
Prefazione a
Storia operaia della RIV-
Gianfanco Coriasco
Franco Angeli 1988
RIFLETTENDO DALL'INTERNO DI UN'ESPERIENZA
OPERAIA
di Aris Accornero
1. Questo libro, questa narrazione, questi
narratori, sono certamente un prodotto non comune. La vicenda stessa che vi è
raccontata ha alcunché di speciale, come capitolo di storia della classe
operaia italiana, di storia sociale e politica. Non solo l'hanno scritto i
protagonisti medesimi, ma vi si parla di una fabbrica che ha contato. Grazie
alla combattività delle sue maestranze, la Riv di Torino rimase infatti sulla
breccia anche negli anni più duri e venne parzialmente "normalizzata"
soltanto più tardi, quando fu ceduta a un altro padrone, che setacciò e decimò
il personale prima di trasferirlo nel nuovo stabilimento; quello vecchio, di
cui qui si narra, è stato demolito. E inoltre, di ex lavoratori Riv licenziati
o pensionati, promossi o sbalzati altrove, ce n'è in giro abbastanza, nei posti
e mestieri più vari, da far considerare quella fabbrica come una buona fucina.
Eppure noi sappiamo che la Riv di Torino non
è stata un caso eccezionale: anche altre fabbriche in Italia possono vantare
storie e protagonisti consimili. La lotta di classe e il conflitto industriale
sono intessuti di eventi e di soggetti come questi, a volte conosciuti, più spesso
ignoti.
Qual è allora il giusto modo di approssimarsi
àlla realtà qui descritta, di entrare in questo microcosmo sociale e politico?
Direi che siamo in presenza sì di un caso esemplare, ma che in materia può fare
da modello esemplificativo, da referente tipo. Questa è la chiave di lettura
che proporrei per affrontare e per afferrare la sostanza della storia operaia
qui presentata. La Riv di Torino, cioè, come un termine di riferimento certo
alto ma non fuori misura; come una fabbrica metalmeccanica ove lavoro e
capitale hanno dato vita a un confronto particolarmente ricco e serrato, epperà
degno di essere rievocato soprattutto per la sua classicità. E noi
abbiamo qui un racconto, una testimonianza, una ricostruzione di quella parte
operaia che ha retto lo scontro. Rivivono episodi e momenti di una lotta ove
l'impresa appare di volta in volta come un'arena produttivistica e
antagonistica, e dove tensione e rigore paiono dominare il clima sindacale e
ispirare il pathos politico.
2. Che cosa ci può dire, la vicenda cosi
evocata? A me pare che questa esperienza, sia come caso che come modello, possa
illuminarci su alcuni aspetti della memoria di classe oltreché sull'humus dei
collettivi operai e delle avanguardie proletarie: soprattutto, su come in
fabbrica si trasmettano valori e si riproducano identità che sostengono il
conflitto di classe. Quali sono gli ingredienti e gli strumenti che fondano e
temprano una militanza individuale e una com battività collettiva cosi elevate,
compatte e durevoli come si ebbero alla Riv di Torino? Sono aspetti poco
sondati di quel mondo ormai non più dominante che è l'industria e che ci formò
un po' tutti. La domanda da porsi diventa quindi: perchè la Riv di
Torino fu questa cosa?
Il tema è appassionante, per i possibili
elemepti di generalizzazione; ma è anche delicato. Cercherò comunque di
offrire qualche spunto di riflessione, attraverso un apporto testimoniaI e di
cui voglio rendere merito ai valorosi compagni della Riv, _ia per il contributo
di oggi, che ne dice la tenacia, sia per l'impegno di ieri, che oltre tutto fu
il mio liceo. E spero, di mantenere il dovuto equilibrio fra distacco critico e
partecipazione emotiva. Ovviamente, mi riferirò a quel che ho visto o
conosciuto meglio.
Anche se una trattazione sistematica non mi è
possibile, penso si possano individuare alcuni fattori che sicuramente
concorrono a fare o a cementare la forza politico-sindacale di un, organico di
stabilimento, a determinare insomma le sue valenze di classe, in senso
antagonistico o riformistico che sia. Perché ci dev'essere appunto qualcosa che
conferisce quella certa fisionomia e fama a questo o quel raggruppamento di
maestranze.
Si pensi ai numerosi stabilimenti Fiat di
Torino: ognuno aveva ed ha -come dire - un suo volto di classe, un suo timbro,
una sua cifra. Ad esempio, c'erano e ci sono quelli più o meno sindacalizzati,
più o meno politicizzati, quelli che scioperano di più'
o di meno degli altri: questo, per assumere iridicatori piuttosto
tradizionali. E la stessa cosa in effetti si può dire, e si diceva all'epoca,
dei meno numerosi stabilimenti Riv, di cui quello torinese era il più noto e
prestigioso nella prassi, e lo è tuttora 9nella memoria del movimento operaio
italiano.
Nei tempi passati, quando il Primo Maggio era
una celebrazione più tipicamente proletaria e sfilavano a Torino
indimenticabili cortei con le rappresentanze di tanti stabilimenti che
portavano i loro cartelli, striscioni e magari carri, si faceva presto a vedere
quali erano le fabbriche forti e quelle deboli. Ce n'erano di piccole che
sfilavano al gran completo e di grandi che mandavano quattro gatti. Che la Riv
fosse forte lo diceva il numero di operai e di impiegati che venivano dietro la
sigla dello stabilimento - le tre lettere portate da tre operaie in grembiule nero - cosi come la compattezza anche coreografica del drappello, la
qualità e sobrietà dei messaggi scritti, una certa gioiosa e sonora marzialità
dell'incedere, _ perfino la quantità di applausi che si raccoglievano al passaggio... .
Orbene, che cos'è che rendeva una fabbrica forte?
3. In modo un po' schematico e ancora
impressionistico, penso che un primo fattore importante della forza operaia e
della tradizione militante stessa di una fabbrica sia già la sua conformazione
fisica, la sua architettura. E' stato chiuso il vecchio stabilimento della
Fiat Lingotto, tanto aggraziato adesso quanto ferrigno ci appariva all'epoca.
(Ma personalmente lo ricordo quando una fascia di pioppeto aziendale cintato
fronteggiava tutto l'edificio: abitavo li davanti). Bene: la Riv era a un tiro
di schioppo dal Lingotto e rispetto a questo aveva una struttura molto più
concentrata giacché non si sviluppava in lunghezza. Era un edificio pressoché
quadrato, una struttura chiusa dall'architettura massiccia ma assai luminosa,
cinque piani fuori terra e uno sotterraneo di una costruzione pensata anch'essa
in verticale, come del resto nell'organizzazione produttiva degli anni venti.
C'era un solo ingresso, e a poca distanza passavano gli operai attraverso un
androne disadorno e gli impiegati per una scalinata marmorea.
La Riv era davvero una "scatola di
cemento", un dado compatto con una estrema contiguità di tutti con tutti;
la direzione stessa dello stabilimento, con i suoi uffici, faceva corpo con la
fabbrica senza separatezze architettoniche; naturalmente il suolo dei reparti
era in blocchetti di legno mentre il pavimento degli uffici era di pianelle e
marmi.
Penso che questo fattore abbia avuto una
considerevole importanza: rispetto ad altri stabilimenti a più fabbricati, la
struttura della Riv di Torino
aveva in qualche modo conseguenze socializzanti (non direi di per sé
massificanti), sia come occasioni di contatto che come possibilità di
comunicazione. E così come tutti gli operai dovevano passare ogni giorno
davanti alla stessa guardiola dei sorveglianti, così pure passavano a poca
distanza dalla sede della Commissione interna (e del Consiglio di gestione
finché ci fu), che fra l'altro era situata a due passi dagli uffici dello
stabilimento. L'esistenza di un solo ingresso - tanto per dirne una -
facilitava la distribuzione di volantini benché richiedesse più diffusori; e
così pure un solo altoparlante, di norma issato precariamente su una
"Topolino", bastava per fare quel che sarebbe poi stato chiamato,
barbaramente, uno "spicheraggio" efficace.
Vi si aggiunga un elemento. Fin
dall'ìmmediato dopoguerra le organizzazioni dei lavoratori avevano ottenuto
loro sedi, estremamente modeste (si chiamavano appunto "le
baracche", e lo erano) nel recinto di servizio antistante la fabbrica. Lì,
in locali formalmente e sostanzialmente provvisori, tramezzati in legno, si
riunivano dopo il lavoro sia i partiti che i sindacati, oltre all' Associazione
partigiani e non ricordo cos'altro. Le sedi godevano di extraterritorialità,
ma le loro chiavi avrebbero dovuto essere ritirate e depositate di volta in
volta presso i sorveglianti; ovviamente c'erano in giro varie copie. La
fabbrica era a cento metri e un po' tutta l'attività della militanza e
dell'associazionismo vi gravitava dunque intorno, con la concreta possibilità
di incontro fra persone che magari lavoravano in reparti o uffici distanti, sia
pure in senso relativo.
Questo però non è tutto. La fabbrica era
altresì circondata su tre lati da case e negozi, oltre a essere posta in un
tipico quartiere operaio e ad aprirsi su una via assai frequentata. C'erano lì
vicino la Microtecnica, un grosso deposito tramviario e il deposito locomotive
delle Ferrovie dello Stato, ma la zona non aveva la tristezza delle periferie
industriali. C'era del verde nel giardinetto del capolinea, un mercato rionale
a due passi,. il Po e la collina non lontani, e l'unica ciminiera era quella
delle vicine Molinette, l'ospedale maggiore di Torino. Più in là nella via
principale c'era poi la Fiat Lingotto, maggiormente periferica e un po'
appartata. Ma la Riv era in piena città e tutt'intorno non mancavano vita e
traffico. Alcuni bar avevano la funzione di luogo di ritrovo dopo il lavoro e,
qualche volta, prima del turno; tutti i negozi avevano non pochi clienti alla
Riv, fra operai e impiegati d'ambo i sessi dato che la fabbrica aveva parecchia
maestranza femminile. Il giornale di fabbrica non ci mise molto a capire che qùello era un retroterra
redditizio anche politicamente: le inserzioni di quei negozianti erano una
prova di insediamento sociale.
In sostanza la Riv non era un corpo estraneo
e neppure risultava separata, rispetto al territorio della popolosa "Barriera
di Nizza". (Il nome del quartiere indicava l'antico confine a Sud della
città, poi spostatosi col sorgere del rione Lingotto). Tra l'altro, sui
cinquemila dipendenti in organico, qualche centinaio andava a lavorare a piedi.
Abitavano infatti in quei paraggi. La stessa edificazione delle "case
Riv", o meglio Ina-casa, vicine in linea d'aria ma non a ridosso dello
stabilimento, non fece di quella contrada un ghetto aziendale.
Va ancora aggiunto che, similmente alle-sedi
aziendali (frequentate soprattutto quelle di sinistra), le organizzazioni dei
lavoratori avevano nel quartiere proprie sedi territoriali ove attivisti e
militanti della Riv potevano incontrare compagni della zona, lavoratori e no.
Come si può immaginare, la lagnanza ricorrente era che la gente andava assai
più volentieri alle riunioni nelle "baracche" che non "in
sezione"; idem dicasi per la Commissione interna e il sindacato, quando la
Piom costituì le Leghe territoriali.
Questa piena immersione nel tessuto sociale
urbano concorreva essa stessa a quella socializzazione che all'interno dello
stabilimento accresceva la forza organizzata delle maestranze. La struttura
compatta dell'edificio facilitava infatti la diffusione di notizie e la
trasmissione di messaggi in forme cartacee od orali; era un
"passare la voce" che poteva riguardare una visita o uno sciopero, un
infortunio o un accordo, o anche un risultato sportivo, in tempi nei quali
mancavano le radioline e anche i telefoni difettayano. (Non poche volte, COme
segretario dei giovani comunisti prima e come "giovane" di
Commissione interna poi, ero riuscito in una decina di minuti a recare un
messaggio urgente a tutti i reparti di un'intera ala dello stabilimento,
facendo al volo cinque rampe di scale).
I movimenti della leadership operaia, formale
e informale, r.osì come gli spostamenti dei militanti - per lo meno, quelli
consentiti dalle mansioni o effettuati durante gli intervalli - erano
abbastanza agevoli, cosicché interventi urgenti o sopralluoghi tempestivi diventavano
la regola; la presenza degli organismi e degli organizzatori di fabbrica nei
reparti o negli uffici ove sorgeva un problema, finché fu consentita,
diventava pertanto più efficace e più sentita. PaciIita te erano altresì quelle rapide riunioni,
giustamente dette "operative", che il politburo aziendale
teneva nei posti più impensati, veri e propri anfratti della grande impresa
(sotto stazioni elettriche, magazzini degli attrezzi, sale-prova, depositi di
semilavorati, cunicoli sotterranei) dove si prendevano decisioni in emergenze
le più varie della vita aziendale e del contenzioso contrattuale. Era infatti
possibile dal punto di vista logistico convocare e radunare in fretta, senza
dare nell'occhio, le cinque-sei-sette persone che rappresentavano gli
organismi politico-sindacal-associativi di fabbrica, e vederle tornare non
molto dopo ai loro posti, con la sola complicità di un elettricista o
magazziniere o manovale o caposquadra.
Insomma, l'architettura del fabbricato assecondava
la partecipazione e incrementava la reattività delle maestranze, quando
occorreva; e infatti la direzione, a partire dal 1953 e con culmine nel 1957,
fece di tutto per bloccare quei movimenti. E più tardi ci riuscì, in buona
parte.
4. Un altro fattore che influisce di sicuro
sulla forza operaia e sulla tradizione militante di una fabbrica sta nella composizione
generazionale delle sue maestranze, sia per classe d'età che per epoca di
assunzione. La trasmissione di valori e di esperienze che compongono la memoria
di classe delle maestranze è infatti avvantaggiata da una distribuzione senza
troppe cesure o sproporzioni nelle leve anagrafiche e occupazionali, mentre è
ostacolata da eccessivi addensamenti. Un qualsiasi luogo di lavoro che abbia
una mano d'opera molto giovane o soltanto adulta o troppo vecchia,
difficilmente presenta quel giusto mix fra inventiva e forza, fra audacia e
saggezza, che è indispensabile per sostenere bene la contesa sociale con la
controparte, e perfmo per cooperare pacificamente con essa.
Orbene, la Riv di Torino possedeva questo
requisito, a cui generalmente si annette scarso peso (salvo dire che una
maestranza è poco sindacalizzata perché giovane o che non: sciopera più perché
vecchia)_ e che invece contò molto nella storia operaia di questa fabbrica. Per
ragioni assai diverse, che vanno dalla relativa costanza nelle assunzioni alle
limitate falcidie della guerra, dalle scarse oscillazioni nei trend di mercato
alla condizione stessa di monopolio sul mercato, dalla solidità dell'asse
proprietario alla crucialitàdel prodotto più tipico, il reclutamento e il
ricambio della mano d'opera avevano mantenuto abbastanza equilibrata la
distribuzione per classi d'età -
e anche questo è degno di rilievo -
sia fra gli operai che fra gli
impiegati, d'ambo i sessi. Le conseguenze di questo relativo equilibrio sulle
relazioni sociali e sugli scambi culturali fra le generazioni si possono
facilmente intuire, e del resto si vedevano.
E' mia netta impressione che alla Riv di
Torino vi sia stata per lunghi anni una compresenza di lavoratrici e di
lavoratori sia giovani e financo giovanissimi, sia adulti e maturi, sia anziani
e financo in età pensionabile; e credo che questa circostanza sia agevolmente
accertabile. Ho presenti molti reparti e uffici ove questo era evidente,
e soprattutto ne ricordo di quelli dove una relativa maggioranza di ventenni o
di quarantenni era accompagnata da presenze che riequilibravano l'età media. Lo
si constatava quando si parlava negli affollati refettori e ancor più lo si
rilevava nelle assemblee plenarie della maestranza, durante scioperi o celebrazioni;
del resto ci sono anche le foto di queste occasioni.
Perfino gli organismi aziendali dei
lavoratori riflettevano questa continuità generazionale: dei candidati alla
Commissione interna per il quadriennio 1953-56, che ho più sottomano, il 21 per
cento erano ventenni, il 31 per cento trentenni, il 30 per cento quarantenni e
il 18 per cento cinquantenni. (Operai e impiegati, liste Cgil: la Cisl, chissà
perché, non forniva l'età dei suoi candidati).
A questa equilibrata stratificazione per età
anagrafica faceva riscontro quella per anzianità aziendale: le successive leve
si erano succedute nelle assunzioni con una certa. regolarità, tenuto conto
anche degli eventi bellici; il turn-over stesso della mano d'opera non era
praticamente mai cessato, e su questo vigilavano il Consiglio di gestione e
soprattutto la Commissione interna. L'azienda medesima conduceva una politica
di integrazione aziendale che, con apposite istituzioni, faceva leva sulle
diverse "generazioni Riv". (Solo più tardi avrebbe puntato su
lavoratori nelle età centrali, scoraggiando la permanenza degli anziani e
sbarrando l'ingresso ai giovani). Tanto per dire: c'era in fabbrica una Scuola
aziendale che reclutava figli o congiunti di dipendenti appena usciti
dall'avviamento professionale (io vi entrai a 1 5 anni appunto perché avevo
frequentato un anno di istituto tecnico). E c'era in fabbrica un Gruppo anziani
che radunava veterani dell'azienda oltreché del lavoro, alcuni in servizio da
quando era sorto il primo nucleo dello stabilimento torinese. Manco a
dirlo, il giornaletto Cisl evocava spesso la "famiglia Riv"
riferendosi non solo all'apparentamento d'interessi fra direzione e maestranze, ma proprio a questo pluralismo
generazionale, che del resto aveva un luminoso esempio giànella famiglia del
proprietario, la dinastia Agnelli.
Questa composizione fu secondo me importante
per alimentare e preservare una cultura politica e una tradizione conflittuale
che, non disgiunte dal bagaglio professionale, avevano i loro referenti in
uomini e gruppi di diversa esperienza. C'erano operai e tecnici che avevano
costruito la "Riv di Mosca" ai tempi del fascismo e altri che erano
stati trascinati nella campagna di Russia; c'era chi aveva fatto il
sindacalista già prima del fascismo, chi era stato in galera durante il regime,
chi aveva organizzato la resistenza in fabbrica o in montagna; c'era chi aveva
combattuto in Spagna contro Franco e chi era stato prigioniero degli inglesi in
Africa; e c'erano poi tante singole e preziose esperienze di lavoro altrove, di
altri padroni, di altre tribolazioni, di altre lotte. Ma anche i più oscuri
"veci" della fabbrica, il semplice addetto-macchina o la donna delle
pulizie, avevano tanto da raccontare su come vi si lavorava sotto il fascismo,
come ci si difendeva dai cottimi, come si comportavano graduati e subalterni,
com'era stata la guerra, com' era avvenuta l'epurazione. E questa ovviamente
era una scuola, era un cOrso di storia con insegnanti cui era toccato di essere
protagonisti o per lo meno testimoni, come per me furono non solo mio padre,
anche lui operaio Riv, ma tanti che parlano o di cui si parla in questo libro.
5. Un ultimo fattore che indubbiamente
influisce sulla forza operaia e sulla tradizione militante di una maestranza è
il suo grado di apertura "etnica", la sua capacità di
accettare e assimilare persone provenienti da regioni diverse. E questo non è
un problema che la solidarietà di classe possa di per sé azzerare o risolvere
in radice; anzi possono venirne fratture culturali capaci di ostacolare l'unità
operaia stessa. Certo, possono esserci luoghi di lavoro ove il personale è
stato reclutato in bacini territoriali omogenei e dove pertanto non si pongono
problemi se non all'ingresso di nuove leve, originarie di altre zone e
portatrici di altre mentalità, e magari di altri linguaggi. Ma appunto questo
era il rischio, in anni di profonde trasformazioni aziendali e di tumultuosa
mobilità territoriale quali furono gli anni cinquanta e sessanta.
Orbene, benché un agglomerato umano così
imponente qual era raccolto nello stabilimento torinese della Riv avesse
qualche probabilità di essere anche composito, non sarebbe stato strano se vi
predominasse .in modo schiacciante l'elemento locale. E un ambiente cosi
metropolitano e una sub-cultura cosi torinese qual era la Barriera di Nizza a
quei tempi potevano appunto risultare refrattarie e respingenti verso qualsiasi
innesto esterno.
Ebbene, pur avendo su questo punto una
memoria meno documentata, essa è abbastanza nitida ed è innanzitutto una
memoria di plural_smo regionale, giacché la dominanza locale era temperata e
arricchita da presenze piuttosto diversificate. In fabbrica non c'erano solo
torinesi della città o della provincia, né solo piemontesi. (Piemontesoni o
torinesissimi erano solamente i direttori, dal primo all'ultimo). C'erano
anche veneti e friulani, e sardi, e poi emiliani toscani e marchigiani, qualche
ligure, ma anche meridionali di Puglia e Basilicata, Calabria e Sicilia, e
qualche campano. Questo è un punto da mettere in risalto. Ancor prima che le
grosse ondate migratorie portassero a Torino fiumane di "napoli",
nello stabilimento c'erano già diversi lavoratori originari del Sud. Ma
!'importante è che alcuni di loro avevano ruolo di primo piano come
rappresentanti sindacali e come esponenti politici, e che avevano rifiutato
oltretutto un'omologazione linguistica.
Alla rimozione delle barriere io credo
concorse molto questo tipo di scelte, anche personali: come il fatto che il
segretario di Commissione interna più rieletto, personaggio carismatico e
amatissimo, essendo romagnolo non parlava torinese neanche in privato; e
l'accento del suo italiano era un antidoto contro ogni sciovinismo piemontese.
Altrettanto dicasi di persone in vista con provenienze diverse e perfino
cosmopolite, non catturati dal dialetto: una eminente "donna di
Commissione interna", Uil noto capo degli ex partigiani, un popolare rappresentante
operaio nell'assistenza. Addi- .
rittura, un prestigioso responsabile delle cellule comuniste sembrava
mezzo spagnolo, data la pronuncia catalana, i trascorsi àntifranchisti e il
basco d'ordinanza; storpiava occasionalmente qualche parola in torinese, ma
solo nelle riunioni con gli iscritti, per fini diciamo politici, e tutti glielo
perdonavano. E un altro dei leader aziendali, che fu anche responsabile del
partito, parlava esclusivamente italiano, e con finezza, pur essendo torinese.
(A ciò, beninteso, facevano da pendant quei dirigenti operai che invece usavano
quasi soltanto il dialetto, a volte nel modo più popolar(',sco come il
simpatico decano o il sagace coordinatore del Comitato sindacale; a volte in
una versione "tecnica" e ricercata, come quella di un bravissimo "esperto" e dell'autorevole
segretario del Consiglio di Gestione; e altre volte in una edizione più
contaminata dal gergo dell'organizzazione, come quella di due fra i più validi
membri di Commissione interna e di alcuni valorosi militanti politici e
sindacali - responsabili di cellula e segretari di sezione,
collettori e commissari - del mio come di altri reparti).
Naturalmente questo poneva la premessa di una
apertura "etnica", ma per integrare gli immigrati occorreva un
intervento più diretto. Ci pensò il giornale di fabbrica con una tempestiva
seppur goffa campagna pedagogica oltreché politica, che prendeva a .
pretesto il "campanilismo di un gruppo di settentrionali" per
dare un altolà a sentimenti velati di razzismo. Non sarei peraltro sincero a
questo riguardo se non ricordassi che alle prevenzioni anti-meridionali
concorse anche la condotta sindacale di un esponente e membro di Commissione
interna della Cisl: ma non saprei dire comunque quanto in ciò influisse il
settarismo politico e quanto il pregiudizio razziale.
Sta di fatto che nel suo insieme la
maestranza Riv non fu attraversata neanche in seguito da fratture regionali
profonde, e' che la riscossa operaia dei primi anni sessanta coinvolse senza
squilibri sia i lavoratori piemontesi che gli immjgrati. A ciò concorsero anche
quei militanti e quegli strumenti dell'organizzazione operaia che
sottolinearono in ogni modo (perfmo in modo inconsapevole) gli elementi di pluralismo
"etnico" presenti nell'organico dello stabilimento.
6. Fin qui gli spunti che poteva offrire la riflessione sociologica
suscitata dalla lettura del libro. Ovviamente queste non sono le sole
spiegazioni della straordinaria eppure non unica condizione di forza, vitalità
e compattezza mostrata dal movimento operaio alla Riv di Torino. Altre
spiegazioni andrebbero cercate, con gli strumenti appropriati, nella storia di
questo stabilimento e di tutta la Riv, 'letta sotto il profilo tecnologico, organizzativo,
politico e culturale, con occhio soprattutto al farsi e all'evolversi dei
gruppi dirigenti - imprenditoriale - manageriale, tecnico-amministrativo,
politico-sindacale. Ad altri il compito, che viene certo incoraggiato da questa
Storia operaia. Al prefatore, uno della Riv che così facendo reca anche
la propria testimonianza, la segnalazione di due episodi tipici e rivelatori
dell'esperienza di questa fabbrica, vista attraverso i suoi strumenti e i suoi
ingredienti. Il primo è questo. quando nel 1952 si profilò l'occasione di darsi
un giornale di fabbric:a proprio, che non fosse più l'edizione Riv del
periodico curato dalla Federazione comunista, prendemmo alcune decisioni.
Innanzitutto ci saremmo fatto il giornale da soli giacché due anni di tutela e
di apprendistato erano stati più che sufficienti; e infatti da allora ce lo
fabbricammo autonomamente, cercando di ridurre al minimo le pur benintenzionate
interferenze politico-editoriali, e financo i sussidi. tecnici (cliché, manchette
ed editoriali già pronti) utilizzabili in comune nella gloriosa tipografia
. del Pci in via
Saluzzo. Arrivammo ad avere una struttura robusta, con responsabili di pagina,
corrispondenti di reparto, redattori culturali e financo collaboratori sportivi,
oltre a un direttore pro forma della massima autorevolezza. Ci saremmo altresì
autofinanziati completamente, sia con la diffusione in abbonamento e
ordinaria, sia con le inserzioni e altre vendite (calendarietti utili prodotti
dal giornale e fotoservizi di manifestazioni sia sportive e ricreative che
sindacali e politiche). Così fu, e non gravammo mai neppure sul bilancio
dell'organizzazione di fabbrica; la tiratura del resto durò a lungo sopra le
2.500 copie quindicinali, e uscivamo con grande regolarità. E infine, il
giornale sarebbe stato dei lavoratori senza connotazioni di partito, pur
essendo chiarissimamente orientato/_ sinistra; tale scelta non venne mai ad
affievolirsi. Si potrà obiettare che quello era solo lo strumento ottimale di
un'azione di fiancheggiamento, e non troverei molto a ridire; ma noi vivevamo
la cosa diversamente: scrivere noi l'editoriale politico senza imbeccate o
senza veline era qualcosa in più; e dava qualcosa in più. (E' evidente che ho
preso molto da tutta la lunga esperienza del giornale di fabbrica, con la sua
singolare testata, e quindi tendo a considerarlo un capitolo cruciale anche per
la mia propria formazione).
Il secondo episodio fa luce su un ingrediente
più impalpabile essendo giocato tutto sulle forme. In breve si trattò di
questo: adottare una formazione di squadra la più adatta a sostenere il
negoziato con la controparte nelle riunioni periodiche in direzione. Vale a
dire, cessare di sedersi a quel lungo tavolo in ordine sparso, come capitava,
con l'unica costante del segretario di Commissione interna piazzato al centro,
ovviamente di fronte alparigrado dell'azienda, e con l'immancabile conseguenza
di fronteggiare di volta in volta interlocutori diversi, non potendosi
consultare né consigliare prontamente e perdendo in tal modo battute e perfino occasioni fra quelle otto o dieci persone che
stavano dalla nostra parte. Nulla di speciale, anzi una bazzecola conflittuale,
se si vuole; eppure quanti vantaggi portò, alle trattative e nelle vertenze,
uno stabile e disciplinato schieramento "da battaglia" via via
collaudato sia come postazioni che come ruoli, nei confronti dei partner
stessi: noi avevamo il mediatore, il duro, il leguleio; il sindacalista, il
politico, il tecnico Per quanto marginale,
ritengo questo
episodio altamente indicativo di una maturità di classe quale la Riv di
Torino mostrò e quale emerge dalla narrazione che segue, a cui lascio adesso la
parola.