La riforma in Parlamento
COOPERATIVE O
SPA?
Marco Mazzoli Il movimento cooperativo è costituito da
migliaia di imprese, che impiegano (direttamente o
indirettamente) milioni di lavoratori, che occupano un
ruolo fondamentale nel tessuto economico nelle regioni
più ricche del nostro paese (Emilia Romagna e Toscana,
ma anche parte del Veneto, dove sono presenti migliaia di
cooperative cattoliche) e che hanno un'interessante
peculiarità: sono imprese non capitalistiche, ossia
basate su valori e meccanismi solidaristici e
partecipativi. Tali valori sono sintetizzati dal
principio 'una testa un voto': nell'assemblea dei soci,
ogni socio esprime un voto indipendentemente da quanto
denaro ha impiegato nell'impresa. Ogni individuo, cioè,
vale in quanto persona, e non in base all'ammontare del
proprio capitale. Altri elementi mutualistici e
solidaristici sono costituiti dalla presenza di un limite
massimo nella remunerazione delle quote sociali ordinarie
(un punto e mezzo in più rispetto ai buoni postali,
ossia poco più del rendimento dei Bot) e dalla
indivisibilità delle riserve: i soci non possono
riappropriarsi dei profitti accumulati in passato, ma
devono reinvestirli nell'impresa. Questo fa sì che le
imprese cooperative tendano a creare maggiore occupazione
(come dimostrato da innumerevoli studi economici e
statistici) e che, nelle fasi di congiuntura negativa,
tendano a mantenere i posti di lavoro in misura molto
maggiore di quanto non facciano le imprese private
capitalistiche. Se poi l'impresa cooperativa dovesse
cessare la propria attività, ogni residuo del patrimonio
netto non può essere redistribuito tra i soci, ma passa
allo Stato. Potremmo quindi dire che si tratta di imprese
basate su 'principi socialistici', e infatti quasi tutte
le imprese autogestite dai lavoratori hanno la forma
giuridica di 'cooperative di produzione e lavoro'. Questo
dimostra che si può 'essere impresa' e creare ricchezza
anche in modo 'non capitalistico': molte di queste
imprese sono ricche, floride e in espansione.
Purtroppo, però, questa particolare struttura dei
diritti di proprietà che ha caratterizzato (con
successo) le imprese cooperative in molte parti del
mondo, rischia di essere snaturata da due progetti di
legge che saranno presto discussi in Parlamento e che
presentano numerose similitudini: il disegno di legge
della Commissione Mirone e quello presentato dal gruppo
parlamentare dei Ds.
Una lettura approfondida dei due progetti rivela in
biamente un impianto giuridico raffinato e sofisticato.
Peccato che manchi in molti casi una seria analisi eco
nomico-finanziaria delle implicazioni di tali leggi. È
una lacuna non di poco conto, visto che l'oggetto dei pro
getti di legge è di natura strettamente economica (le
norme che presiedono al funzionamento delle imprese
cooperative e controllate dai soci e dai lavoratori). Cer
cherò ora di sipiegare come e perché questi due
progetti rischiano di snaturare le circa 60-70
cooperative di grande dimensione e in forte crescita,
trasferendone il controllo dalle mani dei soci e dei
lavoratori a quelle di piccoli gruppi di managers
finanziari, e cancellando il carattere democratico e
partecipativo di questo tipo di imprese.
In base alle categorie dell'analisi economica, gli
strumenti normativi e organizzativi ottimali devono
essere al tempo stesso appetibili agli occhi degli
investitori esterni e compatibili con gli incentivi
rivolti ai soci-lavoratori e ai vari soggetti coinvolti
nel processo produttivo dell'impresa siano essi
lavoratori, soci, managers o investitori esterni.
Un primo aspetto che genera qualche perplessità nei due
progetti di legge è l'assimilazione della società
mutualistica alla società lucrativa, sulla base del
principio che la strumentazione imprenditoriale debba
essere omogenea per tutti i tipi di impresa,
indipendentemente dallo scopo perseguito. Ne deriva (nel
testo della Commissione Mirone) che la normativa assimili
grandi cooperative e SpA, così come piccole cooperative
e Srl. Questo suscita due obiezioni: la prima è di
natura tecnico-economica, la seconda si muove anch'essa
sul piano dell'economia, ma ha un'evidente proiezione
politica.
Quanto alla prima, il punto debole del principio
contenuto nel disegno di legge Mirone e in quello dei Ds
sta nel fatto che la letteratura economico-finanziaria
dimostra inequivocabilmente che la forma organizzativa e
gli strumenti finanziari ottimali dell'impresa sono
strettamente legati: l'investitore esterno potrà essere
incentivato ad offrire finanziamenti se, e solo se, la
remunerazione dei propri investimenti è compatibile con
le finalità e gli incentivi e i meccanismi organizzativi
che caratterizzano l'interagire dei diversi soggetti
coinvolti nell'impresa. Sembra veramente difficile
sostenere che la strumentazione finanziaria dell'impresa
cooperativa debba essere assimilabile a quella di una SpA
e pretendere, al tempo stesso, che l'impresa cooperativa
conservi i requisiti di mutualità.
Passando alla seconda obiezione, l'aspetto veramente
problematico della proposta Mirone e di quella dei Ds sta
nel forte ampliamento della possibilità di emettere
azioni 'con voto multiplo' (ossia in contrasto con il
principio 'una testa un voto'): con le nuove leggi (si
guardi, in particolare, il punto 'f' del comma 2
dell'art. 5 della proposta Mirone) qualsiasi cooperativa,
previa modifica statutaria e senza alcun vincolo, potrà
emettere tali azioni a voto multiplo, le quali potranno
rappresentare (nel loro complesso) fino a un terzo dei
voti esprimibili in assemblea. Tenuto conto dell'alto
livello fisiologico di assenteismo dei soci dalle
assemblee (nelle cooperative più grandi - e più floride
- partecipa in genere non oltre il 20% dei votanti), il
33% dei voti è molto più che sufficiente ad assumere il
'controllo blindato' dell'impresa. Per fare un esempio,
per molto tempo la famiglia Agnelli ha controllato la
Fiat con quote intorno al 25% del totale.
Questo significa che l'emissione di nuove azioni a voto
multiplo sarà sponsorizzata da managers finanziari della
Legacoop e delle altre centrali cooperative, con una
forte pressione politica nei confronti della base
sociale, in gran parte 'fedele alla linea' e
influenzabile dalle prese di posizione di autorevoli
esponenti del partito. E infatti c'è già chi (come
Lanfranco Turci o altri esponenti di spicco dell'ala
cosiddetta 'liberal' dei Ds) propone che le grandi
cooperative emettano queste azioni a voto multiplo, e che
esse vengano acquistate da una costituenda fondazione.
Tale fondazione (insieme ad altre società finanziarie
collegate o controllate dalla Legacoop e dalle altre
centrali cooperative) deterrà in questo modo il
controllo 'blindato' di tutte le grandi cooperative
(quelle piccole non sono ricche e non fanno gola a
nessuno). Come dire ai soci: "Cari compagni, non vi
preoccupate: dateci il controllo delle vostre
cooperative, che al resto ci pensiamo noi". Noi chi?
Beh, ovviamente un limitato gruppo di managers (spesso le
stesse persone occupano posizioni di spicco in diverse
istituzioni della Legacoop, nelle finanziarie e nelle
istituzioni ad essa collegate). Intendiamoci, molti di
questi managers sono anche persone capaci e oneste, ma
dove va a finire la partecipazione dei lavoratori? È
possibile che anni di successo nelle regioni ricche del
nostro paese siano del tutto casuali? Esiste una
letteratura di teoria economica vasta e consolidata (che
comprende lavori di autori famosi come Aoki, Bartlett e
Holmstrom) che individua nella partecipazione dei
lavoratori al processo decisionale delle imprese (tipico
delle cooperative nostrane) un formidabile incentivo alla
produttività del lavoro. Dove va a finire la
partecipazione dei lavoratori se una coalizione di pochi
soggetti può (con il 33% dei voti) assumere di fatto il
controllo dell'impresa? Le azioni con diritto di voto
multiplo sono introdotte nella nostra legislazione con la
motivazione di facilitare la raccolta di capitale
finanziario per le imprese cooperative. Ma qui sorge il
primo problema, poiché, ragionando dal punto di vista
del risparmiatore esterno o dell'investitore
istituzionale, queste azioni sono, a parità di
condizioni, molto meno convenienti, in termini di capital
gain e di negoziabilità, della maggior parte dei titoli
azionari quotati in borsa. Questo significa che per le
imprese cooperative che le volessero collocare in borsa
l'operazione sarebbe estremamente costosa. Fatte queste
premesse, l'esigenza (che in taluni ambienti vicini
all'ala 'liberal' dei Ds sembra addirittura pressante) di
aumentare a tutti i costi il peso e l'influenza
assembleare dei soci finanziatori è francamente poco
comprensibile: la letteratura di finanza dimostra che
l'effetto di tali provvedimenti sarebbe la probabile
creazione di maggioranze 'sclerotizzate' attorno ai soci
finanziatori con voto multiplo.
La normativa vigente offre numerose opportunità non
ancora sfruttate né tantomeno dibattute dal movimento
cooperativo. In particolare, come è noto, i collegati
alla Finanziaria del '98 consentono alle cooperative di
emettere obbligazioni. Poiché le cooperative in
espansione sono tipicamente caratterizzate da un elevato
livello di patrimonializzazione dato dalle riserve e
dagli utili non distribuiti, spesso si trovano ad avere
un ampio margine di manovra su strumenti di debito
negoziabili in mercati borsistici, come le obbligazioni
indicizzate, che, oltre ad avere il vantaggio di non
alterare minimamente la struttura proprietaria e il
principio 'una testa un voto', possono costituire (anche
sulla base dell'esperienza dei mercati finanziari
britannici e statunitensi) una importantissima tipologia
di investimenti di portafoglio per i fondi comuni di
investimento e per i fondi pensione. È vero che le
obbligazioni comportano alti costi fissi di emissione (e
questo ne suggerirebbe l'emissione principalmente alle
cooperative di grandi dimensioni) ma è anche vero che le
piccole cooperative possono creare consorzi finanziari o
altre forme di coalizione per raggiungere le dimensioni
necessarie a operare.
Se poi la remunerazione delle obbligazioni venisse
indicizzata a tipici obiettivi del gruppo dirigente (ad
esempio, il tasso di crescita del fatturato, come
suggerito dalla letteratura di managerial economics,
oppure ad un indicatore della crescita del settore
industriale in cui opera l'impresa, come suggerito da
Waldmann e Smith) al finanziatore esterno verrebbe
garantita in modo inequivocabile la distribuzione di una
parte rilevante del plusvalore creato nell'impresa. In
altre parole, le obbligazioni indicizzate con le
caratteristiche appena menzionate sarebbero
'incentivo-compatibili' perché darebbero all'investitore
esterno un contratto non solo vincolante, ma anche
'agganciato' agli obiettivi primari del gruppo dirigente.
Le obbligazioni indicizzate potrebbero essere anche più
appetibili delle azioni di tante SpA quotate in borsa e
caratterizzate da strutture proprietarie sclerotizzate:
la struttura proprietaria democratica dell'impresa
cooperativa garantirebbe l'investitore esterno dai
fenomeni deteriori delle 'scatole cinesi' o da
comportamenti del gruppo dirigente volti a sacrificare
gli interessi degli altri azionisti.
Che dire di tutti questi 'ragionamenti finanziari'? Noi
popolo della sinistra abbiamo spesso avuto un rapporto
molto sofferto con l'economia. Tendiamo a percepirla
spesso come una disciplina estranea alla cultura della
solidarietà, della partecipazione e dell'eguaglianza.
Questo potrebbe anche essere un paradosso, se si pensa
che molti economisti del passato cercavano, almeno nelle
intenzioni, di misurarsi con il problema della
distribuzione della ricchezza. Lo stesso Marx era, oltre
che un filosofo e un sociologo, un grande economista:
persino Il Capitale, come è noto, ha come sottotitolo
Critica dell'economia politica. Non bisogna poi
confondere l'attività degli imprenditori, delle aziende
e dei managers (il cui principale interesse è accumulare
ricchezza) con l'attività degli economisti (il cui
principale interesse può anche essere la modalità di
distribuzione della ricchezza, visto che studiano
l'attività di produzione e di scambio).
Superando una sorta di strano e inspiegabile complesso
inconscio di insicurezza, che la sinistra sembra nutrire
nei confronti dell'analisi economica, dovremmo affermare
con forza che i nostri stessi ideali solidaristici,
partecipativi e redistributivi non possono che essere
definiti sulla base di categorie economiche, in quanto
presuppongono un criterio di scelta collettiva per
distribuire le risorse e, ovviamente, un metodo di
produzione delle risorse stesse, che sia compatibile con
gli incentivi dei singoli. Di tutti i singoli, non solo
degli imprenditori, che, da un po' di anni, sembrano
ritenersi l'unica parte sociale in grado di parlare 'in
nome dell'interesse generale', pontificano sui temi più
svariati, dalla flessibilità del lavoro alla formazione,
al decentramento dei poteri dello Stato. In altre parole,
i principi solidaristici, partecipativi e distributivi
della tradizione storica di sinistra sono delle vere e
proprie concezioni economiche: quelle di chi è talmente
convinto del principio (liberale) delle pari
opportunità, da voler rimuovere le cause materiali che
lo vanificano. Eppure, ogni volta che la leadership della
sinistra (quella 'per bene', abituata ai salotti buoni)
tocca temi economico-finanziari, sembra condizionata da
un senso di sudditanza vero l'ideologia dell'avversario
di sempre e ne accetta i principi caratterizzanti (ad
esempio, l'idea dogmatica di efficienza dei mercati
finanziari). Dimentica persino i successi e la ricchezza
creata da alcune residue (ma importanti) esperienze
economiche 'socialiste', come le cooperative dell'Emilia
Romagna, della Toscana, dell'Umbria.
Chissà, forse se la leadership dei Ds provasse a
rappresentare la propria base e i propri valori di
riferimento, qualche volta potrebbe anche riuscire a non
perdere qualche elezione....
Marco Mazzoli è ricercatore al dipartimento di Economia
politica dell'Università di Modena e Reggio Emilia.
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