Prefazione a

Storia operaia della RIV-

Gianfanco Coriasco

Franco Angeli 1988

 

 

 

 

RIFLETTENDO DALL'INTERNO DI UN'ESPERIENZA OPERAIA

 

di Aris Accornero

 

1. Questo libro, questa narrazione, questi narratori, sono certamente un prodotto non comune. La vicenda stessa che vi è raccontata ha alcunché di speciale, come capitolo di storia della classe operaia italiana, di storia sociale e politica. Non solo l'hanno scritto i protagonisti medesimi, ma vi si parla di una fabbrica che ha contato. Grazie alla combattività delle sue maestranze, la Riv di Torino rimase infatti sulla breccia anche negli anni più duri e venne parzialmente "normalizzata" soltanto più tardi, quando fu ceduta a un altro padrone, che setacciò e decimò il personale prima di trasferirlo nel nuovo stabilimento; quello vecchio, di cui qui si narra, è stato demolito. E inoltre, di ex lavoratori Riv licenziati o pensionati, promossi o sbalzati altrove, ce n'è in giro abbastanza, nei posti e mestieri più vari, da far considerare quella fabbrica come una buona fucina.

Eppure noi sappiamo che la Riv di Torino non è stata un caso eccezionale: anche altre fabbriche in Italia possono vantare storie e protagonisti consimili. La lotta di classe e il conflitto industriale sono intessuti di eventi e di soggetti come questi, a volte conosciu­ti, più spesso ignoti.

Qual è allora il giusto modo di approssimarsi àlla realtà qui descritta, di entrare in questo microcosmo sociale e politico? Direi che siamo in presenza sì di un caso esemplare, ma che in materia può fare da modello esemplificativo, da referente tipo. Questa è la chiave di lettura che proporrei per affrontare e per afferrare la sostanza della storia operaia qui presentata. La Riv di Torino, cioè, come un termine di riferimento certo alto ma non fuori misura; come una fabbrica metalmeccanica ove lavoro e capitale hanno dato vita a un confronto particolarmente ricco e serrato, epperà degno di essere rievocato soprattutto per la sua clas­sicità. E noi abbiamo qui un racconto, una testimonianza, una ricostruzione di quella parte operaia che ha retto lo scontro. Rivivono episodi e momenti di una lotta ove l'impresa appare di volta in volta come un'arena produttivistica e antagonistica, e dove tensione e rigore paiono dominare il clima sindacale e ispirare il pathos politico.

 

2. Che cosa ci può dire, la vicenda cosi evocata? A me pare che questa esperienza, sia come caso che come modello, possa illuminarci su alcuni aspetti della memoria di classe oltreché sull'humus dei collettivi operai e delle avanguardie proletarie: soprattutto, su come in fabbrica si trasmettano valori e si riprodu­cano identità che sostengono il conflitto di classe. Quali sono gli ingredienti e gli strumenti che fondano e temprano una militanza individuale e una com battività collettiva cosi elevate, compatte e durevoli come si ebbero alla Riv di Torino? Sono aspetti poco sondati di quel mondo ormai non più dominante che è l'industria e che ci formò un po' tutti. La domanda da porsi diventa quindi: perchè la Riv di Torino fu questa cosa?

Il tema è appassionante, per i possibili elemepti di generalizza­zione; ma è anche delicato. Cercherò comunque di offrire qualche spunto di riflessione, attraverso un apporto testimoniaI e di cui voglio rendere merito ai valorosi compagni della Riv, _ia per il contributo di oggi, che ne dice la tenacia, sia per l'impegno di ieri, che oltre tutto fu il mio liceo. E spero, di mantenere il dovuto equilibrio fra distacco critico e partecipazione emotiva. Ovviamen­te, mi riferirò a quel che ho visto o conosciuto meglio.

Anche se una trattazione sistematica non mi è possibile, penso si possano individuare alcuni fattori che sicuramente concorrono a fare o a cementare la forza politico-sindacale di un, organico di stabilimento, a determinare insomma le sue valenze di classe, in senso antagonistico o riformistico che sia. Perché ci dev'essere appunto qualcosa che conferisce quella certa fisionomia e fama a questo o quel raggruppamento di maestranze.

Si pensi ai numerosi stabilimenti Fiat di Torino: ognuno aveva ed ha -come dire - un suo volto di classe, un suo timbro, una sua cifra. Ad esempio, c'erano e ci sono quelli più o meno sindacalizzati, più o meno politicizzati, quelli che scioperano di più'

o di meno degli altri: questo, per assumere iridicatori piuttosto tradizionali. E la stessa cosa in effetti si può dire, e si diceva all'epoca, dei meno numerosi stabilimenti Riv, di cui quello torinese era il più noto e prestigioso nella prassi, e lo è tuttora 9nella memoria del movimento operaio italiano.

Nei tempi passati, quando il Primo Maggio era una celebrazio­ne più tipicamente proletaria e sfilavano a Torino indimenticabili cortei con le rappresentanze di tanti stabilimenti che portavano i loro cartelli, striscioni e magari carri, si faceva presto a vedere quali erano le fabbriche forti e quelle deboli. Ce n'erano di piccole che sfilavano al gran completo e di grandi che mandavano quattro gatti. Che la Riv fosse forte lo diceva il numero di operai e di impiegati che venivano dietro la sigla dello stabilimento - le tre lettere portate da tre operaie in grembiule nero - cosi come la compattez­za anche coreografica del drappello, la qualità e sobrietà dei messaggi scritti, una certa gioiosa e sonora marzialità dell'incedere, _ perfino la quantità di applausi che si raccoglievano al passag­gio... .

Orbene, che cos'è che rendeva una fabbrica forte?

 

3. In modo un po' schematico e ancora impressionistico, penso che un primo fattore importante della forza operaia e della tradizione militante stessa di una fabbrica sia già la sua conforma­zione fisica, la sua architettura. E' stato chiuso il vecchio stabili­mento della Fiat Lingotto, tanto aggraziato adesso quanto ferrigno ci appariva all'epoca. (Ma personalmente lo ricordo quando una fascia di pioppeto aziendale cintato fronteggiava tutto l'edificio: abitavo li davanti). Bene: la Riv era a un tiro di schioppo dal Lingotto e rispetto a questo aveva una struttura molto più concentrata giacché non si sviluppava in lunghezza. Era un edificio pressoché quadrato, una struttura chiusa dall'architettura massiccia ma assai luminosa, cinque piani fuori terra e uno sotterraneo di una costruzione pensata anch'essa in verticale, come del resto nell'organizzazione produttiva degli anni venti. C'era un solo ingres­so, e a poca distanza passavano gli operai attraverso un androne disadorno e gli impiegati per una scalinata marmorea.

La Riv era davvero una "scatola di cemento", un dado compatto con una estrema contiguità di tutti con tutti; la direzione stessa dello stabilimento, con i suoi uffici, faceva corpo con la fabbrica senza separatezze architettoniche; naturalmente il suolo dei reparti era in blocchetti di legno mentre il pavimento degli uffici era di pianelle e marmi.

Penso che questo fattore abbia avuto una considerevole impor­tanza: rispetto ad altri stabilimenti a più fabbricati, la struttura della Riv di Torino aveva in qualche modo conseguenze socializzan­ti (non direi di per sé massificanti), sia come occasioni di contatto che come possibilità di comunicazione. E così come tutti gli operai dovevano passare ogni giorno davanti alla stessa guardiola dei sorveglianti, così pure passavano a poca distanza dalla sede della Commissione interna (e del Consiglio di gestione finché ci fu), che fra l'altro era situata a due passi dagli uffici dello stabilimento. L'esistenza di un solo ingresso - tanto per dirne una - facilitava la distribuzione di volantini benché richiedesse più diffusori; e così pure un solo altoparlante, di norma issato precariamente su una "Topolino", bastava per fare quel che sarebbe poi stato chiamato,

barbaramente, uno "spicheraggio" efficace.

Vi si aggiunga un elemento. Fin dall'ìmmediato dopoguerra le organizzazioni dei lavoratori avevano ottenuto loro sedi, estrema­mente modeste (si chiamavano appunto "le baracche", e lo erano) nel recinto di servizio antistante la fabbrica. Lì, in locali formal­mente e sostanzialmente provvisori, tramezzati in legno, si riuniva­no dopo il lavoro sia i partiti che i sindacati, oltre all' Associazione partigiani e non ricordo cos'altro. Le sedi godevano di extraterrito­rialità, ma le loro chiavi avrebbero dovuto essere ritirate e deposita­te di volta in volta presso i sorveglianti; ovviamente c'erano in giro varie copie. La fabbrica era a cento metri e un po' tutta l'attività della militanza e dell'associazionismo vi gravitava dunque intorno, con la concreta possibilità di incontro fra persone che magari lavoravano in reparti o uffici distanti, sia pure in senso relativo.

Questo però non è tutto. La fabbrica era altresì circondata su tre lati da case e negozi, oltre a essere posta in un tipico quartiere operaio e ad aprirsi su una via assai frequentata. C'erano lì vicino la Microtecnica, un grosso deposito tramviario e il deposito loco­motive delle Ferrovie dello Stato, ma la zona non aveva la tristezza delle periferie industriali. C'era del verde nel giardinetto del capolinea, un mercato rionale a due passi,. il Po e la collina non lontani, e l'unica ciminiera era quella delle vicine Molinette, l'ospedale maggiore di Torino. Più in là nella via principale c'era poi la Fiat Lingotto, maggiormente periferica e un po' appartata. Ma la Riv era in piena città e tutt'intorno non mancavano vita e traffico. Alcuni bar avevano la funzione di luogo di ritrovo dopo il lavoro e, qualche volta, prima del turno; tutti i negozi avevano non pochi clienti alla Riv, fra operai e impiegati d'ambo i sessi dato che la fabbrica aveva parecchia maestranza femminile. Il giornale di fabbrica non ci mise molto a capire che qùello era un retroterra redditizio anche politicamente: le inserzioni di quei negozianti erano una prova di insediamento sociale.

In sostanza la Riv non era un corpo estraneo e neppure risultava separata, rispetto al territorio della popolosa "Barriera di Nizza". (Il nome del quartiere indicava l'antico confine a Sud della città, poi spostatosi col sorgere del rione Lingotto). Tra l'altro, sui cinquemila dipendenti in organico, qualche centinaio andava a lavorare a piedi. Abitavano infatti in quei paraggi. La stessa edificazione delle "case Riv", o meglio Ina-casa, vicine in linea d'aria ma non a ridosso dello stabilimento, non fece di quella contrada un ghetto aziendale.

Va ancora aggiunto che, similmente alle-sedi aziendali (fre­quentate soprattutto quelle di sinistra), le organizzazioni dei lavora­tori avevano nel quartiere proprie sedi territoriali ove attivisti e militanti della Riv potevano incontrare compagni della zona, lavora­tori e no. Come si può immaginare, la lagnanza ricorrente era che la gente andava assai più volentieri alle riunioni nelle "baracche" che non "in sezione"; idem dicasi per la Commissione interna e il sindacato, quando la Piom costituì le Leghe territoriali.

Questa piena immersione nel tessuto sociale urbano concorre­va essa stessa a quella socializzazione che all'interno dello stabili­mento accresceva la forza organizzata delle maestranze. La struttu­ra compatta dell'edificio facilitava infatti la diffusione di notizie e la trasmissione di messaggi in forme cartacee od orali; era un "passare la voce" che poteva riguardare una visita o uno sciopero, un infortunio o un accordo, o anche un risultato sportivo, in tempi nei quali mancavano le radioline e anche i telefoni difettayano. (Non poche volte, COme segretario dei giovani comunisti prima e come "giovane" di Commissione interna poi, ero riuscito in una decina di minuti a recare un messaggio urgente a tutti i reparti di un'intera ala dello stabilimento, facendo al volo cinque rampe di scale).

I movimenti della leadership operaia, formale e informale, r.osì come gli spostamenti dei militanti - per lo meno, quelli consentiti dalle mansioni o effettuati durante gli intervalli - erano abbastanza agevoli, cosicché interventi urgenti o sopralluoghi tempestivi diven­tavano la regola; la presenza degli organismi e degli organizzatori di fabbrica nei reparti o negli uffici ove sorgeva un problema, finché fu consentita, diventava pertanto più efficace e più sentita. PaciIita­ te erano altresì quelle rapide riunioni, giustamente dette "operati­ve", che il politburo aziendale teneva nei posti più impensati, veri e propri anfratti della grande impresa (sotto stazioni elettriche, magaz­zini degli attrezzi, sale-prova, depositi di semilavorati, cunicoli sotterranei) dove si prendevano decisioni in emergenze le più varie della vita aziendale e del contenzioso contrattuale. Era infatti possibile dal punto di vista logistico convocare e radunare in fretta, senza dare nell'occhio, le cinque-sei-sette persone che rappresenta­vano gli organismi politico-sindacal-associativi di fabbrica, e vederle tornare non molto dopo ai loro posti, con la sola complicità di un elettricista o magazziniere o manovale o caposquadra.

Insomma, l'architettura del fabbricato assecondava la parteci­pazione e incrementava la reattività delle maestranze, quando occorreva; e infatti la direzione, a partire dal 1953 e con culmine nel 1957, fece di tutto per bloccare quei movimenti. E più tardi ci riuscì, in buona parte.

 

4. Un altro fattore che influisce di sicuro sulla forza operaia e sulla tradizione militante di una fabbrica sta nella composizione generazionale delle sue maestranze, sia per classe d'età che per epoca di assunzione. La trasmissione di valori e di esperienze che compongono la memoria di classe delle maestranze è infatti avvantaggiata da una distribuzione senza troppe cesure o spropor­zioni nelle leve anagrafiche e occupazionali, mentre è ostacolata da eccessivi addensamenti. Un qualsiasi luogo di lavoro che abbia una mano d'opera molto giovane o soltanto adulta o troppo vecchia, difficilmente presenta quel giusto mix fra inventiva e forza, fra audacia e saggezza, che è indispensabile per sostenere bene la contesa sociale con la controparte, e perfmo per cooperare pacifica­mente con essa.

Orbene, la Riv di Torino possedeva questo requisito, a cui generalmente si annette scarso peso (salvo dire che una maestranza è poco sindacalizzata perché giovane o che non: sciopera più perché vecchia)_ e che invece contò molto nella storia operaia di questa fabbrica. Per ragioni assai diverse, che vanno dalla relativa costanza nelle assunzioni alle limitate falcidie della guerra, dalle scarse oscillazioni nei trend di mercato alla condizione stessa di monopo­lio sul mercato, dalla solidità dell'asse proprietario alla crucialitàdel prodotto più tipico, il reclutamento e il ricambio della mano d'opera avevano mantenuto abbastanza equilibrata la distribuzione per classi d'età - e anche questo è degno di rilievo - sia fra gli operai che fra gli impiegati, d'ambo i sessi. Le conseguenze di questo relativo equilibrio sulle relazioni sociali e sugli scambi culturali fra le generazioni si possono facilmente intuire, e del resto si vedevano.

E' mia netta impressione che alla Riv di Torino vi sia stata per lunghi anni una compresenza di lavoratrici e di lavoratori sia giovani e financo giovanissimi, sia adulti e maturi, sia anziani e financo in età pensionabile; e credo che questa circostanza sia agevolmente accertabile. Ho presenti molti reparti e uffici ove questo era evidente, e soprattutto ne ricordo di quelli dove una relativa maggioranza di ventenni o di quarantenni era accompagnata da presenze che riequilibravano l'età media. Lo si constatava quando si parlava negli affollati refettori e ancor più lo si rilevava nelle assemblee plenarie della maestranza, durante scioperi o cele­brazioni; del resto ci sono anche le foto di queste occasioni.

Perfino gli organismi aziendali dei lavoratori riflettevano que­sta continuità generazionale: dei candidati alla Commissione interna per il quadriennio 1953-56, che ho più sottomano, il 21 per cento erano ventenni, il 31 per cento trentenni, il 30 per cento quaran­tenni e il 18 per cento cinquantenni. (Operai e impiegati, liste Cgil: la Cisl, chissà perché, non forniva l'età dei suoi candidati).

A questa equilibrata stratificazione per età anagrafica faceva riscontro quella per anzianità aziendale: le successive leve si erano succedute nelle assunzioni con una certa. regolarità, tenuto conto anche degli eventi bellici; il turn-over stesso della mano d'opera non era praticamente mai cessato, e su questo vigilavano il Consiglio di gestione e soprattutto la Commissione interna. L'azien­da medesima conduceva una politica di integrazione aziendale che, con apposite istituzioni, faceva leva sulle diverse "generazioni Riv". (Solo più tardi avrebbe puntato su lavoratori nelle età centrali, scoraggiando la permanenza degli anziani e sbarrando l'ingresso ai giovani). Tanto per dire: c'era in fabbrica una Scuola aziendale che reclutava figli o congiunti di dipendenti appena usciti dall'avvia­mento professionale (io vi entrai a 1 5 anni appunto perché avevo frequentato un anno di istituto tecnico). E c'era in fabbrica un Gruppo anziani che radunava veterani dell'azienda oltreché del lavoro, alcuni in servizio da quando era sorto il primo nucleo dello stabilimento torinese. Manco a dirlo, il giornaletto Cisl evocava spesso la "famiglia Riv" riferendosi non solo all'apparentamento d'interessi fra direzione e maestranze, ma proprio a questo plurali­smo generazionale, che del resto aveva un luminoso esempio giànella famiglia del proprietario, la dinastia Agnelli.

Questa composizione fu secondo me importante per alimenta­re e preservare una cultura politica e una tradizione conflittuale che, non disgiunte dal bagaglio professionale, avevano i loro referenti in uomini e gruppi di diversa esperienza. C'erano operai e tecnici che avevano costruito la "Riv di Mosca" ai tempi del fascismo e altri che erano stati trascinati nella campagna di Russia; c'era chi aveva fatto il sindacalista già prima del fascismo, chi era stato in galera durante il regime, chi aveva organizzato la resistenza in fabbrica o in montagna; c'era chi aveva combattuto in Spagna contro Franco e chi era stato prigioniero degli inglesi in Africa; e c'erano poi tante singole e preziose esperienze di lavoro altrove, di altri padroni, di altre tribolazioni, di altre lotte. Ma anche i più oscuri "veci" della fabbrica, il semplice addetto-macchina o la donna delle pulizie, avevano tanto da raccontare su come vi si lavorava sotto il fascismo, come ci si difendeva dai cottimi, come si comportavano graduati e subalterni, com'era stata la guerra, com' era avvenuta l'epurazione. E questa ovviamente era una scuola, era un cOrso di storia con insegnanti cui era toccato di essere protagonisti o per lo meno testimoni, come per me furono non solo mio padre, anche lui operaio Riv, ma tanti che parlano o di cui si parla in questo libro.

 

5. Un ultimo fattore che indubbiamente influisce sulla forza operaia e sulla tradizione militante di una maestranza è il suo grado di apertura "etnica", la sua capacità di accettare e assimilare persone provenienti da regioni diverse. E questo non è un problema che la solidarietà di classe possa di per sé azzerare o risolvere in radice; anzi possono venirne fratture culturali capaci di ostacolare l'unità operaia stessa. Certo, possono esserci luoghi di lavoro ove il personale è stato reclutato in bacini territoriali omogenei e dove pertanto non si pongono problemi se non all'ingresso di nuove leve, originarie di altre zone e portatrici di altre mentalità, e magari di altri linguaggi. Ma appunto questo era il rischio, in anni di profonde trasformazioni aziendali e di tumultuosa mobilità territo­riale quali furono gli anni cinquanta e sessanta.

Orbene, benché un agglomerato umano così imponente qual era raccolto nello stabilimento torinese della Riv avesse qualche probabilità di essere anche composito, non sarebbe stato strano se vi predominasse .in modo schiacciante l'elemento locale. E un ambiente cosi metropolitano e una sub-cultura cosi torinese qual era la Barriera di Nizza a quei tempi potevano appunto risultare refrattarie e respingenti verso qualsiasi innesto esterno.

Ebbene, pur avendo su questo punto una memoria meno documentata, essa è abbastanza nitida ed è innanzitutto una memoria di plural_smo regionale, giacché la dominanza locale era temperata e arricchita da presenze piuttosto diversificate. In fabbri­ca non c'erano solo torinesi della città o della provincia, né solo piemontesi. (Piemontesoni o torinesissimi erano solamente i diretto­ri, dal primo all'ultimo). C'erano anche veneti e friulani, e sardi, e poi emiliani toscani e marchigiani, qualche ligure, ma anche meridionali di Puglia e Basilicata, Calabria e Sicilia, e qualche campano. Questo è un punto da mettere in risalto. Ancor prima che le grosse ondate migratorie portassero a Torino fiumane di "napoli", nello stabilimento c'erano già diversi lavoratori originari del Sud. Ma !'importante è che alcuni di loro avevano ruolo di primo piano come rappresentanti sindacali e come esponenti politi­ci, e che avevano rifiutato oltretutto un'omologazione linguistica.

Alla rimozione delle barriere io credo concorse molto questo tipo di scelte, anche personali: come il fatto che il segretario di Commissione interna più rieletto, personaggio carismatico e amatis­simo, essendo romagnolo non parlava torinese neanche in privato; e l'accento del suo italiano era un antidoto contro ogni sciovinismo piemontese. Altrettanto dicasi di persone in vista con provenienze diverse e perfino cosmopolite, non catturati dal dialetto: una eminente "donna di Commissione interna", Uil noto capo degli ex partigiani, un popolare rappresentante operaio nell'assistenza. Addi- .

rittura, un prestigioso responsabile delle cellule comuniste sembrava mezzo spagnolo, data la pronuncia catalana, i trascorsi àntifranchi­sti e il basco d'ordinanza; storpiava occasionalmente qualche parola in torinese, ma solo nelle riunioni con gli iscritti, per fini diciamo politici, e tutti glielo perdonavano. E un altro dei leader aziendali, che fu anche responsabile del partito, parlava esclusivamente italia­no, e con finezza, pur essendo torinese. (A ciò, beninteso, facevano da pendant quei dirigenti operai che invece usavano quasi soltanto il dialetto, a volte nel modo più popolar(',sco come il simpatico decano o il sagace coordinatore del Comitato sindacale; a volte in una versione "tecnica" e ricercata, come quella di un bravissimo "esperto" e dell'autorevole segretario del Consiglio di Gestione; e altre volte in una edizione più contaminata dal gergo dell'organizza­zione, come quella di due fra i più validi membri di Commissione interna e di alcuni valorosi militanti politici e sindacali - responsa­bili di cellula e segretari di sezione, collettori e commissari - del mio come di altri reparti).

Naturalmente questo poneva la premessa di una apertura "etnica", ma per integrare gli immigrati occorreva un intervento più diretto. Ci pensò il giornale di fabbrica con una tempestiva seppur goffa campagna pedagogica oltreché politica, che prendeva a .

pretesto il "campanilismo di un gruppo di settentrionali" per dare un altolà a sentimenti velati di razzismo. Non sarei peraltro sincero a questo riguardo se non ricordassi che alle prevenzioni anti-meri­dionali concorse anche la condotta sindacale di un esponente e membro di Commissione interna della Cisl: ma non saprei dire comunque quanto in ciò influisse il settarismo politico e quanto il pregiudizio razziale.

Sta di fatto che nel suo insieme la maestranza Riv non fu attraversata neanche in seguito da fratture regionali profonde, e' che la riscossa operaia dei primi anni sessanta coinvolse senza squilibri sia i lavoratori piemontesi che gli immjgrati. A ciò concorsero anche quei militanti e quegli strumenti dell'organizzazione operaia che sottolinearono in ogni modo (perfmo in modo inconsapevole) gli elementi di pluralismo "etnico" presenti nell'organico dello stabilimento.

 

6. Fin qui gli spunti che poteva offrire la riflessione sociologi­ca suscitata dalla lettura del libro. Ovviamente queste non sono le sole spiegazioni della straordinaria eppure non unica condizione di forza, vitalità e compattezza mostrata dal movimento operaio alla Riv di Torino. Altre spiegazioni andrebbero cercate, con gli stru­menti appropriati, nella storia di questo stabilimento e di tutta la Riv, 'letta sotto il profilo tecnologico, organizzativo, politico e culturale, con occhio soprattutto al farsi e all'evolversi dei gruppi dirigenti - imprenditoriale - manageriale, tecnico-amministrativo, politico-sindacale. Ad altri il compito, che viene certo incoraggiato da questa Storia operaia. Al prefatore, uno della Riv che così facendo reca anche la propria testimonianza, la segnalazione di due episodi tipici e rivelatori dell'esperienza di questa fabbrica, vista attraverso i suoi strumenti e i suoi ingredienti. Il primo è questo. quando nel 1952 si profilò l'occasione di darsi un giornale di fabbric:a proprio, che non fosse più l'edizione Riv del periodico curato dalla Federazione comunista, prendemmo alcune decisioni. Innanzitutto ci saremmo fatto il giornale da soli giacché due anni di tutela e di apprendistato erano stati più che sufficienti; e infatti da allora ce lo fabbricammo autonomamente, cercando di ridurre al minimo le pur benintenzionate interferenze politico-editoriali, e financo i sussidi. tecnici (cliché, manchette ed editoriali già pronti) utilizzabili in comune nella gloriosa tipografia

. del Pci in via Saluzzo. Arrivammo ad avere una struttura robusta, con responsabili di pagina, corrispondenti di reparto, redattori culturali e financo collaboratori sportivi, oltre a un direttore pro forma della massima autorevolezza. Ci saremmo altresì autofinan­ziati completamente, sia con la diffusione in abbonamento e ordinaria, sia con le inserzioni e altre vendite (calendarietti utili prodotti dal giornale e fotoservizi di manifestazioni sia sportive e ricreative che sindacali e politiche). Così fu, e non gravammo mai neppure sul bilancio dell'organizzazione di fabbrica; la tiratura del resto durò a lungo sopra le 2.500 copie quindicinali, e uscivamo con grande regolarità. E infine, il giornale sarebbe stato dei lavoratori senza connotazioni di partito, pur essendo chiarissima­mente orientato/_ sinistra; tale scelta non venne mai ad affievolirsi. Si potrà obiettare che quello era solo lo strumento ottimale di un'azione di fiancheggiamento, e non troverei molto a ridire; ma noi vivevamo la cosa diversamente: scrivere noi l'editoriale politico senza imbeccate o senza veline era qualcosa in più; e dava qualcosa in più. (E' evidente che ho preso molto da tutta la lunga esperienza del giornale di fabbrica, con la sua singolare testata, e quindi tendo a considerarlo un capitolo cruciale anche per la mia propria formazione).

Il secondo episodio fa luce su un ingrediente più impalpabile essendo giocato tutto sulle forme. In breve si trattò di questo: adottare una formazione di squadra la più adatta a sostenere il negoziato con la controparte nelle riunioni periodiche in direzione. Vale a dire, cessare di sedersi a quel lungo tavolo in ordine sparso, come capitava, con l'unica costante del segretario di Commissione interna piazzato al centro, ovviamente di fronte alparigrado dell'azienda, e con l'immancabile conseguenza di fronteggiare di volta in volta interlocutori diversi, non potendosi consultare né consigliare prontamente e perdendo in tal modo battute e perfino occasioni fra quelle otto o dieci persone che stavano dalla nostra parte. Nulla di speciale, anzi una bazzecola conflittuale, se si vuole; eppure quanti vantaggi portò, alle trattative e nelle vertenze, uno stabile e disciplinato schieramento "da battaglia" via via collaudato sia come postazioni che come ruoli, nei confronti dei partner stessi: noi avevamo il mediatore, il duro, il leguleio; il sindacalista, il politico, il tecnico Per quanto marginale, ritengo questo

episodio altamente indicativo di una maturità di classe quale la Riv di Torino mostrò e quale emerge dalla narrazione che segue, a cui lascio adesso la parola.