Un cortile per
tutti
Ci saranno quelli del Ponte e gli altri del Mose, i
baschi contro l'alta velocità che attraversa il loro paese e gli irlandesi che
non vogliono un'autostrada che passi proprio sulle terre dell'«arca». E
ovviamente i padroni di casa, i comitati No Tav della val Susa. Sarà una grande
università, un'occasione di conoscenza popolare nella quale si rileggeranno i
progetti in termini scientifici ed economici, facendo saltare molte ridicole
bugie dalle gambe corte. Ci saranno anche ambientalisti, esperti di trasporti,
sindacalisti e forze politiche della sinistra. Tutti a confronto per discutere
pubblicamente di grandi opere e intrecciare le esperienze e le idee, ma anche
parlare all'Unione che vuole andare al governo. E che spesso parla una lingua
diversa da chi propone un altro modello di sviluppo, a «bassa velocità» e che
non sventra le montagne. Benvenuti nel «grande cortile» dei movimenti, da oggi
a domenica la parola ai protagonisti di una stagione che non si è ancora
chiusa. Quella che i Berlusconi e i Pisanu a ragione temono
Il no alla Tav
minuto per minuto
ORSOLA CASAGRANDE
Se la mobilitazione contro l'alta velocità in val Susa
dovesse essere fermata in una serie di immagini, gli scatti che certo verrebbero
alla memoria sarebbero davvero tanti. Volendone isolare alcuni, di sicuro sono
indelebili le immagini drammatiche del blitz notturno delle forze dell'ordine
contro il presidio di Venaus. I volti insanguinati di pensionati e giovani colti
nel sonno dalla violenza di polizia e carabinieri, non possono essere
dimenticati. Era il 6 dicembre. I manganelli alzati, le visiere dei caschi
calate sugli occhi delle forze dell'ordine, le urla di sgomento e paura, il
terrore sui volti di chi teneva quel presidio da mesi. Legate alle immagini di
Venaus ci sono però quelle del giorno dopo. E sono immagini di riscatto, di
orgoglio. Blocchi stradali, manifestazioni ovunque. Il rifiuto di quella
violenza cieca e gratuita. Nuova violenza, questa volta contro la delegazione di
parlamentari europei in visita in valle. E poi le epiche immagini della
riconquista di Venaus, l'8 dicembre. Con migliaia e migliaia di persone che
scendono dai pendii, lungo i sentieri dei partigiani e i pertugi dai nomi
poetici che solo i veri montanari conoscono. L'invasione pacifica di quanti
hanno visto quelle immagini del blitz al presidio e hanno deciso di reagire a
quella ingiustizia.
Sono arrivati in val Susa in tanti: venti, trentamila o forse anche di più. Ad
aggiungersi ai locali, ai valligiani che non hanno mai ritirato il loro sostegno
a quella che è percepita come una lotta per la difesa di un ambiente, della
salute e anche delle tasche pubbliche dalle quali verrebbero la gran parte delle
decine di miliardi necessari per costruire questa Torino-Lyon che dovrebbe
trasportare le merci (non i passeggeri) risparmiando qualcosa come quaranta
minuti rispetto all'attuale tempo di percorrenza. Tra le istantanee da ricordare
c'è anche quella che risale a quasi a un anno fa. Era primavera, poco prima
delle elezioni regionali.
I consigli comunali della val Susa si sono riuniti in seduta straordinaria in
piazza Castello a Torino. «Questo consiglio comunale esprime la sua manifesta
contrarietà al progetto del nuovo collegamento ad alta velocità Torino-Lyon.
Ancora una volta i progetti di grandi opere vengono approvati senza alcun
coinvolgimento delle comunità e degli enti locali interessati». Questo in
sintesi il documento approvato dai quaranta consigli della Bassa e Alta val Susa,
della val Ceronda e della cintura nord-ovest di Torino e delle comunità
montane.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Anche perché nel suo programma
per il governo della regione Piemonte, la presidente diessina Mercedes Bresso
aveva inserito l'alta velocità: tutti gli alleati hanno firmato il testo,
compresi Rifondazione comunista e Verdi. Che però si sono progressivamente
attestati su una posizione molto critica nei confronti del progetto. Inutile
soprattutto per quel che riguarda il rapporto costi-benefici, come continuano a
spiegare tecnici e studi di università illustri.
La carrellata per immagini non può certo dimenticare la congiunzione inedita ma
quasi inevitabile tra val Susa, sindaci, amministrazioni, comitati popolari e la
Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. I lavoratori infatti sono stati e
continuano ad essere una presenza importante nel popolo no Tav. Sono stati loro
in una grande assemblea a Bussoleno a chiedere a gran voce uno sciopero generale
della valle. La Fiom (nonostante le resistenze e le ostilità della Cgil,
appiattita su una posizione pro-Tav a prescindere) ha saputo ascoltare,
raccogliere e rilanciare quella richiesta proveniente dai lavoratori. Si è
messa al servizio, come dovrebbe essere peraltro il compito di un sindacato, dei
suoi iscritti e del movimento dei lavoratori. Il risultato di questo felice «connubio»
è stato il grande sciopero generale del 16 novembre, quando settantamila
persone hanno partecipato a quella mobilitazione. E poi ancora, per sottolineare
che quella valsusina non è una «fissazione» localistica e tantomeno un
attacco di «sindrome di nimby» (acronimo inglese che sta per «not in my
backyard», «non nel mio giardino) ecco che la valle si sposta a Torino.
Prima con una delegazione assai numerosa e chiassosa allo sciopero generale
contro la finanziaria e poi con la oceanica manifestazione del 17 dicembre.
Torino tappezzata di bandiere no Tav, in un corteo colorato e con delegazioni da
tutta Italia. Gran finale al parco della Pellerina, con Dario Fo e Marco Paolini.
Una comunità intera in marcia, a sottolineare la trasversalità di questo
movimento. Contro l'alta velocità in val di Susa, infatti, si sono schierati
tutti: cittadini anziani e giovani, vecchi partigiani, studenti, donne e
lavoratori. Ci sono i sindaci e gli amministratori locali, uniti a prescindere
dal colore politico. Perché questo progetto che sventrerebbe la montagna tanto
cara ai valsusini non piace proprio a nessuno. A cominciare dal tunnel di Venaus,
diametro di sei chilometri: sarebbe la galleria di emergenza, parte integrante
di quest'opera faraonica. Un progetto «fondamentale» per il governo Berlusconi
e anche per la presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso e per tanta
parte del centro sinistra. «L'utilità di quest'opera - dice Bresso - non tocca
agli abitanti della val Susa metterla in discussione. L'Unione europea, lo stato
italiano, lo stato francese, la regione Piemonte la pensano diversamente.
L'economia - aggiunge Bresso - va sempre più avanti sulla logistica. Si
producono servizi, cioè modificazioni di beni che arrivano dall'estremo
oriente, dall'India, dall'Africa, confezionamenti, montaggi. Inoltre il
Mediterraneo è lì, dalla Cina, dall'Africa, dall'India si verrà sempre di più
attraverso il Mediterraneo: il porto di Genova, Barcellona, Marsiglia, Trieste.
Il corridoio 5 è il grande asse al di sotto delle Alpi di ridistribuzione delle
merci. Uno può dire che non gliene frega niente, però l'analisi che fa
l'Europa, che facciamo noi è diversa».
In realtà questo movimento non si è mai posto di fronte alla linea ferroviaria
ad alta velocità Torino-Lyon con un atteggiamento di ottuso rifiuto. Ha invece
sempre cercato il dialogo con le istituzioni e soprattutto ha offerto proposte
alternative al progetto sponsorizzato da governo, regione e provincia. «Esiste
una proposta diversa che ci convince di più - sostengono i valligiani - E'
quella pensata da ferrovie francesi e italiane qualche anno fa. Si tratta di un
intervento sulla linea ferroviaria storica che costerebbe 750 milioni di euro.
Con questo intervento si aumenterebbe la capacità di trasporto dagli attuali 8
milioni di tonnellate di merci a 20 milioni. E questo nonostante il trasporto
merci sia in diminuzione. I lavori potrebbero essere compiuti in 12-15 mesi».
FORUM
Quando il bene è comune
I consigli comunali della val Susa in seduta
straordinaria in piazza a Torino, i blocchi stradali e ferroviari, lo sgombero
violento del presidio di Venaus e la sua riconquista, lo sciopero generale, le
fiaccolate notturne e le decine di migliaia di persone in corteo, l'imbarazzo
del centrosinistra. Istantanee di un anno ad alta mobilitazione sociale
Si aprono oggi in val Susa i cancelli del grande Cortile.
Commentatori molto informati hanno a lungo irriso alla gentucola da cortile, ai
difensori del famoso back-yard che molte popolazioni non avrebbero voluto aprire
al nuovo, alla vaporiera del progresso. Essi, gli autori di sapienti editoriali,
trovano ridicolo il nostro desiderio di non avere sporco & guasti e
lo descrivono con una parola ormai famosa: Nimby, «not in my back-yard» (non
nel mio cortile). Scherzo per scherzo, è il cortile, un cortile più grande di
una Valle, grande quasi come uno Stivale che viene richiamato nel titolo della
kermesse. Esprime molte culture diverse. Diverse tra loro, ma tutte estranee al
pensiero unico (il profitto, il potere) di quelli che hanno deciso con
disinvoltura del cortile degli altri. Tav in val Susa è stato deciso molti anni
fa, per servire interessi forti, camuffati da esigenze di trasporto, soprattutto
di merci. L'argomento che si sente sempre ripetere, dal governo, dai governanti
locali, è quello che ormai si è deciso e non si torna indietro. Se no che
figura si fa? Prodi, il candidato del centro sinistra ha però un merito,
soprattutto. Ha sempre cercato di imparare, non ha mai smesso, e così non si è
mai vergognato di cambiare idea. Sa che i tempi sono rapidi e le prospettive di
ieri domani non varranno più.
Ci sono almeno tre aspetti su cui riflettere e al Cortile lo sanno bene. Uno è
l'ambiente. Un'opera gigantesca, come il treno ad alta velocità che attraversa
val Susa sottrae risorse preziose come l'acqua, libera inquinanti come l'amianto
e l'uranio, occupa territorio scarso, provoca disordine ecologico per 10 o 15
anni di lavori; e per sempre, se si guarda all'impronta lasciata sul
terreno. Il Cortile è un ambiente fragile, come è fragile tutto il pianeta.
Quanto tempo reggerà prima che per l'effetto serra si spezzi qualcosa in modo
irrimediabile? Nessuno lo può dire con certezza. e per questo occorre essere
cauti. L'ambiente di tutti si difende a partire dal cortile di casa. Cortili di
tutto il mondo, unitevi.
L'ambiente è un bene comune di cui i poteri vogliono impadronirsi. Chi siano
questi poteri è presto detto. Per l'alta velocità possiamo partire dalla
triade Fiat-Eni-Montedison che quindici anni fa si erano già spartite le tratte
principali. Binari futuri e traversine immaginate, ma miliardi tanti; e subito.
Il capitale, tutto pubblico, arrivava dallo stato alle sue ferrovie, per poi
ripartirsi nei rivoli del grande capitale. Dopo di allora le vicende non sono
cambiate. Sono cambiati alcuni nomi. E questo è il secondo punto sul quale
occorre riflettere.
Non era la prima volta. L'episodio più famoso nella storia delle espropriazioni
di beni comuni è quello della recinzione delle terre comunali da parte dei
latifondisti inglesi. Naturalmente i sapientissimi commentatori ripeteranno che
proprio da lì nacque l'industria manifatturiera e poi tutta la modernità, la
ricchezza dei nostri giorni. Ammetteranno - sono veri spiriti liberi, loro - che
tutto questo causò una tremenda sofferenza nelle classi che stavano diventando
operaie: una sofferenza lunga generazioni, di fame e di miseria. E' un modello
irripetibile. Il globo regge sempre meno i colpi delle enormi macchine moderne.
Inoltre i capitalisti vogliono per sé il territorio di tutti, ma cercano di
sfuggire con il loro modello finanziario all'economia della produzione.
Costruire, sia linee ferroviarie ad alta velocità , sia qualsiasi altra
infrastruttura, è un fine in sé. La commessa durerà molti anni, il lavoro si
compirà senza concorrenti. Il prezzo sarà pagato dalla comunità nazionale,
dopo essersi rivalutato quattro o cinque volte, attraverso la fiscalità
generale. La politica dirà che la discussione è già stata fatta; i grandi
giornali, l'intellettualità del pensiero generico, sempre uguale a se stesso,
riderà dei Cortili.
Il risultato finale non interessa, importante è solo fare, non far girare i
treni dopo. Ovvio che non gli si può dire niente. Se hanno aggirato la legge,
per esempio saltando la Via, chi lo deciderà, se non il governo centrale o
locale con cui hanno stretto patti definitivi? Così la sgangherata soluzione -
il treno che dovrebbe correre per l'Europa a tutta velocità con cinque
scartamenti diversi - è solo la premessa di ulteriori investimenti a perdere.
Vi dicono che è un pezzo dell'Alta velocità. Però poi spiegano che senza di
essa l'Italia sarà tagliata fuori dai commerci. E i commerci viaggiano in
camion oppure in treno. Ma il treno ad Alta capacità (Ac) non esiste in Europa.
In Europa, solo linee merci. L'Ac esiste solo in Italia (?) e serve appunto a
riempire di demagogia industriale una missione inesistente.
Il grande Cortile è attaccato continuamente come luogo di pericoli. Lo ha fatto
con subdolo candore il ministro Beppe Pisanu, alla vigilia delle Olimpiadi. Lo
ripete il Corriere della Sera descrivendo da par suo la situazione che
oggi si apre «Cortei e presidi, timori per il summit dei no-tav». Il
quotidiano esprime certo il pensiero benpensante di una parte dei suoi lettori,
ma anche quello dei suoi proprietari, i padrini della Tav.
ACQUE ALTE
L'imbroglio del Mose
PAOLO CACCIARI
Far capire la crescente avversità di gran parte della
popolazione veneziana al Mose fuori da Venezia è impresa ardua. Ma l'«assemblea
permanente» che coordina numerosi gruppi e comitati sembra avere la pazienza e
la tenacia necessaria. Le dighe mobili che dovrebbero riuscire a separare il
mare dalla laguna in caso di alte maree eccezionali sono state accompagnate per
più di trent'anni da una overdose di retorica: «Opera epocale» (ripete
Berlusconi alle televisioni), «Il primo progetto di una nuova generazione di
opere pubbliche che pongono la tecnologia al servizio dell'ambiente» (ebbe a
dire il primo ministro Craxi in Palazzo Ducale il 10 novembre 1986). In realtà
sono un colossale imbroglio: le dighe non fermerebbero le «acque alte» più
frequenti (inferiori a 110 centimetri) e più dannose per la lenta corrosione
delle strutture portanti in laterizio degli edifici e per la progressiva
erosione dei terreni barenosi e dei bassifondali lagunari. Il Mose è un pessimo
tentativo di compromesso tra la necessità inderogabile di ridurre nelle quantità
e nella velocità l'entrata delle maree riducendo le portate delle quattro
bocche di porto che collegano il mare alla laguna, con gli interessi della
portualità industriale di Porto Marghera e passeggeri che richiedono invece
canali profondi e ben dragati. Inoltre la mancata bonifica dei siti industriali
contaminati e il ridotto disinquinamento dei corsi d'acqua sversanti in laguna
da un bacino idrogeograficoesteso e antropizzato (oltre cento comuni di tre
provincie) sconsigliano di ridurre le portate di acqua scambiate e «ripulite»
gratuitamente ogni sei ore dalle maree. Insomma, alternative al Mose meno
impattanti, più sperimentali e più graduali ci sarebbero e sono state anche
recentemente presentate dall' Amministrazione comunale: interventi di «dissipazione»
e di contenimento della forza delle maree entranti tramite rialzi dei fondali e
restringimenti delle sezioni delle bocche di porto, nonché opere provvisorie
(cassoni autoaffondanti) e rimovibili stagionalmente. Per di più queste
soluzioni sarebbero anche molto più economiche del «mostro tecnologico» del
Mose: 4.300 milioni di euro per nove milioni di metri cubi di pietre, otto di
cemento, 79 paratoie di ferro «a scomparsa», incernierate venti metri sotto il
livello del mare, difficili da manovrare, costosissime da manutenere,
drammaticamente impattanti in zone ecologicamente delicatissime. Tanto che
finalmente anche la Commissione europea ha dato avvio alle procedure di
infrazione contro lo stato italiano per difendere due Zone di protezione
speciale e di interesse comunitario (oasi naturalistiche gestite da Lipu e WWF)
che i costruttori del Mose hanno ben pensato di utilizzare come «area di
cantiere».
La richiesta di sospendere i lavori preliminari iniziati un anno fa viene da una
petizione popolare di 12 mila firme raccolte dall'«assemblea permanente No Mose»,
dalle associazioni ambientaliste e dalle forze politiche della sinistra (ma
anche parte della Lega e di An). Divisa invece la Margherita che però, forte
della maggioranza relativa in Consiglio Comunale, paralizza ogni presa di
posizione chiara e ufficiale dell'istituzione locale. Del resto è bene
ricordare che il prima via libero al progetto esecutivo fu dato durante gli
ultimi respiri del governo Amato, superando un giudizio negativo della
Commissione nazionale Via. Ciò spiega perché, nonostante le insistenti
pressioni locali, nel programma di Prodi non vi sia una parola sulla questione.
Così come, del resto, sulla Tav e su altri megaprogetti. Ciò conferma la
pericolosa distanza che separa i desideri della base elettorale dell'Unione e i
suoi vertici. Forse non ci si è interrogati abbastanza sulla discrasia tra
risultati elettorali locali e nazionali. La differenza, forse, non la fanno solo
le televisioni di Berlusconi, ma una visione dello sviluppo e delle
infrastrutture omologata, superficiale, subalterna agli interessi delle cordate
dei costruttori e dei loro «consorzi temporanei di impresa». La prima «riforma
radicale» di Prodi? Dovrebbe essere quella per restituire autonomia e quindi
autorevolezza al Consiglio superiore dei lavori pubblici, all'Agenzia per
l'ambiente, alle Commissioni per le Via, agli organismi di consulenza
scientifica dello Stato, ai ministeri e ai loro uffici periferici oggi
totalmente travolti e fagocitati dagli interessi delle imprese.
In Friuli la Tav
passa a sinistra
Non solo val di Susa. A Monfalcone è attivo il
comitato contro il Corridoio 5, l'altro versante dell'alta velocità
ferroviaria. Quella che andrà da Torino a Trieste. La soluzione alternativa?
Come per la Torino-Lione è quella di modernizzare le linee esistenti. Ma il
progetto «Illy-Berlusconi» divide anche la sinistra radicale. Qualche
argomento contro il partito-virus del debito pubblico occulto
MATTEO MODER
Il Comitato contro il Corridoio 5 (Ccc5), nato a Monfalcone
due anni e mezzo fa e sostenuto in questa sua lotta dal Wwf regionale, ha
espresso la propria solidarietà alla popolazione della Val di Susa che, con in
testa i propri sindaci, resistono civilmente alla costruzione della linea
ferroviaria ad Alta velocità. Il Corridoio 5 rientra tra le priorità dei
governi italiani dal 1994, quando il Consiglio europeo sancì la necessità di
realizzare infrastrutture per il trasporto di merci e persone lungo la
direttrice Barcellona, Lione, Torino, Trieste (in seguito estesa a Lubiana,
Budapest, Uzgorod, Kiev). Nel 2001 il governo Berlusconi inserì il Corridoio 5
tra le grandi opere, grazie alla legge «Obiettivo». La tratta italiana
definita nel decreto del 2002 prevede il potenziamento della tratta autostradale
da Torino a Trieste, e la realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta
velocità ed alta capacità (Av/Ac) che inizia in Val di Susa e termina presso
la stazione di Trieste Centrale. «Se in Val di Susa - spiega Georgina Ortiz,
portavoce del Ccc5 - i sindaci sono sempre stati dalla parte dei cittadini da
loro rappresentati, qui in regione è bastata una vaga promessa di un tracciato
alternativo per il solo Mandamento monfalconese per zittire la loro voce. Al
solo annuncio dello studio per uno spostamento della linea il consigliere
regionale Gherghetta ha affermato che non c'era più nulla da rivendicare, nulla
contro cui combattere. Oggi sappiamo - continua - che questo progetto, del quale
i cittadini non sono mai stati correttamente informati, sposta soltanto il
problema in altri comuni senza nemmeno affrontare la questione delle gallerie
carsiche, equiparabile agli scavi della Val Susa. E' sbalorditivo come questo
voltafaccia dei sindaci del monfalconese sia coinciso con l'elezione di Riccardo
Illy al governo della regione, anche se di fatto il problema è rimasto grande
come una montagna».
Il Ccc5 si oppone da sempre ad una linea ferroviaria ad Alta velocità, dal
Piemonte a Trieste, per motivi economici, tecnici, ambientali e sociali che
forse, grazie alla mobilitazione della popolazione della Val di Susa, sono
riusciti ad emergere dal silenzio che finora ha avvolto l'intera questione.
«Come sostengono anche i sindaci ed i rappresentanti delle Comunità montane
della Val di Susa - aggiunge Georgina Ortiz - con costi fino a 20 volte
inferiori ed in tempi molto più brevi è possibile spostare il traffico merci
su ferrovia, ottimizzando le linee esistenti. E questo vale anche per i nostri
territori». In Friuli Venezia Giulia ci sono importanti tratti ferroviari a
binario unico e privi dei moderni sistemi di sicurezza (ciò significa che sono
potenzialmente a rischio di incidenti). «Anziché andare incontro alle necessità
dell'utenza modernizzando queste linee - racconta la portavoce del Ccc5 - Rete
Ferroviaria Italiana decide di sopprimere linee locali, mentre sui quotidiani
regionali si leggono giornalmente le lamentele dei pendolari per i ritardi, le
soppressioni di convogli, lo stato di sporcizia e sovraffollamento delle
carrozze. E la Regione dà una mano a lavoratori e studenti aumentando i prezzi
del trasporto pubblico urbano ed extra-urbano. Invece di affrontare i problemi
del trasporto pubblico regionale - sottolinea Ortiz - il governatore Illy non
trova di meglio che chiedere al governo Berlusconi, insieme alla collega
piemontese Bresso, la nomina di un Commissario per l'intera tratta italiana del
Corridoio 5: nemmeno Lunardi era mai arrivato a tanto. Invece che coinvolgere le
comunità locali - aggiunge - i due presidenti regionali chiedono al governo
centrale di decidere ancor più verticisticamente, azzerando l'autonomia delle
regioni». La regione Friuli Venezia Giulia, inoltre, ha approvato una legge
regionale in materia urbanistica, anche grazie al voto favorevole di
Rifondazione comunista, che ha «lo scopo di preservare la possibilità di
realizzare infrastrutture strategiche ovvero di dotare la Regione di strumenti
che ne facilitino la realizzazione». Questa norma per il Ccc5 costituisce «una
delega in bianco all'asse Illy-Berlusconi per la costruzione del Corridoio 5,
come è stato scritto da Wwf, Italia Nostra, Istituto Nazionale di Urbanistica,
ecc. Ci hanno deluso in particolare - conclude Ortiz - i consiglieri regionali
della sinistra, che ci hanno fatto credere di essere dalla nostra parte e invece
non si sono opposti a questa pessima legge. Nel centro-sinistra l'unico voto
contrario alla legge è stato espresso dalla consigliera Alessandra Battellino,
mentre Verdi e Comunisti Italiani si sono astenuti. I tre consiglieri di
Rifondazione Comunista - in netto contrasto con Fausto Bertinotti che si è
dichiarato contrario alla Tav - hanno votato a favore»
Un treno e troppi
scartamenti
ERASMO VENOSI
Un virus si aggira per l'Italia, è quello del partito del debito pubblico
occulto. Ha per sponsor, concessionari e cementieri, tondinari e cooperatori,
intermediari finanziari e rami di grande impresa in declino. Il braccio
operativo di questo «virus-partito» è composto da autorevoli tardokeynesiani
della destra e da alcuni turboliberisti della sinistra. Sponsorizzano qualsiasi
opere pubblica, definita strategica senza alcun vaglio di tipo economico,
finanziario e sociale. Le armi usate sono la legge obiettivo e il project
finance (nell'esperienza italica è l'equivalente d'imbroglio: i privati,
infatti, sono SpA con unico o prevalente azionista pubblico). Questo partito sta
rendendo concrete le congetture dell'economista Roubini che a Davos ha
dichiarato che l'Italia ha buone probabilità per finire come l'Argentina,
scaricando, com'è avvenuto in un recentissimo passato, i costi sul presente e
futuro dell'Italia attraverso la piovra del debito pubblico. L'analisi
retrospettiva degli investimenti infrastrutturali realizzati nell'ultimo
trentennio è sconfortante. Nessuna logica trasportistica ha orientato la spesa
negli investimenti infrastrutturali, ma hanno prevalso fino agli anni `80 le
determinanti macroeconomiche e poi il contenimento della spesa.
La maggioranza delle opere strategiche oggi è ispirata dalla stessa logica, con
l'aggravante dell'irresponsabilità di chi le propone considerata la situazione
di finanza pubblica (indebitamento netto e debito rispettivamente al 4% e 110%
del Pil) e l'andamento dello sviluppo economico (da trenta anni si cresce
mediamente all'1%). Esemplare è il caso delle ferrovie alle quali negli ultimi
15 anni è stato trasferito l'equivalente di un quinto del debito pubblico.
L'effetto prodotto è sotto gli occhi di tutti e l'erraticità della spesa per
investimenti senza alcuna valutazione degli effetti è riscontrato
dall'ulteriore richiesta di Fs nell'ultimo Piano di Priorità degli Investimenti
per 160 mld d'euro!
La comunità europea ha identificato alcuni corridoi multimodali per
l'integrazione, il recupero degli svantaggi competitivi territoriali e infine
per evitare che paesi confinanti facessero investimenti di trasporto incoerenti.
Il corridoio V originariamente definito da Trieste a Kiev, ora è diventato
connettendosi ad ovest, Lisbona -Kiev. E qualcuno, senza alcun ritegno, parla di
connessione con la Transiberiana per arrivare fino a Pechino. La traduzione
italica del concetto di corridoio è: costruiamo nuove linee e soprattutto che
siano molto costose.
Partendo da Lisbona in ferrovia lungo il corridoio V incontriamo la prima
diversità che è rappresentata dalla distanza tra i binari (scartamento) che è
pari a 1.676 mm e l'alimentazione elettrica a 25 kv. Entriamo in territorio
spagnolo e l'alimentazione passa a 3 kv: arriviamo in Francia e cambia lo
scartamento che si «restringe», passando a 1.435 mm e quindi bisogna cambiare
tutti i carrelli e il locomotore perché si passa a 1,5 kv. Sui carri merci,
normalmente si provvede a cambiare gli assi. Ciò è fatto presso le due
principali stazioni di frontiera, a Cerbère/Port Bou sulla costa mediterranea
ed a Hendaye/Irùn sulla costa atlantica. Osserviamo inoltre che i treni merci
non potranno utilizzare né la Madrid-Siviglia che è linea specializzata per
viaggiatori e con scartamento di 1.435 mm e né la Lione-Parigi che è linea
specializzata passeggeri con pendenza massima del 35 per mille. Da Lione quando
nel 2018 (eccellente esempio d'opera strategica !) sarà pronto il tunnel, le
merci viaggeranno a 160 km in galleria. Continuando il viaggio da Venaus a
Zhanoy, al confine ucraino, si devono cambiare di nuovo i carrelli perché lo
scartamento «cresce» passando a 1.524 mm. Nessun traffico viaggiatori
significativo è rinvenibile in tale tratta esistendo la soluzione aerea.
Incidentalmente va osservato che il nostro paese non ha nemmeno un km di rete
ferroviaria utilizzata per il solo traffico merci diversamente da: Germania
(6.861 Km), Francia (7.791), Finlandia (1.909), Svezia (1.762), Belgio (597),
Austria (524).
Sarebbe interessante valutare l'opportunità di dedicare a linea di solo
trasporto merci, previo potenziamento e valorizzazione di quell'asse parallelo
alla trasversale padana , costituito dalla «pontremolese» e dalla «mediopadana»
che connetterebbe anche le portualità dell'alto Tirreno e dell'Adriatico.
Attraverso poi la nuovissima ferrovia «pontebbana», Udine -Tarvisio e poi in
Carinzia e su verso Vienna, proseguendo verso Budapest. Il corridoio V esiste già,
ma questo impedisce di investire risorse pubbliche per un importo pari a 40 mld
d'euro. Il costo industriale linea Av da Trieste a Jean de Maurienne. Se il
decisore pubblico fosse realmente interessato alla diversione modale nel
trasporto merci, da tempo avrebbe redatto un Piano merci.
TUTTI I NUMERI
DEL PONTE DI MESSINA
Se sulla Tav il dibattito è ancora aperto, almeno
sul ponte di Messina il programma dell'Ulivo sembra più deciso: non si farà. E
meno male, perché l'opera, che ha registrato anche la bocciatura dell'Ue, si
stima dovrebbe costare sui 6 miliardi di euro, con lavori che dureranno
almeno sei anni. Il ponte sarà lungo 3.300 metri e largo 70, avrà
strutture portanti di acciaio che peseranno 166 mila tonnellate e le torri
saranno alte 376 metri, ognuna delle quali poggerà su una coppia di
piloni di circa 80 mila metri cubici, con 55 metri di diametro in
Calabria e 48 in Sicilia, che penetrano nel terreno per 55 metri.
Sul mare incomberanno 100.000 tonnellate di cemento armato a 64
metri sul livello del mare, per sostenere 10 corsie stradali e 2 ferroviarie.
Il ponte ad unica campata sarà sostenuto da una ragnatela di cavi collegati a
due laterali, ognuno di 1,2 metri di diametro, lungo 5,5
chilometri e ancorato a un basamento che si spinge nel terreno per 50
metri di profondità.
TUTTI I NUMERI
DEL MOSE DI VENEZIA
Il Mose, il progetto delle opere per la regolazione delle
maree di Venezia, costerà 4.300 milioni di euro. Si stima che la
gestione dell'intero progetto costerà, invece, 10 milioni di euro
l'anno. Per costruire la complicata struttura che dovrà proteggere come una
barriera la città di Venezia dalle acque alte, verranno utilizzati 9
milioni di metri cubi di pietre, 8 di cemento, 12.000 pali, 157
enormi cassoni di cemento armato sotterrati, 79 paratoie di ferro «a
scomparsa». Il Mose, concepito 25 anni fa, dovrebbe proteggere la città
lagunare dalle maree superiori ai 110 centimetri di acqua. Ma maree di
questo tipo non sono molto frequenti, e secondo le previsioni del massimo
organismo scientifico intergovernativo (Ipcc) che sta studiando gli effetti del
surriscaldamento globale dovuto ai gas climalteranti e che prevede un
innalzamento «più probabile» del livello medio dei mari di 52
centimetri al 2.100.
GRANDI OPERE
La rete dei «cortili»
ALBERTO ZIPARO
La grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto di
qualche settimana fa ha chiuso una fase assai intensa e fertile della lotta
contro la realizzazione dell'infrastruttura insostenibile per
antonomasia. Suggellata dal gemellaggio tra la rete No Ponte e i comitati No Tav
della Val di Susa: incontro da cui è scaturita la richiesta al nuovo governo di
cancellazione della Legge Obiettivo, di moratoria di tutte le grandi opere del
fallimentare programma infrastrutturale Berlusconi-Lunardi e di promozione di un
nuovo piano generale dei trasporti, costituito non da una lista di lavori, ma da
strumenti che muovano dalla valorizzazione delle reti esistenti, nonché dalla
reale domanda sociale di mobilità. Un piano partecipato e sostenibile, segnato
da innovazione culturale e tecnologica, in grado di provvedere alle diverse
domande di trasporto con la logistica e le modalità più opportune, dal
completamento efficiente delle reti ferroviarie alle autostrade del mare, al
trasporto aereo passeggeri anche per le tratte di media distanza, alla
risoluzione dei nodi urbani e metropolitani; con forte limitazione del traffico
su gomma e dei vettori maggiormente inquinanti e insostenibili. Uno strumento
siffatto potrebbe realizzarsi in un anno, con il coinvolgimento degli abitanti,
specie dei contesti maggiormente interessati da eventuali nuove opere, anche per
il ripristino della democrazia nei settori ambientale, territoriale e
trasportistico: proprio ciò che la Legge Obiettivo nega, nell'illusorio
tentativo di opporre arroganti quanto velleitari decisionismi a procedure
gestionali consolidate; che, pur se defatiganti, sono conditio sine qua non
per comunicare, comprendere e decidere circa gli effetti delle operazioni
proposte.
Il fiasco della Legge Obiettivo (che il governo cerca di occultare usando titoli
e risorse pubbliche per una grottesca propaganda di tipo elettoralistico su
radio e tv) dimostra che oggi è pressoché impossibile trasformare il
territorio senza il consenso delle popolazioni interessate. Dalle sedi naturali
del governo, le semplificazioni normative hanno sostanzialmente spostato le
reali istanze decisionali in ambiti esterni rispetto alle istituzioni
democratiche preposte. Fino agli scontri, come in Val di Susa. Con il
fallimentare esito realizzativo che è sotto gli occhi di tutti (non si è fatto
nient'altro che la prosecuzione della Salerno-Reggio Calabria e della Tav
Milano-Napoli, già avviate dai governi precedenti). Contro tutto ciò si
formato un coordinamento dei comitati di lotta, che si è incontrato lo scorso
fine settimana a Venezia.
Il nuovo Piano nazionale dei trasporti, partecipato e sostenibile, dovrebbe
essere invece il primo di una serie di strumenti pianificatori che vanno ad
informare i settori strategici dell'economia e dell'ambiente: dall'energia ai
rifiuti, al territorio, all'agricoltura, al turismo, al paesaggio. Con una
logica politicamente e scientificamente innovativa, di interpretazione delle
dinamiche sociali, di sostenibilità, di decentramento di decisioni e azioni. In
questo quadro il nuovo esecutivo può aprire una vertenza anche con l'Europa,
per quanto riguarda le caratteristiche dei «corridoi trasportistici» e la loro
efficacia tecnologica. Le relazioni di mobilità non necessitano più come un
tempo di attrezzature connotate da effettiva continuità fisico-spaziale: il «corridoio»
oggi può essere virtuale, disegnato con continuità logistica, per cui ogni
segmento può essere coperto dal vettore modale tecnologicamente ed
economicamente più efficace. Così si può scoprire che non c'è alcun bisogno
della Tav in val Susa.
ARRIVANO ANCHE I
BASCHI NO-TAV
Si chiama Aht Gelditu! Elkarlana ed è il coordinamento di
associazioni che in Euskal Herria, cioè nei paesi baschi, si oppone al progetto
di alta velocità. «Quello del Tav - dicono i rappresentanti del coordinamento
- rappresenta il progetto più controverso e contestato di questi anni a causa
della gravità dei suoi impatti ecologici, agrari, sociali, economici e
territoriali». Manifestazioni si sono svolte anche recentemente a Bilbo
(Bilbao) per «dire un no deciso all'imposizione di questo macro-progetto e per
fare recedere il governo basco dal progetto ma anche per chiedere al governo
spagnolo di fermare questo progetto». Differenti organizzazioni, movimenti
sociali e gruppi di cittadini dei paesi interessati hanno realizzato
mobilitazioni ed attività di denuncia, alternando la partecipazione dei
distinti settori sociali che confluiscono nell'opposizione al tav. Il progetto
è conosciuto per la sua forma a «Y» e rappresenta insieme al corridoio
navarrese ad alta velocità un'opera fortemente criticata dalle associazioni
ambientaliste e dalla società civile. Ventiquattro attivisti del coordinamento
sono stati condannati a 24 mesi di prigione per aver partecipato a una
manifestazione di protesta pacifica. Contro la Y basca si schiera anche la Rete
per un treno sociale (di cui fanno parte le seguenti organizzazioni: Ela
Stee-Eilas, Ehne, Lab, Esk, Hiru, Cgt, Eguzki, Ekologistak Martxan, Kalapie, Eka,
Lurra Deialdia, Gezia Fundazioa, Zutik, Aralar, Batasuna, Ezker Batua, Angiozar
Batzarra, Anv-Eae. La Rete ha presentato proposte alternative all'alta velocità
ed è per questo che chiede al governo basco di avviare un confronto con le
associazioni e la popolazione.
LA TURCHIA E LA
DIGA SUL TIGRI
La città di Hasankeyf ha oltre 5 mila anni. E'
costruita nella roccia, sulle montagne che sovrastano il fiume Tigri, in
Kurdistan. Per la sua importanza storica e archeologica è stata definita dall'Unesco
patrimonio dell'umanità. Dopo un primo tentativo di costruire proprio sul Tigri
una diga, la diga di Ilisu, il governo turco aveva dovuto cedere di fronte alle
pressioni anche internazionali contro un'opera che avrebbe distrutto uno dei
luoghi più importanti dell'antica Mesopotamia. Ora però il governo di Ankara
ci riprova. E anche questa volta con il sostegno e il pieno coinvolgimento di
imprese europee. Prima della vittoria del movimento ambientalista nel 2002, le
compagnie coinvolte nella costruzione della diga di Ilisu erano, tra le altre,
l'inglese Balfour Beatty e l'italiana Impregilo (quella che si è aggiudicata
l'appalto per il Ponte sullo stretto). Ma la campagna ambientalista ha costretto
le imprese a ritirarsi. I nuovi tentativi vedrebbero coinvolta la tedesca
Siemens, attraverso una compagnia che sta per acquisire e che ha un contratto
con il governo turco per la costruzione della diga di Ilisu. Il governo di
Ankara sostiene che la diga è indispensabile perché contribuirebbe alla
produzione di energia. Ma in realtà la produzione sarebbe molto bassa rispetto
al fabbisogno energetico del paese. Quello che invece è certo è la distruzione
di Hasankeyf se la diga sarà realizzata. L'antico sito verrà infatti
completamente sommerso dalle acque. Stessa sorte capiterà a diverse decine di
villaggi, con il risultato che almeno 78 mila persone saranno costrette a
lasciare le loro abitazioni. La diga inoltre è pensata per avere una vita di
appena cinquanta, massimo settant'anni.
IRLANDA
Un'autostrada sulle terre del mito
Dalla ricerca dell'«arca» allo scempio a tre corsie
ORSOLA CASAGRANDE
Giorno di natale del 1900. Sulla collina di Tara, nella
contea di Meath, un uomo e una donna esaminano i danni provocati al vecchio sito
archeologico. Sono Maud Gonne (attrice, militante per l'indipendenza, fondatrice
con Yeats dell'Abbey theater, moglie di John McBride, uno degli eroi della
rivolta di Pasqua del 1916 fucilato dagli inglesi) e Arthur Griffith, direttore
di The United Irishman e futuro co fondatore del partito Sinn Fein. I
danni erano stati provocati da uno strano gruppo, noto come la British-Israel
association di Londra. Il gruppo aveva un'altrettanto bizzarra motivazione per
lo scempio dell'antico sito: la ricerca della leggendaria Ark of the Covenant
(arca dell'alleanza). Il gruppo infatti credeva che la razza anglo-sassone
discendesse dalle antiche tribù perdute di Israele e che di conseguenza gli
inglesi avevano il diritto di governare il mondo. Aiutati dai latifondisti
locali, gli israelo-britannici decisero che l'Ark of Covenant fosse stato
sepolto a Tara e che quindi andasse recuperato. Griffith indagava sui danni in
qualità di giornalista: era la prima volta che i media si interessavano di
questo sito dai richiami epici e mitici. The United Irishman aveva anzi
avviato una campagna per la difesa di Tara. Oltre un secolo dopo la mitologica
Tara è nuovamente in pericolo. Questa volta a scavare non sono sette, ma il
governo che ha ordinato di costruire la nuova autostrada proprio accanto a Tara.
Ma la popolazione si è mobilitata contro il progetto di costruzione della M3,
che sventrerebbe nei fatti la mitica collina. Oggi sono i cittadini di Meath a
ricalcare le orme di Griffith, Maud Gonne, WB Yeats che pensavano a Tara come
alla possibile capitale di un'Irlanda indipendente.
Del resto Tara (che si trova a 48 chilometri da Dublino) con i suoi oltre
cinquemila anni di storia, era stata la prima capitale dei Firbolg, il mitico
popolo di Bag che arrivò in Irlanda in fuga dalla Grecia dove era stato ridotto
in schiavitù e costretto a portare terra in grossi sacchi. I Firbolg
costruirono delle barchette con i sacchi e si diressero prima verso la Spagna e
poi in Irlanda. Qui governarono fino a quando ebbero il sopravvento i Tuatha de
Danaan (il popolo della dea Danu). Tara fu poi capitale dei Milesiani, noti
anche come gaelici, arrivati in Irlanda, si dice, 1500 anni prima della nascita
di Cristo. I ritrovamenti confermano che Tara era attiva già oltre cinquemila
anni fa. Gonne, Yeats, Griffith riuscirono agli inizi del `900 a mobilitare la
gente d'Irlanda in difesa del sito archeologico. Ma l'impeto e l'ardore di
allora sono oggi meno accesi. O meglio, la risposta a livello di base è buona:
la comunità infatti si sta mobilitando in difesa di Tara. Ma per troppi anni
quell'importante sito è rimasto nel dimenticatoio, volutamente lasciato al
degrado da governi che non hanno valorizzato quei luoghi mitologici. Il vicino
New Grange, infatti, è oggi fortunatamente molto ben conservato, e così i Céide
Fields, nella contea di Mayo. Tara invece è rimasta abbandonata a se stessa.
Eppure è in questa collina che la testa e lo scudo d'oro del grande Cu Chulainn
sono stati portati dopo l'ultima battaglia del mitico re. Ed è proprio in
questa valle, la Gabhra Valley, dove i Na Fianna (i guerrieri del re) hanno
combattuto la loro ultima battaglia, che è prevista l'autostrada.
Nel 1798 (durante la rivolta degli United Irishmen guidati da Wolfe Tone contro
il dominio britannico) morirono a Tara 500 ribelli e uno degli uomini uccisi è
stato immortalato nel memoriale di Tulach ant Solais a Oulart Hill, contea di
Wexford. E infine è a Tara che Daniel O'Connell ha tenuto, nel 1843, il suo
spettacolare incontro (vi parteciparono 750 mila persone) nel quale si
respingeva l'Atto d'Unione (all'Inghilterra).
ITALIA
Un forum di pratiche ed esperienze diverse
La contaminazione tra sindacato e movimenti
GIORGIO AIRAUDO *
Nei giorni di Venaus, a dicembre, quando il movimento
dilagando in Val Cenischia riconquistò pacificamente per tutti quel sito e il
diritto a una proposta che contempla anche l'alternativa al alta velocità in
val di Susa, è nata l'idea di un confronto da realizzare in valle che
consentisse di immaginare risposte a un moto popolare che ancora oggi si domanda
come sia possibile che la politica possa non tenere conto di un intera comunità
con la quasi totalità delle proprie rappresentanze sociali e tutte le sue
istituzioni locali. Schieramenti politici che appaiono divisi, tranne alcune
ali, più sulle forme del decisionismo che sulle ragioni, sui conti e sui costi
sociali e ambientali del alta velocità in val di Susa. Quindi il forum come
occasione per realizzare anche nel confronto tra esperienze e pratiche di
movimento diverse una risposta politica che consenta di valorizzare e non
disperdere una domanda di partecipazione democratica che per noi della Fiom-Cgil
è un punto di contaminazione tra quel movimento e la nostra pratica sindacale.
Restituire la decisione alle lavoratrici e ai lavoratori nei luoghi di lavoro
sugli atti negoziali e decidere con le comunità locali, non contro di esse,
sono per noi la stessa idea di cittadinanza.
In un paese come il nostro, che perde capacità competitiva in tutti i settori
strategici, a partire dalle produzioni industriali, e che ha una finanza
pubblica limitata, è indispensabile che si definiscano le priorità e che venga
verificato il rapporto tra costi e benefici visto l'alto costo dell'opera in val
di Susa (da 13 a 40 miliardi di euro per i prossimi venti, venticinque anni)
anche alla luce delle risorse di cui dispone il Paese. Se si vuole contrastare
il declino dell'Italia si deve investire, anche con risorse pubbliche,
nell'innovazione di prodotto. Le priorità devono essere date ad una
ricostruzione della struttura industriale innovando processi e prodotti in
relazione ai limiti ambientali, al miglioramento dei diritti nel lavoro e alla
qualità della vita e delle relazioni sociali. Tutto ciò è ancora più
evidente visto da Torino, città oggi interessata e coinvolta
dall'evento-spettacolo olimpico, ma da quattro anni capitale italiana della
cassa integrazione e della crisi del sistema industriale italiano, a partire
dalla Fiat.
E allora la mobilitazione della val di Susa è anche un'occasione per il
movimento sindacale per sapere se le risorse pubbliche disponibili vadano
impiegate per immaginare un futuro da paese «attraversato dalle merci» o
invece utilizzate per produrre nel nostro paese buoni prodotti che diano buon
lavoro e che contrastino la «guerra dei poveri» della delocalizzazione. Per
fortuna qualche riflessione e ripensamento sul rapporto con il movimento della
val di Susa, dopo il «gelo» degli scorsi mesi, si sta riaprendo sia in Cgil
che in Cisl, per quanto si tratti di rapporti ancora timidi e prevalentemente di
metodo. La «vertenza» della val di Susa è un caso nazionale che interroga il
paese sul modello di sviluppo, sull'uso delle risorse e della finanza pubblica,
sul modello democratico e sulla capacità della politica di essere governo dei
cittadini. Questa «vertenza» territoriale nel rispetto delle autonomie del
movimento e delle sue componenti anche istituzionali ci vede parte in campo e
per questo la nostra presenza nel movimento e al forum internazionale che si
terra in Val di Susa e a Torino da oggi a domenica è piena, consapevole e utile
al movimento dei lavoratori.
* Segretario Fiom Torino
Quel treno per
l'Africa
Un
progetto di tunnel per collegare Sicilia e Tunisia. 150 km sotto il mare
La prosecuzione del Ponte sullo Stretto Una linea ferroviaria per i treni
merci, da Mazara del vallo a Capo Bon. Il programma dell'Enea piace a Totò
Cuffaro, che l'ha fatto proprio. Ed è finito anche in consiglio dei ministri
GUGLIELMO RAGOZZINO
Oltre al tunnel di 53 chilometri previsto per collegare
Piemonte e Francia, ce n'è anche un altro, tre volte più lungo, all'estremità
dell'Europa. Le talpe scavano e progettano sempre opere più lunghe e grandiose.
Questa volta è un tunnel sotto il Mediterraneo, per collegare Sicilia e
Tunisia, da Mazara a Capo Bon. Un'impresa alla portata di un gruppo di eroici
scavatori, anche se non sembra facile attribuirle una qualche utilità. Ma già
gli economisti antichi, amati da Giulio Tremonti, dicevano che è l'offerta che
crea la sua domanda: se c'è un buco, qualcuno che ci andrà dentro, alla fine
lo si trova. Il tunnel - va detto subito - è rigidamente per le merci. Perfino
i treni saranno guidati da automi. Una protesta della Lega (o del ministro La
Malfa) per l'eventuale arrivo via tunnel di qualche milione di africani non
avrebbe dunque ragione di essere. E veniamo al tunnel, di cui ormai si parla
spesso, con meraviglia incredula. C'è in ballo un progetto preliminare,
rimbalzato tra la Giunta Regionale siciliana e l'Enea, l'Ente pubblico per le
nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente. L'Enea ha steso il programma e la
Regione lo ha ufficializzato nel proprio sito. Risulta anche da più parti che
sia stato portato anche a palazzo Chigi, in consiglio dei ministri, alla fine di
gennaio dell'anno scorso, ma senza che ne sia rimasta traccia. Forse quel giorno
il ministro scava-scava, Pietro Lunardi, era assente.
Può essere utile conoscere meglio questo capolavoro delle «grandi opere» che
per ora il governo è troppo timido per inserire nell'elenco, ma se dovesse
vincere, allora.... Si tratta di 150 chilometri di cui 136 sottomarini. Le due
gallerie (una per ogni senso di transito) e con un diametro di 7,6 metri,
saranno scavate a 45 metri l'una dall'altra. Il mare non ha problemi di spazio.
Tra le gallerie ne correrà una terza di servizio. Tra le gallerie un
collegamento ogni 375 metri.
La costruzione prevede quattro fasi: L'indagine geologica e la progettazione
esecutiva per un tempo di quattro anni; la costruzione del tunnel vero e proprio
per i sette anni successivi, in tre fasi distinte: la messa in opera di quattro
piattaforme sulle quali saranno poi erette isole artificiali; lo scavo e al
tempo stesso la costruzione delle isole; la messa in opera degli impianti, tra
cui la ventilazione, il sistema di drenaggio, le linee elettriche e i vari
collegamenti.
Su questo progetto, si sono costruite molte fantasie. Si è parlato delle isole
come luoghi di divertimento, paradisi fiscali, spazi liberi che la finanza
internazionale potrebbe rivendicare per sé. Poi si è affrontato il problema
costruttivo. E con assoluta serietà imprenditori coreani hanno proposto di
costruire loro le gallerie, magnificando le proprie attrezzature da scavo, talpe
meccaniche, che vanno per la maggiore nella costruzione delle metropolitane e
per attraversare le poche montagne rimaste senza gallerie. Si tratta di talpe
con in testa degli arnesi da taglio che frantumano la roccia e in coda un
sistema per risucchiare e smaltire lo smarino. Lasciando da parte i mirabolanti
aspetti tecnici, la velocità di avanzamento del treno talpa, lungo a sua volta
anche un centinaio di metri, potrebbe arrivare a 15-20 metri al giorno.
Lavorando a tempo pieno per 365 giorni l'anno, il percorso coperto sarebbe di
sette chilometri e più. Due talpe ne coprirebbero 14, forse 15. E in questo
modo in dieci anni, non sette, lo scavo potrebbe concludersi. Certo si potrebbe
scavare anche dalle isole artificiali e in questo modo i tempi verrebbero
felicemente ridotti, pur moltiplicando i pericoli di sempre possibili errori di
calcolo. I coreani si sarebbero detti anche disposti a trovare il finanziamento
dell'opera valutato in 20 miliardi di euro. Ma come si può immaginare il
discorso dei costi viene lasciato da parte come anche l'altro: relativo
all'utilità dell'opera.
Ma «quanto costa?» e «a che serve?» sono domande per menti abiette. L'opera
conta in sé, è un monumento grandioso all'ingegno umano. Cosa c'è di meglio
che fare un buco nell'acqua?
TRAFORI
Il più lungo del mondo
IL TUNNEL DELLA MANICA....
La realizzazione dell'Eurotunnel venne ultimata nel 1994. Ci vollero 4
anni effettivi di lavoro (esclusi incidenti, scioperi, ecc.), che equivalgono a 170
milioni di ore lavorate. Vennero asportati 8 milioni di mc di terreno
e utilizzati 238 km di fibre ottiche. Il tempo di percorrenza medio tra i
due terminal è di soli 35 minuti con treni Eurostar ad alta velocità
che raggiungono i 160 km/h in galleria. Nel tunnel viaggiano nei due
sensi fino a 15 treni mantenuti a distanza di 5 minuti l'uno
dall'altro e controllati attraverso una centrale operativa computerizzata. I
vagoni sono di produzione italiana (Breda-Fiat), a chiusura ermetica, che in
caso di incendio si auto isolano. La media dei passeggeri tra le due sponde è
di circa 30 milioni all'anno, mentre sono 15 milioni le tonnellate
merci.
....E QUELLO SICILIANO
L'ipotesi di costruzione è di un tunnel composto di 3 gallerie
parallele: due esterne per i treni di linea e le navette per le auto, quella
centrale per i servizi. Sarebbe composto di 5 tratti con 4
interruzioni (isole artificiali). Costruito ad una profondità media sotto il
fondo marino di 45 metri, sarà lungo complessivamente 150 Km, di
cui 136 Km sotto il mare. Occorrerebbero 7 anni di lavoro
effettivo, che equivalgono a 400 milioni di ore lavorate. Si dovrebbero
asportare 25 milioni di mc di terreno, e occorrerebbero 600 km di
fibra ottica. Il tempo di percorrenza medio previsto da Capo Bon (Tunisia) a
Pizzolato (Sicilia) è stimato in circa 90 minuti. Trasporterà fino a 30
milioni di tonnellate l'anno.
La carica dei
cinquecento
Da tutta Italia al «grande cortile» dei movimenti in
val Susa: «I politici ci ascoltino»
«A piedi da Susa a Roma» Sono arrivati i No Ponte siciliani e gli attivisti
contro il Mose di Venezia. Ma soprattutto i valligiani che si oppongono alla Tav
ORSOLA CASAGRANDE
INVIATA A BUSSOLENO (Val Susa)
Sono arrivati in auto, in treno, a piedi. La carica dei
cinquecento. Tante (e in serata anche qualcosa in più) sono state le persone
che ieri hanno animato la val Susa, raggiungendo Bussoleno, Susa e Borgone, i
luoghi dei primi tre seminari del «grande cortile», la tre giorni promossa per
discutere di «tutte le val Susa d'Europa». Platee composite per i tre incontri
pomeridiani, che hanno visto una media di 120-130 partecipanti. Un buon successo
di pubblico, una buona risposta all'iniziativa lanciata dai valsusini, che sono
stati ottimi padroni di casa. Naturalmente il grosso dei partecipanti veniva
dalla valle o da Torino, ma c'erano anche nutrite delegazioni da fuori, dalla
Toscana, dal Veneto, dalla Calabria, dal Lazio, dalla val d'Aosta, dalla
Lombardia e oggi ne sono previste altre. Giovani, anziani, donne, uomini.
Assolutamente ben assortiti per genere, età, occupazione. Considerando che ieri
era comunque un giorno lavorativo e che i seminari sono cominciati alle tre del
pomeriggio, è stato davvero un successo. A dimostrazione della voglia che c'è
di parlare, discutere, essere protagonisti delle scelte che riguardano il
proprio territorio, la propria vita ma in ultima istanza la questione più
generale del nuovo modello di sviluppo che si vuole. Non è un caso che i
dibattiti siano stati tutti molto partecipati, non solo numericamente ma
qualitativamente. Nel senso che tantissimi sono stati gli interventi dalla
platea: come del resto volevano gli organizzatori del forum, c'è stata assoluta
interazione tra partecipanti e relatori. Il modello cioè non è stato quello
del classico dibattito dove il pubblico ascolta e al massimo pone qualche
domanda ai relatori. Ci sono stati interventi anche molto articolati, proposte,
richieste. Insomma c'è stato un vero scambio tra i partecipanti. Cosa che si è
vista in modo evidente anche nei momenti socializzanti al di fuori delle sale
dei seminari. Ai bar e poi a Bussoleno alla sera, a cena, è stato il trionfo
del dibattito e della discussione. Uno scambio fitto di idee. Contaminazioni di
realtà e pratiche anche molto distanti. Almeno fino a ieri.
Come ha sottolineato più volte in questi giorni Antonio Ferrentino, presidente
della comunità montana bassa val Susa, il forum internazionale intende essere
un momento di riflessione, discussione e proposta. Su tre questioni soprattutto,
che sono la valorizzazione dello sviluppo locale, la costruzione dei processi
decisionali e l'utilizzo delle risorse pubbliche. «Vogliamo dire la nostra sul
futuro del nostro territorio», dice animatamente una signora di una certa età
che ha fatto «razzia» del materiale informativo no Tav sul tavolo all'ingresso
della scuola di Susa, dove si discute di grandi opere. E subito aggiunge: «Ma
vogliamo soprattutto essere ascoltati da quelli che stanno al governo».
A Bussoleno si discute di partecipazione nella costruzione dei processi
decisionali. Polivalente affollato e molto attento. Che ringrazia con calore e
affetto Alex Zanotelli, applaudito e apprezzatissimo. Molto puntuale come sempre
l'intervento di Paolo Cacciari. Intervengono i calabresi di no Ponte, mentre da
Prato arriva la testimonianza di un movimento di cittadini contro l'ennesimo
inceneritore. Cominciano a fioccare proposte di iniziative, come quella lanciata
da una giovane che insieme «a un gruppo di cittadini, di amici» propone una
marcia («a piedi o in bicicletta») dalla val Susa a Roma, in luglio. Per dire
no alle grandi opere ma anche per dimostrare che un altro ritmo è possibile. A
Borgone di Susa infine si discute di economie locali. Anche qui molte proposte
interessanti, storie, progetti per un futuro sostenibile.
Oggi si parlerà della fragilità del sistema alpino, di contratto mondiale
dell'energia, di grandi opere. A Bussoleno invece ci sarà l'incontro dei
movimenti che racconteranno percorsi di lotta ed esperienze anche
internazionali. Alla sera, grande festa a Venaus, sui terreni liberati. Domenica
infine il grande cortile si sposta a Torino per una assemblea alla sede del
gruppo Abele, dove saranno lanciate le iniziative no Tav future in valle, a
Torino e nazionali.
| JESI Arriva Lunardi, contestato dai No Pav Mentre in val Susa si discuteva di grandi opere e alta velocità, a Jesi il ministro dei Trasporti Lunardi e il viceministro dell'Economia Mario Baldassarri discutevano a loro volta di una autostrada tra Marche e Umbria, affidata alla Quadrilatero spa, una società pubblico-privata.. A bloccare loro la strada un centinaio di attivisti marchigiani, con striscioni con su scritto «No Pav (il Piano di area vasta del Quadrilatero, ndr)-No Tav» e «No alla Quadrilatero spa, la nostra terra non la dovete tocca'». Agli automobilisti sono stati distribuiti volantini per spiegano le ragioni della protesta. Gli attivisti hanno chiamato gli organizzatori del forum in val Susa per spiegare le ragioni della loro assenza e comunicare loro la piena sintonia con la «rete» degli oppositori della Legge Obiettivo e delle grandi opere, dalla Torino-Lione al Mose fino al Ponte sullo stretto di Messina. |