vedi anche Usa, il braccio immune della legge- 14/07/02
Corte penale internazionale, il diktat degli Usa colpo di grazia per le missioni Onu?
liberazione 30/06/02
Gli Stati Uniti hanno per ora messo da parte
l'intenzione di terminare la missione di pace in Bosnia quale
risposta al Consiglio di sicurezza dell'Onu in merito ai poteri
della Corte penale internazionale (Cpi).
Gli Usa hanno però rinnovato la minaccia di ritirare la loro
partecipazione alle missioni di pace sotto l'egida dell'Onu, se
il Consiglio non accoglierà la richiesta di porre i militari Usa
impegnati oltreoceano fuori dalla giurisdizione del tribunale
internazionale che entra in vigore oggi. La Corte penale
internazionale è stata creata per perseguire reati come i
crimini di guerra, il genocidio e gli abusi contro i diritti
dell'uomo. In una sessione di tre ore, domenica, gli Stati Uniti
hanno inizialmente espresso il loro veto a una risoluzione del
consiglio dell'Onu che prorogava il mandato della missione in
Bosnia di altri sei mesi, ma hanno poi appoggiato una seconda
risoluzione che la estendeva fino alla mezzanotte di mercoledì
(ore 6 in Italia di giovedì). La delegazione Usa fa però sapere
che Washington non rinuncerà alla richiesta di immunità e che
questi tre giorni daranno all'Onu il tempo per decidere se
chiudere la missione in Bosnia o rimettere il mandato all'Unione
europea, che in ogni caso dovrà porvi termine entro fine anno.
"Non è una questione su una missione o un'altra, ma sulla
protezione della pace in generale e fino a che non otterremo una
risoluzione soddisfacente su questo problema, si andrà avanti a
lungo", ha detto ai giornalisti l'ambasciatore americano
all'Onu, John Negroponte.
Tredici dei 15 membri del consiglio - incluse Gran Bretagna,
Francia, Russia e Cina - hanno votato contro gli Stati Uniti
sulla prima risoluzione di proroga della missione in Bosnia,
mentre la Bulgaria si è astenuta. La seconda risoluzione è
stata invece approvata all'unanimità.
Sebbene il tribunale entra in vigore oggi, il procuratore e i
suoi giudici prenderanno servizio all'Aja nel 2003. Molti membri
del consiglio Onu sono tra le 74 nazioni che hanno ratificato la
Corte o che stanno per farlo.
reuters (lunedì 1 luglio)
Usa,
il braccio immune della legge
Tribunale penale internazionale, l'Onu si piega al compromesso
americano. L'Europa borbotta ma firma
Consiglio di sicurezza Il Tpi non potrà giudicare, per un anno
(rinnovabile), i "peacekeeper" di paesi che non hanno
firmato il suo atto costitutivo: come gli Usa (o Cina, India,
Israele...)
FRANCO PANTARELLI- il manifesto 14/07/02
NEW YORK
Se di fronte al Tribunale Penale Internazionale dovesse arrivare
un'accusa di atrocità commesse nell'ambito delle operazioni di
"peacekeeping" dalle truppe di un Paese che non ha
aderito al Tribunale Penale Internazionale, ogni indagine
conseguente sarà sospesa per un anno e il Consiglio di Sicurezza
dell'Onu potrà prorogare quella sospensione per un altro anno, e
poi un altro e così via. E' finita con questo compromesso la
"battaglia" sull'immunità americana nei confronti del
Tribunale, alla vigilia della nuova scadenza - domani - del
mandato della missione di peacekeeping in Bosnia che gli
americani minacciavano di far saltare e che invece ora è stato
approvato. La soluzione, almeno stando alle dichiarazioni
pubbliche, ha soddisfatto tutti i quindici membri del Consiglio
di Sicurezza, che infatti alla fine hanno votato all'unanimità -
e ha lasciato l'amaro in bocca a molti altri paesi che del
Consiglio non fanno parte, oltre alla totatlità delle
organizzazioni internazionali non governative, che avevano
salutato come un importante passo diciviltà la nascita del
Tribunale insediato il primo luglio all'Aja con l'adesione di 139
Paesi, 76 dei quali l'hanno già ratificata attraverso i loro
parlamenti. Il compromesso sta nella rinuncia da parte degli
Stati Uniti alla loro richiesta iniziale di "immunità
permanente" per le proprie truppe e nell'accettazione da
parte degli altri di questa "immunità a tempo", che
secondo loro savaguarda comunque lo "spirito" del
Tribunale dell'Aja. In termini meno diplomatici, come ha detto un
anonimo ambasciatore, "gli Stati Uniti hanno imparato che
non possono più alzare la voce e ottenere che tutti obbediscano
e gli altri hanno imparato che comunque non si può pretendere di
spingere gli Stati Uniti oltre i limiti che essi stessi
hanno". In questo caso, i "limiti" degli Stati
Uniti sono costituiti dalla destra repubblicana isolazionista,
ossatura dell'amministrazione Bush. E infatti l'ambasciatore Usa
all'Onu John Negroponte, per prevenire le critiche che comunque
arriveranno da figure come il senatore Jesse Helms (quello che
per anni ha bloccato il pagamento della quota americana al
sostentamento dell'Onu), gli ha dato in pasto una bellicosa
dichiarazione che ha del surreale: "Se il Tribunale si
azzardasse mai ad arrestare un americano ci saranno serie
conseguenze. Nessuno sottovaluti il nostro impegno nel proteggere
i nostri cittadini". Dall'altra parte, l'artefice del
compromesso, l'ambasciatore britannico Jeremy Greenstock che si
è trovato anche a presidere il Consiglio di Sicurezza per il
mese di luglio, si è detto contento perché il Consiglio è
riuscito a salvare "due importantissime istituzioni, il
Tribunale Penale Internazionale e le operazioni di peacekeeping
delle Nazioni Unite". Sulla stessa sua corda si sono
espressi quelli che avevano resistito fino all'ultimo - Francia,
Messico, Irlanda e Mauritius - e che poi, visto che sulla
soluzione di compromesso c'era ormai la maggioranza di 11 voti su
15 (per far passare la risoluzione ne bastavano 9 su 15), hanno
deciso di unirsi al coro. Molto meno contenti, invece, i circa 40
paesi che proprio quando il compromesso aveva cominciato a
prospettarsi, mercoledì scorso, si erano mobilitati sotto la
guida del Canada per far sentire la loro voce. In una
"riunione pubblica" del Consiglio, cioè una riunione
aperta anche ai non membri che il presidente inglese prima aveva
respinto e poi aveva accettato proprio per la decisa insistenza
del Canada, avevano dichiarato il loro "no" assoluto
alle pretese americane perché, aveva detto proprio
l'ambasciatore del Canada Paul Heinbecker, in gioco c'era
"la credibilità del Consiglio di Sicurezza, la legalità
dei trattati internazionali e il principio che ogni persona è
uguale e responsabile di fronte alla legge". Dopo la
conclusione di venerdì sera Heinbrecker ha detto sconsolato che
"si tratta di un giorno triste per le Nazioni Unite",
facendo anche balenare una possibile, futura battaglia legale.
"Noi non crediamo proprio - ha detto infatti - che fra i
compiti del Consiglio di Sicurezza ci sia anche quello di
interpretare trattati negoziati altrove". Anche le
organizzazioni internazionali non governative, nella loro rabbia
per come la faccenda si è conclusa, fanno prevedere una
battaglia legale. "L'amministrazione Bush ha mandato un
carro armato diplomatico contro il Tribunale Penale
Internazionale attraverso una risoluzione del Consiglio di
Sicurezza palesemente illegale", ha detto Vienna Colucci di
Amnesty International. Il punto legalmente dubbio è che per
decidere la sospensione di un anno si è ricorsi a un articolo
del trattato istitutivo del Tribunale che dà, sì, la facoltà
al Consiglio di Sicurezza di interrompere l'attività del
Tribunale medesimo, ma solo in casi "delicati" da
vagliare uno per uno. Questo argomento, durante le due settimane
di battaglia, era stato ripetutamente sostenuto dal
rappresentante francese, Jean-David Levitte, autonominatosi
leader della "resistenza" contro gli Stati Uniti.
Venerdì sera, dopo il voto, lo stesso Levitte si è invece
esibito in questa sublime capriola: "Quello che contava più
di tutto per noi era l'autorità del Tribunale e ci sembra che la
decisione appena adottata sia in linea con lo Statuto di
Roma".