre il governo li espelle.
Tasset: Il tentativo attuale è di risolvere la questione tagliando
alla base, cioè tagliando le aspirazioni, rendendo più difficile e
selettivo l'accesso all'insegnamento superiore
top
Lettera
degli economisti
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del
Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione
europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione
europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi
della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli
ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale,
all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi
pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o
indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali
più deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione
in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei
sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi,
determinando una maggior velocità di crescita della
disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle
imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi
membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale
instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero
frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà
costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la
crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla
zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo
liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento
di politica economica restrittiva dei Paesi membri
caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.
≈≈≈
La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in
corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da
essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto
da più parti, questa crisi vede tra le sue principali
spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una
crescente produttività del lavoro e una stagnante o
addirittura declinante capacità di consumo degli stessi
lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato
compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori
finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo
dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.
Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita
mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense.
Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti
privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla
finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi
riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale
sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa
risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso
consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una
profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina
si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi
attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.
Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un
sistema economico mondiale senza una fonte primaria di
domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la
produzione.
L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita
nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della
zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la
cui causa principale risiede nell’impianto di politica
economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa
di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le
varie aree dell’Unione, e nella politica economica
restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo
commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la
Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in
rapporto alla produttività, della domanda e delle
importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine
di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in
Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico
avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma
paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli.
La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi
commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo,
la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino
l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito
nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di
quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.
La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha
favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti
di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base
della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la
crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri
dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore
integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del
tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati
finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli
squilibri accumulati risultano insostenibili.
Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori
sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione
della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi
della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i
ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno
ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più
difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che
privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente
sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere
di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla
spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata
e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta
pertanto la vera scommessa che muove làazione degli
speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte
dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia,
à altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano
ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad
auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui
mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi
dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono
rendere improvvisamente insolventi dei debitori che
precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti.
Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni
non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano
della informazione e del potere di mercato, riescono
quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a
determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con
i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica
ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle
sue versioni elementari.
≈≈≈
In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di
contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito
in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da
parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a
rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di
“austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono
i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di
rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e
privati. La stessa, pur significativa svolta di politica
monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare
titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata
dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni
attraverso manovre di segno contrario sulle valute o
all’interno del sistema bancario.
Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette
liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi
di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano
affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del
funzionamento del capitalismo contemporaneo.
E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la
quale si perseguono le politiche depressive non è
semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli
economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata
messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della
stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta
“austerità” rappresenta anche e soprattutto
l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è
infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per
accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale,
di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e
centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è
che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi
potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro
una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento
del lavoro.
Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare
questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori,
ma si creano anche i presupposti per una incontrollata
centralizzazione dei capitali, per una desertificazione
produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee,
per processi migratori sempre più difficili da gestire,
e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da
debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.
≈≈≈
Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa
ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico.
E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla
insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro,
non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo
quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel
2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili
i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che
attraverso simili politiche si migliora la situazione
economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un
attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia
di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la
speculazione.
Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora
emerso un chiaro programma di politica economica
alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità
della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si
sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che
suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino
deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre
ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci
programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi,
frequenti richiami alle cosiddette “riforme
strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè
caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare
gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori
proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del
lavoro.
Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel
1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile
a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i
lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di
“austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del
costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca,
come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per
difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione.
Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma,
i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi
attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema
Monetario Europeo e la lira subì una pesante
svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività
pagarono così due volte: a causa della politica di
“austerità” e a causa dell’aumento del costo delle
merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione
di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni
passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio
programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti
effetti sul debito pubblico di quel programma sono in
larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le
implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella
divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e
di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu
autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.
≈≈≈
Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste
in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo
tardi.
Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per
lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di
assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello
sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e
per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea
è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli
indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa
intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze
produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia
dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.
Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente
svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al
processo democratico, è necessario cioè disporre di
tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di
introdurre immediatamente un argine alla speculazione.
A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che
coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno
ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti.
Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre
sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità
politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad
acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a
“sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire
adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni
finanziarie a breve termine ed efficaci controlli
amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le
condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio
intervenire subito in questa direzione a livello nazionale,
con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in
ritardo o non agire affatto.
L’esperienza storica insegna che per contrastare
efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al
tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei
contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai
licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei
processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale,
pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione
dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è
analiticamente privo di senso, oltre che politicamente
irresponsabile.
In coordinamento con la politica monetaria, occorre
sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la
Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della
domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio
virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei
Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali
Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità,
al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione
dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.
Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva
coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la
tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha
contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei
carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle
rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con
ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree
ricche dell’Unione.
Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale
dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli
pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica
fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre
un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione
e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di
spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano
deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente
e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo.
Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica
di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture
pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà
intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla
pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile,
alla cura delle persone. Sono beni, questi, che
inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla
logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al
contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze
produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.
Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo
risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al
mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di
separazione tra banche di credito ordinario, che prestano
a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo
termine.
Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione
della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna
contemplare un sistema di apertura condizionata dei
mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può
essere piena solo se si attuano politiche convergenti di
miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e
politiche di sviluppo coordinate.
≈≈≈
Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le
nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione
del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di
politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.
Se non vi saranno le condizioni politiche per
l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi
delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti
e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà
altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in
una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di
”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A
un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente
sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero
scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di
realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati
interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così
davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su
di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della
unità europea.
≈≈≈
Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più
le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo
richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che
è in atto il più violento e decisivo attacco
all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni
dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo
per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso,
di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico,
sociale e civile.
Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e
franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei
gravissimi errori di politica economica che si stanno
compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della
crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza
di una svolta di politica economica europea.
Qualora le opportune pressioni che il Governo e i
rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare
in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona
euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le
autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a
compiere scelte di politica economica tali da restituire
all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati
interni, dei redditi e dell’occupazione.
Adesioni
Nicola Acocella
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Artoni (Università
Bocconi), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’),
Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo
(Università di Napoli ‘Federico II’), Paola Bertolini
(Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università
di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Adriano Birolo (Università di Padova), Giovanni Bonifati (Università
di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano
Bicocca), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia),
Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Katia Caldari
(Università di Padova), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope
di Napoli), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Maurizio Caserta (Università di Catania), Lucilla
Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio
Cavalieri (Università di Firenze), Sergio Cesaratto (Università di
Siena), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università
Roma Tre), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Lilia
Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco
Crespi (Università Roma Tre), Carlo Devillanova (Università
Bocconi), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De
Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro
(Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di
Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico
II’), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università
Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre),
Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Vita (Università di
Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Sebastiano Fadda
(Università Roma Tre), Riccardo Faucci (Università di Pisa),
Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Stefano Figuera (Università
di Catania), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe
Fontana (Università del Sannio), Guglielmo Forges Davanzati
(Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre),
Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE),
Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Andrea Ginzburg
(Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti
(Università di Modena e Reggio Emilia), Claudio Gnesutta (Università
di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma
‘La Sapienza’), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’),
Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma
Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Stefano Lucarelli
(Università di Bergamo), Giorgio Lunghini (Università di Pavia),
Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Ugo Marani
(Università di Napoli ‘Federico II’), Maria Cristina Marcuzzo
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Ferruccio Marzano
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Fabio Masini (Università
Roma Tre), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Luca
Michelini (Università LUM), Salvatore Monni (Università Roma Tre),
Mario Morroni (Università di Pisa), Marco Musella (Università di
Napoli ‘Federico II’), Oreste Napolitano (Università di Napoli
‘Parthenope’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di
Milano), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido
Ortona (Università del Piemonte Orientale), Ugo Pagano (Università
di Siena), Daniela Palma (ENEA), Antonella Palumbo (Università Roma
Tre), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano
(Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Perri (Università
di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri
(Università di Siena), Antonella Picchio (Università di Modena e
Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico
II’), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Felice Roberto Pizzuti
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Elena Podrecca (Università
di Trieste), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio
Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo
Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Sergio
Rossi (Università di Friburgo), Francesco Scacciati (Università di
Torino), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto
Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti
(Università di Siena), Annamaria Simonazzi (Università di Roma 'La
Sapienza'), Riccardo Soliani (Università di Genova), Luca Spinesi
(Università di Macerata), Antonella Stirati (Università Roma Tre),
Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’),
Stefano Sylos Labini (ENEA), Valeria Termini (Università Roma Tre),
Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido
Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi
(Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre),
Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Domenica Tropeano
(Università di Macerata), Vittorio Valli (Università di Torino),
Michelangelo Vasta (Università di Siena), Alessandro Vercelli
(Università di Siena), Carmen Vita (Università del Sannio),
Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università
di Cassino).
La Lettera degli economisti è stata firmata da docenti e
ricercatori di Università o di Enti di ricerca nazionali ed esteri.
Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano
Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto
Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del
Sannio), Antonella Stirati (Università Roma Tre). Gli economisti
che intendono aderire possono scrivere a info@letteradeglieconomisti.it
specificando nome, cognome e università o ente di appartenenza.
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Paolo Gerbaudo
La via d'uscita? L'uomo artigiano
«Sono convinto che la crisi riesploderà presto, perché le sue
cause strutturali non sono state affrontate». Richard Sennett,
professore emerito di sociologia alla London school of economics e
celebre studioso del «nuovo capitalismo» e del lavoro flessibile
non è ottimista. «I politici non hanno capito che il capitalismo
finanziario è inerentemente distruttivo, e sembrano paralizzati»
denuncia Sennett. A pagare le conseguenze dell'inerzia delle
classi dirigenti sono i lavoratori, che vivono un ulteriore
aggravamento della situazione di incertezza introdotta con la
flessibilità. Secondo Sennett, di cui in Italia sono stati
pubblicati tra gli altri «La cultura del nuovo capitalismo», «L'uomo
flessibile e l'uomo artigiano», e che presto manderà alle stampe
«Cooperation and coalition» (sull'evoluzione del rapporto tra
stato, capitale e lavoro) per curare l'economia dagli effetti
destabilizzanti del capitalismo finanziario bisogna puntare sul
settore manifatturiero, tornando a produrre cose e a valorizzare
il «saper fare» dei lavoratori.
Sono passati quasi due anni dall'inizio della crisi economica.
Perché in Europa tanti paesi continuano a essere nell'occhio del
ciclone dei mercati finanziari?
I governi europei hanno introdotto misure molto leggere per
limitare il capitale finanziario, senza comprendere che questa è
un'attività inerentemente distruttiva, che rovina compagnie,
distrugge posti di lavoro e le vite di milioni di persone. Il
capitalismo finanziario è come la peste nera: non si può
semplicemente mettergli i freni. Anche se in Europa l'economia si
trascinasse per tre o quattro anni, la crisi scoppierà
nuovamente. E penso che la prossima volta l'Europa avrà ancora
meno margini per riprendersi. Rischiamo di diventare quello che
l'America Latina era durante gli anni '60: un continente con molte
risorse ma assolutamente auto-distruttivo.
I lavoratori flessibili che descrivi nei suoi libri sono stati
spesso i primi ad essere sacrificati dai licenziamenti. Siamo di
fronte a una crisi strutturale del modello di lavoro flessibile?
Certamente i lavoratori flessibili, quelli che erano
l'avanguardia del nuovo capitalismo, i lavoratori delle fabbriche
hi-tech, delle industrie culturali e della finanza, hanno sofferto
in maniera particolare le conseguenze della crisi. Ma ciò di cui
siamo testimoni non è tanto un indebolimento quanto
un'estremizzazione del regime di lavoro flessibile. Nella grande
distribuzione, come nelle industrie culturali, è aumentata
consistentemente l'area di lavoro part-time che è andata a
sostituire posti di lavoro a tempo pieno. Sempre più si vedono
persone che fanno tre o quattro lavori part-time, per ottenere il
salario che avrebbero se fossero impiegate a tempo pieno, o
giovani coppie in cui entrambi lavorano 20 ore a settimana e
riescono a malapena a sopravvivere.
Le altre grandi vittime della crisi sono i giovani, ed in
particolare i laureati, che sembrano condannati non tanto al
lavoro flessibile quanto ad una disoccupazione stabile.
Purtroppo stiamo entrando in un decennio perduto per i
giovani. Per capire questo fenomeno è interessante guardare al
Giappone, che durante gli anni '90 ha avuto una prefigurazione di
quello che sarebbe successo 15 anni più tardi in occidente, con
la finanza che collassa, e persone qualificate che non trovano
lavoro per sei o otto anni: persone che hanno perso un decennio
della loro vita. La generazione che è venuta dopo ha visto come
era la situazione, ed in molti hanno scelto di andare alle scuole
tecniche piuttosto che all'università. Una volta in Giappone
tutti cercavano di entrare nelle università prestigiose. Gli
adolescenti giapponesi ora sono molto più realistici. Ed è
quello che succederà da noi. L'Università di Venezia non avrà
più migliaia di studenti di architettura. La nuova generazione è
fregata dal sistema e dovrà inventarsi nuovi modi per
sopravvivere.
Col capitalismo finanziario in crisi, i sentimenti dei
lavoratori sembrano essere riassunti bene da una vignetta
dell'ultimo numero dell'Economist: una folla incoraggia la
locomotiva del capitalismo che sbuffa in salita.
Il sistema è riuscito a convincere i lavoratori che col
capitalismo flessibile c'è più mobilità sociale. Ma i dati
statistici dipingono una situazione opposta. Negli anni '50 e '60,
che vengono identificati con un capitalismo sclerotico e
burocratico, i tassi di mobilità verso l'alto per la classe
operaia e la classe media erano decisamente più alti di quelli
degli anni '90. E la ragione è strutturale. In un regime di
capitalismo finanziario si spremono le classi medie. Saskia Sassen
è tornata dalla Cina la scorsa settimana e mi ha detto che ciò
che è veramente interessante nella situazione laggiù è che i
Cinesi vogliono diventare classe media, ma ciò che vedono è che
la promessa di mobilità non viene realizzata dal sistema, ed è
per questo che ci sono tante proteste al momento tra i lavoratori.
Nonostante la situazione di sofferenza dei lavoratori, i
sindacati non sembrano capaci di organizzare una risposta
collettiva all'altezza della situazione. Perché?
La mancanza di risposte collettive alla crisi è dovuta alla
situazione di estrema incertezza in cui si sono lasciati i
lavoratori negli ultimi anni. Adesso i sindacati si chiedono ma
com'è che non possiamo mobilitare queste persone? Ma la risposta
è chiarissima. Questi lavoratori non possono permettersi di
scioperare. Perché se scioperano, non avranno alcuna protezione.
Sono in una condizione altamente insicura in cui non possono
alzare la testa.
Ma anche i partiti di sinistra sembrano incapaci di avanzare
alternative al modello del capitalismo finanziario. Come mai?
A sinistra abbiamo avuto 50 anni in cui abbiamo cercato di
dimostrare che noi non siamo come quei crudeli stalinisti, che
siamo gente raffinata, che siamo amici del business, che vogliamo
essere parte del mondo moderno. Sono stati cinquant'anni rivolti
al passato. Di fronte a un sistema distruttivo la sinistra non ha
niente da dire ai lavoratori. Recentemente ho partecipato a un
incontro sindacale prima delle elezioni, e mi hanno chiesto: tu
cosa faresti? Io ho risposto che se fosse per me, nazionalizzerei
l'intero sistema bancario. Penso che bisognerebbe trattare il
sistema finanziario nello stesso modo in cui si tratta la salute.
Una cosa che richiede il controllo dello stato. E ho visto questi
membri del sindacato, e ripeto membri del sindacato, che mi
dicevano: non si possono dire queste cose! Abbiamo bisogno di dare
una risposta molto più radicale a quello che sta succedendo.
Dobbiamo abbandonare le pretese di social-democrazia. Si continua
a voler dare ai lavoratori un paio di protezioni in più, o due
spiccioli in più invece che modificare veramente il sistema
economico. Dobbiamo tornare a parlare di socialismo altrimenti la
gente non ci capisce.
Come uscire dalla crisi? In Gran Bretagna si è fatto un gran
parlare di un ritorno al settore manifatturiero come antidoto alla
crisi del sistema finanziario. Questa è del resto la soluzione
che lei suggerisce nel libro, «L'uomo artigiano».
Qui in Gran Bretagna ne hanno parlato per gli ultimi due anni,
ma non hanno mai creato alcun programma per incoraggiare i giovani
a diventare artigiani. Era un'idea interessante ma non se n'è
fatto niente. Io credo che il settore manifatturiero offra una via
di uscita. E non si tratta solo di una fiducia romantica nell'uomo
artigiano. È la storia del successo economico della Cina o del
Giappone. Si tratta di tornare a produrre cose, produrre cose di
cui altre persone hanno bisogno. E in questo senso in Italia voi
avete un sistema produttivo ad alta tecnologia che può trovare
una via di uscita da questa situazione. Del resto un ritorno
all'artigianato e alla manifattura è una cosa che desiderano
molti lavoratori, come gli impiegati di Wall Street che ho seguito
negli ultimi due anni. Non ne vogliono sapere di tornare a
lavorare 12 ore al giorno, sette giorni a settimana. Adesso
vogliono fare gli agricoltori biologici.
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