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Le primavere arabe del 2011 sono state definite l’equivalente
per l’Africa del nord e il Medio Oriente di ciò che fu la caduta
del muro di Berlino per l’Europa nel 1989. Se questo paragone vale
almeno un po’, la nuova dinamica cambia tutte le carte in tavola non
solo per questi paesi, i loro regimi in crisi e le loro società, ma
anche per l’intero Occidente.
È il motivo per cui sentiamo il bisogno di un colloquio in cui voci
europee ed arabe (con una prevalenza di queste ultime per evitare ogni
paternalismo) s’incontrino e interagiscono sui problemi irrisolti
che i recenti movimenti hanno fatto emergere.
Lo scopo del convegno è non di esprimere un (assai improbabile)
consenso, ma di confrontare ipotesi alternative e perfino opposte.
Perciò la ventina di relatori che partecipano all’incontro è stata
invitata con il criterio della più ampia rappresentatività
geografica e politica.
Il convegno si terrà a Roma a giugno, inizierà il pomeriggio
di giovedì 9, proseguirà per tutto il venerdì 10, e si concluderà
il sabato mattina, 11 giugno. Consisterà quindi di quattro sessioni,
ciascuna di mezza giornata.
Ogni sessione sarà dedicata a uno dei quattro temi seguenti:
1) Il protagonismo delle donne, straordinario (e in parte
inatteso). Di solito fede religiosa (schematizzata nel “velo”) e
attivismo democratico sono considerati incompatibili. Invece a Piazza
Tahir si sono viste manifestare insieme per la democrazia donne col
hejjab e donne senza. È forse giunto il momento di correggere la
visione semplicistica delle donne arabe?
2) Islam politico o politica nell’Islam? Secondo la vulgata
occidentale, la stragrande maggioranza delle popolazioni arabe sarebbe
integralista se non vi fossero regimi autoritari a mantenerle laiche:
la corruzione e il dispotismo di questi regimi sarebbero solo il
prezzo da pagare per il loro laicismo. Oggi questo paradigma sembra in
crisi. Ma si può davvero parlare di fase “post-fondamentalista”
come fanno molti in Tunisia ed Egitto? O l’integralismo gioca dietro
le quinte e si prepara a riconquistare l’egemonia in una nuova
versione? Il “modello turco” agisce per davvero o è solo un
cavallo di Troia?
3) I giovani. Chi sono queste nuove generazioni arabe? Come si
percepiscono e si configurano rispetto alla comunità globale creata
dalle nuove tecnologie rispetto alla disoccupazione e all’assenza di
prospettive? Quanto contano nello strutturarsi dell’opposizione
giovanile le nuove tecnologie comunicative come Internet, e i social
networks come Facebook o i servizi di microblogging come Twitter?
Quanto ha pesato nella formazione della protesta giovanile una tv come
Al Jazeera?
4) Modernizzazione capitalistica. Questi moti sembrano
rivendicare una cittadinanza nel mondo globalizzato. Le primavere
arabe possono forse essere lette come il tentativo di adeguare la
rappresentazione politica alla struttura sociale e alla nuova realtà
economica? Come interpretare la rivendicazione dei diritti che sembra
essere comune ai diversi movimenti?
12 giugno
- ARTICOLO di
(s. li.)
VIDEO I documentari di strada fatti dagli allievi
della scuola del cinema di Tunisi proiettati al convegno
La rivolta dei gelsomini in presa diretta
Le immagini sono eccezionali e banali allo stesso tempo: scene di
vita quotidiana ai tempi della rivoluzione. Una discussione sul
rapporto tra laicità e religione. Un'intervista ad alcuni
intellettuali che chiedono scusa per la loro passata connivenza
con il regime del dittatore Ben Ali. Un dibattito molto acceso
sulla necessità o meno di chiudere un bordello nella capitale.
Proiettati per tutta la tre giorni, a inframmezzo degli interventi
dei vari relatori che si sono alternati, i filmati degli studenti
della scuola di cinema di Tunisi hanno costituito un po' la
colonna visiva del convegno «La speranza scende in piazza.
L'Europa e le primavere arabe», organizzato da questo giornale
(insieme alla rivista Oil e a Sky) al Centro di Studi americani di
Roma.
Realizzati all'indomani della rivolta - principalmente quando la
sollevazione scoppiata a Sidi Bouzid nel dicembre scorso ha
raggiunto la capitale -, questi filmati sono uno scorcio di
documentarismo in presa diretta fatto dagli stessi protagonisti
degli eventi raccontati. Diretti e istigati dal celebre regista
tunisino Nouri Bouzid, i ragazzi della scuola di cinema si sono
lanciati in strada armati di telecamere. Hanno filmato.
Documentato. Hanno raccolto voci e immagini. Poi hanno montato i
loro filmati con altri spezzoni presi da internet, con riprese più
brevi fatte con i telefonini, con scorci cannibalizzati da youtube.
Il risultato non è univoco, ma proprio per questo molto
rappresentativo di un movimento popolare composito. Così, si vede
una manifestazione di piazza gigantesca e vicino alcuni che
approfittano del caos per rubare bottiglie d'acqua. Così, si
vedono donne che rivendicano il carattere laico dello stato
tunisino (uno dei più avanzati tra i paesi arabi relativamente
all'emancipazione femminile anche all'epoca di Ben Ali) e uomini
che non sono poi così d'accordo con l'idea che i due sessi
dovrebbero avere parità totale di diritti e di opportunità. Si
vedono insomma i lati meno mediatizzati della rivolta tunisina,
presentata come non monolitica, ma nella sua realtà di
sollevazione eterogenea, di massa e niente affatto granitica nelle
convinzioni.
I vari video - selezionati da Bouzid e diffusi in Italia da
Mohammed Challouf, instancabile ispiratore e collaboratore di vari
festival di teatro e di cinema in giro per l'Italia - hanno
suscitato grande interesse tra i partecipanti. Già proiettati al
festival del cinema africano di Milano, saranno nuovamente
mostrati in altre occasioni a Lecce e all'università Ca' Foscari
di Venezia. «Molti durante il convegno mi hanno chiesto dove
potevano reperire questi video», racconta Challouf. «Così ho
lanciato l'idea di fare un dvd con gli atti della tre giorni
insieme ai video». (s. li.)
- ARTICOLO di
Ma. Fo.
incontri
LE MILLE RADICI del vento GEOMETRIE MEDITERRANEE
Ma. Fo.
La mappa disegnata nell'XI secolo dal geografo arabo Muhammad
al Idrisi rappresentava il mondo allora conosciuto attorno al
mare Mediterraneo in modo capovolto: sopra i paesi dell'Africa
e Vicino Oriente, sotto quelli europei. Sponda nord, sponda
sud: dipende dal punto di vista. La mappa di Al Idrisi è una
di quelle che Margherita Paolini (giornalista e coordinatrice
scientifica di LiMes) ha presentato ieri in conclusione del
convegno organizzato dal manifesto e dalla rivista Oil per
riflettere sulle «primavere arabe». Dove relatori venuti da
tutte le sponde, protagoniste delle rivolte, blogger,
attivisti, documentaristi, registi hanno raccontato le rivolte
dall'interno cercando di riflettere sul protagonismo delle
donne, sul ruolo dei nuovi media, sulle domande fondamentali
poste dalle rivolte arabe: il contenuto della democrazia, lo
scontro tra laicità e fondamentalismo, la cittadinanza in un
mondo globalizzato.
Bisogna però guardare anche alle ragioni strutturali delle
rivolte arabe: sono un momento di modernizzazione capitalista?
Il punto di vista capovolto di Al Idrisi è una buona
introduzione: oggi nelle carte geografiche la convenzione
mette sopra il nord e sotto il sud, ma «nel Mediterraneo si
vanno disegnando circuiti di investimenti sud-sud», dice
Paolini, mostrando un'altra mappa, attualissima: gli
investimenti dei paesi del Golfo in porti, infrastrutture
commerciali e petrolifere dal canale di Suez all'Algeria e il
Marocco, in una corsa all'egemonia sul Mediterraneo visto come
via di passaggio est-ovest. Poi quella della struttura
demografica («molti analisti oggi mettono la percentuale di
popolazione tra i 18 e 30 anni tra i fattori di «rischio
paese»).
Guarda alle rivolte arabe nel contesto geo-politico Gian Paolo
Calchi Novati (esperto di colonialismo e decolonizzazione,
professore di storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici
all'università di Urbino). Alla fine della Guerra fredda, la
posta in gioco del «nuovo ordine mondiale» sono le risorse,
gli asset strategici, dice, parla di rivolte dagli esiti
ancora incerti. Descrive l'intervento occidentale in Libia
come «la Suez del '2000», attraverso cui l'Europa (anzi,
l'asse franco-britannico) vuole tornare in gioco nel potere
mondiale. Lucia Annunziata (giornalista, ex direttrice del
Tg3, coordinatrice del comitato scientifico della rivista Oil)
parla di «grande confusione» nella politica estera degli
Stati uniti: e sottolinea come le rivolte arabe, con la loro
richiesta di democrazia, il protagonismo delle donne e dei
giovani, di internet hanno spiazzato un'amministrazione Obama
che stava cercando di rimettere insieme i cocci ereditati
dalla «guerra permanente» del suo predecessore.
Samir Amin torna a restringere il campo per mettere meglio a
fuoco la rivolta egiziana - e i problemi che solleva.
Economista egiziano, conosciuto internazionalmente come
teorico dello sviluppo ineguale, oggi dirige il Forum du Tiers
Monde a Dakar in Senegal, da cui è intervenuto in
videoconferenza. In Egitto, dice, «protagonisti della rivolta
sono stati in primo luogo giovani che si sono ripoliticizzati»,
piccola borghesia urbana, la classe operaia protagonista di
frequenti scioperi a partire dal 2007, i piccoli contadini che
si sono visti espropriare le terre (la «contro-riforma
agraria»). Vogliono «la democratizzazione della società,
che non si esaurisce solo in elezioni un po' più trasparenti;
una politica economica e sociale più equa, e infine una
politica nazionale non asservita all'alleato americano,
soprattutto sulla questione dell'espansionismo di Israele».
Parla di una lotta politica aperta, e del «blocco
reazionario» che lavora contro la democratizzazione: in cui
include, insieme all'alta borghesia reazionaria legata al
vecchio partito quasi-unico di Mubarak, o agli agrari, anche i
Fratelli musulmani «partito a torto considerato di
opposizione: è reazionario sotto il profilo economico e
sociale, è stato tollerato e sostenuto dal vecchio regime».
Attenzione alle trappole, conclude: «Bollare di islamofobia
ogni critica all'islam politico è come accusare di
antisemitismo ogni critica alla politica di Israele».
I giovani «ripoliticizzati» di Samir Amin inducono qualche
ottimismo in Zvi Schuldiner, docente al Sapir College in
Israele, militante pacifista e della sinistra israeliana ed
editorialista del manifesto. Dagli anni '90 «siamo stati
dominati dalla politica della paura: paura degli arabi che ci
attaccano, che invadono l'Europa. In nome della lotta al
terrore, cioè della paura, è stato giustificato il
terrorismo di stato ed è stata cancellata la questione
sociale».
- di Marina Forti
STEFANO RODOTÀ
La costituzione «materiale» delle primavere
Marina Forti
La serie di rivolte che sta trasformando la sponda sud del
Mediterraneo ha smentito un'idea radicata in molti, in Occidente:
che se si fossero aperte crepe nei regimi del Medio Oriente,
queste sarebbero state occupate da forze politiche fondamentaliste.
«Invece, il varco l'hanno aperto cittadine e cittadini che
rivendicano libertà e democrazia», fa notare Stefano Rodotà,
uno dei più esperti costituzionalisti italiani. Dopo una lunga
carriera di deputato, ministro della giustizia e vicepresidente
della Camera, ha presieduto l'ufficio di Garante per la privacy e
poi il coordinamento europeo dei Garanti del diritto alla
riservatezza; è stato tra gli autori della Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione europea, e di recente è stato
interpellato come consulente dai costituzionalisti tunisini che
lavorano a riscrivere la Carta fondamentale del loro paese. Da
questa ultima esperienza trae alcune riflessioni generali sul modo
di declinare i diritti oggi: dall'accesso alle tecnologie
dell'informazione al rapporto tra diritti delle persone e risorse
materiali - quello che nella sua introduzione al convegno del
manifesto sulle «primavere arabe» Rodotà ha definito «costituzionalismo
della vita materiale».
L'associazione tra le reti internet e gli eventi degli ultimi mesi
è un dato di fatto - anche se «i blog sono importanti, ma a fare
la discontinuità sono stati giovani e donne andati fisicamente in
piazza Tahrir», dice Rodotà (del resto, è quanto abbiamo
sentito ripetere anche da blogger come Manal Hasan o Amira al
Hussaini). E però, mentre tutti denunciano la censura e rendono
omaggi di maniera alle «rivoluzioni di facebook», «il recente
e-G8 riporta al centro il controllo sulla rete», dice Rodotà: «Le
primavere arabe mettono all'ordine del giorno del mondo intero una
questione fondamentale: se internet debba essere uno strumento
libero o asservito a interessi commerciali». E ricorda che
l'Assemblea generale dell'Onu ha definito «un diritto» l'accesso
a internet senza la mediazione del mercato, oltre che senza
controlli censori.
Un altro effetto delle rivolte nei paesi arabi è aver «sancito
il fallimento del progetto di esportazione della democrazia,
affermando invece la rivendicazione della democrazia dall'interno:
perché questa vive nel suo fondarsi sulla partecipazione dei
cittadini». Quando sentiamo la formula «esportare la democrazia»
pensiamo inevitabilmente a George Bush e alle guerre dell'ultimo
decennio, ma Rodotà si riferisce a una storia più lunga di
egemonia e dominio dell'occidente «che risale a Napoleone e
all'esportazione dei principi del 1789». Non si tratta di
rinunciare alla nozione di cittadinanza, ai principi della
rivoluzione francese o ai diritti universali, precisa Rodotà: «Sto
parlando di un nuovo tipo di universalismo dal basso. Come non si
esporta la democrazia, non si esportano i valori fondamentali. Però
oggi dai monaci birmani, i giovani iraniani o le piazze arabe
vediamo rivendicare libertà e democrazia, in una costruzione
continua di diritti. In un certo senso, i principi di uguaglianza,
libertà, giustizia sono tanto più universali perché prodotti
dalla lotta politica, dall'interno, liberi dal sospetto di
subalternità ai valori occidentali».
Dalla transizione in Tunisia Stefano Rodotà trae ancora una
considerazione generale sul valore delle costituzioni. Abbiamo
ormai diversi esempi di nuove costituzioni o sentenze
costituzionali, dal Sudafrica all'India a paesi latinoamericani,
che «guardano non ai soggetti astratti ma alle persone viste
nella loro vita materiale: quindi sancisce i diritti a salute,
istruzione, casa, accesso ai beni comuni, cibo, acqua. Insomma,
guardano ai diritti delle persone in rapporto alle risorse. La
Costituzione italiana è un po' antesignana in questo, perché
oltre a definire in modo ampio di diritti fondamentali parla anche
di «eliminare gli ostacoli di fatto» a goderne. Penso sia per
questo che i tunisini, al momento di riscrivere la loro Carta, ci
hanno chiesto di interloquire».
- 11 giugno
ARTICOLO di
Marina Forti
PRIMAVERE ARABE
Prove di utopia in piazza Tahrir
«La Rete ha cambiato il giornalismo, ma il
movimento è nato e cresciuto nelle strade». Parla la blogger
egiziana Manal Hasan, a Roma per il convegno organizzato dal «manifesto»
Quando sente parlare di «rivoluzione facebook», Manal Hasan si
infuria. Lei è una blogger, anzi: coordinatrice del gruppo Arab
Techies che lavora per diffondere il software open source e
l'accesso a internet, fondatrice con il marito Alaa di un noto
blog (www.manalaa.net), Manal appartiene alla generazione che dal
2005 ha intensamente usato la rete come strumento di battaglia. Ma
la rete è appunto «uno strumento», insiste: «È stata una
rivoluzione del popolo, l'abbiamo fatta occupando piazza Tahrir,
sfidando la polizia per le strade. La rete internet, i social
network, i blog sono solo uno strumento, per quanto importante».
Manal Hasan è a Roma per partecipare al convegno del manifesto
sulle «primavere arabe». Non esita a definire «rivoluzione»
quella in corso («non è finita») nel suo paese, e quando le
chiedo da dove nasce lei torna indietro agli anni '90, al tempo in
cui doveva essere ancora una ragazzina. Parla della campagna
denigratoria montata da forze fondamentaliste contro un certo
professore del Cairo noto per le sue idee liberalizzanti (accusato
di bestemmia e apostasia, trascinato in tribunale, fu poi
costretto a espatriare). «Attorno a quel caso si sono mobilitati
numerosi attivisti. Un movimento per i diritti umani ha cominciato
allora a rafforzarsi, contro tutti gli ostacoli posti dal governo.
Sono sorte organizzazioni di assistenza legale: hanno difeso
tutti, gli imputati di terrorismo e quelli arrestati per attività
sociali, la sinistra, i blogger, i lavoratori, la povera gente a
cui veniva requisita la terra».
Una «rivoluzione» con radici sociali, dunque?
Potrei ripercorrere diversi momenti che hanno contribuito a creare
il movimento sfocialo in piazza Tahrir. Penso al movimento contro
l'invasione dell'Iraq nel 2003 - è allora che per la prima volta
ho sentito urlare slogan contro Mubarak. O al movimento Kifaya
nato nel 2005 a sostegno alla seconda intifada dei palestinesi, il
lavoro porta a porta per raccogliere cibo e medicinali da mandare
nei territori palestinesi. E poi al movimento contro il referendum
costituzionale del 2005, quando il regime ha introdotto elezioni
presidenziali e legislative multipartitiche e l'occidente
applaudiva - mentre invece il sistema era tale che solo Mubarak e
il suo partito potessero controllare il gioco. In quell'occasione
il regime ha mandato le sue forze di sicurezza ad attaccare ogni
protesta, le donne, e poi i giornalisti, egiziani o stranieri:
sequestravano telecamere e filmati, non volevano testimonianze.
Allora sono successe due cose. Una è che sono entrati in scena i
blogger: mettevamo in rete foto e filmati fatti con i cellulari o
le mini-telecamere. L'altra è che le donne hanno deciso di
reagire alla brutalità. Ricordo una manifestazione con lo slogan
«le strade sono nostre»: era un mercoledì e per mesi siamo
tornate a manifestare ogni mercoledì, scegliendo zone centrali
perché volevamo farci sentire da tutti. Siamo andate davanti a
una certa moschea che nel folklore popolare è quella che
esaudisce i voti segreti delle ragazze. Insomma, abbiamo cercato
di metterci un po' di creatività. Una volta siamo andate davanti
al ministero dell'interno. Era rischioso: è accanto al quartier
generale della polizia speciale, il luogo della tortura. Da tempo
i gruppi per i diritti umani denunciavano la tortura, sui blog
avevamo fatto circolare i dossier. Sarebbe lungo ripercorrere
tutte le tappe, ma voglio dire che c'è stato un lungo lavoro
molto diffuso, sulla rete ma anche nei quartieri, nella società.
Ripenso al primo sit-in a piazza Tahrir, nel 2006, a favore
dell'indipendenza della magistratura: noi blogger avevamo messo
insieme un enorme dossier da distribuire ai giornalisti. Allora il
regime ha cominciato ad arrestare anche i blogger.
Che relazione c'è tra questo movimento e le proteste operaie di
cui abbiamo avuto notizia negli anni passati?
È stato nel 2008: una ondata di proteste in diverse fabbriche,
centinaia e poi migliaia di lavoratori venivano fermati o
arrestati. I blog raccontavano. Già nel 2005 avevamo fatto
circolare un appello a farsi citizen journalist, e col tempo si
era formata una rete molto ampia di persone che scrivevano sui
blog anche dalle zone più popolari del paese. Molti attivisti per
i diritti umani avevano cominciato a lavorare nelle zone operaie.
Lo sciopero generale del 6 aprile 2008 è stato forse il primo
organizzato via facebook, che ha permesso di far circolare la
notizia - ricordo che nei giorni precedenti ne sentivo parlare per
strada, sui taxi. Voglio dire che ormai l'accesso alle reti
sociali va molto oltre gli strati sociali istruiti e anglofoni.
Dice che internet e la rete sono solo strumenti: però hanno avuto
un ruolo in tutto questo.
Non c'è dubbio. I blog non fanno la rivoluzione ma hanno cambiato
il modo di fare giornalismo. In molti casi, la stampa tradizionale
ha attinto alla rete come fonte: ricordo un caso di attacco alle
donne, una «molestia sessuale di massa»: qualche blog ha dato la
notizia, la voce è circolata, qualche giornalista dei media
tradizionali è andato a cercare testimonianze, alla fine ne ha
parlato anche la tv satellitare. Oggi si parla pubblicamente delle
violenze alle donne, prima era tabù.
Si parla di rivoluzioni fatte da giovani, senza leader, senza
partiti: ma cosa potranno i blog di fronte ai vecchi poteri che
cercano di imporre il controllo?
Guarda, l'Egitto ora non sarà sulle prime pagine ma il movimento
non è rifluito. Il lavoro nella società continua, nei quartieri,
nelle fabbriche: la transizione è appena cominciata, i giochi non
sono fatti. In questo movimento ci sono diverse generazioni, la
vecchia guardia che ha fatto il lavoro dei diritti umani e i
giovani che hanno spinto per il cambiamento. Ci sono donne con il
hijjab e senza: non ogni donna col velo è una fondamentalista, a
volte è un costume sociale che non hai voglia di mettere in
discussione - ma tutte militano per la libertà e la democrazia.
Il vero problema sono i partiti, con dirigenti di 70, 80 anni che
stanno al vertice da decenni - sembrano Mubarak. Io non mi
riconosco in nessuno dei partiti che stanno emergendo e mi domando
se è proprio necessario strutturare il movimento in partito:
forse bisognerà trovare altre forme. Forse in quel mese in piazza
Tahrir abbiamo visto l'utopia: diverse generazioni, diverse
persone, retroterra culturali, ma tutti insieme a condividere
cibo, coperte, idee. Vorrei mantenere viva l'utopia di piazza
Tahrir.
Si svolge stamattina l'ultima sessione del convegno sulle
primavere arabe organizzato a Roma dal «manifesto» (Centro studi
americani, via Caetani 32). Dopo avere esaminato i vari aspetti
che hanno caratterizzato i movimenti, è il turno di affrontarne
«Le ragioni strutturali». Questo il titolo dell'incontro, cui
partecipano Margherita Paolini, Zvi Schuldiner, Samir Amin, Gian
Paolo Calchi Novati, Lucia Annunziata, Joseph Halevi, Marco
d'Eramo. Chiuderà i lavori del convegno Valentino Parlato.
- ARTICOLO di
Ma.Fo.
DIBATTITI
Di cosa parliamo quando parliamo di pluralismo
La definizione è accattivante, ed è stata molto usata nelle
cronache di questi ultimi mesi: movimenti «post-islamisti»,
per dire che la religione non aveva nessun particolare ruolo
nelle proteste di massa viste a Tunisi, al Cairo e in tante
altre città di paesi arabi, e che quelle erano rivolte in
nome della libertà e democrazia, non certo di stati islamici
o piattaforme teocratiche. Ma la vecchia coppia di opposti -
laicità o fondamentalismo - non è scomparsa, anche perché
forze politiche organizzate con progetti di stato islamico
hanno ormai influenzato e società dei paesi arabi e
musulmani: se e quanto peseranno nelle transizioni alla
democrazia avviate in Egitto, Tunisia o altrove è una domanda
aperta. Ed è una delle domande poste durante il convegno «la
speranza scende in piazza», organizzato dal manifesto per
riflettere sugli eventi della sponda sud del Mediterraneo e su
come questi rimbalzano qui, sulla sponda nord.
Domande: siamo di fronte a reali momenti di svolta, a
«rivoluzioni», o piuttosto a rivolte che hanno rimosso
vecchi dittatori senza intaccare davvero la struttura del
potere costituito? Un'altra formula usata di questi tempi è
«il risveglio arabo»: «Come se gli arabi fossero in
letargo, e l'ondata di rivolte e proteste non sia il culmine
di decenni di movimenti sociali», dice Kamal Lahib,
giornalista e attivista marocchino. Masse di donne e uomini,
persone ogni età e ceto sociale, non dirette da leader e
partiti strutturati, hanno messo in discussione poteri
costituiti: questa è già una svolta, dice Mouin Rabbani,
palestinese giordano, analista del Middle East Report. Ma
avverte: rivolte e transizioni (lui non le chiama
«rivoluzioni») rappresentano anche un'opportunità per le
forze islamiste, che in molti casi sono le sole forze
strutturate in paesi dove poteri dittatoriali hanno
sistematicamente represso altre forze politiche di stampo
progressista. E pone altre domande: l'essenza della democrazia
è il pluralismo, ma sarà dalle elezioni che si misura il
reale pluralismo? Ancora: quanto è stata davvero modificata
la relazione tra lo stato e gli apparati di sicurezza, vera
ossatura delle dittature?
La questione laicità vs fondamentalismo è parte della lotta
politica in corso nelle transizioni. Certo, la questione si
può formulare in diversi termini. «Laicità significa che la
religione non abbia influenza sui diritti e le libertà del
cittadino, sulle leggi e i codici», dice Lahib, e Cherifa
Bouatta, algerina, rivendica la laicità e la nozione di
cittadinanza come risposta alle trappola islamista. Trappola
molteplice: perché, dice Lahib, «ci troviamo di fronte non
solo forze politiche con ideologia e programma fondamentalista,
ma a stati fondamentalisti: come quando nel mio paese le
autorità per compiacere forze religiose accusano i gruppi di
rock di essere satanici e li perseguitano». Questioni che la
sponda nord farà meglio a guardare senza troppa
condiscendenza, fa notare Ida Dominijanni del manifesto: «In
Italia, ad esempio, la questione della laicità non è davvero
risolta, basti pensare a come la religione pesa
nell'elaborazione di molte nostre leggi. E forse, anche in
Europa la questione della laicità va riformulata in una
prospettiva di dialogo con la presenza religiosa».
Le domande non sono finite. Daniele Atzori, ricercatore della
Fondazione Enrico Mattei e collaboratore della rivista Oil,
sottolinea come la trasformazione dell'islam da tradizionale
religione a ideologia (quindi a forza politica) sia avvenuta
nel contesto delle trasformazioni neoliberiste. E questo
rimanda agli aspetti strutturali delle rivolte/risoluzioni in
corso, tema della mattinata di oggi.
- ARTICOLO di
Fausto Della Porta ROMA
TWITTER L'influenza dei social media e dei
network tradizionali sulle primavere arabe
Le rivolte tra urla e cinguettii
Il ruolo ambiguo delle reti pan-arabe nella
diffusione delle informazioni sulle varie rivoluzioni
ROMA
La cosiddetta «rivoluzione twitter» si riappropria della sua
dimensione reale. Nel dibattito che si è tenuto ieri al Centro di
studi americani di Roma, nel corso del convegno organizzato dal
manifesto sulle «primavere arabe», si è toccato il ruolo dei
social network e dei nuovi media nella definizione e nella
strutturazione delle rivolte. Tutti i relatori hanno insistito su
un punto: la rappresentazione mediatica di rivoluzioni digitali -
avvenute prevalentemente grazie alle nuove tecnologie - è del
tutto fuorviante. «Sarebbero contenti tutti i dittatori
dell'area, che potrebbero così rimanere al potere mentre i
giovani giocano su internet», ha sottolineato la bahrenita Amira
Al Hussaini, redattrice per il Medio Oriente e Nord Africa di
Global Voices on line in lingua araba. In un intervento molto
toccante, la giornalista ha sottolineato come i social network
sono stati «uno strumento per lotte che nascevano altrove, nella
strada, a partire da rivendicazioni precise». E «ci hanno
aiutato - ha detto Al Hussaini trattenendo a stento le lacrime - a
fare sentire noi arabi per la prima volta un popolo unito contro
il dittatore di turno. Mentre seguivo gli eventi in Tunisia,
eravamo il popolo arabo contro Ben Ali, e così in Egitto e in
Libia»
I social network come strumenti e come moltiplicatori di
informazioni più che come cause delle rivolte quindi. Una
convinzione riecheggiata dalla blogger egiziana Nermeen Edrees. «La
rivoluzione in Egitto non è cominciata a gennaio. Va avanti dagli
anni '90, con continue sollevazioni di interi settori della società.
Quello di gennaio è il risultato finale di un processo che va
avanti da anni, in cui i social network hanno semplicemente svolto
un ruolo di conoscenza». Prova ne è, secondo la stessa Edress
che, quando il regime di Mubarak ha oscurato la rete, la gente si
è riversata nelle strade a milioni.
Stesso discorso per la Libia, dove il regime di Gheddafi ha
bloccato internet fin dai primi giorni successivi la rivolta del
17 febbraio a Bengasi. «I giovani si sono organizzati in radio
locali, hanno fondato giornali, hanno creato una nuova tv», ha
rimarcato il giornalista libico Farid Adly. Hanno cioè fatto uso
- più che dei social network - dei media tradizionali, in un
contesto in cui la libertà di stampa non era mai esistita e in
cui l'informazione era stata per 42 anni quella propagata dal
regime.
È proprio sul ruolo dei network televisivi che è andata avanti
la discussione. Le reti pan-arabe al Jazeera e al Arabiya hanno
avuto un ruolo attivo nelle vicende libiche, diffondendo notizie
false e schierandosi apertamente contro Gheddafi? È convinta di
no la studiosa Donatella Della Ratta, che ha a lungo studiato il
network qatariota, dedicandogli anche un libro (Al Jazeera. Media
e società arabe nel nuovo millennio, Bruno Mondadori). «Al
Jazeera ha sempre avuto una linea anti-dittatori. È sempre stata
contro Mubarak, contro Ben Ali e contro Gheddafi, ben prima che
scoppiassero le rivoluzioni in gennaio e febbraio. Non si può
dire che ha cambiato linea».
L'importanza dei network (sia quelli tradizionali che quelli
social) non è sfuggita alla discussione. Perché se, come ha
sottolineato Al Hussaini, «è la prima volta che sentiamo di
scrivere la nostra storia», è anche grazie alla possibilità di
ottenere informazioni in tempi reali, affidabili e in lingua
araba. Gli egiziani non sarebbero mai scesi in piazza gridando «Tunisia,
Tunisia» se non avessero visto le immagini della fuga di Ben Ali,
se non avessero letto i resoconti sui blog. I giovani rivoltosi di
Bengasi non si sarebbero probabilmente spinti così avanti nella
loro lotta anti-Gheddafi se non avessero visto con i propri occhi
in televisione e su internet il crollo del vecchio Mubarak.
Blogger e mediattivisti egiziani sono andati a Bengasi dopo lo
scoppio della rivoluzione per raccontarla e per confrontarsi con i
loro coetanei libici. Insomma, il vento delle rivoluzioni ha
cominciato a soffiare a partire da rivendicazioni reali, ma se si
è diffuso in modo così dirompente, un ruolo i social network e
le televisioni ce l'avranno pure avuto.
10 giugno
INTERNAZIONALE
2011.06.10
- INTERVISTA di
Marina Forti
INTERVISTA - Sihem Bensedrine, giornalista
tunisina
«La vera minaccia è l'Ancien régime»
Sihem Bensedrine è una giornalista tunisina e si definisce «la
vecchia guardia della resistenza» contro la dittatura. Nel 1998
è stata tra i fondatori del «Consiglio nazionale per le libertà
in Tunisia» (Cnlt), ha co-fondato riviste indipendenti e un «osservatorio
sulla libertà di stampa», denunciato l'uso della tortura da
parte della polizia e la corruzione (cosa che nel 2001 le è valso
un arresto). Ieri ha parlato delle sfide della transizione in
Tunisia.
Per lei è stata una sorpresa vedere tante donne,
soprattutto giovani, partecipare in massa ai movimento contro la
dittatura?
No. Sapevamo quanto fosse forte la spinta di tante
giovani donne a cercare spazi in cui esprimere la propria
cittadinanza. E considerati i limiti imposti dal regime, molte
avevano scelto la rete: nei blog, internet, i social network prima
della rivoluzione trovavi che le più numerose e attive erano
giovani donne. Per questo non sono stata sorpresa di vederle poi
in strada contro la polizia, o di vedere madri incoraggiare i
propri figli ad andare sulle barricate. Era nella logica delle
cose. Perché è vero che sotto il regime di Ben Alì la donna in
Tunisia aveva diritti giuridici più ampi che altrove, ma erano
private della propria cittadinanza. Ed è questa che hanno voluto
far valere: prima nella resistenza al regime, poi nella rivolta -
e ora, caduta la dittatura, nella costruzione della democrazia.
Già: passato il momento della piazza, che ruolo
continuano ad avere le donne?
Molto importante. Come sapete abbiamo formato una
coalizione delle 8 organizzazioni per i diritti umani attive nel
paese, abbiamo una «tabella di marcia» della transizione:
ebbene, attorno al tavolo ci troviamo in 5 donne dirigenti su
otto. Per noi la transizione è una sfida più difficile perfino
della rivoluzione stessa. Voglio dire: la rivoluzione è arrivata
d'improvviso: per noi che da tempo resistevamo al regime è stato
una sorpresa vedere con quanta facilità è avvenuta la svolta e
il dittatore è fuggito. Ma tagliata la testa dell'idra ne resta
il corpo: la parte forse più difficile viene ora, impedire che le
forze del vecchio regime si riorganizzino, lavorare perché la
transizione porti a costruire istituzioni democratiche. Nella
nostra tabella di marcia, un punto riguarda il processo
elettorale: garantire la presenza delle donne nelle istituzioni
del nuovo stato, elezioni libere e trasparenti. Un successo di cui
andiamo molto fiere è aver imposto nel codice elettorale che le
donne siano metà dei candidati - e in ordine alternato, uomo
donna uomo donna, perché non si ritrovino tutte in fondo alle
liste. Non è stato facile: anche i vecchi partiti progressisti si
opponevano, dicevano che era una riforma
"irrealizzabile", che non si troveranno abbastanza donne
per comporre le liste. Per loro, le donne c'erano per andare in
piazza, prendere manganellate, formulare gli slogan della
rivoluzione, ma ora "non sono presenti nella società"?
E' l'opportunismo dei partiti, ancora diretti da uomini che
considerano lo spazio pubblico una prerogativa maschile. Aver
imposto pari candidature è un successo: comunque vada, almeno un
quarto dei deputati alla futura Assemblea costituente saranno
donne. Elaborare la nuova costituzione senza donne sarebbe stato
un pericolo: che democrazia è quella che marginalizza metà della
società? E poi il nuovo codice permetterà di promuovere più
giovani.
In tutti i nostri paesi l'estraneità dei giovani verso le
istituzioni politiche tradizionali è visibile. Com'è il rapporto
tra generazioni nella transizione tunisina?
La diffidenza dei giovani è reale ed è dovuta al fatto
che erano repressi con particolare durezza sotto Ben Ali. Nei
nostri rapporti sui diritti umani parlavamo di un "reato di
gioventù": se sei giovane, appena apri bocca finisci in
galera. Questo ha provocato in loro una forte diffidenza verso
associazioni, partiti, gli spazi classici dell'espressione
politica. I giovani però c'erano - altrove. Questo era sfuggito
ai politici tradizionali, non a noi forze della società civile.
La resistenza dei giovani ha preso altre forme: sono loro che
hanno organizzato la rivolta nella rete. Una resistenza
"virtuale", che si è espressa sul terreno appena la
rivoluzione è scoppiata: lì abbiamo visto i giovani scendere in
prima persona. Credo che la rivoluzione abbia riconciliato la
vecchia guardia della resistenza e questa gioventù. Allo stesso
tempo, i loro modo di esprimersi, linguaggi, il rapporto con la
politica è diverso, e noi stiamo cominciando a imparare da loro.
Qui abbiamo visto, nel documentario di una giovane
cineasta tunisina, gruppi di militanti fondamentalisti attaccare
un bordello, poi manifestazioni per la laicità. La spinta
islamizzante: è un'altra sfida della transizione?
Ci sono stati alcuni episodi simili. Ma sottolineo che
questi gruppetti, in sé molto minoritari, sono manipolati dalla
polizia politica. Li infiltrano e li usano per destabilizzare: li
abbiamo visti attaccare bordelli, e poi la sinagoga, cristiani,
donne. Davanti alla sinagoga ho io stessa riconosciuto tra loro
tre agenti di polizia. Vogliono far passare il messaggio che solo
la dittatura proteggeva le minoranze.
Ci sono però forze politiche islamiche più tradizionali:
quanto pesano nella transizione?
Il partito Nahva, gli islamisti moderati, non chiedono
uno stato teocratico e dichiarano di accettare il gioco
democratico. Non credo che andranno oltre il 20% dei voti. E non
credo che siano una minaccia: hanno il loro elettorato e la
democrazia è ben questo, che ciascuno possa esprimersi. La società
tunisina non sarà islamizzata. Le donne che sono scese in piazza,
incluse le molte che portano il foulard, non accetteranno che i
diritti conquistati gli siano tolti. La vera minaccia alla giovane
democrazia tunisina sono piuttosto i residui dell'Ancien régime:
la polizia politica e il nocciolo duro del disciolto partito di
Ben Ali. La minaccia sono loro.
INTERNAZIONALE
2011.06.10
- SCHEDA
PROGRAMMA
Nuovi media, laicità e fondamentalismi
Prosegue oggi e domani il convegno «L'Europa e le primavere arabe»
al Centro di studi americani di Roma (via Caetani, 32) . Oggi
appuntamento alle 9.30 con la sessione «Fondamentalismo e laicità»
che vedrà la partecipazione di Daniele Atzori, Mouin Rabbani,
Hussein Mahmoud, Dominique Vidal, Kamal Lahbib e Tariq Ali (sotto
la presidenza di Ida Dominijanni). Nel pomeriggio - a partire
dalle 15 - spazio a «nuove tecnologie, mass media e giovani» con
gli interventi di Sihem Bensedrine, Rachid Benhadji, Mohammed
Challouf, Farid Adly, Amira Al Hussaini, Donatella Della Ratta,
Nermeen Edrees (presiede Benedetto Vecchi). Chiusura sabato
mattina dalle 9.30 alle 13.30 con una discussione sulle «ragioni
strutturali»: interventi di Margherita Paolini, Zvi Schuldiner,
Samir Amin, Gian Paolo Calchi Novati, Lucia Annunziata (presiede
Marco d'Eramo).
9 giugno
APERTURA di
Samir Amin
VENTI DI RIVOLTA
Orizzonti egiziani a stelle e strisce
Alcuni passaggi di un lungo saggio che Samir Amin ha
dedicato alle primavere arabe. In questo testo, che uscirà in volume alla
fine dell'estate, l'economista egiziano approfondisce le tesi che esporrà
sabato a Roma, nel corso del convegno organizzato dal manifesto con il
titolo «La speranza scende in piazza». Queste le sue conclusioni:
Washington preferisce il potere dei Fratelli musulmani a quello dei
democratici, che rischierebbero di mettere in questione la subalternità
dell'Egitto al loro dominio L'aiu
L'Egitto di Nasser aveva instaurato un sistema economico e sociale
criticabile ma coerente. Nasser aveva puntato sull'industrializzazione
per uscire dalla specializzazione internazionale di stampo coloniale
che aveva circoscritto l'economia del paese all'esportazione del
cotone. Sadat e Mubarak hanno smantellato il sistema produttivo
egiziano, a cui hanno sostituito un sistema del tutto incoerente,
fondato esclusivamente sulla ricerca di redditività di imprese che
per lo più si limitano a subappaltare il capitale dei monopoli
imperialisti. I tassi di crescita, teoricamente elevati, che la Banca
Mondiale esalta da trent'anni, sono privi di significato. La crescita
egiziana è estremamente vulnerabile ed è del resto accompagnata da
un incredibile aumento dell'ineguaglianza e della disoccupazione che
colpisce la maggior parte dei giovani. Questa situazione era
esplosiva, ed è esplosa.
Una esplosione annunciata
L'apparente «stabilità del regime» vantata da Washington
poggiava su una macchina poliziesca mostruosa (1.200.000 uomini contro
appena 500.000 per l'esercito) che si abbandonava quotidianamente a
abusi criminali. Le potenze imperialiste fingevano che questo regime
«proteggesse» l'Egitto dall'alternativa islamista. Si tratta di una
bugia grossolana. In effetti, il regime aveva integrato alla
perfezione l'Islam politico reazionario (il modello wahabita del
Golfo) nel proprio sistema di potere, concedendogli la gestione
dell'istruzione, della giustizia e dei media più importanti, in
particolare la televisione. (...)
Il regime poteva apparire «tollerabile» fino a quando funzionava la
valvola di sicurezza rappresentata dall'emigrazione in massa dei
poveri e delle classi medie verso i paesi petroliferi. L'esaurimento
di questo sistema (la sostituzione di immigrati asiatici a quelli
provenienti dai paesi arabi) ha portato con sé la rinascita della
resistenza. Gli scioperi operai del 2007 - i più forti del continente
africano da cinquant'anni - insieme alla resistenza ostinata dei
contadini minacciati di esproprio dal capitalismo agrario e alla
formazione di circoli di protesta democratica nelle classi medie (i
movimenti Kefaya e del 6 aprile) hanno annunciato l'inevitabile
esplosione - prevista in Egitto, nonostante la sorpresa degli «osservatori
stranieri». (...)
I borghesi «compradori»
Proprio come nel periodo di flusso delle lotte del passato,
il movimento democratico antimperialista e sociale si scontra in
Egitto con un blocco reazionario potente, guidato dalla borghesia
egiziana considerata nel suo insieme. Le forme di accumulazione
dipendente in opera nel corso degli ultimi quarant'anni hanno prodotto
l'emergere di una borghesia ricca, unica beneficiaria
dell'ineguaglianza scandalosa che ha accompagnato questo modello «liberal-mondializzato».
Si tratta di decine di migliaia non di «imprenditori inventivi» -
come li presenta il discorso della Banca mondiale - ma di milionari e
miliardari che devono tutta la loro fortuna alla loro collusione con
l'apparato politico (la «corruzione» è una componente organica di
questo sistema). Questi borghesi compradori (nel linguaggio politico
corrente in Egitto il popolo li definisce «parassiti corrotti»)
costituiscono la base di sostegno attivo dell'inserimento dell'Egitto
nella globalizzazione imperialista contemporanea, gli alleati
incondizionati degli Stati Uniti. Fra i loro ranghi contano numerosi
generali dell'esercito e della polizia, «civili» associati allo
Stato e al partito al potere («nazional-democratico») creato da
Sadat e da Mubarak, religiosi (la totalità dei dirigenti dei Fratelli
musulmani e dei principali sceicchi dell'Azhar sono tutti «miliardari»).
(...)
Questo blocco sociale reazionario dispone di strumenti politici al suo
servizio: l'esercito e la polizia, le istituzioni dello Stato, il
partito politico privilegiato (di fatto una sorta di partito unico),
vale a dire il Partito nazional-democratico creato da Sadat,
l'apparato religioso (l'Azhar), le correnti dell'Islam politico (i
Fratelli musulmani e i salafisti). L'aiuto militare concesso dagli
Stati Uniti all'esercito egiziano non è mai servito per rafforzare la
capacità difensiva del paese ma al contrario per azzerarne i pericoli
con l'uso di una corruzione sistematica, non solo riconosciuta e
tollerata, ma sostenuta attivamente e cinicamente. Questo «aiuto» ha
permesso agli ufficiali più alti in grado di appropriarsi di segmenti
importanti dell'economia compradora egiziana, al punto che in Egitto
si parla della «società anonima/esercito» (Sharika al geish). Gli
alti vertici dell'esercito, che si sono assunti la responsabilità di
«dirigere» la transizione, non sono per questo neutri, sebbene
abbiano avuto l'accortezza di sembrarlo, dissociandosi dalla
repressione.
Il governo «civile» ai suoi ordini (i cui membri sono stati nominati
dall'alto comando militare), composto in parte da uomini del vecchio
regime, scelti tuttavia fra le personalità meno visibili, ha preso
una serie di misure rigorosamente reazionarie per frenare la
radicalizzazione del movimento. Tra queste misure una scellerata legge
anti-sciopero (con il pretesto di rimettere in piedi l'economia del
paese), una legge che impone rigide restrizioni alla costituzione di
partiti politici il cui scopo è di offrire la possibilità di entrare
nel gioco elettorale solo alle correnti dell'Islam politico (Fratelli
musulmani, in particolare) già bene organizzate grazie al sistematico
sostegno del regime precedente. E nonostante tutto questo,
l'atteggiamento dell'esercito resta in ultima analisi imprevedibile.
Infatti, a dispetto della corruzione dei quadri (i soldati sono
coscritti, ma gli ufficiali sono di carriera), il sentimento
nazionalista non è mai del tutto assente, senza contare che
l'esercito soffre per essere stato di fatto escluso dal potere a
profitto della polizia. In questa situazione, e dato che il movimento
ha espresso con forza la sua volontà di allontanare l'esercito dalla
direzione politica del paese, è probabile che le alte sfere militari
sceglieranno in futuro di restare dietro le quinte, rinunciando a
presentare i propri uomini nelle prossime elezioni.
I Fratelli musulmani costituiscono la sola forza politica di cui il
regime aveva non solo tollerato l'esistenza, ma della quale aveva
sostenuto attivamente lo sviluppo. Sadat e Mubarak avevano affidato
loro la gestione di tre istituzioni fondamentali: l'istruzione, la
giustizia e la televisione. I Fratelli musulmani non sono mai stati e
non possono essere «moderati», e ancora meno «democratici». Il
loro capo - il mourchid (traduzione araba di «guida» - Führer) è
autoproclamato e l'organizzazione si basa sul principio della
disciplina e dell'esecuzione degli ordini dei capi, senza discussioni
di sorta. La direzione è costituita esclusivamente da uomini
ricchissimi (grazie fra l'altro al sostegno dell'Arabia Saudita e
dunque di Washington), i quadri da uomini provenienti da segmenti
oscurantisti delle classi medie e la base da gente del popolo
reclutata dai servizi sociali di carità offerti dalla confraternita
(e sempre finanziati dall'Arabia saudita), mentre le forze d'assalto
sono composte dai miliziani (i baltaguis) reclutati tra i lumpen.
(...)
La collusione tra le potenze imperialiste e l'Islam politico non è
del resto una novità, né una caratteristica dell'Egitto. Fin dalla
loro creazione, nel 1927, i Fratelli musulmani sono sempre stati un
utile alleato per l'imperialismo e il blocco reazionario dell'area, e
hanno sempre rappresentato un terribile avversario per i movimenti
democratici in Egitto. Di certo i multimiliardari che oggi compongono
la direzione della Confraternita non si uniranno alla causa
democratica! L'Islam politico è anche l'alleato strategico degli
Stati Uniti e dei loro partner subalterni della Nato in tutto il mondo
musulmano. Washington ha armato e finanziato i talebani, definiti «eroi
della libertà» (Freedom Fighters) nella loro guerra contro il regime
nazional popolare detto «comunista» (prima e dopo l'intervento
sovietico). Quando i talebani hanno chiuso le scuole per ragazze
create dai «comunisti», ci sono stati «democratici» e perfino «femministe»
che hanno sostenuto il bisogno di «rispettare le tradizioni»!
In Egitto i Fratelli musulmani sono ormai spalleggiati dalla corrente
salafista («tradizionalista»), ampiamente finanziata dai paesi del
Golfo. I salafisti si dichiarano estremisti (wahabiti convinti,
intolleranti rispetto a qualsiasi altra interpretazione dell'Islam) e
sono all'origine degli assassini sistematici perpetrati contro i copti.
Operazioni difficili da immaginare senza il tacito sostegno (se non la
complicità) dell'apparato governativo, e in particolare della
Giustizia, largamente affidata ai Fratelli musulmani. Questa singolare
divisione del lavoro permette ai Fratelli musulmani di passare per
moderati, cosa che Washington finge di credere. Ci sono tuttavia lotte
violente all'orizzonte in seno alle correnti religiose islamiste in
Egitto, dal momento che l'Islam egiziano è storicamente sufi, e le
sue confraternite contano oggi circa quindici milioni di fedeli. Islam
aperto, tollerante, che insiste più sulle convinzioni individuali che
sulla pratica dei riti («ci sono tante strade verso il Signore quante
sono le persone sulla terra», dicono), il sufismo egiziano è stato
sempre guardato con sospetto dai poteri dello Stato che tuttavia,
usando la carota e il bastone, si guardavano bene dall'andare a uno
scontro aperto. (...)
Islamizzazione alla wahabita
Si parla molto, per dare legittimità a un governo dei
Fratelli musulmani («uniti alla democrazia!»), dell'esempio turco.
Ma è solo fumo negli occhi, perché l'esercito turco, che resta ben
presente tra le quinte, sebbene sia certamente non democratico e per
di più sia un alleato fedele della Nato, resta la garanzia della «laicità»
in Turchia. Il progetto di Washington, apertamente espresso da Hilary
Clinton, Obama e dai think tanks al loro servizio, si ispira al
modello pakistano: l'esercito («islamico») tra le quinte, il governo
(«civile») assunto da uno o più partiti islamici «eletti».
Evidentemente in questa ipotesi il governo «islamico» egiziano
sarebbe ricompensato per questa sottomissione sulle cose essenziali
(il fatto che non vengano rimessi in causa il liberalismo e i
cosiddetti «trattati di pace» che permettono a Israele di continuare
la sua politica di espansione territoriale) e potrebbe proseguire, a
mo' di demagogica compensazione, la realizzazione dei suoi progetti «di
islamizzazione dello Stato e della politica», e gli assassini dei
copti! Bella democrazia, quella concepita a Washington per l'Egitto!
È evidente che l'Arabia saudita sostiene con tutti i suoi mezzi
finanziari questo progetto, perché Ryad sa benissimo che la sua
egemonia regionale (nel mondo arabo e musulmano) esige la riduzione
dell'Egitto a uno stato di insignificanza. E il mezzo per raggiungere
questo obiettivo è «l'islamizzazione dello Stato e della politica»
- di fatto, una islamizzazione alla wahabita. (...)
Questa forma di islamizzazione è possibile? Forse, ma a prezzo di
violenze inaudite. La battaglia si combatte sull'articolo 2 della
costituzione del regime caduto. Questo articolo secondo il quale «la
sharia è la fonte del diritto», è una novità nella storia politica
dell'Egitto. Né la costituzione del 1923, né quella di Nasser
l'avevano immaginato. È stato Sadat che l'ha introdotto nella nuova
costituzione, con il triplice sostegno di Washington («rispettare le
tradizioni»!), di Ryad («il Corano fa da Costituzione») e di
Gerusalemme («lo Stato di Israele è uno Stato ebraico»).
Una dichiarazione bugiarda
Il progetto dei Fratelli musulmani rimane la realizzazione di
uno Stato teocratico, come testimonia il loro attaccamento
all'articolo 2 della Costituzione di Sadat/Mubarak. Inoltre il
programma più recente dell'organizzazione rafforza ancora questa
visione passatista proponendo di costituire un «consiglio degli ulema»
incaricato di vegliare sulla conformità di qualsiasi proposta di
legge alle esigenze della Sharia. Questo consiglio costituzionale
religioso è analogo a quello che in Iran controlla il «potere eletto».
Il regime è allora quello di un super partito religioso unico e tutti
i partiti che rivendicassero la laicità diventerebbero «illegali».
I loro sostenitori, come i non musulmani (i copti), sarebbero di fatto
esclusi dalla vita politica. A dispetto di tutto questo i governi a
Washington e in Europa si comportano come se si potesse prendere sul
serio la recente dichiarazione dei Fratelli musulmani, che «rinunciano»
al progetto teocratico (ma senza modificare il loro programma!), una
dichiarazione opportunista e bugiarda. Gli esperti della Cia non sanno
leggere l'arabo? Si impone una conclusione: Washington preferisce il
potere dei Fratelli musulmani, che garantisce la permanenza
dell'Egitto nella sfera sua e della globalizzazione liberale, a quello
dei democratici, che rischierebbero molto di rimettere in questione lo
stato subalterno dell'Egitto
- TAGLIO MEDIO di
ma. fo.
IL CONVEGNO
Le «rivoluzioni» della sponda sud, viste dalle
nostre democrazie in crisi
È diventata un piccolo «anticipo» di dibattito, la conferenza
stampa tenuta ieri a Roma per presentare il convegno «La
primavera scende in piazza. L'Europa e le primavere arabe»,
organizzato da «il manifesto» e dalla rivista Oil con la
sponsorizzazione di Sky tv. Il convegno comincia oggi (alle 15,30
presso il Centro di studi americani, via Caetani 32) e prosegue
tutto venerdì e sabato mattina. E a presentarlo ieri, insieme
alla direttrice del manifesto Norma Rangeri e a Marco d'Eramo,
c'erano alcune delle relatrici e relatori che vi prenderanno
parte. Manal Hassan, egiziana, attivista e cofondatrice di un noto
blog (www.manalaa.net) e Nermeen Edrees, pure egiziana e blogger (globalvoicesonline.org),
hanno sottolineato che i nuovi media hanno cominciato a
diffondersi intorno al 2004, diventando strumento per far
circolare opinioni e organizzare proteste: ma restano uno
strumento, pur importante, di un fermento sociale profondo. Sono
questi nuovi media che hanno diffuso il «contagio» delle
rivolte, dalla Tunisia all'Egitto e a tutto il mondo arabo?
Cherifa Bouatta, algerina, femminista, portavoce dell'Osservatorio
sulla violenza contro le donne, non crede si tratti di «effetto
domino»: l'ondata che ha travolto un paese dopo l'altro dipende
piuttosto dalle somiglianze strutturali, «la prima è di vivere
sotto dittature, regimi che hanno represso i movimenti sociali e
negato la libertà di espressione, asserviti agli interessi
occidentali, e comune è la spinta a smantellare vecchi poteri;
poi però ogni paese resta un caso a sé». Ma le «rivoluzioni»
sono pronte a essere scippate? Passata l'effervescenza di piazza
Tahrir al Cairo, cosa potranno blogs e facebook di fronte ai
vecchi poteri che si riorganizzano? Ma «la rivoluzione non si è
fermata», ribatte Manal Hassan: «L'Egitto ora non fa notizia ma
ogni giorno gruppi lavorano a livello locale, nei quartieri, tra i
lavoratori, contro gli arresti. No, non abbiamo ancora finito».
Resta, dice il regista tunisino Mohamed Challouf (direttore di
festival afro-mediterraneo di cortometraggi e documentari), un
deficit di conoscenza tra i nostri paesi: «Forse, rovesciati
regimi che limitavano la possibilità di comunicare, riusciremo a
cambiare immagine». Anche per questo, dice Norma Rangeri, «il
manifesto» ha voluto questo forum: guardiamo alle rivolte sulla
sponda sud del Mediterraneo perché ci interessano qui, nelle
nostre democrazie in crisi, dove in forme diverse emergono
questioni e protagonisti simili, a cominciare dai giovani e dalle
donne».
- 8 giugno
- APERTURA di
Giuliano Battiston
CONVEGNO
La miopia europea sulle primavere arabe
Da domani «La speranza scende in piazza» Le
rivendicazioni di libertà smascherano gli stereotipi su un mondo
arabo monoliticamente inerte, denunciati da autori come Samir Kassir e
Olivier Roy
Sono dedicati al rapporto tra l'Europa e le primavere arabe gli
incontri del convegno «La speranza scende in piazza» che il
manifesto organizza da domani all'11 giugno nella sala del Centro
Studi americani di Roma, coinvolgendo storici, ricercatori,
giornalisti e attivisti provenienti da Egitto, Tunisia, Algeria,
Bahrein, Marocco, Giordania, Libia, Pakistan, Israele, per
comprendere insieme le ragioni delle «rivoluzioni dei gelsomini»
e gli insegnamenti da trarne. Che sono tanti. E che sembrano
rimandare in primo luogo all'ottusa determinazione degli europei a
non rinunciare allo sguardo orientalista denunciato anni fa da
Edward Said. Uno sguardo miope come quello della maggior parte di
giornalisti e osservatori, così abituati a puntare l'obiettivo in
«alto», al livello delle cancellerie, dei giochi diplomatici e
delle relazioni internazionali, da non riconoscere per tempo i
movimenti «dal basso», nella società, tra quei settori che a
dispetto di repressione e autoritarismi hanno deciso di darsi
forme organizzate, di reclamare inclusione politica e costituirsi
in società civile, evitandone le insidie e la retorica (ben
analizzate in Effetto società civile. Retoriche e pratiche in
Iran, Libano, Egitto e Marocco, a cura di Rosita di Peri e Paola
Rivetti, Bonanno 2010).
Ma le rivolte arabe ci raccontano di una miopia ancora più
insidiosa, perché non riguarda solo una professione e un modo di
praticarla, ma una postura culturale e una deriva culturalista: la
miopia di chi, spesso anche a sinistra, ha coltivato a lungo lo
stereotipo dell'eccezionalismo arabo-musulmano, l'idea che ci
fosse un'incompatibilità di fondo tra la spinta per il
rinnovamento del quadro politico e sociale e una certa area
geografico-culturale, definita grossolanamente Medio Oriente -
l'ipotesi, divenuta col tempo certezza, che la crisi di un'idea di
cittadinanza attiva e consapevole, soggiogata provvisoriamente
dalla sclerotizzazione del potere in apparato meramente
repressivo, fosse una predisposizione culturale, o, peggio ancora,
rimandasse a un'impossibilità antropologica, a una sorta di tara
genetica.
Le rivendicazioni di libertà, la critica radicale alla natura
predatoria delle dittature e alla natura proprietaria del rapporto
con il popolo, hanno infranto questo stereotipo. Rimettendo in
discussione quello che nel saggio L'infelicità araba (Einaudi
2006) Samir Kassir - storico, docente e giornalista, protagonista
della vita intellettuale libanese fino al suo assassinio nel 2005
- ha definito uno «sguardo paralizzante»: lo sguardo delle
potenze occidentali verso il mondo arabo, inteso come totalità
monolitica e monoliticamente inerte, «quello sguardo che
impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che
sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile,
ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza»,
e che a sua volta nutre un senso d'impotenza, «l'impotenza a
essere ciò che si ritiene di essere», un fatalismo
rinunciatario.
Le rivolte arabe tolgono legittimità a quello sguardo, e anzi lo
ribaltano, sottolineando lo scarto tra chi, non avendone goduto,
si appella alle garanzie previste dai meccanismi delle democrazie
liberali e quanti, all'interno delle cosiddette democrazie mature,
non sono riusciti a impedire che quelle garanzie si trasformassero
in mere concessioni procedurali, tanto che ora sono i giovani
europei a guardare all'altra sponda del Mediterraneo, nella
speranza che l'effetto mimetico che ha investito le capitali arabe
da Tunisi a Sanaa si diffonda in modo virale anche nel vecchio
continente, soffocato dall'ideologia della stagnazione.
Per quanto ha potuto, il vecchio continente ha cercato di
ricondurre la novità dirompente del protagonismo dei giovani di
Tunisi e Damasco nell'ambito delle vecchie griglie analitiche,
venate di razzismo e da ipotesi più o meno esplicite di
superiorità, se non più razziale quantomeno culturale. Le
vecchie coordinate, però, sono inservibili, e tanto più è
inservibile - ha notato tra gli altri il politologo francese
Olivier Roy, autore di testi importanti come Global Muslim. Le
radici occidentali del nuovo Islam (Feltrinelli 2003) e La santa
ignoranza (Feltrinelli 2009) - l'ipotesi che al dispotismo
autoritario dei Mubarak e Ben Ali non potesse che opporsi, come
unica alternativa, l'ortodossia intransigente dell'Islam politico.
La vera novità delle rivoluzioni arabe, sostiene Roy, sta invece
proprio nell'assenza dell'appello all'Islam come collante delle
rivendicazioni: la mancanza del ricorso all'Islam come strumento
di mobilitazione, come modello di emancipazione poltico-sociale,
la mancanza di qualsiasi ambizione a creare un modello islamico
statale - ha affermato di recente - significa che non si guarda più
alla religione come soluzione adeguata per il rinnovamento del
sistema politico o come antidoto alla sua crisi, e rimanda più in
generale a quello che, in suo testo ormai divenuto un classico, ha
definito il fallimento dell'Islam politico. Un fallimento
evidente, secondo lo studioso francese, nella netta distinzione
che i manifestanti hanno tracciato tra le richieste politiche,
espresse in uno spazio secolarizzato, e la fede, non abbandonata,
ma coltivata in uno spazio individuale.
Nel «mondo arabo», questa la tesi di Roy, la fede - a dispetto
di quello che continuano a pensare in molti - si è
depoliticizzata e individualizzata, anche se rimane in piedi (pur
se in posizione largamente marginale e sempre più marginalizzata
dal nuovo attivismo sociale) il progetto neofondamentalista, il
tentativo di condurre una reislamizzazione in ambito sociale e
culturale. Si tratta, però, di un tentativo che mostra sempre più
la corda: le richieste di libertà dei «giovani arabi» non
puntano a un ritorno nostalgico verso una purezza primigenia,
verso una presunta età dell'oro, ma sono una consapevole presa in
carico del futuro.
Di questo futuro l'Europa dovrebbe interessarsi, fornendo una
risposta responsabile «alla domanda di libertà che giunge dalla
costa nordafricana», scrivono Michele e Yvonne Brondino nel libro
Il Nord Africa brucia all'ombra dell'Europa (Jaca Book 2011). Per
farlo, occorre però uno sguardo attento sul presente e una
rilettura dell'itinerario storico che evidenzi «il circolo
vizioso in cui sono stati risucchiati questi paesi: gli eccessi
dell'ultraliberismo mondiale, le strettoie dei regimi autoritari
del Sud e il tacito appoggio delle potenze europee». Che per ora
plaudono al processo di democratizzazione, ma lo fanno in modo
tartufesco, dimenticandosi le proprie responsabilità storiche, di
intermediari «tra il rullo compressore della globalizzazione e la
fragilità di economie e società appena approdate
all'indipendenza, guidati da un interesse di stampo neocoloniale,
dalla vista corta».
Quello stesso interesse che per Michele e Yvonne Brondino è
all'origine dell'intervento armato «umanitario» in Libia: «al
colonialismo nazionalista dell'Ottocento e inizio Novecento si
sostituisce l'europeismo aggressivo dei nostri giorni». L'Europa,
accusano gli autori, «non vuole dismettere i panni della 'potenza
coloniale' per divenire 'potenza civile'».
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