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Crescita impossibile e fine del
progresso
di Carla Ravaioli
su il manifesto del 31/10/2010
Intervista a Guido Rossi. La
globalizzazione è in mano alle corporations. È in crisi questa società
il cui unico scopo è crescere economicamente. E il capitalismo non esce
dal binomio crescita-profitto. Urge una «rivoluzione», un nuovo modello
di sviluppo. Ma la sinistra tutta, dopo l'89, ha smesso di pensare e di
proporre una alternativa
Ripresa, rilancio della
produzione, aumento del Pil, crescita... Questi sono gli strumenti
insistentemente indicati da economisti, governanti, industriali, politici,
per il superamento della crisi. Che ne pensa?
Il mio parere è molto preciso. Ritengo che ci sia veramente un errore di
fondo nello scopo finale di tutte le politiche, che è quello del
progresso economico. Come ha appena detto lei, gli economisti non pensano
ad altro: aumentare produzione e produttività, a tutti i costi. Così
quella che era la molla fondamentale del capitalismo, il progresso
economico, è diventata molla fondamentale di tutti i sistemi; e al
capitalismo di mercato si è aggiunto il capitalismo di stato. Vedi la
Cina: dove accadono esattamente le stesse cose di sempre, a detrimento dei
più deboli. Mentre dovunque quelli che Bobbio chiamava «diritti di
seconda e terza generazione», con questa accelerazione del progresso
economico a tutti i costi, vengono selvaggiamente conculcati. Come dice
Robert Reich nel suo Supercapitalismo, «è stata sostituita la tutela dei
diritti dei cittadini con la tutela dei consumatori». Ormai lo scopo è
quello di creare sempre più benefici per i consumatori a scapito dei
tradizionali diritti al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla
pensione. Noti che lo sviluppo economico come fondamento dell'attività
umana è presente anche nell'ultima enciclica di Ratzinger; in cui si
sostiene che la globalizzazione serve a un progresso economico che poi si
diffonde tra tutti i popoli. Che non è vero. E non è vero che - come si
dice - sono scomparse le ideologie. Di fatto se n'è creata una nuova, che
ha ucciso tutte le altre.
E questo inseguimento forsennato della crescita continua mentre la
crisi ecologica (conseguenza proprio di un produttivismo insostenibile,
per quantità e qualità) sta toccato livelli di rischio difficilmente
reversibili, come afferma l'intera comunità scientifica. Possibile che
personaggi di tutto rispetto - potentissimi manager, grandi industriali,
economisti di fama mondiale, ignorino tutto ciò?
Il fatto è che appunto il problema prioritario rimane sempre quello della
crescita e dello sviluppo economico, a cui tutto il resto viene
sacrificato. E, attenzione, vengono sacrificate non solo le questioni di
cui parlava lei, ma anche problemi come la fame nel mondo. Che dal 2007 si
fa sempre più grave: ora si parla di un miliardo di persone
sottoalimentate; e nessuno se ne occupa. Veramente l'ideologia dello
sviluppo economico cancella qualunque problema che riguardi qualità della
vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso... Si crea una società
di cui l'unico scopo è il dovere di crescere economicamente: d'altronde
in base a parametri del tutto sballati, come il Pil, che non considerano
affatto la qualità della vita.
Ma, anche dando per scontato che questi signori siano del tutto
disinteressati al sociale, di che cosa credono siano fatti automobili,
computer, cellulari, grattacieli, armi... Non gli passa par la testa che
sono «fatti» di natura e che se la natura va in malora la stessa cosa
capita alla loro produzione?
No, non gli viene in mente. E le spiego perché. Perché è un problema
che riguarda il futuro, mentre il presente è quello della crescita, del
profitto immediato...
E però anche questo viene messo a rischio dagli eventi più recenti.
Quella del Golfo del Messico è una catastrofe economica quanto
ambientale.
Non c'è dubbio. Anche su questo sono d'accordo. Quando arriva la
catastrofe poi se ne accorgono. E allora che fanno? Insistono sugli stessi
schemi che hanno provocato la catastrofe: non hanno altro in testa. La
letteratura apocalittica descrive tutto questo. Alcuni libri del genere mi
hanno spaventato. Come Portando Clausewitx all'estremo di René Girard, il
quale dice: «il riscaldamento climatico del pianeta e l'aumento della
violenza sono due fenomeni assolutamente legati». E questa confusione di
naturale e artificiale è forse il messaggio più forte contenuto in
questi testi apocalittici. Martin Rees, grande astronomo di Cambridge, con
Our final Century (Il nostro secolo finale), dubita che la razza umana
riesca a sopravvivere al secolo in corso, proprio perché sta distruggendo
il pianeta. E cose simili le dice anche Posner nel suo libro Catastrofe:
con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli, nel 2050 ammonterà a
più di 9 miliardi di individui, ci saranno tremendi rischi di carestia:
la terra non può dare più di quello che ha.
E queste cose si sanno. Ci sono anche economisti che criticano in
qualche misura il capitalismo, ad esempio le grandi disuguaglianze
sociali, la distanza tra lo stipendio di un manager e il salario di un
operaio... Però nessuno pensa di rimettere in discussione il sistema,
sperano di poterlo emendare...
Perché l'ideologia non lo permette. È una fede. Questi sono dei talebani,
non può farli cambiare...
Ma il guaio è che questa sorta di riconoscimento del capitalismo come
un dato di fatto immodificabile, sembrano ormai condividerlo anche a
sinistra...
Certo, perché hanno scelto il riformismo, ormai quella è l'ideologia che
ha vinto. Ed è un'ideologia che sta prendendo piede anche nelle
religioni: non a caso ho citato l'ultima enciclica di Ratzinger.
Perché poi pensano che la crescita possa dare benessere a tutti
quanti. Ma ormai è dimostrato che questo non accade. Se l'1% della
popolazione del mondo detiene il 50% del prodotto...
Certo. Ma lei dimentica un'altra cosa. Che il 51%, e oramai anche più,
della ricchezza mondiale è nelle mani delle grandi corporations, e a
condurre l'economia non sono più gli stati: gli stati non contano più
niente. Quindi chi comanda? Le grandi imprese. Hanno in mano la maggiore
ricchezza del pianeta: devono sopravvivere e comandare. E allora... Guardi
cosa succede alla delocalizzazione delle industrie che, pur di
sopravvivere fanno di tutto, sconquassano le economie e i diritti e non
gliene importa niente... L'arretramento della politica è dovuto proprio a
questo fatto: che l'economia ha conquistato un predominio assoluto.
A questo punto le sinistre, che seppure faticosamente continuano a
esistere, non dovrebbero considerare questa realtà, rifletterci su?
Magari ricordando errori del passato; come il fatto che, per paura della
disoccupazione tecnologica, il progresso l'hanno regalato al capitalismo:
mentre la minaccia della crescita senza lavoro avrebbe potuto essere usata
per ripensare l'intero rapporto tra produzione e vita... Ma hanno lasciato
tutto in mano al capitale.
Dopotutto il progresso l'ha inventato lui... e se l'è tenuto ben
stretto...
Be' per la verità l'ha inventato la scienza....
La quale è comandata dalla stessa ideologia...
Anche perché hanno bisogno di finanziamenti.... Però all'origine
delle grandi trasformazioni tecnologiche c'è il pensiero di uno
scienziato...
Non si può dimenticare comunque che non mancano intellettuali che
discutono di queste cose... Amartya Sen ad esempio dice che non si può
ridurre la democrazia al voto... che occorre una democrazia di larga
discussione. E arriva a sostenere che con la discussione si eviterebbero
le catastrofi naturali.
Le catastrofi naturali - come Lei ha detto con tutta chiarezza - non si
evitano finché il prodotto continua a crescere. Perciò mi stupisco che
neanche i pochi consapevoli della gravità della situazione ecologica, non
trovino il coraggio di dire: basta crescere. Cioè basta capitalismo.
Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce? Nessuno ha un'idea
in testa. Questa è la verità.
Eppure forse oggi non sarebbe impossibile farsela venire. La
globalizzazione è un fatto che nessuno più nega. E certo esiste una
globalizzazione economica ... e una globalizzazione culturale operata dai
mezzi di comunicazione di massa... Ma non esiste una globalizzazione
politica.
E non esiste una globalizzazione giuridica tra l'altro. Questa è a grande
differenza con la globalizzazione di tipo medioevale, regolata dalla
famosa Lex mercatoria, una legge elaborata dai mercanti, non da un singolo
stato: e per suo mezzo il commercio funzionava. Adesso le grandi imprese
lavorano tra di loro. Non c'è più una norma giuridica che ne disciplini
i comportamenti: nei confronti della fame nel mondo, dello sfruttamento
delle classi più povere, del lavoro minorile, della sicurezza sul lavoro
che secondo Tremonti è un lusso. E ovviamente nemmeno nei confronti del
pianeta.
E questo non si deve anche al fatto che una volta le sinistre facevano
opposizione, e ora non la fanno più? O quanto meno la fanno solo riguardo
ad alcune situazioni; le quali d'altronde non possono essere risolte a
prescindere dal contesto generale. Come si diceva, la globalizzazione è
una realtà governata dal grande capitale. Ma nessuno tenta di regolarla,
e nemmeno di capirla. Sinistre comprese.
Ma la ragione c'è. Le sinistre hanno continuato a ragionare fino a quando
esisteva il comunismo, che costituiva un'ideologia contrapposta a quella
del capitalismo, e in qualche modo proponeva delle soluzioni alternative.
Dopo la caduta del muro di Berlino cambia tutto. Questa è la verità. La
politica sparisce, l'economia ha il sopravvento e s'impone come politica.
Le sinistre accantonano il marxismo.
Dunque una sinistra organizzata di qualche peso non esiste. Però (pongo
anche a Lei una domanda rivolta ai precedenti intervistati) esiste una
massa di movimenti, di piccole e grosse aggregazioni di base, che in
complesso, sebbene separatamente, vanno denunciando le peggio iniquità e
assurdità del nostro mondo, tutte in pratica riconducibili alla logica
del capitale. Pacifismo, femminismo, ambientalismo, colti magari in un
solo aspetto dei singoli problemi (acqua, nucleare, Afghanistan, donne
violentate, precariato giovanile, ecc. ecc.): non crede rappresentino in
complesso quella che potrebbe essere la base per un grande rilancio di
un'opposizione valida? Ma le sinistre non ci provano nemmeno...
Non ci provano perché manca l'ideologia unificatrice. Il marxismo è nato
quando il capitalismo da mercantile è diventato industriale, e Carlo Marx
ha elaborato un'ideologia completamente nuova. In questi anni,
analogamente, si è verificata una nuova rivoluzione, la rivoluzione
finanziaria. Contro la quale occorrerebbe una nuova ideologia. Il
brasiliano Unger, filosofo del diritto di Harvard, in un libro molto
bello, Democrazia ad alta energia, dice che, invece di garantire quella
finta libertà contrattuale che sta alla base della rivoluzione
finanziaria, occorrerebbe un'autorità mondiale capace di imporre nuove
regole, e creare così le basi di una struttura diversa, a dimensione
globale.
Ecco, non le pare che le sinistre dovrebbero pensare qualcosa del genere,
magari sollecitando un incontro tra i non pochi intellettuali di valore
che hanno trattato la materia ... Io da tempo penso a una Bretton Woods
del XXI secolo...
Ma non basta più. Vuole la mia opinione? Rischiando l'accusa di
leninismo? Bisogna fare la rivoluzione. La rivoluzione russa è quella che
ha cambiato l'ideologia del capitalismo industriale. Qui se non c'è una
rivoluzione vera cosa si fa?
Se lei parla di rivoluzione, tutti pensano subito ai cannoni... secondo
il modello storico...
Che non è più possibile, ovviamente...
Appunto. Per questo parlavo di Bretton Woods, nel senso che
occorrerebbe una iniziativa a livello mondiale, con l'autorità di imporre
questi problemi, che sono noti ma non vengono affrontati.
Sì, la cosa dovrebbe partire dalle Nazioni Unite, l'ho scritto più
volte...
Perché l'Onu dopotutto alcuni tentativi seri li ha fatti. A proposito di
ambiente, sulla fine del secolo scorso ha promosso un paio di grossi
convegni, molto più efficaci dei tanti che sono seguiti... E più volte,
nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano, ha preso posizione contro il
consumismo, contro il Pil come misura di benessere, contro la guerra come
soluzione dei problemi... E Ban Ki Moon si è spinto fino ad auspicare un
contenimento del Pil...
Be' sì. In fondo, dopo la dichiarazione dei diritti dell'Assemblea
generale dell'Onu del '48, qualcosa è accaduto: come dopo la
dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789. Solo
qualcosa di simile potrebbe cambiare la situazione: una rivoluzione di
tipo mondiale, organizzata dalle Nazioni Unite, in cui si ridefiniscano i
veri diritti, i principi per una vita diversa da quella voluta dal potere
economico, e quindi una vita orientata dalla politica e non dall'economia.
Poi mi accuseranno di essere un utopista... Però io credo che l'utopia
sia decisamente meglio dell'apocalisse: che è l'alternativa che ci
aspetta.
Guido Rossi è stato ordinario di diritto commerciale nelle Università di
Trieste, Ca' Foscari di Venezia, Pavia e Milano, ed Emerito nell'Università
L. Bocconi, poi docente di Filosofia del Diritto nell'Università
Vita-Salute San Raffaele. Presidente della Consob dall'81 all'82, eletto
senatore per la Sinistra Indipendente nella X Legislatura (1987- 1992), ha
promosso le legislazioni antitrust, sulle Opa e sull'insider trading.
Nell'89 ha sovrinteso ad operazioni finanziarie come l'acquisizione del
Credito Bergamasco da parte del Crédit Lyonnais. È stato alla presidenza
Ferfin-Montedison, e in seguito una prima volta alla guida della Telecom
Italia. Ha tutelato per un anno gli interessi della banca olandese Abn
Amro. Nel maggio 2006 è diventato, in seguito a «Calciopoli»,
commissario straordinario della Federazione Calcio. Vi rimarrà solo tre
mesi. Il 15 settembre 2006, dopo le dimissioni di Marco Tronchetti Provera,
viene nominato di nuovo presidente di Telecom Italia, incarico che lascerà
nell'aprile 2007. Nel 2008 è consulente della Fiat nel tentativo di
rilanciare la società in crisi. È direttore della Rivista delle Società
dal 1975. È autore di diversi volumi tra i quali «Trasparenze e
vergogna. Le società e la borsa», Il Saggiatore, 1982; «Il ratto del
Sabine», Adelphi, «Il conflitto epidemico», Adelphi; «Capitalismo
opaco» (con Federico Rampini), Laterza, 2005; «Il gioco delle regole»,
Adelphi, 2006, «Il mercato d'azzardo», Adelphi, 2008; «Perché
filosofia», Editrice San Raffaele, 2008. |
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